Il battaglione partigiano che voleva parlare la lingua di Dante

Tirana, 1944. I partigiani della Gramsci sfilano nella capitale albanese liberata

Alla vigilia della seconda guerra mondiale le mire espansionistiche di Mussolini avevano portato, dall’aprile 1939, all’occupazione italiana dell’Albania. Dopo l’armistizio dell’8 settembre moltissimi nostri militari di stanza nel Paese si unirono però ai partigiani albanesi. Se più note sono le imprese gloriose del battaglione Gramsci, per esempio, Lia Tosi da anni studia per mettere in luce alcuni aspetti meno conosciuti del contributo italiano  alla Resistenza albanese.

 

 

Il battaglione italiano della V brigata albanese [1] si costituisce a Shtimle in Kosovo il 24-25 novembre 1944, in seguito alla riorganizzazione dovuta alla formazione della V Divisione, che il 18 novembre ha incorporato da pochi giorni la III, la V, la XXV brigata.

L'Italia fascista invade l'Albania
Il 7 aprile 1939 l’Italia fascista occupava l’Albania

Leggiamo in Historicu i Brigadёs V sulmuese [2] parole di stima verso gli italiani a fianco dei partigiani albanesi, per il valore in combattimento, per quanti hanno perso la vita nelle battaglie contro il “comune nemico”, per il compito importante svolto nei settori dell’artiglieria, nelle compagnie di mortai, dei genieri, per i medici, gli infermieri.

Questo battaglione si costituisce in una fase in cui la guerra volge alla fine (l’Albania è già quasi tutta liberata dai tedeschi) e diventa il sesto della V brigata. Ma già altri 15 reparti italiani si erano organizzati dall’8 settembre in poi: nel settembre 1943 la ceta Risorgimento, la prima ceta Matteotti; e nell’ambito del Comando delle Truppe italiane alla montagna [3] altri 10 battaglioni: btg Martino, Nuova Italia, il btg di Dibra col gen. Piccini e Haxhi Lleshi; i battaglioni Zignani, Mosconi, Morelli  (i cui effettivi sono destinati al lavoro); la VI batteria di artiglieria del capitano Menegazzi, la IX btr di artiglieria del capitano Cotta, entrambe destinate alla I brigata albanese; la V del capitano Giannone, aggregata alla III brigata; la VI del tenente Sainati, assegnata alla II brigata. Sono tutte batterie della divisione Firenze, che ha sostenuto per 4 giorni la battaglia di Kruja contro i tedeschi e poi ritirandosi sconfitta si fraziona per adeguarsi alla guerriglia.

Il battaglione Gramsci in Albania
Il battaglione Gramsci in Albania

C’è poi il più noto battaglione Gramsci: un gruppo di soldati (60? 80? 120?) pare quasi tutti della Firenze, che il 10 d’ottobre 1943 sulle rive del fiume Erzen si distaccano dalla colonna Martino rispondendo all’invito di Mehemet Shehu di entrare nell’Esercito di liberazione albanese assumendone regole e disciplina. Infine l’anno seguente si formeranno ancora 2 reparti italiani nell’Albania centromeridionale: la compagnia Fratelli Bandiera e il battaglione Matteotti [4]. Dunque il nostro battaglione è in realtà il 16° della vicenda italiana nella resistenza albanese, e al momento della sua formazione rimangono operativi solo il btg Gramsci, con la I brigata, la VI batteria di artiglieria ancora con la I Brigata, e la IX batteria ora con la VII Brigata.

C’è una sostanziale differenza fra il btg Gramsci e il battaglione italiano della V: il primo si forma agli albori della partecipazione italiana alla resistenza in Albania, uscendo dal reparto italiano di appartenenza (la colonna Martino, che pure ha già combattuto duramente contro i tedeschi), con ciò segnando una cesura con l’esercito strumento del fascismo, ed entrando sì in ambiente di cultura diversa ma in modo compatto, entro una propria nicchia linguistica e sotto guida e patrocinio di una brigata albanese. Il secondo nasce invece sul finire della guerra e rappresenta simbolicamente ma anche concretamente un bacino di raccolta della diaspora italiana, soldati disseminati ai quattro venti dalla capitolazione in poi: ce ne sono da tutte le parti dei Balcani centro-meridionali e da tutte le passate divisioni italiane; dal Montenegro, dalla Grecia, dalle divisione Regina, dalle isole, da Corfù, da Rodi, da Creta, naturalmente dall’Albania. E vi si ricompone una piccola comunità di parlanti italiano. A quanto sappiamo dai racconti-memorie di Renato Gatti, un tenente della divisione Parma [5], nei mesi precedenti la costituzione del battaglione, nell’auspicio di potere formare un reparto tutto italiano, tra gli italiani presenti nei vari reparti della V si era manifestata una forte tensione verso la lingua madre. Incontrandosi dicevano che sarebbe stato bello stare tutti insieme, e parlare la loro lingua, potersi capire. Mentre Ernesto Celestino, tenente della Perugia scampato all’eccidio di Kuç, che del battaglione diventerà comandante, annotava mese dopo mese l’incrementarsi della presenza italiana in Brigata, incremento che incoraggiava la speranza di costituirsi in battaglione.

Monumento ai Caduti della Garibaldi in Albania
Monumento ai Caduti della Garibaldi in Albania

Sottolineo l’importanza della lingua madre in questa aspirazione. La lingua è non solo riappropriazione di identità culturale per tante monadi in dispersione, ma in questo caso (ma lo è sempre) la lingua madre è patria immateriale, e quindi un anticipato rimpatrio, anche per quelli che non ritorneranno. Il battaglione infatti da lì a poco proseguirà con la V brigata in Sangiaccato e molti, albanesi e italiani, cadranno ancora  in combattimento o falcidiati dalla terribile epidemia di  tifo, ancora fianco a fianco negli ospedaletti di Senica e Novi Varosh contro un altro “comune nemico”.

Ma per valutare meglio il significato di questo battaglione bisogna considerare che la partecipazione italiana alla Resistenza in Albania fu un fenomeno molto complesso, che non si piega a letture univoche.

Il soldato italiano all’indomani della capitolazione entra in un mondo di incognite incontrollabili e mette in atto tutte le sue risorse per sopravvivere, i suoi mestieri, il suo saper fare. È oggi contadino, domani partigiano, poi cuoco, falegname, infermiere, medico, calzolaio, servitore, anche pittore e musicista [6], ma porta su di sé il marchio di provenienza dall’esercito dell’oppressione fascista. E non sempre la popolazione civile o i partigiani se lo dimenticano.

È incontestabile che le famiglie albanesi abbiano protetto tanti italiani mettendo a rischio la vita dei propri membri. È incontestabile che le formazioni partigiane abbiano offerto agli italiani una sponda di salvezza. Ma l’accoglienza non è sempre stata positiva, si sono verificate anche situazioni pesanti.

Due esempi di segno contrastante, relativi all’avviamento al lavoro per i soldati che non potevano combattere perché disarmati o per altre ragioni.

Esempio positivo: nell’ottobre 1943 il dirigente partigiano Bako Dervishaj è incaricato dal comandante della zona partigiana del valonese (Vlorё) di cercare una qualche sistemazione per la torma miserevole di italiani che sostano affamati e senza prospettive nella valle dello Shushicё dopo la fuga da Drashovica, e sono soldati e ufficiali della divisione Parma, in parte anche della Perugia, che, disarmati, hanno vagato invano sulla costa nella speranza di un imbarco, coi tedeschi alle calcagna. Dervishaj sente per loro una gran pena, quasi un sentimento di fratellanza, e stila un catalogo di norme per regolarizzare il rapporto fra i civili albanesi e gli italiani, sul lavoro e per calmierare i prezzi nel piccolo commercio.

Esempio di una situazione opposta, sempre per quanto riguarda l’avviamento al lavoro: negli archivi italiani, Ufficio Storico dell’Esercito, Archivio Centrale dello Stato a Roma, Fondo Ricompart Estero (Ricompense partigiane estero), sono conservati documenti dove affiora un termine inquietante, schiavitù, schiavi, termine  motivato dagli scriventi con il fatto che gli italiani sarebbero stati messi a fare lavori estenuanti senza retribuzione in cambio di scarso cibo. La motivazione per un termine così pesante lascia perplessi.

Più chiara spiegazione ce la fornisce il maggiore David Smiley delle Missioni britanniche nel suo libro Albanian Assignment [7] dove racconta di avere visto a Llizhё soldati italiani messi in vendita dai partigiani al prezzo di un napoleone d’oro o un sovereign d’oro ciascuno.

Conferma la compravendita il reduce Remoli, imparentato col primo sindaco comunista della città di Pistoia liberata, che  riferisce di essere stato venduto e comprato 3 volte di famiglia in famiglia.

Conferma il tenente Olivio Casoli [8] della Parma. Catturato dai tedeschi, liberato dai partigiani che attaccano la polveriera di Drashovica dove era rinchiuso assieme ad altre migliaia di italiani. Sbandato viene ospitato con altri (compreso Renato Gatti) in una casupola dei coniugi Karafili (che pagheranno con la vita il loro appoggio alla resistenza e l’aiuto agli italiani); per un breve periodo è partigiano nella V; poi si ferma a causa di recidive di malaria. Lo ritroviamo nella primavera del ’45 in attesa del rimpatrio che cammina per le strade di Vlorё. Un improvviso schiamazzo alle sue spalle, italiani che fuggono, partigiani che inseguono e catturano tutti, Casoli compreso.

Vengono messi in vendita in luogo pubblico. È impressionante la descrizione della compravendita, con i compratori che contrattano il prezzo in base all’aspetto assai malandato degli uomini da comprare. Casoli ha fortuna, passa un suo amico albanese e fingendo di non conoscerlo lo contratta e lo compra, se lo porta via e lo libera. La vicenda Casoli illustra bene l’avvicendarsi delle variabili sul percorso di un italiano in Albania negli anni ’43-’45. Liberato a Drashovica da partigiani albanesi, protetto nello sbandamento da albanesi, messo in vendita da albanesi e liberato da un altro albanese.

Partigiani alle porte di Tirana, 1944

In mezzo a queste variabili dall’8 settembre tantissimi italiani hanno dovuto cercare di sopravvivere, spesso da soli, o con un amico occasionale, o in minimi gruppi. Quindi o in piccole isole linguistiche o in solitudine linguistica. Ecco perché la tensione verso la lingua madre, e perché quando il battaglione si realizza (sesto della V brigata e sedicesimo dei battaglioni italiani nella resistenza in Albania) si realizza la piccola comunità italofona dove la lingua è patria immateriale.

Ma c’è di più: quando la V si trasferisce a nord e poi in Kossovo attacca nel territorio di Kukёs poi fra Giakova e Prizren le miniere di cromo, e cacciandone i tedeschi libera con i suoi partigiani italiani un bel numero di altri italiani, “schiavi”, militari ed ex operai civili una volta dipendenti della Ammi (Azienda minerali metallici italiana) costretti dai tedeschi al lavoro coatto. I liberati dalle miniere, come i liberati dalle colonne della Wehrmacht in ritirata dai Balcani meridionali, aggregandosi volontariamente alla V brigata, raddoppiano il numero degli italiani al suo interno, rendendo possibile la realizzazione del battaglione, che rappresenta, grazie alla V, un concreto riscatto all’apice di tanti percorsi dolorosi e una minuscola patria.

Lia Tosi, studiosa delle vicende dei soldati italiani in Albania, autrice di numerosi volumi sul tema


[1] Il battaglione nell’aprile del ’45 si chiamò Carlo Palumbo dal nome di un ufficiale caduto il 31 dicembre ’44 a Mejane presso Prjepolje.

[2] R.Kucaj,P.Bezhani, Historicu i Brigadёs V sulmuese, p. 364, Tiranё, 1989

[3] La ceta Risorgimento operava con il battaglione albanese Dajti, la ceta Matteotti con la III Brigata; il Comando delle truppe italiane alla montagna, già delineato dal colonnello pilota Barbi Cinti, si sostanziò con l’arrivo dei reparti della Firenze e un btg dell’Arezzo reduci dalla battaglia di Kruja. Ne fu comandante il generale Arnaldo Azzi. Il btg Martino era affiancato al btg albanese Dajti, il Nuova Italia alla II Brigata di B.Balluku. I btg Zignani, Mosconi, Morelli, dipendevano dalla zona di Peza, dove era attiva la III Brigata.

[4] La ceta Fratelli Bandiera si formò nella zona del Mokra e fu la terza compagnia del btg Reshit Çollaku, Il Battaglione Matteottti operava con la XIX Brigata.

[5] R.Gatti, Le croci sul Golico, Alessandria,1971

[6] Sirio Galli, un soldato della divisione Arezzo sfuggito con altri alla cattura tedesca, ebbe una travagliata esperienza in cui si aiutò con le sue capacità grafiche. Nel campo di Punemir i suoi manifesti ammorbidiscono il rigido Skander Russi; in seguito, durante l’offensiva tedesca del gennaio ’44, in una drammatica marcia dietro alla I Brigata, quando sia le Brigate che il Comando del gen. Azzi tentano di forzare l’accerchiamento, perde un’arrangiata calzatura, con un piede ferito, dita congelate, e rimasto indietro, solo, sopravvive a stento, anche scambiando i suoi disegni.

Sinché a fine maggio ’44 al congresso di Pёrmet ottiene l’incarico di decorare le sale dove si svolgerà il congresso. (S. Galli, Diario. Archivio Coremote, s.n.).

Raul Agostini, un caporale della divisione Firenze, venditore ambulante nella vita civile, dopo Kruja si arruolò nella I Brigata. Il 20 agosto ’44 è infermiere “nell’ospedale da campo del gruppo Skrapari”. Diviene poi “ istruttore violinista dei cori partigiani ha composto l’inno nazionale delle gruas antifasciste”; infine “svolse attività musicale presso Radio Tirana e Hotel Dajti per conto del Ministero della cultura popolare albanese”. (ACS, Roma, F.Ricompart Estero, A955)

[7] D.Smiley. Albanian Assignment, London 1985, p.90.

[8] O.Casoli. Memorie del maestro Olivio Casoli, Fossombrone, 2017.

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Vicenza, la nostalgia canaglia e il signor Berlato

È di una settimana fa la notizia della rimozione della cosiddetta “clausola antifascista” da parte della giunta di Vicenza, ratificata dal Consiglio cittadino. Tale norma, analoga a quella approvata in decine di Comuni italiani, prevedeva all’art. 5 che «i richiedenti di spazi pubblici (…) devono sottoscrivere la seguente dichiarazione: “Dichiara di riconoscersi nei principi fondamentali della Costituzione Italiana e dello Statuto comunale e ripudia il fascismo, la cui riorganizzazione è vietata sotto qualsiasi forma dall’ordinamento giuridico».

Sparito il fascismo, nel nuovo look dell’articolo si prevede di “ripudiare ogni forma di totalitarismo e di condannare l’uso della violenza a fini politici”. Divertente diversione dal tema, visto che la Costituzione e le leggi si riferiscono esplicitamente ed esclusivamente al fascismo (ed al suo corollario razzista), e che in Italia dal 1922 in poi non è esistita altra forma di totalitarismo se non quello fascista (con una variante ancora peggiore dal ’43 al ’45 che per brevità passa sotto il nome di nazifascismo). Il solito trucco per nascondere nella solita notte in cui le solite vacche sono – appunto – nere, l’esplicita condanna del fascismo.

La decisione della giunta ha trovato la ferma opposizione dell’Anpi di Vicenza, di tante forze politiche democratiche e di gran parte del mondo cattolico.

Di particolare rilievo è stata la presa di posizione di Achille Variati, Sottosegretario al Ministero dell’Interno.

Fin qua, la cronaca. Il 10 giugno, quando viene approvata la cancellazione della “clausola antifascista”, avviene però un fatto singolare.

Il parlamentare europeo Sergio Berlato, di Fratelli d’Italia, pubblica il seguente post sulla sua pagina: “Oggi abbiamo vinto una grande battaglia a Vicenza. È stata finalmente rimossa la clausola che ci ha impedito di fare politica attiva in città. Finalmente Fratelli d’Italia potrà tornare a far sventolare le sue bandiere e a mantenere il contatto con i cittadini anche nel centro storico di Vicenza!”.

Dunque si scopre che la “clausola antifascista”, per Sergio Berlato, impediva a Fratelli d’Italia “di fare politica attiva in città”. Ma se il ripudio del fascismo viene interpretato dal parlamentare come un impedimento alla politica di Fratelli d’Italia, ciò significa – le parole hanno un senso – che il signor Berlato non ripudia il fascismo. Si tratta di una aperta confessione della natura della “politica attiva in città” di Fratelli d’Italia secondo il Berlato-pensiero, che evidentemente carezza la nostalgia canaglia, e di una implicita sconfessione della Costituzione che disegna in ogni dettaglio la natura antifascista della Repubblica e vieta la ricostituzione del partito fascista. Non solo: visto che la clausola suddetta impediva al Berlato di “far sventolare le sue bandiere”, ciò vuol dire che, per il medesimo, le bandiere di Fratelli d’Italia sono molto simili alle vecchie bandiere del fascio. Trattasi della nota sindrome da Eia Eia.

Il parlamentare Berlato, a dire il vero, non è nuovissimo alla gaffe facebookiana. È della fine di dicembre dell’anno scorso, sempre sul suo profilo, una vignetta di raro (anzi rarissimo) squallore contro “le signorine animaliste e le vegane” che lo criticavano perché strenuo sostenitore della caccia. Seguirono aspre proteste che rimbalzarono in parlamento.

Da https://guidominciotti.blog.ilsole24ore.com/2019/12/27 /vignetta-sessista-contro-le-animaliste-polemica-su-berlato/

Al tempo Sergio Berlato era solo capogruppo di Fratelli d’Italia in Consiglio regionale del Veneto. Poi, per effetto indotto dalla Brexit, nei primi giorni del 2020 il medesimo diviene europarlamentare. “Scrollando” la sua pagina facebook si individua facilmente il suo profilo politico: attacchi ai migranti e agli extracomunitari in generale, attacchi al governo, panegirici sulla caccia e – ovviamente – su Fratelli d’Italia.

Conclusione: c’è un caso Berlato, il cui sovranismo, com’è comprensibile, è a libro e moschetto (nella fattispecie, da caccia). Va notato un dettaglio: non si tratta dell’esponente di un gruppo di cacciatori della bocciofila, ma di un rappresentante del nostro Paese in Europa. Nel frattempo perseveriamo – nell’ottima compagnia di decine di milioni di italiani – nella nostra lotta contro il fascismo di ieri, di oggi, di domani.

Vicenza, Medaglia d’oro al valor militare per la Resistenza. Se ne faccia una ragione il signor Berlato.

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Bottoni n.12

Uscita in pieno lockdown, l’autobiografia di Woody Allen ha smorzato, in chi ha potuto leggerla, le ansie delle cattività. Anche se un terzo delle pagine è dedicata a distruggere, ancora una volta, le controverse accuse di molestie da parte dell’ex compagna Mia Farrow nei confronti della figlia adottiva Dylan, le memorie di Allen sono una buona introduzione al suo cinema e un catalogo di battute memorabili. Le pagine più belle sono quelle dedicate all’infanzia e all’adolescenza di proletario ebreo newyorkese. Allen è uno dei pochi uomini che ha saputo rendere esilarante e creativa la sua ossessione della morte. A ottantaquattro anni il regista ha scritto la sua personale apologia socratica: “Alla mia età, ormai ho poco da perdere. Non credendo in un aldilà, non vedo che cosa possa cambiare se verrò ricordato come un regista o come un pedofilo. Chiedo solo che le mie ceneri vengano sparse vicino a una farmacia”.

Woody Allen, A proposito di niente, La Nave di Teseo, Milano 2020

A quarant’anni dalla sua pubblicazione e con 50 milioni di copie vendute, si ristampa “Il nome della rosa” di Umberto Eco, un’edizione con gli appunti preparatori e i disegni dell’autore, e vale davvero la pena riprenderla in mano. Sul romanzo è stato detto di tutto: allegoria politica, poliziesco medievale, paradiso citazionistico, paccottiglia per lettori semi-acculturati, indigesta “zuppa medievale” (così il critico Piergiorgio Bellocchio). Forse si può rileggerlo oggi e apprendere come la verità sia spesso intrecciata con l’errore, e che ogni verità umana che non porti con sé la possibilità dell’errore diventa solo dogmatismo e violenza. Come accade nel venerabile Jorge, il mauvaise monaco benedettino del romanzo che «amava in modo così lubrico la sua verità da osare tutto pur di distruggere la menzogna».

Umberto Eco, Il nome della rosa, La Nave di Teseo, Milano 2020

Dopo il salutare successo editoriale di “Mussolini ha fatto cose buone”, Francesco Filippi ritorna a interrogarsi sul fascismo e su un nodo decisivo, di cui ancora scontiamo gli effetti, ossia quello della difficoltà della transizione dal regime alla repubblica e dell’incompleta defascistizzazione degli italiani. Non evoca teorie sul fascismo intrinseco della nazione, ma interroga precisi passaggi storici che non hanno avuto la profondità e la durezza necessarie, come «atteggiamenti pubblici, assunzioni di responsabilità, operazioni di epurazioni, leggi».

Francesco Filippi, Ma perché siamo ancora fascisti? Un conto rimasto aperto, Bollati Borighieri, Torino 2020.

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Letteratura e liberazione dal carcere

“Come posso, io che sono prigioniero, imprigionare qualcun altro? Tu sei mio ospite. Ancora non hai capito che sto cercando un amico? Che ho voglia di parlare?”. Mehmed Uzun è l’autore di Tu e si rivolge a uno scarabeo. Decide di raccontare per sopravvivere, di immaginare per resistere mentre è rinchiuso in una prigione turca.

Tu è il primo romanzo tradotto direttamente dal kurmanji (uno dei dialetti principali del curdo, diffuso in particolare in Turchia e Siria) all’italiano, pubblicato di recente da Scienze e lettere con la collaborazione dell’Ismeo, Associazione internazionale di studi sul Mediterraneo e l’Oriente, e dell’Istituto internazionale di cultura kurda di Roma, con un contributo del Miur.

Mehmed Uzun è la figura letteraria curda di Turchia più importante dell’ultimo mezzo secolo e il romanzo Tu, tradotto e curato per i lettori italiani da Francesco Marilungo, è davvero un gioiello. Uzun ha immaginato una letteratura, ha descritto un mondo in condizioni proibitive e tanti scrittori curdi possono oggi dirsi tali grazie al suo impegno e al suo lavoro.

Mehmed Uzun nasce nel 1953 nel Kurdistan turco, la sua lingua madre è il dialetto curdo kurmanji che però è proibito in Turchia dallo Stato. Uzun imparerà a leggere e scrivere in curdo soltanto nel 1971, quando viene incarcerato per la prima volta. In prigione infatti impara la lingua dell’affetto a della casa, la lingua madre, grazie ad altri intellettuali curdi anch’essi in carcere per motivi politici.

“Il carcere diventa una sorta di università curda, un luogo in cui lo Stato involontariamente riunisce varie generazioni di intellettuali e attivisti curdi, favorendo relazioni e scambi di conoscenza”, scrive Marilungo nell’introduzione.

Uzun è tra i fondatori della rivista Rizgarî (Liberazione) e per questo viene nuovamente incarcerato nel 1976 per nove mesi. A causa delle persecuzioni di cui è vittima da parte dello Stato turco sceglie l’esilio in Svezia, una delle mete principali della diaspora intellettuale curda. Tornerà in patria solo nel 2007, a Diyarbakır, città considerata la capitale dei curdi di Turchia, dove trascorrerà i suoi ultimi mesi di vita.

Tu, il suo primo romanzo, fu pubblicato nel 1984. Uzun finì in carcere poco tempo dopo il colpo di Stato militare del 1971. Il romanzo è scritto pochi anni dopo il famigerato colpo di Stato del 1980 e proprio mentre Uzun scrive cominciano ad emergere i racconti raccapriccianti delle torture e della repressione nel tristemente noto carcere N.5 di Diyarbakır.

Questo esordio letterario è davvero unico: è stato descritto come un atto di resistenza immaginativa, linguistica e poetica. Cosa possono fare il cuore, lo stomaco, la mente di un uomo quando è in catene? Uzun dimostra che tutto il buio e le privazioni del suo popolo, le violenze e la repressione non possono sconfiggere l’amore per quello che si è, per la propria identità anche se questa è un fardello. La letteratura salva la vita e la testimonianza di Uzun ha dato linfa e forma ad una lingua vietata, perseguitata rendendola scritta e letteraria.

Mehmed Uzun (da https://tr.wikipedia.org/wiki/Mehmed_Uzun#/media/Dosya:Mehmed_uzun.jpg)

“I generali erano saliti al potere – si legge –. Non c’era niente che il popolo non subisse in nome del bene e della difesa del popolo stesso. Per il suo bene uccidevano, gettavano la vostra gente nelle carceri di estrema sicurezza, di estrema durezza; picchiavano, torturavano e scatenavano sul popolo vaste crudeltà mai viste prima. E sempre per il bene delle persone stesse le privavano di ogni diritto. Ormai era tradizione: a ogni colpo di Stato, voi, colpevoli e peccatori, venivate incriminati”. Eppure dalla cella d’isolamento il protagonista di Tu sceglie un piccolo insetto per evadere, per raccontarsi e per trovare la connessione con la sua ricca cultura. La presenza del minuscolo ignaro scarabeo scatena la forza vitale del protagonista che vaga nel meraviglioso Eden curdo, tra la neve, il cotone e i fiori di mandorla, nelle pianure fertili e in alta montagna. Ogni dialogo con lo scarabeo è un pretesto per sfuggire al dolore fisico delle torture e per ricordare e memorizzare meglio storie e leggende della terra curda.

Il giovane protagonista del romanzo, grazie al piccolo insetto, decide di ricordare o inventare poesie, di esercitare la mente, di trovare una fuga da tutto quell’orrore. Un altro aspetto da sottolineare è che nel romanzo si consuma un vero e proprio atto d’amore per Diyarbakır, che viene descritta come una città coloniale, occupata e vilipesa dallo Stato turco. “Le antiche mura millenarie e le moderne caserme militari turche nel cuore di Diyarbakır si guardano come nemici nel giorno della resa dei conti”, scrive Uzun; e poi ancora: “È la nostra città più grande, insetto. La più importante, la capitale di un Paese occupato e di un popolo sottomesso”.

Uzun chiama in causa il lettore: Tu è il curdo che deve conoscere e capire perché si trova in uno stato di miseria e privazione. La lingua curda diventa, oltre che la lingua degli affetti e del cuore, un bene prezioso per forgiare l’identità di un popolo, per immaginare un domani di libertà e di giustizia. Quel Tu rivolto al lettore gramscianamente è un “odio gli indifferenti”. Anche in prigione, nonostante le condizioni inumane, è vitale studiare, conoscere, prepararsi, essere mentalmente lucidi, mostrare la propria dignità soprattutto ai carnefici. Questo primo romanzo di Mehmet Uzun racconta di tanti uomini e tante donne che hanno fatto la resistenza in carcere in nome di ideali di giustizia e umanità. È un romanzo contemporaneo che aiuta a comprendere le vicende dei curdi ma allo stesso tempo un racconto collettivo sul potere degli esseri umani. Buona lettura.

Antonella De Biasi. Giornalista e saggista. È stata redattrice del settimanale La Rinascita della sinistra. È coautrice e curatrice di Curdi (Rosenberg & Sellier 2018)

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Foto della vergogna: Auschwitz come fosse una scuola

L’immagine condivisa su Facebook

Può un consigliere comunale del nostro tempo rilanciare sul più famoso dei social, senza consapevolezza della gravità delle sue azioni, una foto in cui ha cambiato la scritta “Arbeit macht frei” (il lavoro rende liberi) in “La scuola educa alla libertà” e aggiungere un’altra frase, sempre in tedesco, “Schule macht Frei” accompagnandola dalla traduzione “La scuola Libera”? A farlo è stato ieri un esponente della Lega-Salvini premier eletto nel parlamentino di Borgo San Lorenzo, comune della città metropolitana di Firenze. Evidentemente gli era piaciuta l’immagine pubblicata da un sedicente scrittore appassionato di “complotti” per paragonare al luogo simbolo dello sterminio nazista l’eventualità a settembre dell’installazione di divisori di plexiglass antiCovid nelle scuole. Tanto da farla propria, nonostante sia un rappresentante delle istituzioni della Repubblica Italiana. Almeno fino a che non è scoppiato un putiferio. “Gravissimo”, ha commentato il sindaco di Borgo, Paolo Omoboni”.

L’ingresso di Auschwitz-Birkenau

A insorgere e condannare subito l’accaduto è stato anche il Coordinamento delle Sezioni Anpi di Borgo, Vicchio, Marradi, Barberino M.llo. I partigiani scrivono: “Le idee possono essere diverse e il confronto e lo scontro politico con il rispetto dell avversario sono il sale della libertà e della democrazia, ma non possiamo tollerare l’utilizzo di immagini del genere, simboli terribili della brutalità del nazismo, per scopi propagandistici”. Già perché il consigliere per precisare la sua opposizione alle misure che potrebbero essere adottate dal governo nazionale in tutela di alunni e studenti si è pure lasciato andare a una serie di insulti. Le Anpi locali oltre ad esprimere vicinanza alle forze politiche “paragonate al peggio che mente umana ricordi” tornano a segnalare come “troppo spesso negli ultimi anni sono passati sotto silenzio gli utilizzi di simboli nazisti e fascisti per scopi di propaganda politica”. L’indignazione per l’accaduto ha valicato i confini di Borgo San Lorenzo, che qualche mese fa diede la cittadinanza onoraria alla senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta alla Shoah.

Borgo San Lorenzo (FI) ha conferito la cittadinanza onoraria alla senatrice Liliana Segre

Così l’assessore ha dovuto fare marcia indietro e chiedere scusa: “Volevo solo criticare il decreto scuola e non era mia intenzione riaprire per nessuno una ferita dolorosa e frase più buia della storia moderna. (…) Esprimo la mia profonda vicinanza alle vittime ed ai loro familiari. Quando si sbaglia con umiltà si chiede scusa. Punto!”. Tutto qui? Se il consigliere leghista sembra essersi autoassolto resta la preoccupazione dell’Anpi costretta, una volta di più, a “ergersi a sentinella della Costituzione antifascista, frutto della guerra di Liberazione”. L’associazione dei partigiani ha infatti denunciato un altro grave episodio, ultimo di una triste e lunga serie: le minacce di morte ad una giornalista di OKFirenze che aveva scritto un articolo di condanna per l’apparizione di una svastica di fronte alla casa di una famiglia di origine ebraica.

Il Coordinamento delle Anpi del territorio ammonisce: “negli ultimi anni sono passati sotto silenzio gli utilizzi di simboli nazisti e fascisti per scopi di propaganda politica. Non intendiamo tollerare che questo accada. Dobbiamo proteggere le nuove generazioni dall’indifferenza, i nostri giovani non devono essere abituati a considerare queste pratiche “normali”. Fu così che si imposero fascismo e nazismo, proprio nella normalità del quotidiano. E nell’indifferenza. Quella parola, ha scritto la senatrice Segre per il vocabolario Zingarelli 2020, “racchiude la chiave per comprendere la ragione del male, perché quando credi che una cosa non ti tocchi, non ti riguardi, allora non c’è limite all’orrore. L’indifferente è complice. Complice dei misfatti peggiori”.

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Vicenza: l’Anpi in piazza in difesa della clausola antifascista

Ci aveva provato prima del lockdown, la giunta di Vicenza, ed ora nonostante la vita politica cittadina non sia tornata alla piena normalità, ritenta.

Lo scorso febbraio, l’amministrazione di destra a trazione leghista, aveva riformulato l’art. 5 del regolamento per l’occupazione degli spazi pubblici. Un passaggio in particolare era stato oggetto di revisione: quello in cui ogni realtà associativa per ottenere le autorizzazioni ad utilizzare le aree municipali dovesse dichiarare per iscritto di “ripudiare il fascismo”. Nella nuova versione – autore l’assessore alle attività produttive, Fratelli d’Italia – dal dettato è scomparsa la parola “fascismo”, sostituita da “totalitarismi” perché, secondo l’esponente del partito della Meloni “è giunta l’ora di una pacificazione nazionale”.

L’articolo 5 del regolamento sugli spazi pubblici vicentini come è ora in vigore e come potrebbe diventare

Domani, 9 giugno 2020, il consiglio comunale, che ancora si riunisce a distanza per le misure antiCovid e dunque senza la possibilità per i cittadini di partecipare alla seduta, dovrebbe votare la modifica.

L’Anpi insorge e invita alla mobilitazione: «È gravissimo – dice Danilio Andriollo, presidente del Comitato provinciale dei partigiani vicentini – che una simile decisione sia presa proprio nei giorni in cui, purtroppo, abbiamo visto in Italia manifestare i neofascisti con le loro solite modalità violente e praticare l’apologia del fascismo». Per di più la decisione verrebbe adottata, in caso di voto favorevole, da un Consiglio che si riunirà in remoto, escludendo di fatto ogni possibilità per i cittadini di partecipare alla seduta «Siamo esterrefatti – prosegue Andriollo – per questo abbiamo deciso di presidiare la piazza sotto stante l’Aula consigliare durante la riunione».

Vicenza, Piazza dei Signori, dove domani, 9 giugno 2020, alle 18 si terrà la protesta della società civile democratica contro la modifica del regolamento antifascista (da https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/d/d7 /Piazza_dei_Signori_%28Vicenza%29.jpg/390px-Piazza_dei_Signori _%28Vicenza%29.jpg)

Le adesioni di sindacati e partiti si stanno susseguendo con l’appello ai consiglieri di respingere la proposta di modifica. «Eliminando la clausola il centrodestra vicentino risolve se stesso in una matrice fascista – dice il presidente provinciale Anpi, ribadendo il comunicato firmato con il presidente della sezione locale dei partigiani, Luigi Poletto. L’evocazione della “pacificazione” infatti è del tutto fuorviante e sottende la riabilitazione del fascismo». Cioè di una «brutale dittatura che ha annichilito libertà e democrazia e un totalitarismo che ha portato l’Italia all’alleanza fatale con la Germania di Hitler».

Il regolamento antifascista era stato introdotto a Vicenza, Medaglia d’Oro per la Resistenza, nel 2018 dalla precedente giunta «perché il ritorno al nazifascismo è diventata una vera e propria emergenza nazionale: la presenza neofascista è impressionante e comprende organizzazioni e movimenti politici, presenza nel web, tifoseria delle “curve” calcistiche di estrema destra, gruppi musicali nazirock».

E per far fronte a questa situazione è necessaria sia «la messa fuorilegge dei movimenti neofascisti e neonazisti, sia una grande e unitaria battaglia culturale e politica, e in terzo luogo un impegno di tutte le istituzioni repubblicane dal livello nazionale al livello locale». L’Anpi di Vicenza domani pomeriggio farà sentire la sua voce insieme alla cittadinanza che si riconosce nei valori della Costituzione della Repubblica Italiana. L’appuntamento è alle 18 in piazza dei Signori. «In presidio è organizzato con il rigoroso rispetto delle norme sul distanziamento previsto dall’emergenza sanitaria in corso – conclude il presidente Andriollo – per un fermo No all’abolizione della dichiarazione antifascista».

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Multa sbagliata o provocazione?

La voce di Maria Pina Iannuzzi, giovane presidente del comitato provinciale Anpi di Cosenza ormai da quattro anni, è incredula e amareggiata mentre racconta. È stata multata per aver celebrato nella sua città il 25 aprile. Cosa è accaduto?

Il primo giugno mi è stata notificata una sanzione di 400 euro dalla polizia stradale. Nel verbale mi si contesta la violazione delle norme anti Covid-19, ovvero di aver lasciato la mia abitazione senza giustificato motivo per partecipare alle ore 14.57 a un assembramento di 18 persone per una manifestazione in Largo dei Partigiani.

Ed è andata così?

La partecipazione alle iniziative per il 75° anniversario della Festa della Liberazione era stata inizialmente al centro di un dissidio tra governo e Anpi nazionale. Tutto però sembrava chiarito e una nota della Presidenza del Consiglio aveva dato la possibilità ai rappresentanti dell’Associazione di deporre un fiore o una corona al monumento oppure in un altro luogo significativo della Resistenza locale. Così è stato in moltissime città e paesi italiani. Per ciò che mi riguarda, uscivo per la prima volta dall’inizio del lockdown. Mi ero dotata di mascherina, guanti e dell’autocertificazione, spiegando precisamente le ragioni dello spostamento, ma non ho neppure avuto occasione di presentarla: lungo il tragitto non c’era alcun posto di blocco delle forze di polizia.

25 aprile, Largo dei Partigiani, Cosenza. La presidente del Comitato provinciale Anpi è la persona davanti a sinistra, indossa il fazzoletto dell’Associazione

Tutti i partecipanti sono stati sanzionati?

Non ho certezza di questo poiché non conosco o faccio fatica a riconoscere la maggior parte delle persone presenti nella foto oggetto del provvedimento. Nel verbale sta scritto, infatti, che sono stata identificata da una foto postata sulla pagina facebook di un comitato cosentino che si trovava in quel luogo con lo stesso intento. L’incontro a Largo dei Partigiani è stato casuale, io mi recavo per conto mio. Inoltre, indossavamo tutti i dispositivi di protezione personale e osservavamo la distanza prescritta. Io ovviamente portavo al collo il fazzoletto tricolore dell’Anpi.

La presidente del Comitato provinciale Anpi di Cosenza, Maria Pina Iannuzzi

Come era stata organizzata l’iniziativa?

Quest’anno, vista la particolare situazione, l’Anpi provinciale di Cosenza ha dato vita a una serie di eventi virtuali. Avevamo aderito all’appello 25aprile#iorestolibero e alle 15 si intonava Bella ciao dai balconi di tutta Italia. Il motto scelto per le mobilitazioni online era: “La piazza quest’anno è la nostra casa, condividiamo suoni, parole, atmosfere!”. Avevamo lanciato due contest e registrato i video di storie di #partigianicosentini.

È stato un lungo lavoro di documentazione. L’idea di recarmi a Largo dei Partigiani è nata in maniera totalmente estemporanea quel giorno stesso. Ogni anno insieme alla Cgil abbiamo aperto le celebrazioni del 25 aprile con la deposizione dei fiori in questo luogo simbolico per la città. Dopo gli eventi online del mattino, nel primo pomeriggio mi muovevo autonomamente per recarmi nella sede dell’associazione La Terra di Piero, che insieme ad altre realtà associative ha dato sostegno e sollievo a tante famiglie in difficoltà proprio in questo tempo sospeso dell’emergenza. Tra l’altro dopo il mio intervento, due importanti aziende, l’una produttrice di pasta, l’altra di tonno in scatola, hanno contattato l’Anpi provinciale di Cosenza per offrire tonnellate dei loro prodotti da distribuire alle persone in sofferenza. Da lì sono poi salita a Largo dei Partigiani e insieme a me sono sopraggiunte altre sigle che evidentemente con spirito antifascista hanno ritenuto di voler rendere omaggio alla memoria partigiana. Mi sono trattenuta pochi minuti per fare ciò che ritenevo un atto necessario: un momento di memoria e sono subito rientrata a casa, dove mi aspettavamo altri eventi social.

A Cosenza le istituzioni locali non hanno promosso iniziative pubbliche?

Fino a due anni fa era la Prefettura ad organizzare i festeggiamenti del 25 aprile, invitando sia il Comune sia le associazioni combattentistiche e d’arma. Sono presidente dell’Anpi provinciale dal 2016 e ho dovuto prendere atto che, da quell’anno in poi, l’amministrazione comunale è stata poco o per nulla presente alle celebrazioni. D’altronde sono ancora in molti a dare scarso rilievo al contributo dei meridionali alla Resistenza. E invece come la Calabria tutta, Cosenza ha dato un importantissimo contributo alla lotta contro l’occupazione nazifascista. In autunno per la casa editrice “Le Pecore Nere” uscirà, a cura dello storico Matteo Dalena, il libro “Lassù in montagna. Anagrafe dati dei partigiani della provincia di Cosenza”. Finora abbiamo ricostruito, rigorosamente, oltre 600 schede contenenti i dati biografici dei partigiani combattenti. Si tratta di un progetto, in collaborazione con Icsais, l’Istituto calabrese per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea, nato per valorizzare il contributo dei meridionali alla Resistenza. Ed è motivo di grande orgoglio: il mio territorio natale ha avuto la sua importanza nella conquista della democrazia.

Quindi l’Anpi provinciale di Cosenza non ha buone relazioni con il Comune?

I rapporti con il Comune sono sempre stati evanescenti, forse ancor più dopo la proposta dell’amministrazione di intitolare una via a Giorgio Almirante, in quell’occasione ci siamo fermamente opposti e ci siamo rivolti al prefetto che ha bloccato la cosa. L’Anpi sempre più spesso si è ritrovata quindi ad essere l’unico punto di riferimento di tanti cittadini e associazioni soprattutto laddove si è verificato un vero e proprio vuoto istituzionale.  Per capirci, quando nel 2019 il prefetto Galeone pensò di non dover celebrare ufficialmente il 25 Aprile, ricevemmo dall’Unione Sottufficiali d’Italia e da altre associazioni combattentistiche la richiesta di poter partecipare alle nostre celebrazioni con una rappresentanza. Altre sigle non sono volute mancare alla pastasciutta antifascista del 25 luglio e l’elenco potrebbe continuare con numerosi esempi.

Il 2 giugno è stato celebrato a Cosenza?

La prefettura ha organizzato la cerimonia, ovviamente in forma ridotta per la contingenza sanitaria, e invitato l’Anpi, nella mia persona. Con il nuovo incaricato del Viminale, la dottoressa Cinzia Guercio, nominata lo scorso gennaio, c’è un buon rapporto. Il rispetto, doveroso da parte nostra nei confronti di chi rappresenta un’istituzione della Repubblica, è ricambiato.

Ripensamenti per il 25 aprile?

Era un obbligo morale essere nel luogo simbolo della Resistenza cosentina. Ora è stato presentato un ricorso per la multa e si stabilirà se ero nel giusto. Nessun ripensamento, però. Rifarei tutto daccapo. Per l’Ente morale che rappresento, l’Anpi, era impensabile non rendere tributo a nostri Caduti partigiani.

Che fiori eravate riusciti a reperire?

Garofani rossi, fiori rappresentativi di quella che fu l’anima resistenziale bruzia, quella socialista di Pietro Mancini e appunto Paolo Cappello, muratore ucciso nel 1924 da piombo fascista cui tempo fa abbiamo deciso di intitolare il nostro direttivo.

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La scomparsa dei volti. E dintorni

In un periodo in cui abbiamo dovuto necessariamente ridisegnare nuovi confini dell’interazione e delle manifestazioni d’affetto, dell’organizzazione della vita quotidiana e dell’espletamento dei doveri lavorativi, forse inconsapevolmente abbiamo istituito nuovi mo(n)di. Di comunicare, in primis. Ma anche di percepire sé e gli altri nel mondo.

“Vicini, anche se distanti” e slogan analoghi sono stati il perno della fase di lockdown, in cui il ferreo distanziamento sociale ha fondato nuove categorie sociali, umane, ontologiche. Il mondo è stato filtrato attraverso nuovi dispositivi (siano essi tecnologici che mentali), infrastrutture invisibili e connessioni costanti, anche se in absentia.

È stato inventato un altro modo possibile di socializzare e adempiere ai doveri quotidiani e, ciò che è più importante, è stato introdotto senza gradualità, senza mezze misure. Straordinario e quotidiano si sono improvvisamente mescolati e, ad oggi, è difficile dire se l’ordinario fosse il periodo prepandemico o, al contrario, la “normalità” sia oggi. Stilemi insoliti, quelli che caratterizzano il “qui e ora”, ma pur sempre fondativi di un periodo storico. La pervasività del digitale è un dato di fatto: filo di Arianna e spada di Damocle, insieme, che congiunge e separa, isola e protegge. Uno strumento controverso che, però, ha avuto ricadute anche sul modo di interagire.

Cosa è rimasto, allora, dei nostri cinque sensi, a fine lockdown? L’ottundimento ha prevalso o, forse, si sono affinati, anche se seguendo percorsi “laterali”? Il primo stadio di esperienza, la persona (sia l’individuo, che la specie) lo pone in essere proprio attraverso i sensi; i filosofi presocratici e i neonati insegnano questo: mettere a sistema il mondo partendo dai sensi e dagli elementi della natura. Un approccio deduttivo, primordiale, in cui le sensazioni sono veicolo di conoscenza. Certo, l’Homo sapiens postmoderno ha saputo guardare oltre, ma questa traccia primitiva è rimasta sottocutanea.

Già poco prima del lockdown non ci si stringeva più la mano e, con l’avvento della quarantena, abbiamo anche oscurato i sorrisi con le mascherine. I dispositivi di sicurezza anticontagio hanno riscritto sia il modo in cui l’individuo si pone con gli altri, sia il modo in cui egli viene percepito. E gli esempi sono molteplici e quotidiani: il metro di distanza dal bancone consente al negoziante di fiducia di sentire bene le richieste del cliente? L’automobilista che lascia attraversare il pedone lo fa con un’aria seccata o gentile? «Quel ragazzo che ho incontrato era un mio compagno di scuola? Beh, difficile a dirsi, con la mascherina…».

La comunicazione si è spostata quasi totalmente sul digitale, relegando all’offline interazioni infiacchite dalla presenza di presidi medici e da una distanza interpersonale molto maggiore rispetto al passato. In questo modo, alcuni sensi, quelli abitualmente usati in modo collaterale, sono stati completamente scalzati e sostituiti da vista e udito, fortemente messi a repentaglio dal nuovo vademecum della comunicazione. “Occhio per occhio, dente per dente”, “occhio non vede, cuore non duole”, “se non vedo, non credo”: sono innumerevoli i proverbi e le locuzioni che dimostrano quanto la vista sia il senso egemone. Lo confermano le religioni, la letteratura, la cultura popolare… insomma: gli occhi sono sempre al centro della comunicazione e dell’interazione. Doversi o potersi vedere solo in videochiamata ha aperto scenari totalmente nuovi.

Non si tratta di un senso completamente precluso dall’interazione 2.0, come, ad esempio, l’olfatto o il gusto, ma di un senso intralciato, corrotto da impulsi fallaci, ma che trova il modo di reagire e adattarsi a nuove regole e a nuove difficoltà. Ad esempio, la situazione tipo di una conference call di lavoro è rappresentata da un mosaico di volti inquadrati in vario modo, alcuni sgranati, altri più definiti. Prospettive che non rispettano nemmeno il punto di vista dell’interlocutore, costretto a vedere non ciò che gli permette il proprio campo visivo, ma ciò che inquadra una webcam (anche e soprattutto se posizionata male). Bassa risoluzione, pixel, scatti e voci evanescenti: gli esseri umani si sono rivelati assoggettati alla stabilità di connessione. Vulnerabili non a causa di rischi o deficit concreti, ma colti nella loro inadeguatezza comica: facce che si bloccano in smorfie inconsuete, volti deformati da una rete internet che vacilla, occhi aperti o chiusi in modo asimmetrico, bocche ibernate in lunghissime vocali. È innegabile: cercare di mantenere la serietà in momenti del genere è impresa molto ardua. Provare a ricomporre i pezzi del puzzle fonico-visivo, lo è ancora di più: ricavare le informazioni complete, le frasi dell’interlocutore, al netto delle interferenze di rete, è una disperata necessità. Vivere la quarantena e la rivoluzione pandemica significa anche accettare che, durante una videochiamata, l’interlocutore possa bloccarsi o interrompersi in modo anomalo. La pausa non è un momento per rimarcare un concetto e lasciare riflettere l’ascoltatore, ma il silenzio diventa improvviso, addirittura non voluto e dannoso, perché fa il suo ingresso in modo prepotente, in un momento in cui sarebbe stato necessario ascoltare.

Quindi, percepire ed essere percepiti come immagine corrotta va molto oltre una semplice connessione internet basculante: è un ponte tra psicologia e sociologia, che si irradia tra Jung e Marx, individuo e società dei consumi. L’imago junghiana orienta le percezioni del soggetto attraverso degli schemi mentali che fanno elaborare le presenze con cui si interagisce come archetipi. A ciò si somma l’asse Marx-Debord che arriva a identificare una connessione tra immagini e relazioni nella società massmediatica dello spettacolo degli anni Sessanta.

Un legame che, oggi, non sarebbe difficile traslare nella presenza (e nel presenzialismo) social: «Lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale tra individui, mediato dalle immagini» affermava il filosofo francese riattualizzando “Il Capitale”. L’immagine, quindi, non è solo il riflesso di sé su e attraverso uno schermo, ma un setaccio attraverso cui passano le percezioni e si compie la relazione con l’esterno. Restituire all’interlocutore digitale una imago accidentata, dunque, significa anche, che lo si voglia oppure no, utilizzare quell’immagine così frammentata come “biglietto da visita”. Una ripercussione non dagli esiti funesti, ma comunque significativi. Immaginare una videolezione di una classe liceale in cui la professoressa o il professore, temuti e severissimi a scuola, vengono ridotti a icone traballanti con una scarsa dimestichezza con il medium, lascia presagire con facilità quanto l’avatar possa far perdere rapidamente autorevolezza alla sua controparte in carne e ossa.

Quello della poor image è un concetto elaborato dalla poliedrica artista visuale Hito Steyerl e caratterizzato da un’immagine, appunto, povera, depauperata della terza dimensione sia fisica che psicologica. La dimensione fantasmatica, così al centro delle digressioni psicanalitiche, diventa realtà. Non solo: diventa l’unico aggancio dell’individuo con la realtà. In questo scenario, in cui il lavoro e le interazioni sociali di vario livello sono sostituiti dalle app per fare videochiamate (preferibilmente di gruppo), allora l’apparenza tanto vilipesa, nel tempo, come sinonimo di superficialità, diventa più che mai specchio della frammentazione interiore. Del resto, il concetto di glitch, l’errore digitale, era già uscito negli scorsi decenni dalla sua “comfort zone”, la tecnologia, per sconfinare nel mondo dell’arte e rappresentare la falla del sistema: l’imperfezione che rappresenta l’unicità.

E, forse, gli ultimi mesi ci hanno dimostrato proprio questo: è l’essere umano il vero glitch, il robot insubordinato, l’androide che scopre di avere dei sentimenti. Nell’era del post-postumano, ci scopriamo schegge impazzite del cyberspazio, ologrammi in carne e ossa, che misurano gli affetti sullo schermo di uno smartphone e si bloccano in pose anomale.

Letizia Annamaria Dabramo

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Le rose della memoria

L’Assemblea Costituente. Certo che a quel tempo la politica era un’altra cosa; c’era la scelta di vita, lo spirito di servizio, la spinta degli eventi della guerra di Liberazione: lo ha scritto Marisa Cinciari Rodano.

Bisognava ricostruire un Paese distrutto dalla guerra, avvelenato dal ventennio, smembrato dal 1943 al 1945 dai nazifascisti: al centrosud il Regno d’Italia, al centro nord la finta repubblica di Salò, al nord est la Zona d’Operazioni delle Prealpi (Bolzano, Trento, Belluno) e la Zona d’Operazioni del Litorale Adriatico (Udine, Gorizia, Trieste), entrambe amministrate dal Terzo Reich. Ricostruire. Rinascere.

Il 2 giugno 1946 l’Italia votava per eleggere l’Assemblea costituente, che avrebbe dato vita, un anno e mezzo dopo, alla Costituzione della Repubblica. Votavano – finalmente! – le donne. Ma su 556 eletti, solo 21 di sesso femminile. Eppure quelle 21 segnano la storia d’Italia in modo indelebile, come l’inizio di un lungo percorso, tutt’altro che concluso, di emancipazione e liberazione, e, assieme, varano la bellissima avventura della Costituzione italiana, anch’essa ancora non pienamente realizzata.

L’Anpi dedica questo 2 giugno a loro, alle 21 Costituenti, perché come allora, anche oggi si rinasca dall’Italia del dolore di oltre 33mila deceduti per il Covid 19, dall’Italia fermata per un lockdown a difesa del primo e imprescindibile dei diritti umani: il diritto alla vita.

Per questo la scelta della Presidenza e della Segreteria nazionali Anpi di celebrare il 2 giugno, Festa della Repubblica, in modo insolito. I dirigenti nazionali e provinciali dell’Anpi, insieme ai Sindaci e, in alcune località anche ai Prefetti, deporranno una rosa rossa sulle tombe di quelle 21 meravigliose donne.

Una rosa rossa: nel mito greco Afrodite, per soccorrere l’amato Adone, si ferisce sui rovi; dalle gocce del suo sangue sbocciano delle rose rosse; così la rosa diviene simbolo di amore e di rinascita. Due parole che sono il programma dell’Italia qui ed ora, per ripartire con la bussola della solidarietà e della coesione sociale, davanti alle tensioni presenti e future causate dallo tsunami del virus e delle sue conseguenze.

Ed una rosa su ciascuna tomba delle nostre madri Costituenti è anche il riconoscimento del dono di libertà e di parità contenuto nel loro lavoro e nella loro passione; un segno di rispetto, di memoria, di gentilezza, perché l’Italia che rinasce non dimentica, e trova la sua linfa vitale dalle sue radici.

Erano 21 quelle donne, e appartenevano a partiti politici diversi: nove erano comuniste (Adele Bei, Nadia Gallico Spano, Nilde Iotti, Teresa Mattei, Angiola Minella, Rita Montagnana, Teresa Noce, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi); nove democratiche cristiane (Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria De Unterrichter Jervolino, Maria Federici, Angela Gotelli, Angela Guidi Cingolani, Maria Nicotra, Vittoria Titomanlio); due socialiste (Angelina Merlin e Bianca Bianchi) e una della lista “Uomo Qualunque” (Ottavia Penna Buscemi).

L’Anpi, dunque, il 2 giugno andrà a rendere un doveroso e sentito omaggio a tutte loro nei rispettivi luoghi di sepoltura. Di seguito le iniziative che si svolgeranno nei cimiteri di Milano, Roma, Trento, Napoli, Bologna. Successivamente daremo conto di tutte le iniziative svolte il 2 giugno per ricordare le nostre Costituenti.

MILANO – Lina Merlin. Il presidente dell’Anpi provinciale di Milano, Roberto Cenati; il componente della Segreteria nazionale ANPI, Carlo Ghezzi; i rappresentanti di ANED, FIAP, ANPPIA, ANPC; alla presenza del vice sindaco di Milano, Anna Scavuzzo, renderanno omaggio a Lina Merlin, fortemente impegnata nella cospirazione antifascista, nella lotta per l’emancipazione femminile ed eletta il 2 giugno 1946 all’Assemblea Costituente. La cerimonia si svolgerà nella cripta del Famedio del Cimitero Monumentale di Milano, dove Lina Merlin è tumulata.

TRENTO – Elisabetta Conci. Presso il cimitero di Trento sarà deposta una rosa sulla tomba di Elisabetta Conci, alla presenza dei rappresentanti dell’Anpi; del Sindaco di Trento, Alessandro Andreatta; e del Commissario del Governo, Sandro Lombardi.

BOLOGNA – Teresa Noce. Cimitero della Certosa ore 10. Alla presenza della Presidente provinciale ANPI, Anna Cocchi; del Sindaco di Bologna, Virginio Merola; e del figlio della madre costituente.

ROMA – Nilde Iotti, Nadia Gallico Spano, Adele Bei, Angela Maria Guidi Cingolani e Maria De Unterrichter Jervolino. On. Nilde Iotti e On. Nadia Gallico Spano – Cimitero del Verano, famedio del PCI; On. Adele Bei – Cimitero del Verano, zona ampliamento, fronte scaglione; On. Angela Maria Guidi Cingolani – Comune di Palestrina, Parco Cingolani; On. Maria De Unterrichter Jervolino – Cimitero Flaminio di Prima Porta

Parteciperanno alla cerimonia al Verano: Marta Bonafoni consigliera Regione Lazio; Livia Turco, presidente associazione Nilde Iotti; Marisa Malagoli Togliatti, figlia di Nilde Iotti; Silvia Costa, vicepresidente nazionale ANPC; Cristina Olini, presidente ANPC Roma; Serena Colonna, presidente nazionale ANPPIA; Paolo De Zorzi, presidente ANPPIA Roma; Francesca Del Bello, presidente II Municipio; Gianfranco Pagliarulo, vicepresidente ANPI nazionale; Emilio Ricci, vicepresidente ANPI nazionale; Marisa Ferro, segreteria ANPI nazionale; Dina e Nenè Bei – Carlo Zaia, nipoti di Adele Bei.

Parteciperanno alla cerimonia a Prima Porta: Stefano Simonelli, presidente del XV municipio; On. Rosa Russo Jervolino, figlia di Maria De Unterrichter Jervolino.

NAPOLI – Vittoria Titomanlio. Cimitero monumentale di Poggioreale, alla presenza del Sindaco di Napoli Luigi De Magistris, del Prefetto Marco Valentini, del Presidente ANPI provinciale di Napoli, il partigiano Antonio Amoretti.

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21 DONNE STRAORDINARIE

Chi erano le donne costituenti?  (Segnalo che ad esse, per conto della Fondazione della Camera dei Deputati, ha dedicato un pregevole studio la storica Maria Teresa Morelli.)

Tra quelle per così dire della vecchia generazione, alcune, come Rita Montagnana, Lina Merlin, Adele Bei, Eletta Pollastrini, Nadia Spano e Teresa Noce si definivano – scusate se adopero un termine che apparirà desueto – “rivoluzionarie di professione”: avevano abbracciato un ideale di trasformazione radicale della società e vi si erano dedicate senza riserve; avevano compiuto quella che l’onorevole Giorgio Amendola ha chiamato una scelta di vita. E a causa di quella scelta avevano conosciuto carcere e confino o erano state costrette all’esilio; alcune erano state anche deportate nei campi di concentramento nazisti.

Altre, come Elisabetta Conci, Maria Jervolino, Maria Federici, Angelina Cingolani, Maria Nicotra, Filomena Delli Castelli, Angela Gotelli, Vittoria Titomanlio, erano approdate alla politica per “spirito di servizio”, o per obbedienza al monito papale che in un celebre discorso del ’45, aveva invitato le donne ad assumere responsabilità nella vita pubblica ed esclamato, rivolgendosi loro: “Tua res agitur”.

La on. Ottavia Penna, dell U.Q., invece, aveva alle spalle anni di impegno sociale.

Le più giovani, come Nilde Jotti, Teresa Mattei, Bianca Bianchi, Angiola Minella, Laura Bianchini, Maria Maddalena Rossi, erano state invece sospinte, oserei dire catapultate, nella politica dagli eventi drammatici della guerra di Liberazione.

Malgrado, come si è detto, fosse stata, per alcune una scelta di vita, e sarebbe divenuta per altre (penso, ad esempio a Nilde Jotti e a Elisabetta Conci) un impegno costante di tutta l’esistenza, nessuna di loro avrebbe mai considerato la politica come una professione o una carriera. Si fa forse fatica oggi a immaginare che la politica potesse essere allora una attività nobile e disinteressata, potesse essere considerata, come ha scritto proprio un costituente, Giuseppe Lazzati, “una alta forma di carità”. Ma quelle parlamentari avevano un comune punto di riferimento: aver combattuto contro la dittatura o aver condiviso l’amore per la libertà e la giustizia. Tutte desideravano cambiare la condizione di discriminazione ed emarginazione delle donne, assicurare loro dignità, eguaglianza di diritti e il riconoscimento della specificità di genere.

Questo spiega, come emerge dalla lettura dei dibattiti che si sono svolti nelle sottocommissioni, nella commissione dei 75 e in assemblea, che se il confronto delle idee era franco, talora aspro, esisteva però tra quelle donne sempre una volontà di intesa, una ricerca non di meri compromessi, ma di formulazioni comprensive della ricchezza e validità delle differenze ideali, la volontà di trovare una “convivenza inclusiva”. Ne emerge anche la constatazione di quanto sia stato fecondo l’incontro tra generazioni così diverse non solo per età anagrafica, giacché una generazione non è, come dicono i sociologi, una coorte, cioè l’insieme delle persone nate nello stesso intervallo temporale, ma è composta da quelle che hanno condiviso una comune esperienza storica.

Senza le donne non sarebbero stati scritti nella Costituzione quei principi di parità, che, per la prima volta, introducevano l’idea che la democrazia non è tale se non tiene conto delle donne, che insomma rompevano lo schema tradizionale di una democrazia monca perché monosessuata, e che hanno costituito la base per la trasformazione non solo delle leggi, ma della vita e dello stesso modo di pensare delle donne italiane.

Una conferma di quanto le donne costituiscano, per la vita politica e per le istituzioni, una preziosa risorsa, un valore aggiunto. Le costituenti erano un piccolo drappello, ma hanno dato un contributo essenziale alla elaborazione della nostra Carta fondamentale. Purtroppo non è che nel corso di questi 74 anni, la rappresentanza femminile, nelle istituzioni, sia pur con alti e bassi, sia molto aumentata.

Marisa Rodano, partigiana, già deputata, senatrice e parlamentare europea

Nell’immagine, Guttuso, Donne di zolfatari, 1950

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