ARRIVEDERCI A SETTEMBRE!

Decenni fa, agosto per alcuni significò Liberazione, scandita come a Firenze nel 1944 dalla campana Martinella a Palazzo Vecchio. Per altri fu il mese delle stragi, Sant’Anna di Stazzema tra le altre, perché il nazifascismo voleva dimostrare che non si sarebbe fermato davanti a nulla. Nel 1980, il 2 agosto ferì come mai prima la storia dell’Italia repubblicana con la strage alla stazione di Bologna, una matrice neofascista collegata ai servizi segreti deviati (affronta questo ed altri temi l’editoriale del direttore Gianfranco Pagliarulo). Nel 1974 sempre nello stesso mese la morte nera aveva colpito a San Benedetto Val di Sambro, sull’Italicus. Agosto dunque per tutti noi antifascisti è un mese diviso a metà tra impegno e dovuto riposo, tra scampagnate sui sentieri partigiani, commemorazioni in memoria dei nostri caduti, e manifestazioni per la richiesta di verità e giustizia.

Sappiamo che da nord a sud del Paese le sezioni dei partigiani hanno tanti progetti in cantiere: presentazioni di libri, mostre, iniziative per il tesseramento – in attesa delle due giornate nazionali del 26 e 27 settembre – feste, occasioni di dialogo e confronto sui tanti appuntamenti che ci attendono, quale per esempio il referendum costituzionale del 20 e 21 settembre sul taglio dei parlamentari.

È stato un anno complicato, ci ricorda nell’editoriale-video il direttore, la pandemia ha in gran parte condizionato la nostra vita quotidiana e ancora fa sentire i suoi effetti, per questo l’Associazione ha sempre invocato una ripartenza all’insegna di un reale cambiamento sociale e della solidarietà. Perché non possiamo e non vogliamo dimenticare i drammi che hanno colpito migliaia di famiglie per il coronavirus. L’Anpi con le sue donne e i suoi uomini, i suoi tantissimi giovani, ha dimostrato nei fatti vicinanza e aiuto concreto ai più fragili. Perché anche questo è antifascismo. Come sentirete nell’editoriale video del direttore Pagliarulo, anche lottare per la felicità è importante. Perché il diritto a gioire e antifascismo.

Patria si ferma per riprendere a settembre ma sarà solo parzialmente in vacanza, resterà infatti attiva la pagina Facebook per dare conto dei fatti principali che ci potranno riguardare da vicino e preparandoci e a riprendere in autunno come prima, meglio di prima. Intanto, che trascorriate i giorni estivi sui monti o al mare oppure restiate a casa, l’augurio alle lettrici e ai lettori è di buone vacanze resistenti, con un grande abbraccio antifascista.

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Il viandante da Terni ai monti Sibillini

La magia dei Sibillini
La magia dei Sibillini (da http://www.ghr.it/recanati-e-dintorni/sibillini/)

Dalla città dell’acciaio all’Appennino umbro-marchigiano, le acque del fiume Nera conducono nei luoghi in cui «il viaggiatore ritrova un suo passato che non sapeva più d’avere: l’estraneità di ciò che non sei più o non possiedi più t’aspetta al varco nei luoghi estranei e non posseduti» scriveva Italo Calvino ne Le città invisibili.

Terni è la città dell’acqua. Lo sapevano bene i romani che la definirono Interamna, tra due fiumi: il Nera – o la Nera, come la chiamano i ternani, riconoscendole la forza femminile in grado di generare – e il Serra. Alla fine dell’Ottocento, l’ampia disponibilità idrica determinò uno sviluppo industriale e una crescita demografica che non ebbero mai più eguali, trasformando la città da realtà minore a importante testimone della rivoluzione industriale italiana, soprattutto nel settore metallurgico.

Negli stabilimenti siderurgici della “Terni” – come da sempre viene chiamata la società che controlla le acciaierie – e nella Fabbrica d’Armi venivano prodotti cannoni, corazze navali e parte del materiale bellico necessario ai combattimenti della Seconda guerra mondiale. La “città dell’acciaio dalla poderosa attrezzatura tecnica” recitava un filmato dell’Istituto Luce nel 1940, quando il duce ne visitò le strutture. Una definizione che ebbe molta fortuna sin dall’Ottocento per un’efficienza che la città pagò a carissimo prezzo: in soli dieci mesi – dall’11 agosto 1943 fino alla sua Liberazione (13 giugno 1944) – su Terni si abbatterono oltre cento incursioni aeree che causarono diverse centinaia di vittime, in gran parte civili, e l’80% del contesto urbano distrutto. Per questo, la città fu insignita della Medaglia d’Argento al Valore Civile. Molti altri scamparono alla morte grazie ai rifugi antiaereo, visitabili tutt’oggi, come palazzo Morelli e le carceri di palazzo Carrara, benché il sistema di protezione antiaerea fosse sostanzialmente inadeguato, a partire da quello di allarme non sempre funzionante – come accadde il 14 ottobre 1943 – e l’approssimazione con la quale, da fine anni Trenta, erano stati realizzati i rifugi, sia per le vie cittadine che in prossimità delle fabbriche. La guerra aerea sulla città d’acciaio e immediati dintorni ebbe un’incidenza tale da costringere la popolazione a un massiccio sfollamento: all’ingresso delle truppe inglesi a Terni, come detto il 13 giugno 1944, si stima vi fossero circa duemila persone in città.

Terni
Terni (da https://it.wikipedia.org/wiki/File: Terni_panorama_visto_ da_sant_erasmo_di_cesi.jpg)

L’attività industriale ternana viene celebrata da un numero sempre maggiore di creazioni artistiche che ne costellano strade e parchi, e che ne fanno una delle città italiane con il più vasto patrimonio di arte pubblica. Alcuni esempi sono l’obelisco Lancia di Luce dell’artista Arnaldo Pomodoro che esalta la lavorazione del metallo dalla fase grezza alla finezza del prodotto finito; Composizione di Forme dello scultore Umberto Mastroianni simboleggia il lavoro svolto dagli uomini e dalle macchine; Preghiera del maestro d’arte Fernando Dominioni ricorda i caduti sul lavoro in un intreccio di bronzo che si fa dolore e pianto. Altro simbolo industriale è la Grande Pressa, nel piazzale antistante la stazione ferroviaria, le cui dodici tonnellate la resero la più grande al mondo nel 1935. Mentre scoverete queste gemme di arte contemporanea, il “cristallo blu dei monti umbri”, per citare il poeta Vjačeslav Ivanov, farà da sottofondo ad ogni vostro passo.

terni libro PortelliAlla città fu conferita anche la Croce di Guerra al Valor Militare per la sua attività partigiana, svolta anche in fabbrica, dove si difendeva il lavoro anche con le armi. Come nel 1944, quando alcuni macchinari delle acciaierie furono messi in salvo grazie ad azioni di sabotaggio degli operai, che impedirono alle truppe naziste di impossessarsene per spostare la produzione in Germania. In alcuni casi, i macchinari furono recuperati solo mesi dopo la fine della guerra. Scrive l’accademico e fondatore della storia orale Alessandro Portelli in La città dell’acciaio: «La presenza degli operai in montagna è limitata dal bisogno di lavorare in fabbrica per mantenere le famiglie. Molti collaborano come irregolari a singole azioni, altri danno vita ad azioni gappiste, contribuiscono sul piano logistico e finanziario (…) e soprattutto rifiutano di partecipare alle corvée richieste dai tedeschi». Fu un operaio delle acciaierie divenuto comandante della Brigata Garibaldi “Antonio Gramsci”, Dante Bartolini, a comporre quella che secondo Portelli è “la canzone più bella sulla Resistenza” che in versi ne narra l’essenza: «Senza paura, o vincere o morir, ora la nostra patria dobbiamo ripulir. Dopo l’otto settembre, l’armistizio, l’esercito italiano fu sbandato e pe’ non mandarlo in precipizio l’esercito si forma partigiano. Contro i fascisti e il barbaro invasor presero l’arme in mano per acquistar l’onor». La “Gramsci” umbra fu una delle prime Brigate Garibaldi ad operare nell’Italia centrale, svolgendo azioni tra la Valnerina e le zone appenniniche umbro-laziali. Il Lungonera ne ricorda uno dei protagonisti: Germinal Cimarelli, operaio delle acciaierie che il fascismo condannò al confino, morto nel 1944 sul monte Torre Maggiore per proteggere il distaccamento da lui comandato durante un rastrellamento nazifascista. È il nome legato alla Liberazione più conosciuto nella zona, che rimbalza con ammirazione sulle bocche di chi lo pronuncia.

partigiano Dante Bartolini
Dante Bartolini

Emblema delle voragini lasciate dalle bombe è largo Villa Glori, una grande buca che Mario Ridolfi – importante architetto a livello nazionale che curò la ricostruzione postbellica della città, con la collaborazione di Wolgang Frankl, urbanista che fuggì dalla Germania nazista – volle mantenere, trasformandola in una grande panca di cemento, celebrando la vita dove ci fu la morte. Uno spazio che punta in modo suggestivo verso la chiesa di San Francesco, sulla cui facciata laterale sono collocati i nomi delle vittime impressi su lastre di metallo.

«A Terni periferia fa rima con poesia» scriveva Paolo Portoghesi, altro esponente dell’architettura italiana, su Repubblica nel 1984. «È una poesia rigorosa, razionale, seria. In continuità con la centralità del lavoro nella storia della città, la Terni di Ridolfi ha il colore della pietra a vista e lineamenti rosso-ruggine, eleganti e severi, raramente vivaci e colorati». Un bell’esempio è rappresentato da Palazzo Chitarrini, dai balconi triangolari che affacciano su largo Villa Glori. La pietra sponga è una materia prima molto disponibile sul territorio, opera delle acque calcaree del Nera a contatto con i sedimenti e per questo già in uso nell’edilizia ternana, visibile nell’Anfiteatro romano e in alcune strutture medioevali. In tutta la zona ternana sono ancora intatte le grotte scavate nella sponga per diversi scopi nel corso dei secoli, utilizzate dai contadini del luogo come rifugi antiaereo.

L’unione tra Mario Ridolfi e Terni si era già affermata anni prima con la realizzazione della fontana dello Zodiaco in piazza Tacito (storico romano che secondo alcuni studiosi qui ebbe i natali): un monumento della storia industriale della città legata all’acciaio e all’acqua, che genera energia. Fu uno dei simboli del contrassegno monumentale che Mussolini volle imprimere alla città, dopo averla elevata a rango di capoluogo di provincia nel 1927. Ridolfi affermerà in seguito, a proposito della sua adesione al fascismo: «Non ero abbastanza colto per difendermi, né abbastanza coraggioso per uscirne fuori, avevo famiglia e molti figli».

Il logo di CAOS
Il logo del Centro Arti Opificio Siri (CAOS)

Da qualche decennio, la storia cittadina viene vivificata attraverso il recupero da parte delle istituzioni del patrimonio industriale dismesso. “Da fabbrica chimica a fabbrica della cultura, così nasce la spina dorsale della nuova città creativa” riporta il sito ufficiale del Centro Arti Opificio Siri (CAOS), ex centro per ricerche e lavorazioni chimiche di proprietà della Società Italiana Ricerche Industriali: 5600 metri quadrati che ospitano il museo d’arte moderna e contemporanea, il museo archeologico, due teatri, spazi adibiti a laboratori creativi e conferenze, una biblioteca, una sala proiezioni e un caffè-ristorante, circondati dalle case in stile Liberty del quartiere Città Giardino.

In particolare, il museo archeologico del CAOS ospita la tomba detta di Serapia e Sabino, protagonisti di una leggenda popolare molto conosciuta tra gli abitanti della città, scoperta nel 1909 nella necropoli trovata nelle acciaierie e risalente all’età del ferro. Benché diversi studi ne hanno dimostrato l’inesattezza, i corpi della tomba continuano ad essere identificati comunemente come i due ragazzi innamorati, cristiana lei e pagano lui, osteggiati dalle rispettive famiglie. Solo la conversione di Sabino allieterà gli animi, ma durante i preparativi Serapia si ammalò di tisi. Al suo capezzale il vescovo Valentino battezzò prima il giovane e poi unì i due amanti in un sonno che li legò per l’eternità. Il 14 febbraio di ogni anno, generazioni di coppie innamorate lasciano biglietti d’amore nella cripta della basilica di San Valentino, patrono della città.

Un modello di edilizia popolare che rende Terni interessante anche da questo punto di vista, è il Villaggio Matteotti: orti pensili, appartamenti indipendenti, connessi da percorsi pedonali che consentono la socialità degli abitanti. Venne commissionato nel 1969 dalle acciaierie Terni all’architetto Giancarlo De Carlo e rappresenta l’unico esempio di architettura partecipata in Italia. Durante la sua progettazione furono coinvolti non solo gli abitanti che esposero le loro necessità, ma anche una serie di professionisti, tra cui il sociologo Domenico De Masi. È interessante anche per la toponomastica che commemora l’apporto femminile alla storia, ricordando quanto le donne non fossero solo spose e madri: Argentina Altobelli, prima donna a rivestire l’incarico di segretario della Federazione Nazionale Lavoratori della Terra; Anna Maria Mozzoni, che fondò nel 1881 la Lega degli interessi femminili (diritto allo studio e al voto, parità tra i sessi), associazione che concorse alla nascita del Partito socialista italiano; Irma Bandiera, donna della Resistenza torturata e uccisa dai nazisti; Gisa Giani, storica ternana; Malala Yousafzai, attivista pakistana per il diritto all’istruzione e premio Nobel per la pace nel 2014. E l’elenco è ancora lungo.

Fonte, di Giovanna De Sanctis
Fonte, di Giovanna De Sanctis

L’opera Fonte dell’artista Giovanna De Sanctis, situata evocativamente in viale della Rinascita, racconta il legame atavico tra donne e acqua attraverso mani di bronzo che accolgono la vita. Un segno, questa volta per ammonire la popolazione femminile, è sulla sinistra del portale della cattedrale di Santa Maria Assunta, dove al centro di un’impronta di una scarpa c’è un solco di 80 millimetri: l’equivalente degli 8 centimetri di tacco proibiti alle donne in base ad una legge erogata nel 1444 per arginare i costumi di bassa moralità. Varcando la soglia della cattedrale, si potrà ammirare l’organo costruito nel 1647 su disegno di Gian Lorenzo Bernini.

Narni, via del Campanile
Narni, via del Campanile

L’elemento acqua ci conduce nelle viscere di Narni, aggrappata a strapiombo sul Nera. Le profondità dell’ex convento dei frati dominicani – oggi auditorium civico, ristrutturato dopo i crolli a seguito dei bombardamenti del 1943 – ospitano una cisterna di epoca romana su cui venne costruito un ipogeo per il culto di san Michele Arcangelo, taumaturgo e protettore delle acque curative. Ma ciò che sorprende è oltre il vano dagli affreschi bizantini dedicati all’Arcangelo, fondato sul sangue più che sull’acqua: è la “stanza dei Tormenti” dove ebbe luogo il tribunale dell’Inquisizione, unico esempio in Italia e ancora attiva nel XVIII secolo. Sulle sue pareti sono visibili le tracce di chi ha trascorso parte della sua vita accusato di eresia tra quelle quattro mura, incidendo date e simboli massonici da far accapponare la pelle. Il tribunale indagava attraverso atroci pratiche di tortura che molto spesso si concludevano con la confessione per sfinimento dell’ipotetico reo, seguita dalla prevedibile sentenza di morte. La storia degli inquisiti e di tutte le vicende che hanno portato prima alla scoperta e poi all’analisi dei fatti avvenuti tra quelle mura – confermati dagli archivi del Vaticano – è diventata un libro narrata da Roberto Nini, uno degli speleologi che nel 1979 “hanno spalato fango e meraviglia”. Nella sala d’attesa, in bella vista, un articolo di Paese Sera parla dell’inaudito evento, tra le foto dei protagonisti.

umbria festa delle acquePoco distante, sulle rive del lago di Piediluco acqua e fuoco si incontrano in una ritualità che risale all’epoca romana, quando attraverso l’accensione del falò del solstizio d’estate al centro del lago si propiziava la fecondità della terra e un raccolto generoso. Oggi residui di quel rito persistono nella Festa delle Acque, dove ogni anno il lancio delle frecce infuocate degli arcieri storici accende il falò tra le acque. La cerimonia continua a donare bellezza con la sfilata delle barche allegoriche – un tempo legate alla fecondità della terra e che oggi rappresentano storie locali o tematiche di attualità – concerti e recital di poesia, ma soprattutto per lo spettacolo pirotecnico che si riflette sul lago, dove l’esaltazione dei poteri della luce e del fuoco, dell’acqua e della terra chiudono il rito propiziatorio del mondo contemporaneo.

Da Piediluco, Terni e da altri centri della provincia, 300 uomini, molti dei quali già componenti della Brigata “Gramsci”, scrissero una pagina poco nota della Resistenza: era il 2 febbraio 1945 e partirono alla volta del Nord ancora occupato dal nazifascismo, per il gruppo di combattimento “Cremona”, proseguendo e terminando la lotta di Liberazione nazionale, stavolta, arruolati in uno dei ricostruiti corpi dell’Esercito italiano, aggregato all’Ottava armata britannica.

In questo tratto, la Nera ci guida insieme al fiume Velino (che lascia il lago di Piediluco) in un’opera idraulica creata nel III secolo a.C. per bonificare la piana reatina. Una leggenda molto suggestiva narra di Nera, figlia del dio Appennino, innamorata di Velino, giovane pastore. Un amor profano degno dell’ira di Giunone, che punì Nera portandola sulla cima del monte Vettore per trasformarla in fiume. Velino, interrogata una sibilla e saputo l’accaduto, disperato si gettò dalla stessa rupe per unirsi alla sua innamorata in un salto di 165 metri che la rendono una delle cascate più alte d’Europa: le Marmore. Lo spettacolo della straordinaria forza della cascata che «di spavento l’occhio beando, impareggiabil cateratta, orribilmente bella» scriveva il poeta George Byron, si dipana in sei sentieri dalla vegetazione lussureggiante. All’ingresso del Belvedere superiore, la poesia di Piero Calamandrei (membro dell’Assemblea Costituente) dedicata a Albert Kesselring (comandante della Wehrmacht in Italia) è incisa su due steli di marmo che commemorano Pietro Montesi, ucciso dai nazifascisti nel 1944 per aver sostenuto con cibo e denaro i partigiani.

In memoria di Pietro Montesi
In memoria di Pietro Montesi

Lungo la statale 209, la corrente del fiume Nera, animata dagli sportivi del rafting, ci porta a Sant’Anatolia di Narco e ai terreni alluvionali denominati canapine. Siamo in Valnerina e, come in gran parte dell’Umbria, qui la canapa è stata coltivata fino alla prima metà del Novecento, quando la diffusione massiccia del cotone e delle fibre sintetiche ne ha determinato la scomparsa. Fu uno dei tessuti più utilizzati in Italia e in pieno regime autarchico ottenne il riconoscimento per la migliore qualità al mondo. In Valnerina era così diffusa che diede origine alla caratteristica forma a pera della ricotta salata, lasciata appesa ad asciugare in un sacco composto da questa fibra.

«Quando c’era lui con la canapa sì che si lavorava! Ora la vediamo solo al museo» mi dice nostalgicamente un uomo dalla chioma bianca e gli occhi vivaci, dopo avermi indicato la strada per il Museo della Canapa. In realtà, l’uso di questa fibra tessile risale al XVI secolo e deve la sua affermazione non all’autarchia ma alla globalizzazione: con la scoperta dell’America e l’avvio dei viaggi transoceanici, Ancona diventa il principale centro produttivo della materia prima necessaria a realizzare vele, corde e sacchi, tanto che alla fine dell’Ottocento l’Italia copre il 17% della produzione mondiale, seconda solo alla Russia. Parte della materia prima che arrivava dall’India attraverso il porto di Ancona, veniva lavorata anche allo iutificio Centurini di Terni. Tuttavia, nel periodo autarchico le cose cambiano. «Nell’Italia rurale del Ventennio – scrivono gli storici Carlo Poni e Silvio Fronzoni in Una fibra versatile. La canapa in Italia dal Medioevo al Novecento (Clueb, 2005) – la manodopera è ancora abbondante. Il regime ne ha represso le richieste salariali, i proprietari traggono ancora, da produzioni elevate, un modesto guadagno. Ma l’equilibrio della coltura è precario. Sarà sufficiente che il quadro economico nazionale inizi la conversione dell’antica economia rurale in economia manifatturiera per determinarne il tracollo definitivo e irreparabile». E ancora: «Se nel 1928 il valore della produzione è stato equivalente a un miliardo di lire, solo tre anni più tardi quel valore è sceso a 470 milioni. Una coltura che impone anticipazioni tanto cospicue non può sopravvivere tra fluttuazioni tanto ingenti». Il Museo della Canapa – che fa parte del Centro per la Documentazione e la Ricerca Antropologica in Valnerina e nella dorsale appenninica umbra (CEDRAV) – ha intrapreso diversi progetti volti al recupero, alla conoscenza e alla lavorazione di questa fibra con il supporto dei tessitori di un tempo, colmando un vuoto di saperi di mezzo secolo.

«La Valnerina è il centro della lotta che al nemico gli fa la strada interrotta» cantava Dante Bartolini, aedo della Resistenza e comandante di battaglione della Brigata “Gramsci”. Gavelli, frazione di Sant’Anatolia e un tempo sotto il controllo del Ducato di Spoleto, è il clavellum, la chiave d’accesso al territorio montano della Valnerina e avamposto fortificato a difesa della Val di Narco. Ritratto della maestosa bellezza dell’umbilicum Italiae, scriveva Catone, dai suoi oltre mille metri di altitudine nulla sfugge. Per accedervi bisogna attraversare l’unica porta medioevale rimasta intatta allo scorrere del tempo, ma una targa ferma il passo di chi vuole varcarla. «Base operativa della prima formazione partigiana della Valnerina, organizzata dal capitano Ernesto Melis costituita da circa 100 uomini». Di fede monarchica, Ernesto Melis fu un ufficiale di carriera dell’Accademia di Modena che, dopo l’8 settembre, decise di opporsi con le armi al nazifascismo. Furono molti gli ufficiali del Regio esercito a intraprendere questa strada, benché per i disertori e i renitenti alla leva fosse prevista la pena di morte, nonché rappresaglie per le loro famiglie. La Banda Melis rappresentò una delle anime che componevano il movimento della Resistenza, in cui confluirono tutte le accezioni politiche dell’antifascismo: democristiani, liberali, repubblicani, monarchici, anarchici, comunisti, socialisti, uniti dall’impegno alla lotta al nazifascismo e coordinati dal Comitato di Liberazione Nazionale presente in ogni regione italiana, occupata o liberata. Di matrice comunista erano invece le Brigate Garibaldi.

locandina spoleto festival due mondi 2020L’imponente scultura del duca longobardo Teodelapio dà il benvenuto a chi arriva a Spoleto in treno. Opera dello scultore Alexander Calder e simbolo del Festival dei Due Mondi – manifestazione internazionale di cultura che qui si svolge dal 1958 –, tra le arcate delle sue lamiere di ferro, l’intero prospetto della città verte sulla maestosa Rocca Albornoz. Nell’ottobre del 1943, dalle sue carceri fuggirono qualche centinaio di detenuti, fra cui molti “slavi”, oppositori politici catturati nel loro Paese. Un episodio che ha fornito linfa determinante per lo sviluppo della Resistenza in questa parte di Umbria, regione che altresì «rappresenta un autentico campionario di tutte le tipologie del sistema repressivo di regime: internamento di politici italiani, dissidenti albanesi, oppositori montenegrini (Colfiorito e Pissignano); luogo di confino per politici, allogeni ed ebrei stranieri (16 comuni della provincia di Perugia); luoghi di detenzione (Colfiorito, Pissignano) e di lavoro obbligatorio (Morgnano di Spoleto, Ruscio, Bastardo, Marsciano, Pietrafitta, Castel Sereni, Ellera di Corciano, Casemasce di Todi) per prigionieri di guerra ed internati civili; carceri (Perugia e Spoleto)», come riporta l’Istituto per la storia dell’Umbria contemporanea.

Il campo di lavoro per prigionieri di guerra fu attivo nelle miniere di Morgnano di Spoleto dal 1942. Durante il periodo autarchico alcune materie prime di importazione vennero sostituite da quelle presenti sul territorio nazionale, come avvenne per il carbone del Regno Unito rimpiazzato dalla lignite di cui la regione è ricca: erano attive ben 28 miniere. In pieno conflitto mondiale, la forte richiesta di carburante per la produzione di materiale bellico delle acciaierie di Terni fece sì che qui lavorassero molte migliaia di persone in un complesso che comprendeva autorimesse, officine, forni per la lavorazione del prodotto estratto, infermeria, sala macchine per il controllo della teleferica per il trasporto della materia prima e case per gli impiegati e per il direttore. Anche qui il lavoro venne difeso con le armi. Era il 15 giugno 1944 e un battaglione nazista, nel tentativo di distruggere le attrezzature per l’estrazione, fu bloccato dai minatori e dai contadini armati. La miniera fu attiva fino al 1955, quando un’esplosione causò la morte di 23 operai, decretandone la chiusura.

Oggi della miniera resta la struttura del pozzo Orlando su cui sorge il museo, dove sono custoditi preziosi materiali di recupero negli arredi interni, strumenti, foto e quanto appartenne a chi rese quel luogo “una pagina eroica della fatica umana”, recita una targa a loro dedicata. «Il pozzo venne acquistato dal Comune ed è l’unico luogo istituzionale. Tutto il complesso di proprietà della Terni è stato venduto a diversi proprietari – spiega Lucio Crivelli, uno dei volontari dell’associazione che gestisce il museo –. Per esempio, la fornace fu acquistata da un privato che l’ha trasformata in fabbrica che poi è fallita. Ora è all’asta. Il terreno intorno all’essiccatoio, sempre di proprietà privata, è in vendita. Potrebbe essere un momento per fare di più e tramandare questa storia ad un numero sempre maggiore di persone». Intorno ampie coltivazioni di vitigni ricordano che ci troviamo in terra di Trebbiano, vino a denominazione di origine controllata delle tavole spoletine.

mappa zona libera cascia e norcia
Da http://www.cnj.it/PARTIGIANI/ JUGOSLAVI_IN_ITALIA/fonti.htm#afi_1976

Dal campo di lavoro al Territorio Libero di Cascia e Norcia, il primo esempio di repubblica partigiana in Italia, che comprendeva comuni fra le province di Perugia, Terni e Rieti. Fu attiva tra febbraio e marzo 1944, con piena autonomia nella gestione dell’ospedale civile, nella distribuzione di derrate alimentari alla popolazione, nell’istituzione di un comitato di sostegno alle donne, di un tribunale militare. Terminò a causa di un rastrellamento da parte dell’esercito nazista, dove persero la vita oltre cento tra civili e partigiani. Fu altresì un’esperienza rilevante non solo da un punto di vista politico, ma anche sociale per le sinergie che creò tra la componente civile, partigiana e straniera dei partigiani jugoslavi.

Cascia, Norcia e tutta la zona a cavallo dell’Appennino tra Umbria, Lazio e Marche, colpite dal sisma del 2016, sono divenute epicentro di un’altra forma di resistenza, quella che l’antropologia contemporanea ha definito restanza: l’atto di chi resta non per pigrizia o debolezza, ma per coraggio, battendosi, consapevolmente o meno, contro l’abbandono e lo spopolamento delle aree interne dell’Appennino Centrale, preservandole e dando loro nuova vita. A Norcia, la stessa statua di San Benedetto, illustre nursino fondatore del monachesimo occidentale e patrono d’Europa, sembra indicare con la mano lo scempio che il sisma ha fatto della sua basilica, di tutte le gemme architettoniche del territorio, delle abitazioni delle persone, mentre nei centri storici, lentamente, le attività commerciali ricominciano ad animarli.

Tra maggio e luglio questa terra offre un altro fenomeno straordinario: la fioritura dalle tonalità variopinte dell’altopiano di Castelluccio di Norcia vi commuoveranno di stupore. Siamo alle pendici dei Monti Sibillini, da dove nasce il fiume Nera. «Andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati – esortava Piero Calamandrei, in un discorso del 1955. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione».

Mariangela Di Marco

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Realtà contro sogno

KonfidenzBasterebbe quanto vissuto sulla propria pelle a fare di Ariel Dorfman un “pezzo vivente di storia del Ventesimo secolo”, come scrive il suo traduttore italiano Fabio Cremonesi: nato a Buenos Aires nel maggio del 1942, Dorfman vive la fanciullezza negli States per poi trasferirsi in Cile negli anni del governo Allende, di cui diviene consigliere culturale. Nella terribile notte del golpe di Pinochet, Dorfman solo per caso non si trova al fianco del presidente, riesce a fuggire e trascorre alcuni anni prima a Parigi, poi ad Amsterdam, e infine fa ritorno negli USA, stabilendosi nella Carolina del Nord dove diventa professore di letteratura latinoamericana alla Duke University di Durham.

Un romanziere (che scrive impeccabilmente in inglese ma la trama del cui pensiero mostra sotto traccia l’ossatura spagnola), un saggista, un drammaturgo di cui dovremmo conoscere qualcosa in più. Il 14 luglio scorso è ad esempio uscito, per i tipi delle Edizioni Clichy, il romanzo “Konfidenz”, un lavoro del 1994 che purtroppo arriva solo oggi al pubblico italiano. La storia, apparentemente semplice nella sua genialità, si svolge a Parigi nelle drammatiche ore in cui sta per avere inizio la Seconda guerra mondiale; ma come avviene quando si percepisce da lontano un incendio attraverso l’esile traccia di un odore, così la storia di “Konfidenz” è quella di avvenimenti sinistri che sono sul punto di accadere ma che ancora non sono avvenuti, ed essendo in potenza e non in atto se ne percepisce la foia, l’eccitazione libidinosa che preme nei pensieri prima di farsi carne. Attenzione, però, non è un romanzo di guerra e neppure è subito chiaro quando e dove la vicenda sia ambientata. Il lettore lo scopre un poco alla volta perché chi narra lo fa con la sagacia, a volte sadica, di chi ha il coltello dalla parte del manico.

In questo senso Dorfman è un virtuoso di quel particolare sentimento di incertezza che domina chi non conosce quale sarà la propria sorte; e, aggiungiamo, la storia narrata in “Konfidenz” è, in fondo, la mise en abyme di ciò che potrebbe accadere al lettore se, una volta smesso il ruolo di fruitore del testo, si trovasse lui medesimo nella situazione narrata. Una circostanza paradossale, che attinge al teatro dell’assurdo: in una camera d’albergo parigina, una donna appena giunta nella capitale francese da Berlino riceve una telefonata.

telefono d'epocaAll’altro capo del filo un uomo – forse il suo vero nome è Leon, forse Max – approccia un dialogo che durerà nove ore (il romanzo è per tre quarti dominato da questa lunghissima telefonata). Lei non sa nulla di lui, lui sembra sapere tutto di lei, ciò che le passa per la testa, le pieghe dei suoi abiti, la forma del suo seno, i sogni, le paure. Forse quelle cose che lui conosce sul conto della ragazza – si chiama Barbara, ma lui sovrappone all’identità della fanciulla quella di un’altra presenza femminile, Susanna, una donna che per decenni gli è apparsa in sogno – le ha apprese da Martin, il legittimo fidanzato di quella che a tutti gli effetti sembra la preda di un esperto cacciatore. Sembra. Perché in Dorfman “non è ancora detta la parola ultima” – io direi mai, e non a caso di Bertold Brecht, in esergo, si cita proprio questa sentenza –; il narratore gioca con se stesso, con il lettore e con i propri personaggi; lo fa con la malizia di un consumato postmodernismo senza mai però apparire gratuito. Il suo, cioè, non è un gioco per il gioco, non è un trucco per saggiare le potenzialità combinatorie della letteratura, quanto, piuttosto, una strategia molto seria per farci sentire in pericolo. Il lettore di “Konfidenz” (un’ironica “fiducia”?) percepisce, come i suoi personaggi, che non ci si può fidare di nessuno, che ognuno può passare dal ruolo di vittima a quello di carnefice senza soluzione di continuità, perché gli avvenimenti mutano di continuo, perché la combinazione degli eventi – quella sì – è un gioco crudele per gli esseri umani, oltre ad essere una dimostrazione della precarietà dell’esistenza.

Ariel Dorfman
Ariel Dorfman (da https://www.edizionisur.it/sotto-il-vulcano/11-01-2013/profilo-di-ariel-dorfman/)

Nella stanza d’albergo del cui arredamento non si sa quasi nulla, Barbara non parlerà mai con Martin, l’uomo che si sarebbe aspettata di trovare. Dialogherà invece con Leon (con Max). Lui di lei sa tutto perché la ama, perché la vuole proteggere, perché la vorrebbe portare a letto. Parlano della vita e della morte, della fragilità e delle cose che durano, di ciò che l’uomo può fare per l’altra e viceversa, di un dare-avere che fa costantemente riferimento a qualcosa che manca, a qualcosa che incombe, a qualcosa da cui occorre proteggersi, a un pericolo permanente. Quella che Dorfman sembra mettere in atto è una specie di semiosi illimitata, di catena di significanti sotto forma di allusioni, di parole dette a metà, che fanno riferimento a un segreto (politico? erotico?) che non può mai essere svelato fino in fondo, pena il rischio di sapere troppo e di compromettersi col nemico che ci spia in agguato (ma chi è esattamente?). Qualcuno, infatti, li sta cercando (i nazisti? i francesi che si oppongono alla Germania che ha appena stipulato con la Russia il patto Molotov-Ribbentrop? Chi è il bersaglio? I comunisti? Gli ebrei? I traditori della causa? Ma quale causa?); Martin stesso è scomparso perché qualcuno l’ha braccato, forse è un voltagabbana, forse no. Quella lunga telefonata è l’occasione per tessere storie dentro ad altre storie, come fece Sharazād (più volte citata nel testo) col sultano di Persia, e il romanzo si trasforma in una lunga dimostrazione di quanto possa essere potente la parola, di quanto essa possa stemperare l’innocenza nell’artificio, la cura dell’altro in un raffinato raggiro, la protezione nell’inganno, l’amore nell’ossessione sessuale, la fedeltà nei principi in un’infida cecità ideologica.

Il sultano e Sharazād
Il sultano e Sharazād (da https://it.wikipedia.org/wiki/ Shahraz%C4%81d#/media/ File:Sultan_Pardons_Scheherazade.jpg)

Erotismo e politica stanno alla base del testo: e Dorfman ci fa sentire quanto siano imparentati, i due concetti, colmi come sono di parole non dette, di versioni addolcite della verità, di menzogne profumate di passione, di compromessi fatti sparire tra le lenzuola o dietro un proclama, di paure che i sogni non possano mai incontrare la realtà. E Barbara (o Susanna) è per Leon, prima di ogni altra cosa, un sogno da preservare soprattutto quando l’urto con la realtà non ne può assicurare la sopravvivenza. Cosa che parallelamente avviene anche nell’ambito politico – i due temi vanno di pari passo, lo abbiamo detto – nel momento in cui la tanto organizzata resistenza contro il proliferare del nazismo si scontra con i fraintendimenti di quelli che si credono nostri compagni, con i campanilismi dei fratelli di fede, tanto miopi da non capire che se un uomo fa politica per amore lo fa perché, dopo, ci sia un mondo che possa meritare la presenza di quell’essere unico che è la donna amata – così dice Leon a Barbara – “perché il mondo fosse pulito, privo di sofferenza, quando ti saresti unita a me”.

Ma i sogni si infrangono perché ci sono altri che la pensano diversamente, oppure perché – e qui sta la vera tragedia – coloro per i quali i sogni sono stati costruiti non li riescono a comprendere. I sogni sono un passo in avanti, sono un balzo nel vuoto. Ci vuole amore per sognare. Così a volte non si riesce a fare quel salto perché c’è troppa sofferenza, perché paradossalmente ci si è innamorati del proprio dolore, del proprio rancore, del proprio scontento, del proprio sospetto, e si è persa la fiducia. Non ci si raccapezza più. Come avviene, per certi versi, al lettore di questo libro magnetico – non smetterete di leggerlo senza arrivare alla fine – in cui, come in un gioco a scatole cinesi, ogni attante della strategia testuale sembra avere un piano autonomo e diverso: il narratore ne ha uno per Leon, Leon ne ha uno per Barbara, Barbara uno per sé e per Martin, e gli uomini che verso la fine del libro irrompono nella stanza d’albergo nutrono un altro piano ancora. E infine ci sono, qua e là, quelle pagine scritte in corsivo che rappresentano una sorta di ‘voce fuori campo’ e che paiono l’ennesimo gioco testuale di Dorfman; invece – a mio parere – rappresentano non tanto un richiamo metanarrativo al lettore, quanto un surreale sdoppiamento del narratore che parla a se stesso, incoraggiandosi a dare alla storia una determinata piega e, allo stesso tempo, allertandolo della presenza subdola del lettore – l’uomo nell’ombra – che forse è destinato a sapere e a capire più di tutti quanti ciò che sta avvenendo, e a giudicare, col severo sadismo di un Grande Fratello invisibile, la miseria delle azioni umane.

Giacomo Verri, scrittore

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Giovanni Ferrari, assassinato e offeso

Lapide Ferrari due volte offesaIl branco in camicia nera adesso dilaga nella campagna.

C’è un gran sole perché è il 15 agosto; i fascisti della repubblica sociale italiana hanno aperto la caccia, cercano i ribelli, gli sbandati, i disertori alla leva fascista, che forse si son fatti precario rifugio nelle cascine dove la città non è ancora arrivata. Il rastrellamento percorre a raggiera la campagna, la setaccia e la fiuta cercando l’odore della preda.

Fa sempre più caldo. Il branco suda, ansima, fiata e rifiata forte, all’unisono, come un unico corpo.

Il branco socchiude gli occhi, individua un uomo, lo insegue, si stringe attorno ad questo unico uomo. Il figlio di quest’uomo è tra i ribelli. È l’anno 1944. Il branco imbraccia le armi, e nel gran vuoto d’attorno facilmente prende la mira. L’uomo si accascia nel proprio sangue. Nessuna voce nella campagna. È finita. Il branco ha avuto la sua preda.

L’uomo ucciso dai fascisti nella campagna di via Cascina Bellaria si chiama Giovanni Ferrari, è nato il 6 settembre 1882 a Mairano (Brescia), è un contadino ed è caduto per la libertà.

La lapide in memoria di Giovanni Ferrari, apposta dal dopoguerra sul muro di cinta di una villa privata, presso il quale ogni fiore deposto durante le iniziative dell’Anpi, veniva strappato e gettato via, è stata vandalizzata e, a picconate, ridotta a pezzi il 2 dicembre 2019.

Il 18 maggio 2020, in quello che non esitiamo a definire un secondo atto vandalico, come il primo denunciato da Anpi alle autorità competenti, una mano armata di pennello si è affannata a coprire con una densa vernice bianca le residue, minime tracce della lapide.

Poi, accade qualcosa di peggio. Perché, mentre il Comune su richiesta di Anpi provvede al rifacimento della lapide, la proprietà del muro (e della villa) comunica informalmente agli uffici comunali di non volere assolutamente che la lapide venga ricollocata sul muro, di fatto spregiando la storia che in quel luogo sanguinosamente si è prodotta, e la memoria della lotta partigiana che all’intero Paese ha assicurato la possibilità di scrivere da sé la Costituzione repubblicana e antifascista, che ne è a fondamento.

Anpi Pavia, la sezione Onorina Pesce organizza un presidio giovedì 30 luglio alle ore 18.30 in via Cascina Bellaria 3.

Perché la lapide che ricorda il resistente Giovanni Ferrari, due volte oltraggiata, ed ora rigettata come fastidiosa presenza che disturba la sacralità della proprietà del muro, non è un simbolo ma la nostra storia che continua, proprio dal luogo in cui i fascisti spararono in pancia ad un uomo perché aveva un figlio partigiano.

Annalisa Alessio, vicepresidente Comitato provinciale Anpi Pavia

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28 luglio 1943, la strage di Bari

20 “pietre d’inciampo” a ricordo dei martiri della strage del 28 luglio
20 “pietre d’inciampo” a ricordo dei martiri della strage del 28 luglio (https://www.giornaledipuglia.com/2015/07/bari-28-luglio-1943-fu-strage.html)

Succede talvolta che, nel grande teatro della storia, sia la periferia a ospitare eventi che inaugurano una nuova fase e sembrano persino anticiparne i caratteri e le dinamiche. È quanto accadde a Bari fra la fine di luglio e gli inizi di settembre del 1943.

Il 28 luglio, a due giorni appena dalla destituzione e dall’arresto di Mussolini, e dall’insediamento del governo Badoglio, un corteo di circa duecento persone, formato per la gran parte da insegnanti e studenti, si avviò in direzione del carcere per festeggiare i detenuti politici (fra cui Guido Calogero, Guido De Ruggiero, Tommaso Fiore) di cui era stata annunciata la scarcerazione. In via Niccolò dell’Arca, che congiunge i giardini di piazza Umberto al piazzale della stazione ferroviaria, e dove era ubicata la federazione provinciale del partito fascista, i manifestanti trovarono la strada sbarrata da un reparto misto di soldati dell’esercito e di carabinieri. Alla richiesta che venissero rimossi i simboli del regime ancora in mostra sulla parete dell’edificio occupato dal PNF, i militari aprirono proditoriamente il fuoco sul corteo (stando ad alcune testimonianze, spararono anche i fascisti dalle finestre della loro sede), lasciando sul terreno 20 morti (ma il numero non è stato mai determinato con certezza), tra cui Graziano, il figlio più giovane di Tommaso Fiore, e 38 feriti. Veniva così data esecuzione, letterale e spietata, alle disposizioni contenute nella famigerata circolare emanata due giorni prima dal gen. Mario Roatta, nominato capo di Stato maggiore dell’esercito dal governo Badoglio. Nella circolare si ingiungeva alle forze armate di reprimere duramente «qualunque perturbamento dell’ordine pubblico anche minimo», di muovere contro coloro che non rispettassero le prescrizioni dell’autorità militare «in formazione di combattimento», usando le armi (all’occorrenza, addirittura «mortai et artiglieria») a distanza e «senza preavviso di sorta», ossia senza fare ricorso a «sistemi antidiluviani quali i cordoni, gli squilli, le intimazioni et la persuasione». In esecuzione di tali draconiani ordini, nella stessa giornata del 28 luglio un distaccamento di bersaglieri fece fuoco a Reggio Emilia sugli operai delle Officine Meccaniche Reggiane che reclamavano la fine della guerra, provocando 9 vittime.

lapide in memoria 20 martiri strage bari 1943
https://www.barilive.it/news/attualita/50628/28-luglio-43-la-strage-di-via-dallarca

Gli eccidi di Bari e di Reggio Emilia furono causati dall’intento di rassicurare i tedeschi ‒ allarmati dalla inattesa defenestrazione di Mussolini ‒ sulla volontà dell’Italia di continuare la guerra al loro fianco; ma, soprattutto, furono conseguenza della grottesca pretesa di dissociare le sorti del regime da quelle della monarchia, erigendo quest’ultima a supremo garante della continuità dello Stato e delle sue istituzioni. A guerra conclusa Fabrizio Canfora, esponente di spicco dell’antifascismo barese, che aveva preso parte al corteo e che era rimasto ferito dai colpi esplosi dalla truppa, scrisse: «La monarchia voleva, rimuovendo Mussolini, scagionarsi dalle proprie responsabilità e, come fosse stato un suo innocente errore, riprendere la strada di venti e più anni prima e rinserrare il Paese nella sua ossatura statale paternalistica e conservatrice». Di fatto, però, le stragi del 28 luglio infersero un ulteriore colpo alla credibilità e all’autorevolezza della corona, e suscitarono nell’opinione pubblica democratica la desolante impressione che il fascismo durasse oltre e senza Mussolini. In quella tragica giornata vanno forse anche rinvenuti i prodromi di un tema ancora vivo nel dibattito storiografico e nel discorso pubblico: ovvero, i limiti della defascistizzazione e l’insufficiente cesura fra il ventennio e l’età repubblicana.

pietre inciampo per strage bari 28 luglio 1943
https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/ home/477814/bari-venti-pietre-per-ricordare- la-strage-del-28-luglio-del-1943.html

L’eccidio di via dell’Arca non suscitò reazioni apprezzabili nella cittadinanza barese, e ciò per diverse ragioni. Il comportamento brutale dei militari italiani generò un clima di paura, ma diffuse anche confusione e sgomento: il volto del nuovo governo non appariva dissimile da quello mostrato dal regime, e la tanto attesa libertà si rivelava una chimera. Inoltre, le autorità di pubblica sicurezza fecero di tutto per occultare la gravità dell’accaduto: molti manifestanti furono denunciati e arrestati; i feriti furono piantonati negli ospedali, i morti seppelliti frettolosamente, nottetempo; la censura impedì che gli organi d’informazione dessero notizia dei fatti. Ma la passività della popolazione mise anche a nudo le debolezze dell’opposizione antifascista, largamente minoritaria e per di più circoscritta agli ambienti intellettuali più avvertiti della città (com’è attestato dalla composizione stessa del corteo).

Eppure, a distanza di appena settanta giorni una reazione ci fu, ampia e in buona misura spontanea. Nella mattinata del 9 settembre, poche ore dopo la proclamazione dell’armistizio, le truppe della guarnigione tedesca di stanza a Bari tentarono di impadronirsi di alcune installazioni di preminente interesse logistico, dalle poste all’emittente radiofonica al porto, per sabotarle. Dappertutto i tedeschi incontrarono l’imprevista, accanita resistenza di civili e militari; ma gli scontri più furibondi si svolsero nello scalo marittimo, dove portuali, fanti, marinai, finanzieri e genieri, sotto il comando del generale Nicola Bellomo (che fu ferito nel corso dei combattimenti), tennero testa con successo ai reparti del Reich. L’episodio più singolare di quelle ore ebbe luogo presso l’arco che immette dal lungomare alla basilica di san Nicola. Lì un gruppo di adolescenti, acquattati sul tratto della muraglia che sovrasta il passaggio, scagliò alcune bombe a mano ‒ fornite loro dai militari ‒ su un convoglio di mezzi corazzati della divisione “Goering” che si apprestava a entrare nella città vecchia; uno di loro, Michele Romito, centrò con due granate un autoblindo, incendiandolo e sventando il piano dei tedeschi. Gli scontri cessarono allorché il comando germanico, preoccupato dalla rapida avanzata dell’esercito inglese (che infatti entrò in Bari due giorni dopo), negoziò la ritirata dalla città in cambio della cessazione delle ostilità da parte degli italiani.

Michele Romito, scomparso nel 2009, fu il ragazzino che fermò i nazisti a colpi di bombe a mano il 9 settembre 1943
Michele Romito, scomparso nel 2009, fu il ragazzino che fermò i nazisti a colpi di bombe a mano il 9 settembre 1943 (da https://www.academia.edu/36668724/ Bari_8_settembre_1943._ La_Wehrmacht_ fermata_da_un_ ragazzino)

Quei ragazzi furono spinti a un’azione tanto rischiosa dalla voce secondo cui i soldati della Wermacht avevano in animo di far saltare in aria la basilica del santo patrono della città; in realtà i tedeschi intendevano compiere una manovra di aggiramento per attaccare da un altro lato i militari e i civili italiani asserragliati nel porto. Pure l’equivoco conferisce una qualche plausibilità alle congetture che si possono formulare in merito alle ragioni dell’insorgenza popolare: se la resistenza dei militari è spiegabile come una dimostrazione di lealtà verso la monarchia e il governo legittimo del Paese, quella della popolazione civile fu probabilmente provocata dal rifiuto di una guerra insensata e disastrosa, dalla rivolta contro l’aggressione di un esercito straniero, da un sentimento antitedesco che affondava la sue radici in un passato remoto e che l’alleanza fra Mussolini e Hitler non aveva cancellato, dall’orgogliosa affermazione dell’appartenenza a una comunità e dall’attaccamento ai suoi simboli identitari.

La “difesa del porto” (con questa sineddoche gli eventi del 9 settembre 1943 si sono trasmessi alla memoria storica della città), sebbene non abbia trovato adeguata considerazione nella letteratura storiografica, non soltanto segna il primo atto della Resistenza armata nel Mezzogiorno, ma presenta due tratti che diverranno propri della lotta di Liberazione: la dimensione popolare e il carattere di guerra patriottica. Di ciò sono consapevoli le istituzioni e gli antifascisti di Bari, che infatti celebrano regolarmente le due ricorrenze (28 luglio e 9 settembre) per rendere omaggio a quanti si sacrificarono per riconquistare le libertà democratiche, e per ribadire la fedeltà agli ideali e ai valori della Costituzione repubblicana.

Ferdinando Pappalardo, italianista, presidente Comitato provinciale Anpi Bari e componente Comitato nazionale Anpi

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Scuola e cittadinanza: il lungo calvario

Luigi Veronesi
Luigi Veronesi

Quando nell’Italia liberale i ragazzini imparavano a leggere, scrivere, far di conto e amare la Patria, il modello della cittadinanza era costruito sulle barriere di genere, ceto e nazionalità, in una biografia della nazione a uso dei sudditi. Poi la scuola diventò lo strumento dello Stato etico che dal “suddito” intendeva estrarre il “fascista”. Dopo la guerra, però, bisognava trasformare i sudditi in cittadini, “un miracolo che solo la scuola può compiere” (Calamandrei).

Benché l’Assemblea costituente nel 1947 avesse votato un ordine del giorno di Aldo Moro che chiedeva per la Costituzione “un adeguato posto nel quadro didattico nella scuola di ogni ordine e grado”, nelle superiori fu ritenuta sufficiente una sommaria ripulitura dalle impronte fasciste, nelle elementari si stabilì che l’educazione avesse “come suo fondamento e coronamento l’insegnamento della dottrina cristiana secondo la forma ricevuta dalla tradizione cattolica”.

Era dunque necessario un rapporto nuovo fra scuola e democrazia. Nel 1958 lo stesso Moro, ministro della Pubblica istruzione, introdusse nelle scuole secondarie l’educazione civica con “un costante riferimento alla Costituzione della Repubblica nei cui principi fondamentali si esprimono i valori morali che integrano la trama spirituale della nostra civile convivenza”. Il dettato costituzionale era, in teoria, lo sfondo per tutte le materie, ma in pratica fu creata una disciplina specifica con due ore mensili, inclusa nella storia i cui programmi si fermavano al 1918. Evitando il nodo scottante della storia recente, la nuova materia non trovò l’anima e la forza di una pedagogia efficace.

Ci fu quindi una battaglia culturale, e nel 1960 i programmi dell’ultimo anno, che partivano dal primo Ottocento, inclusero la Resistenza e l’età presente, ma in moltissimi casi il limite del 1918 restò invalicato e l’educazione civica fu un compito assolto – se fu assolto – in modo formale e sbrigativo. C’era un’altra, più grossa difficoltà per l’educazione a una cittadinanza vera, aperta, serena. Il viaggio degli italiani verso la democrazia era avvenuto con un “noi” profondamente diviso, come osservava Pietro Scoppola, e non esisteva nel nostro Paese una “sintesi repubblicana” su cui fondare la cittadinanza. Poiché la Costituzione ha una matrice antifascista, e la parola d’ordine era “tenere la scuola lontana dalla politica”, in moltissimi casi si preferì il silenzio.

Luigi Veronesi
Luigi Veronesi

Il blocco fu forzato nel lungo Sessantotto, quando molte scuole italiane si aprirono a una nuova attenzione al presente, ma l’educazione civica non cambiò. Poiché è impossibile risolvere i problemi se non si considera che la scuola è formativa per i saperi che trasmette ma soprattutto per “come fa” a trasmetterli, intorno al nocciolo dell’educazione civica in diverse scuole negli anni 80-90 si sperimentarono percorsi attivi di cittadinanza affrontando temi di attualità: le differenze e le pari opportunità, le culture e i loro rapporti, la legalità, la pace, la gestione creativa dei conflitti, lo sviluppo sostenibile, l’ambiente e il patrimonio culturale.

Era la “stagione dei progetti”, e per metterli a norma il ministero lanciò nel 1990 un “Progetto generale di educazione alla salute”, che diventò “Progetto Giovani ’92” poi “Progetto Ragazzi 2000” per connettere al futuro lo star bene individuale (l’educazione fisica, sanitaria e alimentare, sessuale, l’orientamento, la lotta contro la dispersione scolastica). Quando nel 1998 in Europa si costituì la Task Force sull’Olocausto, l’Italia varò il progetto “Il 900. I giovani e la memoria”. In quell’anno nacque anche l’educazione “al patrimonio culturale”, e con le autonomie scolastiche la progettualità formativa si diffuse a vari livelli, stato, regioni, enti territoriali, singole scuole. I confini dell’educazione civica esplodevano in molti frammenti.

Nel 1996 con il “Decreto Berlinguer” l’ultimo anno dei cicli fu riservato allo studio del Novecento per dare la necessaria cornice storica al discorso sulla cittadinanza italiana ed europea, ma la scuola non era un blocco omogeneo e l’equilibrio fra gli obblighi curricolari e l’impegno nelle innovazioni era sostenuto, con esiti più o meno felici, da una quota ampia di volontariato docente. Perché si passasse dal volontariato disorganico al sistema occorreva lo sforzo di una grande riforma.

Il ministro Berlinguer nel 1996 nominò una vasta commissione. Si iniziò da una domanda semplicissima che generò infinite discussioni: perché si mandano i ragazzi a scuola? per imparare che cosa? I lavori durarono fino al 2001 con il ministro De Mauro, il punto di partenza era quello dell’identità personale, l’orizzonte un mondo sempre più complesso; fra loro, le vie dei saperi e delle competenze in cui si poteva e si doveva rivitalizzare l’educazione civica “per una cittadinanza critica e responsabile”. Il processo era giunto alla stesura dei curricula per la scuola di base quando cambiò il governo.

Luigi Veronesi
Luigi Veronesi

Il ministero Moratti azzerò tutto riuscendo a produrre per la scuola di base una legge delega per l’“educazione ai principi fondamentali della convivenza civile”, aggettivo preferito a “democratica”. Era articolata in sei “educazioni”: alla cittadinanza, alla sicurezza stradale, all’ambiente, alla salute, all’alimentazione, all’affettività e sessualità. L’educazione alla cittadinanza entrava nella “convivenza civile” al pari dell’educazione stradale, ma i problemi maggiori erano altri. Le sei “educazioni” erano molto debolmente collegate alle materie esistenti, così il successivo ministero Fioroni riconsiderò il piano generale, però cadde prima di completare l’opera, sostituito dal ministero Gelmini.

Il percorso ricominciò daccapo e dal 2010-2011 fu ristabilita, come ai tempi di Moro, una disciplina specifica con trentatré ore annue, voto distinto, per tutti gli ordini e gradi di scuola. Quelle trentatrè ore, però, furono inserite nell’insegnamento della storia che nei licei, per esempio, ne prevedeva sessantasei, e poiché in un’ora soltanto alla settimana nessun insegnante di storia avrebbe potuto svolgere un  programma minimamente dignitoso, l’educazione civica diventò una disciplina-fantasma.

In quest’ultimo decennio le ambiguità dell’educazione alla cittadinanza come disciplina si sono accentuate, mentre il rapporto verticale fra i cittadini e lo Stato è stato sopraffatto da quello orizzontale fra gli individui e le loro appartenenze, generando la relatività dei diritti umani e il deperimento del Patto costituzionale. Si sentono gli echi di un passato combattuto e vinto, rivendicati come legittimi “nel nome della democrazia”. Si torna così, in questi giorni, a parlare di educazione civica per tutto l’arco scolastico, su tre assi: Costituzione, sviluppo sostenibile, cittadinanza digitale.

Trentatré ore annue, divise fra tutte le materie con una trasversalità tutta da inventare e il Patto costituzionale che ancora attende di essere conosciuto universalmente come fondamento della convivenza democratica e dello Stato in cui viviamo.

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Nell’UE vincono i “Noi”

Giuseppe Conte Pedro Sanchez Angela Merkel Emmanuel Macron e Ursula von der Leyen
Consiglio europeo straordinario: il presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte con Pedro Sanchez, Angela Merkel,Emmanuel Macron e Ursula von der Leyen

Bruxelles – Ci sono fotografie che restano nell’immaginario collettivo a segnare un’epoca. Nel microcosmo europeista, una di questa ritrae il Presidente francese Sarkozy accanto alla Cancelliera tedesca Merkel. Una domanda di un giornalista sul Presidente del Consiglio italiano, due sorrisini d’intesa che dicono molto più di tante parole.

Un’immagine che illustra tutto l’isolamento dell’Italia in quel periodo storico, la derisione verso un governo – e di riflesso verso un popolo – che ha scelto il faso tuto mi come linea politica, si è isolato e sprofonda in quella melma appiccicosa che fu brodo di cultura per le disgrazie politiche degli anni successivi.

Un ritratto che possiamo ora archiviare definitivamente, perché il maggiore, il migliore successo della strategia del Governo Conte durante gli estenuanti negoziati che hanno portato all’accordo di stamane al Consiglio Europeo è proprio quello di aver saputo, voluto ed essere riuscito a lavorare “per” l’Europa (e per l’Italia) lavorando “con” l’Europa.

Solo i giorni prossimi ci diranno come l’Italia sarà capace di mettere a frutto i risultati raggiunti preparando e presentando un Piano Paese che non disperda gli sforzi fatti e approfitti compiutamente dei finanziamenti messi a disposizione dall’Unione Europea, ma – al di là dei numeri, delle virgole dopo il miliardo – la vera vittoria di Giuseppe Conte sta nel metodo. Negoziatore scaltro, abituato agli arbitrati e quindi alle lunghe discussioni in cui si concede poco per ottenere molto, il Presidente del Consiglio ha scelto di non venire a Bruxelles con la mano tesa, ad elemosinare qualche spicciolo, ma di portare al tavolo del Consiglio una coalizione in cui ogni protagonista (Germania, Francia, Spagna e Portogallo in prima fila) aveva una partitura cucita su misura, in cui ogni mossa era presentata nell’interesse dell’Europa. Scontrandosi con un gruppetto di governi più spaventati dall’opposizione interna che dai temi in discussioni.

Il leader olandese Mark Rutte (foro Imagoeconomica)
Il leader olandese Mark Rutte (foto Imagoeconomica)

È stato il Consiglio dei “noi” contro gli “io”. E – senza retorica – hanno vinto i “noi”.

Dopo la proposta franco-tedesca che aveva messo l’asticella molto alta e dopo la prima levata di scudi dei “Frugali”, il Presidente del Consiglio Charles Michel, cresciuto nella politica belga che è per definizione il massimo esercizio dell’arte del compromesso, aveva presentato una nuova proposta da discutere ieri a cena. Tre giorni di negoziati duri, in cui tutti i sotterfugi abituali erano stati usati – da una parte e dall’altra – per indebolire la posizione della controparte, ed una scadenza inderogabile. Si deve chiudere prima del 21 luglio. Perché se non si esce con qualcosa l’Europa rischia d’essere spacciata e perché il 21 luglio è la Festa nazionale belga.

Le istituzioni ed i supermercati sono chiusi, la scorta di mascherine con i simpatici simboli nazionali che ogni leader ha sfoggiato nelle varie riunioni (per non parlare di quella delle camice e cravatte) stava esaurendosi, assieme alla pazienza degli europei.

E così dopo la torta al limone che ha concluso il desinare si è deciso di convocare l’ennesima pausa per “un numero limitato di aggiustamenti tecnici”. Michel ha finalmente annunciato l’accordo alle 5:31 del mattino con un laconico Tweet (Deal!), svelando poco dopo una serie di compressi che hanno permesso a ognuno di rientrare a casa proclamando vittoria. Anche se c’è qualcuno che ha vinto più di altri.

Torniamo a Conte. Oltre agli alleati di cui sopra, l’Avvocato tira fuori l’asso dalla manica e scavando sotto i piedi degli amici degli amici aggiunge nientepopodimeno che Viktor Orban al team contro i Frugali. L’Ungheria ha ottenuto tutto ciò che voleva, qualche soldino e soprattutto un vago comma sull’applicazione delle regole dello Stato di diritto “per proteggere il bilancio e l’UE”, possibili sanzioni da adottare a maggioranza qualificata in seno al Consiglio, ma se ne riparla un’altra volta. Da “se non fai il bravo non vedi un soldo” a “ne riparliamo”. E uno in più (con il bonus Polonia, esattamente nella stessa posizione) che lascia la barca dei “Sovranisti Opportunisti” per raggiungere il campo degli Europeisti.

Geert Wilders: “Non un centesimo all’Italia!”
Geert Wilders: “Non un centesimo all’Italia!” (da https://www.corriere.it/politica/20_luglio_11 /wilders-sovranista-olandese-amico-salvini- che-non-vuole-dare-euro-all-italia-8930a382 -c33e-11ea-bb88-8e386c514e2d_preview.shtml?reason=unauthenticated&cat=1&cid =PNAAfCUu&pids=FR&credits=1& amp;origin=https%3A%2F%2Fwww.corriere.it %2Fpolitica%2F20_luglio_11%2Fwilders- sovranista-olandese-amico-salvini- che-non-vuole-dare-euro-all-italia- 8930a382-c33e-11ea-bb88- 8e386c514e2d.shtml)

Roba da far ingelosire i populisti nostrani, ma anche quelli più a nord. La proposta di Michel include infatti anche una serie di regalini per premier olandese Mark Rutte. I Paesi Bassi, ad esempio, potranno evitare di versare a Bruxelles una parte importante dei proventi doganali incassati dal più grande porto d’Europa, Rotterdam. Permettendo al “Frugale a vento” di mettere a cuccia – almeno sino alla prossima volta – il buon Wilders (leader dei sovranisti olandesi, ndr) che gli alitava sul collo da un po’. “All’Italia 82 miliardi di regali con i nostri soldi”, scrive su Twitter il sovranista, ma sa che sta parlando a pochi. Abituati a far di conto come tutti i popoli di navigatori e commercianti, i Batavi hanno un lato pratico assai sviluppato. E più di quanto prenderà l’Italia, stanno ragionando su cosa potranno fare con quello che risparmieranno loro. Conte-Rutte 1/Wilders 0.

Non pare vero, ma in un colpo solo il Professore pugliese dà una mano al nemico giurato contro l’avversario comune (la destra populista) e gli fa accettare ben 390 miliardi di finanziamenti (rammento ai più distratti che la proposta olandese era… zero!).

Ricordate i “problemi dell’Europa” di qualche tempo fa? Si chiamavano Italia, Portogallo, Grecia e Spagna. Ora cercate le foto ed i comunicati stampa dei governi di Berlino e Parigi delle ultime settimane. Con chi hanno passato più tempo in riunione Angela Merkel ed Emmanuel Macron? Già, proprio con gli stessi che – improvvisamente – sono diventati attori della soluzione europea.

Il miracolo di questo lungo Consiglio sta tutto qui. Si è riscoperta la politica. La politica delle intese, quella del lavoro comune, della ricerca di soluzioni che vadano oltre l’oggi ed il “me”. In cui alla fine ognuno porta a casa qualcosa, come quei finanziamenti per lo sviluppo regionale che vedono, rispetto al piano originale, un supplemento di un miliardo e mezzo di euro per la Repubblica Ceca, 650 milioni per la Germania, poco meno per la Polonia e addirittura un centinaio di milioni di euro in più per le desolate lande della Finlandia settentrionale.

Restano due problemi irrisolti. Il primo concerne i grandi gruppi politici europei, che non sono riusciti a trovare una posizione comune, presentandosi con punti di vista nazionali e non d’insieme. I Socialisti divisi tra Nord e Sud, i Cristianodemocratici tra Est ed Ovest, i Liberali in ordine sparso. Perfino i Verdi, vera sorpresa delle ultime elezioni europee e di molte tornate nazionali – forza di governo in numerosi stati Frugali – non sono riusciti a contare, influenzando poco o nulla l’attitudine ombelicocentrica dello stato d’appartenenza.

Dopo i fasti del risultato comunque raggiunto, dovremo avere il coraggio d’interrogarci sull’internazionalismo. A cosa serve un “partito europeo” se non è capace di far convergere i suoi membri su un atteggiamento ed un parere condiviso?

Il secondo problema riguarda la scelta dei capitoli da tagliare. Pur nella logica di un negoziato, che per definizione presenta una proposta iniziale delle parti (+/- 500 miliardi per i “Buoni”, +/- 0 per i “Cattivi”) ed una serie di concessioni reciproche per giungere a qualcosa d’accettabile per entrambe, duole che la scure sia caduta sui soliti sospetti.

Il simbolo del Partito socialista europeo
Il simbolo del Partito socialista europeo

Il programma originale, ad esempio, prevedeva d’aumentare il bilancio del programma Horizon Europe, quello che finanzia la Ricerca, i Ricercatori, quello che permette non solo ai nostri (neo)laureati di lavorare su progetti di scambio, ma che da un lato rafforza la posizione europea contro Asia e USA e dall’altro permette anche alle piccole e medie impresa d’investire nello sviluppo industriale, di 13, 5 miliardi. Una boccata d’ossigeno per il mondo accademico ed imprenditoriale, un’iniezione di fiducia nel futuro dell’Europa. Le conclusioni del Consiglio di stamane identificano un aumento del bilancio di soli 5 miliardi. Come se nulla ci avesse insegnato la recente pandemia, in cui abbiamo cercato materiali alternativi, abbiamo adattato maschere subacquee ai respiratori polmonari, abbiamo invocato la ricerca scientifica come nume tutelare delle decisioni dei governi. Tutto dimenticato. I camici bianchi tornino nei loro laboratori e facciano poco rumore.

Quasi 8 miliardi d’integrazione alle spese già previste avrebbero dovuto essere destinati alla salute. Scelta abbastanza comprensibile visti i recenti trascorsi. Ne sono rimasti meno di 2 e la chiave d’interpretazione si trova forse nel preambolo delle Conclusioni, in una frase che pare gettata lì a caso ma che si spiega 60 pagine più tardi: “Stiamo lentamente uscendo dalla crisi sanitaria acuta. Ora dobbiamo mitigare i danni socio-economici” Come se i danni non fossero direttamente legati all’impreparazione dei sistemi di tutela della salute. Abbiamo applaudito medici ed infermieri per 4 mesi. Ora anche loro possono tornare a lamentarsi in silenzio.

Per affrontare le conseguenze sociali ed economiche legate all’idea di raggiungere la “neutralità climatica” dell’UE entro il 2050, ovvero per quell’Europa Verde e Sostenibile che molti auspicano, il progetto Franco-Tedesco e la prima bozza della proposta in discussione al Consiglio avevano prospettato un aumento delle risorse disponibili di ben 30 miliardi. Per la decarbonizzazione, la riduzione dell’inquinamento. Ne sono rimasti 10. In effetti che il virus abbia colpito le zone più inquinate del pianeta non sembra essere stato dimostrato…

Tre macroscopici esempi di scelte opinabili.

Consoliamoci con l’idea che il Piano originale non avesse previsto particolari stanziamenti per la Cultura, al di là degli aspetti scientifici. Perché non oso pensare quanti miliardi avrebbero potuto amputare al capitolo relativo.

O forse no, non consoliamoci proprio, ma non disperiamo neppure. Stamane alle 5.31 l’Unione Europea, con tutti i suoi difetti accanto ai pregi, ha dimostrato d’esistere. E accanto, o meglio profondamente dentro essa, il nostro Paese ha assunto nuovamente (infine!) un ruolo di motore e coordinamento, di sintesi e proposta. Se il buongiorno si vede dal mattino…

Filippo Giuffrida Repaci, membro dell’Esecutivo della Federazione Internazionale Resistenti

L’articolo Nell’UE vincono i <font color=”red”>“Noi”</font> proviene da Patria Indipendente.

Grosseto e Firenze, attacco ai partigiani

lapide grosseto deturpata
Grosseto, la targa deturpata

Il risveglio domenicale di questo 19 luglio duemilaventi è stato per i toscani decisamente brusco e dal sapore acre. Acre come il fumo che ha annerito la lastra di marmo, offuscandone e deturpandone l’iscrizione, posta a ricordo delle vite immolate dai difensori del capoluogo maremmano alla causa della libertà nella decisiva giornata del 15 giugno del 1944.

Questa mattina mi son svegliato e ho trovato l’invasor”, questo è stato il primo pensiero dell’Anpi, del Comitato Provinciale “Norma Parenti” e della Sezione comunale dedicata alla figura di Elvio Palazzoli, proprio uno dei partigiani che persero la vita a Porta Vecchia, ucciso ad appena ventidue anni dai soldati nazisti in ritirata dopo la liberazione della città avvenuta il giorno precedente.

Ignoti, durante la nottata, avevano deciso di rivolgere le proprie attenzioni alla corona deposta lo scorso 15 giugno, gesto rinnovato ogni anno, per commemorare i Caduti che intendevano restituire Grosseto alla libertà e alla vita democratica.

Per quella corona arsa dal fuoco, in un’azione turpe quanto sconsiderata, rimangono ignoti anche i moventi che, premeditati o meno, non potranno essere derubricati come atto vandalico o semplice “ragazzata”. Qualora il gesto fosse riconducibile ad un tale contesto, rappresenterebbe il segno di un imbarbarimento interno alla comunità grossetana verso un’involuzione culturale e civica senza precedenti che, a maggior ragione, dovrà necessariamente far maturare una risposta collettiva in grado di rivendicare, con forza e con spirito unitario, i valori antifascisti della Costituzione quale patrimonio dell’intera cittadinanza.

In tantissimi, sgomenti, in pellegrinaggio sul luogo dello scempio alla memoria partigiana
In tantissimi, sgomenti, in pellegrinaggio sul luogo dello scempio alla memoria partigiana (da https://iltirreno.gelocal.it/image/contentid/ policy:1.39103774:1595233006/11.jpg?f= taglio_full2&h=605&w= 1280&$p$f$h$w=3f4fe84)

Occorre segnalare che unanime, per una volta, è stata la ferma condanna del gesto da parte della politica, il tutto nonostante la presenza, pervasiva e a tratti aspra, della campagna elettorale. Quasi tutti i candidati alla Presidenza della Regione Toscana hanno infatti espresso il proprio sdegno per la grave offesa perpetrata alla storia dei grossetani, e del medesimo tenore sono state le parole del Presidente uscente, Enrico Rossi, che ha parlato di “oltraggio alla memoria di chi si è battuto per garantire a tutti noi la libertà”.

Corale è stata anche la risposta della società civile, con una mobilitazione spontanea della cittadinanza che da subito, appresa all’alba la notizia, ha iniziato un pellegrinaggio laico presso la lapide di Porta Vecchia; oltre ai moltissimi fiori adagiati lungo la parete dello storico varco cittadino, lacrime di commozione hanno rigato i volti di giovani ed anziani accorsi, ancora increduli, durante l’intera giornata di un’afosa domenica di luglio normalmente deputata al mare e al riposo.

La presidenza del Comitato provinciale Anpi “Norma Parenti” ha ricevuto inoltre un tempestivo riscontro da parte del primo cittadino, Antonfrancesco Vivarelli Colonna, che ha definito l’atto compiuto nottetempo “un gesto deplorevole e vile”, assicurando la disponibilità dell’amministrazione comunale a riparare il danno e mettendo celermente a disposizione degli inquirenti le immagini riprese dal sistema di videosorveglianza del comune di Grosseto, con telecamere ad alta risoluzione distanti pochi metri dal luogo del misfatto.

Il prefetto di Grosseto, Fabio Marsilio, in visita alla lapide violata
Il prefetto di Grosseto, Fabio Marsilio, in visita alla lapide violata

In aggiunta alle centinaia di testimonianze di partecipazione giunte dall’associazionismo e dalla società civile, la lapide posta a Porta Vecchia dall’Anpi ha ricevuto nel pomeriggio di domenica anche la significativa visita del dottor Fabio Marsilio, Prefetto di Grosseto, già allievo e collaboratore del professor Tullio De Mauro, che ha voluto porre l’accento sul ruolo fondamentale delle istituzioni, a partire da quelle scolastiche, per programmare insieme un percorso di valorizzazione e di riscoperta delle radici democratiche della Repubblica Italiana.

Il prefetto di Grosseto, Fabio Marsilio, visita alla lapide violataL’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, a difesa dei valori antifascisti della Costituzione come parte della storia e della memoria attiva della città di Grosseto, ha indetto per la serata un presidio a Porta Vecchia che, in forma rispettosa e compatibile con le raccomandazioni anti-contagio, ha visto la sentita adesione della cittadinanza in segno di solidarietà e vicinanza con i partigiani caduti e con le loro famiglie. 

Firenze, Il murales dedicato a “Pillo”
Firenze, Il murales dedicato a “Pillo”

Nelle medesime ore in cui veniva incendiata la lapide di Grosseto, sempre in Toscana ma questa volta nel capoluogo di regione, a Firenze, si consumava anche un altro sfregio alla memoria della Resistenza; in una terra che conta oltre ottocento stragi naziste e fasciste, nella città Medaglia d’oro al valor militare nella Guerra di Liberazione, sconosciuti hanno imbrattato mediante della vernice bianca il murale dedicato al partigiano Silvano Sarti, nome di battaglia “Pillo”, uno dei simboli della resistenza fiorentina venuto a mancare poco più di anno fa.

Firenze Murales "Pillo" deturpato
Il murale deturpato (da https://www.repstatic.it/content/localirep/img/rep-firenze/2020/07/20/154559613-8d607e02-1055-4672-814a-3564df8aff87.jpg)

Immediata la denuncia del fatto da parte dell’Anpi e della Cgil, organizzazioni alle quali “Pillo” era da sempre legato, e altrettanto rapida la presa di posizione del sindaco Dario Nardella che ha chiesto alle forze dell’ordine di procedere speditamente con l’identificazione dei responsabili, definendo Sarti uno “spirito libero” i cui “grandi valori non meritano certe vigliaccate”.

Anche per il murale dedicato al partigiano Sarti, come per l’episodio di Grosseto, al momento non è possibile avere contezza relativamente al fatto che il gesto possa essere figlio dell’ignoranza di chi non conosce neanche la propria storia oppure, peggio ancora, possa essere frutto di una strategia premeditata e coordinata da parte di organizzazioni che ricollegano apertamente al fascismo la propria azione. Rimane comunque l’amarezza e lo sgomento di due città che, in un fine settimana di un luglio distante quasi otto decenni dalla dolorosa Guerra di Liberazione che ha affrancato l’Italia dall’occupazione nazifascista, sono costrette ancora oggi a risvegliarsi ferite nell’animo e nei luoghi della propria memoria.

 Luciano Calì, direttore di Maremma Tv, vicepresidente provinciale Anpi Grosseto


Atto vile e spregevole

La dichiarazione di Bruno Possenti, coordinatore regionale Anpi Toscana

“Nei giorni scorsi, a Grosseto è stata oltraggiata una lapide a ricordo di sei partigiani uccisi il 15 giugno 1944 dai tedeschi in ritirata. A Firenze è stato imbrattato il murale in ricordo di Silvano Sarti, il partigiano “Pillo”.
Sono gesti spregevoli, di oltraggio alla memoria di uomini che hanno lottato ed hanno dato la vita per liberare l’Italia dalla occupazione nazista e dalla dittatura fascista. Per dare al Paese libertà e democrazia. Hanno ferito profondamente la coscienza di tutti i democratici. La risposta delle istituzioni e dell’associazionismo delle due città e di tutta la Toscana è stata unanime.
Il coordinamento regionale Anpi condanna con fermezza questi tristi episodi ed auspica che i responsabili siano assicurati alla giustizia. Fa appello ai cittadini a vigilare ed a segnalare alle autorità di polizia ed all’osservatorio della Regione Toscana qualsiasi comportamento offensivo dei valori della Resistenza”.

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La virtù nascosta/Resistenze individuali

C’è un luogo comune tanto falso quanto duro a morire, quello degli italiani brava gente. Quello per cui alla fin fine il fascista era solo una sorta di ingenuo Pinocchio traviato dal malvagio Lucignolo nazista.

Una vulgata creata per non fare i conti con il nostro passato, scaricando colpe tutte nostre, ed escludendo simmetricamente qualsiasi istanza resistenziale nell’area austrotedesca.

Vi furono, invece, esempi di rettitudine, di coerenza, di coraggio. Figure che si opposero al führer e si votarono alla morte, tanto più nobili quanto meno sorrette dalla speranza. Figure che sono state invece dimenticate, vere fiaccole sotto il moggio.

Ne parla la mostra fotografica “La virtù nascosta-Die verborgene Tugend”, esposta alla galleria “De Cillia” di Treppo Ligosullo (Udine), nel quadro delle commemorazioni della stragi del luglio 1944 in Val But.

Presentata, su concessione dell’Associazione biblioteca austriaca di Udine, dal curatore Francesco Pistolato (con cui hanno collaborato i professori Karl Stulpfharrer dell’università di Vienna e Ursula Schwarz del Dokumentationsarchiv des österreichischen Widerstandes), e già ospitata in varie città italiane oltre che a Berlino, l’esposizione rimarrà visitabile sino a domenica 23 agosto 2020 (orario dal lunedì al venerdì dalle 11 alle ore 12; martedì e giovedì anche dalle 17 alle 18, per info telefonare al n. 0433 487 740 o inviare un’e-mail all’indirizzo: elena.puntil@carnia.utifvg.it).

Inizialmente “La virtù nascosta” inquadra la situazione dell’Austria, e la fascinazione esercitata dal nazismo. Dopo la dissoluzione dell’impero, enorme e multietnico, il “Paese che non voleva esistere, e cui fu comandato: tu ci deve essere” (come scrisse Stefan Zweig) vide nell’unione alla Germania, l’unica possibilità di ritrovare un senso e un’identità. Così, malgrado l’assassinio di Dollfuss e la palese violazione di sovranità dell’Anschluss, l’incorporazione della Republik Österreicher nel Reich fu vissuto da molti come una sorta di “redenzione”.

Alcuni però capirono immediatamente, ad altri fu la guerra ad aprire gli occhi. E nacque una resistenza al nazismo che fu per lo più scelta individuale, senza il conforto di organizzazioni strutturate alle spalle, senza il forte impulso dato dall’ostilità a un’occupazione straniera (come fu dappertutto), ma piuttosto con il cortocircuito di un tradimento antipatriottico.

La mostra è organizzata in sei sezioni: l’Anschluss, la Resistenza dei civili, la Resistenza degli sloveni della Carinzia (i soli capaci di dare vita a formazioni, collegate all’Osvobodilna Fronta), la Resistenza dei militari austriaci, l’esilio degli austriaci, la memoria della Resistenza.

Si raccontano luminose figure individuali, come quella di Franz Jägerstätter, che rifiutò, per ragione di fede, di prestare servizio militare, e per questo fu ghigliottinato. O di suor Maria Restituta delle Francescane dell’Amore di Cristo, che scrisse e distribuì volantini antinazisti (“Ci hanno liberati e prima che ce ne accorgessimo ci avevano spogliati di tutto. 
Ci hanno tolto persino il nostro nome glorioso e adesso vogliono anche il nostro sangue”), pure lei decapitata. Si racconta del tenente Robert Schollas, che esortò alla collaborazione con la Resistenza italiana (“Prendete le vostre armi e venite alla divisione Osoppo Friuli, unitevi alla lotta per la giustizia e la vittoria della democrazia”, scrisse in un appello, cui seguirono la cattura e la fucilazione), dei cospiratori austriaci coinvolti nel fallito attentato contro Hitler del luglio 1944, dei pochi che tentarono di favorire la presa di Vienna da parte dell’Armata Rossa, delle formazioni slovene che si batterono con i partigiani di Tito. E si ricordano i fuggiaschi che riuscirono a salvarsi (un’incredibile emorragia culturale: solo per fare qualche nome, Elias Canetti, Sigmund Freud, Kurt Gödel, Oskar Kokoschka, Robert Musil, Josef Roth, Arnold Schönberg, Franz Werfel, Billy Wilder), parecchi dei quali si arruolarono poi nelle forze armate angloamericane (2000, tra uomini e donne, su 14 mila rifugiati in Gran Bretagna).

«Gli episodi di Resistenza, in Austria, non influirono sull’esito del conflitto. Ma furono esemplari testimonianze di altissimi valori morali. Esempi di una rettitudine di coscienza che va al di là del coraggio», dice Francesco Pistolato. «Purtroppo ancora abbastanza sconosciuti anche nella loro stessa terra. Dove, a differenza della Germania, che ha fatto i conti con il proprio passato, si è preferita a lungo la versione, infondata ma presa per buona anche dagli Alleati, dell’Austria “prima vittima di Hitler”».

Dino Spanghero, presidente Anpi Udine e coordinatore regionale Anpi Friuli Venezia Giulia

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Partigiani da scoprire

In occasione del convegno “La partecipazione del Mezzogiorno alla Liberazione d’Italia” promosso dall’Anpi a Napoli nel gennaio 2015, si è definitivamente colmato quel vuoto lasciato per anni sulla storia dei partigiani meridionali nella Resistenza.

E finalmente la storiografia negli ultimi anni si è arricchita di nuove pubblicazioni: dai saggi ai romanzi, ai semplici racconti, dove troviamo tante pagine con al centro figure di uomini e donne dimenticati per moltissimo tempo.

Anche negli ultimi mesi ci sono stati contributi di autori di grande valore su cui torneremo presto. Oggi vogliamo parlare del piccolo ma prezioso volume “La Resistenza dimenticata, vite di partigiani taurianovesi” scritto da Giuliano Boeti, presidente della sezione Anpi di Taurianova (città metropolitana di Reggio Calabria) per le edizioni ilfilorosso nella collana Memorie, nel quale si ricostruiscono le vicende umane, di impegno antifascista e resistenziale del partigianato taurianovese.

Corredato da una buona bibliografia e da cenni storici, il libro riesce a restituire al lettore – soprattutto ai più giovani – quasi una sensazione di novità. Ci si chiede infatti come un piccolo paese abbia potuto avere tanti giovani schierati nella Resistenza, alcuni ricordati in tante pubblicazioni del nord, ma poco conosciuti invece nelle zone d’origine.

È il caso per esempio di Salvatore Carrozza, il partigiano “Bibi”, al quale è intestata la locale sezione, che ha combattuto nella 12a Brigata Garibaldi in provincia di Parma, gli stessi luoghi del giovanissimo Giordano Cavestro del quale conosciamo i pensieri attraverso le Lettere di condannati a morte della Resistenza Italiana. Oppure i nomi di Maria Ruggero, uccisa dai militari tedeschi nelle vicinanze di Taurianova; di Cipriano Scarfò, convinto antifascista fucilato nello stesso comune. I loro nomi si ritrovano oggi – dopo anni di dimenticanze – nell’Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia.

Si farebbe torto a ridurre in poche righe tutti gli altri nomi e le loro storie, per questo ci fermiamo qui rimandando il resto alla lettura del libro. La ricerca di Giuliano Boeti, corredata anche da belle foto d’epoca, non può che sollecitare tutti noi a continuare in questo lavoro di recupero della memoria e della storia sul partigianato meridionale.

Mario Vallone, componente Comitato nazionale Anpi e coordinatore Anpi Calabria

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