Catanzaro: l’inchiesta del procuratore Gratteri

Il procuratore della Repubblica Nicola Gratteri (da http://www.affaritaliani.it/cronache/gratteri-criticato-dal-procuratore-generale-inchieste-evanescenti-644528.html)

Fine anno 2019, giorni di festa ma anche di retate che hanno reso incandescente il clima natalizio in Calabria. L’operazione Rinascita-Scott portata avanti dalla Dda di Catanzaro guidata dal procuratore Gratteri ha ancora una volta disvelato il connubio malefico tra politica, massoneria, criminalità, ’ndrangheta e pezzi delle istituzioni.

Non sono – come da tradizione – mancate le polemiche: dal procuratore generale Otello Lupacchini a vari organi di stampa, ad illustri penalisti e giuristi che hanno evidenziato la grande esposizione mediatica dei fatti a scapito degli indagati, che in ogni caso avranno tre gradi di giudizio secondo la nostra Costituzione.

In un quadro già così desolante proprio il giorno della vigilia di Capodanno è finita sotto inchiesta per concussione il prefetto di Cosenza, ora agli arresti domiciliari. Subito dopo questa importante operazione, in una nota sulla stampa locale, avevo richiamato alcune riflessioni di Corrado Alvaro quando scriveva che “La disperazione più grande che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere rettamente sia inutile.” È uno stato d’animo diffuso in questi giorni dopo l’inchiesta della Dda di Catanzaro che ancora una volta riporta alle cronache nazionali e internazionali l’intreccio perverso tra criminalità, ndrangheta e politica, senza risparmiare nemmeno tanti funzionari dello Stato.

Abbiamo già detto, e vogliamo ripeterlo, che non intendiamo associarci ai cori da stadio di chi grida “più galera per tutti”; e nemmeno al controcanto dei detrattori ipergarantisti oppure interessati a lasciare le cose come stanno, pronti però a scagliarsi contro il procuratore Gratteri e le sue indagini. Il nostro auspicio rimane che la giustizia faccia il suo corso sempre, senza tentennamenti, secondo i dettami della nostra Costituzione. Sarebbe davvero difficile – per chi vive in questa regione – non sostenere l’opera della magistratura e di quanti ancora si battono per avere una società nella quale la legalità non sia un sogno ma un obiettivo raggiungibile.

La politica degenerata in affarismo e clientele ha distrutto molto della sua funzione, spingendo donne e uomini a non credere più nel valore dell’impegno; tanto sono tutti uguali, questo è il leitmotiv ripetuto ossessivamente ascoltando i commenti in giro. Sono anni che la nostra Associazione si batte in tutto il Paese per il risveglio delle coscienze e per ridare alla politica il ruolo nobile sancito nella Carta Costituzionale. Abbiamo chiesto ai politici, per gli auguri di buon anno, di ricordarsi e impegnarsi solennemente ad agire secondo l’articolo 54 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”.

La Calabria andrà al voto il prossimo 26 gennaio; sappiano tutti i candidati di tutte le coalizioni che solo da un attaccamento sincero al valore di questo articolo potrà rinascere questa martoriata regione. In caso contrario, come disse qualche saggio, chi è causa del suo male pianga se stesso. Evitino perciò di infierire contro la magistratura “cattiva”, impegnata invece solo a fare il proprio dovere. Brutta politica e brutti politici non avranno mai la nostra comprensione; men che meno i nostri voti.

Mario Vallone, coordinatore Anpi Calabria

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Gorizia sfregiata. I reduci della X in municipio

Può una città del nostro tempo, decorata con Medaglia d’Oro al Valor Militare per la Resistenza, riconoscersi nel fascismo? Può sostenere gli orrori di una dittatura che seminò e rivendicò morte con stragi di partigiani e di civili, deportazioni, discriminazioni e vessazioni delle minoranze?
Uno striscione apparso due notti fa sotto il ponte del cavalcavia nell’area del cimitero del capoluogo isontino recitava “Gorizia grida: mai più antifascismo”, come dire mai più democrazia, libertà, giustizia.

Un manifesto vigliaccamente non firmato, ma neppure prontamente fatto rimuovere dall’Amministrazione, che getta un’ulteriore ombra, cupissima, su chi ha la responsabilità del governo locale.

Già, perché come in passato anche quest’anno reduci della Decima Flottiglia Mas-Rsi e simpatizzanti arriveranno a Gorizia sabato 18 per essere ricevuti con tutti gli onori in Municipio, “da un assessore designato dal Comune” fa sapere la Prefettura. Una fascia tricolore dunque omaggerà la formazione di Junio Valerio Borghese che, ricordiamo, subito dopo l’8 settembre ’43 combatté al fianco dei tedeschi. Uno dei primi reparti militari italiani collaborazionisti dei nazisti.

Il manifesto fino a ieri e il manifesto oggi: le tracce rimaste documentano che qualcuno ha provato a rimuoverlo, non era dotato però dei mezzi a disposizione di un’amministrazione comunale

Il Consiglio comunale, invece, appena una manciata di settimane fa, nella notte del 9 dicembre scorso, ha detto No alla cittadinanza onoraria alla senatrice Liliana Segre, sopravvissuta alla Shoah. La maggioranza di centrodestra ha preferito seguire l’invito del sindaco Rodolfo Ziberna (Forza Italia) e rifiutarle l’ingresso nel pantheon delle personalità illustri “perché l’opposizione, trasformando la Segre in un’icona dell’Olocausto, strumentalizza la storia”.

A poco è servito lo scatto di dignità di cinque consiglieri di maggioranza, tra cui tre leghisti, che non hanno seguito le indicazioni del primo inquilino comunale: per statuto una cittadinanza, a Gorizia, viene assegnata con i due terzi dei voti.
Al contrario non sembra ci siano pretese di rigore storico per la commemorazione che il 18 gennaio terranno i nostalgici della Decima, basata per di più su un falso: una vittoria mai ottenuta. “Dal dopoguerra ad oggi – scriveva su Patria la presidente dell’Anpi cittadina, Anna Di Gianantonio – si continua a raccontare la favola che negli scontri della Selva di Trnova, ora slovena, i militi della Decima fermarono le truppe jugoslave e difesero l’italianità di Gorizia”. Non andò così, vennero sconfitti dalle truppe partigiane e furono costretti a ritirarsi, “non ci fu alcuna invasione slava e l’esercito di Tito entrò in città mesi dopo, il 2 maggio del 1945”.

Proclama affisso a Vodnjan/Dignano, vicino Pola, Croazia

Ed è sempre la storia a testimoniare un fascismo particolarmente violento nei confronti dei cosiddetti “alloglotti”, sloveni e croati, tanto da meritarsi la definizione specifica di “fascismo di frontiera”. Chiuse le loro scuole, le loro associazioni e i loro giornali, italianizzò cognomi e toponimi, li rapinò di beni ed edifici. “La guerra, l’occupazione e l’annessione di parte del regno di Jugoslavia fu segnata da una violenza senza limite – rammentano i partigiani di Gorizia – . Migliaia di civili furono deportati e i villaggi sloveni e croati distrutti, Lubiana fu circondata da filo spinato e divisa in settori per impedire le fughe e rendere più facili i rastrellamenti”.

Nonostante ciò, il raduno della X Mas verrà protetto, garantito e blindato. Malgrado quanto già avvenuto in passato: durante l’edizione 2018 della cerimonia venne cantato l’inno della Decima e si alzarono i saluti romani, fatti denunciati dell’Anpi nazionale sui quali dovrà pronunciarsi la magistratura.
“L’atrio della Casa comunale di Gorizia sarà riservato esclusivamente ai componenti dell’associazione Decima Flottiglia Mas e di altre associazioni combattentistiche che usualmente partecipano alla commemorazione”, fa sapere la prefettura. Potranno entrare membri dell’Amministrazione comunale e personale in servizio, precisano dal Palazzo di piazza della Vittoria. A filtrare l’ingresso sarà la polizia locale. Dovranno restare fuori pertanto, a ben leggere, anche i rappresentanti dei cittadini eletti nel parlamento locale, e qualsiasi rappresentante della società civile democratica. E CasaPound, che lo scorso anno scortò i reduci neri, avrà facoltà di partecipare?
Ma la voce dei partigiani si leverà: l’Anpi ha indetto una manifestazione di protesta a cui parteciperanno sindacati e partiti democratici. Una mobilitazione unitaria e corale per affermare lo spirito e i valori della Carta fondamentale della Repubblica italiana: «Il sindaco ha giurato sulla Costituzione antifascista – dichiara Ennio Pironi, presidente del Comitato provinciale Anpi di Gorizia –. E il massimo rispetto che abbiamo nei confronti delle istituzioni non ci permette di accettare che in una sede quale il Comune vengano accolti esponenti della Decima Mas, per ciò che hanno rappresentato e stanno rappresentando tuttora. E ogni qual volta dovremo affermare diritti e doveri sanciti nel dettato costituzionale ci saremo».
L’appuntamento è per sabato 18 gennaio alle ore 9.30 al Parco della Rimembranza. Un corteo sfilerà fino a Piazza della Vittoria, attraversando il centro cittadino. Poi sarà la volta degli interventi: parleranno il coordinatore regionale Anpi, Dino Spanghero, la presidente dell’Anpi di Gorizia, Anna Di Gianantonio, e Patrik Zulian del Comitato Nazionale dell’Associazione dei Partigiani d’Italia.

Patrik Zulian, componente del Comitato nazionale Anpi

Giovane antifascista goriziano, trentasei anni, Zulian si sofferma sui valori universali sanciti nella Costituzione italiana: «Nell’ultimo decennio parte della politica nostrana e interpreta a suo comodo i sommi valori di libertà di espressione. E anche la magistratura mostra spesso maglie larghe nell’interpretare la legge». Così al sindaco di Gorizia che ha dichiarato non poter chiedere la tessera di partito a chi entra nella Casa comunale, Zulian replica: «Verissimo, ma in questo caso si tratta di ricevere labari fascisti e l’unico limite imposto dalla Costituzione e dalle leggi del nostro Paese è appunto il fascismo». Inoltre ricevere quei reduci è ragione di preoccupazione per i rapporti con l’estero: «La Comunità di una città di confine – spiega l’esponente del Comitato Nazionale Anpi – non può permettersi di creare attriti con altri Paesi. Domenica 19 gennaio, il giorno dopo la cerimonia nel capoluogo isontino, in Slovenia le associazioni combattentistiche celebreranno la commemorazione di quella stessa battaglia e l’Anpi parteciperà per continuare a sostenere i valori universali di convivenza pacifica. È scellerato calcare sulla nazionalità – conclude Patrik Zulian –. E se a volte non condividiamo i pur legittimi percorsi e punti di vista delle associazioni oltre confine, siamo uniti dai valori dell’antifascismo e della Resistenza italiana ed europea, garanzia per continuare a vivere in un mondo abitato da democrazia, libertà e pace».

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Anno IV n. 70

Anno IV n. 70

In questo numero:

 

 

 

In copertina

MARISA LIBERA SEMPRE

Patria indipendente

Marisa Ombra,partigiana, femminista, della Presidenza nazionale dell’Anpi”, è scomparsa nella notte fra il 18 e il 19 dicembre. Una grande donna, autorevole e autentica, che convinceva e seduceva con intelligenza e gentilezza

 

 

Cittadinanza attiva

Buon anno! Un bilancio e un auspicio

Carla Nespolo

Dagli incontri col Presidente della Repubblica alla manifestazione nazionale delle “sardine”. Marisa Ombra, Luigi Giannattasio e tanti altri. Il museo nazionale della Resistenza e la Festa dell’Anpi

Editoriale

Il mezzo miracolo delle sardine

Gianfranco Pagliarulo

Molto più di centomila in piazza San Giovanni a Roma in un clima di allegria per un senso ritrovato nell’impegno civile a cantare “Bella Ciao”.

Carla Nespolo: “Una piazza antifascista piena di speranza e di lotta”. Un movimento che non ha bisogno né di maestri che bacchettano né di lezioni, ma di risposte

Servizi

Inchieste

Sconvolgente e violentissimo razzismo su VK

Gruppo di lavoro Patria su neofascismo e web

Sul socialnetwork russo i deliri criminali di organizzazioni naziste anche italiane come Ordine Ario Romano, i cui membri sono indagati nel nostro Paese. Un florilegio delle mostruose immagini pubblicate su VKontakte

Interviste

La strategia della tensione e la “missione anticomunista”

Irene Barichello

Una conversazione con Carlo Fumian sul volume “L’Italia delle stragi. Le trame eversive nella ricostruzione dei magistrati protagonisti delle inchieste (1969-1980)”, a cura di Angelo Ventrone; Pietro Calogero, Leonardo Grassi, Claudio Nunziata, Giovanni Tamburino, Giuliano Turone, Vito Zincani, Giampaolo Zorzi; Donzelli, Roma 2019

Approfondimenti

Storia di stragi e terrorismo

Natalia Marino         

Francescopaolo Palaia, “Una democrazia in pericolo. Il lavoro contro il terrorismo (1969-1980)”, con un’intervista a Carlo Ghezzi; Il canneto editore, 2019; pp 464; € 25 in libreria, € 21,25 online

Interviste

Ersilia parla di Nilde e delle donne

Gianfranco Pagliarulo

Una conversazione con Ersilia Salvato, già parlamentare e vicepresidente del Senato. Il ritratto di Nilde Iotti. Il 68, l’autunno caldo e gli anni 70. “L’oscurantismo in cui siamo precipitati”. L’impegno delle donne oggi

 

Formazione

PROMEMORIA 3. I “regali” del fascismo

Paolo Papotti

1925, l’anno della dittatura totalitaria, e le elezioni diventano un plebiscito. 1933, sì al presepe, no all’albero di Natale. 1934, befana sì, ma fascista

In primo piano

Natale 1943

Giuseppe “Pecio” Pittano

Un racconto inedito. L’autore, nome di battaglia Pecio (Casola Valsenio, 1921 – Bologna, 1995), è stato partigiano, giornalista, linguista e scrittore

 

 

Librarsi – Terza pagina

Da leggere d’inverno. Per riscaldarsi

Giacomo Verri

Quattro romanzi, una raccolta di racconti e due saggi per costruirsi un guscio di calore

 

Idee – Librarsi

«Per favore, disegnami un dio»

 Letizia Annamaria Dabramo

L’iconografia sacra dei e nei fumetti (quando incontrano il post-umano)

Servizi

Cittadinanza attiva

2020: entra nell’Anpi!

Redazione

Sulla copertina della nuova tessera la rielaborazione, a cura dello studio Origoni Steiner, di un progetto di manifesto per il 25 aprile 1973 realizzato dal designer e partigiano Albe Steiner. Da gennaio 2020 partirà il nuovo tesseramento (presto tutte le info)

Servizi

Concluso a Reggio Emilia il 18° Congresso della Fir

Filippo Giuffrida

Confermato l’ungherese Vilmos Hanti presidente e Giuffrida alla vicepresidenza. Nel Comitato esecutivo della Federazione Internazionale dei Resistenti Antonio Pollio Salimbeni e Mari Franceschini

Servizi

La ragazza di ottant’anni

Piera Egidi Bouchard

Un ricordo di Anna Bravo, antifascista, accademica, storica, saggista, scomparsa ai primi di dicembre

Cronache antifasciste

Sì, sono stati martiri e vittime

Dušan Kalc

Ricordati ad Opicina i cinque antifascisti sloveni fucilati il 15 dicembre 1941. La disgustosa provocazione chi CasaPound, che li ha chiamati terroristi. La risposta dell’Anpi e la richiesta di scioglimento dell’organizzazione neofascista

Terza pagina

Librarsi

Patologia del razzismo

Gianfranco Pagliarulo

“Razza fascista – Nicola Pende fra scienza e ideologia eugenetica”, a cura di Pasquale Martino, dicembre 2019, Radici Future, 12 euro

Librarsi

Istanbul, “la città femmina”

Antonella De Biasi

Elif Shafak, “I miei ultimi 10 minuti e 38 secondi in questo strano mondo”, traduzione di: Daniele A. Gewurz e Isabella Zani, Rizzoli editore, 2019, pp. 362, € 19

Pentagramma

Storia di Peggy Seeger. E famiglia

Chiara Ferrari

Ricercatrice di canti popolari, cantautrice, interprete, strumentista, attivista politica, sempre a sostegno dei movimenti democratici, delle rivolte popolari a favore dei diritti calpestati, dalla parte delle frange più disgregate della società. Un ritratto suo con madre, padre e fratelli

 

Red carpet

Umiliati e offesi in Corea

Serena d’Arbela

“Parasite”, regia di Bong Joon-ho, con Song Kang-ho, Sun-kyun Lee, Yeo-jeong Jo, Choi Woo-Sik, Park So-dam, Hyae Jin Chang, Corea del Sud 2019

Forme

Canova e i marmi viventi

Francesca Gentili

L’artista della svolta nella seconda metà del Settecento. Traduceva in scultura i soggetti mitologici, sublimava le loro figure, rendendoli attuali. Le rovine di Roma e le sue architetture esercitavano un ascendente potente

 

Librarsi

Fratelli e sorelle

Mario Vallone

Vitaliano Fulciniti, “Dall’Accoglienza all’integrazione – L’esperienza del Cara Casa del Regional Hub Sant’Anna in Calabria”, ottobre 2019, Rubbettino Editore, pp 190, € 15 in libreria, € 12,75 online

 

 

 

 

 

Bottoni

“Bottoni” n.9

Irene Barichello

Leggere e rileggere

Ultime da Patria

Cronache antifasciste

L’eccidio dei cento sulla collina

A cura di Annalisa Paltrinieri e della redazione

75 anni fa fucilati cento partigiani e antifascisti a Sabbiuno presso Bologna. Una “due giorni” in memoria: le parole del presidente emerito dell’Anpi Carlo Smuraglia e di Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte costituzionale

Itinerari della Resistenza, profili partigiani

Quando fucilarono Cleonice

Cosmo Bianchini

A cura di Giuseppe Manzo, “I giovani e la memoria. Gli episodi della Resistenza a Rieti e in provincia raccontati dagli studenti reatini”, Funambolo edizioni, 2019, pp 167; €10,00 in libreria, € 8,50 online

Profili partigiani

Il chimico antifascista

Maurizio Orrù

La storia di Michele Giua (Castelsardo, Sassari, 26 aprile 1889 – Torino, 25 marzo 1966), socialista, perseguitato politico antifascista

Profili partigiani

Lucia Bertolin “Ninfa”, la ragazza partigiana

 Erika Guichardaz

Ricordata a Le Murasse di Verrès a un anno dalla scomparsa. Attiva nella resistenza valdostana, faceva parte della 176ª Brigata Garibaldi

Servizi

Gli assassinati di Cividale del Friuli

Luciano Marcolini Provenza

75 anni dalla fucilazione di otto partigiani italiani e sloveni. Gli altri martiri, uccisi dai nazisti e dai loro complici attivi, i fascisti del Reggimento Volontari Friulani Tagliamento

Cronache antifasciste

Lo squadrista serial killer

Annalisa Alessio

Decine gli assassinati a cavallo degli Anni Venti dal pregiudicato fascista Piero Brandimarte, poi sempre assolto, che successivamente scriverà “i cadaveri mancanti saranno restituiti dal Po, seppure li restituirà, oppure si troveranno nei fossi, nei burroni o nelle macchie delle colline circostanti Torino”. Il barbaro omicidio di Pietro Ferrero, segretario della sezione torinese della Fiom

 

 

 

 

 

 

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Arcevia, nasce il Premio letterario Bruna Betti

Bruna Betti

È un concorso aperto a tutti i cittadini, con particolare attenzione agli studenti e alle scuole, il bando per racconti brevi, originali, di finzione o storico-documentaristici, istituito dalla sezione Anpi di Arcevia, Comune dell’anconetano Medaglia di Bronzo al Valor Militare per la lotta di Liberazione dal nazifascismo.

Il premio, intitolato alla partigiana Bruna Betti, scomparsa nel gennaio 2018, ha ricevuto il patrocinio dell’Amministrazione cittadina e quest’anno, per la prima edizione, avrà per tema le “Donne resistenti: protagoniste, in ogni luogo e in ogni tempo”.

Non è solo un omaggio a una personalità importante per la zona, che fino all’ultimo ha operato per l’affermazione dei diritti costituzionali, per la pace e per l’accoglienza di profughi e migranti. L’intento è di valorizzare, tenere vivo e trasmettere la vocazione democratica del territorio, testimoniata dalla partecipazione corale della popolazione alla guerra contro l’occupante. Donne uomini bambini che pagarono un prezzo altissimo. Le premiazioni infatti si terranno in occasione delle commemorazioni per il 76° anniversario dell’Eccidio di Monte Sant’Angelo, evento divenuto punto di riferimento delle celebrazioni della Resistenza nelle Marche.

“All’alba del 4 maggio 1944 i tedeschi ci radunarono in piazza Garibaldi” – ricordava Bruna Betti, classe 1926, all’epoca giovane staffetta – ma scoprimmo solo il giorno dopo quanto stava accadendo in quelle ore sul Monte Sant’Angelo”. Le famiglie del paese capirono che era successo qualcosa di terribile quando videro i cannoni degli occupanti radere al suolo una casa di contadini e poi furono convocate alle mura del borgo per assistere a una “conferenza”. Si trattava invece dell’esecuzione pubblica, dimostrativa, di cinque partigiani. Ma le vittime della furia nazista erano molte di più. Circa 70 persone (i numeri precisi in questi casi sono difficili da accertare ancora oggi), tra cui partigiani, civili, anche bambini, catturati e uccisi durante un rastrellamento. Circa duemila soldati tedeschi, appoggiati da mezzi corazzati, erano avanzati a raggiera per venti-trenta chilometri e avevano attaccato. Senza pietà. In pochissimi su quel monte riuscirono a salvarsi. Non fu così per sette componenti della famiglia Mazzarini, compresa la piccola Palmina, di soli sei anni. I loro corpi furono dilaniati e bruciati con il lanciafiamme. Erano contadini, rei di avere dato rifugio alle formazioni partigiane, costituite anche da renitenti al bando Graziani e da militari prigionieri, soprattutto jugoslavi, fuggiti dopo l’8 settembre dai campi di concentramento. Quasi tutta la poverissima gente di Arcevia e dei dintorni si era esposta perché in quei paesi e contrade erano fortemente sentite le tradizioni patriottiche, progressiste e antifasciste. Che non potevano tacere di fronte ai soprusi e alla violenza.

Bruna Betti, era figlia di un perseguitato dal regime. Eppure era cresciuta assorbendo completamente la cultura fascista, raccontava, e di aver addirittura partecipato con entusiasmo nel maggio 1940, a Jesi, a una manifestazione in favore dell’entrata dell’Italia nel conflitto mondiale. Tornata a casa, una zia l’aveva rimproverata: “Non capisci che anche tuo padre sarà richiamato alle armi?”. Presto la guerra e l’orrore, arriveranno anche ad Arcevia e da allora Bruna Betti è stata protagonista e testimone di pace e diritti, in prima fila in un impegno democratico mai venuto meno; alcune sue interviste sono conservate dall’archivio audiovisivo memorieincammino.it, fruibili anche su Youtube.

Già da anni la sezione Anpi di Arcevia, per il 25 aprile, proprio davanti al Memoriale dell’Eccidio, organizza il laboratorio a cielo aperto “Scriviamo la Liberazione” (nel 2020 si terrà la 15ª edizione) in cui i partecipanti realizzano un testo cooperativo. L’iniziativa del premio letterario ora avviata rappresenta dunque un nuovo incentivo alle esperienze creative capaci di far pensare.

Le sezioni del concorso sono due, l’ordinaria aperta ad autori di ogni età e l’altra dedicata alle scuole (con elaborati individuali o collettivi che non dovranno superare i 25.000 caratteri). Ai primi tre classificati di ciascuna saranno assegnati premi in denaro: il primo di 300 euro, il secondo di 200 e il terzo di 100. A discrezione della giuria – composta da cinque membri, tra i quali un esperto di letteratura contemporanea (critico letterario, scrittore, editore) –, potranno essere attribuite anche eventuali segnalazioni di merito. Le opere finaliste e quelle giudicate lodevoli, tutte rigorosamente inedite, saranno pubblicate in una raccolta cartacea a cura della sezione Anpi.

Le modalità del bando sono pubblicate sul sito dell’Anpi di Arcevia (http://www.anpiarcevia.it/38/index.php/it/), sulla sua pagina facebook (https://it-it.facebook.com/ANPI.Arcevia) e sul sito del Comune (www.arceviaweb.eu). Scrivendo a bando.anpiarcevia@gmail.com si può inoltre ricevere ogni informazione per partecipare al Premio Bruna Betti.

Bruna Betti, simbolo di tante altre donne a cui il concorso promosso vuole dare il dovuto tributo, ribadendo una volta di più che oggi antifascismo è anche fare cultura. Nel segno della democrazia, della pace e dell’uguaglianza.

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Buon anno! Un bilancio e un auspicio

La notte di Capodanno è momento di bilanci. Anche se ci si ripromette di non farli, alla fine siamo tutti tentati (chi più e chi meno)  di ripensare all’anno trascorso e a tutto ciò che è avvenuto.

Come potremmo non farlo come Anpi, la nostra casa comune? Ed ecco che il pensiero corre ai tanti episodi che hanno caratterizzato il nostro impegno. Prima di tutto i due incontri che abbiamo avuto con il Presidente della Repubblica. Che ci ha ricevuto con molto affetto e disponibilità, sia quando gli abbiamo consegnato le firme che 23 tra associazioni, sindacati e partiti abbiamo raccolto per chiedere lo scioglimento delle formazioni neo-fasciste, che quando siamo tornati da soli per tornare sul tema della difesa della democrazia.

E poi i mille incontri, manifestazioni, conferenze,  a cui abbiamo partecipato, in ogni parte d’Italia, per portare avanti, con inflessibile impegno, i valori che ci hanno trasmesso i partigiani.

Dalla manifestazione antifascista di Prato, al prezioso incontro con il cardinale Zuppi a Bologna, alle tante e tante fabbriche e scuole che abbiamo visitato, per discutere con gli operai e gli studenti, sui valori dell’antifascismo e della democrazia e per illustrargli.

Al centro, sempre, la Costituzione Italiana, nata dalla Resistenza.  

L’emozione più grande, devo dirlo, è però stata quella di piazza San Giovanni di Roma, alla grande manifestazione delle “sardine”. Vedere dal fortunoso palco (su cui ero salita con il prezioso sostegno dei militanti Anpi di Roma) migliaia e migliaia di giovani che alzavano in alto il libretto della Costituzione italiana, è stata una gioia indescrivibile.

È questa la strada che, con l’impegno quotidiano, dobbiamo riprometterci di continuare a percorrere in futuro: far conoscere ai giovani la Costituzione Italiana.

Trasmettere valori e memoria.

Tutto ciò ci ripaga anche delle tante delusioni; della brutta mozione del Parlamento Europeo, poi, per fortuna, criticata anche dal suo presidente; del razzismo e della violenza sparsi a piene mani sui social, dell’indifferenza di tanti.

A questi mali vogliamo rispondere non solo con le nostre parole, ma soprattutto con quelle dei partigiani ancora con noi. Con la costruzione di un grande archivio della Memoria a cui stanno lavorando Gad Lerner, Laura Gnocchi e tanti altri giornalisti. Tutti a titolo di completo volontariato.

Dobbiamo e vogliamo fare presto. E tutte le nostre sezioni sono impegnate in tal senso.

Certo, quest’anno si chiude con tanti dolori. Le partigiane e i partigiani che se ne sono andati. Sono tutti nel mio cuore, ma purtroppo non posso ricordarli tutti. E allora, per tutti, ricordo Marisa Ombra, la nostra amata vice-presidente, la giovanissima staffetta partigiana delle Langhe, la paladina dei diritti e della storia delle donne.

E Luigi Giannattasio, presidente dell’Anpi di Salerno, della generazione successiva ai partigiani, che ci ha lasciato dopo lunga malattia. 

Al loro posto altre e altri subentreranno. Sarà così per noi e per chi verrà dopo di noi.

Il 2020 sarà il 75° anniversario della Liberazione.

Intendiamo onorario al meglio: con l’ottima notizia dell’avvio della realizzazione del Museo Nazionale della Resistenza a Milano e con la nostra Festa Nazionale.

Infine un ringraziamento alla nostra “famiglia”: la redazione di Patria Indipendente e il suo direttore Gianfranco Pagliarulo, che, con ammirevole impegno, si adoperano ogni giorno per rendere sempre più aggiornata, approfondita e utile l’informazione del giornale.

Buon Anno,  care lettrici e lettori. 

Buon Anno, cara Anpi.

Sempre e per sempre dalla parte della libertà, della giustizia sociale, della pace. 

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MARISA LIBERA SEMPRE

Nata nel maggio del 1925, ci ha lasciato nel dicembre 2019. 94 anni. Una bella età, si dirà. Una legge inesorabile ti fa accettare la scomparsa di una persona cara, quanto più questa è avanti con gli anni. Peraltro Marisa da tempo era assente, non comunicava più, ridotta a casa, a letto, per le sue condizioni di salute sempre precarie. Ciononostante la sua scomparsa, prevista, attesa, è stata una lacerazione, uno strappo violento per tutti, per l’Anpi. Fra gli altri, per noi, quelli che “fanno” Patria Indipendente. Un dolore. Un grande dolore.

Marisa aveva più volte collaborato con questa testata con interviste e articoli. Era vicepresidente nazionale dell’Associazione e fino a qualche tempo fa aveva onorato la sua responsabilità in ogni modo, girando per l’Italia, nelle riunioni del gruppo dirigente, nella vita quotidiana della sede centrale in via degli Scipioni a Roma.

Figlia del comandante partigiano Celestino Ombra, era stata una staffetta e così si era forgiata. Dopo la Liberazione aveva continuato il suo impegno a tutto tondo nel movimento delle donne, riportando poi quest’esperienza nella sua attività di dirigente nazionale dell’Anpi in ogni modo, ricordando il ruolo delle donne nella Resistenza, animando il convegno promosso dall’Anpi sui Gruppi di difesa della donna, operando nel Coordinamento nazionale donne Anpi. La sua “firma” sotto gli articoli pubblicati su questo periodico era la seguente: Marisa Ombra, partigiana, femminista, della Presidenza nazionale dell’Anpi. Ecco, partigiana e femminista. Ci teneva, perché rappresentava la sua identità, incorporava il senso della sua vita. Lo era quando scriveva. E scriveva libri di straordinario interesse, come “Libere sempre. Una ragazza della Resistenza a una ragazza di oggi” o “La bella politica”. E partigiana e femminista è stata fino alla fine. Per questa ragione Marisa incarnava fino in fondo libertà e responsabilità.

Marisa aveva un fascino speciale sia nei suoi discorsi e interventi, sia nelle relazioni interpersonali. Mai si sentivano da lei banalità, luoghi comuni; mai un’ombra di demagogia nelle sue parole, ma lo sforzo costante di interpretare un fenomeno, un evento, di immaginare la più appropriata risposta a un quesito o, meglio ancora, la più appropriata domanda. Mai alzava la voce; forse perché alzare la voce serve per vincere, non per convincere; forse perché alzare la voce – a ben pensare – è in realtà un’ammissione di debolezza. Forse, più semplicemente, perché non era nel suo stile. E così, nelle relazioni interpersonali, ti seduceva nel senso stretto, cioè ti “portava con sé” con le sue riflessioni, i suoi approfondimenti, i suoi dubbi anche, alle volte scomodi, sempre fecondi.

Così la abbiamo vissuta in questi ultimi anni, lei sempre più magra, più debole, le mani sofferenti per l’artrite, e poi col bastone e con la voce sempre più ridotta a un filo. Marisa era un filo: un filo di dolcezza, di dignità, di eleganza, di bellezza (era bellissima da ragazza ed ha mantenuto la sua bellezza dentro, fino alla fine), di sobrietà, di gentilezza. Marisa Ombra è stata una grande e insostituibile dirigente dell’Anpi. La vogliamo ricordare con affetto e commozione, riportando le parole del Coordinamento nazionale donne Anpi:

“Bellezza ed eleganza, cara Marisa, erano i tratti caratteristici della tua personalità e del tuo pensiero politico vissuto con una passione smisurata, sempre alla ricerca del filo che unisce passato e presente, con lo sguardo in avanti teso a nuove domande e alla ricerca di nuove risposte.

Autonomia e libertà i tuoi valori profondi per noi divenuti insegnamenti; a noi donne, che abbiamo avuto il privilegio di percorrere un pezzo di strada con te, lasci molto di te, della tua passione, della tua forza. Tante le iniziative per parlare della Resistenza femminile, di come questa esperienza vi abbia radicalmente cambiate; tante le volte in cui abbiamo parlato di noi.

Dirigente appassionata, presente anche quando le forze si stavano facendo più fragili, hai raccontato la storia politica di donne cominciata dentro la Resistenza, sei stata sapiente esempio e portatrice di quella bella politica a te molto cara. A noi oggi resta addosso tutto di te e vogliamo salutarti ricordando il tuo caro sorriso; grazie da tutte noi”.

Marisa Ombra, staffetta partigiana. Eccola, attraverso le parole di un suo articolo pubblicato su Patria Indipendente del novembre 2016.

La vita spericolata della staffetta partigiana

Marisa Ombra. Foto di Noi donne

Mi è stato chiesto di portare una testimonianza di quello che le donne hanno fatto, di quello che le donne sono state nella Resistenza. Io vorrei non tanto raccontare dei fatti, ma cercare di restituire il senso di quella scelta, senza naturalmente sottrarmi a qualche brevissima esemplificazione, per rendere più evidente quello che dirò.

Io sono stata staffetta partigiana nelle formazioni garibaldine. Avevo 19 anni quando sono andata nelle Langhe, ne aveva 17 mia sorella che venne con me, ne aveva poco meno di 40 la mia mamma. L’occasione è stata data dagli scioperi del marzo ’44, così importanti per la lotta contro il fascismo e per la fine della guerra. Mio padre era stato arrestato come organizzatore di questi scioperi e prelevato, e praticamente già condannato prima ancora di un processo che non si sapeva ancora se ci sarebbe stato o non stato, ma preventivamente condannato alla fucilazione e alla deportazione. Venne liberato rocambolescamente da un commando di partigiani travestiti da Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, che lo portarono nelle Langhe, dove cominciò a organizzare le bande partigiane. Noi, rimaste a casa, eravamo naturalmente molto esposte alla rappresaglia, e scegliemmo di andare anche noi nelle Langhe, dove subito ci separammo e ognuno andò ad operare in zone differenti.

Questo per dire che per me la scelta di fare la partigiana non è stata altro che un semplice, naturale atto di coerenza con la storia familiare, peraltro cominciata molto prima, nell’inverno del ’42-’43 quando, ancora più bambine, io e mia sorella collaborammo a stampare dei fogli clandestini che preparavano lo sciopero del marzo ’43 il quale, insieme allo sbarco alleato in Sicilia, determinò praticamente la caduta di Mussolini. Che cosa faceva una staffetta partigiana? Qui è stato detto ampiamente e vorrei dire che qualunque racconto rischia di essere molto misero rispetto a quello che stato letto con così grande commozione da Marisa e da Leandro. È stato misero per chi è sopravvissuto e, devo dire, del tutto casualmente, perché onestamente a decidere se sopravvivevi o non sopravvivevi è stato essenzialmente il caso.

Vorrei cercare soprattutto di dare il senso di quello che abbiamo fatto, e vorrei dire prima di tutto che il lavoro della staffetta è stato un lavoro molto pericoloso, perché è stato essenzialmente un lavoro solitario. Voglio dire che la staffetta non aveva praticamente nessuna copertura alle spalle, era sola, gli veniva dato un ordine e andava a realizzare questo ordine. Naturalmente, da quel momento in poi tutto dipendeva da te, dalla tua lucidità, dal tuo coraggio, dalla tua prontezza di spirito nel capire che cosa era più giusto fare, e questo non era semplice. E posso dire che non avevi dietro alle spalle chi ti consigliasse, il distaccamento minimamente organizzato, in cui vi fosse un comandante al quale, anche se aveva soltanto la tua età, 19-20 anni, erano state impartite le istruzioni, per cui aveva comunque un’idea su come comportarsi; tu non sapevi niente di niente e dovevi immaginare, inventare velocemente qual era la cosa più giusta da fare. Più giusta nel senso che poteva salvare la tua vita e quella della formazione che ti aveva chiesto di andare a fare questa esplorazione, questa missione. Devo dire che in quei momenti tu ti misuravi con te stessa e, di colpo, da ragazzina diventavi persona adulta, imparavi il senso di responsabilità. Ecco, il senso di responsabilità è stata la cosa più importante che abbiamo imparato nella guerra di Liberazione ed è quello che almeno personalmente mi ha guidato in tutte le fasi successive della mia vita, in cui ho continuato a fare politica con le donne, politica per le donne. Senso di responsabilità personale e senso di responsabilità verso gli altri, verso il mondo, vorrei dire, con una parola che forse è troppo grande ma che riassume bene quello che noi sentivamo.

25 novembre 2016. Iniziativa per la Giornata contro la violenza sulle donne. Da sinistra: Ruth Dureghello, Flavia Marzano, Virginia Raggi, Marisa Ombra, Gemma Guerrini, Catia Tomasetti. Foto Imagoeconomia

Devo dire quindi che proprio per quello che abbiamo sentito, per il senso di responsabilità che abbiamo avuto e per il coraggio, la guerra di liberazione non avrebbe potuto essere senza la presenza delle donne, senza questa possibilità di collegamenti, senza questa possibilità di attraversare posti di blocco che naturalmente i partigiani non avrebbero potuto attraversare, cosa che soltanto la capacità diplomatica delle donne, la capacità di invenzione delle donne riusciva a fare, perché lì veramente ti inventavi delle piccole scene, dei piccoli racconti che cercavano di essere il più possibile credibili, perché fossero accettati per buoni dai tedeschi o dai brigatisti neri, e quindi potevi passare.

Perché non si poteva fare la guerra partigiana senza le donne? Perché – questo lo ricordo soprattutto alle ragazze di 19-20 che sono qui presenti, mentre i più adulti hanno sicuramente sentito parlare da padri, fratelli, nonni in che cosa è consistita la guerriglia – perché questa era la qualità della guerra partigiana, era una guerriglia, per cui le formazioni continuamente si componevano e si disperdevano. Perché le zone, per esempio le Langhe e il Monferrato, dove io operavo, erano circondate costantemente da tedeschi e brigate nere, che continuamente entravano muniti di carte molto raffinate e rastrellavano cascina per cascina, sentiero per sentiero. Ovviamente, c’erano momenti in cui i partigiani erano in grado di dare battaglia, facevano la scaramuccia e poi si ritiravano, e c’erano momenti in cui l’unica possibilità era nascondersi per ricomporsi. Voi capite che in questa situazione, se non c’era chi ricercava, rimetteva in contatto, ricollegava, contribuiva a riformare le formazioni, nessuna guerriglia avrebbe potuto essere. È per questo che noi abbiamo avuto una testimonianza di grande riconoscimento molto prima che gli storici lo facessero e riconoscessero il nostro come protagonismo, e non solo come contributo.

Asti – 1 maggio 1950 – Marisa Ombra in prima fila con occhiali

Il primo riconoscimento l’abbiamo avuto proprio dai partigiani con i quali vivevamo, perché loro tra l’altro sapevano in ogni momento che noi non eravamo obbligate ad andare a fare la guerra. I ragazzi erano obbligati, in qualche modo, perché c’erano i bandi dei tedeschi, dei repubblichini, e se non si presentavano venivano dichiarati disertori, e i disertori venivano naturalmente fucilati, o deportati. Per noi non c’erano stati bandi, l’abbiamo fatto per tutte le motivazioni che qui sono state lette. Io credo che riconoscevano che era la prima volta che le donne come massa entravano in guerra, e ci entravano in quel modo, in prima fila; uscivano dal ruolo familiare e si assumevano responsabilità militari, politiche, sociali fondamentali. È la prima volta che le donne entrano effettivamente nella storia.

8 marzo 2018, Quirinale. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, saluta Marisa Ombra

In fondo il diritto al voto, la legge istitutiva del voto alle donne non è altro che una presa d’atto del tutto ovvia, naturale, di quello che le donne avevano fatto, avevano dimostrato di essere nell’ultimo periodo. Io credo che sia importante ricordare, riflettere ancora su quegli anni, perché una riflessione su quel periodo oltre tutto ci consente di riportare alla verità, alla realtà alcune cose, anche alcuni miti che ancora oggi in forme diverse e riferiti a situazioni diverse, continuano a circolare, per esempio il mito della guerra o del rifiuto della guerra senza se e senza ma. Ma io credo di poter sinceramente testimoniare che alla guerra tu non ci devi arrivare, devi fare di tutto, proprio fino all’estremo atto di diplomazia possibile, per evitare di arrivare alla guerra, perché se ci arrivi, o spari o sei sparato.

Non è vero che se ti trovi in guerra puoi decidere di non usare le armi. Io avevo una minuscola 635 nella tasca, ed era una stupidaggine, perché facendo la staffetta l’ultima cosa che avrei dovuto portare con me era una rivoltella, perché mi avrebbe automaticamente denunciata, però c’erano altre che invece le armi le impugnavano, ed era secondo me inevitabile, perché se ti trovi in guerra – ripeto – o spari o sei sparato. Bisogna non arrivarci.

Come l’altro mito delle donne che hanno portato nelle formazioni conforto, dolcezza, assistenza, aiuto. Io posso dire, credo molto sinceramente – ci ho ripensato molto a quegli anni – posso dire che ho visto ragazzi che mostravano senza pudore la loro fragilità e la loro dolcezza, e ho visto donne con coraggio e con grinta – penso a Breda, che è stata chiamata Breda perché lei ha insegnato ai partigiani come si smontava una bomba a mano chiamata Breda – e quindi non erano queste le differenze. Semmai, la differenza stava intanto nel fatto che i ragazzi erano storicamente allenati alla guerra: dietro ai maschi di tutte le Nazioni c’è una storia di combattimenti, mentre per le donne non c’era nessuna esperienza di questo genere. E alle donne forse possiamo riconoscere una qualità di maggiori arti diplomatiche, ma questo non è un fatto naturale, è un fatto culturale, è un fatto storico, perché le donne, se non imparavano ad essere diplomatiche in famiglia, non avrebbero mai tenuto insieme la famiglia. Quindi è una cosa che viene da lontano. E quindi, questa idea di maternage, che è vera per tante, per tutte quelle che l’8 settembre hanno accolto e vestito i soldati che fuggivano, non è vera, secondo me, per le ragazze che sono state dentro l’esercito di Liberazione. Bisogna fare delle distinzioni molto precise. Io non vado oltre, voglio dire che quel riconoscimento dei compagni partigiani è stato alla base di una profonda amicizia, che mai più ha potuto darsi, per ovvi motivi. C’era un di più in quella amicizia, e direi che è stato anche quello che ci ha guidato negli anni successivi, per far fronte a tutti i momenti in cui è stato necessario ancora resistere e in cui chi ha fatto la Resistenza ha cercato di conservare quell’idea della politica, quel senso della politica al quale erano estranei la carriera, il professionismo, il guadagnare, il farsi posto nella vita, eccetera, e devo dire che di queste cose io ho una profonda nostalgia.

Marisa Ombra, partigiana, femminista, della Presidenza nazionale dell’Anpi


Articoli e interviste di Marisa Ombra pubblicati

https://anpi.it/media/uploads/patria/2013/intervista_liparoto_a_Ombra_aprile.pdf

da archivio Patria cartaceo, n. 4 aprile 2013

https://www.patriaindipendente.it/persone-e-luoghi/servizi/un-grido-dallarme-dopo-lepisodio-di-magenta/

19 febbraio 2016

https://www.patriaindipendente.it/idee/editoriali/1946-il-primo-voto-2016-le-verita-difficili-da-confessare/

7 marzo 2016

https://www.patriaindipendente.it/persone-e-luoghi/servizi/la-vita-spericolata-della-staffetta-partigiana/

18 novembre 2016

 

https://www.patriaindipendente.it/persone-e-luoghi/interviste/nome-battaglia-donna-film-daniele-segre/

18 novembre 2016

https://www.patriaindipendente.it/persone-e-luoghi/interviste/2017-per-ritrovare-lo-slancio-del-1947/

16 gennaio 2017

https://www.patriaindipendente.it/persone-e-luoghi/servizi/marisa-ombra-della-bella-politica/

5 aprile 2017

https://www.patriaindipendente.it/ultime-news/la-grande-brigata-delle-donne/

13 dicembre 2017

https://www.patriaindipendente.it/persone-e-luoghi/servizi/8-marzo-sergio-e-marisa/

22 marzo 2018

https://www.patriaindipendente.it/idee/cittadinanza-attiva/caro-ivan-non-tutto-e-perduto/

18 maggio 2018

https://www.patriaindipendente.it/idee/cittadinanza-attiva/lanpi-a-difesa-di-uno-spazio-di-liberta/

1° giugno 2018

https://www.patriaindipendente.it/il-quotidiano/le-partigiane-di-ieri-e-le-lotte-di-oggi/

22 novembre 2018

L’articolo MARISA LIBERA SEMPRE proviene da Patria Indipendente.

L’eccidio dei cento sulla collina

Il clima è davvero quello delle grandi occasioni, perché un incontro con Carlo Smuraglia rappresenta sempre un’occasione importante, capace di mobilitare le migliori energie che un territorio possa esprimere, tanto che la sala dei Giganti della Rocca di Bazzano risulta ben presto sottodimensionata per i tanti – molti anche i giovani – che non hanno voluto mancare all’appuntamento.

La giovane presidente del Comitato per le celebrazioni di Sabbiuno, Sara Bonafè, ha ritenuto opportuno affiancare alla celebrazione ufficiale dell’eccidio in programma domenica 15 dicembre, un ulteriore momento di riflessione, organizzando per sabato 14 dicembre l’incontro con Carlo Smuraglia.

Preceduto dai saluti del sindaco di Valsamoggia Daniele Ruscigno nel ruolo di padrone di casa e dalla puntuale ricostruzione storica dell’eccidio nel quale furono fucilati 100 tra partigiani e antifascisti (di questi non fu possibile identificarne 47) di Pietro Ospitali, Smuraglia non ha certo deluso le aspettative.

Partendo dal presupposto che si tratta di un eccidio di cui si è parlato troppo poco, Smuraglia ha riconosciuto l’importanza del lavoro ottenuto con l’atlante delle stragi nazifasciste, realizzato grazie ad un finanziamento del governo tedesco.  Un risultato che non cambia il severo giudizio espresso nei confronti di un governo che continua a considerare i morti della Resistenza come caduti in guerra senza fare distinzioni quando si tratta di stragi a danno di civili o di inermi, come nel caso dei caduti sulla collina di Sabbiuno. Perché c’è differenza tra un partigiano che muore durante uno scontro a fuoco rispetto a qualcuno che viene prelevato, fucilato e gettato nel fondo di un calanco senza nemmeno una pietosa sepoltura. Questo è l’indicibile, il male totale che annienta la persona.

La Costituzione prima e la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo poi, hanno voluto restituire alla persona la sua umanità. È necessario, quindi, fare in modo che i giovani sappiano ciò che è stato, dato che stanno venendo meno i testimoni diretti e che da tempo si assiste al tentativo – spesso riuscito – di diffamare la Resistenza, della negazione di crimini orrendi.

Un momento dell’iniziativa del 14 dicembre. L’intervento di Carlo Smuraglia

Citando la domanda di una bambina in occasione di un suo intervento in una classe “cosa facevano i partigiani quando non combattevano?”, Smuraglia ha raccontato dei sogni, delle discussioni dei progetti di ragazzi che spesso non avevano mai avuto occasione di maneggiare un’arma prima e che decisero di prendere parte alla Resistenza quasi per istinto. Forse per la prima volta si trovarono vicini ragazzi del nord e del sud del Paese, contadini e operai, persone semplici e intellettuali. Certi che la guerra sarebbe stata vinta, progettavano insieme un Paese migliore e più giusto, democratico, nel quale le persone avessero la stessa dignità. Un processo di crescita e di maturazione collettiva che ha prodotto il miracolo della Costituente e della nostra avanzatissima Costituzione.

Solo due esempi: la scelta del verbo ripudiare riferito alla guerra e aver inserito l’impegno a rimuovere gli ostacoli che si frappongono di fatto all’uguaglianza delle persone, rappresentano la cifra di un dibattito alto, maturato da lontano, nelle carceri, in montagna, al confino. La società che ha costruito la Costituzione era un passo più avanti della società italiana nel suo complesso e che si è impegnata nel tempo a non rispettarla, a non volerla applicare. Anzi, si è assistito ad un continuo susseguirsi di vicende tese a modificarla. D’altra parte basta ben poco per non rispettarla: è sufficiente togliere la centralità del Parlamento o abusare del voto di fiducia.

Un altro momento dell’iniziativa per l’anniversario dell’eccidio di Sabbiuno

Attuare pienamente la Costituzione sarebbe davvero una rivoluzione civile perché, ha proseguito Smuraglia, questo non è il paese che sognavamo e per il quale abbiamo combattuto. Il lavoro deve essere un diritto garantito, così come deve essere garantita la tutela del territorio. Ci siamo battuti per una politica tesa al benessere del Paese, per un Parlamento che discuta di come uscire dalla crisi, di come ridurre le diseguaglianze. Invece un governo così litigioso non si era mai visto …

La Costituzione – che è tutta antifascista – deve essere il baluardo contro i nostalgici che vedono vicina e possibile la realizzazione delle loro idee.

Il vero senso di un ricordo, ha concluso Smuraglia, sta nel guardare con il cuore al passato e con la mente al futuro. La nostra deve essere una forte scelta di campo democratica, tesa alla piena applicazione della Costituzione, avendo ben chiari i valori della solidarietà e pensando ad un mondo nel quale si possa essere felici senza egoismi.

Giovanni Maria Flick durante l’intervento all’iniziativa per il 75° dell’eccidio di Sabbiuno

Il 15 dicembre, giorno dell’anniversario, è stato il turno di Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte costituzionale.

“Il 14 e il 23 dicembre 1944 – ha detto fra l’altro Flick ricostruendo i tragici eventi – dal carcere di San Giovanni in Monte due gruppi di prigionieri, incolonnati a piedi o su camion coperti, vennero condotti attraverso le strade del centro di Bologna verso le colline fino a Sabbiuno dove furono fucilati. Nel dopoguerra vennero ritrovati in fondo al calanco dalle pareti del quale erano stati fatti precipitare.

Erano partigiani rastrellati dai nazisti tedeschi e dai fascisti italiani nella zona nord est di Bologna.

L’azione antipartigiana a Bologna si intensificò con l’arresto e la fucilazione del gruppo dirigente del partito d’azione avvenuto il 20 ottobre. Il 7 e il 15 novembre la battaglia di Porta Lame e lo scontro della Bolognina; iniziarono i rastrellamenti e molte basi dei resistenti vennero scoperte grazie alle indicazioni di fascisti e di due tedeschi infiltrati.

Il sovraffollamento del carcere di San Giovanni in Monte e la necessità di disfarsi di elementi considerati pericolosi impose una nuova strategia: non più grandi stragi, come quella di Marzabotto; i prigionieri dovevano sparire senza che nessuno sapesse più niente di loro, e il calanco, che avrebbe divorato e nascosto quei corpi per sempre, era il luogo ideale. Perciò in due riprese, il 14 e il 23 dicembre ’44, i prigionieri, circa un centinaio, furono portati a Sabbiuno, fatti pernottare nella casa colonica, condotti al mattino sul ciglio del calanco e fucilati.

Le pietre continuano a parlare, anche quando le voci iniziano a tacere e via via si spengono: oggi siamo qui riuniti per ascoltare il linguaggio di quelle pietre che segnarono il sacrificio dei morti insepolti di Monte Sabbiuno”. Ed ha aggiunto: “La Resistenza è stata per noi anche un movimento di massa corale e politico prima che militare. Un movimento di liberazione dal regime totalitario fascista che per un ventennio aveva occupato il nostro Paese dall’interno, con un apparato di violenza, di oppressione e di cancellazione delle libertà civili, politiche, sociali ed economiche.

Quell’apparato non può essere mascherato dal maldestro – e purtroppo ripetuto ancora oggi – riferimento a qualche “benemerenza”, a qualche opera pubblica e a qualche risultato economico raggiunti dal fascismo. Non può essere occultato dal confronto di una sua pretesa bonomia e tolleranza del dissenso, rispetto alla ferocia e alla repressione del regime nazista. Durante il ventennio i treni arrivavano in orario; forse. Ma alla fine della guerra i binari, i ponti, le stazioni erano distrutti. Durante il ventennio vi furono i manganelli, l’olio di ricino, la violenza, gli omicidi: Giacomo Matteotti, i fratelli Rosselli e tanti altri stanno a ricordarcelo.

Durante il ventennio si raggiunse con i Patti Lateranensi e il Concordato la pace religiosa; ma contemporaneamente si adottarono le ignobili leggi razziali del 1938 e si diede inizio alla persecuzione dei cittadini di religione ebraica. Durante il ventennio si svilupparono le industrie; ma si soffocarono le libertà civili e sociali; si praticò con ogni mezzo la persecuzione degli avversari politici e del dissenso.

Il prezzo conclusivo – certamente non l’unico – del ventennio fascista fu una guerra sciagurata. Fu un prezzo elevato, pagato con il sacrificio e l’eroismo dei soldati e della popolazione civile. Ma fu pagato anche con la fuga e con l’irresponsabilità di chi consentì e concorse a quella guerra, dopo aver avallato altre scelte irresponsabili e criminali; di chi contribuì alla disorganizzazione e allo sfacelo dell’armistizio dell’8 settembre 1943, nel tentativo di dissociare la propria responsabilità e connivenza con il fascismo”.

Annalisa Paltrinieri è del Comitato provinciale Anpi Bologna

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Quando fucilarono Cleonice

Il libro “I giovani e la memoria. Gli episodi della Resistenza a Rieti e in provincia raccontati dagli studenti reatini” è nato dall’esigenza di raccontare e condividere il lavoro degli studenti delle scuole di Rieti e della provincia, in occasione della prima edizione del concorso “I Giovani e la Memoria” dell’anno scolastico 2018-2019, un evento culturale sia per le scuole sia per l’intero territorio.

Era richiesta la realizzazione di opere originali – racconti, audiovisivi o sceneggiature teatrali – risultato prezioso di un’indagine storica sui fatti accaduti a Rieti e provincia dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, la successiva occupazione delle truppe tedesche e gli episodi della Resistenza nel territorio. Con l’obiettivo di favorire nei giovani studenti, supportati dai docenti, un’azione di recupero della memoria storica, non solo attraverso ricerche tradizionali, ma soprattutto con indagini sul campo e interviste agli “ultimi” testimoni”. «La memoria batte nel cuore del futuro, è il patrimonio sul quale costruire il futuro dei nostri figli», avevano sostenuto i rappresentanti reatini di Anpi e Cgil durante una celebrazione del Giorno della memoria al Campo di Farfa. Il dovere della memoria nasce quando si comprende l’importanza di ricordare per far sì che non possano ripetersi le stragi di ebrei, rom, omosessuali e oppositori politici e gli eccidi di civili inermi, partigiani e antifascisti, crimini contro l’umanità compiuti dai nazisti durante la seconda guerra mondiale in Europa. Con questo spirito, con la sede reatina dell’Ufficio scolastico regionale, nel 2018 si pensò così a un progetto di concorso, con assegnazione di borse di studio.

Il successo della prima edizione convinse gli organizzatori a fissare l’esperienza in un libro, realizzando uno strumento agevole di lettura, destinato agli studenti e a coloro che non hanno ancora conoscenza dei fatti avvenuti nel territorio reatino. «“I giovani e la memoria” è il frutto di un racconto corale – spiega Giuseppe Manzo, curatore del volume –. Gli studenti hanno lavorato con impegno e serietà, restituendoci con rispetto la memoria dei fatti storici e delle vicende umane vissute dai cittadini reatini dal settembre 1943 al giugno 1944». Nove mesi terribili: nel 2005, infatti, il sacrificio della popolazione e l’eroismo dei partigiani furono riconosciuti con il conferimento alla provincia di Rieti di una Medaglia d’Argento al Merito Civile.

Il primo capitolo dell’opera affronta il tema del dovere della memoria attraverso le testimonianze dei sopravvissuti alla deportazione nei campi di concentramento e alla Shoah, Primo Levi, Sami Modiano, Liliana Segre, Umberto Terracina. Il secondo e il terzo capitolo raccontano la Seconda guerra mondiale in Italia e la Resistenza in Sabina; il quarto e il quinto capitolo sono dedicati alla storia del Campo di concentramento di Farfa e ai libri che hanno il merito di aver riportato di recente alla luce quanto vi accadde. Il sesto capitolo presenta le scuole premiate e racconta le opere realizzate degli studenti. Sottolineiamo inoltre l’esposizione di episodi non molto conosciuti della seconda guerra mondiale.

Cleonice Tomassetti

Nel saggio hanno un ruolo centrale le donne che hanno fatto la Resistenza, tra esse una in particolare che, pur non avendo avuto il tempo di combattere, rappresenta un esempio di coraggio e di forza d’animo, Cleonice Tomassetti. Una reatina dal carattere forte che unisce con un filo rosso la provincia laziale di Rieti e quella piemontese di Verbania. “Una partigiana nell’animo”, come l’hanno opportunamente definita gli studenti, arrestata e fucilata nel giugno del 1944 sul lago Maggiore.

Cleonice era bellissima. Nata nel 2011, a Capradosso di Petrella Salto ha un’infanzia e un’adolescenza molto difficile e sofferta, nel 1933 si trasferisce a Milano, sbarcando il lunario con lavori saltuari: commessa, cameriera in locande e pensioni, sarta. Con gli amici milanesi, “Nice” frequenta un piccolo gruppo di antifascisti, per lo più comunisti, fra cui il sarto, comunista e cristiano avventista, Eugenio Dalle Crode. Nei primi giorni del giugno ’44, mentre lavora da Dalle Crode, entra un diciottenne, Sergio Ciribi che, provando un vestito, fa sapere di non voler presentarsi al richiamo in guerra, ordinato dal Bando Graziani, e di voler salire in montagna con i partigiani della Valgrande. Cleonice decide di seguirlo. La partenza è fissata alcuni giorni dopo. A loro si unisce un altro renitente, Giorgio Guerreschi. Ad accompagnare il gruppo sono la madre e il fratello minore di Ciribi, per far sembrare il viaggio da Milano a Fondotoce una scampagnata. Lasciati gli accompagnatori tra Fondotoce e Mergozzo i tre incominciano la salita guidati da Sergio.

Passata la notte in una baita all’Alpe Bué, la mattina si accorgono di essere coinvolti nel rastrellamento della Valgrande (cominciato l’11 giugno). Arrestati, picchiati, terrorizzati da finte impiccagioni vengono trasferiti prima a Rovegro, poi a Verbania Intra alle Scuole elementari femminili e successivamente nelle cantine di Villa Caramora, dove sono portati altri partigiani rastrellati provenienti da Malesco.

I Martiri di Fondotoce. I nazifascisti scattano questa foto: Cleonice è la donna in prima fila

Il primo pomeriggio del 20 giugno, quarantasei dei partigiani arrestati vengono prelevati e fatti sfilare lungo le vie delle cittadine del lungolago: Intra, Pallanza, Suna, Fondotoce. Cleonice è in prima fila, a fianco del tenente Ezio Rizzato, sotto un grande cartello a stampa che recita: “Sono questi i Liberatori d’Italia oppure sono i banditi?”. I testimoni diretti (il giudice Emilio Liguori, il sopravvissuto Carlo Suzzi) dicono come Nice fosse la prima a capire la sorte a cui erano destinati e a sostenere ed incitare fino alla fine gli altri con frasi del tenore “Facciamo vedere che è meglio morire da italiani che da servi dei tedeschi”.

Il gruppo fu poi portato alla periferia di Fondotoce e, sulla riva del canale fra il Lago Maggiore e quello di Mergozzo, fucilati tre alla volta. Cleonice e molti di loro morirono gridando “Viva l’Italia”. Solo in tre vennero risparmiati (fra loro l’anglo-rodesiano Frank Ellis), mentre Carlo Suzzi sopravvisse miracolosamente alla strage.

Cleonice quel 20 giugno aveva 32 anni. Il suo corpo in un primo tempo seppellito in una fossa comune, ora riposa accanto al giovane Ciribi, nel Cimitero Monumentale di Milano, nell’area dedicata ai martiri della Resistenza.

La figura di “Nice” verrà riscoperta e valorizzata solo nel 1981, quando il Comune di Verbania decide di intitolarle le scuole elementari della frazione di Renco. Per iniziativa dell’Anpi di Rieti, il Comune di Petrella Salto prese contatti con la Casa della Resistenza di Fondotoce e sindaco e familiari della Martire hanno partecipato per la prima volta, nel giugno 2011, alla 67ª commemorazione dei Martiri di Fondotoce, depositando una targa in suo ricordo.

Ne “I giovani e la memoria” trovano spazio anche una settantina di immagini, alcune poesie di Ungaretti, Levi e Wiesel, il commento alle musiche e le parole delle canzoni scelte dagli studenti per accompagnare i filmati realizzati. Il testo riporta anche le testimonianze di giornalisti e storici che con il loro lavoro hanno raccontato la seconda guerra mondiale, la Shoah e la Resistenza in tutto il Paese e in particolare a Rieti e in Sabina. Il libro ha un taglio istituzionale che lo rende particolarmente adatto anche all’utilizzo didattico, e contiene alcuni interventi del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

Grazie a un codice, il volume permette ai lettori di visionare su smartphone, tablet o pc i cinque filmati realizzati dagli studenti vincitori della borsa di studio. “I giovani e la memoria” è disponibile anche nei formati per non vedenti e ipovedenti, audiolibro e scrittura braille, in accordo con l’Unione Ciechi di Rieti.

Il ricavato della vendita del libro permetterà la costituzione di un fondo per le borse di studio in favore degli studenti che saranno premiati nelle prossime edizioni del concorso.

Cosmo Bianchini, presidente Anpi Rieti e vicepresidente Anpi provinciale Rieti

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Saluto fascista a Verona, rinviato a giudizio il consigliere Bacciga

Il consigliere comunale veronese Andrea Bacciga

Sarà processato e dovrà rispondere in tribunale per aver fatto il saluto romano in un’aula istituzionale il consigliere comunale di Verona Andrea Bacciga. A darne notizia sono l’Anpi, l’Aned e l’associazione locale di Non una di meno.

I fatti risalgono al 26 luglio 2018, il parlamentino cittadino doveva discutere di due mozioni mirate al finanziamento di progetti legati ai movimenti antiabortisti. Presenti al dibattito c’erano rappresentanti dei partigiani, dei deportati, e dell’associazione femminista. A un certo punto, secondo l’accusa, il consigliere eletto con la lista Battiti per Verona, che fa riferimento al sindaco Federico Sboarina, si è rivolto ad alcune attiviste di Non una di meno mostrando il braccio teso nel saluto romano.

La vicenda aveva avviato un iter giudiziario, con un esposto in Procura, per violazione della legge Scelba, che vieta e punisce ogni manifestazione del disciolto partito fascista. Durante la prima udienza, lo scorso maggio, l’Anpi, l’Aned e Non una di meno, erano state ammesse come parti civili, mentre la difesa di Bacciga aveva presentato informalmente una richiesta di rito abbreviato.

Il municipio di Verona (da https://upload.wikimedia.org/wikipedia/ commons/thumb/e/eb/Municipio_Verona.JPG/ 1024px-Municipio_Verona.JPG)

Il consigliere di maggioranza, un avvocato per di più, forse aveva preso sottogamba la denuncia alla magistratura dell’accaduto a Palazzo Barbieri, ricordano in un comunicato congiunto le tre associazioni, tant’è che «aveva commentato, spiegando che il saluto romano richiede l’inclinazione del gomito a 135° mentre il suo gomito, goniometro alla mano, si era fermato a 120°».

Ebbene oggi, nella seconda udienza, i legali di Bacciga hanno modificato la richiesta di rito abbreviato e il gup giudice Luciano Gorra ha deciso per il consigliere il rinvio a giudizio davanti a un organo collegiale. Dunque nessun giudizio immediato, Bacciga dovrà andare a processo, il dibattimento si svolgerà a porte aperte il 13 febbraio 2020. Federica Panizzo, avvocata delle parti civili costituite, ha espresso soddisfazione: «Ritengo – ha dichiarato– che il rinvio a giudizio sia un primo e importante passo, seppur non definitivo, per vedere riconosciuti i valori antifascisti sanciti dalla legge Scelba e dalla Costituzione repubblicana».

Da un post facebook di Bacciga a del maggio scorso. Non è andata così. In occasione del dibattito in consiglio comunale, le attiviste si erano mascherate per protesta da “ancelle” come nella serie tv “Handmaid’s tale”

Nel comunicato l’Anpi, l’Aned e Non una di meno di Verona sottolineano l’importanza della decisione odierna del gup: «Il fatto che le attiviste di Non una di meno – movimento che riconosce l’antifascismo come valore e pratica quotidiana – siano state ammesse come parti civili è molto significativo: ancora una volta si evidenzia l’intreccio tra fascismo, sessismo e anti-femminismo». Le tre associazioni rammentano che «il fascismo, strutturalmente fondato sul modello patriarcale, attribuiva alle donne l’esclusivo ruolo di madri-casalinghe, facendo della maternità e della procreazione un oggetto di pubblica esaltazione a sostegno della Nazione e dell’integrità della stirpe, determinando limitazioni delle libertà individuali, per le donne, e la loro esclusione dalla sfera pubblica». Perciò puntualizzano: «Il “presunto” saluto fatto dal consigliere all’interno di un’aula comunale aveva dunque un preciso obiettivo: rimettere le donne al loro posto, ossia tornare a reificarle e a considerarle mere fattrici». E «tutta la vicenda assume un profilo di particolare gravità considerando che il saluto romano, simbolo di un sistema dittatoriale e repressivo basato sulla negazione delle libertà, è avvenuto all’interno dell’aula del consiglio comunale, uno dei luoghi della rappresentanza democratica nata dalla lotta delle partigiane e dei partigiani, e dalla violenza subita dalle deportate e dai deportati» e che «l’autore del gesto è un rappresentante delle istituzioni nate dalla Resistenza al nazifascismo e si trovava nell’esercizio del proprio mandato. Ruolo a cui è stato chiamato proprio grazie alla Costituzione che ha calpestato».

Le associazioni concludono rivolgendosi al consigliere Bacciga, «che in riferimento alla vicenda e citando Mussolini aveva dichiarato “Se mi assolvete mi fate un piacere, se mi condannate mi fate un onore”», augurandogli «di essere ben presto onorato dal tribunale con una sentenza che stabilisca in via definitiva la gravità di quanto accaduto la sera del 26 luglio 2018».

L’articolo Saluto fascista a Verona, rinviato a giudizio il consigliere Bacciga proviene da Patria Indipendente.

50 anni dalla strage

Non si può, per diverse e intuibili ragioni, raccontare tutta la storia di Piazza Fontana, una storia che si potrebbe definire chiusa, forse e solo da un punto di vista giudiziario, quattordici anni fa, il tre maggio 2005, quando la Corte di Cassazione confermò le assoluzioni di Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni, condannati all’ergastolo in prima istanza, assolti in appello.  Delfo Zorzi, tra gli organizzatori di Ordine nuovo in Veneto, ritenuto colpevole d’altre azioni terroristiche, se ne era già andato a Tokio, dopo aver sposato una ricca giapponese e aver pure ottenuto la cittadinanza giapponese. In Giappone aveva avviato, grazie ai soldi della moglie, una attività imprenditoriale nel campo della moda. Un negozio lo si poteva vedere anche in Galleria Vittorio Emanuele, a Milano. Carlo Maria Maggi, altro “ordinovista”, condannato all’ergastolo come mandante della strage di Piazza della Loggia, è morto a casa sua l’anno scorso. Aveva 82 anni. S’era ridotto su una sedia a rotelle per una neuropatia congenita.  Giancarlo Rognoni, milanese, era stato un “sanbabilino” e tra i fondatori del gruppo fascista denominato “La Fenice”.

Franco Freda (a sinistra) e Giovanni Ventura

La sentenza della Cassazione aggiungeva però qualcosa di assai importante: ribadiva la colpevolezza di Franco Freda e di Giovanni Ventura, confermando cioè che “la corresponsabilità di Franco Freda e di Giovanni Ventura in ordine ai fatti del 12.12.1969 appare sufficientemente accertata”. Una verità era stata raggiunta. Ma i due non erano giudicabili: erano stati assolti in precedenti processi (prima a Catanzaro e poi a Bari). Franco Freda, ottantenne, ha battezzato Salvini “salvatore della razza bianca”. Giovanni Ventura è morto nove anni fa a Buenos Aires. Conduceva un ristorante.

Tutto qui? Dopo 36 anni di indagini e di processi? Poco? Qualcosa: erano stati indicati due colpevoli, era stato accertato che la strage di piazza Fontana era stata voluta, organizzata, messa in atto da gruppi, o meglio, da un gruppo, Ordine nuovo, dell’estrema destra neofascista, con la complicità, la consapevolezza, il sostegno di organi dello Stato secondo un disegno eversivo. Così che non appare del tutto azzardata quella espressione celeberrima, “strage di Stato”, coniata durante una conferenza stampa al Circolo anarchico della Ghisolfa, diventata poi il titolo del libro pubblicato nel 1970, libro che raccoglieva i risultati della inchiesta e delle riflessioni di un gruppo di militanti dell’estrema sinistra. Libro che fu sequestrato, i cui autori furono denunciati, processati… Il libro, varie volte ristampato, tuttavia vendette migliaia di copie, lasciandoci l’eredità di quella espressione, che sottolinea con forza la responsabilità nella strage, la complicità, l’omertà di apparati dello Stato, apparati che oggi si potrebbero e si possono definire uno per uno: Sid (cioè i servizi segreti), Stato maggiore della difesa, ministeri, presidenza del Consiglio…

Giuseppe Pinelli

Forse questa storia si potrebbe considerare chiusa anche in un’altra data, un poco oltre quel giudizio della Cassazione. Cioè il 9 maggio 2009, quando il presidente della Repubblica ricevette insieme Gemma Calabresi, vedova del commissario, e Licia Pinelli, moglie di Pino Pinelli, quando dopo alcune considerazioni assai intense e coraggiose sul significato di quella strage il Presidente della Repubblica ricordò la figura di quel ferroviere anarchico, morto dopo 77 ore di interrogatorio, precipitando da una finestra al quarto piano  della Questura di Milano, in via Fatebenefratelli, Pino Pinelli, “un uomo di cui va riaffermata e onorata la linearità, sottraendolo alla rimozione e all’oblio”.

Altra domanda, prima di arrivare al pomeriggio del 12 dicembre, potrebbe essere molto semplicemente: quando è cominciata la storia di Piazza Fontana? Sì, perché forse per capire bisogna risalire di qualche giorno, di qualche mese, anche di qualche anno.

Solo quindici giorni prima, il 28 novembre, i metalmeccanici in attesa di contratto si erano riuniti a Roma per la loro manifestazione nazionale. Clima teso, ma non era accaduto assolutamente nulla. Però sul democraticissimo Corriere della Sera (direttore Giovanni Spadolini), l’editorialista Cesare Zappulli aveva commentato: “Una certa componente eversiva o contestataria, una certa propensione alla jacquerie continua a mischiarsi alle vicende sindacali… Cos’è questo di più emotivo, questo ingrediente popolaresco che si aggiunge e si sovrappone alla vertenza, quasi che il concorso di folla, di grida, il vociare, il disordine e le arringhe finali dei triumviri (Trentin, Macario, Benvenuto) dai rostri valgano a mutare la sostanza delle cose?”. Così il Corriere della Sera riassumeva in prosa ottocentesca quelle lotte e quelle rivendicazioni che sarebbero rimaste nella memoria come l’Autunno caldo, l’autunno dei grandi scioperi per il contratto alla Fiat, a Marghera, a Trento, anche nelle zone bianche di Brescia e di Bergamo, nelle campagne del Sud, “Operai-studenti uniti nella lotta” fu lo slogan agitato in quei mesi di cortei operai, ma anche di manifestazioni studentesche, di occupazioni, mesi in cui nuovi protagonisti si affacciarono sulla scena della politica.

Solo una decina di giorni prima, il 19 novembre, era morto a Milano davanti al teatro Lirico l’agente Antonio Annarumma, colpito stando alle conclusioni delle indagini ufficiali da un tubo di ferro del diametro di cinque centimetri. Annarumma era alla guida di una camionetta della polizia. Un corteo di manifestanti della sinistra extraparlamentare (l’Unione dei marxisti-leninisti) si era avvicinato vicino al teatro, proprio mentre ne uscivano numerosi operai che avevano partecipato, all’interno, ad una manifestazione sindacale sul diritto alla casa. Proprio allora venne ordinata la carica, senza alcun motivo evidente. Giampaolo Pansa scriverà: “Non sento squilli di tromba, ma soltanto, improvviso, il miagolio di una, tre, cinque, dieci sirene. Poi il rombo dei motori al massimo, ed ecco jeep e gipponi a fortissima velocità scatenarsi lungo via Larga in direzione di via Albricci. E’ una carica paurosa, la folla urla, non serve ripararsi sul marciapiedi perché gli autisti ti inseguono anche lì, poi i botti secchi dei primi lacrimogeni, l’aria presto ne è grigia…”. Alcuni operai, due per la precisione, vennero urtati e gettati a terra dalle camionette. I caroselli continuarono, mentre si prestava soccorso ai feriti. Antonio Annarumma sarebbe morto di lì a poco. Qualcuno disse che fosse morto per lo scontro tra la sua e un’altra camionetta. Ai funerali nella chiesa di San Carlo in corso Vittorio Emanuele, i fascisti si presenteranno in forze, rivestiti di nero, pronti a menar le mani contro chiunque non corrispondesse ai connotati giusti. Picchiarono, per eccesso di zelo, anche un loro camerata, fisiognomicamente poco raccomandabile a loro giudizio. Malmenarono Mario Capanna, leader degli studenti, che voleva così, partecipando ai funerali, entrando in quella chiesa, testimoniare l’estraneità del Movimento studentesco ai fatti che avevano condotto alla morte di Antonio Annarumma, che pochi piansero tranne i suoi familiari. Sui muri delle case gli slogan fascisti, “viva il duce” il più tenero.

Si potrebbe risalire ancora nel corso di quell’anno 1969: al 4 ottobre, quando una cassetta con otto candelotti di gelignite e un detonatore a orologeria viene scoperta sul davanzale della scuola slovena di Trieste; all’8 e al 9 agosto, quando otto bombe esplodono in altrettanti convogli ferroviari, ferendo dodici persone, e altri due ordigni vengono rinvenuti sui treni giunti a Milano e a Venezia; al 25 aprile quando una deflagrazione alla Fiera di Milano, all’interno dello stand della Fiat, colpisce venti persone (insieme con gli attentati ai treni, siamo a primi metri della “pista anarchica”: verranno infatti arrestati alcuni anarchici, tutti alla fine assolti dopo due anni di detenzione); al 9 aprile quando a Battipaglia durante una manifestazione per lo sciopero generale la polizia carica e uccide Carmine Citro, un tipografo di 19 anni, e Teresa Ricciardi, insegnante… Battipaglia ci riporta ad Avola: la polizia che spara sui braccianti in sciopero e uccide Giuseppe Scibilia e Angelo Sigona… Cinquant’anni, anche per loro…

Di quel Sessantanove si dovrebbe ricordare ancora il sequestro a Viareggio, alla fine di gennaio, da parte di un gruppo monarchico per autofinanziamento di un ragazzo di dodici anni, Ermanno Lavorini, assassinato subito dopo il rapimento. Si dovrebbe ricordare ancora l’incontro in Italia tra Nixon e Saragat, che nelle dichiarazioni finali esibì l’affinità di vedute circa il “pericolo comunista”.

Continuando a ritroso potremmo ritrovarci, nel 1968, tra i cinquantadue fascisti (con Pino Rauti a capeggiarli) in visita di studio ad Atene dopo il colpo di stato dei colonnelli nell’aprile del 1967, in mezzo alle trame golpiste intessute dal capo di Stato maggiore dell’esercito, Giovanni De Lorenzo (insieme con il presidente Segni, secondo quanto denunciò L’Espresso, che rivelò il piano Solo), di fronte alle esercitazioni in Friuli di Gladio, l’organizzazione clandestina nata da un accordo tra il Sifar (guidato allora proprio da De Lorenzo, il servizio segreto che aveva schedato i politici di sinistra italiani), e i servizi americani… mentre nelle università s’agitava il nostro breve Sessantotto libertario, prima dell’avvento di partitini d’ogni ordine e grado.

Tutto questo e altro ancora ci lasciavamo alle spalle quel 12 dicembre 1969, un venerdì, una giornata qualunque di freddo e nebbia, buia prima del solito. In edicola Il Giorno si era presentato con un titolo assai inquietante: “L’on. Almirante per una soluzione alla greca”. Riprendeva quanto il segretario del Movimento sociale, Msi, aveva dichiarato al tedesco Der Spiegel: “Le organizzazioni giovanili fasciste si preparano alla guerra civile… tutti i mezzi sono giustificati per combattere i comunisti… misure politiche e militari non sono più distinguibili”. Al governo, un monocolore dc, sedeva Mariano Rumor, ministro degli interni Franco Restivo. L’esperienza del centro sinistra, che s’era aperta nel 1963 con Moro e Nenni ai vertici dell’esecutivo, s’era chiusa qualche mese prima.

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In piazza Fontana, nel grande salone della Banca dell’Agricoltura, nel pomeriggio c’è ancora animazione, alle ultime contrattazioni, nel salone circolare, la “rotonda”.

Poco lontano, in piazza della Scala, nella sede della Banca Commerciale, un commesso segnala il ritrovamento di una borsa che contiene una scatola metallica chiusa a chiave. Sono le 16,25. Dodici minuti dopo un boato scuote il centro di Milano: una bomba esplode, uccide subito quattordici persone, ne ferisce ottantasette, altri due clienti della banca resisteranno qualche giorno, un altro ancora morirà anni dopo in conseguenza delle ferite riportate.

La bomba della Banca Commerciale, interrata in un giardino all’interno, viene invece fatta scoppiare su ordine del Procuratore capo Enrico De Peppo. Per sicurezza, si spiega. Distruggendo così un importantissimo corpo di reato. Secondo gli esperti la si sarebbe potuta disinnescare.

Quello stesso giorno, esplodono a Roma altri tre ordigni. Il primo alle 16,55 in un sottopasso all’interno della Banca nazionale del lavoro, ferendo quattordici impiegati. Il secondo e il terzo all’Altare della Patria, in piazza Venezia, rispettivamente alle 17,22 alla base del pennone alzabandiera e alle 17,30 all’ingresso del Museo del Risorgimento, i cui pesantissimi portoni verranno scagliati ad alcuni metri di distanza.

Passano poche ore, senza che nulla si possa considerare. Tuttavia il prefetto di Milano, Libero Mazza, in una informazione al ministero degli Interni, scrive: “ipotesi attendibile che deve formularsi indirizza indagini verso gruppi anarcoidi aut comunque frange estremiste”.  In una intervista raccolta da un giornalista della Stampa, il commissario Calabresi già sembra orientato: “Certo, è in questo settore che dobbiamo puntare: estremismo, ma estremismo di sinistra. A Roma hanno fatto esplodere al monumento al Milite ignoto. Non sono certo quelli di destra che fanno queste azioni. Sono i dissidenti di sinistra: anarchici, cinesi, operaisti (Potere operaio, Lotta continua)”. Del resto, argomenta il commissario, sono gli anarchici i responsabili degli attentati ai treni e alla Fiera di Milano. Come s’è visto, gli anarchici furono tutti discolpati.

Si deve indagare, raccomanda però il ministro Restivo, sia a destra che a sinistra, “senza discriminazione di tendenze e di colore”. Ma le “perquisizioni personali e domiciliari” riguardano trecento “elementi di sinistra” e una cinquantina di “elementi di destra”. Il ministro provvede a informare le polizie europee con un telegramma che recita: “En ce moment nous ne possedons alcun indication valid à l’égard des possibile auteurs du massacre, ma nous premiers soupcons vers le circe anarchisants”. Un capolavoro: non abbiamo niente in mano, ma i colpevoli sono gli anarchici. Malgrado peraltro un professore padovano, Guido Lorenzon, abbia rivelato la sera del 15 dicembre, attraverso il suo avvocato, le confidenze di un amico a proposito degli attentati ai treni e della stessa bomba di Milano. L’amico si chiama Giovanni Ventura.

Pietro Valpreda

Niente. Si deve cercare il colpevole tra gli anarchici e a far la parte dell’anarchico dinamitardo tocca per primo a Pietro Valpreda, il ballerino che viveva allora a Roma, cacciato dal Circolo del Ponte della Ghisolfa, affiliato al circolo romano XXII Marzo insieme con l’infiltrato Mario Merlino. Valpreda che si presenta solitario al Palazzo di giustizia milanese, per una convocazione che risale a dieci giorni prima. Dell’arresto di Valpreda veniamo a sapere dal telegiornale la sera del 16 dicembre. Sui teleschermi compare Bruno Vespa che senza esitazione ci comunica: “Pietro Valpreda è un colpevole, uno dei responsabili della strage di Milano e degli attentati di Roma. La notizia, la conferma è arrivata un momento fa dalla questura di Roma…”. Così, senza neppure l’ombra di un condizionale. Il Corriere di Informazione, giornale della sera, precisa: “La bestia umana che ha fatto i 14 morti di piazza Fontana e forse anche il morto, il suicida di via Fatebenefratelli, è stata presa, è inchiodata, la sua faccia è qui su questa pagina… Il massacratore si chiama Pietro Valpreda, ha 37 anni, mai combinato niente nella vita”. Il giorno dopo il Corriere della Sera attesta grazie alla firma di Mario Cervi: “Nel volgere di quattro giorni il mistero che avvolgeva il massacro di piazza Fontana e gli altri attentati di venerdì scorso è stato dissolto”. I telegiornali Rai si distinguono in fantasiose ricostruzioni: formule chimiche ritrovate in una macchina parcheggiata vicino alla casa di Valpreda, una borsa che conteneva una mappa sulla quale erano indicate alcune sedi bancarie. Fake news, si direbbe oggi, esempio chiaro di inqualificabile giornalismo. Non sarà così per tutti i giornali e per tutti i giornalisti…

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Contro Valpreda peserà la testimonianza del tassista Cornelio Rolandi, che riconoscerà il passeggero che aveva condotto in piazza Fontana da una fotografia che gli aveva mostrato il questore Marcello Guida, in altra epoca responsabile del confinario fascista di Ventotene e riciclato nell’Italia repubblicana. Rolandi riconoscerà Valpreda in mezzo ad altri cinque persone, a Roma, in un’aula del Palazzo di Giustizia. Dirà: “Be’… se non è lui, qui non c’è!”. Era il 16 dicembre e il Corriere d’informazione scriverà, in prima pagina, accanto alla foto di Valpreda: “La furia della bestia umana”. Saltò fuori anche un sosia di Valpreda, Nino Sottosanti, detto “Nino il fascista”, che si vantava anarchico e che aveva incontrato Pinelli proprio il giorno della bomba, considerato un provocatore al soldo della destra.

Il “morto”, il “suicida di via Fatebenefratelli”, è ovviamente Giuseppe Pinelli, colpevole d’anarchia, che la sera stessa del 12 dicembre, convocato dal commissario Calabresi, raggiunge dal circolo di via Scaldasole la questura a cavallo della sua motoretta 48 cc., con la tredicesima che ha appena ritirato, uscendone dalla finestra del quarto piano, poco oltre la mezzanotte del 15 dicembre e dopo settantasette ore di quasi ininterrotto interrogatorio, per finire morente al pronto soccorso dell’ospedale Fatebenefratelli. Trattenuto contro la norma di legge (che consente al massimo un fermo di quarantotto ore: falsificheranno pure i documenti per nascondere l’abuso) e oltre il buon senso e l’evidenza della sua innocenza.

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Della fine di Giuseppe Pinelli sono state scritte tante pagine. Ricordo solo quelle memorabili di Camilla Cederna, allora famosa giornalista dell’Espresso… in un libro pubblicato nel 1971 da Feltrinelli, “Pinelli. Una finestra sulla strage”… A quel libro rimando, salvo poche righe che trascrivo, quando Camilla Cederna descrive il quadro dell’incontro di alcuni giornalisti (Stajano, Pansa, Renata Bottarelli dell’Unità, Giampietro Testa del Giorno) con il questore Guida: “Alla destra della poltrona del questore c’è la bandiera; alla sua sinistra stanno schierati gli altri funzionari, il capo dell’ufficio politico Antonino Allegra, il commissario Luigi Calabresi con uno dei suoi pullover di cachemire chiaro dal collo alto che fanno di lui, se non l’uomo più elegante, almeno il più moderno della questura. Una scena che non dimenticherò mai, un salotto in cui mancava appena che venisse offerto un bicchiere di whisky, un tono leggero e mondano, appena incrinato da un’altra presenza: da quel tenente dei carabinieri in uniforme che stando un po’ in disparte ogni tanto se ne andava su e giù sullo sfondo, ed era il tenente Savino Lo Grano, l’unico a parere, ad alcuni di noi, inquieto e turbato”.

Trascriverò, dal testo della sentenza depositata il 27 ottobre 1975, anche alcune considerazioni del giudice istruttore, Gerardo D’Ambrosio: “Il dott. Marcello Guida, Questore di Milano, nonostante l’On. Malagugini avesse richiamato la sua attenzione sulle gravi responsabilità che si assumeva nel rendere pubblico il suo convincimento sulle responsabilità negli attentati degli anarchici in generale e del Pinelli in particolare… tenne una conferenza stampa sulle modalità della morte del Pinelli, nel corso della quale fece affermazioni poi riportate dalla stampa, quali: ‘Era fortemente indiziato’, ‘Ci aveva fornito un alibi ma questo alibi era completamente caduto’, ‘D’improvviso Giuseppe Pinelli è scattato. Ha spalancato i battenti della finestra socchiusi e si è buttato nel vuoto’, ‘Quando si è accorto che lo Stato che lui combatteva lo stava per incastrare, ha agito come avrei agito io stesso se fossi un anarchico”. Affermazioni, commenterà D’Ambrosio, che nessun dubbio potevano lasciare sulla colpevolezza di Giuseppe Pinelli, affermazioni vili e menzognere, affermazioni però “gradite ai superiori”. Il 5 ottobre 1971 D’Ambrosio aveva inviato sei avvisi di reato contro Luigi Calabresi, e i sottufficiali di Pubblica Sicurezza Panessa, Caracuta, Mainardi, Mucilli e il capitano dei carabinieri Lograno, quanti stavano nella stanza di neanche nove metri quadri con Pinelli. D’Ambrosio prosciolse tutti gli imputati perché «la mancanza di prove che un fatto è avvenuto equivale nel nostro sistema processuale […] alla prova che un fatto non è avvenuto». Concluderà che la morte di Pinelli si poteva spiegare con un “malore attivo”: dopo tante ore di interrogatorio, settantasette ore, insonne, intossicato dal fumo, alla finestra, un capogiro lo avrebbe trascinato nel vuoto, oltre la balaustra alta solo novantacinque centimetri.

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Seguirà, dopo quei terribili giorni, una lunga teoria di attentati, di morte (anche la morte del commissario Calabresi, ucciso davanti a casa il 17 maggio 1972), di bombe: il terrorismo procede nella sua opera, da Peteano alla Questura di Milano, da Piazza della Loggia all’Italicus, dalla stazione di Bologna al treno 904 nella notte di Natale del 1984. Accanto alle indagini, agli arresti, alle denunce, ai depistaggi, ai processi. Quello per la strage di piazza Fontana, il primo, contro Valpreda e gli anarchici, si sarebbe aperto nel 1972 a Roma, ma la Corte lo rimandò per competenza a Milano, dove nel frattempo erano approdati dal Veneto gli atti relativi alla seconda istruttoria sulla cosiddetta “pista nera”, sul terrorismo neofascista, principali imputati Freda, Ventura e Guido Giannettini, giornalista di estrema destra, teorico del golpe, legato ai servizi segreti morto nel 2003. Senonchè il procuratore generale De Peppo riterrà Milano insicura e chiederà il trasferimento per legittima suspicione in altra sede. La scelta cadrà su Catanzaro, a mille chilometri da Milano: un viaggio, soprattutto allora, lunghissimo, tortuoso, costoso, la metafora di un iter processuale, che non possiamo ripercorrere, che si concluderà come abbiamo all’inizio scritto e che di aula in aula, di anno in anno, visse di un contrasto palese tra la violenza della rimozione, della cancellazione, dell’occultamento e la volontà opposta di uomini e di istituti nel segno di una ricerca della verità.

Dopo l’elenco delle bombe, si dovrebbe presentare anche l’elenco degli imputati, dei testimoni e soprattutto dei testimoni reticenti. A Maggi, Rognoni e Zorzi si dovrebbe aggiungere Carlo Digilio, altro fascista e ordinovista, l’armiere della banda, le cui dichiarazioni consentirono al giudice istruttore Guido Salvini di indagare su “una serie di reati associativi a militanti di gruppi eversivi di destra”. Si dovrebbero aggiungere altri nomi: generali, ufficiali, ammiragli, spie, terroristi, agenti provocatori, politici o pseudo politici, ministri, in una fiera interminabile del “non ricordo”, Miceli, Maletti, Henke, Aloja, Labruna, Rauti, Delle Chiaie, Merlino, Pozzan (vicino a Ordine nuovo, amico di Freda, fuggito in Spagna grazie ad un passaporto confezionatogli dal Sid, accusatore di Rauti), Tanassi, Andreotti, Rumor… E poi i magistrati: Paolillo, il primo incaricato delle indagini (ma l’inchiesta fu subito dirottata a Roma, togliendola senza andar troppo per il sottile al suo giudice naturale che era senza possibilità di dubbio quello di Milano), Calogero (che rivolse la sua attenzione a Ventura e Freda, dopo le rivelazioni di Guido Lorenzon) e con lui il giudice Stiz, Luigi Fiasconaro, Emilio Alessandrini (assassinato da Prima Linea), Gianfranco Migliaccio (giudice istruttore a Catanzaro), Gerardo D’Ambrosio, Guido Salvini per ultimo…

La “strategia della tensione” pretese morti, indusse paure, indebolì lo Stato mostrandone il volto tetro, però fu sconfitta fin dalla sera di quel delitto da una città colpita e commossa che due giorni dopo, il 15 settembre, si presentò in piazza del Duomo, nella giornata più scura e fredda, migliaia di persone mute a seguire il passaggio delle bare. Quel popolo unito nel dolore e nel silenzio aveva presto intuito gli scopi di tanta ferocia. Un inizio, perché tante altre prove avrebbe dovuto superare tra terrorismo nero e terrorismo rosso. Ma non si prestò al gioco. Rimasero delusi coloro che si attendevano violenze in risposta alle loro per imporre stati d’assedio e colpi di mano contro la democrazia.

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Dopo mezzo secolo ci si chiede quanto sia ancora forte la memoria di quel 12 dicembre, di quei morti, delle trame che hanno oscurato la democrazia e inceppato la giustizia. Malgrado tutto, malgrado la crisi della politica con il risorgere dell’anima nera di questo Paese (e di altri Paesi, non solo del nostro), il degrado della cultura e della scuola, malgrado l’invadenza di nuovi media che hanno a cuore ben altro che la storia, credo che nel sentimento popolare quelle vicende vivano ancora con il peso della tragedia vissuta e l’ammonimento di quanto ancora potrebbe accadere, in modi nuovi, in forme nuove. Piazza Fontana e la lunga stagione della strategia della tensione rappresentarono un metodo aggiornato, scelto da alcune “zone” del potere, per impedire reali e profondi mutamenti nelle strutture politiche del Paese. La risposta fu civile, ancorata ai principi della democrazia. Vi furono magistrati che indagarono e denunciarono, senza lasciarsi guidare da quei poteri. Vi furono giornalisti che seppero intuire tra le “veline”, le comunicazioni ufficiali, le conferenze stampa delle autorità, verità diverse da quelle tramandate e che insorsero contro la somministrazione continua di tante menzogne. Vi furono anche giornalisti corrotti, pagati da qualche potente o al soldo dei servizi segreti. Rauti e Giannettini ad esempio lo furono. Succede anche ora, in modi meno appariscenti, ma forse più efficaci. Questo dovrebbe indurre a difendere il pluralismo della informazione, contro l’appiattimento, la massificazione, l’uniformità indotta, contro le mistificazioni.

Ancora oggi si legge: una strage senza colpevoli. Dimenticando che i colpevoli, non tutti purtroppo, sono stati indicati, che i complotti e le responsabilità dei generali, dei politici, di chi era preposto a difendere la legalità, sono stati svelati.

Allora ci furono anche i giovani e ci saranno, confusamente, velleitariamente, per strade sbagliate, ben dopo piazza Fontana. Ci si potrebbe chiedere se anche oggi ci siano i giovani. Un sondaggio di alcuni anni fa condotto su mille studenti tra i diciassette e i diciannove anni indicò che il dieci per cento era a conoscenza di quanto avvenuto, il sessanta per cento attribuiva la strage alle Brigate rosse, il venti per cento alla mafia, gli altri non sapevano. Giovani che evidentemente frequentano una scuola che non insegna, giovani di famiglie che non hanno nulla da trasmettere, di un tempo che si consuma tra video e giochi. Non sempre, per fortuna, non per tutti. Non so. Bisognerebbe conoscerli i giovani. Ma se quel sondaggio ha un fondamento, la distorsione della storia che rivela indica un fallimento, che potrebbe aprire la strada ad altre tragedie.

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Nell’attentato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura persero la vita:
Giovanni Arnoldi, 42 anni, da Magherno;
Giulio China, 57 anni, da Novara;
Eugenio Corsini, 71 anni, da Milano;
Pietro Dendena, 45 anni, da Lodi;
Carlo Gaiani, 57 anni, da Milano;
Carlo Garavaglia, 67 anni, da Corsico;
Paolo Gerli, 77 anni, da San Donato Milanese;
Luigi Meloni, 57 anni, da Corsico;
Gerolamo Papetti, 79 anni, da Rho, morì la mattina del sabato al Fatebenefratelli;
Mario Pasi, 50 anni, da Milano;
Carlo Luigi Perego, 74 anni, da Usmate Velate;
Oreste Sangalli, 49 anni, da Milano;
Carlo Silva, 71 anni, da Milano;
Attilio Valè, 52 anni, da Moirano di Noviglio, deceduto la sera della strage al Fatebenefratelli;

A causa delle gravi ferite riportate, il 25 dicembre morì Angelo Scaglia, 61 anni, da Abbiategrasso e il 2 gennaio 1970 morì Calogero Galatioto, 71 anni, da Milano.

Oltre dodici anni dopo, sempre a causa delle lesioni riportate quel 12 dicembre, morì Vittorio Mocchi, che nel 1969 aveva trentatré anni.

Durante la commemorazione milanese per i quarant’anni della strage, Aglaia Zanetti, familiare di una delle vittime, ha letto i nomi dei morti del 12 dicembre, aggiungendo in coda alla lista quello di Giuseppe Pinelli.

Oreste Pivetta, giornalista, scrittore e critico letterario

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