Il Giusto portoghese

Aristides de Sousa Mendes

In occasione del 45° anniversario della “Rivoluzione dei garofani”, cioè della fine incruenta (25 aprile 1974) del lungo regime autoritario di Salazar in Portogallo, pubblichiamo questo ampio servizio su di un grande portoghese, Aristides de Sousa Mendes.

 

Le pagine polverose del passato ogni tanto danno segni e spunti relativi a fatti e a personaggi dimenticati, le cui azioni non hanno cambiato la storia, ma hanno salvato vite umane, forti solo del loro coraggio morale. Uno di questi è il portoghese Aristides de Sousa Mendes, console generale in Francia che all’inizio della seconda guerra mondiale, dinanzi alla miriade di profughi, tra cui molti ebrei, in cerca di scampo dalla deportazione e lo sterminio nazista, s’adoperò materialmente per aiutarli. Cominciò dunque a rilasciare visti per permettere loro di entrare in un territorio neutrale e sicuro quale il Portogallo, nonostante il dittatore lusitano Antonio de Oliveira Salazar, per non provocare l’ira del temutissimo Hitler, non fosse affatto propenso ad accogliere quegli esuli. Sousa Mendes non solo deciderà di ignorare le disposizioni del suo governo ma, valendosi della posizione acquisita, diramerà a tutte le sedi consolari portoghesi in Francia l’ordine di fare altrettanto e di assecondare le richieste di visto. Lui stesso, armato di carta, penna e, soprattutto, del sigillo bianco della cancelleria, in appena tre giorni rilascerà ben 30.000 visti.

Così Lisbona diverrà l’ultima porta aperta dell’intera Europa per riuscire a evadere da un campo di concentramento esteso su gran parte del continente.

Nascita e studi.

Aristides, insieme al suo gemello César, viene al mondo il 19 luglio 1885 a Cabanas de Viriato, nel comune di Carregal do Sal, Distretto di Viseu. Il padre, José de Sousa Mendes, è giudice e si preoccupa che i suoi figli acquisiscano il senso della giustizia e dell’amore per la verità; la madre, Maria Angelina Ribeiro de Abranches, ha radici nobiliari, come il marito. Poco si conosce della giovinezza di Aristides, le prime notizie risalgono al tempo degli studi Università di Coimbra dove, nel 1907, i due fratelli si laureano in Giurisprudenza per poi optare per la carriera diplomatica. Alla fine dell’anno, Aristides sposa la cugina Angelina de Sousa Mendes. Riguardo alle idee politiche si sa unicamente che era un conservatore di matrice cattolica e di simpatie monarchiche.

La prima nomina – console di seconda classe – è del maggio 1910. L’incarico lo porta nella Guiana Britannica e più tardi in Galizia; in seguito, divenuto console generale, è destinato a Zanzibar, territorio africano sotto l’amministrazione britannica, dove rimane fino al 1919. Intanto molti avvenimenti hanno riguardato il suo Paese: è divenuto una Repubblica (nell’ottobre 1910), dopo una fase di neutralità è entrato nel primo conflitto mondiale (nel 1916), e nel 1917 è stato teatro di un golpe militare che ha portato alla presidenza il ministro, conservatore repubblicano, Sidonio Pais. L’uccisione di Pais, assassinato da un anarchico, determina il governo ad avviare l’epurazione di tutti i funzionari di tradizione monarchica: nel luglio 1919 Sousa Mendes viene sospeso e collocato nella posizione di disponibilità. Reintegrato un paio di anni dopo, promosso console di prima classe, Aristides è destinato alla sede di Curitiba, in Brasile, e successivamente negli Stati Uniti, a St. Francisco in California, per tornare quindi in Brasile, assegnato prima alla sede di Maranhão e poi a Porto Alegre, dove rimane per due anni. Il 1926 lo vede conseguire una serie di successi, a gennaio è chiamato alla Direzione del commercio estero, ad aprile è segretario del Comitato internazionale per i problemi relativi ai confini tra Portogallo e Spagna, sia nella penisola iberica sia nei territori coloniali. Nel maggio il Paese è travolto da un altro colpo di stato militare. In una manciata di anni ad ascendere al potere è António de Oliveira Salazar, ammiratore di Mussolini, che, già componente del governo dal 1926, nel 1932 instaura il cosiddetto “Estado Novo”, un regime di stampo fascista.

All’inizio degli anni Trenta, Sousa Mendes si trova ad Aversa, in Belgio, dove avvia importanti relazioni diplomatiche e commerciali tra i due Paesi, riscuotendo gli apprezzamenti sia del re belga Leopoldo III – che gli conferisce ben due decorazioni: ufficiale dell’Ordine di Leopoldo e comandante dell’Ordine della Corona, la più alta onorificenza della monarchia – sia di Salazar. Anche il gemello César è nei favori del dittatore, ma l’idillio dura ben poco: nominato ministro degli Esteri si scontra più volte con il capo del regime e dopo appena nove mesi è rimosso. La vendetta politica si abbatte anche su Aristides: accusato ingiustamente di cattiva gestione dei fondi ministeriali, nonostante un’ispezione accerti la non fondatezza delle accuse, si vede limitato nei suoi poteri di gestione e sottoposto a sorveglianza. Non contento, Salazar fa promuovere nei suoi confronti un procedimento disciplinare per abbandono, senza autorizzazione, della sede di Anversa. L’inchiesta accerta però che motivo dell’assenza era stata la partecipazione al funerale del suocero, per cui non viene preso alcun provvedimento. Alla luce di ciò, Aristides scrive al dittatore chiedendo una promozione a «capo missione di 2° classe della legazione cinese o giapponese». Salazar invece gli fa pervenire la nomina a console presso la piccola sede di Bordeaux, in Francia.

L’occupazione nazista della Francia

Il 29 settembre 1938, Aristides Sousa Mendes e la moglie, accompagnati da una parte dei figli (ne aveva ben dodici) e dalla fedele cameriera, Fernanda Dias de Jesus da Silva, arrivano a Bordeaux.

La famiglia si stabilisce al consolato, in un appartamento di quattordici stanze al n. 14 del Quai Louis XVIII, di fronte al fiume Garonna.

Un anno dopo, il 1° settembre 1939, con l’invasione della Polonia, comincia la seconda guerra mondiale. Nella parte occupata dal Terzo Reich si avvia il programma di privazione dei diritti a tutti i polacchi e insieme di pulizia etnica, deportazione e sterminio degli ebrei. Il Portogallo resta neutrale ma il capo del regime, Salazar, non intente affatto inimicarsi Hitler. E, nel novembre 1939, invia a tutte le ambasciate portoghesi in Europa una memoria confidenziale, la Circolare n. 14, con cui si vieta espressamente il rilascio di visti agli ebrei espulsi dai loro Paesi d’origine e ai profughi e agli apolidi muniti del Nansen, il passaporto internazionalmente riconosciuto rilasciato dalla Società delle Nazioni. Il 10 maggio 1940 le divisioni Panzer tedesche occupano Belgio e Olanda e il 10 giugno entrano in Francia, marciando su Parigi. Con l’armistizio di Compaigne, firmato il 22 giugno, il territorio francese verrà diviso in due: la parte settentrionale sarà posta sotto il diretto controllo dei tedeschi, quella meridionale verrà guidata dal collaborazionista maresciallo Petain e conosciuta con il nome “Repubblica di Vichy”. In quest’ultima si trova la cittadina di Bourdeaux. Nel frattempo l’invasione del Nord ha già provocato la fuga verso Sud di migliaia di persone, primi tra tutti gli ebrei e gli oppositori politici. Già dalla fine di maggio, al civico 14 del Quai Louis XVIII, Sousa ha cominciato a firmare qualche lasciapassare per il Portogallo a cittadini belgi e polacchi. Nei giorni successivi la situazione precipita. A Bordeaux la popolazione passa da 300.000 a 700.000 persone, una marea umana che vaga nelle strade in cerca di salvezza. Si sparge la voce sulla possibilità di ottenere un salvacondotto dal consolato portoghese e in centinaia si assiepano dinanzi al portone d’ingresso.

Il dittatore portoghese Salazar. Da http://www.ereticamente.net/wp-content/ uploads/2017/10/Salazar.jpg

Non possiamo non agire: «Salveremo tutti».

Sousa Mendes è sconvolto; come comportarsi? Negare i visti, come ordina la Circolare 14, oppure aiutare chiunque sia in pericolo di vita o possa essere deportato?

Il 16 giugno 1940, domenica, il console prende la sua decisione: firmerà ogni richiesta richiamandosi a un articolo della Costituzione portoghese, varata proprio da Salazar: «a nessun straniero può essere negato di accedere in territorio portoghese per le sue idee politiche, religiose o per la razza». Il personale condivide l’interpretazione e asseconda la scelta di «Salvare tutti». Quel giorno secondo Yehuda Bauer, storico contemporaneo, cominciò: «la più grande operazione di salvataggio effettuata da una persona durante la shoah», dopo quella compiuta dal diplomatico svedese Raoul Wallenberg che strappò alla morte 100.000 ebrei, contando però sul pieno sostegno del suo governo.

La situazione di Sousa è ben diversa, e per riuscire nell’intento fin dalla mattina crea una vera e propria catena di montaggio: alcuni addetti sono incaricati di riempire i moduli, altri di apporre la foto per poi passare il documento a Sousa per la firma e infine al segretario Jose Seabra per il timbro. «Religione ebrea, cattolica o protestante? Non importa! Origine “etnica”? Ininfluente! Russo? Iscrivilo! Apolide? Iscrivilo!». Bisogna far ancora più presto, velocizzare ulteriormente le pratiche. Sousa decide di firmare con il solo nome Mendes, quindi dispone che il Consolato rimanga aperto dalle 9 del mattino sino alle 19, senza alcuna pausa. Inoltre, forte del suo ruolo e della sua esperienza, decide di coinvolgere i colleghi di altre sedi in Francia e invia al console di Tolosa, Emile Gissot e al vice console di Baiona, Faria Machado, un telegramma con l’ordine di rilasciare il maggior numero di permessi. Mentre il primo asseconda, l’altro s’attiene alla Circolare 14 e si rifiuta. Sousa non si scompone, delega alla firma il segretario, si precipita a Baiona, al consolato prende un tavolo, lo pone dinanzi alla porta e inizia a rilasciare visti. Inutili le proteste del viceconsole che, adirato, decide di allertare Lisbona su quanto sta accadendo.

Nel frattempo alla frontiera portoghese-spagnola vengono fermate e respinte in territorio spagnolo ben 18.000 persone munite del visto Sousa. Madrid è in allarme, ha da poco firmato un trattato di non belligeranza con la Germania e il Generalissimo Franco non intende affatto essere accusato di tradimento. Le pressioni spagnole sul governo portoghese sono tali che il direttore della famigerata Polícia de Vigilância e Defesa do Estado (Pvde), Agostinho Lourenco, è costretto a riaprire il confine e a permettere il lento afflusso del fiume umano. La reazione di Salazar non si fa attendere, incarica l’ambasciatore portoghese a Madrid di esautorare il collega e lo richiama in Portogallo. Sousa l’8 luglio rientra in patria.

Il processo disciplinare

Non appena rientrato, Aristides chiede di poter conferire con Salazar, ma la richiesta viene rifiutata, non s’arrende e invia una petizione in favore dei profughi, che però viene cestinata. Anzi è il dittatore in persona ad avviare un’inchiesta, incaricando il capo dipartimento degli affari economici del ministero degli Esteri, Francisco de Paula Brito Júnior, di redigere l’atto di accusa nei confronti di Sousa Mendes. Il funzionario basa l’accusa sulla testimonianza di tre persone: il capitano Lourenco, capo della polizia politica, Armando Lopes Simeone, console a Baiona, e Teotonio Pereira, ambasciatore a Madrid, il più intransigente e spietato.

La storica Bessa Lopez ha dimostrato che il processo disciplinare è stato una farsa, infatti Salazar in una comunicazione riservata inviata all’ambasciatore portoghese a Londra Armindo Monteiro (padre dello scrittore Louis Sttau Monteiro), affermò, ancor prima che l’indagine fosse giunta al termine, la colpevolezza dell’ormai ex console portoghese a Bordeaux.

Il 2 agosto l’atto accusatorio è depositato. Le imputazioni sono abuso di potere, emissione di visti falsi, non rispetto delle direttive ministeriali. A Sousa vengono concessi dieci giorni per replicare e depositare la memoria difensiva. Mendes scrive venti pagine e allega la lettera dello scrittore Gisèle Allotini, dove si legge: «Ti voglio testimoniare la profonda ammirazione che le persone che ti hanno conosciuto, nei Paesi dove hai prestato servizio come console, hanno nei tuoi confronti. Sei la migliore pubblicità del Portogallo, fai onore alla tua patria. Tutti quelli che ti conoscono lodano il tuo coraggio, il grande cuore e lo spirito cavalleresco. Sei in Portogallo il meglio della pubblicità, è un onore per la tua patria. Tutti quelli che lo conoscevano lodarono il suo coraggio, il grande cuore, lo spirito cavalleresco», aggiungendo: «se i portoghesi assomigliano al console generale Mendes, sono un popolo di gentiluomini ed eroi».

Contestando ogni colpa, Sousa afferma che il suo operato è stato dettato da ragioni umanitarie perché «molti di loro erano ebrei perseguitati e cercavano disperatamente di sfuggire all’orrore di nuove persecuzioni. Alla fine c’era un numero di donne di tutti i Paesi invasi che hanno cercato di evitare di essere lasciati alla mercé della sessualità teutonica. A questa situazione s’è aggiunto lo spettacolo di centinaia di bambini che, seguendo i propri genitori, partecipavano alle loro sofferenze e angosce. […] Posso sbagliarmi, ma se ho sbagliato è perché ho seguito i dettami della mia coscienza, che non ha mai cessato di guidarmi a rispettare i miei compiti con cognizione delle mie responsabilità».

Il 29 agosto, il Consiglio disciplinare apre il procedimento contro Aristides de Sousa Mendes per disobbedienza, premeditazione, recidiva e abuso di potere. La sentenza di condanna è del 29 ottobre. L’indomani Salazar firma la sanzione: un anno di sospensione e il dimezzamento dello stipendio fino al pensionamento.

Tempi difficili

Nonostante la condanna, Aristides de Sousa Mendes non si scoraggia e il 28 novembre, presenta ricorso al Tribunale amministrativo di Lisbona, per violazione del diritto alla difesa dell’imputato, dal momento che non gli è stata concessa la parola. La corte non prende una decisione e Aristides si ritrova in gradi difficoltà economiche dovendo gestire una famiglia molto numerosa famiglia, pertanto decide di scrivere a Salazar dichiarandosi «assolutamente privo di risorse», senza però ricevere risposta. Ad aiutarlo è solo la comunità ebraica di Lisbona, che lo sostiene con un assegno mensile.

Il 19 giugno 1941 il Tribunale amministrativo respinge il ricorso. Ciò non impedisce all’ex console di continuare a coltivare la speranza di un cambiamento che intravede il 30 aprile 1945 con il suicidio di Hitler. Inutile dire che non avviene niente di quanto sperato, per cui nel dicembre dello stesso anno Mendes si appella all’Assemblea nazionale per far dichiarare incostituzionale la Circolare 14 perché in contrasto con l’articolo 8 della Costituzione portoghese, garante della libertà individuale e dell’inviolabilità delle idee religiose e politiche anche a persone perseguitate. Nessuna risposta. Neppure questa volta Sousa si abbatte e nel novembre del ’45, sostenuto da quattro figli (Aristide, Geraldo, Carlos e Pedro Nuno) e dal Movimento di unità democratica (Mud), promuove una petizione per chiedere libere elezioni. La risposta è immediata: la polizia politica arresta i leader del Movimento e imbavaglia la stampa. Dinanzi a tali difficoltà qualunque altro uomo si sarebbe arreso ma non Mendes, che nel febbraio 1946 decide di rivolgersi, nuovamente, a Salazar. E di nuovo non ha riscontri. Tenta dunque l’ultima carta e si rivolge al Cardinale Manuel Gonçalves Cerejeira, Patriarca di Lisbona, intimo amico di Salazar, affinché perori la sua causa. Non è stato mai chiarito il reale comportamento tenuto dall’alto prelato, l’unica certezza è il permanere di Mendes in una condizione d’indigenza e di prostrazione.

Il Cardinale Manuel Gonçalves Cerejeira (da https://it.wikipedia.org/ wiki/ Manuel_Gon%C3% A7alves_Cerejeira#/ media/ File:Cardinal_ Cerejeira.JPG)

L’uomo buono muore, ma non le sue azioni

Le testimonianze sugli ultimi anni della vita del console concordano su un punto: anche nei momenti più difficili e umilianti, quando si sentiva rifiutato, ha sempre mantenuto un atteggiamento benevolo nei confronti della vita. Alla fine del 1947 decide di abbandonare il Portogallo, per stabilirsi con la famiglia negli Stati Uniti, ma ai primi di gennaio del 1948 la moglie Angelina è colpita da un’emorragia cerebrale e sei mesi dopo muore. Aristides abbandona l’idea d’emigrare, nonostante la situazione economica si aggravi sempre più. Addirittura nell’inverno del 1953, citato da alcune banche per insolvenza dei prestiti contratti, è condannato per estinguere il debito al pagamento di 3.900 pesetas al mese, pari a un terzo della sua pensione.

Quest’ultima notizia lo prostra e mina uno stato di salute già compromesso. Il 3 aprile 1954 Aristides Sousa Mendes si spegne per le complicazioni di una polmonite. Un eroe scompare, ma non il ricordo del bene elargito.

Infatti, Israele e il popolo ebraico non dimenticano l’operato di quel «Giusto» e nel 1967, a New York, il console generale d’Israele, consegna alla figlia Joanna la Medaglia del Yad Vashem, l’ente nazionale israeliano per la memoria della shoah.

È l’inizio della riabilitazione. Il 25 aprile 1974, in Portogallo, la “Rivoluzione dei garofani” pone fine, in modo incruento, al lungo regime autoritario; vengono indette le elezioni; nasce la Repubblica democratica. Il cambiamento permette alla famiglia Sousa Mendes di far riprendere al ministero degli Esteri il fascicolo dell’ex console e chiedere di restituirgli l’onore.

Trascorrono due anni durante i quali l’ambasciatore Bessa Lopes raccoglie testimonianze e materiale sul comportamento tenuto da Soussa nei giorni della disfatta francese. Al termine consegna al ministro un dossier, pubblicato nel 1976. L’indagine si conclude a favore di Mendes e giustifica il suo comportamento con la dizione «dettato da fini umanitari». È il primo passo verso la riabilitazione ufficiale. Il secondo avviene, nel 1987, all’ambasciata portoghese a Washington, dove il presidente della Repubblica portoghese, Mario Soares, consegna ai figli di Sousa Mendes la decorazione dell’Ordine della libertà. Nel febbraio 1988 il Parlamento inizia a discutere una proposta di legge, presentata dal deputato socialista Jaime Gama, per restituire l’onorabilità ad Aristides. Il 13 marzo 1988, quarantotto anni dopo gli avvenimenti di Bordeaux e quattordici anni dopo la fine della dittatura, il Parlamento all’unanimità approva la riabilitazione del console, promuovendolo ambasciatore.

Ma l’opera di riscatto non si ferma, nel 1990 la città di Montreal (Canada) gli intitola un parco, seguita l’anno successivo da Bordeaux. Nel 1998 in Francia viene pubblicato il libro “Le Juste de Bordeaux”, e in quello stesso anno il Parlamento europeo onora Sousa Mendes, conferendogli un’importante onorificenza. Nell’aprile 1999 il consiglio comunale di Rio de Janeiro gli conferisce una medaglia, e nel maggio il Presidente della Repubblica Jorge Sampaio si reca nella cittadina natale dell’eroe per rendergli omaggio. Il 23 febbraio 2000 a Lisbona viene istituita la Fondazione Aristides Sousa Mendes; un mese dopo, nel Palazzo dei Bisogni, il ministro degli Esteri portoghese consegna alla fondazione la somma di 50.000 euro.

Stefano Coletta, docente


Bibliografia

Rui Afonso, “Injustiça”, Lisbona, ed. Caminho, 1990.

Rui Afonso, “Um homem bom. Aristides de Sousa Mendes, il Wallenberg português”, Lisbona, Caminho, 1995.

António Carvalho, “Wallenberg português. Merece ser reabilitado: família de Sousa Mendes pede que seja feita justiça”, in “Capital”, 2 marzo 1986.

Reese Erlich, “O herói português do holocausto”, in “Diário Popular”, 15 maggio 1987.

José Alain Fralon, “Aristides de Sousa Mendes. Le juste de Bordeaux ”. Bordeaux, ed. Mollat, 1998

Novais Granada, “Português que salvou 30 mil recordado na estação do parque: metro de Lisboa homenageia herói da humanidade”, in “Correio da Manhã”, 26 marzo 1995.

Mascarenhas e M. J. Martins, «Aristides de Sousa Mendes. A coragem da tolerância”, ed. Biblioteca, Lisbona, 1996.

Avraham Milgram, “Os cônsules portugueses e a questão dos refugiados  judeus”, in “História”, n. 15, giugno 1999.

L’articolo Il Giusto portoghese proviene da Patria Indipendente.

A teatro con le staffette

Sono le staffette partigiane Carla, Piera, Giannetta Manurio detta “Manditu” e soprattutto Olga Bozzo – che giovedì 25 aprile, alle 17, al teatro comunale di Sori riceverà un attestato di riconoscimento per il suo impegno nella Resistenza sorese –, le protagoniste dello spettacolo “Fuente della libertà”, testo di Ivano Malcotti, interviste e direzione artistica di Valeria Stagno, regia di Giorgio De Virgiliis, che andrà in scena in varie località del Levante genovese a cavallo della Festa della Liberazione. A dar loro la voce, in questa rassegna teatrale chiamata “Staffetta delle staffette”, almeno 150 donne si alterneranno sul palco, in una rievocazione della Resistenza tutta al femminile.

«Siamo partiti dalla constatazione che quando si parla di Resistenza lo si fa quasi sempre al maschile – spiega Malcotti –. Mentre il ruolo fondamentale delle staffette e delle partigiane, spesso giovanissime, è poco conosciuto». Il testo quindi si affianca e si ispira al libro Donne per la libertà. Resistenza a Sampierdarena di Massimo Bisca, presidente provinciale dell’Anpi di Genova. E contiene alcune informazioni venute alla luce solo di recente, come la vicenda di Olga Bozzo, nata a Teriasca l’8 agosto del 1934: “sei giorni dopo che Hitler si è autoproclamato Führer ed è diventato un dittatore terrificante per l’intera umanità”, come lei stessa precisa. Preferiva non ricordare, Olga, al pari di molti protagonisti di quegli anni difficili. Fino a quando una sera, sentendo in tv il Presidente Sergio Mattarella dire “chi sa, parli”, si decise a raccontare: di quando bambina di soli 11 anni, salvò la vita a una famiglia ebrea, di quando portava il cibo agli uomini sui monti, fingendo di andare a giocare, o strillava per annunciare i rastrellamenti.

Olga Bozzo, a sinistra della foto (da https://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2019/04/06/AEltb5tB-centocinquanta_narrare_partigiane.shtml)

In una conversazione immaginaria con le sue amiche staffette – compresa Giannetta, soprannominata Manditu perché così, in dialetto genovese (mi hanno detto), apriva spesso i suoi discorsi – Olga nello spettacolo rievoca quel tempo. Con accenti a volte ironici a volte tragici, soffermandosi spesso sulla quotidianità e lasciando quindi spazio all’aspetto umano di uomini e donne che, scegliendo da quale parte stare, si fecero eroi. Ed ecco la visita di Mussolini a Sori, la maestra fascista che voleva tutte le sue allieve vestite di nero e non permetteva alle mancine di scrivere con la mano sinistra, l’ingresso dell’Italia in guerra scoperto ascoltando Radio Londra. Poi le perquisizioni, gli arresti, le esecuzioni. Gli allarmi aerei per i voli dei vari Pippetto (gli aerei da bombardamento Alleati, ndr) e le corse nei rifugi, la fame. L’amore di Rudolf per la sua Rosetta, la diserzione, la morte. Tutto intervallato da brani musicali, fino alla chiusa: “la Resistenza, come ha detto la staffetta Angiolina Michelini “Emilia”, è un fatto morale, è un mosaico nel quale migliaia di persone, donne e uomini, hanno portato un pezzetto e tutti insieme hanno formato il grande disegno chiamato Resistenza e noi in quel grande disegno saremo per sempre ricordate come le fuente (fonti, N) della libertà”.

Lo spettacolo, prodotto con il contributo del Gruppo Città di Genova, che appartiene al filone del teatro di cittadinanza, una costola del teatro politico istantaneo, e coinvolge attrici non professioniste, va in scena venerdì 19 aprile alle 21 a Teatro San Giuseppe di Mignanego. Poi sabato 20 alle 17.30 nella Sala Polivalente di Recco, mercoledì 24 alle 10 alla Sala Don Bozzo a Bogliasco e alle 18 nella sede Anpi di Sestri Levante, dove a interpretare Olga sarà la sindaca Valentina Ghio. Poi giovedì 25 aprile alle 17 al teatro comunale di Sori, dove Bozzo riceverà la pergamena dalle mani del presidente provinciale Anpi Massimo Bisca, e alle 21 al teatro Massone di Pieve Ligure, infine il 10 maggio a Santa Margherita.

Lucia Compagnino

L’articolo A teatro con le staffette proviene da Patria Indipendente.

“Perché la vita è insieme”

Ancona. «Dicono che difendono gli italiani. Ma tutti vanno difesi. Dai poteri forti, dalle mafie, dai sistemi criminali. Rifiutiamo la logica del prima io, prima noi. La vita è insieme». Sono le parole del filosofo Roberto Mancini dell’università di Macerata a sancire la conclusione di una giornata all’insegna della pace, dell’accoglienza e della solidarietà. In più di duemila, forse tremila, provenienti da tutta la regione hanno sfilato, il 6 aprile scorso, dal Passetto al porto – da mare a mare – nella manifestazione “Marche plurali e accoglienti”. Una novantina fra associazioni, enti e organizzazioni chiamate a raccolta dall’Università della Pace contro il decreto immigrazione e sicurezza, ora convertito in legge. «Una manifestazione importante – ha sottolineato Daniele Fancello, presidente provinciale dell’Anpi – a ricordare che l’Italia è un Paese aperto. Noi dell’Anpi in particolare non dimentichiamo che nella guerra di Liberazione hanno operato partigiani di cinquanta nazioni diverse».

La marcia ha preso il via dal Monumento ai Caduti. Al suono di una miniatura della Campana di Pace di Rovereto, il corteo ha sfilato lungo la traiettoria principale della città passando sotto il Comune, attraversando piazza Cavour, piazza Roma, corso Garibaldi e raggiungendo infine le banchine del porto. Qui, a commemorazione dei tanti migranti morti in mare, sono stati lanciati fiori e accesi fumogeni da segnalazione.

Un serpentone colorato, allegro a tratti, accompagnato da musiche diffuse dalla cabina regia montata su un camioncino e inframezzato dagli interventi dei rappresentanti di sindacati, movimenti, associazioni. Tutti solidali con i migranti «a sottolineare – come ha spiegato Mario Busti presidente dell’Università della Pace – che le diversità non ci spaventano». L’appello diffuso nei giorni precedenti la manifestazione recitava: “Sui migranti l’Europa ha perso la coscienza, la memoria, l’umanità. Sono ignorate, o peggio rimosse dalle agende politiche, le ragioni che costringono le persone a migrare: fame, povertà, guerra, cambiamenti climatici, non equa distribuzione delle risorse del Pianeta”.

Nutrita la presenza di stranieri, moltissimi gli africani e i bengalesi. A loro l’onore di aprire il corteo con lo striscione giallo squillante delle “Marche plurali e accoglienti” con la “i” a formare uno svolazzo con i colori della pace. E tanti gli interventi e le testimonianze.

«Io – ha raccontato Ahalem Zanagui, giovane mediatrice culturale di origine tunisina – avevo 13 anni quando mi sono trasferita in Italia. I miei genitori dicevano che era per dare a me e a mia sorella un futuro migliore. Ma io ero arrabbiata con il mondo intero. Mi sono servite la tolleranza e la disponibilità degli altri. È l’accoglienza a farci sentire vicini».

E Musli Alievski, operaio e fondatore di Stay Human di origine Rom, ha detto: «La nostra comunità ha subito un vergognoso attacco nei giorni scorsi a Torre Maura, borgata a est di Roma. C’è chi cavalca la povertà fomentando la paura. Siamo qui, insieme ai fratelli migranti per una vita e un Paese migliore».

Dal suo canto Pierpaolo Pullini della Fiom ha sottolineato che «ovunque ci sono ingiustizie sociali e uomini in condizioni di debolezza, il sindacato deve esserci. Il nostro paradigma è basato sulla giustizia sociale, sul lavoro, sui diritti sanciti dalla Costituzione».

Attenzione agli «effetti devastanti dell’odio» è stato il richiamo anche di Paolo Pignocchi, vice presidente di Amnesty Italia. «Le Marche, seppur ferite, sono sempre state accoglienti. Ma attenzione – ha rimarcato – anche nel nostro territorio sono successi episodi con connotati razzisti preoccupanti. Fra gli altri l’omicidio di Emmanuel Chidi Namdi a Fermo, il 5 luglio del 2016, e la follia di Luca Traini a Macerata. Attenzione dunque agli effetti devastanti nelle nostre comunità dell’odio».

Nessun politico, nessuna bandiera di partito come richiesto “per evitare strumentalizzazioni”. Eppure Davide Sassoli, vicepresidente del Parlamento Europeo, in visita istituzionale ad Ancona, non è voluto mancare. «Contro la rabbia – ha detto a margine della manifestazione – scommettiamo sui valori della solidarietà. È necessario rimettere al centro i valori della Costituzione contro un governo che fa di tutto per allentare quel senso di umanità proprio della società italiana». Con lui, il presidente del Consiglio regionale Antonio Mastrovincenzo. «Novanta associazioni qui presenti – ha sottolineato – dimostrano un sentimento forte e condiviso. Le Marche accoglienti respingono con forza ogni forma di odio, razzismo e omofobia».

Pia Bacchielli, giornalista

L’articolo “Perché la vita è insieme” proviene da Patria Indipendente.

Cucchi. La svolta

Gli occhi di Ilaria e di Stefano

Ilaria Cucchi parla di quanto è avvenuto in questi giorni; nessuno restituirà Stefano né a lei né alla famiglia. Ma finalmente emerge, dopo anni di gigantesche menzogne, il profilo della verità; e quelle istituzioni, che troppo a lungo erano apparse ciniche e ostili, finalmente restituiscono dignità a loro stesse, riconoscono l’inaudito crimine, si schierano dalla parte della giustizia. L’unico che continua a far finta di non capire è il ministro dell’Interno.

La lettera del generale Nistri è stata una sorpresa?

“Ricevere la lettera del Generale Nistri, Comandante generale dell’Arma dei carabinieri, è stato per me estremamente emozionante. Hanno suonato alla porta come quando consegnarono a mia madre la comunicazione di nominare un perito di fiducia per presiedere all’autopsia di Stefano. Così abbiamo appreso della morte di mio fratello. Questa volta ho visto i quattro fogli scritti a mano e leggerne il contenuto mi ha commosso. Ma al di là dell’aspetto emotivo, la lettera ha rappresentato un qualcosa di enorme: il Comando generale dell’Arma dei carabinieri si è schierato per la prima volta, per la prima volta in questi 10 anni, al fianco della famiglia di Stefano Cucchi e soprattutto al fianco della verità.

Nistri ha scritto di ritenersi danneggiato, da uomo e da padre, al pari della famiglia di Stefano e di suo pugno scrive di ritenere doveroso il chiarimento di ogni singola responsabilità nella sede opportuna, l’aula di un tribunale. E che quanto accaduto abbia leso il lavoro quotidiano della maggioranza dei carabinieri. È ciò che ho sempre sostenuto in questi anni, ha riconosciuto il Comandante. Quella lettera è una svolta perché proprio in questi mesi stiamo assistendo all’emergere continuo di novità sui numerosi depistaggi e falsi compiuti da esponenti dell’Arma”.

Mesi fa aveva incontrato il generale Nistri, il colloquio non era andato secondo le sue aspettative.

Avevo definito uno “sproloquio” le parole pronunciate in quell’incontro, un’accusa ai militari che avevano deciso di rompere il muro di omertà sulla morte di Stefano. Evidentemente, però, quel confronto è stato importante.

Nella lettera si annuncia l’intenzione dell’Arma di costituirsi parte civile nel futuro processo per depistaggio, se saranno rinviati a giudizio gli otto ufficiali indagati.

Si costituirà parte civile anche il ministero della Difesa. Lo ha dichiarato il presidente del Consiglio Conte, a nome di tutto il governo. Prendo atto però che c’è ancora chi non vuol capire…

A chi si riferisce?

Nel giorno in cui è arrivato il messaggio di vicinanza e solidarietà da parte del Comando generale dell’Arma il nostro ministro dell’Interno Salvini ha voluto ripetere la solita frase, come fa ormai da anni, senza nemmeno porsi il problema di contestualizzare, senza neppure informarsi un po’ di più prima di esternare “comunque io sono dalla parte delle forze dell’ordine”. Chi rappresenta le forze dell’ordine, chi rappresenta l’Arma dei carabinieri è dalla parte della famiglia Cucchi, questo vorrei fosse chiaro. Anche, forse, per aver deciso – ma non avremmo saputo fare diversamente – di condurre una vera e propria battaglia di civiltà nel rispetto di tutti, nel rispetto di quelle stesse istituzioni che ci avevano prima tradito e poi voltato le spalle, nel rispetto di una giustizia che per troppo tempo è andata avanti con due pesi e due misure. E questo fin dall’udienza di convalida dell’arresto di Stefano, dunque quando mio fratello era ancora vivo, e così per anni e anni dopo la sua morte, fino all’arrivo alla Procura di Roma del dottor Giuseppe Pignatone e del dottor Giovanni Musarò. Da allora tutto è cambiato.

Cosa ha provato durante la ricostruzione in aula del carabiniere Francesco Tedesco, uno dei cinque imputati per omicidio preterintenzionale, su cosa accadde in caserma la notte del fermo di Stefano?

Abbiamo ascoltato in aula il racconto dell’uccisione di mio fratello, non mi vengono altri termini per definirla, l’ho ascoltata io e soprattutto, l’hanno ascoltata i miei genitori, seduti come sempre in fondo all’aula. Dal punto di vista emotivo, non è stato un momento facile. Eppure quelle cose le sapevamo da sempre, le sapevano tutti coloro che avevano deciso di approfondire questa storia, di guardare oltre ciò che si voleva far credere. Però ci sono voluti dieci anni per ascoltarle anche in un’aula di giustizia. Mentre ascoltavo Tedesco descrivere dettagliatamente quello che era accaduto quella notte, le spinte, i pugni, i calci in faccia, ricordavo la perizia del professor Arbarello, il consulente medico legale dell’allora pubblico ministero, e poi successivamente quella della dottoressa Cattaneo, nominata dalla Corte d’Assise. Ricordavo i disegnini della consulente, le simulazioni di quella “caduta accidentale”, i paroloni per descrivere, in un’aula di tribunale, come Stefano con un’unica caduta si sarebbe potuto procurare tutte quelle lezioni in più parti del corpo. Era un processo, fin dall’istante successivo la morte di Stefano, scritto a tavolino dai superiori di coloro che oggi sono sul banco degli imputati, gli stessi che avevano già, nero su bianco, le conclusioni della perizia del professor Albarello, addirittura prima che venisse nominato consulente nel primo processo. Grazie al cielo, oggi siamo in una fase diversa, questo momento può dare la possipossibilità di ricucire la ferita aperta tra lo Stato, le Istituzioni e i cittadini. I cittadini si sentono abbandonati dalle istituzioni, si riconoscono invece nella famiglia Cucchi, non solo per quello che è accaduto a Stefano ma soprattutto per ciò che la sua famiglia, una famiglia normale come tante, una famiglia perbene che ha consegnato alla Procura la droga trovata in casa, ha dovuto subire in questi lunghissimi anni, una famiglia che di fatto si è fatta carico di un ruolo che dovrebbe essere di uno Stato democratico.

Il carabiniere Francesco Tedesco (da https://tg24.sky.it/cronaca/2019/04/08/ stefano-cucchi-testimone-chiave-chiede-scusa.html)

Quando si terrà la prossima udienza?

Torneremo in aula il 16 aprile. Sarà nuovamente chiamato a deporre Tedesco mentre, da quanto so, gli altri imputati rilasceranno dichiarazioni spontanee, temo dunque ripeteranno quanto suggerito dai loro avvocati. Poi le difese porteranno alcuni testimoni, persone presenti nella caserma dove, secondo il racconto di Riccardo Casamassima, il maresciallo dei carabinieri che fece riaprire il caso tre anni fa, il collega Roberto Mandolini, imputato, disse che era “successo un casino”.

Il 18 aprile si apre inoltre un altro processo a piazzale Clodio, in seguito alla mia querela nei confronti di Gianni Tonelli (già segretario generale del Sap, uno dei maggiori sindacati di polizia, ora parlamentare, eletto nella Lega di Matteo Salvini, ndr). Il pm aveva chiesto l’archiviazione ma il giudice ha deciso per l’imputazione coatta.

Anche Tonelli l’ha querelata per una frase pronunciata durante una trasmissione televisiva, ora lei rischia un processo per diffamazione.

Non vedo l’ora di andare a processo. Ho tante cose ancora da dire in un’aula di tribunale.

Ilaria Cucchi e il sindaco Mimmo Lucano: eravate insieme a Torino per ricevere le tessere Anpi.

Il sindaco di Riace ha rivelato un grandissimo senso di umanità e intanto, finalmente, potrà tornare nel suo paese. Le nostre vicende processuali sono differenti, ma credo che abbia scaldato il suo cuore avere la vicinanza delle persone. È stato così anche per noi. Se è vero che siamo partiti dal nulla, niente si fa da soli. A volte si ha bisogno di eroi, ma, parlo per me, non sono un eroe. La nostra famiglia ha avuto accanto l’avvocato Fabio Anselmo, che ora è il mio compagno, il nostro perito, Vincenzo Fineschi, poi la Procura di Roma con Pignatone e Musarò, ma soprattutto le tante persone comuni. Da anni, quando cammino per strada in tanti si fermano, c’è chi mi abbraccia, chi mi ripete “vai avanti”. Io confido sul senso di responsabilità dei giudici. È necessario un segnale, le persone hanno bisogno di fidarsi pienamente delle Istituzioni, in uno Stato democratico, oggi più che mai in un momento tanto difficile e cupo.

L’articolo Cucchi. La svolta proviene da Patria Indipendente.

L’Aquila vola. Ancora più in alto

“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti”.

Questo pensiero attualissimo ed evocativo – scritto da Gramsci oltre 100 anni fa, nel 1917 – è stato scelto per aprire l’iniziativa “Non si smette mai di essere partigiani”, organizzata dall’Anpi dell’Aquila all’Auditorium del Parco: un momento di «memoria e d i impegno» hanno dichiarato il presidente provinciale, Fulvio Angelini, e il presidente della sezione cittadina, William Giordano, per ribadire che «non si smette mai di essere partigiane e partigiani».

L’incontro, affollatissimo, si è svolto a ridosso del decennale del terremoto del 2009 e ha voluto rappresentare una testimonianza di resistenza e di rinascita civile, culturale e sociale.

Dopo aver ascoltato le parole di Liliana Segre all’atto d’insediamento da senatrice della Repubblica, l’Anpi dell’Aquila ha consegnato le tessere 2019 dell’Associazione ad alcuni protagonisti della storia della Resistenza italiana che hanno reso onore alla città.

La platea

Ecco chi sono:

Giovanni Schippa, 95 anni, partigiano combattente col grado di sottotenente, già rettore e professore emerito dell’Università dell’Aquila, ex presidente della Fondazione Carispaq, Medaglia d’Oro del presidente della Repubblica per meriti nel campo della cultura e della scuola, Cavaliere di Gran Croce, autore di oltre cento libri e pubblicazioni scientifiche tutti dedicati alle problematiche della ricerca e della didattica universitaria.

Arnaldo Ettorre, 94 anni, per essersi schierato, negli anni dell’occupazione nazista, sempre dalla parte della lotta per la libertà, prima sottraendosi alla chiamata di leva e rischiando la deportazione nei lager e poi aggregandosi alla Brigata Majella (si arruolò con la matricola 1425) appena giunta in città per proseguire alla volta di Bologna. Ha vissuto questo ruolo di partigiano con orgoglio e discrezione. Già insignito con la “Medaglia della Liberazione”, dopo il sisma si è battuto per ripristinare al Palazzo di Giustizia dell’Aquila la targa in onore dei magistrati partigiani Pasquale Colagrande e Mario Tradardi che Arnaldo conobbe come suo comandante partigiano a Recanati nel novembre del ’44.

Umberto Cialente, che da poco ha compiuto 93 anni. Croce al merito di guerra per il conflitto 1940-1945, diploma Alexander d’onore di ‘Combattente per la Libertà d’Italia’, nonché papà dell’ex sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, commosso in platea. Subito dopo il 25 luglio, poco più che 17enne Umberto aderisce ai GAP col compito di rastrellare armi nelle caserme abbandonate della milizia e dell’esercito e nasconderle in un sotterraneo in via Roma, nei pressi dell’abitazione di Pierino Ventura. Quando cominciano i primi arresti, Umberto sfugge alla Gestapo e sale in montagna unendosi alla Banda della Duchessa. In uno scontro sui piani di Arcinazzo viene ferito da una baionetta alla spalla destra. Solo dopo 10 giorni riuscirà a ricevere le cure di un veterinario che lo ricucirà con ago e filo da materasso. Seguendo il fronte bellico continua a combattere risalendo sino alle Alpi Apuane, in Garfagnana, per tornare all’Aquila nel novembre 1944.

La famiglia Agnelli perché durante gli anni dell’occupazione tedesca dell’Aquila è stata di infaticabile supporto ed aiuto agli ex prigionieri alleati e slavi, agli esponenti della Resistenza aquilana, agli ebrei in fuga dai rastrellamenti. La loro cartolibreria in piazza Palazzo, gestita da Amalia Agnelli, era il centro e il motore per la riconquista della libertà dal fascismo. Gli Agnelli sono stati recentemente ricordati nell’inaugurazione del Giardino dei Giusti e delle Giuste che onora i protagonisti di quella “Resistenza umanitaria” che, insieme a quella armata, ha garantito la rete di protezione e salvezza per migliaia di persone.

Luciano Badia, in memoria del papà Mario, scomparso nel dicembre scorso a 89 anni, che si definiva “Partigiano” ancor prima di dire il suo nome: Mario Badia doveva essere il decimo dei Martiri aquilani, quel 23 settembre 1943, allorquando un gruppo di giovani partigiani fu catturato sulle montagne, a Collebrincioni; non vollero portarlo con loro, però: “statte a casa amico mio, perché sci troppo quatrano (giovane, nel dialetto locale)”, gli disse Giorgio Scimia.

Successivamente altre tessere sono state conferite a personalità e realtà del territorio che si battono quotidianamente in nome dell’antifascismo, della lotta al razzismo, della difesa del lavoro, della parità di genere e a difesa della Costituzione repubblicana, nata dalla Resistenza.

«Oggi come non mai i principi di solidarietà, umanità, giustizia sociale, uguaglianza e legalità sono messi a repentaglio da un vento reazionario, neofascista e spesso violento, da un clima di intolleranza e di odio – hanno sottolineato i presidenti Angelini e Giordano –. È un dovere di tutti gli antifascisti reagire a pulsioni antidemocratiche cercando di costruire quotidianamente, e con i gesti e le azioni di rispetto, tolleranza e difesa dei cittadini più deboli, una società differente fondata sui principi cardine della nostra Costituzione».

Ad ogni personalità o realtà associativa che ha ricevuto la tessera è dunque stato “dedicato” un articolo della Costituzione e una specifica motivazione.

Ai ragazzi di United L’Aquila, la squadra di calcio popolare antifascista e antirazzista che unisce richiedenti asilo e aquilani – più che una realtà sportiva, un vero e proprio progetto politico, nel senso più autentico del termine, legato al tessuto umano della città e strettamente interconnesso con il territorio – è stato associato l’articolo 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Questa la motivazione: “Per anni ci siamo rotti la testa a discutere teoricamente di differenze fra multiculturalismo, integrazione, assistenzialismo, sviluppo sostenibile. E mentre si costruiscono le gabbie teoriche, ci sono persone che semplicemente ‘hanno fatto cose’. E lo hanno fatto e lo fanno affrontando questi temi nella quotidianità e diffondendo semplicemente – nella vita di tutti quelli che hanno la fortuna di incrociarsi – questi temi importanti. Come ha fatto Mimmo Lucano a Riace e come hanno fatto questi ragazzi, che hanno avuto la voglia e la possibilità di condividere le proprie vite, le proprie esperienze e quindi ognuno le proprie culture per creare una bolla di vita comunitaria che non può che arricchire tutti coloro che ne sono felicemente contaminati”.

Lo stesso articolo della Carta costituzionale ha salutato il riconoscimento all’avvocata Simona Giannangeli, protagonista dell’impegno civile verso le donne e i più deboli, più volte vittima di gesti intimidatori che non ne hanno però mai fermato l’azione. Motivazione: “Da sempre dedita al contrasto alla violenza sulle donne, sia in veste professionale che attraverso l’impegno civile nell’associazionismo e nella politica. È stata co-fondatrice del centro antiviolenza che oggi presiede e dove svolge anche attività legale. Vittima più volte di gesti intimidatori e pur pagando un prezzo pesante non ha mai mollato. Resta e resterà resiliente. Ne valorizziamo la passione e la tenacia con cui ha affrontato il processo per il crollo della casa dello studente, per far emergere la verità e cercare giustizia”.

Ad Alberto Aleandri, che ha sempre onorato la memoria collettiva, protagonista di tutte le manifestazioni democratiche della società civile, baluardo contro il neofascismo strisciante di CasaPound è stato dedicato l’articolo 11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. La motivazione illustra: “Al compagno e amico Alberto Aleandri conferiamo la tessera perché ha sempre onorato la memoria di questa città, la nostra memoria collettiva mantenendo vivo e forte e resistente il ricordo di ciò che è stato. Attraverso la creazione di una grande biblioteca, di un archivio sulla resistenza e delle sue mostre ed esposizioni itineranti continua a permettere la trasmissione della storia, degli orrori della guerra e la conservazione della memoria dei protagonisti e degli eventi, testimonianza fulgida e valore di civiltà”.

L’istallazione “Mani che annegano nel Mediterraneo”

E ancora: a Teresa Nannarone, divenuta suo malgrado un esempio di resistenza per aver affisso alla finestra del suo ufficio affacciato su piazza Ovidio, a Sulmona, uno striscione di 4 metri con le parole del poeta latino “Empio è colui che non accoglie lo straniero”, in occasione del comizio elettorale di Matteo Salvini e che, per questo, è stata pesantemente insultata sui social, è stato associato l’articolo 10: “L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali. Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge. Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici”.

Ed ecco la motivazione: “Citando Ovidio nella terra d’origine e nella piazza a lui dedicata, Teresa non immaginava di diventare un piccolo, prezioso simbolo di resistenza civile. Eppure in questo tempo opaco e oscuro, anche un gesto apparentemente semplice e normale può diventare esemplare.

Per questo gesto e queste parole nobili è stata pubblicamente minacciata di stupro.

Affidiamo a lei e a tutti noi il coraggio di esporre e pronunciare sempre altre parole capaci di riaffermare la nostra umanità e di insinuarsi come un germe di solidarietà anche nelle anime più dubbiose”.

Una tessera è stata poi conferita ai lavoratori e alle lavoratrici del call-center ‘Ecare’ dell’Aquila, a ritirarla simbolicamente le Rsu aziendali, come testimonianza del valore centrale che il lavoro ha, o dovrebbe avere, nella nostra società: per loro, che hanno voluto ringraziare l’ex presidente vicario della Regione Abruzzo Giovanni Lolli – anch’egli in platea – per l’impegno profuso a tutela dei posti di lavoro, gli articoli 1, 4 e 35 della Costituzione. Motivazione: “Ai lavoratori e alle lavoratrici di Ecare – da sempre impegnati nella loro vertenza occupazionale – affidiamo una tessera onoraria a testimonianza del valore centrale che il lavoro ha nella nostra società. Un valore di dignità, di realizzazione, di servizio alla comunità. A voi affidiamo anche un messaggio: trasmettete questo valore unitamente a quelli della resistenza e della pratica quotidiana dei diritti e dei doveri costituzionali, siatene araldi nei luoghi di lavoro e nelle case, portate avanti con il vostro splendido esempio di tenacia e coraggio quanto noi oggi stiamo celebrando, quanto noi oggi stiamo celebrando anche grazie a voi”.

Al decano del giornalismo Amedeo Esposito, 70 anni di attività festeggiati a marzo, che fino ai giorni scorsi ha dedicato la sua professione e la sua cultura alla pratica quotidiana antifascista, firmando articoli molto critici su alcune scelte dell’amministrazione comunale – tra cui l’introduzione del “daspo urbano” per i migranti – è stato “dedicato” l’articolo 21: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. La motivazione spigava: “Testimone, cronista e narratore delle vicende nazionali e locali, ha dedicato la sua professione e la sua cultura alla pratica quotidiana antifascista, resistendo alle pressioni culturali avverse. Ne ricordiamo oggi gli ultimi esempi, quando ha reagito con forza dando voce a tutti noi, contro la repressione dell’arte libera e resistente, quando l’istallazione ‘Mani che annegano’, che aveva ravvivato la Fontana delle 99 Cannelle, fu rimossa con mezzi barbari e parole volgari da un rappresentante istituzionale di questa città e quando, ricordando con esempi nobili la tradizione di accoglienza dell’Aquila ha stigmatizzato il ‘daspo’ urbano che il Comune ha imposto agli extra-comunitari. Esposito ha saputo dar sempre voce al dissenso, all’indignazione e al coraggio di quante e quanti riconoscono alla libertà di opinione e all’impegno civile militante un valore di civiltà”.

Il riconoscimento è stato tributato anche a Giovanni Legnini, già sindaco di Roccamontepiano, parlamentare, sottosegretario e vice presidente del Csm, prima della candidatura alle recenti elezioni regionali a guida della coalizione di centrosinistra. A Legnini è stato associato l’articolo 104 della Costituzione: “La Magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere. Il Consiglio superiore della magistratura è presieduto dal Presidente della Repubblica. Ne fanno parte di diritto il primo presidente e il procuratore generale della Corte di cassazione”. La motivazione: “La sua ultima carica istituzionale è stata quella prestigiosissima di vice presidente del Csm. Originario della terra in cui nacque la Brigata Majella si è messo a disposizione della comunità con un progetto politico all’interno del quale è riuscito ad affermare con fermezza e chiarezza due concetti chiave: democrazia costituzionale e antifascismo. Nel clima difficilissimo nel quale ci siamo trovati a declinare le nostre idee controcorrente, da uomo di Stato ha proposto una interpretazione moderna dei temi cari a tutti noi, che si rifanno ai principi costituzionali della Repubblica italiana. Lo ha fatto richiamando la storia e la genesi della repubblica democratica dimostrando giorno dopo giorno che una carica istituzionale importante può ergersi a paladina di temi che con superficialità vengono liquidati come anacronistici, ma al contrario sono attuali, oggi più di sempre. Con orgoglio ha rivendicato che l’Abruzzo è la terra della Brigata Majella con le parole che hanno accompagnato l’istallazione artistica delle ‘Manine che emergono dal Mediterraneo’ alla Fontana delle 99 Cannelle, testimonianza di una società alla ricerca della solidarietà e della sua umanità”.

Infine, è stata riconosciuta l’importante attività svolta da Don Aldo Antonelli, presidente di Libera della provincia dell’Aquila, a cui è stato dedicato l’articolo 2: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. Motivazione: “Per la capacità e il coraggio di praticare un pensiero difforme.

Per la capacita di declinare la parola in parole tenendo insieme la dimensione politica, ecclesiale e civile, mettendo sempre al centro l’umanità. Un prete free-lance, come si autodefinisce, ma anche ‘parroco emerito appassionato della parola, vissuta e annunciata nella storia’ come lo definisce il teologo Carlo Molari”.

Una serata bella, nel senso pieno del termine, e commovente, quella organizzata dall’Anpi, una boccata d’aria fresca in una città che, purtroppo, negli ultimi tempi ha raccontato di sindaci sceriffi, norme anti-accattonaggio e di crociate anti immigrati sull’onda di un clima di intolleranza che spira nel Paese e che si sta facendo soffocante.

Comitato provinciale Anpi dell’Aquila


Altre foto dell’evento sono scaricabili sulla pagina Facebook dell’Anpi L’Aquila 

L’articolo L’Aquila vola. Ancora più in alto proviene da Patria Indipendente.

Ettore, Achille e la Resistenza

Carla Nespolo con Tonina Laghi. Foto di Zino Tamburrino

Mentre la grande storia ricorda i Martiri delle Fosse Ardeatine – a Roma, 335 vittime di una rappresaglia nazista – rammentiamo che in quello stesso giorno, il 24 marzo 1944, la nostra città, per la prima volta, è colpita da un evento luttuoso di cui si macchiano i fascisti: cinque ragazzi renitenti alla leva della Rsi sono fucilati nella caserma di via della Ripa mentre altri dieci restano in attesa dell’esecuzione della pena capitale.

Le operaie della Mangelli, insieme a quelle della Battistini, Fumisti, Bondi, Forlanini, Becchi, Eridania ed altre, cui si uniscono donne forlivesi e delle campagne, si incamminano verso la caserma. Strappano la promessa di una grazia, e si recano in massa davanti al palazzo del governo, poco distante. Di fronte al rischio dello stop di fabbriche importanti, anche dal punto di vista bellico, e alla protesta delle donne, i dieci giovani hanno salva la vita. Prendono parte alla rivolta le partigiane Ida Valbonesi e Tonina Laghi, due delle coraggiose donne forlivesi che testimoniano, ancora oggi, quanto avvenne alla Ripa.

Da questi eventi è nato il “Progetto Ripa 2019”. La prima parte del progetto è partita con una serie di incontri per raccontare agli studenti cosa accadde nel ’44. A seguire è stato promosso un concorso per immagini e opere grafiche, suddiviso in due sezioni, uno per la cittadinanza e uno per gli studenti, che ha visto una cinquantina di elaborati. Poi, nucleo centrale del progetto, la realizzazione dello spettacolo teatrale “Armati mio cuore. La notte della memoria”. Il titolo della pièce riprende le parole pronunciate da Medea nella tragedia di Euripide, costruendo un ponte tra la guerra di Troia, epico archetipo di tutti i conflitti, e la Resistenza.

La scena. Foto di Zino Tamburrino

Lo spettacolo è andato in scena, per i cittadini, la sera di domenica 24 marzo, davanti a una sala gremita all’inverosimile e il giorno dopo, al mattino, per gli studenti delle scuole. Nel pomeriggio, a palazzo Romagnoli, si è inoltre tenuto un convegno, grandemente partecipato, sui fatti di via della Ripa, alla presenza della presidente nazionale dell’Anpi Carla Nespolo, del presidente provinciale dell’Associazione Miro Gori; di Maria Giorgini, neoeletta segretario generale della Cgil forlivese; di Roberta Mira, storica. L’incontro è stato da me coordinato, in qualità di presidente dell’Anpi forlivese. È intervenuta Mara Valdinosi, già parlamentare cesenate, che nel 1984, nel quarantennale dei fatti, ne fece una ricostruzione per Patria Indipendente.

Una delle più belle epigrafi sulla Resistenza la dedica il poeta Salvatore Quasimodo, ai partigiani di Valenza:

Questa pietra

ricorda i Partigiani di Valenza

e quelli che lottarono nella sua terra,

caduti in combattimento, fucilati, assassinati da tedeschi e gregari di provvisorie milizie italiane.

Il loro numero è grande.

Qui li contiamo uno per uno teneramente

chiamandoli con nomi giovani

per ogni tempo.

Non maledire, eterno straniero nella tua patria, e tu saluta, amico della libertà.

Il loro sangue è ancora fresco, silenzioso il suo frutto.

Gli eroi sono diventati uomini: fortuna

per la civiltà. Di questi uomini

non resti mai povera l’Italia.

Mi limito ad aggiungere una riga: E di queste donne, che misero il loro petto disarmato, di fronte all’invasore, per difendere i loro figli, non resti mai povera la mia città, Forlì.

La premiazione. Foto di Zino Tamburrino

I vincitori del concorso, per la sezione cittadinanza sono: Matteo Mazzacurati, 1° premio; Francesco Capacci, 2° premio; e Lorenzo Capacci, 3° premio. Ha ricevuto una menzione per l’opera meritoria Chiara Scarpellini. Per la sezione scuole, ha ricevuto il 1° premio Alice Bandini dell’Istituto Professionale Ruffilli; Riccardo Barchi, sempre dell’Istituto Professionale Ruffilli, si è aggiudicato il 2° premio; Irene Ravaioli e Sara Mazzani del Liceo Classico G.B. Morgagni hanno ricevuto il 3° premio. La menzione per opera meritoria è stata attribuita a Michel Versitano dell’Istituto Professionale Ruffilli; a Lucia Piacquadio, Angelica Signani, Vittoria Zangara, Alice Bombardi e Alessia Salvini del Liceo Classico G.B. Morgagni; a Giulia De Angelis del Liceo Artistico e Musicale.

Corale è stato l’apprezzamento per Armati mio cuore, la notte della memoria, andato in scena, il 24 marzo, al teatro Diego Fabbri di Forlì, voluto dall’Anpi e messo in scena da Malocchi & Profumi, con la collaborazione di “18 con lode”, Cambioscena, OGM e Qaos. Il testo dello spettacolo è ispirato a un’idea della compianta Maria Letizia Zuffa – la brava e appassionata artista, fondatrice della compagnia Malocchi&Profumi, scomparsa nel 2016 –, attualizzato da Nicola Donati, coadiuvato da Michela Gorini e Sabina Spazzoli, anche registe dello spettacolo.

Ha affascinato l’idea dell’incontro tra Resistenza e guerra di Troia, che diviene archetipo di tutte le guerre, perché nella scrittura omerica ne ha insiti tutti gli stilemi. Ecuba e Andromaca sono tutte le mogli e le madri del mondo, Ettore è il guerriero che sfida un nemico che non può vincere, Patroclo l’uomo che si sacrifica per una causa. Echi di una strada percorsa da uno dei film più belli sulla Resistenza, La notte di San Lorenzo dei fratelli Taviani, in cui fascisti e partigiani sono anch’essi eroi mitologici. Efficace la scenografia, che richiama Guernica di Picasso, spettacolari i costumi, che fondono, con un taglio raffinato, capi militari e richiami all’antico, maggiormente evidenziati da bianchi calzari; perfetta la scelta delle musiche, arricchita dalla presenza in scena di Mirko Catozzi alla fisarmonica, accompagnato dalle voci di Pier Paolo Sedioli e di Sebastian Irimescu. Gli attori, tutti bravi in un testo che li vede, come Giano bifronte, nel doppio ruolo arcaico e moderno. Un Giorgio Cervesi Ripa perfetto nel ruolo di Agamennone e Priamo, che evoca re Lear di shakespeariana memoria, quando chiede ad Achille, spiccando per presenza scenica, il corpo di Ettore, e offre una recitazione intensa e sontuosa. Surreale e delicata, quella di Calcante, che affascina per il distacco. Bravissime tutte le attrici: una dolcissima Andromaca, un’Ecuba, madre di tutte le madri, uscita dalle Troiane di Euripide, un’Elena non banale. Ma, soprattutto, riesce l’alchimia e lo spettacolo funziona, coinvolgendo lo spettatore nella discesa agli inferi di Ettore e dei cinque martiri di via Ripa, e nella reazione delle donne quando rifiutano il fato degli altri ragazzi che dovrebbero essere fucilati l’indomani. Applausi a scena aperta hanno coronano un lavoro che ha saputo mettere sapientemente insieme ogni figura professionale del teatro, con commozione collettiva di spettatori, autori e attori. Citiamo: in scena Mattia Anconelli, Sara Bandini, Sara Bucherini, Giorgio Cervesi Ripa, Chiara Gardini, Sebastian Irimescu, Francesco Lega, Luca Mancini, Olivia Molignoni, Michela Santandrea, Carmen Sassi, Caterina Sbrana, Apollonia Tolo, Alberto Zaffagnini. Il disegno luci è firmato da Giorgio Cervesi Ripa e Adler Ravaioli; le scene e i costumi sono di Stefano Camporesi; i movimenti scenici e le coreografie di Laura Vigna; il trucco è di Matilde Baroni e Laura Mazzotti; le acconciature da On Hair – Andrea Graziani e Alessandra Passoni. Uno spettacolo che merita di essere visto e che speriamo non si fermi qui.

Lodovico Zanetti, presidente Anpi Forlì

L’articolo Ettore, Achille e la Resistenza proviene da Patria Indipendente.

Anno IV n. 61

In questo numero:

In copertina

UN PRATO DI FIORI ANTIFASCISTI

Redazione

Prato, sabato 23 marzo 2019: mai vista tanta gente in piazza Santa Maria delle Carceri per la manifestazione. Ha vinto l’unità, l’antifascismo, l’Anpi pratese e la sua presidente Angela Riviello

Editoriale

Il “macellaio di Etiopia” e la marionetta dei nazisti

Claudio Vercelli

Rodolfo Graziani: vita, opere, misfatti e atrocità dell’uomo a cui il sindaco di Affile voleva dedicare un sacrario

In primo piano

Friuli Venezia Giulia: mozione regionale contro Anpi e Istituto storico

Redazione

L’accusa: addirittura revisionismo e negazionismo per le foibe. 
La segreteria nazionale dell’associazione partigiana: 
“Mozione faziosa e irresponsabile. Basta con l’uso politico della storia!”. 
Forti reazioni di Paolo Pezzino e Raoul Pupo

Impresentabili, via libera a razzisti e fascisti

Redazione

Il nuovo Codice per la presentazione delle candidature alle elezioni approvato in Commissione Antimafia sdogana indagati e condannati per la legge Mancino. Carla Nespolo, presidente nazionale Anpi: “un’oscenità giuridica, politica e morale che disinvoltamente dimentica l’ignominia dei lager, della Shoah e delle leggi razziali.

Aggiornato il processo. Alla parte lesa

Annalisa Alessio

Pavia: sotto accusa gli antifascisti che hanno protestato contro la sfilata dei “camerati” (autorizzata)

Non è Beckett: 29 marzo, Pavia, processo agli antifascisti

Annalisa Alessio

Per i fatti del 5 novembre 2016, quando i fascisti manifestarono in libertà e la manifestazione di protesta fu repressa dalle cariche della polizia

Servizi

Servizi

Lupi solitari (nazifascisti) e cattivi maestri

Guido Caldiron

Il terrore di estrema destra dopo la strage in Nuova Zelanda. In Usa tra il 2009 e il 2018 oltre il 73% delle uccisioni compiute da terroristi opera di “estremisti bianchi”. Gli «stranieri» causa di ogni male secondo i predicatori d’odio. La “sostituzione dei popoli” chiodo fisso di Orbán e Salvini

In punta di penna

Le sconcertanti posizioni di un giudice

Zazie

Cittadinanza attiva

Tempo di Inquisizione

Redazione

La Segreteria nazionale Anpi: il Congresso delle famiglie di Verona fa violenza ai diritti civili. Vergognosa la partecipazione dei ministri leghisti

Verona e l’ordine gerarchico-patriarcale

 Franco Monaco

Al “congresso” della città veneta, la famiglia come pretesto. Un approccio chiuso, regressivo, illiberale, che vorrebbe rimettere in discussione preziose conquiste civili. Una operazione politica ideata e cavalcata da una destra autoritaria. La strumentalizzazione della religione e la inquietante partecipazione di ben tre ministri

Interviste

Primo Levi raccontato da Noemi Di Segni

Giacomo Verri

La presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, a cento anni dalla nascita, parla del grande scrittore, testimone dell’orrore e custode della memoria del sistema concentrazionario. I lager: oggi una tendenza alla disattenzione sociale e all’organizzazione dell’oblio. L’indifferenza e la derisione. Educare alla pacatezza, alla lentezza, alle piccole cose quotidiane

Cittadinanza attiva

Greta e un mondo da cambiare

Francesco Martone

“Sono le nuove generazioni che si prendono in mano il destino della Terra, che rilanciano la sfida accanto a chi lo fa da tempo, che ci invitano con forza a proiettarci verso il futuro”

Cittadinanza attiva

Il 30 marzo l’abbraccio fra fratelli

Redazione

A Sežana (Slovenia) l’iniziativa promossa dalle associazioni partigiane nazionali dell’Italia, della Croazia, della Slovenia e dall’associazione della Carinzia (Austria): italiani, sloveni e croati uniti contro nazionalismi, neofascismi e razzismi

Servizi

Sudan, il silenzio sulla protesta

Giovanna Lelli

In corso una rivoluzione pacifica e democratica in Sudan contro la dittatura militare islamista del presidente Omar al Bashir. Arrestato Muntaser Ibrahim, professore di Biologia Molecolare, membro della Accademia Mondiale delle Scienze

Cittadinanza attiva

Sicurezza e Immigrazione: disastro annunciato

Riccardo Morielli

Storia di un fallimento giuridico e sociale di una legge che smantella il sistema di accoglienza e crea un clima di insicurezza permanente e crescente

Storia – Servizi

Dalla guerra di Spagna al secondo conflitto mondiale

Enzo Santarelli

La Repubblica spagnola, strangolata dai massicci interventi del fascismo e del nazismo, lasciò come eredità un ideale «partito della resistenza» che ebbe un fortissimo ruolo negli anni successivi

Storia – Servizi

E il corazon del mundo cessò di battere

Ignazio Delogu e Cesare Colombo

1939: la fine della Repubblica spagnola, la consegna di Madrid al nemico, la resa senza condizioni che annunciava le vendette indiscriminate dei golpisti di Franco

Servizi

Daesh, la sconfitta

Antonella De Biasi

La coalizione curdoaraba Fds sostenuta dagli Stati Uniti annuncia la scomparsa definitiva del sedicente Stato islamico. Negli ultimi giorni aveva perso la vita in un’imboscata Lorenzo Orsetti, combattente volontario internazionalista a fianco dei curdi. Che fine faranno adesso i foreign fighter?

 

 

Terza pagina

Librarsi

Un libro, sei seminari, un gruppo di lavoro

Valerio Strinati

Presentazione del volume “La Costituzione, 70 anni dopo”, a cura di Carlo Smuraglia, Viella edizioni, Roma, 2019, pagine 416, € 29

Pentagramma

La musa della magia albionica

Chiara Ferrari

La voce di Shirley Collins ha portato la storia del popolo inglese in ogni dove. Le leggende, le vicende più crude, le storie d’amore tormentate, le peripezie della povera gente, hanno resistito alla prova del tempo

Librarsi

Hobbes, i partigiani e la Costituzione

Valerio Strinati

Giuseppe Filippetta, “L’estate che imparammo a sparare: storia partigiana della Costituzione”, Milano, Feltrinelli, 2018, pp 300, € 18,70

Costume

Donne, potere e stile

Letizia Annamaria Dabramo

Tra prêt-à-porter e realpolitik: perché le signore della politica si vestono così

Red carpet

Protagonisti in bianco e nero

Serena d’Arbela

Green Book, regia di Peter Farrelly, con Viggo Mortensen e Mahershala Ali. Usa, gennaio 2019

Librarsi

Compagni di base

Paolo Ciofi

Paolo Corsini, Gianfranco Porta, “Avversi al regime. Una famiglia comunista negli anni del fascismo”, Editori Riuniti, Roma 2018, pp. 360, € 20

 

 

Ultime da Patria

Cittadinanza attiva

La Memoria e i suoi Inciampi. A Roma

Mariangela Di Marco

A Roma la Resistenza diventa un museo diffuso, a cielo aperto. Un percorso costellato dalle celebri pietre d’inciampo – o “stolpersteine” – dell’artista tedesco Gunter Demnig che ricordano chi lottò attivamente contro il nazifascismo, pagando con la vita

Cittadinanza attiva

Quattro nella rete: unità, pace, disarmo, diritti

Sergio Bassoli

A Bologna si è realizzata nei giorni 9-10 marzo, l’assemblea aperta della Rete della Pace. Deciso un appuntamento nazionale per il prossimo autunno con finalità costitutive convocando tutti i soggetti del variegato arcipelago della società civile

Cittadinanza attiva

Salute mentale e fascismo eterno ai tempi del sovranismo

Francesco Blasi

“È necessario resistere nelle istituzioni sanitarie residue aspettando la fine del ciclo sovranista populista e urfascista in Italia e in Europa”

Cronache antifasciste

In duemila per la Brianza accogliente e solidale

Emanuela Manco

Manifestazione unitaria a Monza contro ogni razzismo. Il presidente provinciale Anpi Loris Maconi: “Uniti contro una politica che si basa sulla diffusione dell’odio, della paura e sul rifiuto di ogni diversità”

 

Cronache antifasciste

L’Anpi, il pane e i cappelletti

Silvia Pergola

L’Anpi di Bagnacavallo in festa a Masiera dal 26 al 30 aprile: il volontariato e la gastronomia come metafora della convivialità e dell’equilibrio

 

Cronache antifasciste

Ragazzi Sardi Resistenti

Coordinamento Giovani Anpi Sassari

L’importanza dei giovani nel coinvolgimento di nuove energie, la nascita di una rete stabile tra giovani antifascisti, l’impegno nell’associazione

Cronache antifasciste

E l’ex primo ministro si iscrive all’Anpi

Filippo Giuffrida

Elio Di Rupo, belga, figlio di un minatore italiano, nel 2000 alla testa del governo, l’antifascista che si rifiutò di stringere la mano al missino Giuseppe Tatarella

 

 

L’email

Chi trova un’amica…

Giangiacomo Papotti

Avviene a Bibbiano (Reggio Emilia): a Sarah (17 anni) la “Tessera Amica Anpi 2019”

“Strappate il mantello dell’indifferenza”

Annalisa Alessio e Mario Albrigoni

Parole di Sophie Scholl, del movimento di resistenza clandestino tedesco “La Rosa Bianca”. Sophie fu ghigliottinata dai nazisti. Un messaggio drammaticamente attuale

L’articolo Anno IV n. 61 proviene da Patria Indipendente.

Friuli Venezia Giulia: mozione regionale contro Anpi e Istituto storico

Incredibile mozione approvata dal consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia in cui si mettono sotto accusa Anpi e Istituto regionale per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea del Friuli Venezia Giulia. Oggetto: le foibe. I capi d’imputazione: addirittura revisionismo e negazionismo. Sotto tiro persino un pacato ed utilissimo “vademecum del Giorno del Ricordo” opportunamente stilato dall’Istituto storico. Finalità: sospendere qualsiasi contributo, patrocinio o concessione pubblica. Presentatori della mozione: Giuseppe Ghersinich, della Lega (Gruppo di appartenenza: Lega Salvini, si legge sulla pagina web del Consiglio regionale), Piero Camber (Forza Italia). Presumibile finalità aggiuntiva: propaganda elettorale.

Mentre il Consiglio regionale operava dissennatamente per dividere, inasprire, strumentalizzare, usando politicamente la storia e riaprendo ferite che da anni si cerca di sanare, negli stessi giorni a Sezana (Slovenia) i Presidenti delle associazioni partigiane di Italia, Slovenia, Croazia, Carinzia davano vita ad una comune iniziativa per cementare l’amicizia fra i popoli e i Paesi e per far sì che i confini che separano questi Stati e che nel 900 sono stati varcati per invadere e sopraffare siano oggi una porta aperta per una pacifica convivenza nelle diversità e nel rispetto delle minoranze.

Il primo a reagire alla mozione del Consiglio regionale è stato il presidente dell’istituto storico Paolo Pezzino: “Una gravissima presa di posizione del consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia”; “una censura senza precedenti rispetto a un’operazione storiografica condotta dall’Istituto per la storia del movimento di liberazione del Friuli Venezia Giulia di Trieste secondi i canoni della ricerca scientifica. Si torna al pensiero unico, al rifiuto del libero dibattito, confondendo negazionismo ed esercizio della libertà di ricerca e di critica. Una vicenda che non può restare senza una forte risposta da parte di tutti i democratici”.

Il Friuli-Venezia Giulia

Poi uno dei più autorevoli storici, per di più fra i curatori del vademecum, Raoul Pupo: “Allo stesso modo, domani il Consiglio regionale potrebbe decidere, sempre a maggioranza, che la terra è piatta ed invitare la Giunta a negare i finanziamenti a chi ritiene invece che sia tonda”.

A brevissima distanza, ecco la presa di posizione della Segreteria nazionale dell’Anpi: “La mozione del Consiglio regionale di accusa all’Anpi e all’Istituto regionale per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea del Friuli-Venezia Giulia di riduzionismo o addirittura negazionismo sul dramma delle foibe e dell’esodo, rappresenta una inaccettabile censura perché nega libertà e legittimità alla ricerca storica in base ad un pregiudizio di ordine politico e ideologico. È gravemente faziosa perché assume l’opinione degli estensori come inconfutabile verità, mentre in particolare in questa regione occorrerebbe bandire qualsiasi uso politico della storia e approfondire la conoscenza e il confronto su basi scientifiche. È un atto di irresponsabilità, perché, strumentalizzando il terribile dramma delle foibe, fomenta un clima di odio e di rivincita e riapre tensioni del passato con i Paesi confinanti, in particolare Slovenia e Croazia. Distorce e falsifica la legge che punisce “l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi”. Si permette di delegittimare l’Anpi e l’Istituto regionale per la storia della Resistenza, rivelando così un intollerabile spirito di vendetta non solo verso questi istituti al servizio della Repubblica, ma specialmente verso la Resistenza. L’Anpi non si farà certo intimidire da questi grotteschi tentativi di sanzionare chi da settant’anni custodisce la memoria della Resistenza e difende la Costituzione; nello stesso tempo l’Anpi denuncia il disegno oscurantista e autoritario che sta prendendo piede nel nostro Paese e di cui questa mozione è una prova gravissima e lampante”.

L’articolo Friuli Venezia Giulia: mozione regionale contro Anpi e Istituto storico proviene da Patria Indipendente.

Aggiornato il processo. Alla parte lesa

Pavia, 29 marzo. Fuori dall’aula del tribunale, una signora non giovane mostra un cartello recante la scritta “a processo dovrebbe andare chi ha autorizzato la manifestazione in spregio alla Costituzione”.

Noi, siamo tutti attorno a questo cartello.

E aspettiamo.

Sono le 8.30 del mattino e nell’aula del tribunale sta per iniziare la prima udienza del processo che vede imputati sette iscritti Anpi che, insieme a molti di noi, il 5 novembre 2016 si sono dati presenti per esprimere il proprio sdegno per la manifestazione fascista autorizzata a sfilare.

La signora con il cartello continua a sostare davanti al tribunale.

Come lei tanti altri restano per strada, fuori dall’aula che, comunque, non potrebbe contenerci tutti, e non ha più una sedia libera.

Chi è salito di due piani per arrivare all’aula del “nostro processo” ha fatto la fila, e, come da richiesta, ha svuotato le tasche, ha aperto la borsa e spento il cellulare.

Poi, si è seduto in silenzio ad ascoltare le prime battute del processo che inizia e che, idealmente, ci vede tutti imputati – per avere ritenuto, la sera del 5 novembre, nostro dovere uscire di casa, per dire che no, quel corteo fascista proprio non doveva essere autorizzato a sfilare, tenendo nel cuore, sotto gli ombrelli aperti, la tristezza, la rabbia, il malessere acuto di sapere che interi pezzi di Repubblica, autorizzando il fascismo a sfilare, hanno rinnegato la propria radice antifascista delle libertà individuali e collettive, conquistate con la lotta di Liberazione.

Il “nostro processo” inizia alle dieci.

Gli imputati coprono un arco di età che va dai ventitrè anni di chi si è laureato da poco e arriva agli oltre sessanta di chi è stato responsabile della sezione cittadina dell’Anpi.

Anche i presenti seduti ad ascoltare riflettono lo stesso arco di età, e idealmente saldano la continuità antifascista dall’una all’altra generazione, tra i rappresentanti delle sezioni “storiche” dell’Associazione dei partigiani, come Stradella, e i ragazzi dell’Arci e di Udu che, la sera del 5 novembre, alle prime manganellate dirette a colpire chi, contro l’apologia di fascismo, stava accanto agli striscioni di Anpi, Arci, Udu, Rete Antifascista, hanno intravvisto la faccia inquietante della Repubblica.

Il processo inizia, e, subito, vira, decretando per vizio procedurale la nullità delle posizioni di due imputati per i quali il procedimento dovrà ricominciare dalle indagini preliminari.

Si va avanti, mentre tra noi che assistiamo qualcuno sommessamente chiede chiarimenti a chi è più esperto in materia per essersi laureato in giurisprudenza.

E poi, quasi di botto, dopo brevi interventi degli avvocati, il processo si aggiorna.

Il giudice sfoglia l’agenda.

Ci rivedremo in aula il 19 luglio, per assistere, nel contradditorio tra le parti, alla visione dei video della sera del 5 novembre, e per ascoltare i testimoni.

Mentre scriviamo, inizia il mese di aprile, e sappiamo tutti che, prima del 19 luglio in tribunale, ci vedremo molte e molte volte ancora. Perché avremo molte iniziative, la prima il sette aprile, una biciclettata lungo i Navigli, tra Certosa e Pavia, dove il 31 agosto 1944, in pedagogia di morte diretta in monito alla popolazione civile, vennero abbandonati i cadaveri di quattro partigiani.

E mai vorremmo scriverlo: che sono caduti invano.

Annalisa Alessio, vicepresidente comitato provinciale Anpi Pavia

L’articolo Aggiornato il processo. Alla parte lesa proviene da Patria Indipendente.

Non è Beckett: 29 marzo, Pavia, processo agli antifascisti

È il 5 novembre 2016. Sfilano in un silenzio ciclicamente inframmezzato dal rullio dei tamburi che recano con sé. Sfilano con i giubbotti neri, forti di una sorta di nostalgica divisa. Sfilano, e il corteo ha i tratti di una parata militare. Sfilano, e la loro sfilata è autorizzata dagli organi competenti della città che, nell’aprile 1921, pianse l’assassinio squadrista dello studente del collegio Ghislieri, l’antifascista Ferruccio Ghinaglia, fondatore a Pavia del partito nato a Livorno da pochi mesi.

Noi, invece, spontaneamente radunatici sotto le bandiere di Anpi Arci Rete Antifascista per protestare contro questa infamia autorizzata, siamo stati oggetto di alcune cariche di polizia.

Tre feriti: tra noi che alzavamo le mani a mostrare che l’oggetto più pericoloso che avevamo in mano era un ombrello. Infatti il 5 novembre 2016 a Pavia pioveva forte.

Ciò che sentivamo cadere non erano solo le gocce della pioggia o il peso di un manganello di Ps, ma pezzi di fiducia nei corpi dello Stato.

Quei pezzi dello Stato che il corteo fascista del 5 novembre 2016, lo hanno autorizzato, forzando i limiti del diritto a manifestare, dimentichi che quel diritto, inscritto nella Carta costituzionale, è stato conquistato solo ed unicamente grazie alla guerra di Liberazione dalla dittatura fascista, partorita dalle viscere di un Paese che, dopo il 1945, non si è dato, poi, la pena di procedere ad una Norimberga italiana.

Trenta di noi sono stati denunciati, e sette di noi andranno a processo venerdì 29 marzo, accusati di avere violato le norme del Testo Unico delle leggi di Pubblica Sicurezza.

Ieri, Anpi – presente, insieme agli esponenti delle Anpi pavesi, il coordinatore regionale Lombardia Tullio Montagna – Arci e Cgil hanno espresso in conferenza stampa la propria posizione: idealmente a processo ci saremo tutti noi che ci siamo ritrovati spontaneamente la sera del 5 novembre 2016, convinti che mobilitarsi contro una iniziativa apologetica di fascismo, non solo non sia reato, ma sia, anzi, nostro preciso diritto–dovere.

L’Anpi provinciale, che nei giorni scorsi ha deliberato il proprio sostegno finanziario alle spese processuali e ha avviato anche una sottoscrizione tra cittadini antifascisti, sarà quindi presente davanti al Tribunale la mattina del 29 marzo. Vi aspettiamo tutti, e aspettiamo i vostri messaggi.

È possibile sottoscrivere sul conto di Anpi provinciale Pavia, contattando la mail anpipv@segreteria016@gmail.com oppure direttamente sul cc dedicato IBAN IT37 X076 0111 3000 0101 0540 001 con causale Solidarietà antifascista.

Annalisa Alessio, vicepresidente Anpi provinciale Pavia

L’articolo Non è Beckett: 29 marzo, Pavia, processo agli antifascisti proviene da Patria Indipendente.