La virtù nascosta/Resistenze individuali

C’è un luogo comune tanto falso quanto duro a morire, quello degli italiani brava gente. Quello per cui alla fin fine il fascista era solo una sorta di ingenuo Pinocchio traviato dal malvagio Lucignolo nazista.

Una vulgata creata per non fare i conti con il nostro passato, scaricando colpe tutte nostre, ed escludendo simmetricamente qualsiasi istanza resistenziale nell’area austrotedesca.

Vi furono, invece, esempi di rettitudine, di coerenza, di coraggio. Figure che si opposero al führer e si votarono alla morte, tanto più nobili quanto meno sorrette dalla speranza. Figure che sono state invece dimenticate, vere fiaccole sotto il moggio.

Ne parla la mostra fotografica “La virtù nascosta-Die verborgene Tugend”, esposta alla galleria “De Cillia” di Treppo Ligosullo (Udine), nel quadro delle commemorazioni della stragi del luglio 1944 in Val But.

Presentata, su concessione dell’Associazione biblioteca austriaca di Udine, dal curatore Francesco Pistolato (con cui hanno collaborato i professori Karl Stulpfharrer dell’università di Vienna e Ursula Schwarz del Dokumentationsarchiv des österreichischen Widerstandes), e già ospitata in varie città italiane oltre che a Berlino, l’esposizione rimarrà visitabile sino a domenica 23 agosto 2020 (orario dal lunedì al venerdì dalle 11 alle ore 12; martedì e giovedì anche dalle 17 alle 18, per info telefonare al n. 0433 487 740 o inviare un’e-mail all’indirizzo: elena.puntil@carnia.utifvg.it).

Inizialmente “La virtù nascosta” inquadra la situazione dell’Austria, e la fascinazione esercitata dal nazismo. Dopo la dissoluzione dell’impero, enorme e multietnico, il “Paese che non voleva esistere, e cui fu comandato: tu ci deve essere” (come scrisse Stefan Zweig) vide nell’unione alla Germania, l’unica possibilità di ritrovare un senso e un’identità. Così, malgrado l’assassinio di Dollfuss e la palese violazione di sovranità dell’Anschluss, l’incorporazione della Republik Österreicher nel Reich fu vissuto da molti come una sorta di “redenzione”.

Alcuni però capirono immediatamente, ad altri fu la guerra ad aprire gli occhi. E nacque una resistenza al nazismo che fu per lo più scelta individuale, senza il conforto di organizzazioni strutturate alle spalle, senza il forte impulso dato dall’ostilità a un’occupazione straniera (come fu dappertutto), ma piuttosto con il cortocircuito di un tradimento antipatriottico.

La mostra è organizzata in sei sezioni: l’Anschluss, la Resistenza dei civili, la Resistenza degli sloveni della Carinzia (i soli capaci di dare vita a formazioni, collegate all’Osvobodilna Fronta), la Resistenza dei militari austriaci, l’esilio degli austriaci, la memoria della Resistenza.

Si raccontano luminose figure individuali, come quella di Franz Jägerstätter, che rifiutò, per ragione di fede, di prestare servizio militare, e per questo fu ghigliottinato. O di suor Maria Restituta delle Francescane dell’Amore di Cristo, che scrisse e distribuì volantini antinazisti (“Ci hanno liberati e prima che ce ne accorgessimo ci avevano spogliati di tutto. 
Ci hanno tolto persino il nostro nome glorioso e adesso vogliono anche il nostro sangue”), pure lei decapitata. Si racconta del tenente Robert Schollas, che esortò alla collaborazione con la Resistenza italiana (“Prendete le vostre armi e venite alla divisione Osoppo Friuli, unitevi alla lotta per la giustizia e la vittoria della democrazia”, scrisse in un appello, cui seguirono la cattura e la fucilazione), dei cospiratori austriaci coinvolti nel fallito attentato contro Hitler del luglio 1944, dei pochi che tentarono di favorire la presa di Vienna da parte dell’Armata Rossa, delle formazioni slovene che si batterono con i partigiani di Tito. E si ricordano i fuggiaschi che riuscirono a salvarsi (un’incredibile emorragia culturale: solo per fare qualche nome, Elias Canetti, Sigmund Freud, Kurt Gödel, Oskar Kokoschka, Robert Musil, Josef Roth, Arnold Schönberg, Franz Werfel, Billy Wilder), parecchi dei quali si arruolarono poi nelle forze armate angloamericane (2000, tra uomini e donne, su 14 mila rifugiati in Gran Bretagna).

«Gli episodi di Resistenza, in Austria, non influirono sull’esito del conflitto. Ma furono esemplari testimonianze di altissimi valori morali. Esempi di una rettitudine di coscienza che va al di là del coraggio», dice Francesco Pistolato. «Purtroppo ancora abbastanza sconosciuti anche nella loro stessa terra. Dove, a differenza della Germania, che ha fatto i conti con il proprio passato, si è preferita a lungo la versione, infondata ma presa per buona anche dagli Alleati, dell’Austria “prima vittima di Hitler”».

Dino Spanghero, presidente Anpi Udine e coordinatore regionale Anpi Friuli Venezia Giulia

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Partigiani da scoprire

In occasione del convegno “La partecipazione del Mezzogiorno alla Liberazione d’Italia” promosso dall’Anpi a Napoli nel gennaio 2015, si è definitivamente colmato quel vuoto lasciato per anni sulla storia dei partigiani meridionali nella Resistenza.

E finalmente la storiografia negli ultimi anni si è arricchita di nuove pubblicazioni: dai saggi ai romanzi, ai semplici racconti, dove troviamo tante pagine con al centro figure di uomini e donne dimenticati per moltissimo tempo.

Anche negli ultimi mesi ci sono stati contributi di autori di grande valore su cui torneremo presto. Oggi vogliamo parlare del piccolo ma prezioso volume “La Resistenza dimenticata, vite di partigiani taurianovesi” scritto da Giuliano Boeti, presidente della sezione Anpi di Taurianova (città metropolitana di Reggio Calabria) per le edizioni ilfilorosso nella collana Memorie, nel quale si ricostruiscono le vicende umane, di impegno antifascista e resistenziale del partigianato taurianovese.

Corredato da una buona bibliografia e da cenni storici, il libro riesce a restituire al lettore – soprattutto ai più giovani – quasi una sensazione di novità. Ci si chiede infatti come un piccolo paese abbia potuto avere tanti giovani schierati nella Resistenza, alcuni ricordati in tante pubblicazioni del nord, ma poco conosciuti invece nelle zone d’origine.

È il caso per esempio di Salvatore Carrozza, il partigiano “Bibi”, al quale è intestata la locale sezione, che ha combattuto nella 12a Brigata Garibaldi in provincia di Parma, gli stessi luoghi del giovanissimo Giordano Cavestro del quale conosciamo i pensieri attraverso le Lettere di condannati a morte della Resistenza Italiana. Oppure i nomi di Maria Ruggero, uccisa dai militari tedeschi nelle vicinanze di Taurianova; di Cipriano Scarfò, convinto antifascista fucilato nello stesso comune. I loro nomi si ritrovano oggi – dopo anni di dimenticanze – nell’Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia.

Si farebbe torto a ridurre in poche righe tutti gli altri nomi e le loro storie, per questo ci fermiamo qui rimandando il resto alla lettura del libro. La ricerca di Giuliano Boeti, corredata anche da belle foto d’epoca, non può che sollecitare tutti noi a continuare in questo lavoro di recupero della memoria e della storia sul partigianato meridionale.

Mario Vallone, componente Comitato nazionale Anpi e coordinatore Anpi Calabria

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Trap, croce o delizia?

Le suggestioni della musica trap Trap in inglese significa “trappola”, ma è anche il genere musicale erede di rap e hip hop che prende il nome dalle “trap house”, caseggiati abbandonati e piazze di spaccio di Atlanta. Un genere che, negli ultimi anni, ha riscosso grande successo, diventando vero e proprio fenomeno giovanile, attirando su di sé attenzioni e un elevato numero di critiche.

Il concetto di “soundscape”, paesaggio sonoro, fu teorizzato a inizi anni Settanta da Raymond Murray Schafer, compositore e ambientalista canadese che, con questo studio, definì il rapporto tra l’individuo e l’insieme dei suoni che popolano l’ambiente in cui gravita. Volendo allargare il significato di questo concetto, si potrebbe quasi considerare la musica “del momento” come sommatoria delle dinamiche sociali e culturali che abitano il tempo. E così, supponendo che la musica sia una sorta di “semilavorato sociologico”, capace di restituire fotografie accurate di ciò che accade nell’hic et nunc, diventa anche lo strumento di decodifica dei linguaggi giovanili.

Teddy boys: ciuffo e cravatte , la moda giovanile made in London degli anni 60
Teddy boys: ciuffo e cravatte, la moda giovanile made in London degli anni 60 (https://i.guim.co.uk/img/media/649f68adf82826598aa21 e0dccb4051188dfc244/146_57_1471_882/master/1471.jpg?width=1920&quality=85&auto=format&fit =max&s=cd99b4183be35ca4a99f859b41e39c5b)

Musica e sottoculture giovanili sono due elementi storicamente imparentati: dai primissimi vagiti del rock’n’roll, essi hanno naturalmente piantato la bandierina su un terreno nuovo, facendolo immediatamente proprio. Accadeva con i teddy boy e i e i mods negli anni Sessanta, continua ad accadere fisiologicamente anche oggi. La musica nuova riesce sempre a veicolare ciò che una (impropriamente detta) generazione ha da dire.

I venti-venticinque anni necessari al formale riconoscimento di una generazione, infatti, sono eoni, se rapportati alle turbolente e quotidiane trasformazioni adolescenziali. Di cosa parliamo quando parliamo di generazione, quindi, si potrebbe domandare, parafrasando uno scrittore – Raymond Carver – che su linguaggi fondativi e generazioni (impropriamente dette) avrebbe qualcosa da dire. È possibile accomunare ventenni e trentacinquenni? Le statistiche e le ricerche di mercato spesso lo fanno, ma è come forzare un elefante a entrare in un’utilitaria. E a starci anche comodo, vista la presunzione di attendibilità dei suddetti sondaggi, che ambiscono a essere rappresentazione fedele dello stato dell’arte.

Una generazione, probabilmente, non ha un limite temporale fisso: si contrae e si dilata in base agli accadimenti del periodo e, quindi, gli ultimi vent’anni non hanno fatto altro che accelerare tutte le dinamiche.

 dischi e dvd del futuro
Foto Imagoeconomica

Mercati e globalizzazione, comunicazioni sempre più rapide e capaci di coprire distanze sempre maggiori, fino ad annullarle (sui riverberi morali e umorali di questo aspetto, si potrebbe aprire una parentesi molto corposa): il terzo millennio ha aperto nuovi scenari, imponendo sempre maggiore velocità. Tuttavia, anche se con “pesi specifici” diversi o cicli temporali più contratti, la post-modernità non ha rinunciato ad affidare alla musica la sua missione comunicativa, per assurgere a ruolo di megafono di disagio e incertezze giovanili e, insieme, leva del marketing. L’avvicendarsi di rock, grunge, pop da classifica e rap suggerisce che le nuove generazioni sono sempre state oggetto e soggetto attante nel mondo della musica. In questa fenomenologia, la fascia tardoadolescenziale o dei poco-più-che-ventenni continua a essere interlocutore ideale di un mercato discografico che sta ridisegnando (anche dolorosamente) i propri confini.

trapE la trap, croce e delizia della scena musica degli ultimi anni, ha spinto al massimo sull’acceleratore, diventando fenomeno visibile a tutti e davanti al quale molti hanno storto il naso. I detrattori ne parlano come di un non-genere, vacuo, senza tecnica, deleterio, privo di una parte strumentale pensata e sensata, ridicolizzato per la sovrabbondanza dell’utilizzo della tecnica dell’autotune e per i testi, spesso nonsense. Aggiungiamo a questo fardello anche la povertà di contenuti che – stando ai critici più severi – riflette quello degli interpreti e degli ascoltatori e che sfocia in aberranti luoghi comuni. Dall’altra parte, i sostenitori: i quali hanno individuato il facile parallelismo con il punk, genere musicale di protesta, che dimostrava che la tecnica non fosse tutto e il messaggio dovesse colpire come un pugno nello stomaco una società di benpensanti.

La verità, si sa, sta nel mezzo. Inutile glorificare tout court un genere che certamente è meritevole di attenzione (se non fosse per la sua componente artistica, almeno per le rifrazioni sociologiche) ma che è nuovo e, in quanto tale, fa gola a molti. Al punto da vedere accumularsi produzioni e autoproduzioni di dubbia qualità, o vedere la trap serpeggiare tra i brani del pop studiato a tavolino per strizzare l’occhio al pubblico più giovane. E quindi, addentrandosi con passo malfermo in quella che rischia di essere una selva oscura, si arriva ad alcuni dei capisaldi che questo genere, già tentacolare, è riuscito a imporre.

tha supreme
Tha Supreme (da https://images2.corriereobjects.it/methode_image/ 2019/11/26/Spettacoli/Foto%20Spettacoli%20-%20Trattate/ IN_Tha_Supreme_1-1200×800-593×443.jpg?v=20191129203554)

Ci sono dei nomi di riferimento, noti sia agli affezionati, che agli ascoltatori distratti: Tha Supreme e Sfera Ebbasta – il primo, giovanissimo talento che si nasconde dietro l’avatar di un diavolo-emoji, l’altro, che della sua immagine vistosa e festosa ha fatto un tratto distintivo. A loro si aggiungono Ghali, Dark Polo Gang, Massimo Pericolo, Tedua, Capo Plaza e un numero molto elevato di donne: Priestiess, Madame, Chadia Rodriguez, Beba… e l’elenco potrebbe continuare.

Ciascuno con la propria particolarità: chi tiene un piede nel rap e l’altro nella trap, chi invece si lascia investire completamente da questa nuova corrente, chi racconta il disagio giovanile, la rabbia, l’amore e chi biascica litanie senza senso – valutazione, quest’ultima, non di valore, ma data dal connubio tra un modo di cantare trascinato e una concentrazione di neologismi (di cui “bibbi” e “bufu” sono i più noti) talmente alta da rendere l’ascolto di un brano criptico, quasi alchemico. Questo, aspetto, probabilmente, è la più prossima conseguenza dell’aver espiantato un genere, originario dei Paesi anglofoni, in un contesto che, per retaggio musicale e per musicalità linguistica, è estremamente distante da Gran Bretagna e Usa. La necessità, propria dei linguaggi giovanili, di fondare un glossario esclusivo, poi, ha fatto il resto, mescolandosi con l’adesione a un beat nuovo e importato.

I testi trap, in sostanza, ereditano la necessità già sdoganata da rap e hip hop di traslare in musica il parlato “di strada”.

La trapper Madame
La trapper Madame

Le rime, le espressioni colloquiali e i campionamenti di suoni quotidiani legati alla comunicazione online, come le notifiche Whatsapp, sono gli elementi che emergono immediatamente. Inoltre, numerosissimi sono i prestiti dall’inglese, sia quelli necessari, che colmano o perfezionano una parziale lacuna della nostra lingua, che quelli totalmente superflui, dettati da esigenze di rima e tempo («Portati tutti gli ori, i money e le bigiotterie» – Madame o «Ti prego non mi uccidere il mood, dai» – Ghali). Trovano ampio spazio anche i calchi, costruiti adeguando alle regole della grammatica italiana parole straniere: ad esempio, coniugando verbi come swish («Swisho un blun7 in Swishland» – Tha Supreme). Per arrivare a uno svuotamento di senso quasi futurista, come quello di Young Signorino che, nella sua hit Mmh ha ha ha (31 milioni di visualizzazioni solo su Youtube), declama un improbabile alfabeto, alternato a onomatopee e termini gergali, e che quasi potrebbe far pensare a La fontana malata di Aldo Palazzeschi. Parallelismo, questo, non richiesto e, cosa più importante, probabilmente nemmeno ricercato dagli autori, in molti casi lontanissimi da velleità citazioniste, ma che sottolinea come la musica continui a essere fortemente legata a un simultaneo ascoltare e sentire, sia di suoni che di rimandi e sensazioni da parte del fruitore. In questo panorama linguistico già frammentato, si aggiungono le combinazioni alfanumeriche e il munifico uso di maiuscole.

liberato
Da https://media.internazionale.it/ images/2017/09/23/139593-md.jpg)

Mutuando un’abitudine già propria del rap e dell’hip hop degli ultimi dieci anni, infatti, la tendenza è di pubblicare le canzoni con i titoli tutti in maiuscolo o in minuscolo. Vezzo puramente estetico, trucco per attirare l’attenzione o prassi che aderisce agli stilemi della scrittura online? Non è dato sapere, ma rappresenta un elemento (nemmeno troppo marginale) di rottura con le consuetudini. Interessante, poi, è notare come la trap abbia simultaneamente avvicinato anglismi e regionalismi, per arrivare addirittura ad attingere a piene mani dal dialetto. È il caso di Liberato, un unicum nel panorama musicale e performativo per diverse ragioni. A partire dal suo anonimato, per arrivare al legame fortissimo con la città di Napoli. Il (t)rapper canta in napoletano, infarcendo i suoi testi di geolocalizzazioni partenopee («Scennim’ a Mergellin’/Nun ne parlamm’ cchiu’» – Tu t’è scurdat’ ‘e me) e mescolando nei suoi testi regionalismi obsoleti come sciantosa ed espressioni idiomatiche straniere («Cu’ na’ funa n’gann, my heart will go on» – Nunn’a voglio ‘ncuntra’).

Se la trap sia un fenomeno dannoso o una nuova avanguardia musicale, ancora non è dato sapere: si tratta di materiale troppo recente e, dunque, “infiammabile”. L’inadeguatezza di critici e ascoltatori, quando la trap è diventata un fenomeno di massa, non è dissimile da quella palesata all’avvento del prog, genere che oggi gode di dignità artistica e compositiva ineguagliabili ma, mentre si dipanava in Italia e nel mondo, veniva liquidato come una sottocategoria del pop e “maneggiato” in quanto tale. Ciò che si può dire sulla funzione trasversalmente sociale della trap è che, nella sua accezione più mainstream, è stata il cavallo di Troia per dare ai genitori l’idea di entrare a gamba tesa nelle camerette dei figli, espugnare l’inespugnabile cortina adolescenziale e illudersi di aver annullato il generation gap.

Foto Imagoeconomica

Questo fenomeno musicale, poi, si accompagna alle nuove modalità di fruizione, che ne moltiplicano esponenzialmente la portata e ampliano il bacino di utenza. Le ricerche di mercato dimostrano come i servizi di streaming siano determinanti nell’ascesa della trap, a differenza dei dati di vendita dei prodotti discografici “offline”. Le classifiche sono consacrate dai download (legali e, quindi, tracciabili) dei brani sulle piattaforme, dai singoli ascolti a cui fa eco la risonanza sui social. E la fascia dei più giovani è quella che separa di misura le altre fasce d’età per consumo di prodotti in streaming: stando all’Indagine statistica su musica e video nelle abitudini dei cittadini (Istat, aprile 2018), oltre il 70% nella fascia 14-24 anni lega il consumo quotidiano di musica alle piattaforme streaming, mentre la percentuale cala vertiginosamente del 20% circa accedendo allo scaglione di età successivo.

Quindi, è nato prima l’uovo o la gallina? È stata la trap ad aver sdoganato certi atteggiamenti di consumo o, piuttosto, si è fatta carico di un cambiamento già in nuce? Come sempre, dare una risposta definitiva è cosa ardua e forse richiederebbe una quantità di energie superiore rispetto alla validità della sentenza finale. La trap si è, probabilmente, insinuata in un panorama in evoluzione e, a sua volta, ha tracciato anche delle linee guida che hanno inciso sulla fruizione di questo genere. In qualsiasi caso, è un passaggio naturale (anche se, a volte, non proprio indolore) che la musica diventi linguaggio e forgi anche una propria lingua e proprie categorie di consumo, entrambe specchio del tempo che rappresenta. E, d’altro canto, l’atteggiamento più sano che potrebbe avere l’ascoltatore adulto, potrebbe essere di curiosa osservazione di questo fiume carsico rappresentato dalla musica e dall’adolescenza. Pretendere di sapere o spiegare è più ingenuo che arrogante, visto che ogni generazione (impropriamente detta) ha i suoi momenti e linguaggi; sarebbe, piuttosto, sano e rispettoso responsabilizzare le nuove generazioni e non inciampare nel cliché in stile «questa non è musica, è rumore». E se, poi, non saranno rose e non fioriranno… pazienza! Perché l’orecchio si allena ascoltando musica di qualità, certo, ma anche le voci dei più giovani.

 

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Brasile tra pandemia, corruzione e fascismi

Al centro della foto, Jair Bolsonaro abbracciato all’ambasciatore americano

Provo a selezionare qualche informazione sulla situazione attuale del Brasile sia sul versante sanitario sia su quello politico-istituzionale. Nella ridefinizione degli scenari internazionali in corso che contrappone in primo luogo Usa e Cina, l’America Latina e in essa il Brasile sono, infatti, elementi di un certo peso. Auspicando una presa di posizione dell’Europa per cercare di impedire la la cancellazione delle democrazie regionali, invece di guardare dall’altra parte, come fa con il Brasile dal 2016 e con la Bolivia dal novembre 2019. Sarebbe augurabile per il Vecchio continente, e ancor più per l’Italia, nel cui parlamento, tra l’altro, siedono quelle che a me sembrano anomale presenze, cioè gli eletti nei collegi esteri. Ed è bene tenere presente pure il fatto che le forze fascistizzanti del Brasile hanno collegamenti non piccoli con l’Europa e con l’Italia.

Per quanto riguarda la pandemia in Brasile, i casi confermati sono al momento circa 1.800.000 e una mortalità leggermente al di sotto del 4%, cioè oltre 70.000 perdite di vite umane. Numeri indicativi che coprono sottostime e differenze regionali marcate, ma che hanno la loro importanza oggettiva perché proprio in base a quei dati vengono poi assunte le misure amministrative. Al momento si tende ad una parziale ripresa delle attività lavorative, molto sollecitata dal governo federale e dagli imprenditori: una riapertura un po’ confusa (cioè spesso con indicazioni contraddittorie e di non facile comprensione) della vita cittadina che (qui come altrove) facilmente scivola verso gli assembramenti; al mantenimento del lavoro a distanza, ove possibile.

Tra le voci critiche di questa scelta è il neurobiologo Miguel Nicolelis, coordinatore del Comitato nordestino contro il coronavirus; Nicolelis prevede scenari negativi. Inoltre le scuole restano chiuse ed è una vera catastrofe.

Il Brasile oggi è uno dei luoghi in cui viene sperimentata la terza fase dei vaccini più avanzati, cioè si realizzano i test clinici su gruppi di uomini volontari. È infatti il Paese con una popolazione numerosa, un alto numero di contagi e strutture medico-sanitarie adeguate (in Europa i casi sono in calo e negli Usa non è consentita la sperimentazione di farmaci messi a punto da aziende straniere).

Brasile, favela
In una favela (da https://www.ilmessaggero.it/ mondo/coronavirus_brasile_ favelas_san_paolo_rio_epidemia _criminalita_allarme-5137235.html)

Sul piano politico istituzionale il quadro è molto movimentato: il capo dello Stato, Jair Bolsonaro, è risultato positivo al virus ma continua a svolgere il suo incarico e sulle sue condizioni di salute non vengono diffusi bollettini medici. Il governo registra l’uscita (difficile sapere se per dimissioni, espulsioni o fughe) di diversi ministri: il 24 aprile scorso ha cominciato il ministro della Giustizia, l’ex giudice Sérgio Moro, per conflitti con Bolsonaro sul controllo della polizia federale. Questa rottura ha provocato un altro contenzioso all’interno dell’esecutivo: una controversia talmente accesa da far autorizzare, un mese dopo, al Supremo tribunale federale la divulgazione del video del Consiglio dei ministri del 22 aprile.

Dal filmato è emerso uno sconcertante scenario di litigiosità e affermazioni anticostituzionali di diversi ministri (e non solo) spingendo alcuni tribunali federali ad agire. Di conseguenza, ad esempio, il 18 giugno il ministro dell’Educazione Abraham Weintraub ha presentato le dimissioni e, due giorni dopo, è fuggito negli Stati Uniti grazie ad un uso piuttosto spigliato del passaporto diplomatico. Il dicastero della Salute è ora guidato da un incaricato interno dopo l’abbandono di ben due ministri impossibilitati ad eseguire le indicazioni delle massime autorità sanitarie. Invece sul ministro dell’Ambiente Riccardo Salles pende la richiesta avanzata da 12 procuratori, un gruppo di grandi imprenditori e settori consistenti del parlamento, di immediata rimozione per le innumerevoli irregolarità compiute, che hanno arrecato e ancora arrecano devastazione in Amazzonia e non solo. Va precisato che la responsabilità per lo scempio dell’Amazzonia ricade anche sul vicepresidente generale Hamilton Mourão, presidente  di un Consiglio locale composto prevalentemente da militari. Esponenti dell’esercito che, peraltro, nel governo Bolsonaro sono quasi 3.000, distribuiti a vari livelli nei tre poteri dello Stato.

il generale Hamilton Mourão
Il vicepresidente generale Hamilton Mourão (da https://it.wikipedia.org/wiki/Hamilton_Mour%C3%A3o#/media/File:General_Hamilton_Mour%C3%A3o.jpg)

Intanto il Tribunale regionale federale competente per la prima regione ha imposto l’allontanamento dei garimpeiros (cercatori d’oro) illegali dalla Terra indigena Yanomani, dove la loro illecita presenza diffonde contagio mortale.

Al contempo alcuni processi avanzano, fra cui quello sul cosidetto “gabinetto dell’odio” coordinato dai familiari di Bolsonaro e attivo da anni in un’intensa diffusione di fake news. L’8 luglio, finalmente, Facebook ha chiuso decine di  account che fanno capo a questa pratica criminale. Pochi giorni fa, alcune figure centrali del sottomondo miliziano-criminale di Rio de Janeiro che costituivano la forza lavoro  del gruppo Bolsonaro sono state arrestate: chissà, forse hanno molto da raccontare. E stanno emergendo anche collegamenti concreti con l’assassinio  dell’attivista per i diritti umani Marielle Franco.

Ancora. Il 2 luglio scorso i siti online di Agencia Publica e del giornale Intercept Brasil hanno pubblicato un corposo dossier sulla stretta collaborazione, per almeno un lustro, fra Fbi e Operazione Lava Jato (letteralmente “autolavaggio”, è il nome di un’indagine della polizia federale brasiliana su un sistema di tangenti): una relazione che si inquadra probabilmente nel reato di alto tradimento. Inoltre la Procura generale della Repubblica ha deciso di studiare tutti i documenti della Lava Jato, dopo avere lasciato per anni che a Curitiba, capitale brasiliana dello stato del Paraná, nelle stanze del potere giudiziario si formasse una sorta di repubblica autonoma.

Interessante è la relativa rapidità con cui, in questo mondo interconnesso e virtuale, le informazioni riservate, nascoste, sigillate vengono a galla. Una volta non era così (e lo sa bene chi in Italia, da 40 anni, aspetta, per esempio, di vedere i documenti sulla strage di Ustica.

Sempre più, dunque, si conferma l’aura nebbiosa e limacciosa che sembra avvolgere alte sfere del potere in Brasile.

Certo in questo momento ci sarebbe un bisogno incalzante di scendere in piazza, ma non si può per il rischio di contagio da Covid19. Per questo particolarmente importanti e significativi sono stati il 1° luglio lo sciopero e la grande manifestazione degli entregadores de aplicativos, i riders, i fattorini sulle cui spalle, fuor di metafora, è ricaduta e ricade buona parte della logistica urbana. Il prossimo sciopero è stato proclamato per il 25 luglio.

Concludo questa corrispondenza con un promemoria: la partecipazione del Brasile alla lotta di Liberazione d’Italia: il 2 luglio 1944 salpava dal porto di Rio de Janeiro il primo contingente di soldati che sbarcava a Napoli il 16 luglio. A 75 anni dalla fine della guerra è bene ricordare anche questo contributo alla lotta contro il nazifascismo.

Teresa Isenburg, docente universitaria, dal Brasile

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A Roma il sessantesimo del 6 luglio 1960

Roma a Porta San Paolo, il 6 luglio 2020 la commemorazione del 6 luglio ’60

Ieri si è svolta a Roma la celebrazione del 60° del 6 luglio ’60, assieme ad altre che si sono tenute in tutto il Paese, per commemorare gli episodi di quel movimento che da Genova a Palermo sconvolse gli equilibri della giovane democrazia italiana opponendosi al Governo Tambroni e alle provocazioni del Msi di Almirante.

La manifestazione ha visto la partecipazione di rappresentanti locali dell’Anpi (con il presidente del Comitato provinciale Fabrizio De Sanctis e il vicepresidente Valerio Bruni), della Fiap, dell’Anppia, dell’Aicvas e della Cgil che nel pomeriggio si sono dati appuntamento al Memoriale della Resistenza di Porta San Paolo “per rinnovare – scrivono i promotori dell’iniziativa – nel nome dei combattenti della libertà e dei Caduti di quelle giornate del luglio 1960, il nostro impegno civili, sociale e politico di cittadine e cittadini liberi”. Ricordiamo i fatti.

Il 6 luglio 1960 si tenne a Roma un corteo delle forze democratiche e antifasciste che – provocatoriamente vietato dal prefetto solo poche ore prima dell’inizio della manifestazione – scelse di dirigersi a Porta San Paolo per deporre una corona d’alloro bordata del nastro tricolore, in memoria dei caduti della Resistenza.

Il corteo, che avanzava protetto da un cordone di parlamentari d’opposizione, venne fermato dalle violente cariche  dei carabinieri a cavallo comandati da Raimondo d’Inzeo, ufficiale divenuto poi noto perché vincerà la medaglia d’oro alle olimpiadi di Roma.

Le cariche scateneranno una determinatissima reazione dagli abitanti dei quartieri popolari limitrofi – Testaccio, Ostiense, Garbatella, San Saba – che si difesero per tutta la giornata come meglio potevano.

Due parlamentari, il comunista Ingrao e il socialista Borghese, vennero feriti durante gli scontri violentissimi e portati alla Camera ancora sanguinanti, scatenando fortissime proteste.

Durante la commemorazione Donatella Onofri – ha letto una testimonianza  della partigiana Tina Costa, scomparsa lo scorso anno, tra i protagonisti di quel giorno, conservata nell’archivio storico della Cgil.

La cerimonia si è conclusa con la deposizione di una corona d’alloro al Memoriale della Resistenza. Un omaggio che sessant’anni fa non riuscì mai ad arrivare.

Samuele Marcucci

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Quasi un pellegrinaggio

visita della memoria a passo mezzano
Un momento della visita commemorativa della strage del Passo Mezzano. Dopo il lockdown, le Anpi genovesi hanno voluto rendere omaggio ai Caduti

Domenica scorsa, 5 luglio, l’Anpi del territorio genovese ha voluto ricordare l’eccidio di Passo Mezzano sull’Appennino ligure-piemontese. Quest’anno, infatti, per il lockdown dettato dall’emergenza Covid 19, in primavera non si era potuto commemorare, come sempre abbiamo fatto in passato, quanto accadde su quelle montagne. Così, non appena la situazione sanitaria lo ha permesso, con un tam tam sul web e il passaparola, ci siamo ritrovati, seppure in forma ridotta (neanche tanto) lassù.

Molti sono saliti a piedi dal comune di Campomorone per rendere omaggio ai fucilati, il sindaco Giancarlo Campora, in testa. Dopo decenni abbiamo voluto offrire un tributo anche al primo monumento realizzato nel 1946, proprio in cima al monte (arrivarvi è molto difficile e faticoso) e pure al monumento più recente sorto nel punto dove don Gallo ha spesso detto messa.

L’eccidio di Passo Mezzano fu parte di un’operazione più ampia, morirono in 147 e 400 furono i deportati a Mauthausen, da cui in tantissimi non fecero ritorno. Una carneficina legata alla strage della Benedicta. Erano i giorni della Pasqua 1944.

E questa è la storia che insieme abbiamo rivissuto.

Croce e lapide a Passo Mezzano
Croce e lapide a Passo Mezzano (da https://casaresistenza.opengenova.org/wp-content/uploads/2016/12/SALA1-PassoMezzano.jpg)

Avevano cominciato da zero, forti solo dei loro ideali e della loro esperienza, vivendo in un mondo contadino, da sempre povero, abbandonato e spopolato dalle guerre fasciste e dalla miseria.

I contadini sapevano che, ospitare i ribelli, aiutarli o assisterli, in qualsiasi modo, poteva significare la deportazione, la perdita della casa e dei pochi averi, se non della vita stessa.

Cosi è stato in tante località della VI zona operativa, come a Barbagelata o a Cravasco, con l’incendio di case e cascine. Erano casolari di pietra grigia, illuminati da lampade ad olio, il calore del ceppo in un camino e le cucine affumicate con travi annerite e consunte. Case con piccoli prati, spesso coltivati a terrazze, con muri a secco. Si seminava ogni genere di cultura, solo che ne venivano quantità modeste, che non copriva il fabbisogno delle famiglie.

Panorama di Campomorone oggi
Panorama di Campomorone oggi

Le poche “fasce” con tanta fatica erano da secoli a grano. A mezza estate, con lo scarso raccolto i capifamiglia scendevano ai mulini del fondovalle e si riportavano a casa uno o due sacchi di farina; il resto lo vendevano, e si compravano le scarpe per loro, le mogli e i figli. Perché d’estate si poteva anche andare per le strade a piedi nudi ma non al pascolo, a causa delle vipere. Nelle altre stagioni le scarpe erano il pensiero costante dell’economia familiare: i vestiti duravano tanti anni, le scarpe no.

Erano comunità con miseria e fatiche da sempre, però con una grande dignità e proprio per questo non potevano che schierarsi, con la loro gente, respirando in pieno il vento di speranza per una nuova Italia che portava la lotta per la libertà. Un vento che nasceva anche tra queste montagne.

Quello che colpiva i ribelli di oltre 70 anni fa, me lo hanno raccontato in diversi, era il silenzio e la luminosità delle albe e quel colore incandescente dei tramonti. Io penso sempre al monte Tobbio.

Con la primavera ’44, le bande avevano ripreso i contatti con le città e tra formazioni diverse, erano più organizzate. Nella zona c’erano la Brigata Autonoma “Alessandria” con oltre 200 uomini; la 3ª Brigata d’assalto “Garibaldi” , divisa in sette distaccamenti, poco più di 700 ribelli in tutto.

Rastrellamento della Benedicta, 6 aprile 1944
Rastrellamento della Benedicta, 6 aprile 1944

Ai nazifascisti preoccupava quella forza partigiana che minacciava le vie di comunicazione. Decisero così di spazzarla via, pur sapendo che molti ribelli erano male armati e privi di istruzione militare. Un grande rastrellamento per eliminare ogni resistenza nella zona e per terrorizzare le popolazioni, quei partigiani erano un esempio pericoloso per altri.

L’attacco scattò con migliaia di uomini dotati di armi automatiche, lanciafiamme, autoblindo, una batteria da campagna e un aereo da ricognizione che segnalava dall’alto i movimenti partigiani.

Il giovedì Santo, 6 aprile, già dal mattino cominciava l’azione militare e nella notte si dava la caccia ai partigiani tra i monti.

I nazifascisti (preponderanti erano i tedeschi, ma le brigate nere e i bersaglieri parteciparono in forze) circondarono la Benedicta e le altre cascine dove erano dislocati i distaccamenti, colpendo duramente quei giovani, impossibilitati a difendersi adeguatamente.

Il rastrellamento proseguì per tutto il giorno e nella notte successiva.

Molti ribelli riuscirono a sganciarsi ma, per la violenza dell’urto e la velocità dell’azione, per centinaia di loro non ci fu via di scampo.

passo mezzano lapide ai cadutiEcco chi erano quelle persone tanto giovani i cui nomi sono incisi sul monumento: Ettore Binci 20 anni di Rivarolo, operaio dell’Ansaldo di Campi, già nei Gap con diverse azioni di sabotaggio in Val Polcevera; Giovanni Campora 19 anni di Campomorone, operaio Ansaldo; Primo Cavallieri, 19 anni, di Campomorone; Serafino Dellepiane, 19 anni, di Pontedecimo, Croce al Merito di Guerra; Giovanni Dellepiane, 21 anni, fratello di Giovanni, Croce al Merito di Guerra; Amerigo Frediani, 19 anni, di Campomorone, Croce al Merito di Guerra; Giuseppe Gastaldo, 21 anni, di Tagliolo; Rizzardo Giuliani, 40 anni, di Sampierdarena; Elio Grondona, 19 anni, di Pontedecimo, Croce al Merito di Guerra; Liliano Giordano, 20 anni, di Rivarolo; Nicola Leone, 38 anni, di Foggia, comandante distaccamento, già capitano di complemento; Carlo Ponschin, 38 anni, operaio meccanico a Chiavari, svolgeva funzioni di collegamento fra la montagna e la città; Andrea Prasio, 35 anni, operaio Ansaldo; Giacomo Rivera, 19 anni, di Campomorone, era in montagna da appena 12 giorni; Battista Trucco, 19 anni, di Campomorone. Insieme a loro morirono altri 4, rimasti ignoti, due erano carabinieri.

Erano tutti del V distaccamento della III Brigata Garibaldi Liguria, composto da 80 uomini perché avevano aggregato anche altri ribelli nel tentativo di sganciarsi e mettersi in salvo in quella Pasqua di sangue del ’44. Li comandava il tenente Emilio Casalini “Cini”.

Era la notte fra il 6 e il 7 aprile l’operazione pareva riuscire e la loro salvezza sembrava essere ormai vicina. Verso le 22, c’è una calma apparente, quando vicino a una chiesetta e a quel passo montano, vedono le sagome delle autoblindo tedesche.

Il comandante partigiano Emilio Casalini “Cini”
Il comandante partigiano Emilio Casalini “Cini”

Cercano di sgusciare via, strisciando carponi, ma si dirada la nebbia e di colpo il chiaro della luna rende quasi giorno il buio della notte. Cadono nell’imboscata nazifascista, si scatena l’inferno e reagiscono con la forza della disperazione, infliggendo anche perdite al nemico, però sono male armati e scarsi di munizioni. Non hanno mitragliere pesanti, né mortai. I tedeschi li falciano con un volume di fuoco enorme. Qualcuno cade subito colpito a morte, altri sono feriti gravemente, strazieranno in quella notte di luna con le loro sofferenze.

I carnefici, privi di scrupoli e di rimorsi, portavano sul cinturone o sulla manica la scritta: “Gott mit uns” (Dio è con noi): quel motto ne giustificava ogni violenza e crudeltà. Torneranno dove hanno ucciso il mattino dopo alle 7, finendo la loro opera, prima massacrando chi ancora respira e poi lasciando lì quei poveri corpi, come fossero carogne di animali.

Ma non bastò tanto orrore: i cadaveri verranno trovati imbottiti di piombo o squarciati dalle bombe a mano lanciate non da tedeschi e i fascisti che erano con loro; qualcun altro aveva gli arti inferiori bruciati dai lanciafiamme. Evidentemente ne ha avevano fatto bersagli da tiro a segno.

La tragedia del V distaccamento non finisce lì.

L'omaggio, durante la visita delle Anpi genovesi, su uno dei luoghi della strage di Passo Mezzano
Una tappa della visita delle Anpi genovesi in omaggio ai Caduti della strage di Passo Mezzano

Una parte dei partigiani sono arrestati e successivamente uccisi: Giulio Cannoni, condotto a Marassi, dove sarà sottoposto a terribili violenze e sarà fucilato al passo del Turchino con altri 42 ribelli il 19 maggio 1944.

II comandante Casalini è portato a Masone, Campomorone, Crocefieschi e Voltaggio. I tedeschi vogliono pubblicizzare la sua cattura e lui li accontenta: dovunque passano, Casalini si alza in piedi, rigido sulla macchina che lo trasporta, salutando tutti col pugno chiuso.

Dopo un processo farsa, è condannato a morte ed è ancor più provato perché lo hanno sbeffeggiato, quando si è offerto di prendere il posto dei suoi ragazzi. Sarà ucciso il giorno 8 aprile con altri 7 a Voltaggio. A monsignor Zuccarino che lo vede per ultimo dice che è orgoglioso di morire per l’Italia libera.

La sua era una famiglia davvero partigiana: il padre Giovanni “Silvio” era nella Sap Guglielmetti;

il fratello Lino “Ettore” era vice comandante della Brigata Sap Rissotto, verrà ferito gravemente in combattimento all’inizio dell’insurrezione a Pontedecimo il 23 aprile ’45.

E l’altro fratello, Cesare “Aida”, è stato commissario di Brigata nel 3° e nel 5° distaccamento.

A Cesare Casalini e agli altri è dedicata la canzone “I ribelli della montagna”. L’ho conosciuto bene, Cesare; era un amico di mio padre e io un bambino, e sono stati io ad accompagnarlo, a Staglieno, nel suo ultimo viaggio. Cesare dopo la guerra è stato un dirigente sindacale Cgil, prima nella categoria dei tranvieri e poi nella Confederazione. Era un dirigente dell’Anpi Genova.

Dicevo che gli eccidi erano parte di un’operazione più ampia. Ci fu in contemporanea una terribile azione di rappresaglia nei confronti delle popolazioni della zona che fu investita da quella ventata di terrore e violenza. Furono prelevati ostaggi, devastate e incendiate le cascine del territorio interessato al rastrellamento, razziato il bestiame.

L’azione della Benedicta, però, ebbe l’effetto contrario di quello voluto.

I mesi successivi alla strage segneranno infatti la graduale riscossa del fronte partigiano, i giovani che chiederanno di entrare nelle bande invece di diminuire aumenteranno; molte volte saranno gli stessi sopravvissuti alle stragi gli artefici della ripresa e le nuove formazioni porteranno il nome di un Caduto.

Uomini e donne di estrazioni diverse ma davvero straordinari. Uomini e donne che con il loro comportamento hanno riempito di speranza quei giorni bui, pieni di violenza e al contempo colmi di gesti di solidarietà.

Il merito della Resistenza e di quegli uomini, è aver aperto finalmente le porte alla politica nel senso moderno, nel senso della democrazia, con la lotta popolare di ogni giorno, con la partecipazione volontaria della gente di ogni ceto e credo politico e di ogni sesso.

passo mezzano mappa geolocalizzazioneSu questo abbiamo riflettuto sui monti domenica scorsa. Oggi, uno dei nostri compiti fondamentali è ricordare a tutti, perché l’impressione forte è che, anche per gli appuntamenti sociali o politici vicini e importanti, si stia dimenticando la più alta lezione trasmessa dai partigiani: saper fare unità.

I partigiani la seppero costruire ogni giorno, con tutti coloro che combattevano il fascismo e il nazismo, al di là della loro tradizione politica e della loro condizione sociale, o insieme a quanti neppure avevano una precisa idea politica; che fossero comunisti, cattolici, liberali, socialisti, monarchici e quant’altro.

E oggi dobbiamo ripartire da quell’insegnamento da quell’esempio.

E sta proprio in quell’unità la carta vincente di quella lotta che fu veramente lotta di popolo non di una parte del popolo.

Questa pratica di dialogo, di unità sostanziale, di obiettivi comuni da condividere e perseguire, è stata sperimentata, oltre che nella lotta partigiana, nel lavoro Costituente.

Uomini e donne, espressione della Resistenza, hanno sognato il futuro del nostro Paese, e quei sogni li hanno trasformati in articoli. Erano donne e uomini, che anche dopo la guerra formarono nel cuore e nella mente le coscienze di tante generazioni. È stata questa la carta vincente che ci ha fatto attraversare e superare i momenti difficili e gravi che ha vissuto più volte la nostra democrazia

Oggi di fronte a un nuovo scenario, vediamo, in Europa e in Italia, un cielo denso di nubi nere e autoritarie. Si diffondono i virus della violenza con episodi intimidatori e violenti che fanno perno sulla discriminazione e sull’odio verso chi è bollato come diverso. Ben sapendo che la crisi economica ha indebolito i principi d’uguaglianza, libertà e democrazia, previsti dalla nostra Costituzione.

Tutto si lega: una profonda crisi economica mondiale, una crisi ricorrente di democrazia, il ritorno di varie forme di autoritarismo, lo sviluppo – in molti Paesi – di un liberismo sfrenato, ovunque la tendenza al predominio dell’economia sulle ragioni del diritto e dei diritti.

Per questo su quei monti, domenica scorsa, abbiamo ribadito che è urgente uscire dalla crisi, ma il “come” è fondamentale.

Perché ripresa significa sviluppo dell’economia; impiego programmato ed equo delle risorse; riduzione delle disuguaglianze; lotta alla povertà; allargamento dell’occupazione; non fittizia o ipotetica, ma verso una direzione reale e concreta; vuol dire lavoro sicuro e dignitoso. Altrimenti c’é la prevalenza dell’economia sul diritto e crescono le disuguaglianze sociali.

I sette operai morti nel rogo della Thyssen
I sette operai morti a causa del rogo alla Thyssen. Da sinistra in alto in senso orario Rocco Marzo, Angelo Laurino,Antonio Schiavone, Rosario Rodino’, Bruno Santino e Roberto Scola. A destra (foto grande) Giuseppe Demasi (da https://www.ansa.it/web/notizie/photostory/primopiano/2011/04/15/visualizza_new.html_901518575.html)

Ed è per questo che a Passo Mezzano abbiamo voluto ricordare don Gallo, in uno dei luoghi dove ha detto messa tante volte. Don Gallo è stato un grande uomo, stupenda sintesi del sacerdote portatore della parola di Dio, e insieme difensore dei valori della Resistenza contenuti e affermati nella Costituzione della Repubblica Italiana. Iscritto all’Anpi, non ha mai rinunciato a legare il messaggio del Vangelo con gli articoli espressi nella Carta fondamentale della Repubblica. Lo ricordo bene, proprio a Passo Mezzano, sottolineare che le ingiustizie non sono finite il 25 aprile 1945, ma sono proseguite: dall’America latina alla scuola Diaz o alla caserma di Bolzaneto col G8; dall’Africa a Scampia; dalla Thyssen, dove sette operai sono bruciati vivi, ai barconi affondati nel canale di Sicilia. E credo che oggi aggiungerebbe la Turchia, la Siria e il Kurdistan, e tanti altri luoghi, come la Palestina, l’Egitto per la morte di Giulio Regeni, o in Libia dove un massacro di migliaia di uomini e donne e bambini sembra sconosciuto all’umanità, che pare far finta di non vedere e ipocritamente gira la testa di lato; oppure nel Mar Mediterraneo, divenuto la tomba di uomini, donne, bambini in cerca di una vita migliore.

Gallo, partigiano della Costituzione, ci spronava a viverla come uno straordinario programma per costruire un domani migliore. Ci diceva spesso di averla vista nascere e, quasi urlando, diceva: “Non me la fate vedere morire!”. Così a Passo Mezzano abbiamo voluto rilanciare un impegno: se stati capaci di difendere la Carta e continueremo a farlo, oggi più che mai, lotteremo anche per farla applicare. Anche così renderemo omaggio ai nostri Caduti a Passo Mezzano.

Massimo Bisca, Comitato nazionale Anpi, presidente Comitato provinciale Genova

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Ennio Morricone, la Musica

Se di ispirazione si vuole parlare, allora si diventi consapevoli che si tratta solo di un momento, e passato quello c’è il lavoro. Si scrive qualcosa, poi magari si cancella, si butta via, per poi ricominciare da capo. Ennio Morricone.

 

“Io, Ennio Morricone, sono morto”. Inizia così, come l’incipit di un surreale romanzo contemporaneo, un documento che non appartiene a nessun genere di finzione.

È l’inizio del necrologio che il grande maestro ha scritto di suo pugno poco prima di andarsene, lunedì 6 luglio, ricoverato in una clinica di Roma per le conseguenze di una caduta.

Continua, questo scritto, con i ringraziamenti alle persone care: gli amici, i figli, i nipoti, per arrivare a Maria, la compagna di una vita, alla quale dichiara l’amore straordinario e il dolore per il distacco più doloroso.

Infine una richiesta: un funerale in forma privata. Per non disturbare.

Siamo di nuovo nel campo della realtà. Ma la persona che ha lasciato questo biglietto ha tutte le caratteristiche dell’eccezionalità e dell’unicità. E tentare di ripercorrere la sua vita è come perdersi in un appassionante romanzo d’amore, di avventura, dentro un atlante di storia del Novecento, tra le teorie di un saggio sui cambiamenti sociali e culturali del nostro Paese.

Perché Ennio Morricone è stato la colonna sonora di così tante e diverse generazioni da lasciare impressionati. Come impressiona la quantità di generi musicali che egli è stato in grado di attraversare, dalla canzone leggera degli anni Sessanta, alle opere di composizione sinfonica, la musica assoluta, passando per le colonne sonore di film di genere, d’autore, sempre distinguendosi, sempre innovando. Sorprendendo e commuovendo un pubblico multiforme.

Ennio nasce a Roma nel novembre 1928, ma è originario di Arpino in provincia di Frosinone. Figlio d’arte, il padre Mario Morricone è un trombettista che lavora con diverse orchestre. La madre Libera Ridolfi ha una piccola industria tessile. In famiglia ci sono anche le sorelle Adriana, Maria e Franca.

Da bambino la sua ambizione è diventare medico. E anche scacchista professionista. Non studierà mai medicina, ma il gioco degli scacchi lo appassionerà per tutta la vita. La musica, però, è il mestiere di famiglia e Ennio segue una strada già avviata dal padre. “Un giorno mi mise la tromba in mano e mi disse: Io ho fatto crescere voi che siete la mia famiglia con questo strumento. Tu farai lo stesso con la tua. Mi iscrisse al conservatorio al corso di tromba e solo dopo alcuni anni approdai alla composizione: superai brillantemente il corso di armonia e furono gli insegnanti stessi a consigliarmi quel percorso” [De Rosa, Inseguendo quel suono: la mia musica, la mia vita, p. 176]. Così Ennio studia al Conservatorio di Santa Cecilia, si diploma in tromba e poi si perfeziona nella musica corale e nella direzione di coro.

La sua carriera comincia da trombettista, suonando in diverse orchestre, a volte anche sostituendo il padre negli anni della Seconda guerra mondiale. Poi nei night romani, nei locali che nascono con la Ricostruzione, dove gli strumenti a fiato incontrano il jazz. In poco tempo si fa conoscere anche come arrangiatore. È un direttore d’orchestra romano, Carlo Savina, che lo ingaggia inizialmente per scrivere arrangiamenti per alcune produzioni radiofoniche presso la Rai. Servono scritture musicali per l’accompagnamento orchestrale – pianoforte, archi, batteria, organo Hammond – di cantanti che si esibiscono dal vivo durante questi programmi. Non perde una prova Ennio. È una grande occasione per lui, ancora studente di conservatorio, poter assistere al lavoro dei professionisti, ricevendo presto degli apprezzamenti. Scrittura dopo scrittura, matura una tale esperienza da riuscire a realizzare anche quattro arrangiamenti al giorno.

Il nome circola tra i direttori d’orchestra, gli impresari musicali e in breve tempo Ennio ottiene un contratto con la casa discografica Rca italiana che, tra i primi incarichi, gli affida gli arrangiamenti di una raccolta di canzoni della tradizione napoletana e italiana, cantate da Miranda Martino. In questi primi 33 giri emergono subito le idee innovative di Ennio. Come inserire richiami alla musica per pianoforte di Beethoven, e creare arrangiamenti sofisticati che fanno riecheggiare la sua cultura musicale classica.

Sono gli anni ’58-’59, gli esordi del business della canzone. Canzone d’autore, canzonetta di evasione o musica colta? Ennio appare incerto.

Nel ’57 aveva scritto la sua prima composizione, Primo concerto per orchestra, dedicata al suo insegnante di conservatorio Goffredo Petrassi, in scena al Teatro La Fenice di Venezia.

Nel ’56 si era già sposato con Maria e poco dopo era nato il primo figlio. Servivano maggiori entrate per mantenere la famiglia. Ennio comprendeva che vivere di musica d’arte, ispirata ai grandi autori classici, non offriva sufficienti garanzie di guadagno. Meglio la strada della canzone di successo e commerciale, di gran moda agli inizi degli anni Sessanta.

Così si fa coraggio e bussa alla porta del direttore artistico della Rca, Vincenzo Micocci, per chiedere una collaborazione meno saltuaria. Micocci gli commissiona gli arrangiamenti di brani di artisti italiani che diventeranno quasi tutti grandi hit.

Nel ’62 arrangia il 45 giri Pinne fucile ed occhiali/Guarda come dondolo, al quale seguiranno Abbronzatissima e O mio Signore (’63), Hully gully in 10/Sul cucuzzolo (’64) di Edoardo Vianello. Nel ’63 è la volta di Sapore di sale di Gino Paoli.

Lavora con Mario Lanza, con Fausto Cigliano e con Domenico Modugno per cui cura gli arrangiamenti di Apocalisse e Piove (Ciao ciao bambina).

Per Paul Anka, che si presenta a Sanremo nel ’64, musica Ogni volta, che ottiene inaspettati riconoscimenti.

Mai quanto Se telefonando, proposta a Mina nel ’66 su testo di Maurizio Costanzo e Ghigo de Chiara. La musica di Ennio e la voce di Mina producono un risultato sensazionale. “Scrissi il tema di getto – racconta –, senza dargli un valore particolare. Solo più tardi dato il successo che il pezzo aveva ottenuto, mi fermai a riflettere sul perché fosse stato accolto così bene da un pubblico ampio e diversificato” [A. De Rosa, p. 340]. Ma sono gli anni in cui quei prodotti nati per il mercato, se ben confezionati, fanno il botto.

Le canzoni, però, lo annoiano presto. La sua nuova attività ora è la scrittura musicale per il cinema. Non è lui a cercare questo mestiere, è il mestiere che gli si presenta, come un’occasione fortunata dopo un faticoso apprendistato. “A Roma chi orchestrava e talvolta ricomponeva degli appunti scritti da un compositore, trasformandoli in ciò che poi davvero si ascolta in un film, veniva chiamato in gergo negro. Ecco, io svolsi questa mansione per molti anni” [De Rosa, p. 397]. Comincia a collaborare con il compositore Cicognini e scrive la ninna nanna cantata da Alberto Sordi nel Giudizio Universale di Zavattini e Vittorio de Sica (’61),

poi lavora con Mario Nascimbene. Arriva infine Luciano Salce che lo impone come compositore unico per il suo film Il federale (’61). Una dura gavetta per un debutto che sarà decisivo per la carriera nel mondo del cinema.

“Non avrei mai pensato di diventare un compositore celebre di musiche per film. La mia idea al principio era di restare vicino alla strada tracciata dal mio insegnante Petrassi, da Nono, da Berio. Ovviamente sono fiero di quello che ho poi realizzato, ma allora semplicemente non pensavo ad altre eventualità” [De Rosa, p. 397].

Invece le altre eventualità sono la svolta della vita. Il lavoro con Salce si rivela stimolante, perché Ennio si ritrova immediatamente coinvolto negli aspetti più creativi del progetto. Ci si confronta sulle caratteristiche dei personaggi, sulle situazioni, le atmosfere. “Questo mestiere – dirà – presuppone un’analisi del copione e del film: si deve scavare sulle scene, sui personaggi, sulla trama, sul montaggio, sulla realizzazione tecnica […], le storie, lo spazio: tutto è importante per il compositore” [De Rosa, p. 1850].

Da quello scambio nasce l’idea di una musica. Una musica in grado condurre alla rappresentazione di una realtà grottesca e tragicomica, che unisce il dramma all’ironia. Un musica che fonde arte, comunicazione, sperimentazione.

Nel ’64 Ennio inaugura la collaborazione con il regista Sergio Leone: le musiche nate per i suoi film connoteranno per sempre il genere western all’italiana. Leone ha una grande ambizione: “Riscrivere il western accordandolo sia al modello americano che alla commedia dell’arte italiana”, cercando di innovare un genere fortemente in crisi da tempo. Questa svolta comincia da Per un pugno di dollari [De Rosa, p. 506].

Il successo è impressionante. Con le invenzioni musicali, come l’uso della chitarra elettrica distorta, il suono dell’armonica a bocca, il fischio come strumento musicale, Ennio si aggiudica il primo Nastro d’Argento (’65).

Nel ’70 (anno in cui intraprende l’insegnamento di composizione al Conservatorio Licinio Refice di Frosinone) riceverà il secondo per le musiche di Metti, una sera a cena di Patroni Griffi

Il sodalizio si mantiene per tutta la serie successiva di spaghetti-western: Per qualche dollaro in più, Il buono, il brutto, il cattivo, C’era una volta il West, Giù la testa. Fino all’ultimo film, il gangster-movie C’era una volta in America. Le musiche prodotte per i film di Leone permettono a Ennio di inventare un universo sonoro, in cui strumenti insoliti creano effetti originali, che diventano il marchio di quel nuovo western autoctono, sperimentale anche nel linguaggio. In Per qualche dollaro in più, per esempio, per la prima volta la musica parte da una scena, come suono d’ambiente reale per poi diventare commento esterno, colonna sonora appunto, generando un forte effetto in termini di suspense.

Leone gli chiede musiche con temi facilmente orecchiabili e cantabili, e così è, ma nelle sue composizioni emergono le radici classiche e le contaminazioni dell’avanguardia musicale, con l’uso di strumenti improbabili e di rumori. Così il suono del carillon o l’incipit del coyote in Il buono il brutto il cattivo sono segni riconoscibili di una poetica.

Il tema L’estasi dell’oro è così moderno che saranno in molte rockstar a citarlo.

Del resto, nell’album a lui dedicato We all love Ennio Morricone (2007), interventi di Springsteen, Metallica, Quincy Jones,  Céline Dion, Roger Waters, dimostrano quanto quella musica sapesse far dialogare il passato con il futuro.

Ogni regista è una nuova sfida.

Il lavoro per Uccellacci e uccellini di Pasolini, per esempio, si rivela piuttosto complesso. Il regista ha già in mente le musiche che vuole e consegna a Ennio una lista di già esistenti perché siano riadattate. Da Bach a Mozart. Ma quella modalità non piace a Ennio. “Allora faccia quello che vuole”, gli risponde Pasolini, accettando poi le idee proposte. Come i titoli di cosa musicati.

Il regista gli accordava totale fiducia, tanto da proporgli anche la colonna sonora di successivi film come Teorema (’68). Qui Ennio assecondava la richiesta di una musica dissonante e dodecafonica nella quale inserire il Requiem di Mozart.

E poi il Decameron, I racconti di Canterbury, Salò e le 120 giornate di Sodoma.

C’è fermento in questi anni che volgono al Sessantotto. Gli autori si distinguono per una loro visione artistica, ognuno ha il suo modo di narrare la realtà. È un momento di grande fervore creativo ed Ennio vi è immerso. Nel ’66 sia Un uomo a metà (De Seta)

che La battaglia di Algeri (Pontecorvo) a cui collabora, sono al Festival del Cinema di Venezia. Quest’ultimo vice il Leone d’oro.

Nel ’65 accetta di musicare il primo film di Marco Bellocchio I pugni in tasca. Il regista piacentino lo colpisce, ha la sua stessa voglia di percorrere strade non ancora battute. Nel finale l’urlo del protagonista in bilico tra la vita e la morte per una crisi epilettica diventa il prolungamento dell’acuto del soprano che sta cantando al giradischi un’aria dalla Traviata. L’effetto è sbalorditivo, da generare un’atmosfera sospesa di angoscia e di inquieta follia.

Non solo giovani registi sperimentali, ma anche autori affermati richiedono le musiche di Ennio. Che scrive per Bolognini (Arabella, Metello, La villa del venerdì). Sia con lui che con Montaldo il lavoro di collaborazione è disteso, spontaneo, in piena libertà. I due registi si fidano di lui in tutto e per tutto. “Mi rendevano entrambi più responsabile su ciò che proponevo”, dice [De Rosa, p. 1036].

Per Montaldo musica Ad ogni costo (’67), Dio è con noi (’70), Sacco e Vanzetti (’71), Giordano Bruno (’73).

Con le musiche di Sacco e Vanzetti Ennio vince il terzo Nastro d’Argento. Il film ottiene molto successo anche per la voce di Joan Baez che interpreta La ballata di Sacco e Vanzetti. Parte 1:

Parte 2:

e il brano Here’s to you. Quest’ultimo diventa presto un inno pacifista, negli anni della guerra in Vietnam. Un inno intonato nei cortei dove chi partecipava ripeteva la medesima strofa con crescente intensità. Un inno in cui la voce sola diventava un coro. Così il grido di protesta di una persona a poco a poco diventava la voce di una comunità, di un popolo.

“Quel film era un’opera di denuncia contro l’intolleranza e la giustizia del pregiudizio, tematiche che mi stanno a cuore da sempre. Sono fiero di aver dato le musiche e il mio apporto creativo a film come questi: una cosa che mi fa sentire nel presente” [De Rosa, p. 1074].

La libertà, si diceva.

“Ho cercato di perseguire prima di tutto la via della libertà interiore, in quanto compositore, dando il massimo in ogni circostanza, anche quando si trattava di un film meno riuscito” [De Rosa, p. 1092].

Il cinema d’autore offre grandi possibilità espressive, di dare sfogo alle suggestioni. In I Basilischi della Wertmuller (’63) troviamo il famoso fischio di Daisy Lumini che intona arie come Pomeriggio in paese.

Ci sono poi brani struggenti come I Basilischi:

Sminfa paesana

e infine Il tangone:

Con Bertolucci questa libertà si innesca in modo insolito. “Bernardo aveva un modo molto suggestivo di spiegarmi il tipo di musica che voleva: spesso ricorreva ad accostamenti con i colori, cioè a sinestesie, o cercava di descrivere il sapore della musica che aveva in mente” [De Rosa, p. 1111]. Ennio, tra gli altri, lavora a Prima della rivoluzione

e a Novecento.

Per Elio Petri scrive la musica di Un tranquillo posto di campagna e Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Che vince l’Oscar come miglior film straniero nel ’71. Le musiche rappresentano perfettamente l’idea di perversità che permea il film, e che si materializza musicalmente in un tango popolare e grottesco che incarna la nevrosi dell’ispettore di polizia siciliano. Sbruffone, corrotto e assassino. “Un tango ambiguo melodicamente e armonicamente, ma al tempo stesso facile da cantare e memorizzare” [De Rosa, p. 1312]. La scelta degli strumenti conduce al mandolino e alla chitarra classica a cui si aggiungono pianoforte e fagotti per ottenere timbri volgari, bassi. Si aggiunge anche il marranzano che richiama il mondo della Sicilia da cui proviene il personaggio. Il risultato rispecchia il proposito di partenza: rendere un’ambientazione torbida e cupa.

Nell’84 Leone torna alla regia con C’era una volta in America probabilmente il suo capolavoro, anche grazie alle musiche che ancora una volta rivelano una funzione fondamentale: “Dovevano dilatare lo spazio e il tempo assecondando la struttura stessa del film, continuamente basata di flashback e flashforward” [De Rosa, p. 1368]. L’effetto di evocazione è sorprendentemente suggestivo.

E commovente, come nel “tema di Deborah”.

Nel ’79 intanto Ennio aveva ottenuto una prima nomination agli Oscar per I giorni del cielo di Terrence Malick. Un regista colto e attento alla musica. Gli aveva richiesto di inserire nella colonna sonora una citazione del Carnevale degli animali di Camille Saint-Saëns. Ennio ne era rimasto colpito. Come dalla poesia delle immagini, dalla fotografia sofisticata, suggestioni che influiranno sulla sua composizione. Le musiche non vincono, ma aumenteranno il credito di Ennio nel cinema americano.

Infatti, arrivano le collaborazioni con i grandi registi di fama mondiale, come Brian de Palma. Nel suo film Gli intoccabili (’87) la colonna sonora resta impressa per i leitmotiv che si susseguono nella pellicola: il tema di Al Capone, quello della famiglia, quello dell’amicizia dei protagonisti, quello del trionfo della polizia.

Successivamente anche Quentin Tarantino lo coinvolge per le musiche dei suoi film, tra cui Bastardi senza gloria (2009). Qui il regista sceglie di accostare musiche anche già composte da Ennio, reinserendole in contesti completamente diversi di quelli per cui sono state scritte. Il risultato è straniante, disturbante. Ed è esattamente l’effetto voluto.

Tornando all’Italia tra le esperienze che lasciano il segno Ennio rimarca quella con Giuseppe Tornatore che gli offre la possibilità di lavorare su temi che lo interessano. Malena, con cui ottiene un’altra candidatura agli Oscar (2001) è un film che parla di donne discriminate in una società ancora maschilista. Società che le mette in una condizione di inferiorità.

“Utilizzai alcuni procedimenti geometrici e matematici per costruire alcuni passaggi e arpeggi come se si trattasse della meccanicità di quegli stupidi cliché sociali, mentre il tema principale si libera del tutto e se ne va in un altro luogo. Forse vola verso un’utopia, o almeno verso ciò che piacerebbe a me” [De Rosa, p. 1628].

Per Nuovo Cinema Paradiso (’88) la musica emoziona nel “tema dell’amore” che compare nella scena dei baci – il film racconta la storia del cinema attraverso i baci censurati – e in quella dove il protagonista torna nella sua stanza di bambino dopo tanti anni.

Sono brani di grande impatto emotivo che sottolineano i momenti più intensi del film e che permettono il trasporto e l’immedesimazione da parte dello spettatore, tanto necessarie quanto difficili da ottenere. Questi miracoli musicali non possono che nascere da una innata capacità di invenzione, un talento che è dote di natura. Dal nulla genera melodie eterne che a ogni ascolto rinnovano l’emozione.

Perché la musica, se ha dentro la scintilla del genio, trasporta altrove, suggerisce, amplia il senso dell’immagine. È una suggestione non percepita coscientemente, che si fa strada nel vissuto personale, nell’interpretazione di chi ascolta, nello scavo dell’animo. “La musica inventa la profondità poetica del film”, dirà Ennio. [De Rosa, p. 1850].

Così, l’impresa di musicare la Leggenda del pianista sull’oceano (’98) diviene una sfida entusiasmante. Parte dall’indicazione registica di “scrivere una musica che non era mai stata sentita prima” per arrivare al capolavoro della traccia Playing love.

O come On Earth as it is in Heaven dalla colonna sonora di Mission (’86, film diretto da Roland Joffé, vincitore della Palma d’oro al 39º Festival di Cannes), che ha ispirato un numero infinito di versioni in tutto il mondo.

L’universo musicale di Ennio Morricone non si è nutrito solo dello studio appassionato e continuo delle musiche del passato e dei grandi autori accademici, ma anche di stimoli derivati dalle ricerche del Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza. La musica, qui, è stata esposta, osservata dal di fuori, smontata e rimontata, rinnovata nella sua funzione, ripercorsa nella sua evoluzione storica, riaffermata nei suoi risvolti politici e sociali.

Il gruppo è il primo collettivo di compositori-improvvisatori colti nella storia della musica contemporanea. L’idea nasce nel ’58 da Franco Evangelisti, in occasione di un viaggio a Darmstadt per partecipare a un seminario-concerto di John Cage. Diventa un progetto di improvvisazione collettiva al quale Ennio aderisce dal ’64. Gli offre l’opportunità di muoversi in uno spazio creativo davvero libero. “Potevo finalmente tornare a una sperimentazione musicale più aperta”, una sorta di disintossicazione dalla routine musicale per poter ritrovare stimoli, pratiche inedite. Uscire da tutti gli schemi. L’esperienza collettiva partiva all’uso di strumenti insoliti – anche elettrici come il Sinket – detti “oggetti sonori”, che producevano timbri sconosciuti. Queste combinazioni di suoni venivano registrate, poi riascoltate, commentate, rielaborate dentro un processo creativo continuo.

Ne uscivano riflessioni sulla musica come strumento meditativo, sulla musica come luogo di relazione con il potere, la musica come ponte tra emozione e ragione, tra razionale e irrazionale. Una linfa a cui attingere. Per aprire la composizione a soluzioni alternative, per non fermarsi al consueto. Per evolvere. Lo stesso principio della “doppia estetica”, elaborato da Ennio, è generatore di ulteriori processi di invenzione partendo dalla capacità di combinare procedimenti derivanti dall’esperienza musicale della storia con tecniche moderne [Cfr. De Rosa, p. 2303].

“A volte penso che l’atto compositivo abbia a che fare con l’invenzione di qualcosa di nuovo, che prima di quella necessità creativa del compositore non esisteva. – dirà infatti –. Forse ho avuto bisogno di quest’idea per andare avanti, e non nego che mi stimoli anche ora” [De Rosa, p. 2843].

La sua opera di composizione musicale non si è mai arrestata, lasciandoci musica per orchestra, per fiati, per voci, da camera, sinfonica. Musica assoluta, come lui l’ha chiamata, quella che si ascolta per se stessa.

Vi rientrano composizioni per coro e orchestra come Voci dal silenzio, nata in seguito ai fatti dell’11 settembre. Riccardo Muti la dirige a Ravenna e poi a Chicago. Un’opera contro il razzismo, in ricordo di tutte le stragi della storia umana. “Pensai di includere il ricordo di tutte le stragi della storia dell’umanità. Insieme alla voce recitante, all’orchestra e al coro, pensai di trasmettere delle voci precedentemente registrate. Da quelle degli indiani d’America a Hiroshima alla ex Jugoslavia, fino all’Iraq di oggi e al Sudafrica” [De Rosa, p. 4648].

Oppure come la Missa Papae Francisci (2015), sua composizione dedicata al pontefice italo-argentino.

In esse la musica è un messaggio nella bottiglia, lanciato in un oceano di acque mosse, perché chi lo raccolga sappia fare tesoro delle note di speranza lì incise. E rendere il mondo migliore.

Impossibile elencare la quantità di premi con i quali è stato riconosciuto il valore di questo grande maestro. Si vuole ricordare l’assegnazione del Premio Oscar alla carriera “per i suoi magnifici e multiformi contributi nell’arte della musica per film”, consegnato il 25 febbraio 2007 da Clint Eastwood.

Il Maestro con la moglie Maria (foto Imagoeconomica)

E le parole di un discorso capace di rivelare la grande umiltà di quest’uomo (il non voglio disturbare) e il pensiero costantemente rivolto agli altri:

“Voglio ringraziare l’Accademia per questo onore che mi ha fatto dandomi questo ambito premio, però voglio ringraziare anche tutti quelli che hanno voluto questo premio per me fortemente, e hanno sentito profondamente di concedermelo. Veramente; voglio ringraziare anche i miei registi, i registi che mi hanno chiamato con la loro fiducia, a scrivere musica nei loro film, veramente non sarei qui se non per loro. Il mio pensiero va anche a tutti gli artisti che hanno meritato questo premio e che non lo hanno avuto. Io gli auguro di averlo in un prossimo vicino futuro. Credo che questo premio sia per me, non un punto di arrivo ma un punto di partenza per migliorarmi al servizio del cinema e al servizio anche della mia personale estetica sulla musica applicata. Dedico questo Oscar a mia moglie Maria che mi ama moltissimo […] e io la amo alla stessa maniera e questo premio è anche per lei”.

Chiara Ferrari, coautrice del documentario Cantacronache, 1958-1962. Politica e protesta in musica, autrice di Politica e protesta in musica. Da Cantacronache a Ivano Fossati, edizioni Unicopli

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Lo scrittore (partigiano) ritrovato

Lo scrittore Carlo Coccioli
Lo scrittore Carlo Coccioli

I meccanismi che generano i canoni della letteratura sono insondabili a volte; altre riposano su pregiudizi e concrezioni stratificate, senza spirito critico, dalla critica medesima – scusate il bisticcio; in ogni caso capita a tratti di dover fare opere di bonifica, di ripulitura di prodotti artistici malamente segnati da giudizi negativi o – non so dire se sia meglio o peggio – del tutto ostracizzati e dimenticati. E il nostro Novecento è pieno di casi come questi: un poeta caduto sotto il peso delle etichette e che ancora oggi fatica a risollevarsi è, a esempio, Vincenzo Cardarelli – anima severa, sofferente e sensibile – tenuto in ostaggio, per così dire, fino alla fine dei suoi giorni dal pregiudizio di chi lo additava quale rondista senza contenuti, se è vero che ancora nel 1969 Edoardo Sanguineti, nel presentare la propria crestomazia della Poesia del Novecento, si augurava di poterne riscoprire l’opera ripulita da quell’“etichetta di neoclassicismo” che è stata per il poeta di Tarquinia “poco meno che micidiale”. Se non altro, però, il poeta ebbe il suo momento di gloria tra gli anni Dieci e i Venti.

Non così possiamo dire di un altro scrittore che oggi, invece, si va a celebrare. È Carlo Coccioli (con l’accento sulla prima ‘o’) di cui, quest’anno – il 15 maggio –, è ricorso il centenario della nascita: antifascista, partigiano decorato con Medaglia d’Argento al Valor Militare, e prolifico romanziere, Coccioli ha sempre avuto qualche rogna a entrare in sintonia col canone letterario italiano. Il suo spirito forse non cosmopolita ma ‘altro’ meglio si adattava a certi indirizzi intellettuali stranieri, un inquieto esistenzialismo vicino ai francesi e un neorealismo visionario e magico troppo discosto da ciò che si scriveva da noi, negli anni Cinquanta, e molto più in accordo alla nervosa ed energica fantasia latinoamericana.

Carlo Coccioli scrisse oltre 40 libriNe ha scritte una quarantina di opere. La prima vide la luce nel 1946, Il migliore e l’Ultimo, uscito da Vallecchi. Fu Curzio Malaparte a scoprire l’autore livornese, il cui padre, di origini tarantine, era sottotenente dell’esercito regio. Malaparte scrisse di lui che fu “una vera rivelazione” e più tardi Carlo Bo cercò di riabilitarlo presso il pubblico italiano, in occasione, nel 1976, della pubblicazione di Davide per i tipi di Rusconi, romanzo davvero singolare, una sorta di autobiografia apocrifa del re d’Israele e una riflessione sulla natura dell’amore per Dio in una chiave affatto differente da quella approntata da secoli di bigotto cattolicesimo. Insomma, Coccioli è stato un outsider della letteratura, della cultura, della riflessione storiografica e della sensibilità artistica. Non trovò posto nelle patrie lettere e dunque presto si trasferì, prima per lavoro, poi per scelta di vita, a Parigi, quindi in Canada e infine in Messico. Fu all’estero che scrisse la maggior parte delle opere e fu presso quel pubblico che trovò la più calorosa accoglienza.

In occasione del centenario, l’editore Lindau (raccogliendo il testimone delle edizioni ‘Piccolo karma’ del nipote dello scrittore) ne ha intrapreso la pubblicazione dell’opera pressoché omnia; 17 titoli in programma da qui ai prossimi due anni: lo scorso 15 maggio sono usciti i primi due volumi, L’erede di Montezuma (ed. originale 1964), scritto in francese e tradotto dallo stesso autore in italiano per Vallecchi – un romanzo dai toni epici che racconta l’arrivo dei conquistadores cogli occhi di chi ha subito il massacro – e Il cielo e la terra (1950), testo profetico di ciò che sarà il Concilio Vaticano II, in cui si affrontano i gangli della metafisica e i problemi morali di chi crede con l’inquietudine dello scettico e dell’emarginato (un giovane omosessuale suicida o una ragazzina indemoniata); tra la fine di maggio e il mese di giugno sono apparsi Uomini in fuga, Budda e il suo glorioso mondo (1989), Le corde dell’arpa (1967), e si proseguirà poi con Davide (di cui s’è già detto), Documento 127 che narra la conversione, se così si può chiamare, all’ebraismo (non ultima tappa del tormentato trasmigrare di Coccioli di fede in fede), e diversi altri titoli compreso il suo più famoso, Piccolo karma del 1987.

Raveggi Grande karmaPiccolo karma è il titolo della collana Lindau, Piccolo Karma era il nome della casa editrice milanese fondata nel 2011 da Marco Coccioli e Grande karma è invece il titolo di un romanzo-biografia che uscirà l’8 luglio per Bompiani. All’autore, Alessandro Raveggi – tra i maggiori conoscitori italiani di Coccioli, assieme al compianto Tondelli (reciproca, tra i due, era la stima) e a Giulio Mozzi –, ricorriamo oggi per approfondire alcuni aspetti della poliedrica figura di questo piccolo, grande scrittore ‘assente’.

Innanzitutto, Alessandro, raccontaci come sei arrivato a Carlo Coccioli.

A Coccioli sono arrivato per caso e per coincidenze significative assieme. Vivevo a Città del Messico da qualche anno, sarà stato il 2010 o il 2011, e mi aggiravo in una piccola libreria dell’usato di un quartiere piccolo-borghese della megalopoli. All’improvviso, il librario, sentendo da una telefonata che ero italiano, mi venne incontro e mi disse, in spagnolo: “Ma lei, lo conosce, Carlo Coccioli?” Io, con sommo imbarazzo, ammisi che non l’avevo mai sentito. Lui di conseguenza mi mostrò qualche edizione in spagnolo di un autore che, avrei scoperto qualche ora dopo, era tra i più noti e chiacchierati del Messico, almeno fino agli anni Novanta. In quegli anni lavoravo alla Universidad Nacional Autonoma e anche lì, nella mia biblioteca preferita, c’erano un sacco di opere in spagnolo dell’autore. Da lì, grazie a un po’ di curiosità e stimolato dal fatto che Coccioli fosse un autore cosmopolita e toscanissimo assieme, mi sono messo sulle tracce, spesso impervie. Rimanendo quasi impigliato nella sua vita, discostandomene a volte, altre volte allucinandola. Divenne a tratti un’ossessione, interrotta da altri libri che stavo scrivendo, e altri eventi significativi della mia vita lavorativa, compreso il ritorno in Italia. Ma il fantasma di Coccioli era sempre lì, anche nella mia Firenze, la Firenze che lui odiava e amava assieme. Ed è per quello che ho scritto un romanzo su di lui, quasi per liberarmene.

Jean Cocteau nel 1923
Jean Cocteau nel 1923 (da https://upload.wikimedia.org/ wikipedia/commons/thumb/ a/ae/Jean_Cocteau_b_Meurisse _ 1923.jpg/800px-Jean_Cocteau _b_Meurisse_1923.jpg)

Prima di indagare alcuni tratti della sua opera, prova a dirci in generale quali sono gli ingredienti che hanno reso Coccioli un grande ‘irregolare’ del nostro canone, o addirittura un ‘eretico’.

Be’, innanzitutto fin da giovanissimo la sua formazione fu “eccentrica”, o meglio legata a molti centri: in Libia, dove visse con la famiglia, fino almeno a diciassette anni, fu attratto dalle tre grandi religioni monoteiste che convivevano a Tripoli, la cattolica degli occupanti fascisti, la ebraica del ghetto ebraico e la islamica. Da lì il suo multiculturalismo, da lì la sua attrazione per una religiosità estrema, al limite dell’eresia e del misticismo. Successivamente la sua irregolarità credo sia dovuta a letture miste di tradizioni letterarie, specie francesi, che poco hanno attecchito negli autori del dopoguerra italiano. Tutti, voglio dire, leggevano più Hemingway che Bernanos! Lui invece leggeva in grande scrittori cattolici francesi ma anche Graham Greene, ad esempio. In questo, fu ideale per lui farsi accompagnare da giovane da un mentore particolare, anch’egli eccentrico, anch’egli “scomodo”: Curzio Malaparte. Malaparte lo vedeva come il suo erede ideale e lo aiutò a diventare grande in Francia. In Francia, dove arrivò dopo una straordinaria esperienza partigiana che per lui fu quasi più una lotta spirituale che politica, frequentò Gabriel Marcel e Jean Cocteau, divenne famoso al pari di Camus (basta leggere i giornali e persino i rotocalchi di quegli anni). Ma anche da lì fuggì presto, rinunciando alla fama per via di un amore folle. Un altro ingrediente della sua irregolarità è infatti questa grande irrequietezza che ebbe non solo come scrittore ma anche come uomo e amante, e che lo portò a volte a impazzire per amori violenti. In Messico, trovò una casa provvisoria e abbastanza accogliente. La sua peregrinazione parve solo un po’ affievolirsi – non quella di scrittore, certo! – e si mise a scrivere in tre lingue. Anche il multilinguismo è un chiaro ingrediente di irregolarità in Coccioli. Ed è motivo per cui dovremmo considerare Coccioli un grande contemporaneo: noi scrittori, parlo di quelli nati dopo il 1980 almeno, dobbiamo per forza fare i conti con il multilinguismo.

Carlo Coccioli, 1976, a sinistra nella foto

Coccioli è stato un intellettuale davvero eclettico: lo dimostrano la poliedricità degli orizzonti linguistici, le irrequietezze della fede e direi anche le sue opzioni morali, dalla sfera pubblica a quella privata. Per ognuno di questi tre ambiti, indicaci un testo imprescindibile.

Un testo fondamentale per capire queste tre cose assieme è il bellissimo Le case del lago, un romanzo confessione in cui Coccioli tenta la summa di tutte le sue influenze, creando un testo in cui tutte le religioni che frequentò vengono tenute assieme, così come le lingue (francese, spagnolo e persino inglese, usate nel testo.) Poi ci sono testi necessari per capire il percorso morale di Coccioli come Il cielo e la terra, L’erede di Montezuma e Davide dove Coccioli si misura con questa vera e propria lotta con il divino, che lo fa grande, attraverso romanzo di vite forti ed eroiche. Queste urgenze metafisiche un tempo erano viste molto male, oggi però stanno ritornando in certa letteratura, penso a autori come Moresco e Tonon, tra gli altri, e non possono essere trascurate. Senza per forza dover scadere nello spiritualismo, come ad esempio io non faccio affatto nel mio romanzo.

Antifascismo, lotta partigiana e scoperta dell’omosessualità. Come sono legati assieme questi aspetti?

Ne Il migliore e l’ultimo, uno dei primi romanzi del dopoguerra scritti da un partigiano, il protagonista semiautobiografico Carlo fa coming out e racconta di questa sua attrazione e innamoramento per il giovane partigiano Alberto. Le pagine della loro “luna di miele” in un bosco di scope, durante la guerra, sono una celebrazione molto bella dell’amore omoerotico in tempi come quelli dilaniati di odio, marci di violenza. Coccioli però dichiarò di essere stato antifascista fin da piccolo, in Libia, perché odiava il gregarismo e ogni gerarchia, le fanfare opprimenti del fascismo in Africa, che avevano travolto anche il padre. Fu antifascista, ricordiamolo, da liberale anticomunista: un rosselliniano che aveva un grande terrore del Partito comunista italiano. Tanto che, avendo paura di una Prima Repubblica a trazione Pci, votò monarchia!

Curzio Malaparte
Lo scrittore Curzio Malaparte (da https://www.rai.it/dl/img/ 2020/06/08/1600x900_ 1591612586538_curzio%20 malaparte.jpg)

Che cosa non funzionò, per Coccioli, nell’Italia del dopoguerra? La libertà per cui aveva combattuto non si era poi dimostrata ‘sufficiente’?

Come ho forse fatto già capire, in Coccioli scelte private e scelte pubbliche vanno sempre di pari passo: se le prime sono impulsive e viscerali, le seconde a volte sono scomode (basta prendere le sue cronache scritte per Il Giorno e La Nazione fino agli anni Ottanta e Novanta). Lui fuggì dall’Italia per inquietudini amorose (sapeva di essere omosessuale ma ebbe un’ultima donna toscana, in una relazione tormentata dalla quale fuggì) e “di carriera”: non sopportava le consorterie italiane, i balletti attorno alla figura di Alberto Moravia e altri – uno degli ingredienti del suo insuccesso è stato proprio aver trattato a male parole quest’ultimo. E poi si era messo sotto l’ala scomodissima di Malaparte! Da lì la scelta di fuggire a Parigi. Poi c’era un vero e proprio terrore per il comunismo sovietico: in una lettera a Malaparte racconta persino di aver sentito voci di proscrizioni ed esecuzioni pubbliche, in caso il Pci avesse vinto le elezioni del 1948. Intendiamoci: questo non significa in lui aver rinnegato il suo impegno antifascista, quando fu uno dei leader più attivi della Brigata Rosselli. Fu fino alla morte un antifascista, ma il suo cuore lo portò altrove.

Alessandro Raveggi
Alessandro Raveggi

Così oggi, dopo anni di oblio e di assenze dal panorama culturale italiano, Carlo Coccioli sta ‘risorgendo’, anche grazie al tuo Grande karma. Cosa rende i tempi ora maturi? E quanto di Coccioli, della sua scrittura, della sua visione delle cose è trasmigrato in te?

Io non so dire davvero se i tempi siano maturi per la scrittura di Coccioli. Anche perché certi autori hanno tempi ciclici di ritorno e di oblio. Certo è che quello che si porta dietro Coccioli, il romanzo metafisico, non solo cattolico – penso a autori come Krasznahorkai o Cartarescu – quello con urgenze diciamo “superiori” credo sia il tempo di recuperarlo. E poi ho accennato all’elemento multilinguistico, che in Coccioli è un azzardo e che secondo me dovrebbe esserlo anche per i nostri autori, afrodiscendenti o meno. Tutti viviamo in una costante migrazione, anche se alcuni di noi sono più radicati, altri meno: viviamo in un mondo migrante e solo gli xenofobi hanno paura di accettarlo. Questo lo diceva pure Coccioli, per il quale il viaggio mai si scindeva da una migrazione esistenziale. I lettori di quel piccolo libro strano che è Piccolo karma lo sanno: lì la teoria è quella di una migrazione spirituale per tappe, stando semplicemente dentro una piccola casina in Texas a guardare fuori dalla finestra, scrivendo un minutario, ovvero un diario-di-minuti e non di giorni. Il viaggio multilinguistico di Coccioli, soprattutto, è quello che penso sia entrato in me. Questa esigenza di un testo multilingue che alcuni critici mi hanno fatto notare senza quasi che io lo facessi in modo cosciente, anche nei miei racconti, che mi porta ad un tempo ad usare toscanismi e forzare l’italiano verso lo spagnolo (mia seconda lingua di vita) e l’inglese (la lingua del mio lavoro e della mia vita professionale.) Questo senso di ubiquità – nella lingua ma anche nei contenuti – che mi piacerebbe dare nei miei libri, questo penso di averlo imparato in qualche modo da Carlo Coccioli.

Giacomo Verri, scrittore

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Il 13 luglio il Narodni Dom agli sloveni di Trieste

il Narodni Dom oggi
Il Narodni Dom oggi (https://www.triestecafe.it/it/news/cronaca/narodni-dom-e-ufficiale-scuola-interpreti-fuori-da-via-filzi-futuro-sslmit-incerto.html)

Lunedì 13 luglio 2020, a cent’anni esatti dal rogo applicato dalle squadracce fasciste triestine capitanate dal toscano Giunta, il presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella e il presidente della Repubblica di Slovenia Borut Pahor firmeranno l’atto di restituzione del Narodni dom alla comunità slovena di Trieste.

Sebbene la definitiva e completa disponibilità dell’edificio progettato ai primi del secolo scorso dall’architetto Max Fabiani (di scuola viennese e allievo di Otto Wagner) dovrà attendere ancora, dato che al momento è sede della prestigiosa Scuola per Interpreti dell’Università di Trieste, questo è un atto estremamente significativo.

Significativo perché è un ulteriore rilevante passo nel riconoscere non solo il diritto della comunità slovena in Italia a vedersi restituire un bene prestigioso, incendiato prima e requisito poi dal fascismo, ma anche perché è un riconoscimento dei torti, delle discriminazioni e delle persecuzioni che gli sloveni e i croati, annessi al Regno d’Italia dopo la conclusione della prima guerra mondiale, hanno subito dalla dittatura mussoliniana. L’atto di restituzione, previsto nell’art. 19 della legge n. 38 del 2001, trova ora finalmente un fondamentale atto pubblico. Non è quindi un regalo.

Assieme alla restituzione del Narodni dom e all’omaggio alla foiba di Basovizza, i due presidenti infatti renderanno omaggio al cippo che ricorda quelli che, per gli antifascisti sloveni, croati e italiani sono noti come “gli eroi di Basovizza”, e per altri sono ancora “terroristi”.

Il cippo ai quattro “eroi di Basovizza”
Il cippo ai quattro “eroi di Basovizza”

Dieci e un mese e mezzo dopo il rogo del Narodni dom, alle 5.44 del 6 settembre del 1930, in una radura a poca distanza dalla foiba di Basovizza, dove si trovava allora il poligono di tiro militare e oggi lì vicino c’è l’osservatorio astronomico, il Tribunale Speciale fascista fucilava quattro giovani antifascisti tra i 24 ed i 34 anni: Zvonimir Miloš, Franc Marušič, Ferdo Bidovec e Alojz Valenčič. Due sloveni, un croato ed uno di padre sloveno e di madre italiana. Il Tribunale Speciale Fascista si recò tre volte nella Venezia Giulia: la prima nel 1929 a Pola, dove condannò a morte Vladimir Gortan, la seconda a Trieste appunto nel 1930 e la terza sempre a Trieste (per cui si parla di primo e secondo processo di Trieste) nel 1941 condannando a morte il comunista Pinko Tomažič e 4 suoi compagni. I 4 “eroi di Basovizza”, appartenenti all’organizzazione irredentista TIGR (acronimo di Trieste, Istria, Gorizia e Fiume – Rijeka in croato) sono quindi da noi considerati tra i primi caduti antifascisti.

A 90 anni dal loro assassinio l’omaggio che Mattarella farà al cippo che li ricorda diviene a questo punto importantissimo. Sarà il primo presidente della Repubblica Italiana a rendere loro omaggio, e già questo è di per sé significativo. Valorizzare opportunamente questo passaggio, svincolandolo dal gioco di proposte e controproposte a corredo della restituzione del Narodni dom potrà essere occasione di approfondimento, a livello nazionale, di cosa sia stato il fascismo in queste nostre terre, quando e come si organizzò l’antifascismo prima e la lotta partigiana poi, aspetti tutt’ora poco noti al pubblico italiano, spesso ostaggio di una falsa propaganda. Giova qui ricordare che non solo forze politiche al limite dell’illegalità quali Forza Nuova e CasaPound, ma anche un partito come Fratelli d’Italia considerano Miloš, Marušič, Bidovec e Valenčič con gli stessi termini usati dal regime fascista: terroristi, avvallando le accuse a loro mosse dal Tribunale Speciale e continuando a diffondere false accuse, ricordandoli come attentatori uccisori di innocenti e di bambini (sic!). L’omaggio di Mattarella potrà quindi contribuire a spazzar via questi retaggi dell’ideologia fascista che ancora trova consapevoli accoliti.

Fabio Vallon, presidente comitato provinciale ANPI – VZPI Trieste

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