Cucchi. La svolta

Gli occhi di Ilaria e di Stefano

Ilaria Cucchi parla di quanto è avvenuto in questi giorni; nessuno restituirà Stefano né a lei né alla famiglia. Ma finalmente emerge, dopo anni di gigantesche menzogne, il profilo della verità; e quelle istituzioni, che troppo a lungo erano apparse ciniche e ostili, finalmente restituiscono dignità a loro stesse, riconoscono l’inaudito crimine, si schierano dalla parte della giustizia. L’unico che continua a far finta di non capire è il ministro dell’Interno.

La lettera del generale Nistri è stata una sorpresa?

“Ricevere la lettera del Generale Nistri, Comandante generale dell’Arma dei carabinieri, è stato per me estremamente emozionante. Hanno suonato alla porta come quando consegnarono a mia madre la comunicazione di nominare un perito di fiducia per presiedere all’autopsia di Stefano. Così abbiamo appreso della morte di mio fratello. Questa volta ho visto i quattro fogli scritti a mano e leggerne il contenuto mi ha commosso. Ma al di là dell’aspetto emotivo, la lettera ha rappresentato un qualcosa di enorme: il Comando generale dell’Arma dei carabinieri si è schierato per la prima volta, per la prima volta in questi 10 anni, al fianco della famiglia di Stefano Cucchi e soprattutto al fianco della verità.

Nistri ha scritto di ritenersi danneggiato, da uomo e da padre, al pari della famiglia di Stefano e di suo pugno scrive di ritenere doveroso il chiarimento di ogni singola responsabilità nella sede opportuna, l’aula di un tribunale. E che quanto accaduto abbia leso il lavoro quotidiano della maggioranza dei carabinieri. È ciò che ho sempre sostenuto in questi anni, ha riconosciuto il Comandante. Quella lettera è una svolta perché proprio in questi mesi stiamo assistendo all’emergere continuo di novità sui numerosi depistaggi e falsi compiuti da esponenti dell’Arma”.

Mesi fa aveva incontrato il generale Nistri, il colloquio non era andato secondo le sue aspettative.

Avevo definito uno “sproloquio” le parole pronunciate in quell’incontro, un’accusa ai militari che avevano deciso di rompere il muro di omertà sulla morte di Stefano. Evidentemente, però, quel confronto è stato importante.

Nella lettera si annuncia l’intenzione dell’Arma di costituirsi parte civile nel futuro processo per depistaggio, se saranno rinviati a giudizio gli otto ufficiali indagati.

Si costituirà parte civile anche il ministero della Difesa. Lo ha dichiarato il presidente del Consiglio Conte, a nome di tutto il governo. Prendo atto però che c’è ancora chi non vuol capire…

A chi si riferisce?

Nel giorno in cui è arrivato il messaggio di vicinanza e solidarietà da parte del Comando generale dell’Arma il nostro ministro dell’Interno Salvini ha voluto ripetere la solita frase, come fa ormai da anni, senza nemmeno porsi il problema di contestualizzare, senza neppure informarsi un po’ di più prima di esternare “comunque io sono dalla parte delle forze dell’ordine”. Chi rappresenta le forze dell’ordine, chi rappresenta l’Arma dei carabinieri è dalla parte della famiglia Cucchi, questo vorrei fosse chiaro. Anche, forse, per aver deciso – ma non avremmo saputo fare diversamente – di condurre una vera e propria battaglia di civiltà nel rispetto di tutti, nel rispetto di quelle stesse istituzioni che ci avevano prima tradito e poi voltato le spalle, nel rispetto di una giustizia che per troppo tempo è andata avanti con due pesi e due misure. E questo fin dall’udienza di convalida dell’arresto di Stefano, dunque quando mio fratello era ancora vivo, e così per anni e anni dopo la sua morte, fino all’arrivo alla Procura di Roma del dottor Giuseppe Pignatone e del dottor Giovanni Musarò. Da allora tutto è cambiato.

Cosa ha provato durante la ricostruzione in aula del carabiniere Francesco Tedesco, uno dei cinque imputati per omicidio preterintenzionale, su cosa accadde in caserma la notte del fermo di Stefano?

Abbiamo ascoltato in aula il racconto dell’uccisione di mio fratello, non mi vengono altri termini per definirla, l’ho ascoltata io e soprattutto, l’hanno ascoltata i miei genitori, seduti come sempre in fondo all’aula. Dal punto di vista emotivo, non è stato un momento facile. Eppure quelle cose le sapevamo da sempre, le sapevano tutti coloro che avevano deciso di approfondire questa storia, di guardare oltre ciò che si voleva far credere. Però ci sono voluti dieci anni per ascoltarle anche in un’aula di giustizia. Mentre ascoltavo Tedesco descrivere dettagliatamente quello che era accaduto quella notte, le spinte, i pugni, i calci in faccia, ricordavo la perizia del professor Arbarello, il consulente medico legale dell’allora pubblico ministero, e poi successivamente quella della dottoressa Cattaneo, nominata dalla Corte d’Assise. Ricordavo i disegnini della consulente, le simulazioni di quella “caduta accidentale”, i paroloni per descrivere, in un’aula di tribunale, come Stefano con un’unica caduta si sarebbe potuto procurare tutte quelle lezioni in più parti del corpo. Era un processo, fin dall’istante successivo la morte di Stefano, scritto a tavolino dai superiori di coloro che oggi sono sul banco degli imputati, gli stessi che avevano già, nero su bianco, le conclusioni della perizia del professor Albarello, addirittura prima che venisse nominato consulente nel primo processo. Grazie al cielo, oggi siamo in una fase diversa, questo momento può dare la possipossibilità di ricucire la ferita aperta tra lo Stato, le Istituzioni e i cittadini. I cittadini si sentono abbandonati dalle istituzioni, si riconoscono invece nella famiglia Cucchi, non solo per quello che è accaduto a Stefano ma soprattutto per ciò che la sua famiglia, una famiglia normale come tante, una famiglia perbene che ha consegnato alla Procura la droga trovata in casa, ha dovuto subire in questi lunghissimi anni, una famiglia che di fatto si è fatta carico di un ruolo che dovrebbe essere di uno Stato democratico.

Il carabiniere Francesco Tedesco (da https://tg24.sky.it/cronaca/2019/04/08/ stefano-cucchi-testimone-chiave-chiede-scusa.html)

Quando si terrà la prossima udienza?

Torneremo in aula il 16 aprile. Sarà nuovamente chiamato a deporre Tedesco mentre, da quanto so, gli altri imputati rilasceranno dichiarazioni spontanee, temo dunque ripeteranno quanto suggerito dai loro avvocati. Poi le difese porteranno alcuni testimoni, persone presenti nella caserma dove, secondo il racconto di Riccardo Casamassima, il maresciallo dei carabinieri che fece riaprire il caso tre anni fa, il collega Roberto Mandolini, imputato, disse che era “successo un casino”.

Il 18 aprile si apre inoltre un altro processo a piazzale Clodio, in seguito alla mia querela nei confronti di Gianni Tonelli (già segretario generale del Sap, uno dei maggiori sindacati di polizia, ora parlamentare, eletto nella Lega di Matteo Salvini, ndr). Il pm aveva chiesto l’archiviazione ma il giudice ha deciso per l’imputazione coatta.

Anche Tonelli l’ha querelata per una frase pronunciata durante una trasmissione televisiva, ora lei rischia un processo per diffamazione.

Non vedo l’ora di andare a processo. Ho tante cose ancora da dire in un’aula di tribunale.

Ilaria Cucchi e il sindaco Mimmo Lucano: eravate insieme a Torino per ricevere le tessere Anpi.

Il sindaco di Riace ha rivelato un grandissimo senso di umanità e intanto, finalmente, potrà tornare nel suo paese. Le nostre vicende processuali sono differenti, ma credo che abbia scaldato il suo cuore avere la vicinanza delle persone. È stato così anche per noi. Se è vero che siamo partiti dal nulla, niente si fa da soli. A volte si ha bisogno di eroi, ma, parlo per me, non sono un eroe. La nostra famiglia ha avuto accanto l’avvocato Fabio Anselmo, che ora è il mio compagno, il nostro perito, Vincenzo Fineschi, poi la Procura di Roma con Pignatone e Musarò, ma soprattutto le tante persone comuni. Da anni, quando cammino per strada in tanti si fermano, c’è chi mi abbraccia, chi mi ripete “vai avanti”. Io confido sul senso di responsabilità dei giudici. È necessario un segnale, le persone hanno bisogno di fidarsi pienamente delle Istituzioni, in uno Stato democratico, oggi più che mai in un momento tanto difficile e cupo.

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L’Aquila vola. Ancora più in alto

“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti”.

Questo pensiero attualissimo ed evocativo – scritto da Gramsci oltre 100 anni fa, nel 1917 – è stato scelto per aprire l’iniziativa “Non si smette mai di essere partigiani”, organizzata dall’Anpi dell’Aquila all’Auditorium del Parco: un momento di «memoria e d i impegno» hanno dichiarato il presidente provinciale, Fulvio Angelini, e il presidente della sezione cittadina, William Giordano, per ribadire che «non si smette mai di essere partigiane e partigiani».

L’incontro, affollatissimo, si è svolto a ridosso del decennale del terremoto del 2009 e ha voluto rappresentare una testimonianza di resistenza e di rinascita civile, culturale e sociale.

Dopo aver ascoltato le parole di Liliana Segre all’atto d’insediamento da senatrice della Repubblica, l’Anpi dell’Aquila ha consegnato le tessere 2019 dell’Associazione ad alcuni protagonisti della storia della Resistenza italiana che hanno reso onore alla città.

La platea

Ecco chi sono:

Giovanni Schippa, 95 anni, partigiano combattente col grado di sottotenente, già rettore e professore emerito dell’Università dell’Aquila, ex presidente della Fondazione Carispaq, Medaglia d’Oro del presidente della Repubblica per meriti nel campo della cultura e della scuola, Cavaliere di Gran Croce, autore di oltre cento libri e pubblicazioni scientifiche tutti dedicati alle problematiche della ricerca e della didattica universitaria.

Arnaldo Ettorre, 94 anni, per essersi schierato, negli anni dell’occupazione nazista, sempre dalla parte della lotta per la libertà, prima sottraendosi alla chiamata di leva e rischiando la deportazione nei lager e poi aggregandosi alla Brigata Majella (si arruolò con la matricola 1425) appena giunta in città per proseguire alla volta di Bologna. Ha vissuto questo ruolo di partigiano con orgoglio e discrezione. Già insignito con la “Medaglia della Liberazione”, dopo il sisma si è battuto per ripristinare al Palazzo di Giustizia dell’Aquila la targa in onore dei magistrati partigiani Pasquale Colagrande e Mario Tradardi che Arnaldo conobbe come suo comandante partigiano a Recanati nel novembre del ’44.

Umberto Cialente, che da poco ha compiuto 93 anni. Croce al merito di guerra per il conflitto 1940-1945, diploma Alexander d’onore di ‘Combattente per la Libertà d’Italia’, nonché papà dell’ex sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, commosso in platea. Subito dopo il 25 luglio, poco più che 17enne Umberto aderisce ai GAP col compito di rastrellare armi nelle caserme abbandonate della milizia e dell’esercito e nasconderle in un sotterraneo in via Roma, nei pressi dell’abitazione di Pierino Ventura. Quando cominciano i primi arresti, Umberto sfugge alla Gestapo e sale in montagna unendosi alla Banda della Duchessa. In uno scontro sui piani di Arcinazzo viene ferito da una baionetta alla spalla destra. Solo dopo 10 giorni riuscirà a ricevere le cure di un veterinario che lo ricucirà con ago e filo da materasso. Seguendo il fronte bellico continua a combattere risalendo sino alle Alpi Apuane, in Garfagnana, per tornare all’Aquila nel novembre 1944.

La famiglia Agnelli perché durante gli anni dell’occupazione tedesca dell’Aquila è stata di infaticabile supporto ed aiuto agli ex prigionieri alleati e slavi, agli esponenti della Resistenza aquilana, agli ebrei in fuga dai rastrellamenti. La loro cartolibreria in piazza Palazzo, gestita da Amalia Agnelli, era il centro e il motore per la riconquista della libertà dal fascismo. Gli Agnelli sono stati recentemente ricordati nell’inaugurazione del Giardino dei Giusti e delle Giuste che onora i protagonisti di quella “Resistenza umanitaria” che, insieme a quella armata, ha garantito la rete di protezione e salvezza per migliaia di persone.

Luciano Badia, in memoria del papà Mario, scomparso nel dicembre scorso a 89 anni, che si definiva “Partigiano” ancor prima di dire il suo nome: Mario Badia doveva essere il decimo dei Martiri aquilani, quel 23 settembre 1943, allorquando un gruppo di giovani partigiani fu catturato sulle montagne, a Collebrincioni; non vollero portarlo con loro, però: “statte a casa amico mio, perché sci troppo quatrano (giovane, nel dialetto locale)”, gli disse Giorgio Scimia.

Successivamente altre tessere sono state conferite a personalità e realtà del territorio che si battono quotidianamente in nome dell’antifascismo, della lotta al razzismo, della difesa del lavoro, della parità di genere e a difesa della Costituzione repubblicana, nata dalla Resistenza.

«Oggi come non mai i principi di solidarietà, umanità, giustizia sociale, uguaglianza e legalità sono messi a repentaglio da un vento reazionario, neofascista e spesso violento, da un clima di intolleranza e di odio – hanno sottolineato i presidenti Angelini e Giordano –. È un dovere di tutti gli antifascisti reagire a pulsioni antidemocratiche cercando di costruire quotidianamente, e con i gesti e le azioni di rispetto, tolleranza e difesa dei cittadini più deboli, una società differente fondata sui principi cardine della nostra Costituzione».

Ad ogni personalità o realtà associativa che ha ricevuto la tessera è dunque stato “dedicato” un articolo della Costituzione e una specifica motivazione.

Ai ragazzi di United L’Aquila, la squadra di calcio popolare antifascista e antirazzista che unisce richiedenti asilo e aquilani – più che una realtà sportiva, un vero e proprio progetto politico, nel senso più autentico del termine, legato al tessuto umano della città e strettamente interconnesso con il territorio – è stato associato l’articolo 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Questa la motivazione: “Per anni ci siamo rotti la testa a discutere teoricamente di differenze fra multiculturalismo, integrazione, assistenzialismo, sviluppo sostenibile. E mentre si costruiscono le gabbie teoriche, ci sono persone che semplicemente ‘hanno fatto cose’. E lo hanno fatto e lo fanno affrontando questi temi nella quotidianità e diffondendo semplicemente – nella vita di tutti quelli che hanno la fortuna di incrociarsi – questi temi importanti. Come ha fatto Mimmo Lucano a Riace e come hanno fatto questi ragazzi, che hanno avuto la voglia e la possibilità di condividere le proprie vite, le proprie esperienze e quindi ognuno le proprie culture per creare una bolla di vita comunitaria che non può che arricchire tutti coloro che ne sono felicemente contaminati”.

Lo stesso articolo della Carta costituzionale ha salutato il riconoscimento all’avvocata Simona Giannangeli, protagonista dell’impegno civile verso le donne e i più deboli, più volte vittima di gesti intimidatori che non ne hanno però mai fermato l’azione. Motivazione: “Da sempre dedita al contrasto alla violenza sulle donne, sia in veste professionale che attraverso l’impegno civile nell’associazionismo e nella politica. È stata co-fondatrice del centro antiviolenza che oggi presiede e dove svolge anche attività legale. Vittima più volte di gesti intimidatori e pur pagando un prezzo pesante non ha mai mollato. Resta e resterà resiliente. Ne valorizziamo la passione e la tenacia con cui ha affrontato il processo per il crollo della casa dello studente, per far emergere la verità e cercare giustizia”.

Ad Alberto Aleandri, che ha sempre onorato la memoria collettiva, protagonista di tutte le manifestazioni democratiche della società civile, baluardo contro il neofascismo strisciante di CasaPound è stato dedicato l’articolo 11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. La motivazione illustra: “Al compagno e amico Alberto Aleandri conferiamo la tessera perché ha sempre onorato la memoria di questa città, la nostra memoria collettiva mantenendo vivo e forte e resistente il ricordo di ciò che è stato. Attraverso la creazione di una grande biblioteca, di un archivio sulla resistenza e delle sue mostre ed esposizioni itineranti continua a permettere la trasmissione della storia, degli orrori della guerra e la conservazione della memoria dei protagonisti e degli eventi, testimonianza fulgida e valore di civiltà”.

L’istallazione “Mani che annegano nel Mediterraneo”

E ancora: a Teresa Nannarone, divenuta suo malgrado un esempio di resistenza per aver affisso alla finestra del suo ufficio affacciato su piazza Ovidio, a Sulmona, uno striscione di 4 metri con le parole del poeta latino “Empio è colui che non accoglie lo straniero”, in occasione del comizio elettorale di Matteo Salvini e che, per questo, è stata pesantemente insultata sui social, è stato associato l’articolo 10: “L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali. Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge. Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici”.

Ed ecco la motivazione: “Citando Ovidio nella terra d’origine e nella piazza a lui dedicata, Teresa non immaginava di diventare un piccolo, prezioso simbolo di resistenza civile. Eppure in questo tempo opaco e oscuro, anche un gesto apparentemente semplice e normale può diventare esemplare.

Per questo gesto e queste parole nobili è stata pubblicamente minacciata di stupro.

Affidiamo a lei e a tutti noi il coraggio di esporre e pronunciare sempre altre parole capaci di riaffermare la nostra umanità e di insinuarsi come un germe di solidarietà anche nelle anime più dubbiose”.

Una tessera è stata poi conferita ai lavoratori e alle lavoratrici del call-center ‘Ecare’ dell’Aquila, a ritirarla simbolicamente le Rsu aziendali, come testimonianza del valore centrale che il lavoro ha, o dovrebbe avere, nella nostra società: per loro, che hanno voluto ringraziare l’ex presidente vicario della Regione Abruzzo Giovanni Lolli – anch’egli in platea – per l’impegno profuso a tutela dei posti di lavoro, gli articoli 1, 4 e 35 della Costituzione. Motivazione: “Ai lavoratori e alle lavoratrici di Ecare – da sempre impegnati nella loro vertenza occupazionale – affidiamo una tessera onoraria a testimonianza del valore centrale che il lavoro ha nella nostra società. Un valore di dignità, di realizzazione, di servizio alla comunità. A voi affidiamo anche un messaggio: trasmettete questo valore unitamente a quelli della resistenza e della pratica quotidiana dei diritti e dei doveri costituzionali, siatene araldi nei luoghi di lavoro e nelle case, portate avanti con il vostro splendido esempio di tenacia e coraggio quanto noi oggi stiamo celebrando, quanto noi oggi stiamo celebrando anche grazie a voi”.

Al decano del giornalismo Amedeo Esposito, 70 anni di attività festeggiati a marzo, che fino ai giorni scorsi ha dedicato la sua professione e la sua cultura alla pratica quotidiana antifascista, firmando articoli molto critici su alcune scelte dell’amministrazione comunale – tra cui l’introduzione del “daspo urbano” per i migranti – è stato “dedicato” l’articolo 21: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. La motivazione spigava: “Testimone, cronista e narratore delle vicende nazionali e locali, ha dedicato la sua professione e la sua cultura alla pratica quotidiana antifascista, resistendo alle pressioni culturali avverse. Ne ricordiamo oggi gli ultimi esempi, quando ha reagito con forza dando voce a tutti noi, contro la repressione dell’arte libera e resistente, quando l’istallazione ‘Mani che annegano’, che aveva ravvivato la Fontana delle 99 Cannelle, fu rimossa con mezzi barbari e parole volgari da un rappresentante istituzionale di questa città e quando, ricordando con esempi nobili la tradizione di accoglienza dell’Aquila ha stigmatizzato il ‘daspo’ urbano che il Comune ha imposto agli extra-comunitari. Esposito ha saputo dar sempre voce al dissenso, all’indignazione e al coraggio di quante e quanti riconoscono alla libertà di opinione e all’impegno civile militante un valore di civiltà”.

Il riconoscimento è stato tributato anche a Giovanni Legnini, già sindaco di Roccamontepiano, parlamentare, sottosegretario e vice presidente del Csm, prima della candidatura alle recenti elezioni regionali a guida della coalizione di centrosinistra. A Legnini è stato associato l’articolo 104 della Costituzione: “La Magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere. Il Consiglio superiore della magistratura è presieduto dal Presidente della Repubblica. Ne fanno parte di diritto il primo presidente e il procuratore generale della Corte di cassazione”. La motivazione: “La sua ultima carica istituzionale è stata quella prestigiosissima di vice presidente del Csm. Originario della terra in cui nacque la Brigata Majella si è messo a disposizione della comunità con un progetto politico all’interno del quale è riuscito ad affermare con fermezza e chiarezza due concetti chiave: democrazia costituzionale e antifascismo. Nel clima difficilissimo nel quale ci siamo trovati a declinare le nostre idee controcorrente, da uomo di Stato ha proposto una interpretazione moderna dei temi cari a tutti noi, che si rifanno ai principi costituzionali della Repubblica italiana. Lo ha fatto richiamando la storia e la genesi della repubblica democratica dimostrando giorno dopo giorno che una carica istituzionale importante può ergersi a paladina di temi che con superficialità vengono liquidati come anacronistici, ma al contrario sono attuali, oggi più di sempre. Con orgoglio ha rivendicato che l’Abruzzo è la terra della Brigata Majella con le parole che hanno accompagnato l’istallazione artistica delle ‘Manine che emergono dal Mediterraneo’ alla Fontana delle 99 Cannelle, testimonianza di una società alla ricerca della solidarietà e della sua umanità”.

Infine, è stata riconosciuta l’importante attività svolta da Don Aldo Antonelli, presidente di Libera della provincia dell’Aquila, a cui è stato dedicato l’articolo 2: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. Motivazione: “Per la capacità e il coraggio di praticare un pensiero difforme.

Per la capacita di declinare la parola in parole tenendo insieme la dimensione politica, ecclesiale e civile, mettendo sempre al centro l’umanità. Un prete free-lance, come si autodefinisce, ma anche ‘parroco emerito appassionato della parola, vissuta e annunciata nella storia’ come lo definisce il teologo Carlo Molari”.

Una serata bella, nel senso pieno del termine, e commovente, quella organizzata dall’Anpi, una boccata d’aria fresca in una città che, purtroppo, negli ultimi tempi ha raccontato di sindaci sceriffi, norme anti-accattonaggio e di crociate anti immigrati sull’onda di un clima di intolleranza che spira nel Paese e che si sta facendo soffocante.

Comitato provinciale Anpi dell’Aquila


Altre foto dell’evento sono scaricabili sulla pagina Facebook dell’Anpi L’Aquila 

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Ettore, Achille e la Resistenza

Carla Nespolo con Tonina Laghi. Foto di Zino Tamburrino

Mentre la grande storia ricorda i Martiri delle Fosse Ardeatine – a Roma, 335 vittime di una rappresaglia nazista – rammentiamo che in quello stesso giorno, il 24 marzo 1944, la nostra città, per la prima volta, è colpita da un evento luttuoso di cui si macchiano i fascisti: cinque ragazzi renitenti alla leva della Rsi sono fucilati nella caserma di via della Ripa mentre altri dieci restano in attesa dell’esecuzione della pena capitale.

Le operaie della Mangelli, insieme a quelle della Battistini, Fumisti, Bondi, Forlanini, Becchi, Eridania ed altre, cui si uniscono donne forlivesi e delle campagne, si incamminano verso la caserma. Strappano la promessa di una grazia, e si recano in massa davanti al palazzo del governo, poco distante. Di fronte al rischio dello stop di fabbriche importanti, anche dal punto di vista bellico, e alla protesta delle donne, i dieci giovani hanno salva la vita. Prendono parte alla rivolta le partigiane Ida Valbonesi e Tonina Laghi, due delle coraggiose donne forlivesi che testimoniano, ancora oggi, quanto avvenne alla Ripa.

Da questi eventi è nato il “Progetto Ripa 2019”. La prima parte del progetto è partita con una serie di incontri per raccontare agli studenti cosa accadde nel ’44. A seguire è stato promosso un concorso per immagini e opere grafiche, suddiviso in due sezioni, uno per la cittadinanza e uno per gli studenti, che ha visto una cinquantina di elaborati. Poi, nucleo centrale del progetto, la realizzazione dello spettacolo teatrale “Armati mio cuore. La notte della memoria”. Il titolo della pièce riprende le parole pronunciate da Medea nella tragedia di Euripide, costruendo un ponte tra la guerra di Troia, epico archetipo di tutti i conflitti, e la Resistenza.

La scena. Foto di Zino Tamburrino

Lo spettacolo è andato in scena, per i cittadini, la sera di domenica 24 marzo, davanti a una sala gremita all’inverosimile e il giorno dopo, al mattino, per gli studenti delle scuole. Nel pomeriggio, a palazzo Romagnoli, si è inoltre tenuto un convegno, grandemente partecipato, sui fatti di via della Ripa, alla presenza della presidente nazionale dell’Anpi Carla Nespolo, del presidente provinciale dell’Associazione Miro Gori; di Maria Giorgini, neoeletta segretario generale della Cgil forlivese; di Roberta Mira, storica. L’incontro è stato da me coordinato, in qualità di presidente dell’Anpi forlivese. È intervenuta Mara Valdinosi, già parlamentare cesenate, che nel 1984, nel quarantennale dei fatti, ne fece una ricostruzione per Patria Indipendente.

Una delle più belle epigrafi sulla Resistenza la dedica il poeta Salvatore Quasimodo, ai partigiani di Valenza:

Questa pietra

ricorda i Partigiani di Valenza

e quelli che lottarono nella sua terra,

caduti in combattimento, fucilati, assassinati da tedeschi e gregari di provvisorie milizie italiane.

Il loro numero è grande.

Qui li contiamo uno per uno teneramente

chiamandoli con nomi giovani

per ogni tempo.

Non maledire, eterno straniero nella tua patria, e tu saluta, amico della libertà.

Il loro sangue è ancora fresco, silenzioso il suo frutto.

Gli eroi sono diventati uomini: fortuna

per la civiltà. Di questi uomini

non resti mai povera l’Italia.

Mi limito ad aggiungere una riga: E di queste donne, che misero il loro petto disarmato, di fronte all’invasore, per difendere i loro figli, non resti mai povera la mia città, Forlì.

La premiazione. Foto di Zino Tamburrino

I vincitori del concorso, per la sezione cittadinanza sono: Matteo Mazzacurati, 1° premio; Francesco Capacci, 2° premio; e Lorenzo Capacci, 3° premio. Ha ricevuto una menzione per l’opera meritoria Chiara Scarpellini. Per la sezione scuole, ha ricevuto il 1° premio Alice Bandini dell’Istituto Professionale Ruffilli; Riccardo Barchi, sempre dell’Istituto Professionale Ruffilli, si è aggiudicato il 2° premio; Irene Ravaioli e Sara Mazzani del Liceo Classico G.B. Morgagni hanno ricevuto il 3° premio. La menzione per opera meritoria è stata attribuita a Michel Versitano dell’Istituto Professionale Ruffilli; a Lucia Piacquadio, Angelica Signani, Vittoria Zangara, Alice Bombardi e Alessia Salvini del Liceo Classico G.B. Morgagni; a Giulia De Angelis del Liceo Artistico e Musicale.

Corale è stato l’apprezzamento per Armati mio cuore, la notte della memoria, andato in scena, il 24 marzo, al teatro Diego Fabbri di Forlì, voluto dall’Anpi e messo in scena da Malocchi & Profumi, con la collaborazione di “18 con lode”, Cambioscena, OGM e Qaos. Il testo dello spettacolo è ispirato a un’idea della compianta Maria Letizia Zuffa – la brava e appassionata artista, fondatrice della compagnia Malocchi&Profumi, scomparsa nel 2016 –, attualizzato da Nicola Donati, coadiuvato da Michela Gorini e Sabina Spazzoli, anche registe dello spettacolo.

Ha affascinato l’idea dell’incontro tra Resistenza e guerra di Troia, che diviene archetipo di tutte le guerre, perché nella scrittura omerica ne ha insiti tutti gli stilemi. Ecuba e Andromaca sono tutte le mogli e le madri del mondo, Ettore è il guerriero che sfida un nemico che non può vincere, Patroclo l’uomo che si sacrifica per una causa. Echi di una strada percorsa da uno dei film più belli sulla Resistenza, La notte di San Lorenzo dei fratelli Taviani, in cui fascisti e partigiani sono anch’essi eroi mitologici. Efficace la scenografia, che richiama Guernica di Picasso, spettacolari i costumi, che fondono, con un taglio raffinato, capi militari e richiami all’antico, maggiormente evidenziati da bianchi calzari; perfetta la scelta delle musiche, arricchita dalla presenza in scena di Mirko Catozzi alla fisarmonica, accompagnato dalle voci di Pier Paolo Sedioli e di Sebastian Irimescu. Gli attori, tutti bravi in un testo che li vede, come Giano bifronte, nel doppio ruolo arcaico e moderno. Un Giorgio Cervesi Ripa perfetto nel ruolo di Agamennone e Priamo, che evoca re Lear di shakespeariana memoria, quando chiede ad Achille, spiccando per presenza scenica, il corpo di Ettore, e offre una recitazione intensa e sontuosa. Surreale e delicata, quella di Calcante, che affascina per il distacco. Bravissime tutte le attrici: una dolcissima Andromaca, un’Ecuba, madre di tutte le madri, uscita dalle Troiane di Euripide, un’Elena non banale. Ma, soprattutto, riesce l’alchimia e lo spettacolo funziona, coinvolgendo lo spettatore nella discesa agli inferi di Ettore e dei cinque martiri di via Ripa, e nella reazione delle donne quando rifiutano il fato degli altri ragazzi che dovrebbero essere fucilati l’indomani. Applausi a scena aperta hanno coronano un lavoro che ha saputo mettere sapientemente insieme ogni figura professionale del teatro, con commozione collettiva di spettatori, autori e attori. Citiamo: in scena Mattia Anconelli, Sara Bandini, Sara Bucherini, Giorgio Cervesi Ripa, Chiara Gardini, Sebastian Irimescu, Francesco Lega, Luca Mancini, Olivia Molignoni, Michela Santandrea, Carmen Sassi, Caterina Sbrana, Apollonia Tolo, Alberto Zaffagnini. Il disegno luci è firmato da Giorgio Cervesi Ripa e Adler Ravaioli; le scene e i costumi sono di Stefano Camporesi; i movimenti scenici e le coreografie di Laura Vigna; il trucco è di Matilde Baroni e Laura Mazzotti; le acconciature da On Hair – Andrea Graziani e Alessandra Passoni. Uno spettacolo che merita di essere visto e che speriamo non si fermi qui.

Lodovico Zanetti, presidente Anpi Forlì

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Anno IV n. 61

In questo numero:

In copertina

UN PRATO DI FIORI ANTIFASCISTI

Redazione

Prato, sabato 23 marzo 2019: mai vista tanta gente in piazza Santa Maria delle Carceri per la manifestazione. Ha vinto l’unità, l’antifascismo, l’Anpi pratese e la sua presidente Angela Riviello

Editoriale

Il “macellaio di Etiopia” e la marionetta dei nazisti

Claudio Vercelli

Rodolfo Graziani: vita, opere, misfatti e atrocità dell’uomo a cui il sindaco di Affile voleva dedicare un sacrario

In primo piano

Friuli Venezia Giulia: mozione regionale contro Anpi e Istituto storico

Redazione

L’accusa: addirittura revisionismo e negazionismo per le foibe. 
La segreteria nazionale dell’associazione partigiana: 
“Mozione faziosa e irresponsabile. Basta con l’uso politico della storia!”. 
Forti reazioni di Paolo Pezzino e Raoul Pupo

Impresentabili, via libera a razzisti e fascisti

Redazione

Il nuovo Codice per la presentazione delle candidature alle elezioni approvato in Commissione Antimafia sdogana indagati e condannati per la legge Mancino. Carla Nespolo, presidente nazionale Anpi: “un’oscenità giuridica, politica e morale che disinvoltamente dimentica l’ignominia dei lager, della Shoah e delle leggi razziali.

Aggiornato il processo. Alla parte lesa

Annalisa Alessio

Pavia: sotto accusa gli antifascisti che hanno protestato contro la sfilata dei “camerati” (autorizzata)

Non è Beckett: 29 marzo, Pavia, processo agli antifascisti

Annalisa Alessio

Per i fatti del 5 novembre 2016, quando i fascisti manifestarono in libertà e la manifestazione di protesta fu repressa dalle cariche della polizia

Servizi

Servizi

Lupi solitari (nazifascisti) e cattivi maestri

Guido Caldiron

Il terrore di estrema destra dopo la strage in Nuova Zelanda. In Usa tra il 2009 e il 2018 oltre il 73% delle uccisioni compiute da terroristi opera di “estremisti bianchi”. Gli «stranieri» causa di ogni male secondo i predicatori d’odio. La “sostituzione dei popoli” chiodo fisso di Orbán e Salvini

In punta di penna

Le sconcertanti posizioni di un giudice

Zazie

Cittadinanza attiva

Tempo di Inquisizione

Redazione

La Segreteria nazionale Anpi: il Congresso delle famiglie di Verona fa violenza ai diritti civili. Vergognosa la partecipazione dei ministri leghisti

Verona e l’ordine gerarchico-patriarcale

 Franco Monaco

Al “congresso” della città veneta, la famiglia come pretesto. Un approccio chiuso, regressivo, illiberale, che vorrebbe rimettere in discussione preziose conquiste civili. Una operazione politica ideata e cavalcata da una destra autoritaria. La strumentalizzazione della religione e la inquietante partecipazione di ben tre ministri

Interviste

Primo Levi raccontato da Noemi Di Segni

Giacomo Verri

La presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, a cento anni dalla nascita, parla del grande scrittore, testimone dell’orrore e custode della memoria del sistema concentrazionario. I lager: oggi una tendenza alla disattenzione sociale e all’organizzazione dell’oblio. L’indifferenza e la derisione. Educare alla pacatezza, alla lentezza, alle piccole cose quotidiane

Cittadinanza attiva

Greta e un mondo da cambiare

Francesco Martone

“Sono le nuove generazioni che si prendono in mano il destino della Terra, che rilanciano la sfida accanto a chi lo fa da tempo, che ci invitano con forza a proiettarci verso il futuro”

Cittadinanza attiva

Il 30 marzo l’abbraccio fra fratelli

Redazione

A Sežana (Slovenia) l’iniziativa promossa dalle associazioni partigiane nazionali dell’Italia, della Croazia, della Slovenia e dall’associazione della Carinzia (Austria): italiani, sloveni e croati uniti contro nazionalismi, neofascismi e razzismi

Servizi

Sudan, il silenzio sulla protesta

Giovanna Lelli

In corso una rivoluzione pacifica e democratica in Sudan contro la dittatura militare islamista del presidente Omar al Bashir. Arrestato Muntaser Ibrahim, professore di Biologia Molecolare, membro della Accademia Mondiale delle Scienze

Cittadinanza attiva

Sicurezza e Immigrazione: disastro annunciato

Riccardo Morielli

Storia di un fallimento giuridico e sociale di una legge che smantella il sistema di accoglienza e crea un clima di insicurezza permanente e crescente

Storia – Servizi

Dalla guerra di Spagna al secondo conflitto mondiale

Enzo Santarelli

La Repubblica spagnola, strangolata dai massicci interventi del fascismo e del nazismo, lasciò come eredità un ideale «partito della resistenza» che ebbe un fortissimo ruolo negli anni successivi

Storia – Servizi

E il corazon del mundo cessò di battere

Ignazio Delogu e Cesare Colombo

1939: la fine della Repubblica spagnola, la consegna di Madrid al nemico, la resa senza condizioni che annunciava le vendette indiscriminate dei golpisti di Franco

Servizi

Daesh, la sconfitta

Antonella De Biasi

La coalizione curdoaraba Fds sostenuta dagli Stati Uniti annuncia la scomparsa definitiva del sedicente Stato islamico. Negli ultimi giorni aveva perso la vita in un’imboscata Lorenzo Orsetti, combattente volontario internazionalista a fianco dei curdi. Che fine faranno adesso i foreign fighter?

 

 

Terza pagina

Librarsi

Un libro, sei seminari, un gruppo di lavoro

Valerio Strinati

Presentazione del volume “La Costituzione, 70 anni dopo”, a cura di Carlo Smuraglia, Viella edizioni, Roma, 2019, pagine 416, € 29

Pentagramma

La musa della magia albionica

Chiara Ferrari

La voce di Shirley Collins ha portato la storia del popolo inglese in ogni dove. Le leggende, le vicende più crude, le storie d’amore tormentate, le peripezie della povera gente, hanno resistito alla prova del tempo

Librarsi

Hobbes, i partigiani e la Costituzione

Valerio Strinati

Giuseppe Filippetta, “L’estate che imparammo a sparare: storia partigiana della Costituzione”, Milano, Feltrinelli, 2018, pp 300, € 18,70

Costume

Donne, potere e stile

Letizia Annamaria Dabramo

Tra prêt-à-porter e realpolitik: perché le signore della politica si vestono così

Red carpet

Protagonisti in bianco e nero

Serena d’Arbela

Green Book, regia di Peter Farrelly, con Viggo Mortensen e Mahershala Ali. Usa, gennaio 2019

Librarsi

Compagni di base

Paolo Ciofi

Paolo Corsini, Gianfranco Porta, “Avversi al regime. Una famiglia comunista negli anni del fascismo”, Editori Riuniti, Roma 2018, pp. 360, € 20

 

 

Ultime da Patria

Cittadinanza attiva

La Memoria e i suoi Inciampi. A Roma

Mariangela Di Marco

A Roma la Resistenza diventa un museo diffuso, a cielo aperto. Un percorso costellato dalle celebri pietre d’inciampo – o “stolpersteine” – dell’artista tedesco Gunter Demnig che ricordano chi lottò attivamente contro il nazifascismo, pagando con la vita

Cittadinanza attiva

Quattro nella rete: unità, pace, disarmo, diritti

Sergio Bassoli

A Bologna si è realizzata nei giorni 9-10 marzo, l’assemblea aperta della Rete della Pace. Deciso un appuntamento nazionale per il prossimo autunno con finalità costitutive convocando tutti i soggetti del variegato arcipelago della società civile

Cittadinanza attiva

Salute mentale e fascismo eterno ai tempi del sovranismo

Francesco Blasi

“È necessario resistere nelle istituzioni sanitarie residue aspettando la fine del ciclo sovranista populista e urfascista in Italia e in Europa”

Cronache antifasciste

In duemila per la Brianza accogliente e solidale

Emanuela Manco

Manifestazione unitaria a Monza contro ogni razzismo. Il presidente provinciale Anpi Loris Maconi: “Uniti contro una politica che si basa sulla diffusione dell’odio, della paura e sul rifiuto di ogni diversità”

 

Cronache antifasciste

L’Anpi, il pane e i cappelletti

Silvia Pergola

L’Anpi di Bagnacavallo in festa a Masiera dal 26 al 30 aprile: il volontariato e la gastronomia come metafora della convivialità e dell’equilibrio

 

Cronache antifasciste

Ragazzi Sardi Resistenti

Coordinamento Giovani Anpi Sassari

L’importanza dei giovani nel coinvolgimento di nuove energie, la nascita di una rete stabile tra giovani antifascisti, l’impegno nell’associazione

Cronache antifasciste

E l’ex primo ministro si iscrive all’Anpi

Filippo Giuffrida

Elio Di Rupo, belga, figlio di un minatore italiano, nel 2000 alla testa del governo, l’antifascista che si rifiutò di stringere la mano al missino Giuseppe Tatarella

 

 

L’email

Chi trova un’amica…

Giangiacomo Papotti

Avviene a Bibbiano (Reggio Emilia): a Sarah (17 anni) la “Tessera Amica Anpi 2019”

“Strappate il mantello dell’indifferenza”

Annalisa Alessio e Mario Albrigoni

Parole di Sophie Scholl, del movimento di resistenza clandestino tedesco “La Rosa Bianca”. Sophie fu ghigliottinata dai nazisti. Un messaggio drammaticamente attuale

L’articolo Anno IV n. 61 proviene da Patria Indipendente.

Friuli Venezia Giulia: mozione regionale contro Anpi e Istituto storico

Incredibile mozione approvata dal consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia in cui si mettono sotto accusa Anpi e Istituto regionale per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea del Friuli Venezia Giulia. Oggetto: le foibe. I capi d’imputazione: addirittura revisionismo e negazionismo. Sotto tiro persino un pacato ed utilissimo “vademecum del Giorno del Ricordo” opportunamente stilato dall’Istituto storico. Finalità: sospendere qualsiasi contributo, patrocinio o concessione pubblica. Presentatori della mozione: Giuseppe Ghersinich, della Lega (Gruppo di appartenenza: Lega Salvini, si legge sulla pagina web del Consiglio regionale), Piero Camber (Forza Italia). Presumibile finalità aggiuntiva: propaganda elettorale.

Mentre il Consiglio regionale operava dissennatamente per dividere, inasprire, strumentalizzare, usando politicamente la storia e riaprendo ferite che da anni si cerca di sanare, negli stessi giorni a Sezana (Slovenia) i Presidenti delle associazioni partigiane di Italia, Slovenia, Croazia, Carinzia davano vita ad una comune iniziativa per cementare l’amicizia fra i popoli e i Paesi e per far sì che i confini che separano questi Stati e che nel 900 sono stati varcati per invadere e sopraffare siano oggi una porta aperta per una pacifica convivenza nelle diversità e nel rispetto delle minoranze.

Il primo a reagire alla mozione del Consiglio regionale è stato il presidente dell’istituto storico Paolo Pezzino: “Una gravissima presa di posizione del consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia”; “una censura senza precedenti rispetto a un’operazione storiografica condotta dall’Istituto per la storia del movimento di liberazione del Friuli Venezia Giulia di Trieste secondi i canoni della ricerca scientifica. Si torna al pensiero unico, al rifiuto del libero dibattito, confondendo negazionismo ed esercizio della libertà di ricerca e di critica. Una vicenda che non può restare senza una forte risposta da parte di tutti i democratici”.

Il Friuli-Venezia Giulia

Poi uno dei più autorevoli storici, per di più fra i curatori del vademecum, Raoul Pupo: “Allo stesso modo, domani il Consiglio regionale potrebbe decidere, sempre a maggioranza, che la terra è piatta ed invitare la Giunta a negare i finanziamenti a chi ritiene invece che sia tonda”.

A brevissima distanza, ecco la presa di posizione della Segreteria nazionale dell’Anpi: “La mozione del Consiglio regionale di accusa all’Anpi e all’Istituto regionale per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea del Friuli-Venezia Giulia di riduzionismo o addirittura negazionismo sul dramma delle foibe e dell’esodo, rappresenta una inaccettabile censura perché nega libertà e legittimità alla ricerca storica in base ad un pregiudizio di ordine politico e ideologico. È gravemente faziosa perché assume l’opinione degli estensori come inconfutabile verità, mentre in particolare in questa regione occorrerebbe bandire qualsiasi uso politico della storia e approfondire la conoscenza e il confronto su basi scientifiche. È un atto di irresponsabilità, perché, strumentalizzando il terribile dramma delle foibe, fomenta un clima di odio e di rivincita e riapre tensioni del passato con i Paesi confinanti, in particolare Slovenia e Croazia. Distorce e falsifica la legge che punisce “l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi”. Si permette di delegittimare l’Anpi e l’Istituto regionale per la storia della Resistenza, rivelando così un intollerabile spirito di vendetta non solo verso questi istituti al servizio della Repubblica, ma specialmente verso la Resistenza. L’Anpi non si farà certo intimidire da questi grotteschi tentativi di sanzionare chi da settant’anni custodisce la memoria della Resistenza e difende la Costituzione; nello stesso tempo l’Anpi denuncia il disegno oscurantista e autoritario che sta prendendo piede nel nostro Paese e di cui questa mozione è una prova gravissima e lampante”.

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Aggiornato il processo. Alla parte lesa

Pavia, 29 marzo. Fuori dall’aula del tribunale, una signora non giovane mostra un cartello recante la scritta “a processo dovrebbe andare chi ha autorizzato la manifestazione in spregio alla Costituzione”.

Noi, siamo tutti attorno a questo cartello.

E aspettiamo.

Sono le 8.30 del mattino e nell’aula del tribunale sta per iniziare la prima udienza del processo che vede imputati sette iscritti Anpi che, insieme a molti di noi, il 5 novembre 2016 si sono dati presenti per esprimere il proprio sdegno per la manifestazione fascista autorizzata a sfilare.

La signora con il cartello continua a sostare davanti al tribunale.

Come lei tanti altri restano per strada, fuori dall’aula che, comunque, non potrebbe contenerci tutti, e non ha più una sedia libera.

Chi è salito di due piani per arrivare all’aula del “nostro processo” ha fatto la fila, e, come da richiesta, ha svuotato le tasche, ha aperto la borsa e spento il cellulare.

Poi, si è seduto in silenzio ad ascoltare le prime battute del processo che inizia e che, idealmente, ci vede tutti imputati – per avere ritenuto, la sera del 5 novembre, nostro dovere uscire di casa, per dire che no, quel corteo fascista proprio non doveva essere autorizzato a sfilare, tenendo nel cuore, sotto gli ombrelli aperti, la tristezza, la rabbia, il malessere acuto di sapere che interi pezzi di Repubblica, autorizzando il fascismo a sfilare, hanno rinnegato la propria radice antifascista delle libertà individuali e collettive, conquistate con la lotta di Liberazione.

Il “nostro processo” inizia alle dieci.

Gli imputati coprono un arco di età che va dai ventitrè anni di chi si è laureato da poco e arriva agli oltre sessanta di chi è stato responsabile della sezione cittadina dell’Anpi.

Anche i presenti seduti ad ascoltare riflettono lo stesso arco di età, e idealmente saldano la continuità antifascista dall’una all’altra generazione, tra i rappresentanti delle sezioni “storiche” dell’Associazione dei partigiani, come Stradella, e i ragazzi dell’Arci e di Udu che, la sera del 5 novembre, alle prime manganellate dirette a colpire chi, contro l’apologia di fascismo, stava accanto agli striscioni di Anpi, Arci, Udu, Rete Antifascista, hanno intravvisto la faccia inquietante della Repubblica.

Il processo inizia, e, subito, vira, decretando per vizio procedurale la nullità delle posizioni di due imputati per i quali il procedimento dovrà ricominciare dalle indagini preliminari.

Si va avanti, mentre tra noi che assistiamo qualcuno sommessamente chiede chiarimenti a chi è più esperto in materia per essersi laureato in giurisprudenza.

E poi, quasi di botto, dopo brevi interventi degli avvocati, il processo si aggiorna.

Il giudice sfoglia l’agenda.

Ci rivedremo in aula il 19 luglio, per assistere, nel contradditorio tra le parti, alla visione dei video della sera del 5 novembre, e per ascoltare i testimoni.

Mentre scriviamo, inizia il mese di aprile, e sappiamo tutti che, prima del 19 luglio in tribunale, ci vedremo molte e molte volte ancora. Perché avremo molte iniziative, la prima il sette aprile, una biciclettata lungo i Navigli, tra Certosa e Pavia, dove il 31 agosto 1944, in pedagogia di morte diretta in monito alla popolazione civile, vennero abbandonati i cadaveri di quattro partigiani.

E mai vorremmo scriverlo: che sono caduti invano.

Annalisa Alessio, vicepresidente comitato provinciale Anpi Pavia

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Non è Beckett: 29 marzo, Pavia, processo agli antifascisti

È il 5 novembre 2016. Sfilano in un silenzio ciclicamente inframmezzato dal rullio dei tamburi che recano con sé. Sfilano con i giubbotti neri, forti di una sorta di nostalgica divisa. Sfilano, e il corteo ha i tratti di una parata militare. Sfilano, e la loro sfilata è autorizzata dagli organi competenti della città che, nell’aprile 1921, pianse l’assassinio squadrista dello studente del collegio Ghislieri, l’antifascista Ferruccio Ghinaglia, fondatore a Pavia del partito nato a Livorno da pochi mesi.

Noi, invece, spontaneamente radunatici sotto le bandiere di Anpi Arci Rete Antifascista per protestare contro questa infamia autorizzata, siamo stati oggetto di alcune cariche di polizia.

Tre feriti: tra noi che alzavamo le mani a mostrare che l’oggetto più pericoloso che avevamo in mano era un ombrello. Infatti il 5 novembre 2016 a Pavia pioveva forte.

Ciò che sentivamo cadere non erano solo le gocce della pioggia o il peso di un manganello di Ps, ma pezzi di fiducia nei corpi dello Stato.

Quei pezzi dello Stato che il corteo fascista del 5 novembre 2016, lo hanno autorizzato, forzando i limiti del diritto a manifestare, dimentichi che quel diritto, inscritto nella Carta costituzionale, è stato conquistato solo ed unicamente grazie alla guerra di Liberazione dalla dittatura fascista, partorita dalle viscere di un Paese che, dopo il 1945, non si è dato, poi, la pena di procedere ad una Norimberga italiana.

Trenta di noi sono stati denunciati, e sette di noi andranno a processo venerdì 29 marzo, accusati di avere violato le norme del Testo Unico delle leggi di Pubblica Sicurezza.

Ieri, Anpi – presente, insieme agli esponenti delle Anpi pavesi, il coordinatore regionale Lombardia Tullio Montagna – Arci e Cgil hanno espresso in conferenza stampa la propria posizione: idealmente a processo ci saremo tutti noi che ci siamo ritrovati spontaneamente la sera del 5 novembre 2016, convinti che mobilitarsi contro una iniziativa apologetica di fascismo, non solo non sia reato, ma sia, anzi, nostro preciso diritto–dovere.

L’Anpi provinciale, che nei giorni scorsi ha deliberato il proprio sostegno finanziario alle spese processuali e ha avviato anche una sottoscrizione tra cittadini antifascisti, sarà quindi presente davanti al Tribunale la mattina del 29 marzo. Vi aspettiamo tutti, e aspettiamo i vostri messaggi.

È possibile sottoscrivere sul conto di Anpi provinciale Pavia, contattando la mail anpipv@segreteria016@gmail.com oppure direttamente sul cc dedicato IBAN IT37 X076 0111 3000 0101 0540 001 con causale Solidarietà antifascista.

Annalisa Alessio, vicepresidente Anpi provinciale Pavia

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“Siamo qui oggi a Prato per difendere la democrazia e la libertà che il fascismo negò”

Il direttore di Patria Indipendente e vicepresidente nazionale dell’Anpi a Prato durante alla grande manifestazione antifascista del 23 marzo 2019

“Quando domani i giornali e le televisioni parleranno di questa straordinaria manifestazione, di voi, di noi, si sappia che oggi questa piazza, questa città, è piena di popolo, di partigiane e partigiani! Partigiani, come quelli della formazione che il 22 marzo 1944 a Migliana mise in fuga i militi del battaglione Muti. Partigiani, come quelli che attaccarono la stazione di Carmignano l’11 giugno del 1944. Partigiani, come quelli che liberarono Prato, che liberarono Firenze, che liberarono l’Italia.

È vero, i combattenti per la libertà del 1943-1945 sono oramai sopravvissuti in pochi, ma il loro messaggio è stato raccolto da milioni di italiani che stanno già contrastando qualsiasi tentativo di rianimare la bestia fascista. Oggi voi, noi, i partigiani del nuovo millennio, avete e abbiamo tre sole armi, che però sono potentissime: l’unità popolare, l’impegno antifascista pacifico, la Costituzione.

L’unità ce l’hanno insegnata proprio i nostri nonni partigiani, quelli che diedero vita al Comitato di Liberazione Nazionale. Oggi l’unità è quella delle associazioni, dei sindacati, delle forze politiche e sociali di ogni colore e di idee e missioni anche molto diverse, ma unite tutte da un sentire comune: l’antifascismo. Perché l’antifascismo non è un’ideologia; ma è un’idea che accomuna, e che perciò, per sua natura chiama un grande fronte unitario, un’unità di popolo, di associazioni, di organizzazioni diverse e distinte, ma unite in questa battaglia collettiva. Questo sta avvenendo e avverrà sempre più, quanto più forte sarà il pericolo fascista.

Ma voi, noi, abbiamo un’altra arma: la mobilitazione pacifica. Perché la rissa, lo scontro fisico, la violenza è esattamente quello che hanno sempre fatto i fascisti, perché è nel loro Dna. Non esiste fascismo senza violenza, come non esiste fascismo senza guerra. Noi non mobilitiamo i bicipiti, le teste rasate, il fanatismo, l’odio. Noi mobilitiamo le idee. E le idee non si possono né picchiare, né ammazzare, né comprare, né eliminare.

Ed infine abbiamo la terza arma, la più potente. Si chiama Costituzione, sia perché vieta ogni riorganizzazione fascista, sia perché prescrive in ogni suo punto esattamente il contrario di ciò che predicava e faceva il fascismo storico. La madre di tutte le battaglie antifasciste è perciò la piena attuazione della Costituzione.

Perché siamo qui oggi? Perché si è superato il livello di guardia, concedendo una piazza ad un’organizzazione esplicitamente fascista, che intende celebrare cento anni dalla nascita dei fasci di combattimento. Questa, al paese mio e al paese di tutte le persone normali, si chiama apologia del fascismo. Non solo: nella manifestazione fascista sono annunciati inequivocabili segni razzisti, perché si parla di “sostituzione etnica di un’intera popolazione di una città”, di “invasione afroislamica e cinese, che tende ad annientare ogni nostra tradizione culturale, etnica e religiosa”. Nessuna meraviglia, sia chiaro: non c’è fascismo senza razzismo. Ma ancora una volta la faccenda riguarda il Codice penale, perché il razzismo, in base alla legge Mancino, è un reato. Altro che libera manifestazione di pensiero!

Apologia del fascismo e razzismo: dunque per la Costituzione e per la legge italiana sono reati. E noi, l’Anpi, siamo pronti a denunciare Forza Nuova e tutti coloro che hanno consentito la sua iniziativa esattamente per questo. E a chi viene a raccontare che vietando la celebrazione si negherebbero le libertà costituzionalmente tutelate, rispondiamo non solo, come già detto, che la Carta costituzionale vieta la riorganizzazione del partito fascista, ma anche che la Corte europea dei diritti dell’uomo, con una sentenza del 2015, ha dichiarato che taluni diritti si possono comprimere se in conflitto con i principi dell’ordinamento costituzionale di ciascun Paese. E cosa c’è più in conflitto con l’ordinamento costituzionale italiano se non proprio il fascismo e il razzismo? Aggiungo, come memento per tutti, che dalle debolezze della democrazia, dalle sue falle, diciamolo, dalle sue viltà, sono sempre nati i regimi fascisti e nazisti. Per questo la democrazia ha il dovere di autotutelarsi, impedendo che l’uovo del serpente possa schiudersi e che il suo veleno intossichi tutta la società.

Si dirà: ma sono decenni che ci sono i gruppi neofascisti in Italia. Che cosa è cambiato? È vero, sono decenni. E nessuno di noi dimentica la sanguinosa stagione delle stragi, da piazza Fontana, a Brescia, all’Italicus, a Bologna, tutte segnate dal marchio degli assassini neri. Ma oggi c’è una novità. La novità è quella di tanti ministri di questo governo che alle volte sembrano le tre scimmiette: non vedono, non sentono, non parlano. Ovviamente i gruppi neofascisti si sentono protetti. Ci siamo dimenticati chi ha minimizzato la tentata strage di Macerata da parte di Luca Traini? Ci siamo dimenticati che è stato impedito lo sfratto alla sede illegalmente occupata a Roma da CasaPound? Ci siamo dimenticati che la parola d’ordine “Prima gli italiani” era una parola d’ordine di CasaPound? Ma poi – non prendiamoci in giro! – si respira oramai un clima quotidiano di sdoganamento del fascismo, dei suoi crimini e dei suoi orrori, un clima agevolato dalle dichiarazioni di autorevolissimi ministri che dovrebbero garantire la sicurezza e la serenità di tutti i cittadini e invece fanno ogni giorno esattamente il contrario, seminando odio, rancore e violenza verbale a piene mani. L’ultima provocazione è proprio questa: l’autorizzazione della manifestazione di oggi di Forza Nuova.

Sia chiaro: non bisogna generalizzare. Devo prendere atto con soddisfazione e riconoscimento di tante distinzioni, da Roma a Prato: dal Presidente della Camera, al sindaco di Roma al Movimento 5Stelle di questa città. Ma devo anche prendere atto che le voci antifasciste si fermano sulla soglia di alcuni ministri di governo, che sembrano sordi alle richieste di legalità democratica. C’è tolleranza e acquiescenza in una parte delle istituzioni, che alle volte degrada in complicità. La promozione e la partecipazione di tre ministri al convegno medioevale di Verona cosiddetto sulla famiglia che si svolgerà il 30 marzo, contro le donne e contro tutta la popolazione italiana, è la pistola fumante della torsione oscurantista della Lega. Bene ha fatto il Presidente del Consiglio a negare il patrocinio del governo a questa iniziativa.

Mi permetto di ricordare al Comitato per l’Ordine e la Sicurezza di Prato che ha autorizzato la manifestazione di Forza Nuova di oggi, che si sono consapevolmente ignorate la XII Disposizione finale della Costituzione che vieta la ricostituzione sotto qualsiasi forma del partito fascista, e le leggi Mancino e Scelba che sanzionano ogni forma di fascismo e di razzismo. Aggiungo che Piero Calamandrei il 4 marzo 1947, quando si discuteva proprio della XII Disposizione, affermò: “non si troveranno certamente partiti che siano così ingenui da adottare di nuovo pubblicamente il nome fascista per farsi sciogliere dalla polizia”. Dal monito di quel grande Costituente si intende con chiarezza che il disciolto partito fascista si può chiamare in tanti modi diversi. Per esempio CasaPound, per esempio Forza Nuova. Un suo dirigente romano per così dire non incensurato due giorni fa ha scritto un post sulla pagina facebook nazionale della sua organizzazione proprio a proposito della giornata di oggi. Ecco alcune frasi: “Come 100 anni fa, solo i fascisti possono salvare l’Italia”, e ancora: “Sabato 23 marzo, come 100 anni fa, chiameremo alla lotta l’Italia più bella, quella pronta a combattere per difendere i confini e la giustizia sociale, l’Italia che non china la testa, che innalza bandiere nere e tricolori”. Caro Comitato per l’Ordine e la Sicurezza di Prato, ma di cosa stiamo parlando? Mi permetto di ricordare che Forza Nuova intende celebrare il centesimo anniversario della nascita dei fasci di combattimento, cioè del fascismo. Mi permetto di ricordare la pressante richiesta di proibire la manifestazione fascista da parte di un larghissimo fronte unitario, democratico e istituzionale e dalla Diocesi. Mettere sullo stesso piano Forza Nuova e lo schieramento democratico, come fa il Comitato in un imbarazzato e imbarazzante comunicato, è un oltraggio alla storia e alla Costituzione. Lascia poi sbalorditi la raccomandazione del Comitato al senso di responsabilità di tutti. Siamo noi che diciamo a voi: avete mancato totalmente di senso di responsabilità!

Ma davanti ad istituzioni che non sempre rispettano il dovere di schierarsi con la Repubblica antifascista, abbiamo istituzioni – e sono la grande maggioranza – che si battono in prima fila per difendere la legalità repubblicana e la sua Costituzione: parlo di tanti sindaci, e qui ne abbiamo un esempio, dal sindaco di Prato ai sindaci di tanti altri comuni. Parlo di istituzioni morali, come la Diocesi. Ed aggiungo la volontà di decine di migliaia di cittadini che si sono espressi inequivocabilmente perché la città Medaglia d’argento alla Resistenza non subisse l’oltraggio del raduno di Forza Nuova, dei più giovani, gli studenti, che sono la pulsazione, il battito del nostro cuore.

Partigiane e partigiani! Noi siamo qui, oggi, 23 marzo 2019, un secolo dopo l’inizio dello scempio fascista in Italia, per difendere la democrazia, la libertà, la vita. Il fascismo negò la democrazia istaurando un regime a partito unico dove il partito era lo Stato. Negò la libertà, comminando migliaia di anni di galera tramite il tribunale speciale a chiunque non condividesse le sue idee e la sua politica. Negò la vita per i tanti omicidi degli squadristi, per le tante stragi delle sue guerre d’invasione, per i tanti caduti delle sue follie belliche come l’aggressione all’Unione Sovietica. La democrazia, care cittadine e cittadini, è imperfetta, come tutte le cose umane. Ma ci garantisce la libertà e la vita e ci salvaguarda la speranza dell’eguaglianza sociale. Noi sappiamo che tutte le speranze di eguaglianza, di difesa della dignità delle persone, di lavoro, di welfare, sono racchiuse nello scrigno più prezioso della Repubblica: la Costituzione. In quello scrigno non c’è posto per fascisti e razzisti di ogni tipo. Per questo noi oggi qui rinnoviamo un patto che già proprio Calamandrei scolpì nelle parole della sua più famosa poesia dedicata al camerata Kesselring:

“Soltanto con la roccia di questo patto

giurato tra uomini liberi

che volontari si adunarono

per dignità e non per odio

decisi a riscattare

la vergogna e il terrore del mondo

su queste strade se vorrai tornare

ai nostri posti ci ritroverai

morti e vivi collo stesso impegno

popolo serrato intorno al monumento

che si chiama

ORA E SEMPRE RESISTENZA”.

Fascisti e razzisti, via da Prato!

Non passeranno! Uniti si vince! Viva la Resistenza! Viva la Costituzione! Viva l’Italia!”

Gianfranco Pagliarulo, Prato, 23 marzo 2019

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Miracolo a Biella

C’è la memoria democratica e la storia, il racconto di grandiose capacità industriali e artigianali all’origine della moda made in Italy, la capacità di fare formazione per i giovani divertendo e commuovendo nel film “Il Patto della Montagna”. Il mediometraggio di Manuele Cecconello e Maurizio Pellegrini, autrice e project manager Francesca Conti, prodotto dalla Jean Vigo Italia, e patrocinato anche dall’Anpi nazionale, ha incantato mercoledì scorso studentesse e studenti di Roma.

Presentato grazie alle partigiane e ai partigiani capitolini al Nuovo cinema Aquila, sala di un quartiere della periferia cittadina tra i più attivi nella lotta antifascista, ha catturato il pubblico per 72 minuti su una vicenda travolgente, narrata a ritmo incalzante come non ti aspetti da un documentario.

L’iniziativa era dedicata soprattutto alle studentesse, le ragazze del liceo artistico Enzo Rossi e dell’istituto tecnico Giorgi-Woolf, dove sono stati avviati corsi per il settore produttivo tessile-sartoriale, perché filo conduttore del docu-film è il primo atto in Europa con cui, proprio in una fabbrica di tessuti di Biella, città Medaglia d’Oro per la Resistenza e terra di stoffe e marchi tessili prestigiosi, nel 1944, in piena guerra di Liberazione, si stabilì la parità retributiva tra uomo e donna.

Le studentesse e gli studenti in sala

«Di nascosto da fascisti e nazisti – ha anticipato Francesca Conti – imprenditori, partigiani e lavoratori si accordarono: salvare gli stabilimenti produttivi dalla furia distruttiva degli occupanti non poteva prescindere dal migliorare le condizioni di chi ci lavorava, giovani donne soprattutto. “Uguale lavoro, uguale salario” era dunque una questione di rispetto e di democrazia».

E l’opera cinematografica sembra essere riuscita nel prodigio di coinvolgere quei giovani, in gran parte della stessa generazione di Greta Thunberg che, come la sedicenne attivista svedese ora candidata al Nobel per la pace, vogliono cambiare il mondo.

E hanno le idee chiare. «Vorremmo vivere in una società sostenibile e con gli stessi diritti per tutti», dicono Alice e Beatrice, tatuaggi e piercing dappertutto.

Durante la proiezione le sentivi appassionarsi ai ricordi del comandante partigiano Argante Bocchio, promotore e testimone dell’accordo, tornando dopo tanti anni alla fabbrica Cerruti; alla trattoria Il Quadretto, dove quella sorta di contratto fu siglato con una stretta di mano; in montagna tra le lapidi e i monumenti ai Caduti incastonati in un paesaggio stupendo e magnifico di fiumi dalle acque purissime (quelle che determinano la qualità dei tessuti prodotti nel biellese) e il verde dei boschi.

Argante Bocchio e Nino Cerruti (sulla sinistra) con Sara Conforti e Christian Pellizzari in una scena del film

Si sono tutti emozionati, al di là del genere, i giovani in sala (al pari dei loro insegnanti e dei rappresentanti romani della Rete degli studenti) seguendo gli incontri narrati dal film, cogliendone l’ironia, la delicatezza oppure la drammaticità: gli incontri della giovane promessa dell’alta moda milanese, lo stilista Christian Pellizzari, in pellegrinaggio nel distretto industriale di Biella per capire le origini dei tessuti meravigliosi usati nelle sue collezioni; l’incontro tra i novantenni Nino Cerruti, il figlio di chi firmò allora il patto, e Argante; gli incontri della stilista Sara Conforti con le bravissime e coscienziose operaie sarte che nascosero, sfamarono, curarono e naturalmente vestirono i partigiani durante la Resistenza.

Un fotogramma del film

Dopo averle ritratte attraverso i materiali di repertorio, la pellicola le vede, ormai anziane, impegnate a confezionare, per donarla all’ex combattente, una giacca tale e quale alla divisa partigiana cucita clandestinamente per i ribelli in montagna (ma realizzata con un pregiatissimo cashmere, scelto personalmente da Nino Cerruti).

Annuivano le ragazze e i ragazzi alle parole del presidente dell’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea piemontese, Claudio Della Valle, garanzia di precisione e di correttezza divulgativa, quando nel documentario spiega: “Democrazia è conflitto con le regole”. Riscuotendo l’approvazione degli spettatori, componenti di una scolaresca assolutamente meltingpot, che dunque non ti aspetti possano riconoscersi in una storia tutta italiana, perché originari di Paesi lontani con tradizioni certamente differenti. Si rassegnino i sovranisti, quei ragazzi, figli di madri a loro volta nate qui, che mai forse hanno visto la Cina, l’India, il Pakistan, il Marocco, l’Egitto, la Tunisia, la Corea, si sono immedesimati nella storia del patto della montagna, dando prova dell’universalità dei valori raccontati, e pur sottraendosi dal porre domande, non hanno perso una battuta degli interventi, volutamente concisi, successivi alla proiezione, moderati dalla responsabile scuola dell’Anpi Roma Gabriella Pandinu.

Durante gli interventi. Da sinistra: Marina Pierlorenzi, responsabile donne Anpi Roma; Marta Bonafoni, consigliera della Regione Lazio; Gabriella Pandinu, responsabile scuola dell’Anpi Roma; Carla Nespolo, presidente nazionale Anpi; Francesca Conti, autrice del film

Marina Pierlorenzi, vice presidente e responsabile donne dell’Anpi Roma, ha voluto sottolineare il passo del film in cui l’imprenditore Cerruti ricorda le parole del padre: “Accolsi il patto perché era giusto così”. «Allora – ha continuato Pierlorenzi – le disparità nel trattamento salariale delle donne e pure dei fanciulli rispetti agli uomini era enorme, ma ancora adesso la parità di genere nel mondo del lavoro è un sogno non realizzato, nonostante sia stato cavalcato strenuamente dalle donne Costituenti, appena 21 su 556 eletti all’Assemblea deputata a scrivere il testo fondamentale della Repubblica Italiana. L’invito a tutte e tutti voi è di impegnarsi per ottenerla».

Marta Bonafoni, consigliera della Regione Lazio ha rincarato: «Attualmente le donne percepiscono il 22 per cento in meno dei loro colleghi uomini. E quando c’è crisi economica sono le persone più fragili, soprattutto le donne, sempre più precarie, costrette a scegliere tra famiglia e lavoro, a pagarne il prezzo. Bisogna lottare e lottare, anche per onorare la memoria dei partigiani».

I ragazzi delle scuole scambiano opinioni e impressioni sul film

La presidente nazionale dei partigiani, Carla Nespolo, si è rivolta alle ragazze e ai ragazzi: «Se vi guardate intorno scoprirete di sicuro altre meravigliose storie di impegno e lotta, ognuna da studiare. A Novara e a Genova, per esempio, furono gli operai a salvare le fabbriche dalla furia nazifascista. Se il 25 aprile, Festa della Liberazione, andrete nella città ligure, troverete l’Ansaldo aperta – ha continuato Nespolo – e potrete osservare in ogni reparto lapidi in memoria di lavoratori fucilati sul posto o deportati per la loro opposizione al nazifascismo».

Al Pigneto, prima della proiezione. I partigiani di Roma mostrano alla presidente nazionale Anpi, Carla Nespolo, una targa dell’associazione apposta nel 1947 con i nomi dei Caduti del quartiere durante l’occupazione nazifascista di Roma

La strada dei diritti è lunga,  basti pensare che la prima legge italiana sulla parità di trattamento tra donne e uomini è del 1976, ha ricordato Nespolo: «Io allora ero in Parlamento, alla mia prima legislatura quando la firmai, e ministro del lavoro era una donna, Tina Anselmi. Eravamo ispirate dall’art. 3 della Carta, tanto voluto dalle donne costituenti, che impone la rimozione di ogni ostacolo alla parità e dignità delle persone. E per questo dobbiamo continuare a impegnarci, donne e uomini insieme, per avere asili nido, congedi parentali, le condizioni per mettere in pratica l’uguaglianza».

Poi Nespolo ha incoraggiato i ragazzi ad amare la cultura (pure la moda, quella che nasce dall’ingegno e dalla preparazione è cultura) e a studiare la storia, oggi considerata quasi materia accessoria e superflua: «Può darvi tanto, studiatela soprattutto per voi», ha esortato la presidente Nespolo.

Il Patto della Montagna da mesi sta girando il Paese, a Roma verrà riproposto alla Casa della Memoria il 20 marzo. Intanto, all’uscita del Nuovo cinema Aquila, fermandosi a osservare i volti dei ragazzi si è fatta largo una consapevolezza: le partigiane e i partigiani non moriranno mai.

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