Bottoni n.12

Uscita in pieno lockdown, l’autobiografia di Woody Allen ha smorzato, in chi ha potuto leggerla, le ansie delle cattività. Anche se un terzo delle pagine è dedicata a distruggere, ancora una volta, le controverse accuse di molestie da parte dell’ex compagna Mia Farrow nei confronti della figlia adottiva Dylan, le memorie di Allen sono una buona introduzione al suo cinema e un catalogo di battute memorabili. Le pagine più belle sono quelle dedicate all’infanzia e all’adolescenza di proletario ebreo newyorkese. Allen è uno dei pochi uomini che ha saputo rendere esilarante e creativa la sua ossessione della morte. A ottantaquattro anni il regista ha scritto la sua personale apologia socratica: “Alla mia età, ormai ho poco da perdere. Non credendo in un aldilà, non vedo che cosa possa cambiare se verrò ricordato come un regista o come un pedofilo. Chiedo solo che le mie ceneri vengano sparse vicino a una farmacia”.

Woody Allen, A proposito di niente, La Nave di Teseo, Milano 2020

A quarant’anni dalla sua pubblicazione e con 50 milioni di copie vendute, si ristampa “Il nome della rosa” di Umberto Eco, un’edizione con gli appunti preparatori e i disegni dell’autore, e vale davvero la pena riprenderla in mano. Sul romanzo è stato detto di tutto: allegoria politica, poliziesco medievale, paradiso citazionistico, paccottiglia per lettori semi-acculturati, indigesta “zuppa medievale” (così il critico Piergiorgio Bellocchio). Forse si può rileggerlo oggi e apprendere come la verità sia spesso intrecciata con l’errore, e che ogni verità umana che non porti con sé la possibilità dell’errore diventa solo dogmatismo e violenza. Come accade nel venerabile Jorge, il mauvaise monaco benedettino del romanzo che «amava in modo così lubrico la sua verità da osare tutto pur di distruggere la menzogna».

Umberto Eco, Il nome della rosa, La Nave di Teseo, Milano 2020

Dopo il salutare successo editoriale di “Mussolini ha fatto cose buone”, Francesco Filippi ritorna a interrogarsi sul fascismo e su un nodo decisivo, di cui ancora scontiamo gli effetti, ossia quello della difficoltà della transizione dal regime alla repubblica e dell’incompleta defascistizzazione degli italiani. Non evoca teorie sul fascismo intrinseco della nazione, ma interroga precisi passaggi storici che non hanno avuto la profondità e la durezza necessarie, come «atteggiamenti pubblici, assunzioni di responsabilità, operazioni di epurazioni, leggi».

Francesco Filippi, Ma perché siamo ancora fascisti? Un conto rimasto aperto, Bollati Borighieri, Torino 2020.

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Letteratura e liberazione dal carcere

“Come posso, io che sono prigioniero, imprigionare qualcun altro? Tu sei mio ospite. Ancora non hai capito che sto cercando un amico? Che ho voglia di parlare?”. Mehmed Uzun è l’autore di Tu e si rivolge a uno scarabeo. Decide di raccontare per sopravvivere, di immaginare per resistere mentre è rinchiuso in una prigione turca.

Tu è il primo romanzo tradotto direttamente dal kurmanji (uno dei dialetti principali del curdo, diffuso in particolare in Turchia e Siria) all’italiano, pubblicato di recente da Scienze e lettere con la collaborazione dell’Ismeo, Associazione internazionale di studi sul Mediterraneo e l’Oriente, e dell’Istituto internazionale di cultura kurda di Roma, con un contributo del Miur.

Mehmed Uzun è la figura letteraria curda di Turchia più importante dell’ultimo mezzo secolo e il romanzo Tu, tradotto e curato per i lettori italiani da Francesco Marilungo, è davvero un gioiello. Uzun ha immaginato una letteratura, ha descritto un mondo in condizioni proibitive e tanti scrittori curdi possono oggi dirsi tali grazie al suo impegno e al suo lavoro.

Mehmed Uzun nasce nel 1953 nel Kurdistan turco, la sua lingua madre è il dialetto curdo kurmanji che però è proibito in Turchia dallo Stato. Uzun imparerà a leggere e scrivere in curdo soltanto nel 1971, quando viene incarcerato per la prima volta. In prigione infatti impara la lingua dell’affetto a della casa, la lingua madre, grazie ad altri intellettuali curdi anch’essi in carcere per motivi politici.

“Il carcere diventa una sorta di università curda, un luogo in cui lo Stato involontariamente riunisce varie generazioni di intellettuali e attivisti curdi, favorendo relazioni e scambi di conoscenza”, scrive Marilungo nell’introduzione.

Uzun è tra i fondatori della rivista Rizgarî (Liberazione) e per questo viene nuovamente incarcerato nel 1976 per nove mesi. A causa delle persecuzioni di cui è vittima da parte dello Stato turco sceglie l’esilio in Svezia, una delle mete principali della diaspora intellettuale curda. Tornerà in patria solo nel 2007, a Diyarbakır, città considerata la capitale dei curdi di Turchia, dove trascorrerà i suoi ultimi mesi di vita.

Tu, il suo primo romanzo, fu pubblicato nel 1984. Uzun finì in carcere poco tempo dopo il colpo di Stato militare del 1971. Il romanzo è scritto pochi anni dopo il famigerato colpo di Stato del 1980 e proprio mentre Uzun scrive cominciano ad emergere i racconti raccapriccianti delle torture e della repressione nel tristemente noto carcere N.5 di Diyarbakır.

Questo esordio letterario è davvero unico: è stato descritto come un atto di resistenza immaginativa, linguistica e poetica. Cosa possono fare il cuore, lo stomaco, la mente di un uomo quando è in catene? Uzun dimostra che tutto il buio e le privazioni del suo popolo, le violenze e la repressione non possono sconfiggere l’amore per quello che si è, per la propria identità anche se questa è un fardello. La letteratura salva la vita e la testimonianza di Uzun ha dato linfa e forma ad una lingua vietata, perseguitata rendendola scritta e letteraria.

Mehmed Uzun (da https://tr.wikipedia.org/wiki/Mehmed_Uzun#/media/Dosya:Mehmed_uzun.jpg)

“I generali erano saliti al potere – si legge –. Non c’era niente che il popolo non subisse in nome del bene e della difesa del popolo stesso. Per il suo bene uccidevano, gettavano la vostra gente nelle carceri di estrema sicurezza, di estrema durezza; picchiavano, torturavano e scatenavano sul popolo vaste crudeltà mai viste prima. E sempre per il bene delle persone stesse le privavano di ogni diritto. Ormai era tradizione: a ogni colpo di Stato, voi, colpevoli e peccatori, venivate incriminati”. Eppure dalla cella d’isolamento il protagonista di Tu sceglie un piccolo insetto per evadere, per raccontarsi e per trovare la connessione con la sua ricca cultura. La presenza del minuscolo ignaro scarabeo scatena la forza vitale del protagonista che vaga nel meraviglioso Eden curdo, tra la neve, il cotone e i fiori di mandorla, nelle pianure fertili e in alta montagna. Ogni dialogo con lo scarabeo è un pretesto per sfuggire al dolore fisico delle torture e per ricordare e memorizzare meglio storie e leggende della terra curda.

Il giovane protagonista del romanzo, grazie al piccolo insetto, decide di ricordare o inventare poesie, di esercitare la mente, di trovare una fuga da tutto quell’orrore. Un altro aspetto da sottolineare è che nel romanzo si consuma un vero e proprio atto d’amore per Diyarbakır, che viene descritta come una città coloniale, occupata e vilipesa dallo Stato turco. “Le antiche mura millenarie e le moderne caserme militari turche nel cuore di Diyarbakır si guardano come nemici nel giorno della resa dei conti”, scrive Uzun; e poi ancora: “È la nostra città più grande, insetto. La più importante, la capitale di un Paese occupato e di un popolo sottomesso”.

Uzun chiama in causa il lettore: Tu è il curdo che deve conoscere e capire perché si trova in uno stato di miseria e privazione. La lingua curda diventa, oltre che la lingua degli affetti e del cuore, un bene prezioso per forgiare l’identità di un popolo, per immaginare un domani di libertà e di giustizia. Quel Tu rivolto al lettore gramscianamente è un “odio gli indifferenti”. Anche in prigione, nonostante le condizioni inumane, è vitale studiare, conoscere, prepararsi, essere mentalmente lucidi, mostrare la propria dignità soprattutto ai carnefici. Questo primo romanzo di Mehmet Uzun racconta di tanti uomini e tante donne che hanno fatto la resistenza in carcere in nome di ideali di giustizia e umanità. È un romanzo contemporaneo che aiuta a comprendere le vicende dei curdi ma allo stesso tempo un racconto collettivo sul potere degli esseri umani. Buona lettura.

Antonella De Biasi. Giornalista e saggista. È stata redattrice del settimanale La Rinascita della sinistra. È coautrice e curatrice di Curdi (Rosenberg & Sellier 2018)

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Foto della vergogna: Auschwitz come fosse una scuola

L’immagine condivisa su Facebook

Può un consigliere comunale del nostro tempo rilanciare sul più famoso dei social, senza consapevolezza della gravità delle sue azioni, una foto in cui ha cambiato la scritta “Arbeit macht frei” (il lavoro rende liberi) in “La scuola educa alla libertà” e aggiungere un’altra frase, sempre in tedesco, “Schule macht Frei” accompagnandola dalla traduzione “La scuola Libera”? A farlo è stato ieri un esponente della Lega-Salvini premier eletto nel parlamentino di Borgo San Lorenzo, comune della città metropolitana di Firenze. Evidentemente gli era piaciuta l’immagine pubblicata da un sedicente scrittore appassionato di “complotti” per paragonare al luogo simbolo dello sterminio nazista l’eventualità a settembre dell’installazione di divisori di plexiglass antiCovid nelle scuole. Tanto da farla propria, nonostante sia un rappresentante delle istituzioni della Repubblica Italiana. Almeno fino a che non è scoppiato un putiferio. “Gravissimo”, ha commentato il sindaco di Borgo, Paolo Omoboni”.

L’ingresso di Auschwitz-Birkenau

A insorgere e condannare subito l’accaduto è stato anche il Coordinamento delle Sezioni Anpi di Borgo, Vicchio, Marradi, Barberino M.llo. I partigiani scrivono: “Le idee possono essere diverse e il confronto e lo scontro politico con il rispetto dell avversario sono il sale della libertà e della democrazia, ma non possiamo tollerare l’utilizzo di immagini del genere, simboli terribili della brutalità del nazismo, per scopi propagandistici”. Già perché il consigliere per precisare la sua opposizione alle misure che potrebbero essere adottate dal governo nazionale in tutela di alunni e studenti si è pure lasciato andare a una serie di insulti. Le Anpi locali oltre ad esprimere vicinanza alle forze politiche “paragonate al peggio che mente umana ricordi” tornano a segnalare come “troppo spesso negli ultimi anni sono passati sotto silenzio gli utilizzi di simboli nazisti e fascisti per scopi di propaganda politica”. L’indignazione per l’accaduto ha valicato i confini di Borgo San Lorenzo, che qualche mese fa diede la cittadinanza onoraria alla senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta alla Shoah.

Borgo San Lorenzo (FI) ha conferito la cittadinanza onoraria alla senatrice Liliana Segre

Così l’assessore ha dovuto fare marcia indietro e chiedere scusa: “Volevo solo criticare il decreto scuola e non era mia intenzione riaprire per nessuno una ferita dolorosa e frase più buia della storia moderna. (…) Esprimo la mia profonda vicinanza alle vittime ed ai loro familiari. Quando si sbaglia con umiltà si chiede scusa. Punto!”. Tutto qui? Se il consigliere leghista sembra essersi autoassolto resta la preoccupazione dell’Anpi costretta, una volta di più, a “ergersi a sentinella della Costituzione antifascista, frutto della guerra di Liberazione”. L’associazione dei partigiani ha infatti denunciato un altro grave episodio, ultimo di una triste e lunga serie: le minacce di morte ad una giornalista di OKFirenze che aveva scritto un articolo di condanna per l’apparizione di una svastica di fronte alla casa di una famiglia di origine ebraica.

Il Coordinamento delle Anpi del territorio ammonisce: “negli ultimi anni sono passati sotto silenzio gli utilizzi di simboli nazisti e fascisti per scopi di propaganda politica. Non intendiamo tollerare che questo accada. Dobbiamo proteggere le nuove generazioni dall’indifferenza, i nostri giovani non devono essere abituati a considerare queste pratiche “normali”. Fu così che si imposero fascismo e nazismo, proprio nella normalità del quotidiano. E nell’indifferenza. Quella parola, ha scritto la senatrice Segre per il vocabolario Zingarelli 2020, “racchiude la chiave per comprendere la ragione del male, perché quando credi che una cosa non ti tocchi, non ti riguardi, allora non c’è limite all’orrore. L’indifferente è complice. Complice dei misfatti peggiori”.

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Vicenza: l’Anpi in piazza in difesa della clausola antifascista

Ci aveva provato prima del lockdown, la giunta di Vicenza, ed ora nonostante la vita politica cittadina non sia tornata alla piena normalità, ritenta.

Lo scorso febbraio, l’amministrazione di destra a trazione leghista, aveva riformulato l’art. 5 del regolamento per l’occupazione degli spazi pubblici. Un passaggio in particolare era stato oggetto di revisione: quello in cui ogni realtà associativa per ottenere le autorizzazioni ad utilizzare le aree municipali dovesse dichiarare per iscritto di “ripudiare il fascismo”. Nella nuova versione – autore l’assessore alle attività produttive, Fratelli d’Italia – dal dettato è scomparsa la parola “fascismo”, sostituita da “totalitarismi” perché, secondo l’esponente del partito della Meloni “è giunta l’ora di una pacificazione nazionale”.

L’articolo 5 del regolamento sugli spazi pubblici vicentini come è ora in vigore e come potrebbe diventare

Domani, 9 giugno 2020, il consiglio comunale, che ancora si riunisce a distanza per le misure antiCovid e dunque senza la possibilità per i cittadini di partecipare alla seduta, dovrebbe votare la modifica.

L’Anpi insorge e invita alla mobilitazione: «È gravissimo – dice Danilio Andriollo, presidente del Comitato provinciale dei partigiani vicentini – che una simile decisione sia presa proprio nei giorni in cui, purtroppo, abbiamo visto in Italia manifestare i neofascisti con le loro solite modalità violente e praticare l’apologia del fascismo». Per di più la decisione verrebbe adottata, in caso di voto favorevole, da un Consiglio che si riunirà in remoto, escludendo di fatto ogni possibilità per i cittadini di partecipare alla seduta «Siamo esterrefatti – prosegue Andriollo – per questo abbiamo deciso di presidiare la piazza sotto stante l’Aula consigliare durante la riunione».

Vicenza, Piazza dei Signori, dove domani, 9 giugno 2020, alle 18 si terrà la protesta della società civile democratica contro la modifica del regolamento antifascista (da https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/d/d7 /Piazza_dei_Signori_%28Vicenza%29.jpg/390px-Piazza_dei_Signori _%28Vicenza%29.jpg)

Le adesioni di sindacati e partiti si stanno susseguendo con l’appello ai consiglieri di respingere la proposta di modifica. «Eliminando la clausola il centrodestra vicentino risolve se stesso in una matrice fascista – dice il presidente provinciale Anpi, ribadendo il comunicato firmato con il presidente della sezione locale dei partigiani, Luigi Poletto. L’evocazione della “pacificazione” infatti è del tutto fuorviante e sottende la riabilitazione del fascismo». Cioè di una «brutale dittatura che ha annichilito libertà e democrazia e un totalitarismo che ha portato l’Italia all’alleanza fatale con la Germania di Hitler».

Il regolamento antifascista era stato introdotto a Vicenza, Medaglia d’Oro per la Resistenza, nel 2018 dalla precedente giunta «perché il ritorno al nazifascismo è diventata una vera e propria emergenza nazionale: la presenza neofascista è impressionante e comprende organizzazioni e movimenti politici, presenza nel web, tifoseria delle “curve” calcistiche di estrema destra, gruppi musicali nazirock».

E per far fronte a questa situazione è necessaria sia «la messa fuorilegge dei movimenti neofascisti e neonazisti, sia una grande e unitaria battaglia culturale e politica, e in terzo luogo un impegno di tutte le istituzioni repubblicane dal livello nazionale al livello locale». L’Anpi di Vicenza domani pomeriggio farà sentire la sua voce insieme alla cittadinanza che si riconosce nei valori della Costituzione della Repubblica Italiana. L’appuntamento è alle 18 in piazza dei Signori. «In presidio è organizzato con il rigoroso rispetto delle norme sul distanziamento previsto dall’emergenza sanitaria in corso – conclude il presidente Andriollo – per un fermo No all’abolizione della dichiarazione antifascista».

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Multa sbagliata o provocazione?

La voce di Maria Pina Iannuzzi, giovane presidente del comitato provinciale Anpi di Cosenza ormai da quattro anni, è incredula e amareggiata mentre racconta. È stata multata per aver celebrato nella sua città il 25 aprile. Cosa è accaduto?

Il primo giugno mi è stata notificata una sanzione di 400 euro dalla polizia stradale. Nel verbale mi si contesta la violazione delle norme anti Covid-19, ovvero di aver lasciato la mia abitazione senza giustificato motivo per partecipare alle ore 14.57 a un assembramento di 18 persone per una manifestazione in Largo dei Partigiani.

Ed è andata così?

La partecipazione alle iniziative per il 75° anniversario della Festa della Liberazione era stata inizialmente al centro di un dissidio tra governo e Anpi nazionale. Tutto però sembrava chiarito e una nota della Presidenza del Consiglio aveva dato la possibilità ai rappresentanti dell’Associazione di deporre un fiore o una corona al monumento oppure in un altro luogo significativo della Resistenza locale. Così è stato in moltissime città e paesi italiani. Per ciò che mi riguarda, uscivo per la prima volta dall’inizio del lockdown. Mi ero dotata di mascherina, guanti e dell’autocertificazione, spiegando precisamente le ragioni dello spostamento, ma non ho neppure avuto occasione di presentarla: lungo il tragitto non c’era alcun posto di blocco delle forze di polizia.

25 aprile, Largo dei Partigiani, Cosenza. La presidente del Comitato provinciale Anpi è la persona davanti a sinistra, indossa il fazzoletto dell’Associazione

Tutti i partecipanti sono stati sanzionati?

Non ho certezza di questo poiché non conosco o faccio fatica a riconoscere la maggior parte delle persone presenti nella foto oggetto del provvedimento. Nel verbale sta scritto, infatti, che sono stata identificata da una foto postata sulla pagina facebook di un comitato cosentino che si trovava in quel luogo con lo stesso intento. L’incontro a Largo dei Partigiani è stato casuale, io mi recavo per conto mio. Inoltre, indossavamo tutti i dispositivi di protezione personale e osservavamo la distanza prescritta. Io ovviamente portavo al collo il fazzoletto tricolore dell’Anpi.

La presidente del Comitato provinciale Anpi di Cosenza, Maria Pina Iannuzzi

Come era stata organizzata l’iniziativa?

Quest’anno, vista la particolare situazione, l’Anpi provinciale di Cosenza ha dato vita a una serie di eventi virtuali. Avevamo aderito all’appello 25aprile#iorestolibero e alle 15 si intonava Bella ciao dai balconi di tutta Italia. Il motto scelto per le mobilitazioni online era: “La piazza quest’anno è la nostra casa, condividiamo suoni, parole, atmosfere!”. Avevamo lanciato due contest e registrato i video di storie di #partigianicosentini.

È stato un lungo lavoro di documentazione. L’idea di recarmi a Largo dei Partigiani è nata in maniera totalmente estemporanea quel giorno stesso. Ogni anno insieme alla Cgil abbiamo aperto le celebrazioni del 25 aprile con la deposizione dei fiori in questo luogo simbolico per la città. Dopo gli eventi online del mattino, nel primo pomeriggio mi muovevo autonomamente per recarmi nella sede dell’associazione La Terra di Piero, che insieme ad altre realtà associative ha dato sostegno e sollievo a tante famiglie in difficoltà proprio in questo tempo sospeso dell’emergenza. Tra l’altro dopo il mio intervento, due importanti aziende, l’una produttrice di pasta, l’altra di tonno in scatola, hanno contattato l’Anpi provinciale di Cosenza per offrire tonnellate dei loro prodotti da distribuire alle persone in sofferenza. Da lì sono poi salita a Largo dei Partigiani e insieme a me sono sopraggiunte altre sigle che evidentemente con spirito antifascista hanno ritenuto di voler rendere omaggio alla memoria partigiana. Mi sono trattenuta pochi minuti per fare ciò che ritenevo un atto necessario: un momento di memoria e sono subito rientrata a casa, dove mi aspettavamo altri eventi social.

A Cosenza le istituzioni locali non hanno promosso iniziative pubbliche?

Fino a due anni fa era la Prefettura ad organizzare i festeggiamenti del 25 aprile, invitando sia il Comune sia le associazioni combattentistiche e d’arma. Sono presidente dell’Anpi provinciale dal 2016 e ho dovuto prendere atto che, da quell’anno in poi, l’amministrazione comunale è stata poco o per nulla presente alle celebrazioni. D’altronde sono ancora in molti a dare scarso rilievo al contributo dei meridionali alla Resistenza. E invece come la Calabria tutta, Cosenza ha dato un importantissimo contributo alla lotta contro l’occupazione nazifascista. In autunno per la casa editrice “Le Pecore Nere” uscirà, a cura dello storico Matteo Dalena, il libro “Lassù in montagna. Anagrafe dati dei partigiani della provincia di Cosenza”. Finora abbiamo ricostruito, rigorosamente, oltre 600 schede contenenti i dati biografici dei partigiani combattenti. Si tratta di un progetto, in collaborazione con Icsais, l’Istituto calabrese per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea, nato per valorizzare il contributo dei meridionali alla Resistenza. Ed è motivo di grande orgoglio: il mio territorio natale ha avuto la sua importanza nella conquista della democrazia.

Quindi l’Anpi provinciale di Cosenza non ha buone relazioni con il Comune?

I rapporti con il Comune sono sempre stati evanescenti, forse ancor più dopo la proposta dell’amministrazione di intitolare una via a Giorgio Almirante, in quell’occasione ci siamo fermamente opposti e ci siamo rivolti al prefetto che ha bloccato la cosa. L’Anpi sempre più spesso si è ritrovata quindi ad essere l’unico punto di riferimento di tanti cittadini e associazioni soprattutto laddove si è verificato un vero e proprio vuoto istituzionale.  Per capirci, quando nel 2019 il prefetto Galeone pensò di non dover celebrare ufficialmente il 25 Aprile, ricevemmo dall’Unione Sottufficiali d’Italia e da altre associazioni combattentistiche la richiesta di poter partecipare alle nostre celebrazioni con una rappresentanza. Altre sigle non sono volute mancare alla pastasciutta antifascista del 25 luglio e l’elenco potrebbe continuare con numerosi esempi.

Il 2 giugno è stato celebrato a Cosenza?

La prefettura ha organizzato la cerimonia, ovviamente in forma ridotta per la contingenza sanitaria, e invitato l’Anpi, nella mia persona. Con il nuovo incaricato del Viminale, la dottoressa Cinzia Guercio, nominata lo scorso gennaio, c’è un buon rapporto. Il rispetto, doveroso da parte nostra nei confronti di chi rappresenta un’istituzione della Repubblica, è ricambiato.

Ripensamenti per il 25 aprile?

Era un obbligo morale essere nel luogo simbolo della Resistenza cosentina. Ora è stato presentato un ricorso per la multa e si stabilirà se ero nel giusto. Nessun ripensamento, però. Rifarei tutto daccapo. Per l’Ente morale che rappresento, l’Anpi, era impensabile non rendere tributo a nostri Caduti partigiani.

Che fiori eravate riusciti a reperire?

Garofani rossi, fiori rappresentativi di quella che fu l’anima resistenziale bruzia, quella socialista di Pietro Mancini e appunto Paolo Cappello, muratore ucciso nel 1924 da piombo fascista cui tempo fa abbiamo deciso di intitolare il nostro direttivo.

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La scomparsa dei volti. E dintorni

In un periodo in cui abbiamo dovuto necessariamente ridisegnare nuovi confini dell’interazione e delle manifestazioni d’affetto, dell’organizzazione della vita quotidiana e dell’espletamento dei doveri lavorativi, forse inconsapevolmente abbiamo istituito nuovi mo(n)di. Di comunicare, in primis. Ma anche di percepire sé e gli altri nel mondo.

“Vicini, anche se distanti” e slogan analoghi sono stati il perno della fase di lockdown, in cui il ferreo distanziamento sociale ha fondato nuove categorie sociali, umane, ontologiche. Il mondo è stato filtrato attraverso nuovi dispositivi (siano essi tecnologici che mentali), infrastrutture invisibili e connessioni costanti, anche se in absentia.

È stato inventato un altro modo possibile di socializzare e adempiere ai doveri quotidiani e, ciò che è più importante, è stato introdotto senza gradualità, senza mezze misure. Straordinario e quotidiano si sono improvvisamente mescolati e, ad oggi, è difficile dire se l’ordinario fosse il periodo prepandemico o, al contrario, la “normalità” sia oggi. Stilemi insoliti, quelli che caratterizzano il “qui e ora”, ma pur sempre fondativi di un periodo storico. La pervasività del digitale è un dato di fatto: filo di Arianna e spada di Damocle, insieme, che congiunge e separa, isola e protegge. Uno strumento controverso che, però, ha avuto ricadute anche sul modo di interagire.

Cosa è rimasto, allora, dei nostri cinque sensi, a fine lockdown? L’ottundimento ha prevalso o, forse, si sono affinati, anche se seguendo percorsi “laterali”? Il primo stadio di esperienza, la persona (sia l’individuo, che la specie) lo pone in essere proprio attraverso i sensi; i filosofi presocratici e i neonati insegnano questo: mettere a sistema il mondo partendo dai sensi e dagli elementi della natura. Un approccio deduttivo, primordiale, in cui le sensazioni sono veicolo di conoscenza. Certo, l’Homo sapiens postmoderno ha saputo guardare oltre, ma questa traccia primitiva è rimasta sottocutanea.

Già poco prima del lockdown non ci si stringeva più la mano e, con l’avvento della quarantena, abbiamo anche oscurato i sorrisi con le mascherine. I dispositivi di sicurezza anticontagio hanno riscritto sia il modo in cui l’individuo si pone con gli altri, sia il modo in cui egli viene percepito. E gli esempi sono molteplici e quotidiani: il metro di distanza dal bancone consente al negoziante di fiducia di sentire bene le richieste del cliente? L’automobilista che lascia attraversare il pedone lo fa con un’aria seccata o gentile? «Quel ragazzo che ho incontrato era un mio compagno di scuola? Beh, difficile a dirsi, con la mascherina…».

La comunicazione si è spostata quasi totalmente sul digitale, relegando all’offline interazioni infiacchite dalla presenza di presidi medici e da una distanza interpersonale molto maggiore rispetto al passato. In questo modo, alcuni sensi, quelli abitualmente usati in modo collaterale, sono stati completamente scalzati e sostituiti da vista e udito, fortemente messi a repentaglio dal nuovo vademecum della comunicazione. “Occhio per occhio, dente per dente”, “occhio non vede, cuore non duole”, “se non vedo, non credo”: sono innumerevoli i proverbi e le locuzioni che dimostrano quanto la vista sia il senso egemone. Lo confermano le religioni, la letteratura, la cultura popolare… insomma: gli occhi sono sempre al centro della comunicazione e dell’interazione. Doversi o potersi vedere solo in videochiamata ha aperto scenari totalmente nuovi.

Non si tratta di un senso completamente precluso dall’interazione 2.0, come, ad esempio, l’olfatto o il gusto, ma di un senso intralciato, corrotto da impulsi fallaci, ma che trova il modo di reagire e adattarsi a nuove regole e a nuove difficoltà. Ad esempio, la situazione tipo di una conference call di lavoro è rappresentata da un mosaico di volti inquadrati in vario modo, alcuni sgranati, altri più definiti. Prospettive che non rispettano nemmeno il punto di vista dell’interlocutore, costretto a vedere non ciò che gli permette il proprio campo visivo, ma ciò che inquadra una webcam (anche e soprattutto se posizionata male). Bassa risoluzione, pixel, scatti e voci evanescenti: gli esseri umani si sono rivelati assoggettati alla stabilità di connessione. Vulnerabili non a causa di rischi o deficit concreti, ma colti nella loro inadeguatezza comica: facce che si bloccano in smorfie inconsuete, volti deformati da una rete internet che vacilla, occhi aperti o chiusi in modo asimmetrico, bocche ibernate in lunghissime vocali. È innegabile: cercare di mantenere la serietà in momenti del genere è impresa molto ardua. Provare a ricomporre i pezzi del puzzle fonico-visivo, lo è ancora di più: ricavare le informazioni complete, le frasi dell’interlocutore, al netto delle interferenze di rete, è una disperata necessità. Vivere la quarantena e la rivoluzione pandemica significa anche accettare che, durante una videochiamata, l’interlocutore possa bloccarsi o interrompersi in modo anomalo. La pausa non è un momento per rimarcare un concetto e lasciare riflettere l’ascoltatore, ma il silenzio diventa improvviso, addirittura non voluto e dannoso, perché fa il suo ingresso in modo prepotente, in un momento in cui sarebbe stato necessario ascoltare.

Quindi, percepire ed essere percepiti come immagine corrotta va molto oltre una semplice connessione internet basculante: è un ponte tra psicologia e sociologia, che si irradia tra Jung e Marx, individuo e società dei consumi. L’imago junghiana orienta le percezioni del soggetto attraverso degli schemi mentali che fanno elaborare le presenze con cui si interagisce come archetipi. A ciò si somma l’asse Marx-Debord che arriva a identificare una connessione tra immagini e relazioni nella società massmediatica dello spettacolo degli anni Sessanta.

Un legame che, oggi, non sarebbe difficile traslare nella presenza (e nel presenzialismo) social: «Lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale tra individui, mediato dalle immagini» affermava il filosofo francese riattualizzando “Il Capitale”. L’immagine, quindi, non è solo il riflesso di sé su e attraverso uno schermo, ma un setaccio attraverso cui passano le percezioni e si compie la relazione con l’esterno. Restituire all’interlocutore digitale una imago accidentata, dunque, significa anche, che lo si voglia oppure no, utilizzare quell’immagine così frammentata come “biglietto da visita”. Una ripercussione non dagli esiti funesti, ma comunque significativi. Immaginare una videolezione di una classe liceale in cui la professoressa o il professore, temuti e severissimi a scuola, vengono ridotti a icone traballanti con una scarsa dimestichezza con il medium, lascia presagire con facilità quanto l’avatar possa far perdere rapidamente autorevolezza alla sua controparte in carne e ossa.

Quello della poor image è un concetto elaborato dalla poliedrica artista visuale Hito Steyerl e caratterizzato da un’immagine, appunto, povera, depauperata della terza dimensione sia fisica che psicologica. La dimensione fantasmatica, così al centro delle digressioni psicanalitiche, diventa realtà. Non solo: diventa l’unico aggancio dell’individuo con la realtà. In questo scenario, in cui il lavoro e le interazioni sociali di vario livello sono sostituiti dalle app per fare videochiamate (preferibilmente di gruppo), allora l’apparenza tanto vilipesa, nel tempo, come sinonimo di superficialità, diventa più che mai specchio della frammentazione interiore. Del resto, il concetto di glitch, l’errore digitale, era già uscito negli scorsi decenni dalla sua “comfort zone”, la tecnologia, per sconfinare nel mondo dell’arte e rappresentare la falla del sistema: l’imperfezione che rappresenta l’unicità.

E, forse, gli ultimi mesi ci hanno dimostrato proprio questo: è l’essere umano il vero glitch, il robot insubordinato, l’androide che scopre di avere dei sentimenti. Nell’era del post-postumano, ci scopriamo schegge impazzite del cyberspazio, ologrammi in carne e ossa, che misurano gli affetti sullo schermo di uno smartphone e si bloccano in pose anomale.

Letizia Annamaria Dabramo

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Le rose della memoria

L’Assemblea Costituente. Certo che a quel tempo la politica era un’altra cosa; c’era la scelta di vita, lo spirito di servizio, la spinta degli eventi della guerra di Liberazione: lo ha scritto Marisa Cinciari Rodano.

Bisognava ricostruire un Paese distrutto dalla guerra, avvelenato dal ventennio, smembrato dal 1943 al 1945 dai nazifascisti: al centrosud il Regno d’Italia, al centro nord la finta repubblica di Salò, al nord est la Zona d’Operazioni delle Prealpi (Bolzano, Trento, Belluno) e la Zona d’Operazioni del Litorale Adriatico (Udine, Gorizia, Trieste), entrambe amministrate dal Terzo Reich. Ricostruire. Rinascere.

Il 2 giugno 1946 l’Italia votava per eleggere l’Assemblea costituente, che avrebbe dato vita, un anno e mezzo dopo, alla Costituzione della Repubblica. Votavano – finalmente! – le donne. Ma su 556 eletti, solo 21 di sesso femminile. Eppure quelle 21 segnano la storia d’Italia in modo indelebile, come l’inizio di un lungo percorso, tutt’altro che concluso, di emancipazione e liberazione, e, assieme, varano la bellissima avventura della Costituzione italiana, anch’essa ancora non pienamente realizzata.

L’Anpi dedica questo 2 giugno a loro, alle 21 Costituenti, perché come allora, anche oggi si rinasca dall’Italia del dolore di oltre 33mila deceduti per il Covid 19, dall’Italia fermata per un lockdown a difesa del primo e imprescindibile dei diritti umani: il diritto alla vita.

Per questo la scelta della Presidenza e della Segreteria nazionali Anpi di celebrare il 2 giugno, Festa della Repubblica, in modo insolito. I dirigenti nazionali e provinciali dell’Anpi, insieme ai Sindaci e, in alcune località anche ai Prefetti, deporranno una rosa rossa sulle tombe di quelle 21 meravigliose donne.

Una rosa rossa: nel mito greco Afrodite, per soccorrere l’amato Adone, si ferisce sui rovi; dalle gocce del suo sangue sbocciano delle rose rosse; così la rosa diviene simbolo di amore e di rinascita. Due parole che sono il programma dell’Italia qui ed ora, per ripartire con la bussola della solidarietà e della coesione sociale, davanti alle tensioni presenti e future causate dallo tsunami del virus e delle sue conseguenze.

Ed una rosa su ciascuna tomba delle nostre madri Costituenti è anche il riconoscimento del dono di libertà e di parità contenuto nel loro lavoro e nella loro passione; un segno di rispetto, di memoria, di gentilezza, perché l’Italia che rinasce non dimentica, e trova la sua linfa vitale dalle sue radici.

Erano 21 quelle donne, e appartenevano a partiti politici diversi: nove erano comuniste (Adele Bei, Nadia Gallico Spano, Nilde Iotti, Teresa Mattei, Angiola Minella, Rita Montagnana, Teresa Noce, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi); nove democratiche cristiane (Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria De Unterrichter Jervolino, Maria Federici, Angela Gotelli, Angela Guidi Cingolani, Maria Nicotra, Vittoria Titomanlio); due socialiste (Angelina Merlin e Bianca Bianchi) e una della lista “Uomo Qualunque” (Ottavia Penna Buscemi).

L’Anpi, dunque, il 2 giugno andrà a rendere un doveroso e sentito omaggio a tutte loro nei rispettivi luoghi di sepoltura. Di seguito le iniziative che si svolgeranno nei cimiteri di Milano, Roma, Trento, Napoli, Bologna. Successivamente daremo conto di tutte le iniziative svolte il 2 giugno per ricordare le nostre Costituenti.

MILANO – Lina Merlin. Il presidente dell’Anpi provinciale di Milano, Roberto Cenati; il componente della Segreteria nazionale ANPI, Carlo Ghezzi; i rappresentanti di ANED, FIAP, ANPPIA, ANPC; alla presenza del vice sindaco di Milano, Anna Scavuzzo, renderanno omaggio a Lina Merlin, fortemente impegnata nella cospirazione antifascista, nella lotta per l’emancipazione femminile ed eletta il 2 giugno 1946 all’Assemblea Costituente. La cerimonia si svolgerà nella cripta del Famedio del Cimitero Monumentale di Milano, dove Lina Merlin è tumulata.

TRENTO – Elisabetta Conci. Presso il cimitero di Trento sarà deposta una rosa sulla tomba di Elisabetta Conci, alla presenza dei rappresentanti dell’Anpi; del Sindaco di Trento, Alessandro Andreatta; e del Commissario del Governo, Sandro Lombardi.

BOLOGNA – Teresa Noce. Cimitero della Certosa ore 10. Alla presenza della Presidente provinciale ANPI, Anna Cocchi; del Sindaco di Bologna, Virginio Merola; e del figlio della madre costituente.

ROMA – Nilde Iotti, Nadia Gallico Spano, Adele Bei, Angela Maria Guidi Cingolani e Maria De Unterrichter Jervolino. On. Nilde Iotti e On. Nadia Gallico Spano – Cimitero del Verano, famedio del PCI; On. Adele Bei – Cimitero del Verano, zona ampliamento, fronte scaglione; On. Angela Maria Guidi Cingolani – Comune di Palestrina, Parco Cingolani; On. Maria De Unterrichter Jervolino – Cimitero Flaminio di Prima Porta

Parteciperanno alla cerimonia al Verano: Marta Bonafoni consigliera Regione Lazio; Livia Turco, presidente associazione Nilde Iotti; Marisa Malagoli Togliatti, figlia di Nilde Iotti; Silvia Costa, vicepresidente nazionale ANPC; Cristina Olini, presidente ANPC Roma; Serena Colonna, presidente nazionale ANPPIA; Paolo De Zorzi, presidente ANPPIA Roma; Francesca Del Bello, presidente II Municipio; Gianfranco Pagliarulo, vicepresidente ANPI nazionale; Emilio Ricci, vicepresidente ANPI nazionale; Marisa Ferro, segreteria ANPI nazionale; Dina e Nenè Bei – Carlo Zaia, nipoti di Adele Bei.

Parteciperanno alla cerimonia a Prima Porta: Stefano Simonelli, presidente del XV municipio; On. Rosa Russo Jervolino, figlia di Maria De Unterrichter Jervolino.

NAPOLI – Vittoria Titomanlio. Cimitero monumentale di Poggioreale, alla presenza del Sindaco di Napoli Luigi De Magistris, del Prefetto Marco Valentini, del Presidente ANPI provinciale di Napoli, il partigiano Antonio Amoretti.

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21 DONNE STRAORDINARIE

Chi erano le donne costituenti?  (Segnalo che ad esse, per conto della Fondazione della Camera dei Deputati, ha dedicato un pregevole studio la storica Maria Teresa Morelli.)

Tra quelle per così dire della vecchia generazione, alcune, come Rita Montagnana, Lina Merlin, Adele Bei, Eletta Pollastrini, Nadia Spano e Teresa Noce si definivano – scusate se adopero un termine che apparirà desueto – “rivoluzionarie di professione”: avevano abbracciato un ideale di trasformazione radicale della società e vi si erano dedicate senza riserve; avevano compiuto quella che l’onorevole Giorgio Amendola ha chiamato una scelta di vita. E a causa di quella scelta avevano conosciuto carcere e confino o erano state costrette all’esilio; alcune erano state anche deportate nei campi di concentramento nazisti.

Altre, come Elisabetta Conci, Maria Jervolino, Maria Federici, Angelina Cingolani, Maria Nicotra, Filomena Delli Castelli, Angela Gotelli, Vittoria Titomanlio, erano approdate alla politica per “spirito di servizio”, o per obbedienza al monito papale che in un celebre discorso del ’45, aveva invitato le donne ad assumere responsabilità nella vita pubblica ed esclamato, rivolgendosi loro: “Tua res agitur”.

La on. Ottavia Penna, dell U.Q., invece, aveva alle spalle anni di impegno sociale.

Le più giovani, come Nilde Jotti, Teresa Mattei, Bianca Bianchi, Angiola Minella, Laura Bianchini, Maria Maddalena Rossi, erano state invece sospinte, oserei dire catapultate, nella politica dagli eventi drammatici della guerra di Liberazione.

Malgrado, come si è detto, fosse stata, per alcune una scelta di vita, e sarebbe divenuta per altre (penso, ad esempio a Nilde Jotti e a Elisabetta Conci) un impegno costante di tutta l’esistenza, nessuna di loro avrebbe mai considerato la politica come una professione o una carriera. Si fa forse fatica oggi a immaginare che la politica potesse essere allora una attività nobile e disinteressata, potesse essere considerata, come ha scritto proprio un costituente, Giuseppe Lazzati, “una alta forma di carità”. Ma quelle parlamentari avevano un comune punto di riferimento: aver combattuto contro la dittatura o aver condiviso l’amore per la libertà e la giustizia. Tutte desideravano cambiare la condizione di discriminazione ed emarginazione delle donne, assicurare loro dignità, eguaglianza di diritti e il riconoscimento della specificità di genere.

Questo spiega, come emerge dalla lettura dei dibattiti che si sono svolti nelle sottocommissioni, nella commissione dei 75 e in assemblea, che se il confronto delle idee era franco, talora aspro, esisteva però tra quelle donne sempre una volontà di intesa, una ricerca non di meri compromessi, ma di formulazioni comprensive della ricchezza e validità delle differenze ideali, la volontà di trovare una “convivenza inclusiva”. Ne emerge anche la constatazione di quanto sia stato fecondo l’incontro tra generazioni così diverse non solo per età anagrafica, giacché una generazione non è, come dicono i sociologi, una coorte, cioè l’insieme delle persone nate nello stesso intervallo temporale, ma è composta da quelle che hanno condiviso una comune esperienza storica.

Senza le donne non sarebbero stati scritti nella Costituzione quei principi di parità, che, per la prima volta, introducevano l’idea che la democrazia non è tale se non tiene conto delle donne, che insomma rompevano lo schema tradizionale di una democrazia monca perché monosessuata, e che hanno costituito la base per la trasformazione non solo delle leggi, ma della vita e dello stesso modo di pensare delle donne italiane.

Una conferma di quanto le donne costituiscano, per la vita politica e per le istituzioni, una preziosa risorsa, un valore aggiunto. Le costituenti erano un piccolo drappello, ma hanno dato un contributo essenziale alla elaborazione della nostra Carta fondamentale. Purtroppo non è che nel corso di questi 74 anni, la rappresentanza femminile, nelle istituzioni, sia pur con alti e bassi, sia molto aumentata.

Marisa Rodano, partigiana, già deputata, senatrice e parlamentare europea

Nell’immagine, Guttuso, Donne di zolfatari, 1950

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Il paesaggio partigiano per la memoria

Giacomo Verri

Lo scrittore Giacomo Verri, collaboratore di questa testata, riprende il tema de “I paesaggi e i loro Partigiani” magistralmente sollevato dall’architetto Aimaro Isola con una speciale attenzione ed emozione per la montagna.

 

“L’eroe moderno è eroe perché, senza retoriche, ma con misura, quando è giusto, per un bene comune, si sporge offrendo sé come dono” scrive Aimaro Isola in un denso saggio apparso qualche settimana fa sulle colonne di questa stessa rivista, dedicato – attenzione – non ai partigiani e ai loro paesaggi quanto ai Paesaggi e ai loro partigiani. Quasi a dire che non sarebbero potuti esistere quegli eroi senza, prima, la presenza dei luoghi entro i cui confini si mossero.

È la montagna, in molti casi, ad aver fatto i partigiani. Certo, assieme alla coscienza politica – per molti, ma non per moltissimi – e al desiderio di svincolarsi, anche solo istintivamente, da ciò che Alberto Cavaglion chiama la “malizia” del regime, sotto cui visse almeno un’intera generazione, quella nata negli anni Venti del secolo scorso. Le formazioni partigiane trovarono, dunque, il naturale luogo di genesi sulle montagne (“Siamo i ribelli della montagna, viviam di stenti e di patimenti” recita il celebre canto) perché esse sono il rifugio, la protezione, sono il luogo che la retorica esageratamente urbana del regime aveva stolidamente tralasciato. Basti pensare che in molte comunità alpine il potere rimase saldamente in mano non ai rappresentati del partito fascista in quanto tali, ma in quanto membri delle famiglie e dei clan che da sempre avevano dominato la montagna. Questo significa che la montagna era luogo “altro” rispetto alla fascistizzazione degli spazi tentata in maniera intensa nei grandi centri, ma via via meno incisiva alla periferia dell’impero; eppure ciò non significa, di conseguenza, che la montagna fosse per certo il luogo d’elezione del dissenso. Questo no, perché isolamento e asprezza delle condizioni di vita avevano spesso irrigidito i montanari nella morsa del conservatorismo. Ma i partigiani, credo, videro nella montagna lo spazio di un’opportunità. Quella, prima di tutto, di nascondersi, di organizzarsi senza essere visti (facendo affidamento su alcuni elementi: la distanza dai centri di potere, l’impervietà dei luoghi, la fondata speranza che i fascisti non avessero le idee chiare sulla reale consistenza dei gruppi che si andavano formando), e poi sull’opportunità di prendere tempo per riscoprirsi uomini pensanti anziché obbedienti.

Aimaro Isola

Così le montagne (o altrove le colline) attrassero i partigiani. Fu un richiamo quasi magico e ancestrale, checché ne abbiano detto alcuni teorici, eccessivamente imbibiti di ideologia, che sistemarono a posteriori i paletti della storia della Resistenza. E il legame divenne ben presto indissolubile. Perciò dice bene Isola sostenendo che l’eroe – in specie partigiano – si offre ai luoghi come dono. Perché i luoghi “alti”, a loro volta, regalarono all’eroe resistente l’aspra poesia di un paesaggio prima sublime (che attrae e atterrisce) e poi epico, in una sovrapposizione o, anche, in una irregolare interferenza che alterna la percezione di forti emozioni, la malinconia e, infine, la creazione di un vero e proprio microcosmo diverso dal mondo di fuori. Un paesaggio che diventa carne della Resistenza, un luogo che diventa spazio privilegiato per l’edificazione di una coscienza nuova. Una simbiosi tanto evidente in quanto non si può pensare a nessuna storia partigiana che non sia abbarbicata a un territorio ben definito.

Anni fa – era l’ultimo o il penultimo di liceo classico – partecipai al concorso che da tempo il Consiglio Regionale del Piemonte indice per gli studenti delle scuole superiori dedicato alla storia contemporanea (e sempre incentrato su temi legati al Secondo conflitto mondiale). Per quell’occasione, io e un compagno lavorammo sui cippi e sulle targhe commemorative dedicate ai partigiani caduti nel comune di Serravalle Sesia. Intervistammo Nadia Moscatelli, figlia del celebre comandante Cino. Venne lei da noi, sedette al tavolo di cucina del mio amico. E ci spiegò che la prima cosa che andava osservata nel nostro studio era la collocazione delle lapidi: mai – o quasi mai – inserite in spazi anonimamente pubblici ma nel luogo esatto in cui era avvenuta l’azione partigiana o dove l’eroe era caduto. Spesso, quindi, in montagna. Una montagna, come scrive Angelo Bendotti nel suo bellissimo Nel segno di Fenoglio – fatta di elementi burkianamente sublimi (che nutrono perciò l’idea di pericolo e di dolore), il freddo, il gelo, la neve, il ghiaccio, ma che a un tempo si voltano in “ultima ‘difesa’ per il partigiano, creando una sorta di luogo protetto dove i nemici faticano ad avventurarsi”.

L’algida, olimpica, terribile montagna diventa dunque il simbolo della libertà. O meglio: della faticosa ascesa verso la libertà; faticosa perché che sta in alto; perché in basso c’è l’oppressione dei fascisti; perché in alto ci si sente più grandi, forse più forti – forti di quella forza conquistata col sacrifico; perché in alto l’aria è più pulita; perché tra i boschi, nella natura, il partigiano è colto da un senso panico, si immedesima e si confonde con quanto lo circonda, trovando così il destro per diventare invisibile agli occhi del nemico.

Non solo: quello partigiano è il paesaggio della coscienza, della presa di coscienza, in contrapposizione al paesaggio organizzato (ovvero imposto) dal regime, quello dei grandi viali, delle fastose architetture, delle piazze destinate alle adunanze, prefigurazione di non luoghi nei quali venne abrogata la storia – magari anche dimessa, ma autentica – del passato, per far luogo a una risemantizzazione che brucia secoli di vita umana in nome di un anacronistico ritorno alla grandezza di Roma imperiale. Un paesaggio, ancora, che faceva sentire nei suoi cementi la coercizione di chi inculca assieme alla percezione di legittimità dell’autorità anche l’adesione a quello stesso sistema di autorità. Un paesaggio, insomma, capace di subordinare l’individuo e, a un tempo, di deresponsabilizzarlo poiché il soggetto è posto forzatamente dentro a uno spazio fisico e ideologico eteronomico.

Quello fascista fu allora – per certi versi – un paesaggio ridicolmente e tragicamente pomposo che distrusse, a volte, il profilo dei vecchi paesi (il centro storico della mia Borgosesia fu proprio a cavallo tra gli anni Venti e Trenta letteralmente sventrato per consentire la creazione di un’enorme piazza). E assieme a quel profilo, venne lesa anche forse un’idea di democrazia nascente (quella di fine Ottocento, di inizio Novecento), sobria, ma tutto sommato onesta, quella che mi piace credere intravedesse, qualche decennio più tardi, anche l’umile Amerigo Ormea, l’eroe di Italo Calvino nella Giornata di uno scrutatore, tra le mura scalcinate del Cottolengo, durante le elezioni: “La democrazia si presentava ai cittadini sotto queste spoglie dimesse, grigie, disadorne; ad Amerigo a tratti ciò pareva sublime, nell’Italia da sempre ossequiente a ciò che è pompa, fasto, esteriorità, ornamento; gli pareva finalmente la lezione d’una morale onesta e austera; e una perpetua silenziosa rivincita sui fascisti, su coloro che la democrazia avevano creduto di poter disprezzare proprio per questo suo squallore esteriore, per questa sua umile contabilità, ed erano caduti in polvere con tutte le loro frange e i loro fiocchi”.

Il paesaggio partigiano è, al contrario, quello della costruzione di un’identità personale, soggettiva, nata dal di dentro e non imposta da fuori: spazio vissuto, in prima battuta, in solitaria e solo dopo comunitariamente condiviso con gli altri. O meglio, esso entrava dentro a ogni partigiano in maniera originale, esclusiva, diversa, relativa. Anche il paesaggio fu dunque la “questione privata” di ogni combattente della montagna.

Condizione peculiare del partigiano – lo si ritrova praticamente in ogni scritto, nei diari, nei racconti, nei romanzi – è la solitudine di fronte al paesaggio, vero maestro di vita, autentico educatore del bene e del male. Anche di quest’ultimo, sì, della fatica, del dolore, della sofferenza. Fu il carattere aspro dei monti a insegnare la natura del Male ai partigiani, in maniera più efficace di come avesse potuto fare il fascismo stesso. E così il paesaggio riuscì, ovviamente, anche nell’educazione sentimentale dell’opposto, ovvero del Bene.

Qualche anno fa scrivendo un’Intervista impossibile a Beppe Fenoglio, io e quel fantasma ragionavamo appunto intorno a questa faccenda:

“Intervistatore: Il fascismo fu dunque una sorta di Moby Dick, un condensato del male che scatenò, per antitesi, la Resistenza…

Fenoglio: No, faccia attenzione. In primo luogo Moby Dick è il simbolo del male tutto,­ preso nella sua vastità e profondità ocea­nica; è il male nobile, grande, eterno, sublime… il fascismo non fu che una povera cosa, come le ho detto, la pelle lubrica di un corpo­ malato. E poi la Resistenza: essa fu un fulgido e ammirevole stato di grazia collettivo. Ma fu il singolo uomo, Johnny o un altro, il nome poco importa, fu il singolo uomo che dovette combattere, periclitare, patire, sputare, per raggiungere la statura morale che lo avrebbe fatto sentire grande, un grande uomo.

Intervistatore: Purezza sentimentale, grandezza della storia!

Fenoglio: Sì, la purezza, il raffinamento dello spirito. È qualcosa che si ottiene nella solitudine. Nella solitudine d’una stanza, come nella solitudine d’una somma collina. Nella sconfinata, assoluta, profonda, alta, stregata, incubosa, vespertina, invernale, vacua solitudine che s’aderge superba, che separa una morte dall’altra. Amavo e tuttora­ amo fumare in solitudine e absent-mindedness, quasi cercando un esercizio di souplesse. Nobile souplesse. Il mio esercizio spirituale mirava alla grandiosità, all’impressionante umanità dell’agire. Volevo che tutto fosse in me nobilmente umano”.

Non fa dunque meraviglia leggere questo elenco di aggettivi per indicare la solitudine (vengono tutti dal Partigiano Johnny), perché è di lì, dal contatto visivo e poi spirituale col paesaggio, che il singolo uomo divenne combattente per la libertà.

Così il paesaggio partigiano è quello della montagna su cui “fischia il vento e infuria la bufera” e in cui la rabbia degli elementi, pazientemente addomesticata, si fa dono, davvero, a chi resiste a tutto per un mondo nuovo. Il paesaggio parla ai partigiani, offre loro segni complessi, multiformi, lontani dal discorso univoco della dittatura. Accanto all’ostilità raccontata, ad esempio, dai rigori del freddo e che fa “scaturire la volontà di reagire” (come scrive Veronica Pesce a proposito dei paesaggi fenogliani) c’è la promessa di un futuro diverso (perennemente esemplato da elementi paesaggistici), tanto splendido perché fuori dal tempo, totale, organico, assoluto, un tutto a cui nulla va aggiunto, non in quanto imposto dall’alto, ma poiché sbocciato dall’interno come un orizzonte morale. E non c’è forse bisogno di dire che ne è massimo corollario, ancora, la titanica immagine di Johnny che “partì verso le somme colline, la terra ancestrale che l’avrebbe aiutato nel suo immoto possibile, nel vortice del vento nero, sentendo com’è grande un uomo quando è nella sua normale dimensione umana”.

E questa coscienza del paesaggio, a cavallo tra sublime ed epica, non solo fu la matrice che ispirò gli afflati di chi visse quei giorni ma deve, a mio parere, essere la chiave, oggi ancora, per chi ha desiderio di penetrare la memoria partigiana. Tema sul quale ho impostato gran parte della mia riflessione, divenuta romanzo, e mosso i primi passi verso una rieducazione, personale, di come va riascoltato il passato. In chiosa al mio primo libro, Partigiano Inverno, cercavo di fare i conti con gli scrittori che mi avevano preceduto, con il canone della letteratura resistenziale e con i guasti causati da quella che Antonio Scurati chiama la malattia dell’inesperienza. Mi chiedevo cioè come potessi raccontare – io, nato nel 1978 – avvenimenti tanto separati dalla mia pratica quotidiana. Sarebbe stato come cercare di dire quale dolore si prova a prendere una martellata su un dito senza mai averla davvero sperimentata. E però una strada la volevo trovare. Così scrivevo, strizzando un po’ l’occhio al Calvino dell’Introduzione alla seconda edizione del Sentiero dei nidi di ragno:

“Ma in che maniera parlarne, oggi? Un racconto sincero e spassionato non potevo farlo: primo per la malattia dell’inesperienza, secondo perché, anche a far vista di avercela (l’esperienza), non potevo fingere di ignorare chi in base all’esperienza aveva scritto. Perciò, accettata serenamente la perdita di contatto col mondo di ieri, mi sembrò sensato far affiorare l’idea che l’uomo di oggi può paragonarsi a quello passato solo se posto di fronte alle cose della natura (e non della storia), che sono uguali da migliaia di anni: per questo è importante l’insistenza sugli elementi naturali, sui rami secchi, sull’inverno, sui movimenti del sole, sulla lusinga della ciclicità delle stagioni, su ciò che è a-storico, eterno, ancestrale. A fare le azioni importanti non sono i protagonisti del romanzo (Umberto, Jacopo e Italo) ma Cino Moscatelli, Giuseppe Osella e gli altri che ci furono davvero; i miei personaggi per la maggior parte del tempo si limitano a passeggiare, a guardare in aria, a pensare, a rievocare proustianamente in un’atmosfera sospesa; attendono qualcosa, o cercano l’Occasione della vita; progrediscono ma non secondo un movimento lineare: non vanno da un punto all’altro ma muovono disordinati, senza meta, per brevi scarti. Sono soli e perduti, come noi di fronte al passato. Rincorrono qualcosa avanti a loro ma non sanno cosa: la linearità s’inchiocciola e diventa circolare. L’insufficiente diventa evento, o lo diventa ciò che è grottescamente abbondante, ovvero l’eccedenza deforme”.

In altre parole, per far fronte alla nostra sperduta solitudine dinnanzi al passato, non c’è miglior (altra?) strada da percorrere che quella delle “cose” della natura, delle “cose” della montagna (o “delle somme colline” – vette anch’esse –, per tornare a Fenoglio), dei paesaggi, delle stagioni, delle piogge, dei tormenti del freddo, della splendida luna che si vede solo lassù, e che sono diventate per i miei personaggi la linea di congiunzione tra presente e passato (tra autore “mal pratico” e materia narrata), ma anche per me stesso – e non solo per i partigiani – il veicolo attraverso cui resistere all’oblio, e risollevare, mi pare con una certa efficacia, i veli di un’incolpevole ma pericolosa inesperienza.

Giacomo Verri, scrittore

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Trent’anni con Tino Casali

Tino Casali

Per gentile concessione di Giacomo Perego pubblichiamo il testo di Carlo Ghezzi, della Segreteria nazionale Anpi, in ricordo del comandante partigiano ed ex Presidente nazionale della Associazione Tino Casali, di cui il 25 aprile scorso è ricorso il centenario della nascita. In questo importante anniversario, nel 75° della Liberazione e a 5 anni dalla sua morte, il nipote Giacomo Perego, insieme all’Anpi provinciale di Milano, sta curando una pubblicazione sul noto partigiano milanese, fondatore e dirigente fin dal 1946 dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia. Il testo che pubblichiamo fa parte di questo lavoro che vedrà la luce nei prossimi mesi e sarà arricchito da una sezione biografica, una di discorsi e interventi significativi, una di fotografie inedite ed una composta da ricordi di personaggi che lo hanno conosciuto, dalla politica ai sindacati, dall’Anpi alle comunità religiose e alle istituzioni cittadine più rilevanti. Qui il ricordo di Tino Casali su Patria indipendente in occasione nella sua scomparsa.  Qui la sua biografia.

La redazione

 

Ho lavorato con Tino Casali per oltre trenta anni, dapprima ricoprendo l’incarico di segretario della Camera del Lavoro di Milano, la più grande struttura sindacale territoriale d’Italia e d’Europa, poi da segretario della Cgil nazionale come responsabile dell’Organizzazione, infine direttamente nell’Anpi dopo che nel 2006 il Congresso di Chianciano ne ha deliberata l’apertura a tutti gli antifascisti.

Ho potuto conoscere a fondo il grande spessore della personalità di Tino, il suo modo di operare, di dirigere l’Anpi a livello milanese e successivamente a livello nazionale e di coordinare un più vasto fronte antifascista con una puntigliosa capacità di tenere in vita una straordinaria rete di relazioni che spaziava dalle istituzioni, alle forze politiche e sindacali, dagli esponenti della cultura al ricco reticolo delle altre organizzazioni resistenziali.

Tino ha sempre riservato una grande attenzione al rapporto con gli esponenti delle Forze Armate che tendeva a coinvolgere ogni qual volta fosse possibile. Nel corso dei decenni aveva costruito rapporti di conoscenza e di collaborazione con moltissimi ufficiali che avevano ricoperto importanti incarichi a Milano e che successivamente avevano avuto avanzamenti nella loro carriera ed erano giunti ad assumere responsabilità di rilievo nazionale. Questi rapporti interpersonali, da lui mantenuti vivi ed alimentati nel trascorrere dei decenni, hanno rappresentato per lo schieramento antifascista e per la sua capacità di interlocuzione una risorsa preziosa.

Da sinistra a destra Armando Cossutta, Gianfranco Maris e Tino Casali

Tino Casali era per l’opinione pubblica milanese l’impersonificazione dell’Anpi e del Comitato Unitario Antifascista contro il terrorismo e per la difesa dell’Ordine repubblicano, che ha presieduto sin dalla sua costituzione con grande e riconosciuta autorevolezza.

Questa struttura era nata nella metropoli ambrosiana nell’estate del 1969 dopo gli attentati avvenuti il 25 aprile di quell’anno alla Fiera di Milano e alla Stazione Centrale provocando una ventina di feriti. Nacque prima dell’esplosione dell’autunno caldo; nacque per difendere la democrazia italiana dagli attacchi che stava subendo e da allora ha sempre puntualmente guidato la risposta popolare di Milano contro ogni fatto eversivo messo in atto nel nostro paese.

La bomba che nel dicembre del 1969 scoppiò in Piazza Fontana venne fatta esplodere per contrastare l’imponente movimento dei lavoratori che era in campo e per impedire che l’Italia progredisse. Si sono sporcati le mani in tanti con quegli insani tentativi eversivi e Milano si è trovata più volte nell’occhio del ciclone. Qui si è giocata una battaglia politica e culturale di valenza nazionale; qui si sono creati i presupposti per vincerla.

Una parte della destra politica milanese, guidata dall’avvocato Cesare Degli Occhi e dall’esponente democristiano Massimo De Carolis, aveva cercato esplicitamente di organizzare in quelle tragiche stagioni una “maggioranza silenziosa” di cittadini che si dovevano scuotere dal proprio torpore per chiedere a gran voce ordine contrapponendosi esplicitamente alle mobilitazioni operaie in corso.

Lo scontro politico attraversò verticalmente e vigorosamente la Democrazia Cristiana ma anche qui l’antifascismo più coerente prevalse, fornendo in tal modo un contributo di grande rilevanza.

Fu decisiva la proclamazione dello sciopero generale in solidarietà ai famigliari delle vittime e a difesa della democrazia, indetto da Cgil, Cisl e Uil milanesi in occasione dei funerali dei 17 uccisi nella strage di Piazza Fontana.

Con Arrigo Boldrini nel 2003, in una foto di Ivano Tajetti

Operai e impiegati guidarono la mobilitazione popolare per esprimere cordoglio alle vittime, per difendere le istituzioni democratiche, per isolare gli assassini e i loro mandanti. Quella decisione ha rappresentato una pietra miliare, ha parlato all’Italia e ha rappresentato una scelta di straordinaria lungimiranza che ha contribuito a segnare la storia del nostro Paese e a tracciare la strada da seguire in futuro.

Con Tino Casali sempre alla sua testa, lo schieramento antifascista milanese, forte della sua ricchezza di storie e di culture, non si è mai defilato di fronte ad ogni azione che manifestasse un carattere antidemocratico. Ha ogni volta chiamato i cittadini alla mobilitazione unitaria e di massa, alla vigilanza democratica, alla risposta pronta e puntuale ribattendo colpo su colpo ai fatti eversivi di ogni colore. Il Comitato Unitario Antifascista milanese ha sempre tenuto alta la difesa della convivenza civile, la riaffermazione del valore della vita delle persone, il rifiuto della violenza, l’importanza fondamentale del confronto e del dialogo, l’indicare la strada della partecipazione democratica e di massa quale unico strumento atto a sostenere politiche di cambiamento.

Nel corso di quegli anni è stata condotta una impegnativa battaglia culturale e politica dapprima contro lo stragismo neo-fascista e successivamente contro il partito armato brigatista e le sue azioni; una battaglia per rispondere ad ogni attacco terroristico, ma anche per conquistare le coscienze, per sconfiggere le pigrizie, per dipanare le incomprensioni su quanto stava accadendo.

È stata condotta una straordinaria campagna di sensibilizzazione e di educazione di massa senza precedenti per conquistare i convincimenti più profondi di milioni e milioni di uomini e di donne contrassegnati dalla più disparata impostazione culturale, dalle più diverse esperienze generazionali e dalle più diverse collocazioni sociali per una mobilitazione politica e culturale di dimensioni gigantesche.

Il Comitato Unitario Antifascista di Milano, magistralmente guidato da Tino Casali, è stato tra i maggiori protagonisti in questo confronto. Una battaglia difficile da gestire, che ha avuto una ovvia processualità, che ha dovuto superare titubanze, contrastare ogni lassismo e ogni tentazione di collocarsi nella “zona grigia” incerta sul giudizio da dare soprattutto sul terrorismo brigatista. Una processualità che ha acquisito via via una forza e una consapevolezza crescenti in un cimento che la fragile democrazia italiana ha infine vinto.

Va sottolineato che il raccordo tra le grandi organizzazioni resistenziali, che pur si erano divise nel 1948 nel clima aspro della guerra fredda, è stato saldissimo in ogni occasione nella battaglia contro ogni forma di terrorismo. Non si è segnalata nei gruppi dirigenti dell’Anpi, dell’Aned, della Fiap e della Fvl nessuna sbavatura davanti agli sproloqui dei terroristi rossi sulla Resistenza tradita, mentre invece una forma di diplomazia resistenziale ha seguitato a operare unitariamente, a volte in forme sotterranee, permettendo non solo l’attivazione e l’ulteriore consolidamento di rapporti tra esponenti di culture politiche diverse ma, per di più e soprattutto, operando nei momenti più difficili dell’attacco terrorista anche quando la polemica pubblica tra i partiti rischiava di salire troppo sopra le righe.

La funzione svolta a livello nazionale da Arrigo Boldrini, da Emilio Taviani e da Aldo Aniasi è stata decisamente importante e la feconda operosità del Comitato Unitario Antifascista milanese presieduto da Tino Casali è sempre stata per loro un preciso e solido riferimento sia nell’impianto valoriale che nella tempestività dell’iniziativa politica e di mobilitazione.

Con Arrigo Boldrini e Aldo Aniasi nel 1994

In tutti questi lunghi anni ho avuto l’opportunità di lavorare intensamente con Tino Casali; ho sempre cercato di fornirgli la mia più leale collaborazione espressa frequentemente con qualche tratto di naturale riverenza rispetto alla sua personalità, alla sua storia e alla sua funzione.

Sia a livello milanese che a livello nazionale ci eravamo reciprocamente sperimentati e collaudati ad attuare tra di noi uno stretto gioco di squadra a fronte di difficoltà politiche che qualche interlocutore poteva di tanto in tanto far nascere nel corso delle discussioni o delle riunioni operative più impegnative. Giocavamo sul fatto che Casali fosse il Presidente del Comitato Unitario Antifascista di Milano ma anche il vice Presidente dell’Anpi nazionale.

A volte convergevamo con decisione per stringere la discussione, a volte invece convergevano per allargare il terreno della discussione medesima, magari rinviandola, per permettere qualche successiva e più pacata riflessione o per favorire l’individuazione di qualche diversa mediazione.

Partendo dall’assunto che si dovesse tenere sempre in grande sintonia le decisioni del Comitato Unitario Antifascista di Milano con quelle dell’Anpi nazionale e delle altre grandi organizzazioni resistenziali se un problema diventava difficile da risolvere a Milano, la Cgil milanese proponeva che Casali sentisse Roma. Se il problema si manifestava a livello centrale la Cgil proponeva si dovesse sentire il Comitato Unitario Antifascista di Milano sopratutto per quanto concerneva l’organizzazione della grande manifestazione nazionale del 25 aprile che ogni anno si tiene in Piazza Duomo.

E la Cgil, con tutto il suo peso politico e organizzativo, proponeva regolarmente che la funzione di raccordo fosse rigorosamente affidata a Tino Casali che, svolgendo una funzione di primaria responsabilità ai due livelli, aveva le condizioni per determinare il punto di equilibrio che valutava risultare più confacente.

Ci si muoveva così tatticamente con una grande sintonia reciproca tenendo sempre ben fermi due obbiettivi: mantenere l’unità dello schieramento antifascista reso più autorevole dai suoi pluralismi e consolidarne l’asse politico e culturale di fondo che gli derivava dall’esperienza unitaria del CLN.

Le stelle polari dell’azione di Tino Casali sono sempre state i valori dell’antifascismo e della Resistenza nei quali affonda le sue radici la nostra Costituzione che va applicata pienamente, il tramandare alle generazioni che si avvicendano la memoria di quel passaggio del 1943-45 così terribile ma anche così straordinario nella storia d’Italia e l’importanza dell’unità democratica delle grandi masse popolari e di tutti gli antifascisti con la ricchezze delle loro culture, storie, fedi politiche e religiose.

Nei momenti più difficili, così come nella quotidiana gestione delle cose a fianco di Tino Casali, sopratutto a livello milanese, si incontrava praticamente in ogni occasione un’altra personalità di grande rilievo, l’avvocato Gianfranco Maris, Presidente dell’Aned e anch’egli vice Presidente dell’Anpi nazionale.

Tra i due vi era una grande consonanza politica e culturale, una medesima ispirazione di fondo, un geniale alternarsi di fermezza e di disponibilità di fronte ai diversi interlocutori e alle diverse realtà che questi rappresentavano. Per loro il rapporto con le grandi organizzazioni sindacali confederali era fondamentale. Avevano entrambi piena consapevolezza del valore del lavoro, della sua centralità nella società e nella vita delle persone, avevano a cuore tutta la sua dignità e sostenevano che il lavoro senza il riconoscimento dei propri diritti non è quello del quale parla la nostra Costituzione al suo primo punto, ma è un’altra cosa.

Casali e Maris sono stati per me dei grandi maestri. Ricordo che all’inizio del 1993, in una Milano devastata dal ciclone di Tangentopoli, mi presero da parte e mi dissero in modo estremamente riservato che personalmente avrebbero apprezzato una mia possibile candidatura a sindaco di Milano come sfidante del leghista Marco Formentini, una opzione che veniva ipotizzata in quei giorni sulla stampa locale, ma alla quale non ritenni di dare seguito.

Mi sono sentito onorato quando mi hanno chiesto in alcune occasioni di essere presente con loro a degli incontri con il cardinale di Milano Carlo Maria Martini. Incontri che avvenivano di massima alla vigilia di anniversari importanti e che si tenevano abitualmente nella stessa sala dove nell’aprile del 1945 il cardinale Ildefonso Schuster aveva incontrato nei giorni dell’insurrezione Benito Mussolini e i rappresentanti del CLN per cercare di dare corpo a un estremo tentativo di mediazione.

In tanti anni ovviamente non è potuta mancare qualche mia discussione con Casali, qualche mia piccola intemperanza. Ricordo le non facili riflessioni che ci si scambiavamo nei primi anni Novanta mentre sparivano o mutavano la loro natura i grandi partiti che avevano costituito il CLN o qualche anno dopo le discussioni sul come gli antifascisti più giovani si sarebbero potuti organizzare raccogliendo la staffetta che sarebbe stata loro passata dalla generazione dei resistenti. Ma alla fine del nostro confronto, anche quando rimanevo poco convinto di qualcuna delle opinioni che Casali sosteneva, mi sono rimesso sempre al suo giudizio finale e alla sua autorevolezza.

Ho sempre fatto tesoro dell’insegnamento che mi aveva dato in più occasioni Luciano Lama, un grande leader sindacale che era stato un partigiano combattente: la Cgil sta sempre a fianco dell’Anpi e quando questa gloriosa Associazione prende una iniziativa la Cgil deve dare la propria convinta adesione. In ogni circostanza.

La Cgil nella sua autonomia, mi ripeteva Lama, si confronta apertamente con tutti, ma l’Anpi è l’unico fratello maggiore che riconosciamo.

Carlo Ghezzi, della segreteria nazionale Anpi, responsabile nazionale dell’organizzazione

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