L’8 settembre e la volontà di riscatto

In occasione dell’8 settembre 2018 ripubblichiamo, con l’aggiunta del video della dichiarazione di armistizio di Pietro Badoglio nel fatidico 8 settembre 1943, un articolo del Presidente Emerito dell’Anpi Carlo Smuraglia, pubblicato lo scorso anno. Ci sembra infatti particolarmente attuale, specie laddove afferma: “anche quando tutto sembra crollare, non bisogna mai arrendersi, ed anzi si deve lavorare per il riscatto e la rinascita”.

Noi siamo tra quelli che la considerano una data importante, da ricordare, certo, anche per i suoi aspetti dolorosi, ma anche e soprattutto per aver consacrato la fine di una fase storica altamente deprecabile, rappresentando, al tempo stesso, l’inizio del riscatto.

È ben vero che le singolari modalità di comunicazione dell’armistizio, la secchezza del comunicato di Badoglio, la fuga verso il sud non solo del Re e della famiglia, ma anche dei vertici militari, determinarono il clamoroso naufragio delle istituzioni e di un’intera classe politica, rivelatasi assolutamente incapace di assumere decisioni responsabili.

Inevitabilmente tutto questo determinò uno “sbando” complessivo, in un vuoto colmato soltanto dalla velocità con cui i tedeschi presero in mano la situazione, occupando buona parte del suolo nazionale Per cui, venuti meno tutti i punti di riferimento istituzionali, ci fu disorientamento, sbandamento, desiderio di farla finita con tutto e ternare a casa.

Un quadro assolutamente spiegabile psicologicamente e di cui sono evidenti le responsabilità. Ma non è giusto parlare di “un’Italia ridotta al silenzio ed alla volontà di tornare a casa”, perché ci fu anche un’altra Italia, che non tacque e non fuggì; un’Italia “diversa”, che esisteva da tempo (quella degli antifascisti militanti, reclusi nelle carceri o al confino, o esiliati più o meno volontariamente) e in parte aveva subito in silenzio, ma non sopportava la barbarie dell’invasore tedesco e l’arroganza dei fascisti che cercavano la rivincita dopo il 25 luglio.

Questa Italia non aspettò ordini o proclami, maturò subito l’esigenza di avviare il riscatto e di reagire al crollo delle istituzioni ed alla violenza dei tedeschi.

Ci furono molte rivolte popolari contro i tedeschi, ci fu l’insurrezione di Piombino, sulla base di un’alleanza tra civili e militari; ci furono episodi importanti, a Porta san Paolo (Roma), a Gorizia, a Trieste, Cuneo, Savona, Viterbo e financo nel sud, in Sicilia e in Sardegna.

Ci fu lo straordinario comportamento dei militari italiani sorpresi dall’armistizio all’estero, e molti non vollero arrendersi ai tedeschi e pagarono la loro scelta con la vita, a Cefalonia, Kos, Leros; e ci furono comportamenti, prossimi all’eroismo, della Marina Militare. E poi ci furono gli “sbandati”, i giovani che non vollero andare con la Repubblica di Salò, affrontando un destino ignoto e avviando la prima fase della Resistenza.

E ancora, ci fu tutta la “resistenza non armata”, che si espresse da subito con una grande fiammata di solidarietà, aiutando gli ex prigionieri, i fuggiaschi, i militari che cercavano di tornare a casa, e in seguito – in molti casi – i partigiani.

Questa fu l’altra Italia, quella del non silenzio, dell’avvio verso il riscatto.

Calamandrei, nel suo linguaggio che sarebbe ingiusto definire retorico, parlò di una sorta di “adunata spontanea”, di una specie di “passaparola” cui aderirono fedi ed ideali diversi, accorsi alla chiamata di una voce “diffusa come l’aria che si respira”.

Le due Italie, quella dello sbando e quella del riscatto, si intersecarono in quei giorni; ma di questo intreccio è giusto cogliere soprattutto la parte attiva, quella che rifiutò il ritorno a casa ed avviò concretamente quella pagina meravigliosa che è stata la Resistenza. Questa è la parte che alla fine ha vinto, dopo molti mesi di impegno e di sacrificio, liberando – assieme agli Alleati – il nostro Paese dai tedeschi e dai fascisti di Salò.

Penso dunque che sia giusto rifiutare l’alternativa proposta da alcuni, lo sbando o l’avvio del riscatto. Registriamo correttamente il crollo delle istituzioni e di una classe politica, ma ricordiamo anche che ci fu una reazione, in alcuni casi, immediata, in altri progressiva; e fu questa – alla fine – a prevalere, contribuendo a restituire all’Italia la libertà ed a costruire sulle rovine del passato un Paese democratico ed una Costituzione ampiamente innovativa e destinata a durare nel tempo.

Questo è, dunque, il nostro ricordo dell’8 settembre; da tramandare ai giovani, perché ne traggano insegnamento: anche quando tutto sembra crollare, non bisogna mai arrendersi, ed anzi si deve lavorare per il riscatto e la rinascita. Questa è la condizione essenziale perché la democrazia, conquistata con l’impegno, il sacrificio e le lotte di tanti (donne, uomini, giovani e anziani), possa riuscire sempre a superare ogni tipo di difficoltà, ed imporsi come il fondamento della nostra vita, perfino nei momenti più difficili.

Carlo Smuraglia, Presidente nazionale dell’Anpi, da ANPInews n. 255, 5-12 settembre 2017

L’articolo L’8 settembre e la volontà di riscatto proviene da Patria Indipendente.

E’ venuto a mancare il Compagno Giampaolo Lucarini

Nella serata di ieri è venuto a mancare Gianpaolo Lucarini, componente della Presidenza onoraria dell’ANPI di Ancona.
Nell’esprimere alla famiglia le più sentite condoglianze vogliamo ricordarlo per il suo impegno appassionato nell’ANPI al fine di mantenere viva la memoria e i valori dell’Antifascismo e della Resistenza.
Nato 1929 da giovanissimo, seguendo le orme del fratello maggiore Luciano, gappista, fu staffetta partigiana.
Nell’ANPI per molti anni ha ricoperto la carica di Segretario provinciale di Ancona.
La camera ardente, fino alle ore 15,00 di domani, é allestita nella casa funeraria dell’Impresa Funebre Tabossi di Ancona, in via della Montagnola, 13.
La cerimonia funebre si svolgerà domani, alle ore 16,00, presso la Sala del Commiato del Cimitero delle Tavernelle.



Partizan, Parisan, Partisaanka. Il carattere internazionale della Banda Mario. di Matteo Petracci

Ponte di Chigiano (San Severino Marche),

1 luglio 2018

L’intervento che oggi presento è frutto di una ricerca che sto conducendo da tempo sui partigiani somali, eritrei ed etiopici che hanno combattuto con la Banda Mario, nell’area del Monte San Vicino.

La Banda Mario era una banda multietnica. Al suo interno si parlavano almeno otto lingue diverse, forse dieci o forse di più, e si professavano almeno tre religioni (cristiana, ebraica e musulmana). Tra loro c’era anche chi non professava nulla.

Vi sono state consegnate due foto, che ritraggono alcuni uomini della banda. Queste foto, grazie ad un’intuizione dell’Anpi di San Severino Marche, sono state riprodotte molte anni fa e distribuite in centinaia di copie. Il primo ad averle mostrate, almeno a me, è stato Bruno Taborro.

Mario Depangher, il loro comandante, era evidentemente una persona speciale, in grado di trasformare donne e uomini così diversi in un’agguerrita formazione militare. Depangher creò, consolidò e mantenne un’eccezionale alchimia, in grado, ancora oggi, di trasmettere un messaggio a mio parere molto significativo.

Vediamo la foto n. 1:

In piedi, partendo da sinistra, si possono riconoscere:  Nicola Budrinie e Mirco Gubic(jugoslavi), Ivan Dovcopoli e Stefan Ponomarenco, (russo), Mosé Di Segni (ebreo), Frane Tralaja, (jugoslavo), Don Lino Ciarlantini, Cesare Manini, Ivan Rienicenco, (russo), e Cesare Cecconi Gonnella. In basso, invece, sempre da sinistra:  Raico Giuric, (jugoslavo), Bruno Taborro, Vassili Simonenco e Ivan Vasilienco, (russi), “Carletto” Abbamagal, (etiopico), Sergio Cernievev, (russo), Luigi Verdolinie, infine, Mate Gispic, (jugoslavo).

Una foto non è solo un immagine fissata nel tempo, è un racconto di noi stessi, di un evento o di un momento particolare che abbiamo vissuto.

Anche oggi, abituati meccanicamente ai selfie, prima di scattare una foto spesso ci specchiamo velocemente, oppure, prima ancora di pubblicare una nostra immagine su un social network, guardiamo l’anteprima, per vedere se siamo in ordine, se c’è qualche particolare che c’è sfuggito, perché stiamo parlando di noi e vogliamo raccontarci al meglio.

Settantaquattro anni fa ciò valeva ancor di più, perché farsi una foto era un evento raro, che suggellava un passaggio importante (la nascita di un figlio, un matrimonio, oppure l’esperienza da militare).

Anche questi uomini, con questa immagine, hanno voluto raccontare loro stessi, e nella sequenza che adesso vedremo, ci sono i contenuti del loro racconto.

Adesso prendiamo la foto n. 2.

Questa è in realtà la prima foto della sequenza. Bruno Taborro mi ha raccontato che, dopo aver scattato, il fotografo e i presenti hanno visto Carletto l’etiopico e lo hanno invitato a mettersi in posa con loro.

Nei pochi secondi trascorsi tra una foto e l’altra, nella decisione di ripetere lo scatto, c’è il loro messaggio, la loro determinazione e la loro consapevolezza rispetto al senso che acquisiva la loro lotta.

La seconda guerra mondiale imperversava sui continenti e negli oceani. L’obiettivo del nazismo, del fascismo e dell’imperialismo giapponese era quello di costruire un ordine mondiale basato sul razzismo, la prevaricazione, la violenza e lo sfruttamento.

L’Europa doveva essere ridisegnata. Gli ebrei dovevano essere eliminati. I popoli slavi dovevano essere ridotti in schiavitù, l’Unione sovietica trasformata in colonia per i tedeschi, così come l’Africa, che avrebbe dovuto essere assoggettata al dominio schiavistico nazista e fascista.

Nella loro volontà di ripetere lo scatto, allora, richiamando un africano per farlo immortalare insieme agli altri, facendolo sistemare tra due russi ed un ebreo, essi hanno voluto parlare della posizione che avevano assunto rispetto agli eventi che stavano vivendo.

Hanno voluto raccontare loro stessi, per dire che, anche se tutto sembrava crollare, loro non avevano perso di vista la necessità di essere giusti, e avevano deciso di combattere, armi alla mano, contro chi metteva l’uomo contro l’uomo.

Questa foto è perciò qualcosa di più di una semplice istantanea. Ė un testamento iconografico, un messaggio di solidarietà internazionale e di fratellanza tra i popoli.

Nella Banda Mario avevano trovato posto donne e uomini di tutti i paesi. Il requisito era la buona volontà, non la nazionalità.

C’erano italiani (soldati sbandati, preti e giovani, per lo più contadini).

C’erano jugoslavi (provenienti da Colfiorito e da altre località di internamento, fatti prigionieri durante la sanguinosa occupazione messa in atto dall’esercito italiano nel loro paese). Partizan è l’equivalente di partigiano, tradotto nella loro lingua.

C’erano russi (fatti prigionieri dai tedeschi nella loro terra e portati in Italia a lavorare forzatamente per scavare trincee e costruire difese).

C’erano ebrei (scampati ai rastrellamenti in Italia o fuggiti dalle località di internamento per salvarsi dalla deportazione in Germania).

C’erano inglesi (scappati dai campi di Sforzacosta e Monte Urano, che poi, aiutati dai contadini, avevano raggiunto il san Vicino).

C’erano inoltre degli africani: somali, eritrei ed etiopici portati in Italia nel 1940 per essere messi in mostra, come gli animali dello zoo, poi trasferiti a Treia per ragioni di sicurezza e, dopo l’8 settembre del 1943, scappati dal luogo dove erano rinchiusi e indirizzati dalla popolazione contadina verso la Banda Mario. Partisaanka è l’equivalente di partigiano, tradotto in somalo.

Tutti scappavano dalle persecuzioni e dalla morte, e tutti avevano il Monte San Vicino come punto di riferimento. Tutti sapevano che qui avrebbero trovato tregua e ospitalità.

La Banda Mario li avrebbe accolti.

Il Monte san Vicino sarebbe stato il loro porto, aperto e sicuro.

Nelle testimonianze e nelle memorie di chi qui ha combattuto, si può leggere che, nei periodi più duri dell’inverno, tra la fine del 1943 e il 1944, la Banda Mario si era ridotta molto di numero, pur senza mai sciogliersi, nonostante fossero disorientati, inseguiti, braccati.

Dell’estate successiva, invece, il 1° luglio del 1944, giorno della liberazione di San Severino Marche, Bruno Taborro ha raccontato la gioia vissuta, i balli e i canti. In piazza, a festeggiare, erano tantissimi: russi, francesi, inglesi, somali, eritrei, etiopici,  jugoslavi e, naturalmente, italiani. Tutti insieme, senza distinzione.

Io sono sicuro che tornerà l’estate, e saranno ancora una volta le donne e gli uomini di buona volontà a preparare il ritorno della bella stagione.

Allora saremo chiamati a ricordarci di chi, durante l’inverno, ha sbarrato il proprio uscio, mettendo ancora una volta l’uomo contro l’uomo.