Vietare il corteo fascista del 28 ottobre a Predappio

Un’immagine del corteo dello scorso anno a Predappio (da https://immagini.quotidiano.net/url=http://p1014p. quotidiano.net:80/polopoly_fs/1.3498038.1509309325!/ httpImage/image.JPG_gen/derivatives/gallery_800/ image.JPG&h=495&pos =top&w= 626&mode=clip

“Celebrare la marcia su Roma e Benito Mussolini vuol dire celebrare il fascismo. Consentire la celebrazione della marcia su Roma e di Mussolini significa disattendere e violare il dettato della Costituzione”. L’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia con una lettera firmata dal vicepresidente Emilio Ricci ha chiesto al prefetto e al questore di Forlì-Cesena ed anche al sindaco di Predappio, l’espresso divieto della commemorazione della marcia su Roma il 28 ottobre prossimo a Predappio.

Lo scorso anno nella cittadina romagnola erano giunti in 3mila. Camicie nere e mani tese nel saluto fascista, arrivate con pullman e auto da tutta Italia nella località natale di Mussolini e che ne ospita la tomba. Organizzati da Forza nuova e Arditi di Romagna, hanno sfilato in corteo da piazza Sant’Antonio al cimitero di San Cassiano. Indisturbati, eppure non avevano alcuna autorizzazione. Scrive il vicepresidente Ricci: “Ogni anno, in questa occasione, assistiamo a un corteo di camerati in camicia nera che espongono simboli dell’odio (svastiche, fasci littori o celtica) e porgono, con fare osannante, il saluto romano al sacrario di Benito Mussolini”. Non solo:“Ulteriore aggravante è rappresentata dal fatto che i manifestanti non chiedono l’autorizzazione alle autorità competenti e di fatto ogni volta questa celebrazione viene tollerata”. L’Anpi – prosegue il vicepresidente dell’Associazione dei partigiani –si è sempre opposta e ha sempre denunciato tali manifestazioni. La gravità e illiceità dell’evento è così evidente che non può essere taciuta.

La copertina della pagina Facebook dell’Anpi

Emilio Ricci, avvocato, che ha ricevuto il mandato di rappresentare nella sua richiesta l’Anpi tutta, “in persona della presidente Carla Nespolo, spiega: “ La legge Scelba e la legge Mancino sanzionano in maniera anche penalmente rilevante l’apologia del fascismo quando apologia vuol dire esaltazione del regime, esaltazione dei principi, delle figure che al fascismo hanno fatto riferimento. L’art. 4 l. 20 giugno 1952, n. 645, infatti, punisce «chi pubblicamente esalta esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo».

Consentire che una manifestazione di tal genere abbia luogo costituirebbe apologia del fascismo.

Né si può affermare che vietando la celebrazione si neghino le libertà costituzionalmente tutelate come quella di riunione e di manifestazione del pensiero”.

Infatti, illustra Ricci:

“La Corte europea dei diritti dell’uomo, con una sentenza del 2015, visto l’art. 10 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo, ha espresso il principio per cui taluni diritti si possano anche comprimere nel momento in cui questi non sono conformi a quelli che sono i principi generali dell’ordinamento costituzionale dei vari Paesi.

Da https://o.aolcdn.com/images/dims3/GLOB/legacy_ thumbnail/630×315/format/jpg/quality/85/http%3A%2F% 2Fi.huffpost.com%2Fgen%2F829373%2Fimages%2Fs- RADUNO-PREDAPPIO-large640.jpg

Allo stesso tempo, la celebrazione della marcia sua Roma integrerebbe altresì gli estremi del reato di apologia di delitto, di cui all’art. 414 comma 3 c.p. La giurisprudenza di legittimità, infatti, ha affermato che l’elemento oggettivo di tale fattispecie «consiste nella rievocazione pubblica di un episodio criminoso diretta e idonea a provocare la violazione delle norme penali» (Cass., sez. I, 17 novembre 1997, Gizzo, in C.e.d. Cass. n. 209140). Poiché è indubitabile che la figura di Mussolini rievochi ed esalti i metodi fascisti, la sua celebrazione è certamente interpretabile come apologia dei reati commessi nel ventennio fascista.

Inoltre, in considerazione dell’evento programmato, si possono profilare altresì gli estremi del reato di cui all’art. 2 d.l. 26 aprile 1993, n. 122 (con riferimento all’art. 3 l. 13 ottobre 1975, n. 654). La norma, infatti, punisce «chiunque, in pubbliche riunioni, compia manifestazioni esteriori od ostenti emblemi o simboli propri o usuali delle organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi» che abbiano tra i loro scopi «l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali o etnici». Essendo indiscutibile che il fascismo era fondato sull’odio razziale, celebrare un suo esponente nell’ambito di un evento pubblico integra la fattispecie in parola”.

Conclude la lettera, il vicepresidente Ricci: “Alla luce di quanto esposto-– si invita l’Ill.mo Prefetto a vietare la celebrazione dell’anniversario della marcia su Roma a Predappio il 28.10.2018 in quanto illecita e illegittima”.

Il testo completo può essere letto anche su anpi.it all’indirizzo e un consistente estratto su Repubblica.it.

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Una lapide per le camicie nere? Pasticcio a Savona

“Abbiamo chiesto l’immediata modifica della lapide”, ha finalmente dichiarato il sindaco di Savona, Ilaria Caprioglio, dopo la reazione della società civile a una vicenda che ha scosso la città Medaglia d’Oro al Valor Militare per la Resistenza.

E già, perché a poche settimane di distanza dallo scempio della targa commemorativa in memoria dei sette Martiri della strage di Natale ’43, un altro episodio ha ferito la coscienza democratica del luogo natale di Sandro Pertini: la scopertura ufficiale di una stele dove, nella lista delle Forze Armate che hanno avuto caduti e dispersi nella Seconda guerra mondiale, compaiono anche le “Camice nere”.

Sabato scorso al Cimitero cittadino di Zinola, Campo “V” dei Valorosi, per iniziativa dell’Opera Nazionale Caduti Senza Croce, alla presenza del sindaco Ilaria Caprioglio e del prefetto Antonio Cananà, si è tenuta la cerimonia di inaugurazione della lapide, posta accanto al monumento in onore ai Caduti e dispersi del Secondo conflitto mondiale.

Ebbene nell’elenco, con alpini, artiglieri, autieri, bersaglieri, carabinieri, carristi, fanti, genieri, granatieri, marinai, aviatori, sanitari, cappellani, c’erano anche le “camicie nere”. Reazione della prima cittadina e del prefetto? Nessuna, mentre i rappresentanti dell’Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza avevano preferito allontanarsi.

(da http://www.ivg.it/photogallery_new/images/2018/10/lapide-camicie-nere-caprioglio-canan-495218.660×368.jpg)

Alla vicenda l’Anpi Savonese, con i partiti, i sindacati e le associazioni democratiche, è insorta e chiesto la cancellazione della scritta ignominiosa in onore agli sgherri di Mussolini.

«Savona non può subire ulteriori offese alla sua storia – dice il presidente dell’Anpi provinciale Samuele Rago – e chi la rappresenta nelle istituzioni dello Stato ha il dovere di impedire e sanzionare l’offesa». In un primo momento, alla richiesta di chiarimenti, le autorità cittadine avevano risposto di non essere state informati in anticipo della scritta.

A protestare anche la Cgil, i partiti democratici – il Pd regionale ha annunciato un’interpellanza –  e l’Arci.

Il presidente di Arcimedia, Giovanni Durante, si è recato alla lapide coprendo con un nastro adesivo la dicitura della vergogna. “In attesa che sia rimossa e che qualcuno dia le dimissioni andava fatto – ha spiegato – . È nastro da muratura: se lo tolgono ogni giorno ci impegniamoci a rimetterlo”. Anche l’Anpi Genova ha espresso grande indignazione.

L’oltraggiosa dicitura coperta con lo scotch (da https://www.ivg.it/photogallery_new/ images/2018/10/camicie-nere-lapide-495234.660×368.jpg)

Continua Rago: «Ricordare le “camicie nere” alla pari di alpini, carabinieri, e altri corpi militari impegnati nel conflitto è una fine alchimia per riabilitare chi fu l’artefice del disastro della seconda guerra mondiale e dell’alleanza col nazismo di Hitler responsabile dell’olocausto»”. Le camicie nere cioè la Mvsn (milizia volontaria per la sicurezza dello stato) erano strutturate su base volontaria e territoriale, formate da iscritti al Partito nazionale fascista e giuravano fedeltà a Mussolini che affidò loro il ruolo di braccio armato”. Spiega Rago: «La Mvsn pertanto è organica al fascismo in tutto e per tutto ed anche se verrà poi aggregata ai ranghi dell’esercito è ben lontana da quei valori che seppero esprimere le migliaia di caduti a Cefalonia, solo per citare il caso più conosciuto o i quarantacinquemila morti nei campi di concentramento per non asservirsi ai nazisti, o agli alpini caduti in Russia».  Per di più – spiega l’Anpi savonese – «la stessa lapide che genericamente viene dedicata a “tutti i Caduti” della seconda guerra mondiale è offensiva per chi, come i carabinieri pagarono un pesante tributo di sangue al regime fascista come i 12 uccisi alle fosse Ardeatine o i 3 martiri di Fiesole. Chi fu il braccio armato di un regime dittatoriale e violento non può avere lo stesso riconoscimento di chi pagò il prezzo del suo “dovere”».

Insomma dopo le pressioni della cittadinanza il sindaco farà cancellare l’offensiva iscrizione.

Così era stata ridotta la lapide in memoria dei sette Patrioti Martiri: Cristoforo Astengo, Aurelio Bolognesi, Francesco Calcagno, Arturo Giacosa, Carlo Rebagliati, Aniello Savarese, Renato Vuillermin

Intanto è stata restaurata e verrà ricollocata, al Forte della Madonna degli Angeli, la lapide in memoria dei sette Martiri della strage di Natale 1943 uccisi proprio dalla “omaggiata” Mvsn come rappresaglia per un’azione partigiana alla Trattoria della Stazione, ritrovo di nazisti e fascisti. Due le iniziative per il ripristino: una cerimonia sabato prossimo, 13 ottobre, al Forte, luogo dell’eccidio, e il 27 una manifestazione con corteo che attraverserà la città. Promotori il Comitato antifascista e il Coordinamento antifascista, di cui fa parte l’Anpi. Sabato 13 un gruppo farà il percorso a piedi seguendo un sentiero attrezzato che parte dalla ex centrale del latte e chi non conosce il posto, o avesse difficoltà a raggiungerlo, può prendere contatto con gli organizzatori via mail (anpisavona@gmail.com) oppure per telefono (349 5506184). Il 27 ottobre l’appuntamento per sfilare è alle ore 15 in piazza Martiri della Libertà. «Una grande partecipazione – conclude Rago – sarà la migliore risposta a vecchi e nuovi fascismi, a vecchi e nuovi razzismi».

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“Lucano libero!”

A Riace il 6 ottobre 2018

L’Umanità al potere. Un sogno realizzatosi almeno per un giorno nel pomeriggio del 6 ottobre a Riace.

Previsioni meteo e allerte di ogni colore non hanno fermato il cuore generoso di donne e uomini di ogni età decisi a portare la loro solidarietà al sindaco Mimmo Lucano, gridando al contempo un forte no a tutti i razzismi e tutti i fascismi.

Un corteo lungo, colorato e pacifico ha sfilato per tutto il pomeriggio sino a portarsi sotto la casa del sindaco agli arresti domiciliari.

Per far sentire il calore di un’Italia che non si rassegna a vivere sotto una cappa di odio e rancore contro i migranti e gli ultimi della società.

Delegazioni da tutta Italia, con una forte presenza della Calabria, si sono ritrovate insieme per condividere oltre alla solidarietà, la necessità di reagire, continuare a vedersi, non disperdere un grande patrimonio di energie e disponibilità a lottare per un paese più giusto e più umano.

Con l’Anpi a Riace

Tutti concordi – associazioni, partiti, sindacati, singole personalità – nel riconoscere al piccolo comune calabrese il merito di aver posto all’attenzione mondiale il significato autentico dell’accoglienza e della giusta integrazione. Nemmeno i peggiori nemici di questa esperienza riescono ad andare oltre il solito cliché delle accuse di buonismo e dell’invasione.

Questo perché Riace, con il suo sindaco in primis, hanno dimostrato con i fatti in vent’anni di attività cosa siano le buone pratiche amministrative. Come si può fare accoglienza senza diventare complici di meccanismi perversi di corruzione e spreco di risorse.

È questo a dare fastidio di Riace e del suo modello. Non altro. A poco serviranno gli arresti domiciliari e la denigrazione per mettere fine a questa esperienza. La manifestazione del 6 ottobre lo ha dimostrato senza esitazione.

C’è una grande parte del Paese pronta a difendere pacificamente ma con determinazione l’esperienza del piccolo borgo. Qui si respira aria di Resistenza. Se si vuole avere una conferma al concetto gramsciano dell’odio per l’indifferenza bisogna venire a Riace. L’indifferenza da queste parti non ha cittadinanza. Decine di nazionalità, presenti ormai da anni a Riace, hanno sfilato insieme per chiedere la liberazione del loro sindaco. Fa davvero commuovere, in questa giornata, vedere bambine e bambini dalla pelle scura ripetere “Lucano libero”.

Questo è un luogo dove non ci sono muri né reali né mentali. È la difesa dell’essere umano con la sua dignità a indicare la strada. Un laboratorio di idee aperto alla diversità sempre in fermento. “Restiamo umani” – il 6 di ottobre – non è stato solo uno slogan ma una speranza per il futuro.

L’Anpi a Riace. A destra della foto, il coordinatore regionale della Calabria, Mario Vallone

L’Anpi presente da sempre a Riace non ha mai fatto mancare la propria solidarietà e vicinanza al sindaco Lucano.

La grande partecipazione delle tante delegazioni calabresi e da altre regioni con i simboli e le bandiere dell’Associazione hanno confermato il forte legame che ci unisce a Riace.

La storia non finisce il 6 ottobre. Per questo siamo già al lavoro per costruire una nostra prossima iniziativa. C’è ancora bisogno di continuare una grande battaglia di valori con al centro la bussola della Costituzione.

Mario Vallone, coordinatore regionale Anpi Calabria


Ed ecco altri scatti della mobilitazione di solidarietà, a Riace, al sindaco Mimmo Lucano











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Pesaro, negare una sala a CasaPound è legittimo

Il sindaco di Pesaro Matteo Ricci (da https://www.ilrestodelcarlino.it/pesaro/politica/matteo-ricci-sotto-scorta-1.3599778)

I neofascisti lo avevano denunciato per abuso d’ufficio dovuto a presunta discriminazione politica. Ma ora il gip ha accolto la richiesta di archiviazione da parte della Procura nei confronti del sindaco Matteo Ricci.

Lo scorso dicembre il primo cittadino di Pesaro aveva infatti osato revocare la concessione di una sala comunale per la presentazione di un libro all’associazione culturale “Molo 4”, non appena scoperto che in realtà l’autore del volume era un militante delle tartarughe frecciate.

E CasaPound lo aveva denunciato. Scrive il gip: “…l’ipotesi investigativa iniziale muove dall’assunto che sia stata negata un’autorizzazione amministrativa da pubblici ufficiali per mere ragioni di discriminazione politica. Non tiene conto del fatto che il provvedimento criticato non appare né illecito né palesemente illegittimo e come tale doveva essere censurato davanti al giudice amministrativo”.

Ricci era stato anche minacciato e per questo costretto a vivere sotto scorta. Lo stesso sindaco però, qualche giorno dopo, aveva chiesto e ottenuto di non averla più. Intanto a Pesaro, il Consiglio comunale approvava  un odg  col quale si consente l’utilizzo delle aree e delle sale comunali solo a chi, sottoscrivendo una dichiarazione, si riconosca nella Costituzione antifascista e nelle leggi nazionali, e si impegni a non compiere “manifestazioni esteriori, anche a mezzo di social network” di carattere fascista o nazista, razzista, omofobo, sessista, ripudiando ogni forma di discriminazione.

“CasaPound esce sconfitta su tutta la linea da questa vicenda – ha commentato il sindaco Ricci –. Nascondendosi dietro un’associazione aveva chiesto la sala, che tra l’altro non sono certo io a concedere, ma poi si è scoperto che dietro c’era CasaPound. E allora, scoperto il piano, hanno cercato visibilità, scontro politico e giudiziario. Non hanno raccolto niente. Hanno indotto, questo sì, il questore a mettermi la scorta per qualche giorno ma poi io stesso ho chiesto di non averla. Adesso abbiamo un regolamento che impegna chiunque che chiede di utilizzare sale comunali di sottoscrivere un documento nel quale si riaffermano i principi di antifascismo”. E ha concluso: “Cercavano visibilità a Pesaro, ma hanno sbagliato i loro conti”.

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Solidarietà al sindaco di Riace

Domenico Lucano, sindaco di Riace

Agli arresti domiciliari il sindaco di Riace. In merito, ecco il comunicato congiunto Anpi, Arci, Cgil, Libera, Articolo 21 con l’adesione dell’Aned: “Riace, un piccolissimo paese quasi spopolato della profonda Calabria, è diventato un simbolo nel mondo. Il modello Riace è semplicemente la straordinaria dimostrazione che si può costruire un efficace sistema di accoglienza diffusa, che l’integrazione rappresenta una importante occasione di sviluppo per il territorio, che costruire una società inclusiva e accogliente è un vantaggio per tutti. Un’utopia contro la quale negli ultimi mesi aveva fatto già balenare le sue accuse il Ministro dell’Interno: la colpa di Riace sarebbe quella di aver accolto troppo, anche oltre le decisioni delle commissioni prefettizie.

Sta di fatto che i finanzieri stamattina hanno arrestato, ai domiciliari, l’uomo-simbolo di quella esperienza, il sindaco Mimmo Lucano, con l’accusa – tra l’altro – di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Le inchieste della magistratura si rispettano sempre, ma questa ordinanza nei fatti blocca l’esperienza più significativa che dimostra come integrazione e accoglienza siano la chiave di volta per risollevare l’intero Paese.

Restiamo in attesa di conoscere i dettagli del provvedimento, ma esprimiamo solidarietà al sindaco Mimmo Lucano e ci mobiliteremo per confermare tutta la nostra vicinanza alla comunità di Riace”.

 


Ed ecco l’intervista apparsa su questo giornale online il 22 aprile 2016:

Riace, il paese dell’accoglienza: da Sud del Sud a comune del mondo

Natalia Marino Intervista al sindaco di Riace (Reggio Calabria) Domenico Lucano, eletto dal magazine “Fortune” tra le 50 persone più influenti del mondo. La sua bella normalità. Il sogno realizzato di accoglienza. Una migrazione che ha risuscitato un paese fantasma. Nei fatti l’articolo 2 della Costituzione, e cioè “l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”

Domenico Lucano (da http://www.adnkronos.com/rf/image_size_400x300/ Pub/AdnKronos/
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«Ero semplicemente un cittadino, quando nel 1998 ci fu uno sbarco di 800 persone tra afgani, iracheni e curdi. È stata l’occasione a guidarci: fondammo un’associazione dedicata a Tommaso Campanella, Città Futura. Ci siamo divertiti a immaginare una società ideale. Io provengo dall’impegno politico, molto forte, molto convinto. Molto a sinistra, intendiamoci. Facevo parte di Unità Proletaria. La mia Calabria è una terra di forte declino demografico, con fenomeni di marginalità sociale, dove regna la rassegnazione: “tanto ormai, tanto ormai…”. Riace invecchiava e si svuotava, popolata solo di anziani era condannata all’annientamento e all’oblio. In questo contesto particolare della provincia di Reggio Calabria e della Locride, nulla sembra sfuggire ai condizionamenti mafiosi. Si depredava il territorio con opere pubbliche e piani di sviluppo inverosimili, si scempiava con la speculazione edilizia; l’economia locale, interamente agricola, subiva la pressione delle ’ndrine. Così abbiamo cercato di ragionare in modo nuovo, per reagire e difendere il bene comune, collettivo, pubblico. Bisognava ricominciare daccapo. E quel sistema insano siamo riusciti ad alterarlo».

Come avete fatto?

Partendo dalla consapevolezza delle scarse possibilità economiche, senza consegnarci a sterili e annose rivendicazioni come la questione meridionale e l’abbandono da parte dei governi nazionali. Abbiamo studiato il territorio e compreso che si poteva ricominciare riempiendo gli spazi vuoti, puntando cioè sul recupero: del territorio, dell’identità, del patrimonio culturale locale, delle case abbandonate. Così è nato il centro di accoglienza per i profughi. Soprattutto eravamo animati da un’idea della politica capace di costruire, guardando alle persone e alle relazioni umane. Desideravamo dare forma all’entusiasmo che avevamo dentro e abbiamo ancora.  

L’accoglienza ha riportato in vita un paese divenuto fantasma…

Anno dopo anno abbiamo aderito ai programmi del ministero dell’Interno e pian piano Riace è divenuta una terra come Lampedusa, di passaggio. Però poi in molti hanno messo radici, gli sbarchi non si sono arrestati, le famiglie di profughi si sono potute riunire. Gli abitanti sono 1.726 e 500 i richiedenti asilo, ci sono persone provenienti da 25 nazionalità diverse. Il paese è costituito da due nuclei abitativi distanti tra loro 3 km: la marina, di più recente edificazione, e un centro storico nella parte alta, a trecento metri dal mare, dove vivono in prevalenza persone immigrate. Si convive serenamente e normalmente nella multietnicità. Non mi aspettavo tanta risonanza mediatica. Mi ha sorpreso essere portato a emblema internazionale di impegno civile.

Pensa che Riace possa costituire un modello per l’integrazione?

Sì, vogliamo dare un esempio e un messaggio di umanità al mondo, invitare a capire che i nostri problemi economici, rispetto a quanto avviene nel resto del pianeta, sono poca cosa. Le migrazioni sono un fenomeno globale e ne vanno comprese le ragioni. Siamo noi occidentali, col nostro stile di vita, i veri responsabili dell’esodo delle migliaia e migliaia di persone che si mettono in viaggio. Destabilizziamo enormi aree con le guerre e per ragioni di profitto economico le condanniamo alla miseria. Chi fugge dal proprio Paese cerca scampo dalla guerra o dalla povertà. Sappiamo che il viaggio dei migranti può durare anche anni e può avere come meta la morte. È troppo facile chiedere la chiusura delle frontiere e la fine degli sbarchi, o creare allarme col timore delle malattie portate dai profughi. Per gli abitanti di Riace vivere in questo modo è la normalità. Avere sensibilità umana, non avere pregiudizi o secondi fini, è la nostra la quotidiana normalità.

L’Articolo 2 della Costituzione italiana sancisce il dovere della Repubblica all’accoglienza, pensa di interpretarne al meglio il dettato? Riace ha dimostrato che nonostante le difficoltà è possibile vivere meglio accogliendo. Il paese è piccolissimo, i problemi sono tanti, ma abbiamo saputo dare una risposta giusta alla casualità. Quel veliero che approdò sulle nostre coste nel 1998 fu portato dal caso, dal vento. Come era accaduto nel ’72 per le statue, i famosi Bronzi, e come è stato in seguito con i ripetuti sbarchi. Ma la risposta alla sofferenza e alla disperazione è stata umana. L’esperienza diretta mi permette di affermare che il sentimento democratico e di profonda umanità sopravvive proprio nei luoghi sconvolti dalla crisi, come la Calabria di oggi, la Calabria rurale dell’interno sconvolta dalla mancanza del lavoro e dall’emigrazione. Riace è il Sud del Sud, la periferia della stessa Calabria, ma la spontaneità non è stata scalfita dalla paura. Quel veliero resta il simbolo di un incontro tra persone disperate in cerca di salvezza e persone che credono nell’uguaglianza e nel rispetto reciproco. Oggi vivono insieme un’utopia possibile.

Panorama di Riace

Qual è il segreto per amministrare bene Riace?

Non so cosa significhi autorità. Molti miei colleghi governano con ordinanze contro le persone, contro il terrorismo, contro i rom. Ci sono molte organizzazioni politiche basate sull’odio razziale e sul disprezzo dell’umanità, che adottano politiche distruttive, sono sempre contro. Io la parola “contro” non la voglio nemmeno utilizzare. L’Europa del dopoguerra, che doveva essere un esempio di unità, inclusione e pace, di fronte alle migrazioni dimostra di cedere ai nazionalismi e prevalgono le soluzioni inumane di chiusura. Si discute all’infinito sulle soluzioni, ma non servono ricette complicate. Papa Francesco ha detto appena tre parole “Aprite i conventi”; Vittorio Arrigoni, il pacifista italiano morto in Palestina per un sogno di pace, diceva “Restiamo umani”. Io sono comunista nel senso ideale più ampio. Se un cittadino viene a Riace per me ha gli stessi miei diritti. Per questo oggi Riace non è più solo un comune calabrese. È un comune del mondo.

Lei è sindaco da tre mandati…

Quando mi sono candidato la prima volta, mio padre non mi ha votato. Non ho ambizioni politiche, desidero solo fare il sindaco dei miei concittadini per avere un futuro felice insieme. Voglio essere utile, impiegare le energie migliori e metterle al servizio del mio paese, per stare bene tutti. Ma le difficoltà sono costanti, non va dimenticato: i contributi dei programmi nazionali arrivano in ritardo e sono pure in scadenza. Noi abbiamo cercato di fare leva sulla creatività, investendo nella raccolta differenziata, nel turismo solidale. Vorremmo rilanciare l’agricoltura e abbiamo anche un mare bellissimo: sono tutte opportunità di lavoro e di sviluppo economico. In futuro dovremo proseguire con le nostre gambe. Ultimamente abbiamo avviato un esperimento di moneta locale, una sorta di bonus di diverso valore sul quale abbiamo impresso l’immagine di Che Guevara. So che a qualcuno non è piaciuto, tuttavia andiamo avanti.

Da http://www.larivieraonline.com/sites/default/files/ styles/large/public/notizie/domenico_lucano_0.jpg?itok=lVWIw7Wg

Ha ricevuto le congratulazioni delle istituzioni nazionali e locali per il prestigio che un minuscolo borgo calabrese ha conferito a tutta l’Italia?

Solo da qualcuno della Regione Toscana, oppure da semplici cittadini, o dai compagni dell’impegno politico e civile di un tempo. Non mi ha chiamato nessun altro.

Riace può ancora ospitare migranti?

L’antico centro del paese, sulla collina, si è completamente svuotato negli anni 60 e 70. La terra era in mano a poche persone facoltose e i braccianti furono costretti ad andar via per lavorare nelle fabbriche del Nord. È stato un preciso disegno politico che ha penalizzato il Sud. Le case deserte erano almeno duemila, dunque abbiamo ancora spazio per chi volesse stare da noi. È il mondo che ha perso la sua dimensione umana. Noi possiamo accogliere ancora, e insisto: per i cittadini di Riace è un fatto normale.

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IL VOLO DELLA MEMORIA

Milano, 30 settembre 2018

Milano e Marzabotto, unite ieri dalla storia e dall’impegno di oggi per riaffermare la democrazia In Italia e in Europa e respingere la xenofobia.

Una piazza Duomo, a Milano, colorata da migliaia di magliette rosse e bandiere arcobaleno all’insegna dell’impegno civile. Più di 25 mila persone, ieri pomeriggio, hanno risposto all’appello di Anpi, Aned e Sentinelli e si sono unite per protestare contro le politiche sull’immigrazione del governo. “Intolleranza zero” il titolo della manifestazione. C’erano anche i movimenti Lgbt, Emergency, Legambiente, Libera, Cgil, Cisl e Uil, le altre associazioni della Resistenza, la Comunità ebraica e tante comunità cristiane. E poi gruppi di migranti attualmente ospiti dei centri Sprar, il sistema di protezione dei richiedenti asilo e rifugiati organizzato in numerosi Comuni italiani, intere famiglie e giovani per testimoniare un’Italia accogliente, allegra e solidale che non si riconosce nelle parole d’odio imperanti sui social e condanna i sempre più numerosi episodi di violenza verso chi è diverso.

Il primo dei tanti messaggi letti dal palco è stato quello della senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta alla Shoah e testimone dell’Olocausto in migliaia di iniziative pubbliche, che ha parlato di sconforto nel constatare ‘l’espandersi del razzismo e “i diffusi segnali della rinascita di correnti razziste, xenofobe, nazionaliste, quando non apertamente fasciste o neonaziste nel nostro Paese”.

A seguire è stata la volta del messaggio di Carla Nespolo, presidente nazionale Anpi. “C’è nel Paese – ha scritto Nespolo – un risveglio delle coscienze di quelle cittadine, di quei cittadini che seppure distanti dalla militanza politica e sociale, sono giunti ad un livello tale di insopportabilità delle scelte governative sull’immigrazione, sulla vita delle persone deboli, da scendere in strada e contribuire a dar forza alle ragioni del diritto e della civiltà democratica. Dobbiamo proseguire – ha continuato la presidente dei partigiani – con entusiasmo, fantasia, passione, in questo difficile ma fondamentale cammino di rivolta e costruzione di un’alternativa umana. Dobbiamo cogliere ogni occasione di contatto, di dialogo. C’è una imprescindibile cultura di accoglienza da rifondare. Ce lo chiede la Costituzione, la necessità della sua piena applicazione. Ce lo chiedono le partigiane e i partigiani che si sono battuti, fino all’estremo sacrificio, per un Paese libero da discriminazioni, schedature e odio. Andiamo avanti, uniti”.

Un’altra immagine di Milano, 30 settembre 2018

Noemi Disegni, presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, ha rimarcato il valore civile dell’iniziativa; “difendere i valori irrinunciabili che sono patrimonio dell’intera collettività italiana e che hanno aiutato il nostro paese a lasciarsi alle spalle vent’anni di spietata dittatura e devastazione bellica e ad entrare a pieno titolo nella famiglia delle nazioni progredite e democratiche, con la più assoluta fermezza”.

Poi sono cominciati gli interventi dal palco. Ha parlato il portavoce di Sentinelli, Luca Paladini; Raffaele Ariano, il ricercatore universitario che ha denunciato Trenord per la frase razzista contro i rom di una capotreno; Massimo Biancalani, il parroco che accoglie i profughi; lo studente di San Donato vittima di omofobia e bullismo; il cantautore e scrittore Enrico Nascimbeni, aggredito sotto casa da due persone al grido di «sporco comunista»; il giornalista di Repubblica Paolo Berizzi, che vive sotto scorta dopo le minacce ricevute dall’estrema destra per le sue inchieste; Gabriele Rocchi della Cgil; la portavoce dell’Ong Sea Watch Italia, Giorgia Linardi, per raccontare l’ecatombe nel Mediterraneo e il presidente dell’Anpi Milano, Roberto Cenati: « Ottant’anni fa – ha esordito Cenati – il regime fascista emanava le famigerate leggi razziste che privarono gli ebrei dei loro diritti, per la sola colpa di essere nati, per poi privarli delle loro vite dopo l’8 settembre 1943. Quei provvedimenti infami firmati dal re Vittorio Emanuele III – ha ricordato il presidente dell’Anpi di Milano – di fatto prepararono la Shoah anche in Italia, alla quale parteciparono attivamente i repubblichini di Salò, senza l’apporto dei quali, non bisogna mai dimenticarlo, i nazisti non avrebbero potuto arrestare e deportare partigiani, ebrei, oppositori politici, lavoratori in sciopero». Cenati, ha evidenziato come da Milano, capitale della Resistenza, così negli anni della strategia della tensione e del terrorismo, sia partito «un segnale forte per tutto il Paese di un’ampia e unitaria mobilitazione contro la deriva razzista e l’intolleranza che si manifesta anche nei confronti di chi assuma posizioni di autonomia dall’esecutivo, dai magistrati ai funzionari del ministero». E dopo aver richiamato la commemorazione tenutasi la mattina a Marzabotto per il 74° della strage, ha detto: «Se il nazifascismo è stato sconfitto militarmente il 25 aprile 1945 dalla Resistenza italiana, alla quale diedero un fondamentale contributo le donne, non lo è stato culturalmente e idealmente. Il nostro Paese non ha fatto fino in fondo i conti con il fascismo. Ci sono persone a cui si mette in testa che le ideologie nazifasciste e razziste siano ancora oggi la risposta alle problematiche attuali, scaricando su chi fugge dalle guerre e dalla fame la responsabilità della crisi della società contemporanea: è la ricorrente teoria del capro espiatorio. Sulle responsabilità del governo nell’attuale fase storica ha affondato: «In questo affacciarsi di pulsioni razziste e xenofobe il ministro Salvini, che ha fatto proprio lo slogan di Casa Pound, ‘Prima gli italiani’, si vanta di avere ridotto le domande per il diritto d’asilo previsto nella nostra Costituzione. Mentre nel decreto sicurezza il governo, a trazione salviniana, pone ulteriori restrizioni sulla protezione umanitaria. Da ministro dell’Interno dovrebbe piuttosto preoccuparsi di combattere chi minaccia veramente la nostra sicurezza, come le mafie e la ‘ndrangheta che, molto spesso accumulano milioni di euro speculando proprio sulla situazione disperata di chi fugge dalla guerra e dalla fame».

In piazza Duomo, a Milano, si canta Bella ciao from ANPI on Vimeo.

La partecipazione popolare e festosa ha presidiato il centro meneghino per tutto il pomeriggio scandita dal ritmo rap del bresciano Tommy Kuti con la sua hit “Sono afroitaliano”». Una piazza sempre più gremita ha applaudito quando dal palco il conduttore di Caterpillar, Massimo Cirri, ha annunciato la presenza dell’ex presidente della Camera Laura Boldrini. Poi a sera, quella bellissima colorata piazza ha intonato “Bella ciao” e “Maledetta primavera”. Per la seconda volta, in poco più di un mese, il capoluogo lombardo ha fortemente risposto No alle politiche governative sull’immigrazione. Ad agosto quando la piazza (San Babila, allora) si convocò spontaneamente per protestare contro il vertice in prefettura tra Matteo Salvini e il premier ungherese Viktor Orbán. Nonostante si fosse nel pieno della stagione estiva arrivarono in diecimila e poche settimane dopo, il Parlamento Europeo censurò ha censurato Orban con schiacciante maggioranza per la deriva antidemocratica del suo esecutivo.

Monte Sole (Marzabotto). Il monumento che ricorda il percorso degli eccidi nazifascisti. Nelle sue vicinanze è stata costruita la Casa della Pace

Anche a Marzabotto, domenica 30 settembre, è accaduto un fatto nuovo e unico: per la prima volta, in occasione del 74esimo anniversario delle stragi nazifasciste del 1944, hanno partecipato insieme alla commemorazione i ministri degli Esteri di Italia e Germania, Enzo Moavero Milanesi e Heiko Maas.

Accolti dal presidente della Regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, Moavero e Maas si sono soffermati dinnanzi alle lapidi con i volti delle vittime e hanno partecipato alla messa celebrata dall’arcivescovo di Bologna, monsignor Matteo Maria Zuppi. Poi si sono recati al Sacrario ai Caduti per deporre una corona congiunta italo-tedesca e sono saliti sul palco per i discorsi ufficiali.

A portare il saluto e la commossa partecipazione dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia alla commemorazione del più grande massacro di civili della guerra di Liberazione a opera dei nazifascisti è stato il vice presidente nazionale avvocato Emilio Ricci. «A nome della presidente nazionale Carla Nespolo, del Comitato nazionale, della Segreteria nazionale e di tutti i Comitati provinciali e sezioni dell’Anpi», Ricci ha messo in rilievo il ruolo dei partigiani nel presente «anche quello della conservazione e dell’attiva promozione della memoria di tutti coloro che si sono battuti e sono caduti nella lotta contro il regime fascista e l’occupazione nazista». Ricci, dopo aver rammentato come «il sacrificio di tante persone, donne, giovani, vecchi e bambini sia stata la base sulla quale, dopo la Liberazione, si è fondata l’approvazione di una Costituzione di grandissimo profilo, ancora oggi strumento fondamentale normativo e formativo del nostro paese», ha detto: «Pur provenendo la nostra Carta da un compromesso di tutte le forze politiche che hanno partecipato alla Resistenza e alla Liberazione, essa, col suo linguaggio semplice e diretto costituisce un baluardo, che sempre ha rappresentato la difesa dei diritti e l’affermazione dei doveri del popolo italiano». Il vice presidente Anpi ha poi posto l’accento sui «numerosi tentativi di modifica parziali e incongrui dei principi contenuti nella nostra Costituzione che il popolo italiano ha sempre respinto. «Ciò nonostante ancora oggi – tuttavia ha detto Ricci – significative parti della Costituzione attendono di essere attuate e in questa direzione l’Anpi si muove per consentire un pieno e consapevole sviluppo di tutti i principi contenuti nella Carta». L’Associazione ha concluso «si batte con tutte le proprie forze, su tutto il territorio nazionale, capillarmente, per la difesa di questi principi assoluti, anche a difesa della memoria di quanti hanno dato la vita o si sono sacrificati durante la Resistenza per i principi di Libertà e Democrazia che oggi, nonostante i tentativi di cancellare i detti principi, ancora si levano a tutela del nostro regime democratico».

Poi ad alternarsi sul palco sono stati i due rappresentanti del governo tedesco e italiano. «Come ministro degli Esteri tedesco – ha esordito Mass – dico con profondo dolore e grande vergogna che mi inchino davanti alle vittime e ai loro familiari. E ha aggiunto: «Non è scontato che un ministro degli Esteri tedesco possa essere qui dove i miei connazionali hanno portato morte. «Ci sono state 770 persone uccise. Si tratta di crimini commessi da tedeschi che ancora oggi ci lasciano senza fiato per la loro efferatezza e crudeltà: 770 persone uccise che non dimenticheremo mai». Mass ha voluto inoltre sottolineare: «è tutt’altro che scontato che dolore e vendetta abbiano ceduto il passo alla pace e all’amicizia: è un dono prezioso che dobbiamo conservare e preservare».

Ha invitato a non disperdere i valori dell’Ue, il ministro degli Esteri italiano Moavero: «Manteniamo viva questa costruzione creata negli ultimi 70 anni. Pensiamo quanto sia importante condividere e essere insieme in Europa non solo per tenere lontane le rivalità che portarono alle guerre ma per preservare le conquiste dell’Europa unita che hanno dato a tutti noi un inedito e diffuso benessere, dovuto anche alla capacità di unire economie e sforzi per poter progredire insieme. Essere qui insieme vuol dire, Italia e Germania insieme, mano nella mano, portare avanti il disegno dell’Unione Europea». E ancora: «Sentimenti di xenofobia, rivalità, dispute sono pericolosi perché possono risvegliare fantasmi che vorremmo chiudere nei libri di storia».

Nella sala polivalente cittadina, i due ministri hanno anche incontrato alcuni bambini: nel 1944 furono 217 le piccole vittime dei massacri.

L’articolo IL VOLO DELLA MEMORIA proviene da Patria Indipendente.

L’uomo che parlava troppo

Che i social networks abbiano prodotto una radicale trasformazione delle forme della comunicazione politica, è cosa risaputa. Sarebbe però un errore ritenere che la natura del mezzo determini in assoluto la qualità del messaggio; una funzione di rilievo è ancora assolta dall’armamentario della retorica. Una retorica che però si prefigge non di persuadere attraverso il ragionamento, ma di convincere facendo leva sulle passioni. Un caso di scuola è costituito da Matteo Salvini, che sfrutta sapientemente i social (da Twitter a Facebook, da Whatsapp a YouTube) ma se la sbroglia egregiamente anche nei salotti televisivi, e che perciò viene considerato un maestro della comunicazione politica.

La retorica di Matteo Salvini è, insieme, elementare e raffinata, nonché del tutto coerente con l’ideologia populista che la motiva. Il primo obiettivo è infatti quello di offrire di sé l’immagine di una persona comune (stavo per scrivere di un “uomo qualunque”), alla mano, che ama stare in mezzo alla gente. A questo serve la raffica di selfies in cui si ritrae mentre gioca con i figli sulla spiaggia, mentre passeggia tra la folla, mentre mangia la pizza seduto a una lunga tavolata, mentre degusta prodotti tipici, e via fotografando. Sfera pubblica e sfera privata si sovrappongono nel profilo di un leader che vuole essere scambiato per “uno di noi”, e che perciò non si vergogna di confessare alcune debolezze: nel video postato su Facebook durante l’ultima campagna elettorale per le politiche, e presto divenuto virale, il capo della Lega si accende una sigaretta e si scusa per essere ricaduto nel vizio del fumo. Al medesimo scopo è rivolto il modo di parlare. Salvini adopera la lingua dell’uso quotidiano, un lessico colloquiale qua e là infarcito di termini e frasi gergali in parte derivati dal vocabolario tipico della stagione bossiana (“strafregarsene”, “rompersi le palle”, “nisba”, “senza arte né parte”, “è finita la pacchia”), di metafore e similitudini banali (“non giochiamo al Monopoli”, con riferimento alla consapevolezza della necessità di tenere in ordine i conti pubblici; oppure: “i confini d’Italia sono come la porta di casa nostra”). E se nell’eloquio torrenziale fa capolino qualche anglismo (bisogna pur fare qualche concessione allo slang imperante), si tratta sempre di parole abusate, e quindi di immediata comprensione (per esempio, spread). Infine, Salvini predilige il discorso paratattico, con rare subordinate: in tal modo gli riesce di trasformare le proposizioni in slogan, con sicuro effetto propagandistico.

Salvini all’ambasciata Usa (https://www.blitzquotidiano.it/blitztv/salvini-hamburger-ambasciata-usa-2901422/)

La comunicazione politica del leader leghista è dunque improntata alla regola della semplificazione; e non perché sia povera di idee, o diffidi dell’intelligenza (e del livello culturale) dei destinatari, ma perché intende rispondere a una domanda di rassicurazione. Quanto più la realtà si mostra intricata, persino indecifrabile, tanto più tendiamo inconsciamente a semplificarla, a interpretarla secondo un comodo schema binario, manicheo (buoni e cattivi, amici e nemici, ecc.); ne ricaviamo la confortante sensazione di conoscerla, e dunque di essere in grado di padroneggiarla. L’astuzia di Salvini (ma sarebbe più esatto dire: dei suoi spin doctors) consiste nel cavalcare cinicamente le paure generate dalla diffusa percezione di vivere in un mondo governato da meccanismi impenetrabili e perciò ostile, lasciando al contempo intendere che questa percezione è il frutto di una falsa, ingannevole rappresentazione delle cose ordita dai “poteri forti”, che i problemi sono meno complessi di quanto appaiano, che la loro soluzione è facile: basterebbe respingere i migranti, lasciare mano libera alle forze dell’ordine, abbassare le tasse, ribellarsi ai diktat dell’Europa. In tal modo il discorso del capo leghista legittima la rabbia contro le élites e ammannisce al popolo un miracolistico placebo.

Ma l’uomo “normale” non dimentica di essere un capo, cui si richiedono molti pregi e pure tanti sacrifici. Eccolo allora esibire ‒ in pose rodomontesche ‒ la sua ferrea volontà, peraltro giustificata dal mandato imperativo ricevuto dagli elettori, di proteggere i “confini” e la “sicurezza” degli italiani: perché «le frontiere, tutte le frontiere, sono sacre. Non si discutono: si difendono». Sicché, a seguito dell’imputazione per l’incidente della «Diciotti», proclama: “Vogliono processarmi o arrestarmi? Facciano pure, sanno dove trovarmi”. Poco c’è mancato che aggiungesse: «Se mi assolvete, mi fate un piacere; se mi condannate, mi fate un onore»; con l’implicito corollario: «Noi tireremo diritto». Ed eccolo, ancora, lamentarsi dello scarso tempo che può dedicare agli affetti familiari; e poi annunciare con fierezza ‒ nel video prima citato ‒ che rimarrà a lavorare nella sede del partito almeno fino alle tre di notte (postulando dagli eventuali passanti in transito per via Bellerio la stessa ammirazione provata tempo addietro dai romani che attraversavano piazza Venezia alle ore piccole, alla vista di una finestra illuminata nello storico palazzo). Per inciso: non tutto è di nuovo conio in questa prosopopea; c’è parecchio di Berlusconi, e non soltanto.

Da http://www.datamanager.it/2017/11/stress-linguaggio-usiamo-rivelatore/

Vi sono figure ricorrenti nella retorica di Salvini: a cominciare dall’enumerazione, ossia dalla elencazione di termini talvolta coordinati per affinità, talaltra accumulati disordinatamente. I migranti sono “delinquenti”, “stupratori”, “terroristi”, “approfittatori”, “mantenuti”, e chi più ne ha più ne metta; le Ong sono qualificate come “taxisti del mare”, come congreghe di “amici” e “telefonisti degli scafisti” (dei “mercanti di carne umana”). All’enumerazione si accompagna la figura dell’iperbole (un espediente, si noti per inciso, di solito utilizzato per l’“invenzione del nemico”): le dimensioni dei flussi migratori vengono ingigantite al fine di creare allarmismo, di farli apparire come un’“invasione” che reca una minaccia mortale alla nostra identità; viene gonfiato il numero dei nostri connazionali che versano in una condizione di povertà assoluta per santificare la crociata contro gli immigrati. Nell’oratoria di Salvini abbonda poi l’improperio (l’ingiuria, l’insulto), talvolta rafforzato dalla furbesca associazione con la figura dell’antifrasi (un’affermazione che significa l’opposto di ciò che dice). Un esempio per tutti: nel video in precedenza citato, Salvini apostrofa Laura Boldrini come “amica”, “tifosa”, “cuginetta” degli immigrati clandestini, per professare subito dopo “rispetto” per la veste istituzionale che ricopre (all’epoca, quella di Presidente della Camera). Sembrerebbe una conversione al bon ton, e invece è una insolenza al quadrato: non si può avere deferenza verso chi sacrifica i diritti dei suoi connazionali alle pretese dello straniero, soprattutto se riveste responsabilità così alte.

2015: a cena con il gruppo dirigente di CasaPound. Si vede a sinistra davanti Simone Di Stefano e sempre a sinistra in fondo il barbuto Gianluca Iannone (da https://www.nextquotidiano.it/matteo-salvini-cena-casapound/)

Un’altra figura retorica che compare frequentemente nel discorso pubblico di Salvini è quella dell’antonomasia, in cui convenzionalmente un personaggio viene evocato a simboleggiare un carattere, una virtù o un vizio. Di questo tropo il “capitano” fornisce una stravagante versione: il nome proprio designa una linea politica e/o un orientamento culturale, per giunta connotandoli eticamente. Così il leader della Lega si propone come l’emblema del sovranismo, il paladino che sfida le autorità di Bruxelles e chiude i porti alle navi che trasportano i migranti raccolti in mare (se gli raccontassero che i “clandestini” arrivano sulle nostre coste anche alla spicciolata, con natanti di fortuna, di sicuro ordinerebbe che «non appena questa gente tenterà di sbarcare, sia congelata su questa linea che i marinai chiamano del bagnasciuga»); insomma, come un campione del bene. Di contro ci sono le incarnazioni del male: Letta, Monti, Renzi e Gentiloni, mercenari pagati dalla finanza internazionale, dai governi tedesco e francese, dall’euroburocrazia per danneggiare gli interessi degli italiani; Roberto Saviano e Gad Lerner, tipiche espressioni del giornalismo “stupido” o “ipocrita”, in entrambi i casi “complice” di coloro che attentano alla sicurezza, al lavoro, alla integrità etnica del nostro popolo. Il risultato è un imbarbarimento del dibattito politico; non si illustrano le proprie idee, non si contestano civilmente le ragioni altrui, si effigiano idoli da esporre alla gogna.

Conviene chiudere qui la sommaria rassegna, anche se ci sarebbe ancora molto da segnalare. Con una postilla: la retorica è una tecnica, e in quanto tale ‒ come insegnavano già i sofisti dell’antica Grecia ‒ può essere messa al servizio di una causa giusta e nobile, oppure iniqua e malvagia. E v’è da essere certi che Socrate, pure lui un sofista, avrebbe deprecato che l’arte dell’argomentazione fosse impiegata per mentire, per eccitare i peggiori istinti e le pulsioni più torbide, per negare la dignità dell’essere umano.

Dimenticavo: per coloro che non ne abbiano riconosciuto la fonte, le citazioni in corsivo sono di Benito Mussolini.

Ferdinando Pappalardo, già docente presso l’Università degli Studi di Bari, già parlamentare, presidente dell’Anpi provinciale di Bari, membro del Comitato nazionale Anpi

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Trieste: corteo CasaPound, l’Anpi in piazza

Si auspicava che il rappresentante del Viminale non concedesse l’autorizzazione alla formazione neofascista, dopo le prese di posizione del sindaco Dipiazza e del presidente di Regione Fedriga, esponente di destra il primo, leghista l’altro. Invece secondo il prefetto Annapaola Porzio “fin che siamo in democrazia non si può decidere chi può sfilare o meno”. Dunque via libera, il 3 novembre, al corteo nazionale delle tartarughe frecciate nonostante, da quanto si apprende, il raduno non si terrà in centro ma in periferia: ragioni di sicurezza dettati dai preparativi per la visita del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, atteso il giorno successivo in occasione della Festa dell’Unità nazionale e Giornata delle Forze armate e della chiusura ufficiale delle celebrazioni nel centenario della Grande guerra.

La decisione del prefetto di accordare Trieste ai “nipotini del duce” è uno schiaffo per la città Medaglia d’oro della Resistenza, la città della Risiera di San Sabba che ha appena celebrato l’80° delle ignobili leggi razziali.

La Risiera di San Sabba oggi

L’Anpi triestina, ha subito reagito. Come già aveva fatto non appena si era saputo dell’adunata nera, convocata – via facebook – per festeggiare il centenario della vittoria nel primo conflitto mondiale. I partigiani avevano scritto alle Autorità competenti per chiedere il divieto. Ad esprimere un’immediata fortissima contrarietà ai neofascisti era stata anche la Chiesa con Monsignor Ettore Malnati. Fortissima la vicinanza della società civile, delle associazioni, dei sindacati e dei semplici cittadini, tanto da ottenere appunto la presa di distanza dei rappresentanti di Comune e Regione.

Ora dal presidente dei partigiani Fabio Vallon arriva un appello per promuovere, in contemporanea, il 3 novembre “una manifestazione antifascista per riaffermare i valori della Costituzione”.

Ecco il testo integrale:

“Tante, tantissime voci, laiche e religiose, si sono alzate a Trieste in questi giorni contro la provocatoria manifestazione dei fascisti del terzo millennio di CasaPound, oltraggio alla città Medaglia d’oro della Resistenza. A fronte della concreta possibilità che la manifestazione possa effettivamente svolgersi, è giunto il momento di una grande unità antifascista e di mobilitazione popolare contro i fascismi e i razzismi, come 73 anni fa. Non è questo il tempo di aspettare, non è questo il tempo di eccessivi distinguo, non è questo il tempo di privilegiare interessi particolari di consenso, di rendita di posizione o di rappresentanza. Non è questo il tempo degli indifferenti.

Chiediamo ai cittadini e alle cittadine democratiche di Trieste, a tutte le forze politiche, economiche, culturali, sindacali e religiose della nostra città che si riconoscono nei valori dell’antifascismo e della Costituzione italiana di partecipare ad una grande, pacifica, inclusiva manifestazione per dire no all’odio, alla paura, alla violenza ed alla discriminazione, e per dire un forte sì alla solidarietà, al rispetto dell’altro e per riscoprire il valore ed il senso delle nobili parole fratellanza e pace, che sono alla base della democrazia e dell’antifascismo”.

«Le adesioni stanno già arrivando – anticipa Vallon -. I cittadini sono indignati e preoccupati. Ricordano ancora le migliaia di estremisti giunti a Gorizia tre anni fa per “festeggiare” l’ingresso dell’Italia nella Prima guerra. Per di più, in un capoluogo di 200mila abitanti come il nostro, centro storico e periferia sono praticamente contigui e c’è dunque molto timore».

Chi volesse aderire all’iniziativa democratica può scrivere alla mail anpivzpi@gmail.com.

Due giorni fa la seduta del Consiglio comunale in cui si dovevano discutere mozioni sul corteo neofascista si è tenuta sotto l’occhio vigile di una decina di militanti di CasaPound. Non sembra proprio un buon inizio.

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Varese: fascisti rubano la targa Perlasca

Da https://milano.repubblica.it/cronaca/ 2018/09/25/news/varese_rubata_dal_giardino_dei_giusti_ la_targa_di_giorgio_perlasca-207299211/

Otto anni fa la imbrattarono con vernice nera, ieri l’hanno trafugata. La targa dedicata a Giorgio Perlasca, lo Schindler italiano al “Giardino dei Giusti” di Varese in viale Aguggiari, non c’è più. Il sindaco Davide Galimberti ha commentato: “Un gesto vigliacco che ripropone la necessità di una difesa costante della memoria e dei valori democratici”. Poi puntando il dito sulle possibili responsabilità del furto ha detto: “Colpire la memoria di colui che si adoperò per salvare migliaia di persone da uno sterminio su basi razziali e farlo nell’ottantesimo anniversario dall’introduzione delle leggi razziali fasciste evidenzia la base ideologica di chi ha compiuto questo atto”.

Il prefetto Perlasca nella Seconda guerra mondiale fingendosi diplomatico spagnolo, salvò a Budapest oltre 5mila ebrei. Israele gli ha tributato il titolo di ‘Giusto tra le nazioni’ e il suo nome è iscritto nel memoriale dello Yad Vashem di Gerusalemme.

A condannare la ruberia anche il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia: “Un insulto inaccettabile alla storia e alla memoria di una persona giusta che, in silenzio e con grande coraggio, ha salvato migliaia di persone dalla persecuzione razziale del nazifascismo”.

Giorgio Perlasca (da https://it.wikipedia.org/wiki/ Giorgio_Perlasca#/media/File:Giorgio_Perlasca2.jpg)

“Un gesto ignobile” per tutti gli iscritti Anpi di Varese, a cui dà voce la presidente del Comitato provinciale, Ester Maria De Tomasi. La targa è una delle tappe del percorso della Resistenza promosso da anni dall’Associazione in occasione delle celebrazioni dell’ottobre di sangue varesino.

“Stiamo vivendo un tempo terribile, mala tempora currunt, perché tutto viene sdoganato e concesso. Dobbiamo riappropriarci dell’educazione civica, politica e sociale ormai perduta, lo dimostrano i proclami e le urla di tanti rappresentanti istituzionali”, aggiunge De Tomasi –. L’Anpi per fortuna è un’isola felice perché i cittadini ci riconoscono un ruolo importante, di coscienza critica al di sopra delle parti”. Lo conferma l’aumento degli iscritti anche a Varese: agli oltre 2500 già tesserati, tra i quali anche il sindaco Galimberti, si sono aggiunte nuove adesioni in occasione della recente festa provinciale tra fine agosto e gli inizi di settembre. Figlia di un militare che, tornato dalla campagna in Russia divenne partigiano e fu deportato a Mauthausen, De Tomasi continua: “Auspico che gli autori del furto non abbiano consapevolezza della gravità del loro gesto perché altrimenti vorrebbe dire che ogni Olocausto, da quello razziale a quello politico, non ha lasciato alcun monito al presente”.

Per la zona che è stata a lungo feudo indiscusso dell’organizzazione neonazista Do.Ra. è un momento silente. Dopo le perquisizioni alla sede della comunità dei Dodici Raggi e l’avvio dei processi di cui si attende la sentenza è però CasaPound a presiedere le strade con banchetti e gazebo in cui coopta anche persone di colore. “La foto di Salvini con esponenti delle tartarughe frecciate preoccupa molto. Dove arriveremo se le istituzioni della Repubblica appoggiano i gruppi di estrema destra?” conclude De Tomasi.

Fitto intanto il programma dei partigiani: il 30 settembre partiranno le iniziative per commemorare ‘L’ottobre di sangue varesino”, quando nell’autunno ’44 decine e decine di giovanissimi combattenti della libertà vennero arrestati, deportati o uccisi. A Luino si ricorderanno i Martiri della Gera, il 14 di ottobre una serie di appuntamenti metteranno a confronto generazioni adulte e studenti liceali e universitari oltre a convegni e presentazioni di libri.  Infine a novembre con il Comitato delle onoranze dei Caduti del San Martino si ricorderà il primo glorioso grande scontro tra truppe nazifasciste e partigiani.

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Savona: oltraggio ai partigiani

Insieme per reagire  a un atto vandalico che ha voluto insultare la memoria democratica di Savona, città Medaglia d’Oro della Resistenza e dove la società civile ultimamente si è più volte mobilitata per affermare i valori dell’antifascismo e per rispondere al razzismo e all’odio dilagante.

Forse la notte del 13 settembre scorso o forse il giorno precedente è stata distrutta la lapide in ricordo del “Natale di Sangue del 1943”, quando il 27 di quel mese sette patrioti furono condannati a morte, senza processo, e fucilati dalla milizia fascista al Forte della Madonna degli Angeli per rappresaglia a un’azione compiuta il giorno 23 contro nazisti e i fascisti riuniti nella Trattoria della Stazione, luogo abituale di ritrovo di tedeschi e collaborazionisti.

«La lastra di marmo – spiega il presidente del Comitato provinciale Anpi Samuele Rago, che ha denunciato l’oltraggio – era stata rinnovata appena pochi mesi fa e ora è stata fatta a pezzi da mano non ignota. Un atto chiaramente fascista e in qualche modo annunciato». Strane coincidenze infatti.

La foto postata con l’immagine della lapide integra

Il 12 settembre, si scopre in seguito, viene postata sulla pagina Facebook “partigiani con le mani rosso sangue 2” la foto della lapide integra, nei commenti si legge “la parola traditore è nel posto sbagliato”. Poco tempo dopo un’altra foto, questa volta con l’immagine di una lastra scempiata, arriva alla redazione di un giornale online. Non si capisce bene cosa rappresenti, però. E si chiedono lumi al presidente dell’Anpi Savona. Rago riconosce la lapide dedicata ai martiri del ’43 e si rivolge alla polizia, un sopralluogo conferma l’oltraggio. Ieri sulla pagina che inneggia al fascismo un nuovo post con foto: la lapide è stata “rielaborata” e invece dei nomi dei patrioti ne compaiono altri.

La foto della lapide “ritoccata” con altri nomi

Intanto dopo la denuncia dell’Anpi che ha affisso dei manifesti in tutta la città, il 14 settembre i partigiani, la Cgil, i partiti le altre associazioni democratiche si sono incontrati nel locale Istituto Storico della Resistenza per concordare stabilire tutti insieme «la risposta, ferma e democratica a chi viola la memoria di coloro che hanno dato la vita per la libertà di tutti». La lapide sarà restaurata e apposta nuovamente e poi il 27 ottobre si terrà una manifestazione con corteo tra le strade di Savona.

Continua Rago: «Abbiamo chiesto una ferma condanna del fatto da parte delle Istituzioni, a partire dall’amministrazione comunale, perché questo vile gesto non colpisce solo una parte politica, ma tutti i cittadini che si riconoscono nei principi della Costituzione repubblicana e che le istituzioni sono chiamare a rappresentare e tutelare».

Il sindaco Ilaria Caprioglio, eletta con il centrodestra, ha risposto su Facebook e con parole chiare: “A nome dell’amministrazione comunale, condanno fermamente questo gesto inaccettabile e ingiustificabile: non una semplice “bravata” da ragazzi, ma un insulto alla nostra città e alla sua memoria. Auspichiamo che i responsabili di questo atto vergognoso possano essere identificati in breve tempo e puniti, magari risarcendo di tasca propria i danni arrecati”. E ha concluso: “Accolgo con piacere l’invito a scoprire la lapide restaurata”.

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