La staffetta delle staffette

Fuente della libertà”, lo spettacolo teatrale basato sui ricordi di tre staffette partigiane liguri diretto da Giorgio De Virgiliis, fa tappa oggi, martedì 18 giugno, alle 21 al Teatrino di Portofino, dove ha lavorato anche Giorgio Strehler, che in questo lavoro di teatro di cittadinanza ritroverebbe la sua idea di teatro che affianca lo svago e la didattica per aiutare lo spettatore a riconoscersi in ciò che è umano e rifiutare tutto ciò che è disumano.

Lo spettacolo di stasera è portato sul palco da attrici non professioniste del territorio, il gruppo “In punta di penna” di Santa Margherita coordinato da Marina Marchetti, alla sua terza tappa su un totale di otto rappresentazioni, a partire dal 25 aprile, data del debutto a Sori, Comune della città metropolitana di Genova.

Le rappresentanti di umanità, che si sono scontrate loro malgrado con la disumanità della guerra e dell’occupazione nazista, sono Carla, Piera, Giannetta Manurio detta “Manditu” e soprattutto Olga Bozzo, che il giorno della prima ha ricevuto un attestato di riconoscimento per il suo impegno nella Resistenza sorese.

La staffetta partigiana Olga Bozzo e Ivano Malcotti (da http://www.lavocedigenova.it/ typo3temp/pics/O_719f7f8a75.jpeg)

In una conversazione immaginaria con le sue amiche staffette – compresa Giannetta, soprannominata Manditu perché è così che in dialetto genovese (tramandano le testimonianze) apriva spesso i suoi discorsi – Olga rievoca quegli anni. Lo spettacolo si basa principalmente sulle sue memorie, raccolte da Valeria Stagno e scritte da Ivano Malcotti e da una ricerca storica a cura di Massimo Bisca, presidente provinciale dell’Anpi Genova.

Con accenti a volte ironici a volte tragici, Olga si sofferma spesso sui piccoli eventi della quotidianità, lasciando spazio all’aspetto umano di donne e uomini che hanno scelto senza esitazione da quale parte stare e sono così stati riconosciuti eroi. Ecco allora la rievocazione della visita di Mussolini a Sori, la maestra fascista che voleva tutte le sue allieve vestite di nero e non permetteva alle mancine di scrivere con la mano sinistra, l’ingresso dell’Italia in guerra scoperto ascoltando Radio Londra. Poi le perquisizioni, gli arresti, le esecuzioni. Gli allarmi aerei per i voli dei vari Pippetto (il nome popolare per i caccia notturni Alleati) e le corse nei rifugi, la fame. L’amore di Rudolf per la sua Rosetta, la diserzione, la morte.

Tutto intervallato da brani musicali e coreografie di Giovanna La Vecchia della Kaleido Danse, fino alla chiusa: «la Resistenza, come ha detto la staffetta Angiolina Michelini “Emilia”, è un fatto morale, è un mosaico nel quale migliaia di persone, donne e uomini, hanno portato un pezzetto e tutti insieme hanno formato il grande disegno chiamato Resistenza e noi in quel grande disegno saremo per sempre ricordate come le fuente (bambine, in genovese, ndr) della libertà».

Nella “staffetta delle staffette” che ora tocca Portofino e cambia cast a ogni tappa sono coinvolte 200 donne, che mettono in luce quella Resistenza al femminile che la storia ha spesso dimenticato.

Massimo Bisca, presidente del Comitato provinciale Anpi di Genova (da https://www.repstatic.it/content/ localirep/img/rep/2019/04/18/075257512 -9467d3ce-560c-4255-b429-4c471795d2a7.jpg)

L’idea dello spettacolo nasce infatti dalla constatazione che quando si parla di partigiani lo si fa quasi sempre al maschile. Mentre il ruolo fondamentale delle staffette e delle partigiane, spesso giovanissime, è ancora poco conosciuto. Il testo quindi si affianca e si ispira al libro “Donne per la libertà. Resistenza a Sampierdarena” di Massimo Bisca. E contiene alcune informazioni venute alla luce solo di recente, come la vicenda di Olga Bozzo, nata a Teriasca l’8 agosto del 1934, nelle sue parole “sei giorni dopo che Hitler si è autoproclamato Führer ed è diventato un dittatore terrificante per l’intera umanità”. La quale, come molti protagonisti di quegli anni difficili, non ne condivideva volentieri il ricordo. Fino a quando una sera, sentendo alla televisione il Presidente Mattarella dire “chi sa, parli” si decise. Raccontando di quando, bambina di soli 11 anni, salvò la vita a una famiglia ebrea, di quando portava il cibo agli uomini sui monti fingendo di andare a giocare, o strillava per annunciare i rastrellamenti.

Lo spettacolo è prodotto della Onlus Gruppo Città di Genova. L’evento è organizzato dai Servizi bibliotecari del Comune di Santa Margherita Ligure in collaborazione col Comune di Portofino e la sezione Anpi Silvio Solimano “Berto” di Santa Margherita Ligure – Portofino. Ingresso libero.

Lucia Compagnino

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Generosi e coraggiosi

Wladimiro Settimelli ha scritto per Patria questo splendido articolo sulla fondazione dell’Anpi nel 2004, in occasione del 60° anniversario. Lo ripubblichiamo quindici anni dopo, dedicandolo a tutte le lettrici e a tutti i lettori. Ma anche a lui, direttore di questo periodico fino al 2015. Wladimiro è scomparso due anni dopo, a fine novembre. La redazione lo ricorda con tanto affetto.

Sì, un giugno davvero indimenticabile quello del 1944. Sole, tanto sole, alto e libero con una luce straordinaria e l’aria già calda. C’è voglia, in ogni angolo, di urlare di gioia per la fine di un incubo. E c’è chi corre, come impazzito, gridando e parlando finalmente a voce alta. Su tanti altri visi, invece, scorrono lacrime di dolore per quello che si sta scoprendo. Ci si abbraccia per le strade da piazza Venezia a piazza del Popolo, da San Lorenzo martoriata dai bombardamenti e ancora in via del Corso e a piazza Colonna. Le ragazze porgono a quegli spilungoni degli americani, fiaschi di vino e bottiglie di acqua, mentre macchine e cannoni, camion e motociclette continuano a sciamare nel cuore della Città Eterna.

Gruppi interi, invece, si precipitano in via Tasso, nel carcere delle SS dove, per mesi, sono stati torturati partigiani e antifascisti. Tutto viene sfondato, le carte buttate dalle finestre e messe su un grande fuoco. Ancora si applaude e si grida con gioia e rabbia. Poi, improvviso, il silenzio. Le teste si girano verso la porta d’ingresso dove stanno cominciando ad uscire delle creature bianchicce, con gli occhi pesti, magre. Il brigadiere dei carabinieri Angelo Joppi ha la faccia piena di dolore. Non si regge in piedi e due familiari lo sorreggono. Lo hanno torturato per mesi senza pietà. Escono ancora altri torturati, altri vilipesi, altri massacrati. Ormai sono pochi perché tutti gli altri sono finiti alle Ardeatine o fucilati contro il terrapieno di Forte Bravetta.

A San Lorenzo, è troppo difficile far festa perché i morti sotto le bombe sono stati migliaia. Laggiù, nelle Fosse Ardeatine, i medici hanno già cominciato l’orrendo lavoro di separare qui 335 corpi, saldati l’un l’altro dagli umori della morte. Tutti hanno le mani legate dietro la schiena e sono stati fatti salire, a cinque a cinque, sui corpi dei compagni ammazzati prima di loro.

Roma è una città ferita, vilipesa, umiliata, travolta dalla paura, dalla fame, dalla sete. Ma è anche una città che ha combattuto che si è ribellata che ha dato battaglia all’invasore nazista e ai fascisti di Salò. Quanti, quanti morti eroici e grandiosi.

Uno ha scritto, su un muretto di Forte Bravetta, due sole parole: «Avanti Italia». E per l’Italia sono morti coraggiosamente, senza cedere un momento, Leone Ginzburg, massacrato di botte in cella a Regina Coeli, Vittorio Mallozzi, Medaglia d’Oro, operaio comunista di Ostia, Aladino Govoni, giovane soldato figlio del poeta, Maurizio Giglio, sottotenente, torturato e portato a braccia a morire nel carnaio delle Ardeatine.

E sono morti con lui e come lui, Salvo D’Acquisto, carabiniere, i sacerdoti don Giuseppe Morosini e don Pietro Pappagallo. Don Pietro, davanti all’ingresso delle cave del massacro, si era messo a benedire tutti. Lo conoscevano bene, gli altri di via Tasso. Un giorno, in cella, il povero prete era stato preso dagli aguzzini e ignudato per umiliarlo davanti a tutti gli altri. Ma gli altri, con un atto di coraggio silenzioso e inaspettato, si erano girati verso i muri delle celle, rifiutando di guardare.

È nella Roma di quei giorni caldissimi, pieni di gioia e di dolore, in quel giugno 1944 che uomini generosi e coraggiosi, forse ancora in armi, mescolati ai soldati alleati che volevano vedere l’antica e grande Roma da lassù, erano saliti verso il Campidoglio.

Si erano riuniti, avevano liberamente parlato e deciso di fondare l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia. I combattenti del Sud dovevano essere riportati alla vita civile e avevano bisogno di aiuto. Tornavano anche i soldati dai fronti di mezzo mondo e avevano bisogno di assistenza.

A Nord, invece, la lotta per la libertà era ancora in pieno svolgimento e c’era bisogno di tutti: armi, roba da mangiare, apparecchi radio, vestiti, uomini per i collegamenti e volontari che volessero tornare a combattere.

E poi l’ANPI doveva salvaguardare ad ogni costo il patrimonio popolare di democrazia e di partecipazione dal basso che era nato e cresciuto sui monti, nelle pianure, lungo i fiumi o nelle strade delle città liberate, come a Napoli, con le “Quattro giornate”. Un patrimonio, dopo venti anni di dittatura e una guerra terribile, che nessuno poteva permettersi di disperdere. E c’era ancora da vigilare per evitare infiltrazioni fasciste o l’accodarsi, al grande movimento di Resistenza, di profittatori, delinquenti, gruppi di sbandati o personaggi che con la Resistenza non avevano mai avuto niente a che vedere. E ancora, bisognava assistere ed aiutare in ogni modo le famiglie dei compagni caduti, i feriti, i mutilati. Un lavoro gigantesco, mentre la guerra era ancora in corso.

L’atto formale di nascita dell’ANPI, non c’è più: è andato disperso. Ma la sua costituzione fu voluta dal Comitato di Liberazione Nazionale (…).

Comunque si insediò, proprio in Campidoglio, un comitato nazionale provvisorio dell’ANPI che si preoccupò immediatamente di dispiegare tutta la propria autorità anche per evitare il formarsi di gruppi di sbandati ed evitare ogni degenerazione o pericolose tendenze neo-squadristiche o di pura e semplice vendetta.

L’ANPI, al momento della nascita, ha dunque sede ufficiale in Campidoglio, ma successivamente viene sfrattata dal sindaco, il principe Filippo Doria Pamphilj che pure aveva qualche benemerenza antifascista ed era stato inviato al confino di polizia.

L’Associazione dei partigiani si trasferisce, allora, in un villino di via Savoia, già sede di una scuola tedesca. Il villino è collegato con un altro immobile che diventa la “Casa del Partigiano” dove si presta la prima assistenza ai combattenti di passaggio. Dirige la “Casa del Partigiano” Alfonso Bartolini. C’è una macchina a disposizione, ma presto si torna alla bicicletta e alla durezza spartana della vita di allora. Il 19 febbraio 1945 esce il giornale la Voce Partigiana, proprio nel giorno in cui, in piazza del Popolo migliaia di persone, di resistenti, di soldati e di parenti delle vittime delle stragi, si ritrovano insieme per celebrare la “Giornata del soldato e del partigiano”.

L’Associazione cura anche una trasmissione radiofonica dal titolo: “Radio Tricolore”. Ma tutti gli occhi e i cuori sono tesi ad ascoltare la “voce del Nord” dove si combatte, si soffre e si liberano le piccole e grandi città o i paesi, precedendo, spesso, le truppe alleate. Ed è con una immensa emozione che si ascoltano le radio, si leggono con ansia i giornali, nelle ore dell’insurrezione del 25 aprile. Il “vento del Nord” ha ormai spazzato via l’occupazione nazista, il fascismo, la prepotenza e l’ingiustizia. Il sole è tornato di nuovo a brillare per tutti: su un Paese distrutto e sofferente, sui luoghi delle stragi orrende, sulle montagne e nei piccoli centri dove i contadini hanno pagato prezzi altissimi per aiutare i partigiani. È un sole che illumina di nuovo anche le grandi città; dove, fino all’ultimo, partigiani e antifascisti sono stati impiccati, torturati e fucilati.

Il Comitato provvisorio dell’ANPI, nel giorno dell’insurrezione nazionale, indirizza un commosso messaggio ai combattenti del Nord. Eccolo: «L’ANPI man mano che si susseguono le gloriose notizie di lotte e di vittorie conseguite dai Partigiani e dal Popolo tutto dell’Italia del Nord le apprende ammirata.

Manifesta l’orgoglio che vi è in ogni cuore per tali gesta che pongono l’Italia tra le Nazioni che hanno saputo ritrovare per vitalità dei propri figli il diritto alla libertà.

È convinta che, simultaneamente alla cacciata dell’oppressore nazista, si debba procedere con giustizia, che non trovi né indugi né soste, contro i traditori fascisti. In tale spirito plaude alle vittoriose azioni ed esprime la più alta solidarietà».

Dunque (…) l’ANPI non si è mai stancata di spiegare, raccontare, testimoniare e battersi in difesa della democrazia, della Costituzione e della Repubblica.

Anche in nome di migliaia di amici, compagni, fratelli, morti per tutti noi. Nessuno può permettersi di dimenticarlo.

(da Patria Indipendente n. 9 del 2004)

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18 giugno, Ascoli liberata.

LA LIBERAZIONE La liberazione della città avvenne tra il 18 e il 20 giugno 1944, ad opera del CIL (Corpo Italiano di Liberazione), con la collaborazione attiva di gruppi di partigiani. I primi ad entrare in città furono il 184° reggimento paracadutisti della Nembo e il 61° battaglione allievi ufficiali bersaglieri. Il comune di Ascoli […]

La vittima e il boia

Giacomo Matteotti

Cercando in rete, facilmente, troviamo l’indicazione del libro “Diciassette colpi”, Milano, Longanesi 1950. È il libro di un assassino.

Il suo nome è Amerigo Dumini, e la sua storia comincia sul fronte della Grande guerra, quale volontario – anno 1916 – nei battaglioni d’assalto dei votati alla morte. Da allora in poi, il pugnale ne rappresenterà il paradigma esistenziale; ostentato come prediletto lessico politico e rivendicato come privilegiato strumento di vendetta contro i rossi sovversivi e traditori della patria.

Intrisa nel veleno della “vittoria mutilata”, trascinata tra una osteria e l’altra, ritmata dal vitalismo barbarico delle canzoni dell’arditismo, la storia di Amerigo Dumini trova tappa nella fondazione del fascio di combattimento della sua città di adozione, Firenze, e della relativa pubblicazione “Sassaiola fiorentina”; e prosegue, a mano armata di moschetti e bombe Sipe, con l’assassinio, fine febbraio 1921, in via Taddea del sindacalista Spartaco Lavagnini, l’uomo che i proletari di Firenze affettuosamente chiamano “il nostro piccolo Lenin” (Vasco Pratolini, “Lo scialo”), con l’eliminazione, 2 giugno 1921, a Massa Carrara, del socialista Renato Lazzeri e di sua madre, e con l’agguato a ottobre dello stesso anno al deputato repubblicano Ulderico Mazzolani, prelevato sotto casa e sottoposto al “rito purificatorio” dell’olio di ricino cacciatogli giù per la gola fino alle viscere.

La storia di Dumini conosce un breve intralcio, quando, luglio 1921, con altri sei, viene arrestato a Cascina in provincia di Pisa: sul camion della banda criminale, sottovalutata e sopportata dai più, a volte guardata con occhi benevoli dalle forze dell’ordine e dalle prefetture, vengono rinvenuti cinque moschetti austriaci, ingenti quantitativi di cartucce, numerosi caricatori e alcune bombe a mano Sipe.

Amerigo Dumini, di professione assassino fascista

L’intoppo durerà soltanto quarantotto ore, al termine delle quali Dumini uscirà di galera, perché il pretore ne giudica credibile la versione secondo la quale la presenza di armi sul camion sarebbe imputabile ad una subdola manovra diversiva da parte di alcuni antifascisti della zona. (cit. Franzinelli, “Squadristi”).

E la storia di Amerigo Dumini, detto cuore di ferro, vicino al fratello del duce e al sansepolcrista Cesare Rossi, legato a Mussolini dall’ambiguo rapporto che si stabilisce tra uno schiavo e il suo padrone, continua tra un treno in partenza e uno in arrivo, sui quali Dumini viaggia con tessera gratuita, ottenuta, gennaio 1924, su istanza diretta del capo ufficio stampa di Mussolini Cesare Rossi, per meglio esplicare le proprie gesta e meglio rendere i propri servigi, facendo sosta alla stazione di Milano dove, marzo 1924, guida la aggressione contro Cesare Forni, a sua volta squadrista, ritenuto figura troppo ingombrante per il fascismo che aspira a farsi Stato.

E la storia di Amerigo Dumini continua nel sottobosco criminale fascista fino a intrecciarsi, nella soffocante canicola di una Lancia Lambda presa a noleggio, con le biografie di altri quattro ex arditi e criminali comuni: Giuseppe Viola, Augusto Malacria, Albino Volpi, Amleto Poveromo.

La lamiera della Lancia riverbera nel sole pomeridiano di giugno che batte sul lungotevere Arnaldo da Brescia, a Roma, mentre trascorrono le ore in attesa dello schiudersi di una porta.

Da quella porta dovrà uscire per recarsi in un pavido Parlamento responsabile del proprio avvilimento, l’onorevole Matteotti, che da tempo ha rinunciato ad avere una casa e, nel tentativo di restare vivo, dopo una prima aggressione nel suo Polesine, e una seconda a Siena nel luglio 1923, abita in provvisori domicili semi clandestini.

Ecco, Giacomo Matteotti sta uscendo: è il 10 giugno 1924.

Nulla, dopo il suo rapimento, sarà uguale a prima.

Arrivato dall’America, dove è nato, Dumini, che poteva essere solo uno dei tanti relitti di una guerra nazionalista, partorita dalle radiose giornate del maggio interventista, che lo fece criminale, mandato impunito dallo stato liberale, collocato all’incerto confine tra squadrismo e fascismo, diventa famoso; e figura scomodissima per il fascismo che, anno 1925, si fa Stato, legittimato e eretto sui resti del corpo dell’onorevole socialista massacrato, e rinvenuto nell’agosto 1924 nella boscaglia della Quartarella.

C’è ancora un gran sole: questa volta non illumina il Lungotevere di Roma, ma la tenuta agricola di Derna in Libia, dove il fascismo imperiale relega Dumini, imprigionandone fuori dai sacri confini della nazione ogni possibile inquietante testimonianza sulle dirette responsabilità di Mussolini.

Sopravviverà a tutto Dumini: anche alla guerra e anche alle carceri del dopoguerra dalle quali, arrestato nel luglio ’45, uscirà comunque nel 1956, per approdare come scialba figura nelle file del Msi, che, in spregio alla lotta di Liberazione, già dal dicembre 1946 offre una nuova casa e un’opportunità parlamentare ai nostalgici e ai nuovi fascisti.

Così, essendo il nome di un assassinato inesorabilmente legato a quello del suo boia, è la storia di Amerigo Dumini quella che, nell’anniversario della morte di Giacomo Matteotti, vogliamo ricordare, perché resti stampata nella memoria la vicenda politica di chi, ripudiato ogni principio democratico sostituì ad esso la categoria del cameratismo della trincea, contribuendo a predisporre la nascita e l’avvento del fascismo.

Annalisa Alessio, vicepresidente del Comitato provinciale Anpi di Pavia

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Fratelli d’Italia

Carlo e Nello Rosselli in Inghilterra nel 1931 (da https://www.lastampa.it/2017/06/04/cultura/carlo-e-nello-rosselli-le-radici-indispensabili-della-nostra-democrazia-dSjR5dGRI2iqULxo8RYArI/pagina.html)

Ci sono oltre 100.000 persone e le note della Settima sinfonia di Beethoven ad accompagnare il viaggio estremo di Carlo Rosselli e suo fratello Nello, ammazzati la sera del 9 giugno 1937 a Bagnoles de l’Orne.

A farli fuori a revolverate e pugnalate sono i terroristi fascisti della Cagoule francese (Comitè Secret d’Action Rèvolutionnaire) che, stretta una sacra alleanza con il regime italiano, e, forte di collegamenti internazionali e di una potente rete di spionaggio, sta sviluppando una campagna di sangue intesa a colpire l’antifascismo italiano in esilio e a scardinare il governo del Fronte Popolare francese per allineare Parigi al fronte nazifascista italo-tedesco.

Di viaggi, Carlo Rosselli ne aveva fatti tanti, a partire da quello di fine luglio 1929 che lo vide, clandestino in fuga da Lipari, dove era confinato, cercare asilo in terra di Francia; ma il viaggio verso la Spagna in armi per difendere la Repubblica dal golpe dei generali era forse quello più caro al suo cuore.

Perché per Carlo Rosselli, la guerra di Spagna, cui la formazione antifascista da lui stesso fondata, Giustizia e Libertà, partecipò con generosità e determinazione, rappresentava il paradigma perfetto, e la prova generale, dell’insurrezione che avrebbe dovuto vedere insorgere l’Europa e l’Italia contro il fascismo insignitosi l’anno precedente dei titoli imperiali.

La bandiera di Giustizia e Libertà

La partecipazione di Carlo Rosselli alla guerra di Spagna, e le sue parole all’indomani della vittoria delle formazioni internazionali sui legionari d’Italia a Guadalajara, fu quella che più fortemente lo mise in luce, decretandone la condanna a morte.

Nel mirino del fascismo italiano, Rosselli lo è già perlomeno dall’ottobre 1925.

L’assassinio di Matteotti ha segnato il punto di non ritorno e, scrive Rosselli è il tempo di “resistere malgrado le armi della milizia, malgrado l’impunità assicurata ai delinquenti, malgrado tutti i decreti che possono venire firmati dal Re”, e di partecipare quindi in prima persona alla redazione e alla distribuzione del bollettino clandestino Non mollare (22 numeri).

La fase di ogni possibile contrasto legale è conclusa: dal 1925 fascismo e antifascismo si devono fronteggiare in una lotta che non è solo quello contro la dittatura ma contro “l’altra Italia”, che alla dittatura ha garantito radici e sostegno.

Nel solco del pensiero di Piero Gobetti, Rosselli legge nel fascismo non soltanto la criminale reazione di classe (“col solo interesse di classe il fascismo non si spiega”, Carlo Rosselli in Socialismo Liberale) ma l’emersione cieca e violenta dei vizi strutturali di un Paese che, mancato il grande appuntamento europeo con la riforma protestante, raramente conosce l’etica rigorosa della responsabilità e il respiro di una religione laica e civile, ma piuttosto si autoconsegna al credo del trasformismo, e sciacqua la propria cattiva coscienza nell’adorazione della mediazione e nella ricerca dell’unanimismo che liquefa e appanna idee e differenze.

“Il fascismo va innestato sul sottosuolo italico, e allora si vede che esso esprime vizi profondi, debolezze latenti, miserie del nostro popolo, ahimè di tutto il nostro popolo”, scrive Rosselli, e, proprio lui, che già in Italia si era sentito “un po’ straniero, quasi facente parte di un popolo, di una razza, di una civiltà diversa” (cit. Carlo Rosselli), non si arrende all’esilio e dall’esilio continua a scrivere e a tessere i fragili fili di una Resistenza morale e militare, consapevole che la storia non ha il tempo dei giorni o delle settimane, ma quello lungo delle generazioni.

“Abbi la forza e il coraggio di sentirti solo”, gli aveva scritto sua madre pochi mesi dopo l’evasione da Lipari. Così noi oggi forse abbiamo il dovere di attingere a questa esortazione. Abbiamo bisogno di solitudine e di silenzio per capire che la vittoria non si identifica con la ragione, il successo non equivale al valore, e che è necessario sapere nuotare controcorrente, ponendo in salvo oltre ogni confine le ragioni della nostra identità che, oggi, prende come propria bandiera le parole con cui Carlo Rosselli definiva i militanti di Giustizia e Libertà “sono antifascisti perché il pensiero non può essere fascista, perché l’intelligenza non può sacrificarsi all’irrazionale. Sono antifascisti perché la dignità non può tollerare la visione del tiranno e della folla incatenata o ubriaca che sfila tristemente in parata o osanna” (Carlo Rosselli, Action y caracter).

Annalisa Alessio, vice presidente Comitato provinciale Anpi Pavia

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Il giorno più lungo

Questo scritto, più che citare gli eventi relativi alla realizzazione del piano «Overlord» per lo sbarco sulle coste della Normandia attuato il 6 giugno 1944, eventi assai noti per essere stati oggetto di numerose pubblicazioni, vorrebbe porre in evidenza le condizioni e i non pochi contrasti politici e militari che determinarono la scelta della zona e le modalità per l’apertura del «secondo fronte» in Europa; operazione da tempo pressantemente richiesta dai sovietici e sulla quale gli Alleati non si accordavano nemmeno sul «dove» e sul «quando» avrebbe dovuto aver luogo. Sembra inoltre opportuno citare le circostanze che determinarono il dispositivo della difesa tedesca.

La questione del secondo fronte fu motivo di contrasti e recriminazioni nei rapporti fra anglo-americani e sovietici fino alla Conferenza di Teheran (nome convenzionale Eureka, 28 novembre-1° dicembre 1943) allorché Stalin lasciò intendere agli alleati occidentali la possibilità di una sua pace separata con una Germania ormai battuta, costringendoli a rispettare l’impegno preso, sia pure con due anni di ritardo. Tuttavia, il Primo Ministro inglese Churchill fece di tutto per non lasciarsi coinvolgere in una operazione di tale mole quale uno sbarco in Francia, caldeggiata dagli americani, in quanto non interessava la strategia imperiale della Gran Bretagna, volta a mantenere la sua influenza nel Mediterraneo, nei Balcani e in Estremo Oriente, ed era risoluto a scaricare sulle spalle dei sovietici il maggior peso della guerra per il tempo più lungo possibile.

Sarà opportuno ricordare che il discorso avviato a Teheran sul destino della Germania, sulle future frontiere dell’Europa e sull’assetto dell’Estremo Oriente sarà ripreso l’anno dopo al Cremlino, poi a Yalta e a Potsdam, e che dalle sue conclusioni nascerà il mondo di oggi.

I comandanti delle forze combinate, già all’epoca della Conferenza di Casablanca (gennaio 1943), ritenevano che fosse giunto il momento di passare almeno alla fase di sviluppo del piano logistico-strategico per lo svolgimento di operazioni nella Francia settentrionale. Essi decisero di procedere a preparativi concreti, in vista di un rapido sbarco al di là della Manica, nel caso in cui la Germania accusasse un indebolimento tale da apporre scarsa resistenza ad uno sbarco alleato. Comunque, come ovvio, se non era da trascurare una ipotesi del genere il problema principale restava quello di concepire, preparare e, soprattutto, attuare un attacco in forze per un’azione in profondità sul continente nei primi mesi del 1944. Venne anche esaminata la possibilità di anticipare l’operazione di qualche mese onde reagire positivamente alle esigenze sovietiche e alle aspettative dell’opinione pubblica americana indignata dalle atrocità naziste; ma un controllo delle forze USA presenti in Inghilterra dimostrò che questo non era possibile e che nulla in proposito avrebbe potuto realizzarsi prima del 1944 con serie probabilità di successo. Ciò fu motivo di forte scontento da parte dei sovietici che, non avendo mai dovuto porre allo studio operazioni anfibie ad alto livello, stentavano a rendersi conto delle difficoltà degli alleati e del concetto di economia di vite umane. Inoltre, secondo loro, più gli angloamericani ritardavano e più i tedeschi sarebbero stati pronti a riceverli ed a respingere un’invasione giudicata già in ritardo nella primavera del 1943.

In realtà i sovietici erano nel giusto: avevano sopportato e stavano sopportando il peso maggiore di una guerra che, alla fine, sarebbe costata loro 20 milioni di morti e l’apertura di un secondo fronte, capace di impegnare seriamente il comune nemico, era obiettivamente tanto necessaria quanto urgente.

L’organismo incaricato dello studio del piano Overlord fu uno Stato Maggiore combinato (COSSAC), alle dipendenze dei generali Morgan e Barker, la cui direttiva principale, semplice quanto perentoria, fu la seguente: «sbarcare sul continente europeo e, con l’appoggio dei Paesi alleati, mirare al cuore della Germania avendo come obiettivo la distruzione totale delle sue forze armate».

II piano venne approvato durante la Conferenza di Quebec (11-24 agosto 1943) ed il comando supremo fu affidato al generale Eisenhower. La complessità dell’operazione era tale che fu necessario predisporne l’attuazione attraverso numerose «sotto-operazioni».

Operazione «Neptune», per la prima fase comprendente: la formazione dei convogli (4.149 unità fra mezzi anfibi e da sbarco protetti da 753 navi da guerra); il lancio delle aviotruppe (82ª e 101ª Divisione Paracadutisti americana e la 6ª britannica; lo sbarco della 1ª Armata USA del generale Bradley e della 2ª Armata britannica del generale Dempsey che costituivano il 21° Gruppo di Armate al comando del maresciallo B.L. Montgomery nei cinque punti della costa normanna compresi fra la foce del fiume Orne e la penisola del Cotentin indicati con i nomi convenzionali di Utah (la spiaggia di Varreville, 7° Corpo USA, generale Collins), Omaha (la spiaggia di St. Laurent, 5° Corpo USA, generale Gerow), Gold (la spiaggia di Asnelles-Arromanches, 3° Corpo britannico, generale Bucknall), Juno (la spiaggia di Courselles, 1° Corpo britannico, generale Croker), Sword (la spiaggia di Ouistreham, 1° Corpo britannico, generale Croker); costituzione delle teste di sbarco.

«Perch», «Goodwood», «Cobra», «Bluecoat» e «Totalize» per rinforzare ed ampliare le teste di sbarco in tutta la zona, neutralizzare le fortificazioni del Vallo Atlantico più pericolose per l’attaccante, conquistare i centri nevralgici dell’immediato entroterra, sfondare il fronte tedesco costituito dalla VII Armata del generale Dollmann, facente parte del Gruppo di Armate B al comando del feldmaresciallo Rommel, schierata tra l’Orne e il Cotentin. Successivamente le forze alleate avrebbero puntato da un lato verso il centro della Francia e dall’altro verso «il cuore della Germania».

In particolare il maresciallo Montgomery, quale comandante del 21° Gruppo di Armate, mise a punto il piano generale di attacco delle forze di terra in collaborazione con l’ammiraglio Ramsey, comandante della flotta allestita per lo sbarco, e col maresciallo dell’Aria Leigh-Mallory da cui dipendeva l’aviazione di appoggio. Le forze destinate alla conquista delle teste di sbarco erano costituite da cinque Divisioni più due di riserva e, come già detto, da tre Divisioni di aviotruppe. Il settore scelto per l’operazione si stendeva fra Varreville, a sud-est del Cotentin, e Ouistreham alla foce dell’Orne. Si rese necessario: assegnare i rispettivi settori alla 1ª Armata USA ed alla 2ª Armata britannica; stabilire il numero delle zone di sbarco ed il limite territoriale di ciascuna di esse all’interno di ogni settore; dividere tali zone in sotto-settori attribuendo a ciascuno di questi una o più Unità; prevedere possibili modifiche al piano di attacco per motivi contingenti; assegnare ad ogni Unità un obiettivo principale ed uno eventuale per il giorno D e per i giorni immediatamente successivi; fissare gli allineamenti da stabilire per la fase consolidamento; prevedere lo svolgimento ulteriore dell’invasione. Tutto ciò discendeva direttamente dal piano Overlord ed a questo faceva capo.

Per la parte navale (Operazione Nettuno), l’ammiraglio Ramsey doveva riferirsi, punto per punto, al piano steso da Montgomery per quanto riguardava le operazioni navali mentre il maresciallo dell’Aria Leigh-Mallory doveva, d’intesa con Montgomery, Ramsey ed i comandanti dello Strategic Air Command e del Bomber Command, determinare gli obiettivi da battere nel corso dei bombardamenti preliminari, assicurare l’appoggio alle truppe sbarcate mantenendo forze aeree di riserva costantemente in grado di intervenire contro concentramenti di truppe tedesche.

Le zone prese in considerazione per lo sbarco furono tre: il Passo di Calais per la sua vicinanza con l’Inghilterra; la penisola del Cotentin per la possibilità di raggiungere rapidamente il porto di Cherbourg ed il settore di Caen cui venne data la preferenza per l’andamento delle spiagge, la minore consistenza delle difese nemiche e la possibilità di allestire rapidamente aeroporti oltre quello notevole già esistente a Carpiquet nei pressi di Caen.

Il piano relativo all’impiego dell’aviazione nella fase di preparazione dello sbarco incontra molte opposizioni per motivi politici. Distruggere i ponti più importanti, gli scali dotati di vasti piani caricatori ed interrompere le principali vie di comunicazione stradali e ferroviarie significava provocare inevitabili gravi perdite alla popolazione francese stimate ad almeno 80.000 vite umane. Ciò avrebbe certamente inasprito la Francia e soprattutto la Resistenza del Paese che stava svolgendo una preziosa e intensa attività fornendo allo SHAEF (Supreme Headquarter of Allied Expeditionary Force) dettagliate e precise informazioni sulla dislocazione delle opere difensive del Vallo Atlantico, sulla loro consistenza e, cosa importantissima, sulle ostruzioni fatte approntare da Rommel nelle acque prospicenti le zone idonee allo sbarco, sui campi minati e sugli ostacoli predisposti nell’entroterra per impedire l’atterraggio degli alianti e di truppe paracadutate.

Per di più era stata concordata con gli Alleati l’operazione «Piano Verde» rivolta ad impedire l’afflusso delle 4 Divisioni Corazzate, costituenti la massa di manovra tedesca, tenute in posizione arretrata su preciso ordine di Hitler che fu, come noto, un errore determinante. Quindi fu necessario evitare le località più popolate e ricorrere ad ogni mezzo per invitare la popolazione civile ad allontanarsi dalle zone pericolose prima delle incursioni aeree spesso a discapito dell’efficacia delle medesime.

La locandina del famoso film del 1962 che ricostruisce lo sbarco

Mette conto ricordare che i partigiani francesi realizzarono più di tremila sabotaggi provocando 834 deragliamenti, danneggiando le officine di riparazione e con lo sciopero dei ferrovieri bloccarono l’intero sistema ferroviario rallentando anche il movimento di altre 10 Divisioni tedesche dislocate nel sud del Paese che impiegarono 15 giorni per raggiungere la Normandia. I partigiani francesi pagarono a caro prezzo questi importantissimi risultati; infatti 300 di essi vennero fucilati e oltre 3.000 deportati.

La cooperazione aero-terrestre fu il filo conduttore del piano Overlord che fu caratterizzato da tale interdipendenza sicché l’appoggio dei caccia-bombardieri alle forze di terra divenne un fatto abituale tanto che l’arma aerea, nella fase critica dello sbarco, effettuò più di 10.000 sortite al giorno.

Alla Conferenza dei capi alleati a Teheran gli anglo-americani avevano prospettato a Stalin anche un attacco complementare nella Francia meridionale come integrante e necessario, ma la decisione di effettuare lo sbarco principale in Normandia con l’impiego di 5 Divisioni rese impossibile la contemporaneità dell’operazione Dragoon in Provenza a causa dell’insufficienza dei mezzi da sbarco per un attacco simultaneo e venne rimandata al 15 agosto 1944.

Come già detto la direttiva dei Capi di Stato Maggiore Collegati (COSSAC) era quella di mirare al cuore della Germania e di distruggere le sue Armate; effettuato lo sbarco occorreva quindi puntare sulla Ruhr, centro principale dell’industria bellica e al bacino della Saar zona industriale ugualmente importante della Germania occidentale. Chiaro che la distruzione delle ultime capacità di resistenza della Germania non poteva essere raggiunta solamente dedicando le risorse anglo-americane all’organizzazione di un solo attacco lungo una stretta direttrice seguendo la costa settentrionale. Effettuato lo sbarco, era necessario attaccare in profondità onde distruggere le forze germaniche in campo e contro di queste occorreva che gli alleati portassero la loro potenza «tutta mobile e tutta rivolta direttamente al completo annientamento delle Armate nemiche».

Il tipo di difesa tedesca non consentiva una rapida conquista dei porti ed era necessario provvedere per i rifornimenti sulla spiaggia malgrado le prevedibili burrasche. Venne quindi deciso di allestire due tipi di porti artificiali, smontabili e rimorchiabili, sulle coste della Normandia utilizzando una linea di navi affondate (gooseberry = uva spina) oppure di grossi cassoni di cemento (mulberry = mora). L’esperienza della guerra nel Mediterraneo aveva dimostrato che le Divisioni anglo-americane in azione necessitavano di rifornimenti giornalieri pari a 600-700 tonnellate ciascuna. L’organizzazione logistica doveva quindi provvedere a tale necessità oltre a costituire nelle teste di sbarco le riserve di personale, armi, munizioni e materiali che permettessero l’inizio di azioni in profondità con la certezza di poterle alimentare. Altro aspetto importantissimo del piano logistico fu l’organizzazione del servizio sanitario per lo sgombero dei feriti sugli ospedali dislocati in Inghilterra e l’allestimento di quelli da campo a consolidamento avvenuto.

Uomini della Resistenza francese discutono con alcuni paracadutisti alleati nei giorni seguenti agli sbarchi (da https://it.wikipedia.org/wiki/ Sbarco_in_Normandia#/media/ File:FTP-p012904.jpg)

A questo punto sembra necessario prender conoscenza di ciò che stava avvenendo al di là della Manica circa l’organizzazione difensiva e, per rendersi conto della situazione, esaminare brevemente la «dottrina» tedesca in materia di sbarchi nonché l’organizzazione del Comando Supremo nazista.

II Vallo Atlantico (un gigantesco sistema di difese costiere, ndr) che, secondo Hitler, avrebbe dovuto coprire le coste del continente da Kirkenes alla frontiera finnico-norvegese, ai Pirenei, si stendeva per 4.500 km. Esso ebbe inizio il 14 dicembre 1941 con priorità assegnate alla Bretagna e alla Normandia ma, dopo tre anni, risultava prossimo al completamento solo nel settore Le Havre-Anversa e lo stesso comandante in capo del fronte occidentale, feldmaresciallo von Rundstedt, non poneva molta fiducia nella sua validità. Egli inoltre riteneva rischioso tenere la parte preponderante delle sue Divisioni asserragliate nel Vallo e poche di queste Unità come massa di manovra. Lo aveva dimostrato egli stesso nel 1940 aggirando la Maginot e, pertanto, inviò in proposito un adeguato rapporto a Hitler che mandò subito il feldmaresciallo Rommel a rendersi conto della situazione (novembre 1943).

Ad ispezione conclusa, dalla Danimarca alla Spagna, Rommel è convinto che il Vallo Atlantico non è affatto «impenetrabile»; le batterie costiere sono mal piazzate, poco protette e con angolo di tiro limitato, le artiglierie di 28 calibri diversi sono di preda bellica, il personale è anziano, gli ausiliari sono inesperti. La VII Armata che dovrà sopportare tutto il peso dell’attacco anglo-americano è dotata di armi di 92 modelli diversi e utilizza 252 tipi di munizioni. Le truppe sono «multinazionali» comprendendo numerosi ex prigionieri di guerra. Inoltre i concetti di impiego di Rommel sono in netto contrasto con quelli di von Rundstedt, comandante del fronte occidentale: il primo sostiene la necessità di concentrare le forze in zone assai più vicine alla costa e portare avanti le riserve onde lanciarle immediatamente al contrattacco perché se l’avversario riuscisse a realizzare alcune teste di sbarco sarebbe impossibile ributtarlo in mare e in proposito egli tiene conto che l’aviazione alleata ha il dominio dello spazio aereo ed è quindi in grado d’impedire qualsiasi rilevante concentrazione di truppe; il secondo intende disporre di una forte riserva mobile corazzata con cui attaccare l’invasore dopo uno sbarco ritenuto inevitabile. Entrambi reputano indispensabile rendere i porti imprendibili e costituire nelle zone intermedie solide fortificazioni. Per di più la direttiva n. 40 di Hitler non definisce nettamente né responsabilità dei comandanti né le dipendenze delle Unità.

Il rapporto sul Vallo Atlantico convince talmente il Führer che affida a Rommel, la «volpe del deserto» un Gruppo di Armate, sicché dal gennaio 1944 le forze tedesche ebbero questo ordinamento: Gruppo di Armate B al comando di Rommel – VII Armata dalla Loira a Coburgo, XV Armata da Coburgo a Walcheren, e 88° Corpo d’Armata in Olanda; Gruppo di Armate C al comando di Blaskowitz – I Armata dislocata sulle coste del Golfo di Biscaglia, XIX Armata sulle coste del Mediterraneo. Von Rundstedt rimaneva il comandante in capo per l’ovest ma chi comandava di fatto era Rommel non solo per il sostegno di Hitler ma, soprattutto, perché la sua fantasia, la sua attività ed il suo ascendente erano prevalenti.

Assunto il comando egli realizzò subito che il nemico avrebbe attaccato tra Dunkerque e Cherbourg e che l’aviazione anglo-americana sarebbe riuscita a paralizzare in gran parte la manovra della riserva strategica di von Rundstedt.

Era quindi necessario bloccare il nemico sulla spiaggia nel momento di crisi dello sbarco ed inibirgli i rifornimenti. Pertanto, dal febbraio 1944, egli rivoluzionò tutto il sistema di difesa del Vallo dotandolo di una cintura avanzata «in acqua» (ricci seghettati, denti di drago, mine sotto il livello della bassa marea) e tentando di inibire sbarchi aerei nella fascia immediatamente retrostante le spiagge mediante estesi campi minati ed i cosiddetti «asparagi di Rommel» (ragnatela di pali dotati di grappoli di ordigni esplosivi).

Erwin Rommel (da https://it.wikipedia.org/wiki/ Erwin_Rommel#/media/ File:Bundesarchiv_Bild _146-1985-013-07, _Erwin_Rommel.jpg)

A metà del marzo 1944 le Divisioni dislocate in Francia vennero portate a 57 ma l’offensiva sovietica costrinse i tedeschi a trasferire all’est 4 Divisioni e, alla fine di aprile, dopo il disgelo, ne tornò in Occidente solo una, più i resti di 4 Divisioni Panzer decimate dai sovietici che contribuirono così al successo dell’operazione Overlord avendo sensibilmente indebolito il potenziale di combattività delle truppe di von Rundstedt che venne a disporre di un totale di 60 Grandi Unità.

Eisenhower disponeva per lo sbarco di 37 Divisioni rinforzate, di capacità operative superiori a quelle del suo avversario, ma era comunque per lui necessario far sì che l’incremento delle sue truppe sulle spiagge fosse superiore all’afflusso delle riserve avversarie. I tedeschi, dopo quanto realizzato col lavoro frenetico imposto da Rommel, erano ottimisti ed inoltre, ai primi del giugno 1944, il maltempo li aveva convinti che gli anglo-americani avrebbero rimandato ogni tentativo tanto più che il 4 le condizioni meteorologiche erano decisamente peggiorate. Pertanto le truppe avevano allentato la sorveglianza, i comandanti di grado elevato erano impegnati in manovre coi quadri a Rennes, Rommel era addirittura in licenza e nessun volo di ricognizione era stato effettuato nei primi cinque giorni di giugno.

Quando alle 00,50 del 6 giugno, giorno D, i primi paracadutisti alleati presero terra ed il Maquis, avvertito dell’inizio di Overlord mediante la trasmissione di 6 versi di Verlaine, andò ovunque mobilitandosi e ad insorgere nelle zone più prossime a quelle dove gli alleati erano sbarcati, la XV Armata fu messa in allarme ma la VII che copriva il tratto di costa compresa tra la foce della Senna e la penisola del Cotentin, zona scelta per lo sbarco, non venne allertata sembra per la complicità di un alto ufficiale antinazista (Speidel).

Sono note le vicende dei paracadutisti dell’85ª e della 101ª Divisione, quelle inerenti l’errore di posizione circa lo sbarco su Utah che fu favorevole in modo determinante agli alleati e di «Omaha di sangue». I combattimenti volgeranno a favore degli anglo-americani ma con notevole ritardo rispetto ai tempi di previsione; infatti il 25 luglio, sette settimane dopo il giorno D, l’attacco per lo sfondamento realizzato ad Avranches, venne sferrato dalla linea approssimativa preventivata per il giorno D+5 mentre Montgomery ancora davanti alle difese tedesche di Caen, piegò a destra e si spinse sull’altipiano tra la Vire e l’Orne.

La storia del 6 giugno 1944 non è solo la storia di una battaglia o dell’inizio di una battaglia; è la storia del giorno in cui venne messa alla prova la più grande combinazione logistico-strategica sino allora mai immaginata dagli uomini. A meno di mezzo secolo dalla fine della seconda guerra mondiale, mentre sul mondo sembra incombere la minaccia di un nuovo conflitto riecheggiano le parole pronunciate da quelli che oggi sono i veterani: «Non più guerre, non più morti, non più distruzioni».

(da Patria Indipendente n. 10 del giugno 1984)

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4 giugno 1944, Roma è libera!

Foto di gruppo di alcuni gappisti di Roma. Dallalto e da sinistra: Alfredo Reichlin, Tulio Pietrocola, Giulio Cortini, Lara Garroni, Maria Teresa Regard, Franco Calamandrei, Valentino Gerratana, Duilio Grigioni, Marisa Musu. Sotto accovacciati: Arminio Savioli, Francesco Curreli, Franco Albanese, Carla Capponi, Rosario Bentivegna, Carlo Salinari, Ernesto Borghesi, Raul Falcioni. Seduti davanti al gruppo: Fernando Vitagliano e Franco Ferri. Sdraiato: Pasquale Balsamo

Settantacinque anni fa, domenica 4 giugno 1944, Roma si liberava dal nazifascismo. Fu la prima capitale europea a insorgere contro gli occupanti. L’avanguardia della 5^Armata americana giungeva alla periferia sud, mentre i tedeschi si ritiravano verso nord.

Lo scorso anno alla Città eterna è stata conferita la massima onorificenza al valore. Il riconoscimento è avvenuto il 16 luglio 2018, dopo un lunghissimo lavoro istruttorio di un apposito comitato formato da rappresentanti delle varie Armi e delle associazioni partigiane, fra cui l’Anpi.

Questa la motivazione ufficiale che si legge sul sito della Presidenza della Repubblica:

La Città eterna, già centro e anima delle speranze italiane nel breve e straordinario tempo della Seconda repubblica romana, per 271 giorni contrastò l’occupazione di un nemico sanguinario e oppressore con sofferenze durissime. Più volte Roma nella sua millenaria esistenza aveva subito l’oltraggio dell’invasore, ma mai come in quei giorni il suo popolo diede prova di unità, coraggio, determinazione. Nella strenua resistenza di civili e militari a Porta San Paolo, nei tragici rastrellamenti degli ebrei e del Quadraro, nel martirio delle Fosse Ardeatine e di Forte Bravetta, nelle temerarie azioni di guerriglia partigiana, nella stoica sopportazione delle più atroci torture nelle carceri di via Tasso e delle più indiscriminate esecuzioni, nelle gravissime distruzioni subite, i partigiani, i patrioti e la popolazione tutta riscattarono l’Italia dalla dittatura fascista e dalla occupazione nazista. Fiero esempio di eroismo per tutte le città e i borghi occupati, Roma diede inizio alla Resistenza e alla guerra di Liberazione nazionale nella sua missione storica e politica di Capitale d’Italia. 9 settembre 1943 – 4 giugno 1944”.

4 giugno 1944, la Liberazione comincia dalle periferie. Via Casilina

La decorazione completa il palmarès di una Capitale che ha fatto la storia del Paese e ha contribuito alla Resistenza e alla Liberazione con un altissimo tributo di sangue.

È la seconda Medaglia d’Oro al Valor Militare attribuita alla città. La prima (decreto del 7 febbraio 1949) riguardava il “glorioso meriggio del Risorgimento nazionale”.

Il riconoscimento attribuito alla Città eterna assume oggi uno speciale significato, perché “i partigiani, i patrioti e la popolazione tutta riscattarono l’Italia dalla dittatura fascista e dalla occupazione nazista”. Un riscatto quanto mai attuale, contro ogni tentativo esplicito o sotterraneo di tornare a ideologie, metodi, linguaggi, leggi che richiamino a quel tempo perduto, di dolore, di sofferenze, di povertà, di discriminazione.

Roma era ed è antifascista. L’Italia era ed è antifascista.

Per celebrare ed onorare l’anniversario, l’Anpi provinciale di Roma ha organizzato dieci giorni di eventi, da oggi al 15 giugno. Si parte questa mattina nell’Aula Giulio Cesare in Campidoglio, dove, alla presenza del Sindaco di Roma e dell’Anpi, le scuole di Roma incontreranno l’Amministrazione per concludere il percorso realizzato con l’Associazione e dare il via alle celebrazioni del 75°.

Roma 4 giugno 1944. Fiori a un soldato americano

Nei giorni seguenti si terranno commemorazioni, presentazioni di libri, eventi culturali in diversi luoghi della città.

Ecco il programma completo delle iniziative (compresa la presenza al “Roma Pride”). Ad alcuni degli eventi promossi parteciperà la Presidente nazionale Anpi, Carla Nespolo:

4 giugno:

  • ore 12.00 Campidoglio – Aula Giulio Cesare: “75° anniversario della Liberazione – Roma Medaglia d’Oro per la Resistenza”. Intervengono: Virginia Raggi (Sindaco di Roma), Fabrizio De Sanctis (Presidente Anpi Roma), Davide Conti (storico, responsabile ricerca Medaglia d’Oro), Claudio Betti (Presidente Confederazione fra Associazioni Combattentistiche e Partigiane), Carla Nespolo (Presidente nazionale Anpi). Parteciperanno le scuole: ITC Di Vittorio-ITI Lattanzio, IIS Giorgi-Woolf, Ist. Mag. Margherita Di Savoia, Liceo E.Q. Visconti, Liceo B. Touschek.
  • ore 17.00 Casa della Memoria e della Storia: “I martiri de La Storta e la figura di Bruno Buozzi”. Intervengono: Ugo Mancini (storico), Fabrizio De Sanctis (Presidente Anpi Roma), Duccio Pedercini (sez. Anpi Martiri de La Storta), Michele Azzola (segr. gen. Cgil Roma e Lazio), Angelo Coco (Vicepresidente Fondazione Buozzi), Carla Nespolo (Presidente nazionale Anpi).
Liberazione di Roma.

5 giugno:

  • ore 17.00 Parco Nemorense (Virgiliano): “Senza un attimo di esitazione” – Incontro in ricordo di Ugo Forno, giovane martire della Resistenza. Intervengono: Felice Cipriani (scrittore, biografo di Ughetto), Luciana Romoli (staffetta partigiana), Carlo Caponi (sez. Anpi Musu-Regard), Francesca Del Bello (Presidente II Municipio), Stefano Valentini (Vicepresidente Anpi Roma), Fabrizio Forno (nipote di Ughetto). Porteranno il loro contributo artistico: Nicola Alesini, Luca Orali, Stefano Miceli, Marco Giandomenico, Alberto Marchetti, Paolo Alimonti, Stefano Reali, Eva e Cloe Duo.

6 giugno:

  • ore 17.30 Casa della Memoria e della Storia: presentazione del libro “L’estate che imparammo a sparare. Storia partigiana della Costituzione” di G. Filippetta. Intervengono: Giuseppe Filippetta (Autore), Davide Conti (storico – Com. prov. Anpi Roma), Paolo Ridola (Preside facoltà di Giurisprudenza Università La Sapienza).

7 giugno:

  • ore 17.30 Forte Bravetta: Omaggio ai Martiri di Forte Bravetta. Intervengono: Gabriella Pandinu (Resp. Scuola Anpi Roma), Leonardo Marchetti (Presidente Aicvas sez. Roma), Augusto Pompeo (storico), letture e ricordi a cura di studenti e studentesse delle scuole di Roma.
  • ore 21.00 Piazza Trilussa – Trastevere: “Ricordiamo l’eroismo dei Gruppi di Azione Patriottica nella Resistenza romana”. Flash Mob con Banda Cecafumo.
Donne e uomini di Roma festeggiano la Liberazione

8 giugno:

  • ore 15.00 Piazza della Repubblica: “La Resistenza continua per l’affermazione dei diritti di tutte e tutti e per l’applicazione della Costituzione”. Spezzone partigiano dell’Anpi al Roma Pride 2019

9 giugno:

  • ore 9.30 Via delle Convertite – Rione Colonna: Omaggio alla targa che ricorda i Fratelli Carlo e Nello Rosselli nell’82° anniversario dell’assassinio.

10 giugno:

  • ore 9.30 Lungotevere Arnaldo da Brescia – Monumento a Matteotti: Omaggio a Giacomo Matteotti nel 95° anniversario dell’assassinio. Contro vecchi e nuovi fascismi per difendere la libertà e la democrazia nate dalla Resistenza.

11 giugno:

  • ore 17.30 Casa della Memoria e della Storia: presentazione del libro “Avversi al regime. Una famiglia comunista negli anni del fascismo.” di P. Corsini e G. Porta. Intervengono: Fabrizio De Sanctis (Presidente Anpi Roma), Paolo Ciofi (Presidente Ass. Futura Umanità), Giovanni Russo Spena (giurista), Paolo Corsini (autore), Carla Nespolo (Presidente nazionale Anpi).

12 giugno:

  • ore 18.00 Sally Brown Rude Pub – via degli Etruschi 3, San Lorenzo – “Razza Partigiana” reading con Claudia Albani e Massimo Siraco. Interverrà Davide Conti – storico, resp. della ricerca sulla Medaglia d’Oro. A seguire cena di sottoscrizione per l’Anpi e canti popolari interpretati dal “Brancoro”.

13 giugno:

  • ore 17.00 coworking Millepiani – via Nicolò Odero 13 Garbatella: “Capitale Partigiana: Roma Medaglia d’Oro”. Intervengono: Amedeo Ciaccheri (Presidente VIII Municipio),  Davide Conti (storico, responsabile della ricerca sulla Medaglia d’ Oro), Modesto Di Veglia (Partigiano di Bandiera Rossa). A seguire, proiezione del video “Memoria presente” di Ansano Giannarelli a cura dell’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico.

14 giugno:

  • ore 10.00 Ist. Superiore di Sanità – aula Marotta – via di Castro Laurenziano 10: “Il razzismo italiano – le leggi del 1938: conseguenze culturali nella scienza e nella società.”. Intervengono: Stefano Ossicini (Prof. ordinario di Fisica Sperimentale Università di Modena e Reggio Emilia e Ist. di Nanoscienze del Cnr), Davide Conti (storico e consulente presso l’Archivio del Senato), Stefano Lamorgese (giornalista Rai e docente di Comunicazione e Tecnologie Digitali della Comunicazione).
  • ore 17.30 Casa della Memoria e della Storia: presentazione del libro “La cartolina di Gramsci” di N. Ghetti. Intervengono: Ada Donno (Ass. Donne Regione Mediterranea), Gabriella Pandinu (Resp. Scuola Anpi Roma), Alexander Hobel (storico), Noemi Ghetti (autrice), Milena Fiore (Aamod), Marina Pierlorenzi (vicepresidente Anpi Roma).

15 giugno:

  • ore 11.00 Piazzale Caduti della Montagnola: Omaggio ai caduti della battaglia di Montagnola. Saranno presenti: Fabrizio  e Sanctis (Presidente Anpi Roma), Amedeo Ciaccheri (Presidente VIII Municipio), le partigiane e i partigiani.
  • ore 12.30 Parco Caravaggio (zona Montagnola) – Festa “Roma non si ferma”: Pranzo popolare con i partigiani organizzato dall’Anpi di Roma. Per prenotazioni: scrivere entro il 10 giugno a anpi.roma@gmail.com
  • dalle ore 17.00 alle ore 00.00 Piazza dell’Immacolata – San Lorenzo: ROMA PARTIGIANA: Festa di chiusura della Liberazione di Roma. Artisti e musicisti si alterneranno sul palco dell’ANPI. Porterà il suo contributo il vignettista Vauro Senesi. Intervento conclusivo della Presidente Nazionale dell’Anpi Carla Nespolo. Si alterneranno sul palco il sassofonista Nicola Alesini, il blues di Iguana & Friends, il Quadracoro, le canzoni popolari e il Canzoniere del Lazio interpretato dal cantautore Piero Brega accompagnato da Oretta Orengo, le danze e le percussioni di Arte Resistente, il reading di Chiara Becchimanzi. La festa si chiuderà con il concerto dei Funkallisto.

Per far fronte alle spese delle iniziative promosse, le sezioni Anpi capitoline possono offrire un contributo libero e volontario da inviare alle coordinate bancarie: IT34O0200805319000004949725 oppure su  C/C posta 13252002 con causale “Contributo 75mo Liberazione di Roma”.

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A Ivrea mobilitazione vigilante contro i neofascisti

«Saremo in piazza sabato prossimo per richiamare i valori dell’antifascismo e continuare a vigilare per tutelare il patrimonio democratico della nostra città». Traspare nelle parole del presidente dell’Anpi eporediese, Mario Bielletti, la soddisfazione per il provvedimento di diffida firmato dal questore di Torino che ha negato a un gruppo neofascista con simpatie neonazi di dimostrare pubblicamente con un presidio sabato 1 giugno, vigilia della Festa della Repubblica, in piazza Balla. Un luogo intitolato ad Aldo Balla, Martire della Resistenza.

L’iniziativa ora vietata preludeva all’inaugurazione della nuova sede di Rebel-firm. «È la stessa associazione che due anni fa – prosegue Beiletti – aveva vandalizzato un ricordo dell’impresa del ponte dei partigiani giellini Alimiro e D’Artagnan che, facendo saltare il ponte ferroviario di Ivrea, salvarono la città dai bombardamenti”. Un atto vandalico realizzato inneggiando alla X mas, la famigerata flottiglia della Rsi che a Ivrea aveva orrendamente torturato e poi impiccato il partigiano Ferruccio Nazionale».

Ivrea, il ponte sabotato. Archivio foto CEC (http://cec.bajodora.it/incontri_venerdi/ incontri_venerdi_24ed/images/07.jpg)

L’Anpi, cittadini , sindacati e partiti avevano chiesto di vietare la manifestazione neofascista con una lettera inviata a questura, prefettura e al sindaco. Dopo una riunione in prefettura lunedì, oggi è arrivata la decisione: la manifestazione non si farà. Motivazione: “mancanza del requisito di pacificità”.

«Vogliamo credere – dice il presidente dell’Anpi Ivrea – che tale saggia decisione sia stata ispirata, oltre a motivi di ordine pubblico, anche dalla convinta applicazione delle norme transitorie della Costituzione e dalle successive leggi Scelba e Mancino – che vietano la ricostituzione del partito fascista e perseguono i responsabili di manifestazioni che costituiscono reato per tali leggi».

Inoltre lo scorso anno una mozione del 13 febbraio 2018 impegnava sindaco e giunta “a non concedere spazi o suolo pubblico a manifestazioni che non garantiscano di rispettare i valori sanciti dalla Costituzione, professando e/o praticando comportamenti fascisti, razzisti, omofobi, transfobici e sessisti”. «Un’iniziativa che rispecchia un sentire corale di una città da sempre antifascista, come dimostrano le numerose vie e piazze dedicate a Martiri della libertà», aggiunge Beiletti.

Ivrea, Piazza Ferruccio Nazionale

Intanto l’Ivrea antifascista e democratica festeggia. «Senza illudersi che nuovi e vecchi fascisti non provino a violare l’ordine. Abbiamo sempre sostenuto di non dare loro visibilità, ma riteniamo che sia giunto il momento di dire “Basta!”, dando un segnale forte come sta avvenendo in tutta Italia”. Sarà dunque “manifestazione vigilante”. «Non avrà il carattere né di presidio né di protesta e avrà ovviamente carattere tranquillo, fermo e responsabile, come è nostra abitudine, avendo cura di non ostacolare in alcun modo la normale vita urbana», sottolinea il presidente Beiletti.

Ed ecco il programma e l’invito a una grande partecipazione: dalle ore 14 alle 14,30 ritrovo nella piazza Freguglia (dove c’è la giostrina) poi, attraverso il marciapiedi del Lungo Dora, si raggiungerà la Stele della Resistenza ai margini dei Giardini Giusiana per confluire in Piazza Ferruccio Nazionale (la piazza del Municipio) per un saluto finale e sciogliersi non oltre le ore 16-17.

La sfilata della Liberazione a Ivrea (https://lasentinella.gelocal.it/ivrea/ cronaca/2011/04/22/news/ sui-sentieri-dei-partigiani-1.215714)

«Attendiamo cittadini, associazioni e partiti, rappresentanti delle sezioni Anpi della Zone Canavesane, Biellesi e Valdostane con l’adesione dell’Anpi Regionale Piemonte e del Provinciale di Torino».

Sarà dunque un sabato di impegno festoso, promette Beiletti. «Vogliamo viverlo e ricordarlo come il giorno in cui Ivrea si è ritrovata e confermata antifascista. E affinché ciascuno dei partecipanti possa dire “sono orgoglioso di esserci stato”».

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