A Roma il sessantesimo del 6 luglio 1960

Roma a Porta San Paolo, il 6 luglio 2020 la commemorazione del 6 luglio ’60

Ieri si è svolta a Roma la celebrazione del 60° del 6 luglio ’60, assieme ad altre che si sono tenute in tutto il Paese, per commemorare gli episodi di quel movimento che da Genova a Palermo sconvolse gli equilibri della giovane democrazia italiana opponendosi al Governo Tambroni e alle provocazioni del Msi di Almirante.

La manifestazione ha visto la partecipazione di rappresentanti locali dell’Anpi (con il presidente del Comitato provinciale Fabrizio De Sanctis e il vicepresidente Valerio Bruni), della Fiap, dell’Anppia, dell’Aicvas e della Cgil che nel pomeriggio si sono dati appuntamento al Memoriale della Resistenza di Porta San Paolo “per rinnovare – scrivono i promotori dell’iniziativa – nel nome dei combattenti della libertà e dei Caduti di quelle giornate del luglio 1960, il nostro impegno civili, sociale e politico di cittadine e cittadini liberi”. Ricordiamo i fatti.

Il 6 luglio 1960 si tenne a Roma un corteo delle forze democratiche e antifasciste che – provocatoriamente vietato dal prefetto solo poche ore prima dell’inizio della manifestazione – scelse di dirigersi a Porta San Paolo per deporre una corona d’alloro bordata del nastro tricolore, in memoria dei caduti della Resistenza.

Il corteo, che avanzava protetto da un cordone di parlamentari d’opposizione, venne fermato dalle violente cariche  dei carabinieri a cavallo comandati da Raimondo d’Inzeo, ufficiale divenuto poi noto perché vincerà la medaglia d’oro alle olimpiadi di Roma.

Le cariche scateneranno una determinatissima reazione dagli abitanti dei quartieri popolari limitrofi – Testaccio, Ostiense, Garbatella, San Saba – che si difesero per tutta la giornata come meglio potevano.

Due parlamentari, il comunista Ingrao e il socialista Borghese, vennero feriti durante gli scontri violentissimi e portati alla Camera ancora sanguinanti, scatenando fortissime proteste.

Durante la commemorazione Donatella Onofri – ha letto una testimonianza  della partigiana Tina Costa, scomparsa lo scorso anno, tra i protagonisti di quel giorno, conservata nell’archivio storico della Cgil.

La cerimonia si è conclusa con la deposizione di una corona d’alloro al Memoriale della Resistenza. Un omaggio che sessant’anni fa non riuscì mai ad arrivare.

Samuele Marcucci

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Quasi un pellegrinaggio

visita della memoria a passo mezzano
Un momento della visita commemorativa della strage del Passo Mezzano. Dopo il lockdown, le Anpi genovesi hanno voluto rendere omaggio ai Caduti

Domenica scorsa, 5 luglio, l’Anpi del territorio genovese ha voluto ricordare l’eccidio di Passo Mezzano sull’Appennino ligure-piemontese. Quest’anno, infatti, per il lockdown dettato dall’emergenza Covid 19, in primavera non si era potuto commemorare, come sempre abbiamo fatto in passato, quanto accadde su quelle montagne. Così, non appena la situazione sanitaria lo ha permesso, con un tam tam sul web e il passaparola, ci siamo ritrovati, seppure in forma ridotta (neanche tanto) lassù.

Molti sono saliti a piedi dal comune di Campomorone per rendere omaggio ai fucilati, il sindaco Giancarlo Campora, in testa. Dopo decenni abbiamo voluto offrire un tributo anche al primo monumento realizzato nel 1946, proprio in cima al monte (arrivarvi è molto difficile e faticoso) e pure al monumento più recente sorto nel punto dove don Gallo ha spesso detto messa.

L’eccidio di Passo Mezzano fu parte di un’operazione più ampia, morirono in 147 e 400 furono i deportati a Mauthausen, da cui in tantissimi non fecero ritorno. Una carneficina legata alla strage della Benedicta. Erano i giorni della Pasqua 1944.

E questa è la storia che insieme abbiamo rivissuto.

Croce e lapide a Passo Mezzano
Croce e lapide a Passo Mezzano (da https://casaresistenza.opengenova.org/wp-content/uploads/2016/12/SALA1-PassoMezzano.jpg)

Avevano cominciato da zero, forti solo dei loro ideali e della loro esperienza, vivendo in un mondo contadino, da sempre povero, abbandonato e spopolato dalle guerre fasciste e dalla miseria.

I contadini sapevano che, ospitare i ribelli, aiutarli o assisterli, in qualsiasi modo, poteva significare la deportazione, la perdita della casa e dei pochi averi, se non della vita stessa.

Cosi è stato in tante località della VI zona operativa, come a Barbagelata o a Cravasco, con l’incendio di case e cascine. Erano casolari di pietra grigia, illuminati da lampade ad olio, il calore del ceppo in un camino e le cucine affumicate con travi annerite e consunte. Case con piccoli prati, spesso coltivati a terrazze, con muri a secco. Si seminava ogni genere di cultura, solo che ne venivano quantità modeste, che non copriva il fabbisogno delle famiglie.

Panorama di Campomorone oggi
Panorama di Campomorone oggi

Le poche “fasce” con tanta fatica erano da secoli a grano. A mezza estate, con lo scarso raccolto i capifamiglia scendevano ai mulini del fondovalle e si riportavano a casa uno o due sacchi di farina; il resto lo vendevano, e si compravano le scarpe per loro, le mogli e i figli. Perché d’estate si poteva anche andare per le strade a piedi nudi ma non al pascolo, a causa delle vipere. Nelle altre stagioni le scarpe erano il pensiero costante dell’economia familiare: i vestiti duravano tanti anni, le scarpe no.

Erano comunità con miseria e fatiche da sempre, però con una grande dignità e proprio per questo non potevano che schierarsi, con la loro gente, respirando in pieno il vento di speranza per una nuova Italia che portava la lotta per la libertà. Un vento che nasceva anche tra queste montagne.

Quello che colpiva i ribelli di oltre 70 anni fa, me lo hanno raccontato in diversi, era il silenzio e la luminosità delle albe e quel colore incandescente dei tramonti. Io penso sempre al monte Tobbio.

Con la primavera ’44, le bande avevano ripreso i contatti con le città e tra formazioni diverse, erano più organizzate. Nella zona c’erano la Brigata Autonoma “Alessandria” con oltre 200 uomini; la 3ª Brigata d’assalto “Garibaldi” , divisa in sette distaccamenti, poco più di 700 ribelli in tutto.

Rastrellamento della Benedicta, 6 aprile 1944
Rastrellamento della Benedicta, 6 aprile 1944

Ai nazifascisti preoccupava quella forza partigiana che minacciava le vie di comunicazione. Decisero così di spazzarla via, pur sapendo che molti ribelli erano male armati e privi di istruzione militare. Un grande rastrellamento per eliminare ogni resistenza nella zona e per terrorizzare le popolazioni, quei partigiani erano un esempio pericoloso per altri.

L’attacco scattò con migliaia di uomini dotati di armi automatiche, lanciafiamme, autoblindo, una batteria da campagna e un aereo da ricognizione che segnalava dall’alto i movimenti partigiani.

Il giovedì Santo, 6 aprile, già dal mattino cominciava l’azione militare e nella notte si dava la caccia ai partigiani tra i monti.

I nazifascisti (preponderanti erano i tedeschi, ma le brigate nere e i bersaglieri parteciparono in forze) circondarono la Benedicta e le altre cascine dove erano dislocati i distaccamenti, colpendo duramente quei giovani, impossibilitati a difendersi adeguatamente.

Il rastrellamento proseguì per tutto il giorno e nella notte successiva.

Molti ribelli riuscirono a sganciarsi ma, per la violenza dell’urto e la velocità dell’azione, per centinaia di loro non ci fu via di scampo.

passo mezzano lapide ai cadutiEcco chi erano quelle persone tanto giovani i cui nomi sono incisi sul monumento: Ettore Binci 20 anni di Rivarolo, operaio dell’Ansaldo di Campi, già nei Gap con diverse azioni di sabotaggio in Val Polcevera; Giovanni Campora 19 anni di Campomorone, operaio Ansaldo; Primo Cavallieri, 19 anni, di Campomorone; Serafino Dellepiane, 19 anni, di Pontedecimo, Croce al Merito di Guerra; Giovanni Dellepiane, 21 anni, fratello di Giovanni, Croce al Merito di Guerra; Amerigo Frediani, 19 anni, di Campomorone, Croce al Merito di Guerra; Giuseppe Gastaldo, 21 anni, di Tagliolo; Rizzardo Giuliani, 40 anni, di Sampierdarena; Elio Grondona, 19 anni, di Pontedecimo, Croce al Merito di Guerra; Liliano Giordano, 20 anni, di Rivarolo; Nicola Leone, 38 anni, di Foggia, comandante distaccamento, già capitano di complemento; Carlo Ponschin, 38 anni, operaio meccanico a Chiavari, svolgeva funzioni di collegamento fra la montagna e la città; Andrea Prasio, 35 anni, operaio Ansaldo; Giacomo Rivera, 19 anni, di Campomorone, era in montagna da appena 12 giorni; Battista Trucco, 19 anni, di Campomorone. Insieme a loro morirono altri 4, rimasti ignoti, due erano carabinieri.

Erano tutti del V distaccamento della III Brigata Garibaldi Liguria, composto da 80 uomini perché avevano aggregato anche altri ribelli nel tentativo di sganciarsi e mettersi in salvo in quella Pasqua di sangue del ’44. Li comandava il tenente Emilio Casalini “Cini”.

Era la notte fra il 6 e il 7 aprile l’operazione pareva riuscire e la loro salvezza sembrava essere ormai vicina. Verso le 22, c’è una calma apparente, quando vicino a una chiesetta e a quel passo montano, vedono le sagome delle autoblindo tedesche.

Il comandante partigiano Emilio Casalini “Cini”
Il comandante partigiano Emilio Casalini “Cini”

Cercano di sgusciare via, strisciando carponi, ma si dirada la nebbia e di colpo il chiaro della luna rende quasi giorno il buio della notte. Cadono nell’imboscata nazifascista, si scatena l’inferno e reagiscono con la forza della disperazione, infliggendo anche perdite al nemico, però sono male armati e scarsi di munizioni. Non hanno mitragliere pesanti, né mortai. I tedeschi li falciano con un volume di fuoco enorme. Qualcuno cade subito colpito a morte, altri sono feriti gravemente, strazieranno in quella notte di luna con le loro sofferenze.

I carnefici, privi di scrupoli e di rimorsi, portavano sul cinturone o sulla manica la scritta: “Gott mit uns” (Dio è con noi): quel motto ne giustificava ogni violenza e crudeltà. Torneranno dove hanno ucciso il mattino dopo alle 7, finendo la loro opera, prima massacrando chi ancora respira e poi lasciando lì quei poveri corpi, come fossero carogne di animali.

Ma non bastò tanto orrore: i cadaveri verranno trovati imbottiti di piombo o squarciati dalle bombe a mano lanciate non da tedeschi e i fascisti che erano con loro; qualcun altro aveva gli arti inferiori bruciati dai lanciafiamme. Evidentemente ne ha avevano fatto bersagli da tiro a segno.

La tragedia del V distaccamento non finisce lì.

L'omaggio, durante la visita delle Anpi genovesi, su uno dei luoghi della strage di Passo Mezzano
Una tappa della visita delle Anpi genovesi in omaggio ai Caduti della strage di Passo Mezzano

Una parte dei partigiani sono arrestati e successivamente uccisi: Giulio Cannoni, condotto a Marassi, dove sarà sottoposto a terribili violenze e sarà fucilato al passo del Turchino con altri 42 ribelli il 19 maggio 1944.

II comandante Casalini è portato a Masone, Campomorone, Crocefieschi e Voltaggio. I tedeschi vogliono pubblicizzare la sua cattura e lui li accontenta: dovunque passano, Casalini si alza in piedi, rigido sulla macchina che lo trasporta, salutando tutti col pugno chiuso.

Dopo un processo farsa, è condannato a morte ed è ancor più provato perché lo hanno sbeffeggiato, quando si è offerto di prendere il posto dei suoi ragazzi. Sarà ucciso il giorno 8 aprile con altri 7 a Voltaggio. A monsignor Zuccarino che lo vede per ultimo dice che è orgoglioso di morire per l’Italia libera.

La sua era una famiglia davvero partigiana: il padre Giovanni “Silvio” era nella Sap Guglielmetti;

il fratello Lino “Ettore” era vice comandante della Brigata Sap Rissotto, verrà ferito gravemente in combattimento all’inizio dell’insurrezione a Pontedecimo il 23 aprile ’45.

E l’altro fratello, Cesare “Aida”, è stato commissario di Brigata nel 3° e nel 5° distaccamento.

A Cesare Casalini e agli altri è dedicata la canzone “I ribelli della montagna”. L’ho conosciuto bene, Cesare; era un amico di mio padre e io un bambino, e sono stati io ad accompagnarlo, a Staglieno, nel suo ultimo viaggio. Cesare dopo la guerra è stato un dirigente sindacale Cgil, prima nella categoria dei tranvieri e poi nella Confederazione. Era un dirigente dell’Anpi Genova.

Dicevo che gli eccidi erano parte di un’operazione più ampia. Ci fu in contemporanea una terribile azione di rappresaglia nei confronti delle popolazioni della zona che fu investita da quella ventata di terrore e violenza. Furono prelevati ostaggi, devastate e incendiate le cascine del territorio interessato al rastrellamento, razziato il bestiame.

L’azione della Benedicta, però, ebbe l’effetto contrario di quello voluto.

I mesi successivi alla strage segneranno infatti la graduale riscossa del fronte partigiano, i giovani che chiederanno di entrare nelle bande invece di diminuire aumenteranno; molte volte saranno gli stessi sopravvissuti alle stragi gli artefici della ripresa e le nuove formazioni porteranno il nome di un Caduto.

Uomini e donne di estrazioni diverse ma davvero straordinari. Uomini e donne che con il loro comportamento hanno riempito di speranza quei giorni bui, pieni di violenza e al contempo colmi di gesti di solidarietà.

Il merito della Resistenza e di quegli uomini, è aver aperto finalmente le porte alla politica nel senso moderno, nel senso della democrazia, con la lotta popolare di ogni giorno, con la partecipazione volontaria della gente di ogni ceto e credo politico e di ogni sesso.

passo mezzano mappa geolocalizzazioneSu questo abbiamo riflettuto sui monti domenica scorsa. Oggi, uno dei nostri compiti fondamentali è ricordare a tutti, perché l’impressione forte è che, anche per gli appuntamenti sociali o politici vicini e importanti, si stia dimenticando la più alta lezione trasmessa dai partigiani: saper fare unità.

I partigiani la seppero costruire ogni giorno, con tutti coloro che combattevano il fascismo e il nazismo, al di là della loro tradizione politica e della loro condizione sociale, o insieme a quanti neppure avevano una precisa idea politica; che fossero comunisti, cattolici, liberali, socialisti, monarchici e quant’altro.

E oggi dobbiamo ripartire da quell’insegnamento da quell’esempio.

E sta proprio in quell’unità la carta vincente di quella lotta che fu veramente lotta di popolo non di una parte del popolo.

Questa pratica di dialogo, di unità sostanziale, di obiettivi comuni da condividere e perseguire, è stata sperimentata, oltre che nella lotta partigiana, nel lavoro Costituente.

Uomini e donne, espressione della Resistenza, hanno sognato il futuro del nostro Paese, e quei sogni li hanno trasformati in articoli. Erano donne e uomini, che anche dopo la guerra formarono nel cuore e nella mente le coscienze di tante generazioni. È stata questa la carta vincente che ci ha fatto attraversare e superare i momenti difficili e gravi che ha vissuto più volte la nostra democrazia

Oggi di fronte a un nuovo scenario, vediamo, in Europa e in Italia, un cielo denso di nubi nere e autoritarie. Si diffondono i virus della violenza con episodi intimidatori e violenti che fanno perno sulla discriminazione e sull’odio verso chi è bollato come diverso. Ben sapendo che la crisi economica ha indebolito i principi d’uguaglianza, libertà e democrazia, previsti dalla nostra Costituzione.

Tutto si lega: una profonda crisi economica mondiale, una crisi ricorrente di democrazia, il ritorno di varie forme di autoritarismo, lo sviluppo – in molti Paesi – di un liberismo sfrenato, ovunque la tendenza al predominio dell’economia sulle ragioni del diritto e dei diritti.

Per questo su quei monti, domenica scorsa, abbiamo ribadito che è urgente uscire dalla crisi, ma il “come” è fondamentale.

Perché ripresa significa sviluppo dell’economia; impiego programmato ed equo delle risorse; riduzione delle disuguaglianze; lotta alla povertà; allargamento dell’occupazione; non fittizia o ipotetica, ma verso una direzione reale e concreta; vuol dire lavoro sicuro e dignitoso. Altrimenti c’é la prevalenza dell’economia sul diritto e crescono le disuguaglianze sociali.

I sette operai morti nel rogo della Thyssen
I sette operai morti a causa del rogo alla Thyssen. Da sinistra in alto in senso orario Rocco Marzo, Angelo Laurino,Antonio Schiavone, Rosario Rodino’, Bruno Santino e Roberto Scola. A destra (foto grande) Giuseppe Demasi (da https://www.ansa.it/web/notizie/photostory/primopiano/2011/04/15/visualizza_new.html_901518575.html)

Ed è per questo che a Passo Mezzano abbiamo voluto ricordare don Gallo, in uno dei luoghi dove ha detto messa tante volte. Don Gallo è stato un grande uomo, stupenda sintesi del sacerdote portatore della parola di Dio, e insieme difensore dei valori della Resistenza contenuti e affermati nella Costituzione della Repubblica Italiana. Iscritto all’Anpi, non ha mai rinunciato a legare il messaggio del Vangelo con gli articoli espressi nella Carta fondamentale della Repubblica. Lo ricordo bene, proprio a Passo Mezzano, sottolineare che le ingiustizie non sono finite il 25 aprile 1945, ma sono proseguite: dall’America latina alla scuola Diaz o alla caserma di Bolzaneto col G8; dall’Africa a Scampia; dalla Thyssen, dove sette operai sono bruciati vivi, ai barconi affondati nel canale di Sicilia. E credo che oggi aggiungerebbe la Turchia, la Siria e il Kurdistan, e tanti altri luoghi, come la Palestina, l’Egitto per la morte di Giulio Regeni, o in Libia dove un massacro di migliaia di uomini e donne e bambini sembra sconosciuto all’umanità, che pare far finta di non vedere e ipocritamente gira la testa di lato; oppure nel Mar Mediterraneo, divenuto la tomba di uomini, donne, bambini in cerca di una vita migliore.

Gallo, partigiano della Costituzione, ci spronava a viverla come uno straordinario programma per costruire un domani migliore. Ci diceva spesso di averla vista nascere e, quasi urlando, diceva: “Non me la fate vedere morire!”. Così a Passo Mezzano abbiamo voluto rilanciare un impegno: se stati capaci di difendere la Carta e continueremo a farlo, oggi più che mai, lotteremo anche per farla applicare. Anche così renderemo omaggio ai nostri Caduti a Passo Mezzano.

Massimo Bisca, Comitato nazionale Anpi, presidente Comitato provinciale Genova

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Ennio Morricone, la Musica

Se di ispirazione si vuole parlare, allora si diventi consapevoli che si tratta solo di un momento, e passato quello c’è il lavoro. Si scrive qualcosa, poi magari si cancella, si butta via, per poi ricominciare da capo. Ennio Morricone.

 

“Io, Ennio Morricone, sono morto”. Inizia così, come l’incipit di un surreale romanzo contemporaneo, un documento che non appartiene a nessun genere di finzione.

È l’inizio del necrologio che il grande maestro ha scritto di suo pugno poco prima di andarsene, lunedì 6 luglio, ricoverato in una clinica di Roma per le conseguenze di una caduta.

Continua, questo scritto, con i ringraziamenti alle persone care: gli amici, i figli, i nipoti, per arrivare a Maria, la compagna di una vita, alla quale dichiara l’amore straordinario e il dolore per il distacco più doloroso.

Infine una richiesta: un funerale in forma privata. Per non disturbare.

Siamo di nuovo nel campo della realtà. Ma la persona che ha lasciato questo biglietto ha tutte le caratteristiche dell’eccezionalità e dell’unicità. E tentare di ripercorrere la sua vita è come perdersi in un appassionante romanzo d’amore, di avventura, dentro un atlante di storia del Novecento, tra le teorie di un saggio sui cambiamenti sociali e culturali del nostro Paese.

Perché Ennio Morricone è stato la colonna sonora di così tante e diverse generazioni da lasciare impressionati. Come impressiona la quantità di generi musicali che egli è stato in grado di attraversare, dalla canzone leggera degli anni Sessanta, alle opere di composizione sinfonica, la musica assoluta, passando per le colonne sonore di film di genere, d’autore, sempre distinguendosi, sempre innovando. Sorprendendo e commuovendo un pubblico multiforme.

Ennio nasce a Roma nel novembre 1928, ma è originario di Arpino in provincia di Frosinone. Figlio d’arte, il padre Mario Morricone è un trombettista che lavora con diverse orchestre. La madre Libera Ridolfi ha una piccola industria tessile. In famiglia ci sono anche le sorelle Adriana, Maria e Franca.

Da bambino la sua ambizione è diventare medico. E anche scacchista professionista. Non studierà mai medicina, ma il gioco degli scacchi lo appassionerà per tutta la vita. La musica, però, è il mestiere di famiglia e Ennio segue una strada già avviata dal padre. “Un giorno mi mise la tromba in mano e mi disse: Io ho fatto crescere voi che siete la mia famiglia con questo strumento. Tu farai lo stesso con la tua. Mi iscrisse al conservatorio al corso di tromba e solo dopo alcuni anni approdai alla composizione: superai brillantemente il corso di armonia e furono gli insegnanti stessi a consigliarmi quel percorso” [De Rosa, Inseguendo quel suono: la mia musica, la mia vita, p. 176]. Così Ennio studia al Conservatorio di Santa Cecilia, si diploma in tromba e poi si perfeziona nella musica corale e nella direzione di coro.

La sua carriera comincia da trombettista, suonando in diverse orchestre, a volte anche sostituendo il padre negli anni della Seconda guerra mondiale. Poi nei night romani, nei locali che nascono con la Ricostruzione, dove gli strumenti a fiato incontrano il jazz. In poco tempo si fa conoscere anche come arrangiatore. È un direttore d’orchestra romano, Carlo Savina, che lo ingaggia inizialmente per scrivere arrangiamenti per alcune produzioni radiofoniche presso la Rai. Servono scritture musicali per l’accompagnamento orchestrale – pianoforte, archi, batteria, organo Hammond – di cantanti che si esibiscono dal vivo durante questi programmi. Non perde una prova Ennio. È una grande occasione per lui, ancora studente di conservatorio, poter assistere al lavoro dei professionisti, ricevendo presto degli apprezzamenti. Scrittura dopo scrittura, matura una tale esperienza da riuscire a realizzare anche quattro arrangiamenti al giorno.

Il nome circola tra i direttori d’orchestra, gli impresari musicali e in breve tempo Ennio ottiene un contratto con la casa discografica Rca italiana che, tra i primi incarichi, gli affida gli arrangiamenti di una raccolta di canzoni della tradizione napoletana e italiana, cantate da Miranda Martino. In questi primi 33 giri emergono subito le idee innovative di Ennio. Come inserire richiami alla musica per pianoforte di Beethoven, e creare arrangiamenti sofisticati che fanno riecheggiare la sua cultura musicale classica.

Sono gli anni ’58-’59, gli esordi del business della canzone. Canzone d’autore, canzonetta di evasione o musica colta? Ennio appare incerto.

Nel ’57 aveva scritto la sua prima composizione, Primo concerto per orchestra, dedicata al suo insegnante di conservatorio Goffredo Petrassi, in scena al Teatro La Fenice di Venezia.

Nel ’56 si era già sposato con Maria e poco dopo era nato il primo figlio. Servivano maggiori entrate per mantenere la famiglia. Ennio comprendeva che vivere di musica d’arte, ispirata ai grandi autori classici, non offriva sufficienti garanzie di guadagno. Meglio la strada della canzone di successo e commerciale, di gran moda agli inizi degli anni Sessanta.

Così si fa coraggio e bussa alla porta del direttore artistico della Rca, Vincenzo Micocci, per chiedere una collaborazione meno saltuaria. Micocci gli commissiona gli arrangiamenti di brani di artisti italiani che diventeranno quasi tutti grandi hit.

Nel ’62 arrangia il 45 giri Pinne fucile ed occhiali/Guarda come dondolo, al quale seguiranno Abbronzatissima e O mio Signore (’63), Hully gully in 10/Sul cucuzzolo (’64) di Edoardo Vianello. Nel ’63 è la volta di Sapore di sale di Gino Paoli.

Lavora con Mario Lanza, con Fausto Cigliano e con Domenico Modugno per cui cura gli arrangiamenti di Apocalisse e Piove (Ciao ciao bambina).

Per Paul Anka, che si presenta a Sanremo nel ’64, musica Ogni volta, che ottiene inaspettati riconoscimenti.

Mai quanto Se telefonando, proposta a Mina nel ’66 su testo di Maurizio Costanzo e Ghigo de Chiara. La musica di Ennio e la voce di Mina producono un risultato sensazionale. “Scrissi il tema di getto – racconta –, senza dargli un valore particolare. Solo più tardi dato il successo che il pezzo aveva ottenuto, mi fermai a riflettere sul perché fosse stato accolto così bene da un pubblico ampio e diversificato” [A. De Rosa, p. 340]. Ma sono gli anni in cui quei prodotti nati per il mercato, se ben confezionati, fanno il botto.

Le canzoni, però, lo annoiano presto. La sua nuova attività ora è la scrittura musicale per il cinema. Non è lui a cercare questo mestiere, è il mestiere che gli si presenta, come un’occasione fortunata dopo un faticoso apprendistato. “A Roma chi orchestrava e talvolta ricomponeva degli appunti scritti da un compositore, trasformandoli in ciò che poi davvero si ascolta in un film, veniva chiamato in gergo negro. Ecco, io svolsi questa mansione per molti anni” [De Rosa, p. 397]. Comincia a collaborare con il compositore Cicognini e scrive la ninna nanna cantata da Alberto Sordi nel Giudizio Universale di Zavattini e Vittorio de Sica (’61),

poi lavora con Mario Nascimbene. Arriva infine Luciano Salce che lo impone come compositore unico per il suo film Il federale (’61). Una dura gavetta per un debutto che sarà decisivo per la carriera nel mondo del cinema.

“Non avrei mai pensato di diventare un compositore celebre di musiche per film. La mia idea al principio era di restare vicino alla strada tracciata dal mio insegnante Petrassi, da Nono, da Berio. Ovviamente sono fiero di quello che ho poi realizzato, ma allora semplicemente non pensavo ad altre eventualità” [De Rosa, p. 397].

Invece le altre eventualità sono la svolta della vita. Il lavoro con Salce si rivela stimolante, perché Ennio si ritrova immediatamente coinvolto negli aspetti più creativi del progetto. Ci si confronta sulle caratteristiche dei personaggi, sulle situazioni, le atmosfere. “Questo mestiere – dirà – presuppone un’analisi del copione e del film: si deve scavare sulle scene, sui personaggi, sulla trama, sul montaggio, sulla realizzazione tecnica […], le storie, lo spazio: tutto è importante per il compositore” [De Rosa, p. 1850].

Da quello scambio nasce l’idea di una musica. Una musica in grado condurre alla rappresentazione di una realtà grottesca e tragicomica, che unisce il dramma all’ironia. Un musica che fonde arte, comunicazione, sperimentazione.

Nel ’64 Ennio inaugura la collaborazione con il regista Sergio Leone: le musiche nate per i suoi film connoteranno per sempre il genere western all’italiana. Leone ha una grande ambizione: “Riscrivere il western accordandolo sia al modello americano che alla commedia dell’arte italiana”, cercando di innovare un genere fortemente in crisi da tempo. Questa svolta comincia da Per un pugno di dollari [De Rosa, p. 506].

Il successo è impressionante. Con le invenzioni musicali, come l’uso della chitarra elettrica distorta, il suono dell’armonica a bocca, il fischio come strumento musicale, Ennio si aggiudica il primo Nastro d’Argento (’65).

Nel ’70 (anno in cui intraprende l’insegnamento di composizione al Conservatorio Licinio Refice di Frosinone) riceverà il secondo per le musiche di Metti, una sera a cena di Patroni Griffi

Il sodalizio si mantiene per tutta la serie successiva di spaghetti-western: Per qualche dollaro in più, Il buono, il brutto, il cattivo, C’era una volta il West, Giù la testa. Fino all’ultimo film, il gangster-movie C’era una volta in America. Le musiche prodotte per i film di Leone permettono a Ennio di inventare un universo sonoro, in cui strumenti insoliti creano effetti originali, che diventano il marchio di quel nuovo western autoctono, sperimentale anche nel linguaggio. In Per qualche dollaro in più, per esempio, per la prima volta la musica parte da una scena, come suono d’ambiente reale per poi diventare commento esterno, colonna sonora appunto, generando un forte effetto in termini di suspense.

Leone gli chiede musiche con temi facilmente orecchiabili e cantabili, e così è, ma nelle sue composizioni emergono le radici classiche e le contaminazioni dell’avanguardia musicale, con l’uso di strumenti improbabili e di rumori. Così il suono del carillon o l’incipit del coyote in Il buono il brutto il cattivo sono segni riconoscibili di una poetica.

Il tema L’estasi dell’oro è così moderno che saranno in molte rockstar a citarlo.

Del resto, nell’album a lui dedicato We all love Ennio Morricone (2007), interventi di Springsteen, Metallica, Quincy Jones,  Céline Dion, Roger Waters, dimostrano quanto quella musica sapesse far dialogare il passato con il futuro.

Ogni regista è una nuova sfida.

Il lavoro per Uccellacci e uccellini di Pasolini, per esempio, si rivela piuttosto complesso. Il regista ha già in mente le musiche che vuole e consegna a Ennio una lista di già esistenti perché siano riadattate. Da Bach a Mozart. Ma quella modalità non piace a Ennio. “Allora faccia quello che vuole”, gli risponde Pasolini, accettando poi le idee proposte. Come i titoli di cosa musicati.

Il regista gli accordava totale fiducia, tanto da proporgli anche la colonna sonora di successivi film come Teorema (’68). Qui Ennio assecondava la richiesta di una musica dissonante e dodecafonica nella quale inserire il Requiem di Mozart.

E poi il Decameron, I racconti di Canterbury, Salò e le 120 giornate di Sodoma.

C’è fermento in questi anni che volgono al Sessantotto. Gli autori si distinguono per una loro visione artistica, ognuno ha il suo modo di narrare la realtà. È un momento di grande fervore creativo ed Ennio vi è immerso. Nel ’66 sia Un uomo a metà (De Seta)

che La battaglia di Algeri (Pontecorvo) a cui collabora, sono al Festival del Cinema di Venezia. Quest’ultimo vice il Leone d’oro.

Nel ’65 accetta di musicare il primo film di Marco Bellocchio I pugni in tasca. Il regista piacentino lo colpisce, ha la sua stessa voglia di percorrere strade non ancora battute. Nel finale l’urlo del protagonista in bilico tra la vita e la morte per una crisi epilettica diventa il prolungamento dell’acuto del soprano che sta cantando al giradischi un’aria dalla Traviata. L’effetto è sbalorditivo, da generare un’atmosfera sospesa di angoscia e di inquieta follia.

Non solo giovani registi sperimentali, ma anche autori affermati richiedono le musiche di Ennio. Che scrive per Bolognini (Arabella, Metello, La villa del venerdì). Sia con lui che con Montaldo il lavoro di collaborazione è disteso, spontaneo, in piena libertà. I due registi si fidano di lui in tutto e per tutto. “Mi rendevano entrambi più responsabile su ciò che proponevo”, dice [De Rosa, p. 1036].

Per Montaldo musica Ad ogni costo (’67), Dio è con noi (’70), Sacco e Vanzetti (’71), Giordano Bruno (’73).

Con le musiche di Sacco e Vanzetti Ennio vince il terzo Nastro d’Argento. Il film ottiene molto successo anche per la voce di Joan Baez che interpreta La ballata di Sacco e Vanzetti. Parte 1:

Parte 2:

e il brano Here’s to you. Quest’ultimo diventa presto un inno pacifista, negli anni della guerra in Vietnam. Un inno intonato nei cortei dove chi partecipava ripeteva la medesima strofa con crescente intensità. Un inno in cui la voce sola diventava un coro. Così il grido di protesta di una persona a poco a poco diventava la voce di una comunità, di un popolo.

“Quel film era un’opera di denuncia contro l’intolleranza e la giustizia del pregiudizio, tematiche che mi stanno a cuore da sempre. Sono fiero di aver dato le musiche e il mio apporto creativo a film come questi: una cosa che mi fa sentire nel presente” [De Rosa, p. 1074].

La libertà, si diceva.

“Ho cercato di perseguire prima di tutto la via della libertà interiore, in quanto compositore, dando il massimo in ogni circostanza, anche quando si trattava di un film meno riuscito” [De Rosa, p. 1092].

Il cinema d’autore offre grandi possibilità espressive, di dare sfogo alle suggestioni. In I Basilischi della Wertmuller (’63) troviamo il famoso fischio di Daisy Lumini che intona arie come Pomeriggio in paese.

Ci sono poi brani struggenti come I Basilischi:

Sminfa paesana

e infine Il tangone:

Con Bertolucci questa libertà si innesca in modo insolito. “Bernardo aveva un modo molto suggestivo di spiegarmi il tipo di musica che voleva: spesso ricorreva ad accostamenti con i colori, cioè a sinestesie, o cercava di descrivere il sapore della musica che aveva in mente” [De Rosa, p. 1111]. Ennio, tra gli altri, lavora a Prima della rivoluzione

e a Novecento.

Per Elio Petri scrive la musica di Un tranquillo posto di campagna e Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Che vince l’Oscar come miglior film straniero nel ’71. Le musiche rappresentano perfettamente l’idea di perversità che permea il film, e che si materializza musicalmente in un tango popolare e grottesco che incarna la nevrosi dell’ispettore di polizia siciliano. Sbruffone, corrotto e assassino. “Un tango ambiguo melodicamente e armonicamente, ma al tempo stesso facile da cantare e memorizzare” [De Rosa, p. 1312]. La scelta degli strumenti conduce al mandolino e alla chitarra classica a cui si aggiungono pianoforte e fagotti per ottenere timbri volgari, bassi. Si aggiunge anche il marranzano che richiama il mondo della Sicilia da cui proviene il personaggio. Il risultato rispecchia il proposito di partenza: rendere un’ambientazione torbida e cupa.

Nell’84 Leone torna alla regia con C’era una volta in America probabilmente il suo capolavoro, anche grazie alle musiche che ancora una volta rivelano una funzione fondamentale: “Dovevano dilatare lo spazio e il tempo assecondando la struttura stessa del film, continuamente basata di flashback e flashforward” [De Rosa, p. 1368]. L’effetto di evocazione è sorprendentemente suggestivo.

E commovente, come nel “tema di Deborah”.

Nel ’79 intanto Ennio aveva ottenuto una prima nomination agli Oscar per I giorni del cielo di Terrence Malick. Un regista colto e attento alla musica. Gli aveva richiesto di inserire nella colonna sonora una citazione del Carnevale degli animali di Camille Saint-Saëns. Ennio ne era rimasto colpito. Come dalla poesia delle immagini, dalla fotografia sofisticata, suggestioni che influiranno sulla sua composizione. Le musiche non vincono, ma aumenteranno il credito di Ennio nel cinema americano.

Infatti, arrivano le collaborazioni con i grandi registi di fama mondiale, come Brian de Palma. Nel suo film Gli intoccabili (’87) la colonna sonora resta impressa per i leitmotiv che si susseguono nella pellicola: il tema di Al Capone, quello della famiglia, quello dell’amicizia dei protagonisti, quello del trionfo della polizia.

Successivamente anche Quentin Tarantino lo coinvolge per le musiche dei suoi film, tra cui Bastardi senza gloria (2009). Qui il regista sceglie di accostare musiche anche già composte da Ennio, reinserendole in contesti completamente diversi di quelli per cui sono state scritte. Il risultato è straniante, disturbante. Ed è esattamente l’effetto voluto.

Tornando all’Italia tra le esperienze che lasciano il segno Ennio rimarca quella con Giuseppe Tornatore che gli offre la possibilità di lavorare su temi che lo interessano. Malena, con cui ottiene un’altra candidatura agli Oscar (2001) è un film che parla di donne discriminate in una società ancora maschilista. Società che le mette in una condizione di inferiorità.

“Utilizzai alcuni procedimenti geometrici e matematici per costruire alcuni passaggi e arpeggi come se si trattasse della meccanicità di quegli stupidi cliché sociali, mentre il tema principale si libera del tutto e se ne va in un altro luogo. Forse vola verso un’utopia, o almeno verso ciò che piacerebbe a me” [De Rosa, p. 1628].

Per Nuovo Cinema Paradiso (’88) la musica emoziona nel “tema dell’amore” che compare nella scena dei baci – il film racconta la storia del cinema attraverso i baci censurati – e in quella dove il protagonista torna nella sua stanza di bambino dopo tanti anni.

Sono brani di grande impatto emotivo che sottolineano i momenti più intensi del film e che permettono il trasporto e l’immedesimazione da parte dello spettatore, tanto necessarie quanto difficili da ottenere. Questi miracoli musicali non possono che nascere da una innata capacità di invenzione, un talento che è dote di natura. Dal nulla genera melodie eterne che a ogni ascolto rinnovano l’emozione.

Perché la musica, se ha dentro la scintilla del genio, trasporta altrove, suggerisce, amplia il senso dell’immagine. È una suggestione non percepita coscientemente, che si fa strada nel vissuto personale, nell’interpretazione di chi ascolta, nello scavo dell’animo. “La musica inventa la profondità poetica del film”, dirà Ennio. [De Rosa, p. 1850].

Così, l’impresa di musicare la Leggenda del pianista sull’oceano (’98) diviene una sfida entusiasmante. Parte dall’indicazione registica di “scrivere una musica che non era mai stata sentita prima” per arrivare al capolavoro della traccia Playing love.

O come On Earth as it is in Heaven dalla colonna sonora di Mission (’86, film diretto da Roland Joffé, vincitore della Palma d’oro al 39º Festival di Cannes), che ha ispirato un numero infinito di versioni in tutto il mondo.

L’universo musicale di Ennio Morricone non si è nutrito solo dello studio appassionato e continuo delle musiche del passato e dei grandi autori accademici, ma anche di stimoli derivati dalle ricerche del Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza. La musica, qui, è stata esposta, osservata dal di fuori, smontata e rimontata, rinnovata nella sua funzione, ripercorsa nella sua evoluzione storica, riaffermata nei suoi risvolti politici e sociali.

Il gruppo è il primo collettivo di compositori-improvvisatori colti nella storia della musica contemporanea. L’idea nasce nel ’58 da Franco Evangelisti, in occasione di un viaggio a Darmstadt per partecipare a un seminario-concerto di John Cage. Diventa un progetto di improvvisazione collettiva al quale Ennio aderisce dal ’64. Gli offre l’opportunità di muoversi in uno spazio creativo davvero libero. “Potevo finalmente tornare a una sperimentazione musicale più aperta”, una sorta di disintossicazione dalla routine musicale per poter ritrovare stimoli, pratiche inedite. Uscire da tutti gli schemi. L’esperienza collettiva partiva all’uso di strumenti insoliti – anche elettrici come il Sinket – detti “oggetti sonori”, che producevano timbri sconosciuti. Queste combinazioni di suoni venivano registrate, poi riascoltate, commentate, rielaborate dentro un processo creativo continuo.

Ne uscivano riflessioni sulla musica come strumento meditativo, sulla musica come luogo di relazione con il potere, la musica come ponte tra emozione e ragione, tra razionale e irrazionale. Una linfa a cui attingere. Per aprire la composizione a soluzioni alternative, per non fermarsi al consueto. Per evolvere. Lo stesso principio della “doppia estetica”, elaborato da Ennio, è generatore di ulteriori processi di invenzione partendo dalla capacità di combinare procedimenti derivanti dall’esperienza musicale della storia con tecniche moderne [Cfr. De Rosa, p. 2303].

“A volte penso che l’atto compositivo abbia a che fare con l’invenzione di qualcosa di nuovo, che prima di quella necessità creativa del compositore non esisteva. – dirà infatti –. Forse ho avuto bisogno di quest’idea per andare avanti, e non nego che mi stimoli anche ora” [De Rosa, p. 2843].

La sua opera di composizione musicale non si è mai arrestata, lasciandoci musica per orchestra, per fiati, per voci, da camera, sinfonica. Musica assoluta, come lui l’ha chiamata, quella che si ascolta per se stessa.

Vi rientrano composizioni per coro e orchestra come Voci dal silenzio, nata in seguito ai fatti dell’11 settembre. Riccardo Muti la dirige a Ravenna e poi a Chicago. Un’opera contro il razzismo, in ricordo di tutte le stragi della storia umana. “Pensai di includere il ricordo di tutte le stragi della storia dell’umanità. Insieme alla voce recitante, all’orchestra e al coro, pensai di trasmettere delle voci precedentemente registrate. Da quelle degli indiani d’America a Hiroshima alla ex Jugoslavia, fino all’Iraq di oggi e al Sudafrica” [De Rosa, p. 4648].

Oppure come la Missa Papae Francisci (2015), sua composizione dedicata al pontefice italo-argentino.

In esse la musica è un messaggio nella bottiglia, lanciato in un oceano di acque mosse, perché chi lo raccolga sappia fare tesoro delle note di speranza lì incise. E rendere il mondo migliore.

Impossibile elencare la quantità di premi con i quali è stato riconosciuto il valore di questo grande maestro. Si vuole ricordare l’assegnazione del Premio Oscar alla carriera “per i suoi magnifici e multiformi contributi nell’arte della musica per film”, consegnato il 25 febbraio 2007 da Clint Eastwood.

Il Maestro con la moglie Maria (foto Imagoeconomica)

E le parole di un discorso capace di rivelare la grande umiltà di quest’uomo (il non voglio disturbare) e il pensiero costantemente rivolto agli altri:

“Voglio ringraziare l’Accademia per questo onore che mi ha fatto dandomi questo ambito premio, però voglio ringraziare anche tutti quelli che hanno voluto questo premio per me fortemente, e hanno sentito profondamente di concedermelo. Veramente; voglio ringraziare anche i miei registi, i registi che mi hanno chiamato con la loro fiducia, a scrivere musica nei loro film, veramente non sarei qui se non per loro. Il mio pensiero va anche a tutti gli artisti che hanno meritato questo premio e che non lo hanno avuto. Io gli auguro di averlo in un prossimo vicino futuro. Credo che questo premio sia per me, non un punto di arrivo ma un punto di partenza per migliorarmi al servizio del cinema e al servizio anche della mia personale estetica sulla musica applicata. Dedico questo Oscar a mia moglie Maria che mi ama moltissimo […] e io la amo alla stessa maniera e questo premio è anche per lei”.

Chiara Ferrari, coautrice del documentario Cantacronache, 1958-1962. Politica e protesta in musica, autrice di Politica e protesta in musica. Da Cantacronache a Ivano Fossati, edizioni Unicopli

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Lo scrittore (partigiano) ritrovato

Lo scrittore Carlo Coccioli
Lo scrittore Carlo Coccioli

I meccanismi che generano i canoni della letteratura sono insondabili a volte; altre riposano su pregiudizi e concrezioni stratificate, senza spirito critico, dalla critica medesima – scusate il bisticcio; in ogni caso capita a tratti di dover fare opere di bonifica, di ripulitura di prodotti artistici malamente segnati da giudizi negativi o – non so dire se sia meglio o peggio – del tutto ostracizzati e dimenticati. E il nostro Novecento è pieno di casi come questi: un poeta caduto sotto il peso delle etichette e che ancora oggi fatica a risollevarsi è, a esempio, Vincenzo Cardarelli – anima severa, sofferente e sensibile – tenuto in ostaggio, per così dire, fino alla fine dei suoi giorni dal pregiudizio di chi lo additava quale rondista senza contenuti, se è vero che ancora nel 1969 Edoardo Sanguineti, nel presentare la propria crestomazia della Poesia del Novecento, si augurava di poterne riscoprire l’opera ripulita da quell’“etichetta di neoclassicismo” che è stata per il poeta di Tarquinia “poco meno che micidiale”. Se non altro, però, il poeta ebbe il suo momento di gloria tra gli anni Dieci e i Venti.

Non così possiamo dire di un altro scrittore che oggi, invece, si va a celebrare. È Carlo Coccioli (con l’accento sulla prima ‘o’) di cui, quest’anno – il 15 maggio –, è ricorso il centenario della nascita: antifascista, partigiano decorato con Medaglia d’Argento al Valor Militare, e prolifico romanziere, Coccioli ha sempre avuto qualche rogna a entrare in sintonia col canone letterario italiano. Il suo spirito forse non cosmopolita ma ‘altro’ meglio si adattava a certi indirizzi intellettuali stranieri, un inquieto esistenzialismo vicino ai francesi e un neorealismo visionario e magico troppo discosto da ciò che si scriveva da noi, negli anni Cinquanta, e molto più in accordo alla nervosa ed energica fantasia latinoamericana.

Carlo Coccioli scrisse oltre 40 libriNe ha scritte una quarantina di opere. La prima vide la luce nel 1946, Il migliore e l’Ultimo, uscito da Vallecchi. Fu Curzio Malaparte a scoprire l’autore livornese, il cui padre, di origini tarantine, era sottotenente dell’esercito regio. Malaparte scrisse di lui che fu “una vera rivelazione” e più tardi Carlo Bo cercò di riabilitarlo presso il pubblico italiano, in occasione, nel 1976, della pubblicazione di Davide per i tipi di Rusconi, romanzo davvero singolare, una sorta di autobiografia apocrifa del re d’Israele e una riflessione sulla natura dell’amore per Dio in una chiave affatto differente da quella approntata da secoli di bigotto cattolicesimo. Insomma, Coccioli è stato un outsider della letteratura, della cultura, della riflessione storiografica e della sensibilità artistica. Non trovò posto nelle patrie lettere e dunque presto si trasferì, prima per lavoro, poi per scelta di vita, a Parigi, quindi in Canada e infine in Messico. Fu all’estero che scrisse la maggior parte delle opere e fu presso quel pubblico che trovò la più calorosa accoglienza.

In occasione del centenario, l’editore Lindau (raccogliendo il testimone delle edizioni ‘Piccolo karma’ del nipote dello scrittore) ne ha intrapreso la pubblicazione dell’opera pressoché omnia; 17 titoli in programma da qui ai prossimi due anni: lo scorso 15 maggio sono usciti i primi due volumi, L’erede di Montezuma (ed. originale 1964), scritto in francese e tradotto dallo stesso autore in italiano per Vallecchi – un romanzo dai toni epici che racconta l’arrivo dei conquistadores cogli occhi di chi ha subito il massacro – e Il cielo e la terra (1950), testo profetico di ciò che sarà il Concilio Vaticano II, in cui si affrontano i gangli della metafisica e i problemi morali di chi crede con l’inquietudine dello scettico e dell’emarginato (un giovane omosessuale suicida o una ragazzina indemoniata); tra la fine di maggio e il mese di giugno sono apparsi Uomini in fuga, Budda e il suo glorioso mondo (1989), Le corde dell’arpa (1967), e si proseguirà poi con Davide (di cui s’è già detto), Documento 127 che narra la conversione, se così si può chiamare, all’ebraismo (non ultima tappa del tormentato trasmigrare di Coccioli di fede in fede), e diversi altri titoli compreso il suo più famoso, Piccolo karma del 1987.

Raveggi Grande karmaPiccolo karma è il titolo della collana Lindau, Piccolo Karma era il nome della casa editrice milanese fondata nel 2011 da Marco Coccioli e Grande karma è invece il titolo di un romanzo-biografia che uscirà l’8 luglio per Bompiani. All’autore, Alessandro Raveggi – tra i maggiori conoscitori italiani di Coccioli, assieme al compianto Tondelli (reciproca, tra i due, era la stima) e a Giulio Mozzi –, ricorriamo oggi per approfondire alcuni aspetti della poliedrica figura di questo piccolo, grande scrittore ‘assente’.

Innanzitutto, Alessandro, raccontaci come sei arrivato a Carlo Coccioli.

A Coccioli sono arrivato per caso e per coincidenze significative assieme. Vivevo a Città del Messico da qualche anno, sarà stato il 2010 o il 2011, e mi aggiravo in una piccola libreria dell’usato di un quartiere piccolo-borghese della megalopoli. All’improvviso, il librario, sentendo da una telefonata che ero italiano, mi venne incontro e mi disse, in spagnolo: “Ma lei, lo conosce, Carlo Coccioli?” Io, con sommo imbarazzo, ammisi che non l’avevo mai sentito. Lui di conseguenza mi mostrò qualche edizione in spagnolo di un autore che, avrei scoperto qualche ora dopo, era tra i più noti e chiacchierati del Messico, almeno fino agli anni Novanta. In quegli anni lavoravo alla Universidad Nacional Autonoma e anche lì, nella mia biblioteca preferita, c’erano un sacco di opere in spagnolo dell’autore. Da lì, grazie a un po’ di curiosità e stimolato dal fatto che Coccioli fosse un autore cosmopolita e toscanissimo assieme, mi sono messo sulle tracce, spesso impervie. Rimanendo quasi impigliato nella sua vita, discostandomene a volte, altre volte allucinandola. Divenne a tratti un’ossessione, interrotta da altri libri che stavo scrivendo, e altri eventi significativi della mia vita lavorativa, compreso il ritorno in Italia. Ma il fantasma di Coccioli era sempre lì, anche nella mia Firenze, la Firenze che lui odiava e amava assieme. Ed è per quello che ho scritto un romanzo su di lui, quasi per liberarmene.

Jean Cocteau nel 1923
Jean Cocteau nel 1923 (da https://upload.wikimedia.org/ wikipedia/commons/thumb/ a/ae/Jean_Cocteau_b_Meurisse _ 1923.jpg/800px-Jean_Cocteau _b_Meurisse_1923.jpg)

Prima di indagare alcuni tratti della sua opera, prova a dirci in generale quali sono gli ingredienti che hanno reso Coccioli un grande ‘irregolare’ del nostro canone, o addirittura un ‘eretico’.

Be’, innanzitutto fin da giovanissimo la sua formazione fu “eccentrica”, o meglio legata a molti centri: in Libia, dove visse con la famiglia, fino almeno a diciassette anni, fu attratto dalle tre grandi religioni monoteiste che convivevano a Tripoli, la cattolica degli occupanti fascisti, la ebraica del ghetto ebraico e la islamica. Da lì il suo multiculturalismo, da lì la sua attrazione per una religiosità estrema, al limite dell’eresia e del misticismo. Successivamente la sua irregolarità credo sia dovuta a letture miste di tradizioni letterarie, specie francesi, che poco hanno attecchito negli autori del dopoguerra italiano. Tutti, voglio dire, leggevano più Hemingway che Bernanos! Lui invece leggeva in grande scrittori cattolici francesi ma anche Graham Greene, ad esempio. In questo, fu ideale per lui farsi accompagnare da giovane da un mentore particolare, anch’egli eccentrico, anch’egli “scomodo”: Curzio Malaparte. Malaparte lo vedeva come il suo erede ideale e lo aiutò a diventare grande in Francia. In Francia, dove arrivò dopo una straordinaria esperienza partigiana che per lui fu quasi più una lotta spirituale che politica, frequentò Gabriel Marcel e Jean Cocteau, divenne famoso al pari di Camus (basta leggere i giornali e persino i rotocalchi di quegli anni). Ma anche da lì fuggì presto, rinunciando alla fama per via di un amore folle. Un altro ingrediente della sua irregolarità è infatti questa grande irrequietezza che ebbe non solo come scrittore ma anche come uomo e amante, e che lo portò a volte a impazzire per amori violenti. In Messico, trovò una casa provvisoria e abbastanza accogliente. La sua peregrinazione parve solo un po’ affievolirsi – non quella di scrittore, certo! – e si mise a scrivere in tre lingue. Anche il multilinguismo è un chiaro ingrediente di irregolarità in Coccioli. Ed è motivo per cui dovremmo considerare Coccioli un grande contemporaneo: noi scrittori, parlo di quelli nati dopo il 1980 almeno, dobbiamo per forza fare i conti con il multilinguismo.

Carlo Coccioli, 1976, a sinistra nella foto

Coccioli è stato un intellettuale davvero eclettico: lo dimostrano la poliedricità degli orizzonti linguistici, le irrequietezze della fede e direi anche le sue opzioni morali, dalla sfera pubblica a quella privata. Per ognuno di questi tre ambiti, indicaci un testo imprescindibile.

Un testo fondamentale per capire queste tre cose assieme è il bellissimo Le case del lago, un romanzo confessione in cui Coccioli tenta la summa di tutte le sue influenze, creando un testo in cui tutte le religioni che frequentò vengono tenute assieme, così come le lingue (francese, spagnolo e persino inglese, usate nel testo.) Poi ci sono testi necessari per capire il percorso morale di Coccioli come Il cielo e la terra, L’erede di Montezuma e Davide dove Coccioli si misura con questa vera e propria lotta con il divino, che lo fa grande, attraverso romanzo di vite forti ed eroiche. Queste urgenze metafisiche un tempo erano viste molto male, oggi però stanno ritornando in certa letteratura, penso a autori come Moresco e Tonon, tra gli altri, e non possono essere trascurate. Senza per forza dover scadere nello spiritualismo, come ad esempio io non faccio affatto nel mio romanzo.

Antifascismo, lotta partigiana e scoperta dell’omosessualità. Come sono legati assieme questi aspetti?

Ne Il migliore e l’ultimo, uno dei primi romanzi del dopoguerra scritti da un partigiano, il protagonista semiautobiografico Carlo fa coming out e racconta di questa sua attrazione e innamoramento per il giovane partigiano Alberto. Le pagine della loro “luna di miele” in un bosco di scope, durante la guerra, sono una celebrazione molto bella dell’amore omoerotico in tempi come quelli dilaniati di odio, marci di violenza. Coccioli però dichiarò di essere stato antifascista fin da piccolo, in Libia, perché odiava il gregarismo e ogni gerarchia, le fanfare opprimenti del fascismo in Africa, che avevano travolto anche il padre. Fu antifascista, ricordiamolo, da liberale anticomunista: un rosselliniano che aveva un grande terrore del Partito comunista italiano. Tanto che, avendo paura di una Prima Repubblica a trazione Pci, votò monarchia!

Curzio Malaparte
Lo scrittore Curzio Malaparte (da https://www.rai.it/dl/img/ 2020/06/08/1600x900_ 1591612586538_curzio%20 malaparte.jpg)

Che cosa non funzionò, per Coccioli, nell’Italia del dopoguerra? La libertà per cui aveva combattuto non si era poi dimostrata ‘sufficiente’?

Come ho forse fatto già capire, in Coccioli scelte private e scelte pubbliche vanno sempre di pari passo: se le prime sono impulsive e viscerali, le seconde a volte sono scomode (basta prendere le sue cronache scritte per Il Giorno e La Nazione fino agli anni Ottanta e Novanta). Lui fuggì dall’Italia per inquietudini amorose (sapeva di essere omosessuale ma ebbe un’ultima donna toscana, in una relazione tormentata dalla quale fuggì) e “di carriera”: non sopportava le consorterie italiane, i balletti attorno alla figura di Alberto Moravia e altri – uno degli ingredienti del suo insuccesso è stato proprio aver trattato a male parole quest’ultimo. E poi si era messo sotto l’ala scomodissima di Malaparte! Da lì la scelta di fuggire a Parigi. Poi c’era un vero e proprio terrore per il comunismo sovietico: in una lettera a Malaparte racconta persino di aver sentito voci di proscrizioni ed esecuzioni pubbliche, in caso il Pci avesse vinto le elezioni del 1948. Intendiamoci: questo non significa in lui aver rinnegato il suo impegno antifascista, quando fu uno dei leader più attivi della Brigata Rosselli. Fu fino alla morte un antifascista, ma il suo cuore lo portò altrove.

Alessandro Raveggi
Alessandro Raveggi

Così oggi, dopo anni di oblio e di assenze dal panorama culturale italiano, Carlo Coccioli sta ‘risorgendo’, anche grazie al tuo Grande karma. Cosa rende i tempi ora maturi? E quanto di Coccioli, della sua scrittura, della sua visione delle cose è trasmigrato in te?

Io non so dire davvero se i tempi siano maturi per la scrittura di Coccioli. Anche perché certi autori hanno tempi ciclici di ritorno e di oblio. Certo è che quello che si porta dietro Coccioli, il romanzo metafisico, non solo cattolico – penso a autori come Krasznahorkai o Cartarescu – quello con urgenze diciamo “superiori” credo sia il tempo di recuperarlo. E poi ho accennato all’elemento multilinguistico, che in Coccioli è un azzardo e che secondo me dovrebbe esserlo anche per i nostri autori, afrodiscendenti o meno. Tutti viviamo in una costante migrazione, anche se alcuni di noi sono più radicati, altri meno: viviamo in un mondo migrante e solo gli xenofobi hanno paura di accettarlo. Questo lo diceva pure Coccioli, per il quale il viaggio mai si scindeva da una migrazione esistenziale. I lettori di quel piccolo libro strano che è Piccolo karma lo sanno: lì la teoria è quella di una migrazione spirituale per tappe, stando semplicemente dentro una piccola casina in Texas a guardare fuori dalla finestra, scrivendo un minutario, ovvero un diario-di-minuti e non di giorni. Il viaggio multilinguistico di Coccioli, soprattutto, è quello che penso sia entrato in me. Questa esigenza di un testo multilingue che alcuni critici mi hanno fatto notare senza quasi che io lo facessi in modo cosciente, anche nei miei racconti, che mi porta ad un tempo ad usare toscanismi e forzare l’italiano verso lo spagnolo (mia seconda lingua di vita) e l’inglese (la lingua del mio lavoro e della mia vita professionale.) Questo senso di ubiquità – nella lingua ma anche nei contenuti – che mi piacerebbe dare nei miei libri, questo penso di averlo imparato in qualche modo da Carlo Coccioli.

Giacomo Verri, scrittore

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Il 13 luglio il Narodni Dom agli sloveni di Trieste

il Narodni Dom oggi
Il Narodni Dom oggi (https://www.triestecafe.it/it/news/cronaca/narodni-dom-e-ufficiale-scuola-interpreti-fuori-da-via-filzi-futuro-sslmit-incerto.html)

Lunedì 13 luglio 2020, a cent’anni esatti dal rogo applicato dalle squadracce fasciste triestine capitanate dal toscano Giunta, il presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella e il presidente della Repubblica di Slovenia Borut Pahor firmeranno l’atto di restituzione del Narodni dom alla comunità slovena di Trieste.

Sebbene la definitiva e completa disponibilità dell’edificio progettato ai primi del secolo scorso dall’architetto Max Fabiani (di scuola viennese e allievo di Otto Wagner) dovrà attendere ancora, dato che al momento è sede della prestigiosa Scuola per Interpreti dell’Università di Trieste, questo è un atto estremamente significativo.

Significativo perché è un ulteriore rilevante passo nel riconoscere non solo il diritto della comunità slovena in Italia a vedersi restituire un bene prestigioso, incendiato prima e requisito poi dal fascismo, ma anche perché è un riconoscimento dei torti, delle discriminazioni e delle persecuzioni che gli sloveni e i croati, annessi al Regno d’Italia dopo la conclusione della prima guerra mondiale, hanno subito dalla dittatura mussoliniana. L’atto di restituzione, previsto nell’art. 19 della legge n. 38 del 2001, trova ora finalmente un fondamentale atto pubblico. Non è quindi un regalo.

Assieme alla restituzione del Narodni dom e all’omaggio alla foiba di Basovizza, i due presidenti infatti renderanno omaggio al cippo che ricorda quelli che, per gli antifascisti sloveni, croati e italiani sono noti come “gli eroi di Basovizza”, e per altri sono ancora “terroristi”.

Il cippo ai quattro “eroi di Basovizza”
Il cippo ai quattro “eroi di Basovizza”

Dieci e un mese e mezzo dopo il rogo del Narodni dom, alle 5.44 del 6 settembre del 1930, in una radura a poca distanza dalla foiba di Basovizza, dove si trovava allora il poligono di tiro militare e oggi lì vicino c’è l’osservatorio astronomico, il Tribunale Speciale fascista fucilava quattro giovani antifascisti tra i 24 ed i 34 anni: Zvonimir Miloš, Franc Marušič, Ferdo Bidovec e Alojz Valenčič. Due sloveni, un croato ed uno di padre sloveno e di madre italiana. Il Tribunale Speciale Fascista si recò tre volte nella Venezia Giulia: la prima nel 1929 a Pola, dove condannò a morte Vladimir Gortan, la seconda a Trieste appunto nel 1930 e la terza sempre a Trieste (per cui si parla di primo e secondo processo di Trieste) nel 1941 condannando a morte il comunista Pinko Tomažič e 4 suoi compagni. I 4 “eroi di Basovizza”, appartenenti all’organizzazione irredentista TIGR (acronimo di Trieste, Istria, Gorizia e Fiume – Rijeka in croato) sono quindi da noi considerati tra i primi caduti antifascisti.

A 90 anni dal loro assassinio l’omaggio che Mattarella farà al cippo che li ricorda diviene a questo punto importantissimo. Sarà il primo presidente della Repubblica Italiana a rendere loro omaggio, e già questo è di per sé significativo. Valorizzare opportunamente questo passaggio, svincolandolo dal gioco di proposte e controproposte a corredo della restituzione del Narodni dom potrà essere occasione di approfondimento, a livello nazionale, di cosa sia stato il fascismo in queste nostre terre, quando e come si organizzò l’antifascismo prima e la lotta partigiana poi, aspetti tutt’ora poco noti al pubblico italiano, spesso ostaggio di una falsa propaganda. Giova qui ricordare che non solo forze politiche al limite dell’illegalità quali Forza Nuova e CasaPound, ma anche un partito come Fratelli d’Italia considerano Miloš, Marušič, Bidovec e Valenčič con gli stessi termini usati dal regime fascista: terroristi, avvallando le accuse a loro mosse dal Tribunale Speciale e continuando a diffondere false accuse, ricordandoli come attentatori uccisori di innocenti e di bambini (sic!). L’omaggio di Mattarella potrà quindi contribuire a spazzar via questi retaggi dell’ideologia fascista che ancora trova consapevoli accoliti.

Fabio Vallon, presidente comitato provinciale ANPI – VZPI Trieste

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L’emigrata antifascista Giorgina Levi

Giorgina Levi
Giorgina Levi (da http://www.museotorino.it/ view/s/a382c66c072c480b820 eff1722d832df)

Più di ottanta anni fa Giorgina Levi (nipote di Rita Montagnana, moglie di Palmiro Togliatti), lasciò l’Italia fascista a seguito della promulgazione delle leggi razziali per rifugiarsi nelle Americhe, come migliaia di italiani di origine ebraica. Discriminati nei diritti civili essenziali e soprattutto indesiderati, scelsero la via dell’esilio.

Un’esperienza che trent’anni dopo vedrà protagonisti, invece, tanti latinoamericani che, fuggiti dalle dittature, saranno accolti fraternamente in Italia e nel resto delle capitali europee, e proprio da questi luoghi germinerà la rielaborazione politico-culturale che sarà a fondamento delle incipienti democrazie che si affermeranno negli anni Ottanta.

Nel 1941 le fonti diplomatiche registravano un esodo complessivo di circa 6.000 italiani verso varie parti del mondo e in modo particolare verso il continente americano.

Giorgina Levi e il marito Enzo Arian (medico tedesco) scelgono la Bolivia in quanto il governo aveva lanciato un appello ai medici ebrei offrendo loro lavoro.

In questi termini ricorderà anni dopo il giorno della partenza dal porto di Genova: «[…] quello che più mi è rimasto impresso fu il distaccarsi della nave dal porto italiano, con uno spettacolo straziante di gente che piangeva (tutti strappati dalla loro terra come noi) e nel cuore una profonda tristezza». [1]

Nel Paese andino Levi vive anni intensi descritti appassionatamente nel libro di Marcella Filippa, dall’emblematico titolo, Avrei capovolto le montagne. Giorgina Levi in Bolivia, 1939-1946 (Giunti, Firenze 1990).

Nel giugno 1939 arriva in America latina: «il distacco più forte è stato quando siamo sbarcati al porto di Arica in Cile. L’America ci si apriva dinanzi, deserta. Ci siamo sentiti veramente in terra straniera. Capivamo di aver lasciato definitivamente l’Italia». [2] In Bolivia si trasferisce in diverse città e villaggi (La Paz, Sucre, Oruro, Zudáñez) dove svolge dapprima il ruolo di insegnante nelle scuole elementari del dipartimento minerario di Potosí, impegnandosi in un’importante opera di alfabetizzazione a favore dei figli degli operai indios, e poi come docente di latino all’Università di San Andrés.

Spirito di lotta, tenace, ottimista, coerente, si dedica, insieme al marito, alla costituzione del piccolo movimento antifascista locale attraverso la formazione della sezione Garibaldi, la cui sede centrale si trovava in Messico ad opera di esuli dello spessore politico di Mario Montagnana (zio di Levi), Vittorio Vidali, Tina Modotti e Francesco Frola. L’Associazione Internazionale Giuseppe Garibaldi per la libertà dell’Italia rappresentava un “esperimento”, come vollero chiamarlo i fondatori, che accomunava socialisti di sinistra, indipendenti e comunisti nella comune lotta contro il fascismo e che irradiò la sua iniziativa politica verso diversi Paesi latinoamericani. [3]

Tina Modotti
Tina Modotti

Ma le ferite aperte dovute allo strappo forzato con il proprio Paese non vengono meno: «C’era sempre il desiderio di tornare, la speranza di un ritorno. I primi tempi si ha nostalgia della via, del quartiere in cui si abita. […] Poi viene la nostalgia di tutta la città, alla fine la nostalgia di tutta l’Italia, il desiderio di tornare purché in quel Paese e, negli ultimi tempi, lo struggimento per l’Europa». [4]

Anche Lore Terracini (divenuta una nota ispanista), figlia del matematico di origine ebraica Alessandro Terracini, in questi termini descriverà anni dopo la sua emigrazione forzata: «Ci fu, senza dubbio, il trauma dell’abbandono di cose note e dell’incontro con cose ignote, ma molto lenito – lo dico come constatazione a posteriori – sia di un elemento liberatorio per l’allontanamento dall’Italia fascista e dall’Europa in guerra, sia da una volontà di integrazione in un mondo a priori ritenuto preferibile». [5]

In Sudamerica Giorgina Levi stringe contatti con diversi italiani. Ad esempio, ad Oruro incontra nel 1941 Renato Treves, fondatore della Sociologia del diritto italiana, giunto in Argentina nel novembre del 1938 e docente all’Università di Tucumán (1939-1947), anch’egli costretto all’esilio e a lasciare la cattedra dell’Università di Urbino. Anche l’amico filosofo Rodolfo Mondolfo, perseguitato dal regime, era sbarcato nella capitale platense nel maggio 1939 ed aveva iniziato ad insegnare all’Università di Córdoba.

Scriverà Treves di Giorgina Levi: «[…] con molto coraggio conduceva una vita dura e difficile». [6]

È interessante sottolineare che il giovane Ateneo di Tucumán in quegli anni stava acquisendo una vitalità eccezionale con la chiamata di molti intellettuali europei, di profondo spessore culturale, in fuga.

Renato Treves
Renato Treves

Tra il 1930 e il 1940, di fatto, l’Università visse un decennio di vera e propria globalizzazione culturale, specialmente nell’ambito delle scienze umane e sociali: non solo vi lavoravano giovani intellettuali argentini, come Risieri e Silvio Frondizi, allievi di noti intellettuali riformisti, ma anche, esuli ebrei italiani. Oltre a Mondolfo e Treves, vanno citati i matematici Beppe Levi e Alessandro Terracini, il linguista Benvenuto Terracini, il diplomatico Paolo Vita Finzi, i docenti Giovanni Turin e Giorgio Arias, i quali, insieme ad altri professori italiani e argentini, costituirono il Centro di cultura italiana nella Repubblica Argentina. A Tucumán arrivavano periodicamente intellettuali spagnoli e argentini di prestigio, come, ad esempio, il comunista Rafael Alberti o il penalista socialista Luis Jiménez de Asúa, che impartì una lezione su “Le teorie di Norberto Bobbio sull’analogia nella logica del diritto e il diritto penale”. [7]

Questa particolare circostanza permise la diffusione della cultura democratica italiana in stretto collegamento con gli esuli anche grazie al contributo efficace delle case editrici, che pubblicarono la traduzione di opere di Croce, Carlo Rosselli, di Gioele Solari e altri giuristi italiani. Studi successivi hanno evidenziato quanto questo apporto culturale (emigratorio) risultò fondamentale per la formazione della cultura giuridica argentina, e non solo.

È lo stesso Treves a rilevare l’importanza dell’inevitabile e prolifico interscambio culturale: «L’esilio argentino mi ha spinto ad occuparmi di sociologia e di ricerche sociologiche e mi ha spinto anche a svolgere indagini storiche su argomenti a cui mai avrei pensato». [8]

Anche Giorgina Levi durante la permanenza boliviana si dedica a perfezionare la sua preparazione politica, teorica e storica. Grazie all’amicizia con il professore di filosofia José Antonio Arce, che da poco aveva fondato il Partido de la Izquierda Revolucionaria (Pir), scopre le opere del marxista argentino Aníbal Ponce, di cui legge tutti i libri che riesce a trovare e che porterà con sé al rientro in patria. [9]

Nel contesto di questo impegno, la sua vita in Bolivia «era una verifica continua» di quello che stava leggendo: «assistevo a esempi di comunismo primitivo, vivevo la vita del feudalesimo, i rapporti sociali in un mondo di feudatari, grandi proprietari e servi, e al tempo stesso vivevo la vita dei minatori, degli operai, i rapporti con i grandi trust minerari e i grandi monopoli».[10]

José Antonio Arce, fondatore del Partido de la Izquierda Revolucionaria
José Antonio Arce, fondatore del Partido de la Izquierda Revolucionaria

Impegnata sui fronti dell’insegnamento e della lotta antifascista, lavora per la diffusione dei libri di sinistra nella cittadina di Oruro arricchendo il catalogo di una piccola libreria locale, che registra un notevole afflusso di studenti universitari. Mossa da un «profondo senso di rivolta contro il fascismo», scrive articoli sulla guerra e la Resistenza italiana su vari giornali sudamericani e collabora a Stato Operaio, rivista teorica del Pci diretta da Giuseppe Berti da New York e diviene Presidente dell’Alleanza Giuseppe Garibaldi.

Rientra in Italia il 25 luglio 1946 e il giorno dopo, insieme al marito, si presenta nella sede della federazione comunista a Torino dove incontra Camilla Ravera, all’epoca segretaria di stampa e propaganda del partito ed inizia a collaborare con l’Associazione Italia-Urss, della quale ricoprirà il ruolo di segretaria per sette anni.

Profonda conoscitrice della cultura andina, la permanenza in Sudamerica le permise di analizzare (prima) e contribuire alla divulgazione in Italia (dopo) le peculiarità – allora ancora poco note – del fascismo dipendente latinoamericano. [11]

La lucidità della sua analisi emerge nell’articolo pubblicato su Rinascita (1948), scritto su richiesta di Palmiro Togliatti e tra i primissimi apparsi in Italia sulle specificità latinoamericane, riguardante l’ingerenza dell’imperialismo nordamericano: «La pressione politica, economica e militare dell’imperialismo nordamericano sui governi in Sudamerica, va dalla semplice minaccia al più audace intervento nella politica interna e giunge ad aiutare colpi di stato e insurrezioni provocatorie». [12]

Agli albori dei processi di decolonizzazione post-bellici, Levi aveva analizzato chiaramente la storia politica dei futuri quarant’anni dei Paesi sudamericani.

Nel 1954 diviene responsabile culturale della federazione torinese del Pci e nel 1956 è eletta nel Consiglio comunale di Torino (riconfermata nel 1964). Eletta deputata alla Camera nel 1963 e nel 1968, per tutta la durata della carica ricopre la carica di segretaria della Commissione Istruzione dal 1964 al 1972 ed è la prima firmataria della proposta di legge sull’Istituzione di scuole statali per l’infanzia.

Andrea Mulas, Fondazione Lelio e Lisli Basso


[1] M. Filippa, Avrei capovolto le montagne. Giorgina Levi in Bolivia, 1939-1946, Giunti, Firenze 1990, p. 31.

[2] M. Filippa, Avrei capovolto le montagne, cit., p. 42.

[3] Cfr., G. Levi, M. Montagnana, I Montagnana. Una famiglia ebraica piemontese e il movimento operaio (1914-1948), Giuntina, Firenze 2000, pp. 54-70; P. R. Fanesi, Gli ebrei italiani rifugiati in America latina e l’antifascismo (1938-1945), “Storia e problemi contemporanei”, n. 14, anno VII, ed. Clueb, Bologna 1994.

[4] M. Filippa, Avrei capovolto le montagne, cit., p. 79.

[5] L. Terracini, Dal Regio Ginnasio al Colegio Nacional. Emigrazione da scuola a scuola, in G. Ferruggia – P. Ledda – D. Puccini (a cura di), “Americhe Amare”, Bulzoni Editore, Roma 1987, p. 242.

[6] R. Treves, Incontri di culture nell’America Latina alla fine degli anni Trenta. Una testimonianza, cit., p. 259. Cfr., Id., Antifascismo italiano e spagnolo nell’esilio argentino, in Renato Treves, Sociologia e socialismo. Ricordi e Incontri, Franco Angeli, Milano, 1990 e C. Nitsch, Renato Treves esule in Argentina. Sociologia, filosofia sociale, storia, Accademia delle Scienze di Torino, Torino, 2015.

[7] G. Quaggio, Francisco Ayala e Renato Treves:. Storia di un’amicizia politica e intellettuale, panel, Cantieri Sissco 2017.

[8] R. Treves, Incontri di culture nell’America Latina alla fine degli anni Trenta. Una testimonianza, cit., p. 256.

[9] G. Levi, Aníbal Ponce, un maestro marxista argentino (1898-1938), “Latinoamerica”, anno IX, n. 39, luglio-settembre 1990, pp. 85-92. Nel 1936 Ponce aveva fondato, tra l’altro, la rivista “Dialéctica”, di cui uscirono sette numeri contenenti anche scritti di Rodolfo Mondolfo.

[10] M. Filippa, Avrei capovolto le montagne, cit., p. 133.

[11] Cfr., Il fascismo dipendente in America latina. una nuova fase dei rapporti tra oligarchia e imperialismo, G. Levi (saggi a cura di), De Donato editore, Bari 1976. Il volume raccoglie le relazioni tenute nel corso del Seminario di studi “Imperialismo e fascismo in America latina” (Torino, 26-27 marzo 1976), promosso dalla stessa Levi.

[12] G. Levi, Imperialismo e nazionalismo nell’America latina, “Rinascita”, dicembre 1948, anno V, n. 12.

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Ustica: “Guarda… Cos’è?”

strage di Ustica il manifesto 2020C’era la guerra quella sera il DC9 è stato abbattuto.

Queste le affermazioni del manifesto che l’Associazione dei Parenti della Vittime della Strage di Ustica ha preparato per il 40°anniversario della Strage.

È la verità con la quale dobbiamo confrontarci rafforzata in questi giorni da un servizio di Rainew24 che ci restituisce le ultime parole dei pilota del DC9 Itavia: «Guarda… cos’è?». Evidentemente vede la terribile situazione di guerra aerea che sta tragicamente portando a morte 81 innocenti cittadini italiani.

Oggi bisogna ricordare che la verità su Ustica è una verità subito nota e volutamente occultata: le telefonate tra gli avieri che dai siti radar seguivano il volo erano piene di allarme per quello che vedevano nei loro strumenti verificarsi attorno al velivolo civile. Abbiamo un tracciato radar con il volo del DC9 e una palese manovra d’attacco.

Proprio nell’immediatezza si svolge presso l’ambasciata americana a Roma una (inspiegabile?) riunione straordinaria. E a mio avviso lì, nel clima di una recrudescenza della guerra fredda, si decide che i cittadini non debbano sapere.

Si parlerà di cedimento strutturale, di una “tragica fatalità” sulla quale non serve indagare. Tutto doveva finire in fretta, la verità scomparire come nel mare Tirreno si era inabissato l’aereo.

Sono iniziate le distruzioni della documentazione, le falsità, i depistaggi. Le indagini a Roma hanno perso ogni mordente; l’Aeronautica ha messo in campo tutto il suo prestigio e la sua “unica e assoluta” competenza tecnica per nascondere, per sostenere la testi del cedimento strutturale che come conseguenza prima porta al fallimento della compagnia privata Itavia, proprietaria del velivolo.

manifesto iniziative Ustica 2020Il presidente della Commissione Stragi, Libero Gualtieri, che ha denunciato le tante nefandezze dei militari, dirà che i loro comportamenti hanno fatto dell’Aeronautica l’82 vittima di Ustica, io preferisco sostenere che l’82 vittima è il dottor Davanzali, proprietario dell’Itavia, che ha visto distrutta la sua azienda e in un certo modo anche la sua vita.

Poi sono passati molti anni, Ustica è stata dimenticata; c’è voluto l’intervento di un gruppo di politici e intellettuali, primo firmatario Francesco Bonifacio, (Ossicini, Scoppola, Giolitti, Ingrao, Rodotà, Ferrarotti) e della costituita Associazione dei parenti per far breccia nell’opinione pubblica.

Con un grande sostegno della stampa, della società civile e del mondo dell’arte e dello spettacolo, è stata risvegliata l’attenzione di governi e istituzioni.

Poi con il lavoro quasi in simbiosi della Commissione Stragi, presieduta dal senatore Gualtieri, e della magistratura, giudice istruttore Priore, si è aperto la strada alla verità e, siamo arrivati al 1999, una sentenza ordinanza afferma «l’incidente al DC9 è occorso a seguito di azione militare di intercettamento, il DC9 è stato abbattuto, è stata spezzata la vita a 81 cittadini innocenti con un’azione, che è stata propriamente atto di guerra, guerra di fatto e non dichiarata, operazione di polizia internazionale coperta contro il nostro Paese, di cui sono stati violati i confini e i diritti. Nessuno ha dato la minima spiegazione di quanto è avvenuto».

Oggi abbiamo una serie di sentenze definitive in sede civile, alle quali bisogna dare piena attuazione, che preso atto della sentenza ordinanza Priore condannano i ministeri dei Trasporti e della Difesa a risarcire i parenti delle vittime sia per non aver garantito la sicurezza di quel volo e di quei 81 innocenti cittadini e sia per aver ostacolato la ricerca della verità.

Di queste certezze oggi dobbiamo definitivamente prendere atto; sbugiardare ancora una volta le provocazioni, di chi parla, nonostante tutto di bomba all’interno del DC9 o fantasiosi documenti segreti.

A dir la verità si tratta proprio di depistaggio!

E far risuonare più forte la richiesta alle istituzioni, all’Esecutivo del nostro Paese, per la memoria delle povere vittime, ma ancor più – io credo – per la nostra dignità nazionale di un grande impegno in campo internazionale: la magistratura deve avere tutta la documentazione, le risposte alle rogatorie internazionali, per permettere la chiusura delle indagini riaperte dopo che il presidente Cossiga ha affermato che il DC9 è stato abbattuto dai francesi a “caccia” di Gheddafi.

Daria Bonfietti, presidente dell’Associazione dei Parenti delle Vittime della Strage di Ustica

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Le rose alle rose

Il 2 giugno promosso dall’Anpi è stato molto più di un doveroso omaggio alle 21 Madri costituenti. Nella Festa della Repubblica, nell’anno della pandemia, l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia ha voluto fornire – ispirandosi a quelle meravigliose donne che con infinita passione e forza delle idee democratiche contribuirono alla ideazione e alla scrittura della nostra Costituzione – decisivi stimoli di rinascita.

“Il 2 giugno saremo impegnati non solo a celebrare una data storica – aveva dichiarato la presidente nazionale dell’Anpi, Carla Nespolo – ma lanceremo un messaggio forte e chiaro: per risolvere la crisi attuale è fondamentale e imprescindibile attuare pienamente la Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza”.

E così è stato, così sono brillate donne e memoria attiva: non è stato sempre facile trovare i luoghi di sepoltura, e dunque l’occasione in alcuni casi ha permesso, grazie a realtà civili o religiose locali, anche di restaurare quelle tombe simbolo. Nei cimiteri delle località che custodiscono le spoglie delle costituenti si sono riuniti i rappresentanti dell’Anpi, che hanno organizzato e mobilitato con grande generosità e senso di appartenenza, dei sodalizi combattentistici e di quelli della deportazione accanto ai sindaci, ai rappresentanti degli altri enti locali e a quelli del governo nazionale. A partecipare, quando è stato possibile, anche i discendenti delle 21. Insieme, per deporre rose rosse.

Le commemorazioni, va detto, seppur limitate per il doveroso rispetto delle norme anti Covid, si sono in realtà tenute in tutta Italia, nelle piazze intitolate a quelle straordinarie donne, ai sacrari oppure davanti alle targhe e alle lapidi a loro dedicate.

Nella galleria fotografica vi proponiamo alcune delle immagini giunte in redazione, documento di una bellissima giornata che avuto una rilevante risonanza mediatica. La Costituzione, le sue rose, la sua marca liberatrice hanno, evidentemente, sempre ragione.










































Roma Verano presenti istituzioni e associazioni







Savona. Comune di Noli. Deposizione delle rose in onore della madre costituente Angiola Minella








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Il battaglione partigiano che voleva parlare la lingua di Dante

Tirana, 1944. I partigiani della Gramsci sfilano nella capitale albanese liberata

Alla vigilia della seconda guerra mondiale le mire espansionistiche di Mussolini avevano portato, dall’aprile 1939, all’occupazione italiana dell’Albania. Dopo l’armistizio dell’8 settembre moltissimi nostri militari di stanza nel Paese si unirono però ai partigiani albanesi. Se più note sono le imprese gloriose del battaglione Gramsci, per esempio, Lia Tosi da anni studia per mettere in luce alcuni aspetti meno conosciuti del contributo italiano  alla Resistenza albanese.

 

 

Il battaglione italiano della V brigata albanese [1] si costituisce a Shtimle in Kosovo il 24-25 novembre 1944, in seguito alla riorganizzazione dovuta alla formazione della V Divisione, che il 18 novembre ha incorporato da pochi giorni la III, la V, la XXV brigata.

L'Italia fascista invade l'Albania
Il 7 aprile 1939 l’Italia fascista occupava l’Albania

Leggiamo in Historicu i Brigadёs V sulmuese [2] parole di stima verso gli italiani a fianco dei partigiani albanesi, per il valore in combattimento, per quanti hanno perso la vita nelle battaglie contro il “comune nemico”, per il compito importante svolto nei settori dell’artiglieria, nelle compagnie di mortai, dei genieri, per i medici, gli infermieri.

Questo battaglione si costituisce in una fase in cui la guerra volge alla fine (l’Albania è già quasi tutta liberata dai tedeschi) e diventa il sesto della V brigata. Ma già altri 15 reparti italiani si erano organizzati dall’8 settembre in poi: nel settembre 1943 la ceta Risorgimento, la prima ceta Matteotti; e nell’ambito del Comando delle Truppe italiane alla montagna [3] altri 10 battaglioni: btg Martino, Nuova Italia, il btg di Dibra col gen. Piccini e Haxhi Lleshi; i battaglioni Zignani, Mosconi, Morelli  (i cui effettivi sono destinati al lavoro); la VI batteria di artiglieria del capitano Menegazzi, la IX btr di artiglieria del capitano Cotta, entrambe destinate alla I brigata albanese; la V del capitano Giannone, aggregata alla III brigata; la VI del tenente Sainati, assegnata alla II brigata. Sono tutte batterie della divisione Firenze, che ha sostenuto per 4 giorni la battaglia di Kruja contro i tedeschi e poi ritirandosi sconfitta si fraziona per adeguarsi alla guerriglia.

Il battaglione Gramsci in Albania
Il battaglione Gramsci in Albania

C’è poi il più noto battaglione Gramsci: un gruppo di soldati (60? 80? 120?) pare quasi tutti della Firenze, che il 10 d’ottobre 1943 sulle rive del fiume Erzen si distaccano dalla colonna Martino rispondendo all’invito di Mehemet Shehu di entrare nell’Esercito di liberazione albanese assumendone regole e disciplina. Infine l’anno seguente si formeranno ancora 2 reparti italiani nell’Albania centromeridionale: la compagnia Fratelli Bandiera e il battaglione Matteotti [4]. Dunque il nostro battaglione è in realtà il 16° della vicenda italiana nella resistenza albanese, e al momento della sua formazione rimangono operativi solo il btg Gramsci, con la I brigata, la VI batteria di artiglieria ancora con la I Brigata, e la IX batteria ora con la VII Brigata.

C’è una sostanziale differenza fra il btg Gramsci e il battaglione italiano della V: il primo si forma agli albori della partecipazione italiana alla resistenza in Albania, uscendo dal reparto italiano di appartenenza (la colonna Martino, che pure ha già combattuto duramente contro i tedeschi), con ciò segnando una cesura con l’esercito strumento del fascismo, ed entrando sì in ambiente di cultura diversa ma in modo compatto, entro una propria nicchia linguistica e sotto guida e patrocinio di una brigata albanese. Il secondo nasce invece sul finire della guerra e rappresenta simbolicamente ma anche concretamente un bacino di raccolta della diaspora italiana, soldati disseminati ai quattro venti dalla capitolazione in poi: ce ne sono da tutte le parti dei Balcani centro-meridionali e da tutte le passate divisioni italiane; dal Montenegro, dalla Grecia, dalle divisione Regina, dalle isole, da Corfù, da Rodi, da Creta, naturalmente dall’Albania. E vi si ricompone una piccola comunità di parlanti italiano. A quanto sappiamo dai racconti-memorie di Renato Gatti, un tenente della divisione Parma [5], nei mesi precedenti la costituzione del battaglione, nell’auspicio di potere formare un reparto tutto italiano, tra gli italiani presenti nei vari reparti della V si era manifestata una forte tensione verso la lingua madre. Incontrandosi dicevano che sarebbe stato bello stare tutti insieme, e parlare la loro lingua, potersi capire. Mentre Ernesto Celestino, tenente della Perugia scampato all’eccidio di Kuç, che del battaglione diventerà comandante, annotava mese dopo mese l’incrementarsi della presenza italiana in Brigata, incremento che incoraggiava la speranza di costituirsi in battaglione.

Monumento ai Caduti della Garibaldi in Albania
Monumento ai Caduti della Garibaldi in Albania

Sottolineo l’importanza della lingua madre in questa aspirazione. La lingua è non solo riappropriazione di identità culturale per tante monadi in dispersione, ma in questo caso (ma lo è sempre) la lingua madre è patria immateriale, e quindi un anticipato rimpatrio, anche per quelli che non ritorneranno. Il battaglione infatti da lì a poco proseguirà con la V brigata in Sangiaccato e molti, albanesi e italiani, cadranno ancora  in combattimento o falcidiati dalla terribile epidemia di  tifo, ancora fianco a fianco negli ospedaletti di Senica e Novi Varosh contro un altro “comune nemico”.

Ma per valutare meglio il significato di questo battaglione bisogna considerare che la partecipazione italiana alla Resistenza in Albania fu un fenomeno molto complesso, che non si piega a letture univoche.

Il soldato italiano all’indomani della capitolazione entra in un mondo di incognite incontrollabili e mette in atto tutte le sue risorse per sopravvivere, i suoi mestieri, il suo saper fare. È oggi contadino, domani partigiano, poi cuoco, falegname, infermiere, medico, calzolaio, servitore, anche pittore e musicista [6], ma porta su di sé il marchio di provenienza dall’esercito dell’oppressione fascista. E non sempre la popolazione civile o i partigiani se lo dimenticano.

È incontestabile che le famiglie albanesi abbiano protetto tanti italiani mettendo a rischio la vita dei propri membri. È incontestabile che le formazioni partigiane abbiano offerto agli italiani una sponda di salvezza. Ma l’accoglienza non è sempre stata positiva, si sono verificate anche situazioni pesanti.

Due esempi di segno contrastante, relativi all’avviamento al lavoro per i soldati che non potevano combattere perché disarmati o per altre ragioni.

Esempio positivo: nell’ottobre 1943 il dirigente partigiano Bako Dervishaj è incaricato dal comandante della zona partigiana del valonese (Vlorё) di cercare una qualche sistemazione per la torma miserevole di italiani che sostano affamati e senza prospettive nella valle dello Shushicё dopo la fuga da Drashovica, e sono soldati e ufficiali della divisione Parma, in parte anche della Perugia, che, disarmati, hanno vagato invano sulla costa nella speranza di un imbarco, coi tedeschi alle calcagna. Dervishaj sente per loro una gran pena, quasi un sentimento di fratellanza, e stila un catalogo di norme per regolarizzare il rapporto fra i civili albanesi e gli italiani, sul lavoro e per calmierare i prezzi nel piccolo commercio.

Esempio di una situazione opposta, sempre per quanto riguarda l’avviamento al lavoro: negli archivi italiani, Ufficio Storico dell’Esercito, Archivio Centrale dello Stato a Roma, Fondo Ricompart Estero (Ricompense partigiane estero), sono conservati documenti dove affiora un termine inquietante, schiavitù, schiavi, termine  motivato dagli scriventi con il fatto che gli italiani sarebbero stati messi a fare lavori estenuanti senza retribuzione in cambio di scarso cibo. La motivazione per un termine così pesante lascia perplessi.

Più chiara spiegazione ce la fornisce il maggiore David Smiley delle Missioni britanniche nel suo libro Albanian Assignment [7] dove racconta di avere visto a Llizhё soldati italiani messi in vendita dai partigiani al prezzo di un napoleone d’oro o un sovereign d’oro ciascuno.

Conferma la compravendita il reduce Remoli, imparentato col primo sindaco comunista della città di Pistoia liberata, che  riferisce di essere stato venduto e comprato 3 volte di famiglia in famiglia.

Conferma il tenente Olivio Casoli [8] della Parma. Catturato dai tedeschi, liberato dai partigiani che attaccano la polveriera di Drashovica dove era rinchiuso assieme ad altre migliaia di italiani. Sbandato viene ospitato con altri (compreso Renato Gatti) in una casupola dei coniugi Karafili (che pagheranno con la vita il loro appoggio alla resistenza e l’aiuto agli italiani); per un breve periodo è partigiano nella V; poi si ferma a causa di recidive di malaria. Lo ritroviamo nella primavera del ’45 in attesa del rimpatrio che cammina per le strade di Vlorё. Un improvviso schiamazzo alle sue spalle, italiani che fuggono, partigiani che inseguono e catturano tutti, Casoli compreso.

Vengono messi in vendita in luogo pubblico. È impressionante la descrizione della compravendita, con i compratori che contrattano il prezzo in base all’aspetto assai malandato degli uomini da comprare. Casoli ha fortuna, passa un suo amico albanese e fingendo di non conoscerlo lo contratta e lo compra, se lo porta via e lo libera. La vicenda Casoli illustra bene l’avvicendarsi delle variabili sul percorso di un italiano in Albania negli anni ’43-’45. Liberato a Drashovica da partigiani albanesi, protetto nello sbandamento da albanesi, messo in vendita da albanesi e liberato da un altro albanese.

Partigiani alle porte di Tirana, 1944

In mezzo a queste variabili dall’8 settembre tantissimi italiani hanno dovuto cercare di sopravvivere, spesso da soli, o con un amico occasionale, o in minimi gruppi. Quindi o in piccole isole linguistiche o in solitudine linguistica. Ecco perché la tensione verso la lingua madre, e perché quando il battaglione si realizza (sesto della V brigata e sedicesimo dei battaglioni italiani nella resistenza in Albania) si realizza la piccola comunità italofona dove la lingua è patria immateriale.

Ma c’è di più: quando la V si trasferisce a nord e poi in Kossovo attacca nel territorio di Kukёs poi fra Giakova e Prizren le miniere di cromo, e cacciandone i tedeschi libera con i suoi partigiani italiani un bel numero di altri italiani, “schiavi”, militari ed ex operai civili una volta dipendenti della Ammi (Azienda minerali metallici italiana) costretti dai tedeschi al lavoro coatto. I liberati dalle miniere, come i liberati dalle colonne della Wehrmacht in ritirata dai Balcani meridionali, aggregandosi volontariamente alla V brigata, raddoppiano il numero degli italiani al suo interno, rendendo possibile la realizzazione del battaglione, che rappresenta, grazie alla V, un concreto riscatto all’apice di tanti percorsi dolorosi e una minuscola patria.

Lia Tosi, studiosa delle vicende dei soldati italiani in Albania, autrice di numerosi volumi sul tema


[1] Il battaglione nell’aprile del ’45 si chiamò Carlo Palumbo dal nome di un ufficiale caduto il 31 dicembre ’44 a Mejane presso Prjepolje.

[2] R.Kucaj,P.Bezhani, Historicu i Brigadёs V sulmuese, p. 364, Tiranё, 1989

[3] La ceta Risorgimento operava con il battaglione albanese Dajti, la ceta Matteotti con la III Brigata; il Comando delle truppe italiane alla montagna, già delineato dal colonnello pilota Barbi Cinti, si sostanziò con l’arrivo dei reparti della Firenze e un btg dell’Arezzo reduci dalla battaglia di Kruja. Ne fu comandante il generale Arnaldo Azzi. Il btg Martino era affiancato al btg albanese Dajti, il Nuova Italia alla II Brigata di B.Balluku. I btg Zignani, Mosconi, Morelli, dipendevano dalla zona di Peza, dove era attiva la III Brigata.

[4] La ceta Fratelli Bandiera si formò nella zona del Mokra e fu la terza compagnia del btg Reshit Çollaku, Il Battaglione Matteottti operava con la XIX Brigata.

[5] R.Gatti, Le croci sul Golico, Alessandria,1971

[6] Sirio Galli, un soldato della divisione Arezzo sfuggito con altri alla cattura tedesca, ebbe una travagliata esperienza in cui si aiutò con le sue capacità grafiche. Nel campo di Punemir i suoi manifesti ammorbidiscono il rigido Skander Russi; in seguito, durante l’offensiva tedesca del gennaio ’44, in una drammatica marcia dietro alla I Brigata, quando sia le Brigate che il Comando del gen. Azzi tentano di forzare l’accerchiamento, perde un’arrangiata calzatura, con un piede ferito, dita congelate, e rimasto indietro, solo, sopravvive a stento, anche scambiando i suoi disegni.

Sinché a fine maggio ’44 al congresso di Pёrmet ottiene l’incarico di decorare le sale dove si svolgerà il congresso. (S. Galli, Diario. Archivio Coremote, s.n.).

Raul Agostini, un caporale della divisione Firenze, venditore ambulante nella vita civile, dopo Kruja si arruolò nella I Brigata. Il 20 agosto ’44 è infermiere “nell’ospedale da campo del gruppo Skrapari”. Diviene poi “ istruttore violinista dei cori partigiani ha composto l’inno nazionale delle gruas antifasciste”; infine “svolse attività musicale presso Radio Tirana e Hotel Dajti per conto del Ministero della cultura popolare albanese”. (ACS, Roma, F.Ricompart Estero, A955)

[7] D.Smiley. Albanian Assignment, London 1985, p.90.

[8] O.Casoli. Memorie del maestro Olivio Casoli, Fossombrone, 2017.

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Vicenza, la nostalgia canaglia e il signor Berlato

È di una settimana fa la notizia della rimozione della cosiddetta “clausola antifascista” da parte della giunta di Vicenza, ratificata dal Consiglio cittadino. Tale norma, analoga a quella approvata in decine di Comuni italiani, prevedeva all’art. 5 che «i richiedenti di spazi pubblici (…) devono sottoscrivere la seguente dichiarazione: “Dichiara di riconoscersi nei principi fondamentali della Costituzione Italiana e dello Statuto comunale e ripudia il fascismo, la cui riorganizzazione è vietata sotto qualsiasi forma dall’ordinamento giuridico».

Sparito il fascismo, nel nuovo look dell’articolo si prevede di “ripudiare ogni forma di totalitarismo e di condannare l’uso della violenza a fini politici”. Divertente diversione dal tema, visto che la Costituzione e le leggi si riferiscono esplicitamente ed esclusivamente al fascismo (ed al suo corollario razzista), e che in Italia dal 1922 in poi non è esistita altra forma di totalitarismo se non quello fascista (con una variante ancora peggiore dal ’43 al ’45 che per brevità passa sotto il nome di nazifascismo). Il solito trucco per nascondere nella solita notte in cui le solite vacche sono – appunto – nere, l’esplicita condanna del fascismo.

La decisione della giunta ha trovato la ferma opposizione dell’Anpi di Vicenza, di tante forze politiche democratiche e di gran parte del mondo cattolico.

Di particolare rilievo è stata la presa di posizione di Achille Variati, Sottosegretario al Ministero dell’Interno.

Fin qua, la cronaca. Il 10 giugno, quando viene approvata la cancellazione della “clausola antifascista”, avviene però un fatto singolare.

Il parlamentare europeo Sergio Berlato, di Fratelli d’Italia, pubblica il seguente post sulla sua pagina: “Oggi abbiamo vinto una grande battaglia a Vicenza. È stata finalmente rimossa la clausola che ci ha impedito di fare politica attiva in città. Finalmente Fratelli d’Italia potrà tornare a far sventolare le sue bandiere e a mantenere il contatto con i cittadini anche nel centro storico di Vicenza!”.

Dunque si scopre che la “clausola antifascista”, per Sergio Berlato, impediva a Fratelli d’Italia “di fare politica attiva in città”. Ma se il ripudio del fascismo viene interpretato dal parlamentare come un impedimento alla politica di Fratelli d’Italia, ciò significa – le parole hanno un senso – che il signor Berlato non ripudia il fascismo. Si tratta di una aperta confessione della natura della “politica attiva in città” di Fratelli d’Italia secondo il Berlato-pensiero, che evidentemente carezza la nostalgia canaglia, e di una implicita sconfessione della Costituzione che disegna in ogni dettaglio la natura antifascista della Repubblica e vieta la ricostituzione del partito fascista. Non solo: visto che la clausola suddetta impediva al Berlato di “far sventolare le sue bandiere”, ciò vuol dire che, per il medesimo, le bandiere di Fratelli d’Italia sono molto simili alle vecchie bandiere del fascio. Trattasi della nota sindrome da Eia Eia.

Il parlamentare Berlato, a dire il vero, non è nuovissimo alla gaffe facebookiana. È della fine di dicembre dell’anno scorso, sempre sul suo profilo, una vignetta di raro (anzi rarissimo) squallore contro “le signorine animaliste e le vegane” che lo criticavano perché strenuo sostenitore della caccia. Seguirono aspre proteste che rimbalzarono in parlamento.

Da https://guidominciotti.blog.ilsole24ore.com/2019/12/27 /vignetta-sessista-contro-le-animaliste-polemica-su-berlato/

Al tempo Sergio Berlato era solo capogruppo di Fratelli d’Italia in Consiglio regionale del Veneto. Poi, per effetto indotto dalla Brexit, nei primi giorni del 2020 il medesimo diviene europarlamentare. “Scrollando” la sua pagina facebook si individua facilmente il suo profilo politico: attacchi ai migranti e agli extracomunitari in generale, attacchi al governo, panegirici sulla caccia e – ovviamente – su Fratelli d’Italia.

Conclusione: c’è un caso Berlato, il cui sovranismo, com’è comprensibile, è a libro e moschetto (nella fattispecie, da caccia). Va notato un dettaglio: non si tratta dell’esponente di un gruppo di cacciatori della bocciofila, ma di un rappresentante del nostro Paese in Europa. Nel frattempo perseveriamo – nell’ottima compagnia di decine di milioni di italiani – nella nostra lotta contro il fascismo di ieri, di oggi, di domani.

Vicenza, Medaglia d’oro al valor militare per la Resistenza. Se ne faccia una ragione il signor Berlato.

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