Lo scrittore (partigiano) ritrovato

Lo scrittore Carlo Coccioli
Lo scrittore Carlo Coccioli

I meccanismi che generano i canoni della letteratura sono insondabili a volte; altre riposano su pregiudizi e concrezioni stratificate, senza spirito critico, dalla critica medesima – scusate il bisticcio; in ogni caso capita a tratti di dover fare opere di bonifica, di ripulitura di prodotti artistici malamente segnati da giudizi negativi o – non so dire se sia meglio o peggio – del tutto ostracizzati e dimenticati. E il nostro Novecento è pieno di casi come questi: un poeta caduto sotto il peso delle etichette e che ancora oggi fatica a risollevarsi è, a esempio, Vincenzo Cardarelli – anima severa, sofferente e sensibile – tenuto in ostaggio, per così dire, fino alla fine dei suoi giorni dal pregiudizio di chi lo additava quale rondista senza contenuti, se è vero che ancora nel 1969 Edoardo Sanguineti, nel presentare la propria crestomazia della Poesia del Novecento, si augurava di poterne riscoprire l’opera ripulita da quell’“etichetta di neoclassicismo” che è stata per il poeta di Tarquinia “poco meno che micidiale”. Se non altro, però, il poeta ebbe il suo momento di gloria tra gli anni Dieci e i Venti.

Non così possiamo dire di un altro scrittore che oggi, invece, si va a celebrare. È Carlo Coccioli (con l’accento sulla prima ‘o’) di cui, quest’anno – il 15 maggio –, è ricorso il centenario della nascita: antifascista, partigiano decorato con Medaglia d’Argento al Valor Militare, e prolifico romanziere, Coccioli ha sempre avuto qualche rogna a entrare in sintonia col canone letterario italiano. Il suo spirito forse non cosmopolita ma ‘altro’ meglio si adattava a certi indirizzi intellettuali stranieri, un inquieto esistenzialismo vicino ai francesi e un neorealismo visionario e magico troppo discosto da ciò che si scriveva da noi, negli anni Cinquanta, e molto più in accordo alla nervosa ed energica fantasia latinoamericana.

Carlo Coccioli scrisse oltre 40 libriNe ha scritte una quarantina di opere. La prima vide la luce nel 1946, Il migliore e l’Ultimo, uscito da Vallecchi. Fu Curzio Malaparte a scoprire l’autore livornese, il cui padre, di origini tarantine, era sottotenente dell’esercito regio. Malaparte scrisse di lui che fu “una vera rivelazione” e più tardi Carlo Bo cercò di riabilitarlo presso il pubblico italiano, in occasione, nel 1976, della pubblicazione di Davide per i tipi di Rusconi, romanzo davvero singolare, una sorta di autobiografia apocrifa del re d’Israele e una riflessione sulla natura dell’amore per Dio in una chiave affatto differente da quella approntata da secoli di bigotto cattolicesimo. Insomma, Coccioli è stato un outsider della letteratura, della cultura, della riflessione storiografica e della sensibilità artistica. Non trovò posto nelle patrie lettere e dunque presto si trasferì, prima per lavoro, poi per scelta di vita, a Parigi, quindi in Canada e infine in Messico. Fu all’estero che scrisse la maggior parte delle opere e fu presso quel pubblico che trovò la più calorosa accoglienza.

In occasione del centenario, l’editore Lindau (raccogliendo il testimone delle edizioni ‘Piccolo karma’ del nipote dello scrittore) ne ha intrapreso la pubblicazione dell’opera pressoché omnia; 17 titoli in programma da qui ai prossimi due anni: lo scorso 15 maggio sono usciti i primi due volumi, L’erede di Montezuma (ed. originale 1964), scritto in francese e tradotto dallo stesso autore in italiano per Vallecchi – un romanzo dai toni epici che racconta l’arrivo dei conquistadores cogli occhi di chi ha subito il massacro – e Il cielo e la terra (1950), testo profetico di ciò che sarà il Concilio Vaticano II, in cui si affrontano i gangli della metafisica e i problemi morali di chi crede con l’inquietudine dello scettico e dell’emarginato (un giovane omosessuale suicida o una ragazzina indemoniata); tra la fine di maggio e il mese di giugno sono apparsi Uomini in fuga, Budda e il suo glorioso mondo (1989), Le corde dell’arpa (1967), e si proseguirà poi con Davide (di cui s’è già detto), Documento 127 che narra la conversione, se così si può chiamare, all’ebraismo (non ultima tappa del tormentato trasmigrare di Coccioli di fede in fede), e diversi altri titoli compreso il suo più famoso, Piccolo karma del 1987.

Raveggi Grande karmaPiccolo karma è il titolo della collana Lindau, Piccolo Karma era il nome della casa editrice milanese fondata nel 2011 da Marco Coccioli e Grande karma è invece il titolo di un romanzo-biografia che uscirà l’8 luglio per Bompiani. All’autore, Alessandro Raveggi – tra i maggiori conoscitori italiani di Coccioli, assieme al compianto Tondelli (reciproca, tra i due, era la stima) e a Giulio Mozzi –, ricorriamo oggi per approfondire alcuni aspetti della poliedrica figura di questo piccolo, grande scrittore ‘assente’.

Innanzitutto, Alessandro, raccontaci come sei arrivato a Carlo Coccioli.

A Coccioli sono arrivato per caso e per coincidenze significative assieme. Vivevo a Città del Messico da qualche anno, sarà stato il 2010 o il 2011, e mi aggiravo in una piccola libreria dell’usato di un quartiere piccolo-borghese della megalopoli. All’improvviso, il librario, sentendo da una telefonata che ero italiano, mi venne incontro e mi disse, in spagnolo: “Ma lei, lo conosce, Carlo Coccioli?” Io, con sommo imbarazzo, ammisi che non l’avevo mai sentito. Lui di conseguenza mi mostrò qualche edizione in spagnolo di un autore che, avrei scoperto qualche ora dopo, era tra i più noti e chiacchierati del Messico, almeno fino agli anni Novanta. In quegli anni lavoravo alla Universidad Nacional Autonoma e anche lì, nella mia biblioteca preferita, c’erano un sacco di opere in spagnolo dell’autore. Da lì, grazie a un po’ di curiosità e stimolato dal fatto che Coccioli fosse un autore cosmopolita e toscanissimo assieme, mi sono messo sulle tracce, spesso impervie. Rimanendo quasi impigliato nella sua vita, discostandomene a volte, altre volte allucinandola. Divenne a tratti un’ossessione, interrotta da altri libri che stavo scrivendo, e altri eventi significativi della mia vita lavorativa, compreso il ritorno in Italia. Ma il fantasma di Coccioli era sempre lì, anche nella mia Firenze, la Firenze che lui odiava e amava assieme. Ed è per quello che ho scritto un romanzo su di lui, quasi per liberarmene.

Jean Cocteau nel 1923
Jean Cocteau nel 1923 (da https://upload.wikimedia.org/ wikipedia/commons/thumb/ a/ae/Jean_Cocteau_b_Meurisse _ 1923.jpg/800px-Jean_Cocteau _b_Meurisse_1923.jpg)

Prima di indagare alcuni tratti della sua opera, prova a dirci in generale quali sono gli ingredienti che hanno reso Coccioli un grande ‘irregolare’ del nostro canone, o addirittura un ‘eretico’.

Be’, innanzitutto fin da giovanissimo la sua formazione fu “eccentrica”, o meglio legata a molti centri: in Libia, dove visse con la famiglia, fino almeno a diciassette anni, fu attratto dalle tre grandi religioni monoteiste che convivevano a Tripoli, la cattolica degli occupanti fascisti, la ebraica del ghetto ebraico e la islamica. Da lì il suo multiculturalismo, da lì la sua attrazione per una religiosità estrema, al limite dell’eresia e del misticismo. Successivamente la sua irregolarità credo sia dovuta a letture miste di tradizioni letterarie, specie francesi, che poco hanno attecchito negli autori del dopoguerra italiano. Tutti, voglio dire, leggevano più Hemingway che Bernanos! Lui invece leggeva in grande scrittori cattolici francesi ma anche Graham Greene, ad esempio. In questo, fu ideale per lui farsi accompagnare da giovane da un mentore particolare, anch’egli eccentrico, anch’egli “scomodo”: Curzio Malaparte. Malaparte lo vedeva come il suo erede ideale e lo aiutò a diventare grande in Francia. In Francia, dove arrivò dopo una straordinaria esperienza partigiana che per lui fu quasi più una lotta spirituale che politica, frequentò Gabriel Marcel e Jean Cocteau, divenne famoso al pari di Camus (basta leggere i giornali e persino i rotocalchi di quegli anni). Ma anche da lì fuggì presto, rinunciando alla fama per via di un amore folle. Un altro ingrediente della sua irregolarità è infatti questa grande irrequietezza che ebbe non solo come scrittore ma anche come uomo e amante, e che lo portò a volte a impazzire per amori violenti. In Messico, trovò una casa provvisoria e abbastanza accogliente. La sua peregrinazione parve solo un po’ affievolirsi – non quella di scrittore, certo! – e si mise a scrivere in tre lingue. Anche il multilinguismo è un chiaro ingrediente di irregolarità in Coccioli. Ed è motivo per cui dovremmo considerare Coccioli un grande contemporaneo: noi scrittori, parlo di quelli nati dopo il 1980 almeno, dobbiamo per forza fare i conti con il multilinguismo.

Carlo Coccioli, 1976, a sinistra nella foto

Coccioli è stato un intellettuale davvero eclettico: lo dimostrano la poliedricità degli orizzonti linguistici, le irrequietezze della fede e direi anche le sue opzioni morali, dalla sfera pubblica a quella privata. Per ognuno di questi tre ambiti, indicaci un testo imprescindibile.

Un testo fondamentale per capire queste tre cose assieme è il bellissimo Le case del lago, un romanzo confessione in cui Coccioli tenta la summa di tutte le sue influenze, creando un testo in cui tutte le religioni che frequentò vengono tenute assieme, così come le lingue (francese, spagnolo e persino inglese, usate nel testo.) Poi ci sono testi necessari per capire il percorso morale di Coccioli come Il cielo e la terra, L’erede di Montezuma e Davide dove Coccioli si misura con questa vera e propria lotta con il divino, che lo fa grande, attraverso romanzo di vite forti ed eroiche. Queste urgenze metafisiche un tempo erano viste molto male, oggi però stanno ritornando in certa letteratura, penso a autori come Moresco e Tonon, tra gli altri, e non possono essere trascurate. Senza per forza dover scadere nello spiritualismo, come ad esempio io non faccio affatto nel mio romanzo.

Antifascismo, lotta partigiana e scoperta dell’omosessualità. Come sono legati assieme questi aspetti?

Ne Il migliore e l’ultimo, uno dei primi romanzi del dopoguerra scritti da un partigiano, il protagonista semiautobiografico Carlo fa coming out e racconta di questa sua attrazione e innamoramento per il giovane partigiano Alberto. Le pagine della loro “luna di miele” in un bosco di scope, durante la guerra, sono una celebrazione molto bella dell’amore omoerotico in tempi come quelli dilaniati di odio, marci di violenza. Coccioli però dichiarò di essere stato antifascista fin da piccolo, in Libia, perché odiava il gregarismo e ogni gerarchia, le fanfare opprimenti del fascismo in Africa, che avevano travolto anche il padre. Fu antifascista, ricordiamolo, da liberale anticomunista: un rosselliniano che aveva un grande terrore del Partito comunista italiano. Tanto che, avendo paura di una Prima Repubblica a trazione Pci, votò monarchia!

Curzio Malaparte
Lo scrittore Curzio Malaparte (da https://www.rai.it/dl/img/ 2020/06/08/1600x900_ 1591612586538_curzio%20 malaparte.jpg)

Che cosa non funzionò, per Coccioli, nell’Italia del dopoguerra? La libertà per cui aveva combattuto non si era poi dimostrata ‘sufficiente’?

Come ho forse fatto già capire, in Coccioli scelte private e scelte pubbliche vanno sempre di pari passo: se le prime sono impulsive e viscerali, le seconde a volte sono scomode (basta prendere le sue cronache scritte per Il Giorno e La Nazione fino agli anni Ottanta e Novanta). Lui fuggì dall’Italia per inquietudini amorose (sapeva di essere omosessuale ma ebbe un’ultima donna toscana, in una relazione tormentata dalla quale fuggì) e “di carriera”: non sopportava le consorterie italiane, i balletti attorno alla figura di Alberto Moravia e altri – uno degli ingredienti del suo insuccesso è stato proprio aver trattato a male parole quest’ultimo. E poi si era messo sotto l’ala scomodissima di Malaparte! Da lì la scelta di fuggire a Parigi. Poi c’era un vero e proprio terrore per il comunismo sovietico: in una lettera a Malaparte racconta persino di aver sentito voci di proscrizioni ed esecuzioni pubbliche, in caso il Pci avesse vinto le elezioni del 1948. Intendiamoci: questo non significa in lui aver rinnegato il suo impegno antifascista, quando fu uno dei leader più attivi della Brigata Rosselli. Fu fino alla morte un antifascista, ma il suo cuore lo portò altrove.

Alessandro Raveggi
Alessandro Raveggi

Così oggi, dopo anni di oblio e di assenze dal panorama culturale italiano, Carlo Coccioli sta ‘risorgendo’, anche grazie al tuo Grande karma. Cosa rende i tempi ora maturi? E quanto di Coccioli, della sua scrittura, della sua visione delle cose è trasmigrato in te?

Io non so dire davvero se i tempi siano maturi per la scrittura di Coccioli. Anche perché certi autori hanno tempi ciclici di ritorno e di oblio. Certo è che quello che si porta dietro Coccioli, il romanzo metafisico, non solo cattolico – penso a autori come Krasznahorkai o Cartarescu – quello con urgenze diciamo “superiori” credo sia il tempo di recuperarlo. E poi ho accennato all’elemento multilinguistico, che in Coccioli è un azzardo e che secondo me dovrebbe esserlo anche per i nostri autori, afrodiscendenti o meno. Tutti viviamo in una costante migrazione, anche se alcuni di noi sono più radicati, altri meno: viviamo in un mondo migrante e solo gli xenofobi hanno paura di accettarlo. Questo lo diceva pure Coccioli, per il quale il viaggio mai si scindeva da una migrazione esistenziale. I lettori di quel piccolo libro strano che è Piccolo karma lo sanno: lì la teoria è quella di una migrazione spirituale per tappe, stando semplicemente dentro una piccola casina in Texas a guardare fuori dalla finestra, scrivendo un minutario, ovvero un diario-di-minuti e non di giorni. Il viaggio multilinguistico di Coccioli, soprattutto, è quello che penso sia entrato in me. Questa esigenza di un testo multilingue che alcuni critici mi hanno fatto notare senza quasi che io lo facessi in modo cosciente, anche nei miei racconti, che mi porta ad un tempo ad usare toscanismi e forzare l’italiano verso lo spagnolo (mia seconda lingua di vita) e l’inglese (la lingua del mio lavoro e della mia vita professionale.) Questo senso di ubiquità – nella lingua ma anche nei contenuti – che mi piacerebbe dare nei miei libri, questo penso di averlo imparato in qualche modo da Carlo Coccioli.

Giacomo Verri, scrittore

L’articolo Lo scrittore (partigiano) ritrovato proviene da Patria Indipendente.

Il 13 luglio il Narodni Dom agli sloveni di Trieste

il Narodni Dom oggi
Il Narodni Dom oggi (https://www.triestecafe.it/it/news/cronaca/narodni-dom-e-ufficiale-scuola-interpreti-fuori-da-via-filzi-futuro-sslmit-incerto.html)

Lunedì 13 luglio 2020, a cent’anni esatti dal rogo applicato dalle squadracce fasciste triestine capitanate dal toscano Giunta, il presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella e il presidente della Repubblica di Slovenia Borut Pahor firmeranno l’atto di restituzione del Narodni dom alla comunità slovena di Trieste.

Sebbene la definitiva e completa disponibilità dell’edificio progettato ai primi del secolo scorso dall’architetto Max Fabiani (di scuola viennese e allievo di Otto Wagner) dovrà attendere ancora, dato che al momento è sede della prestigiosa Scuola per Interpreti dell’Università di Trieste, questo è un atto estremamente significativo.

Significativo perché è un ulteriore rilevante passo nel riconoscere non solo il diritto della comunità slovena in Italia a vedersi restituire un bene prestigioso, incendiato prima e requisito poi dal fascismo, ma anche perché è un riconoscimento dei torti, delle discriminazioni e delle persecuzioni che gli sloveni e i croati, annessi al Regno d’Italia dopo la conclusione della prima guerra mondiale, hanno subito dalla dittatura mussoliniana. L’atto di restituzione, previsto nell’art. 19 della legge n. 38 del 2001, trova ora finalmente un fondamentale atto pubblico. Non è quindi un regalo.

Assieme alla restituzione del Narodni dom e all’omaggio alla foiba di Basovizza, i due presidenti infatti renderanno omaggio al cippo che ricorda quelli che, per gli antifascisti sloveni, croati e italiani sono noti come “gli eroi di Basovizza”, e per altri sono ancora “terroristi”.

Il cippo ai quattro “eroi di Basovizza”
Il cippo ai quattro “eroi di Basovizza”

Dieci e un mese e mezzo dopo il rogo del Narodni dom, alle 5.44 del 6 settembre del 1930, in una radura a poca distanza dalla foiba di Basovizza, dove si trovava allora il poligono di tiro militare e oggi lì vicino c’è l’osservatorio astronomico, il Tribunale Speciale fascista fucilava quattro giovani antifascisti tra i 24 ed i 34 anni: Zvonimir Miloš, Franc Marušič, Ferdo Bidovec e Alojz Valenčič. Due sloveni, un croato ed uno di padre sloveno e di madre italiana. Il Tribunale Speciale Fascista si recò tre volte nella Venezia Giulia: la prima nel 1929 a Pola, dove condannò a morte Vladimir Gortan, la seconda a Trieste appunto nel 1930 e la terza sempre a Trieste (per cui si parla di primo e secondo processo di Trieste) nel 1941 condannando a morte il comunista Pinko Tomažič e 4 suoi compagni. I 4 “eroi di Basovizza”, appartenenti all’organizzazione irredentista TIGR (acronimo di Trieste, Istria, Gorizia e Fiume – Rijeka in croato) sono quindi da noi considerati tra i primi caduti antifascisti.

A 90 anni dal loro assassinio l’omaggio che Mattarella farà al cippo che li ricorda diviene a questo punto importantissimo. Sarà il primo presidente della Repubblica Italiana a rendere loro omaggio, e già questo è di per sé significativo. Valorizzare opportunamente questo passaggio, svincolandolo dal gioco di proposte e controproposte a corredo della restituzione del Narodni dom potrà essere occasione di approfondimento, a livello nazionale, di cosa sia stato il fascismo in queste nostre terre, quando e come si organizzò l’antifascismo prima e la lotta partigiana poi, aspetti tutt’ora poco noti al pubblico italiano, spesso ostaggio di una falsa propaganda. Giova qui ricordare che non solo forze politiche al limite dell’illegalità quali Forza Nuova e CasaPound, ma anche un partito come Fratelli d’Italia considerano Miloš, Marušič, Bidovec e Valenčič con gli stessi termini usati dal regime fascista: terroristi, avvallando le accuse a loro mosse dal Tribunale Speciale e continuando a diffondere false accuse, ricordandoli come attentatori uccisori di innocenti e di bambini (sic!). L’omaggio di Mattarella potrà quindi contribuire a spazzar via questi retaggi dell’ideologia fascista che ancora trova consapevoli accoliti.

Fabio Vallon, presidente comitato provinciale ANPI – VZPI Trieste

L’articolo Il 13 luglio il Narodni Dom agli <font color=”red”>sloveni di Trieste</font> proviene da Patria Indipendente.

L’emigrata antifascista Giorgina Levi

Giorgina Levi
Giorgina Levi (da http://www.museotorino.it/ view/s/a382c66c072c480b820 eff1722d832df)

Più di ottanta anni fa Giorgina Levi (nipote di Rita Montagnana, moglie di Palmiro Togliatti), lasciò l’Italia fascista a seguito della promulgazione delle leggi razziali per rifugiarsi nelle Americhe, come migliaia di italiani di origine ebraica. Discriminati nei diritti civili essenziali e soprattutto indesiderati, scelsero la via dell’esilio.

Un’esperienza che trent’anni dopo vedrà protagonisti, invece, tanti latinoamericani che, fuggiti dalle dittature, saranno accolti fraternamente in Italia e nel resto delle capitali europee, e proprio da questi luoghi germinerà la rielaborazione politico-culturale che sarà a fondamento delle incipienti democrazie che si affermeranno negli anni Ottanta.

Nel 1941 le fonti diplomatiche registravano un esodo complessivo di circa 6.000 italiani verso varie parti del mondo e in modo particolare verso il continente americano.

Giorgina Levi e il marito Enzo Arian (medico tedesco) scelgono la Bolivia in quanto il governo aveva lanciato un appello ai medici ebrei offrendo loro lavoro.

In questi termini ricorderà anni dopo il giorno della partenza dal porto di Genova: «[…] quello che più mi è rimasto impresso fu il distaccarsi della nave dal porto italiano, con uno spettacolo straziante di gente che piangeva (tutti strappati dalla loro terra come noi) e nel cuore una profonda tristezza». [1]

Nel Paese andino Levi vive anni intensi descritti appassionatamente nel libro di Marcella Filippa, dall’emblematico titolo, Avrei capovolto le montagne. Giorgina Levi in Bolivia, 1939-1946 (Giunti, Firenze 1990).

Nel giugno 1939 arriva in America latina: «il distacco più forte è stato quando siamo sbarcati al porto di Arica in Cile. L’America ci si apriva dinanzi, deserta. Ci siamo sentiti veramente in terra straniera. Capivamo di aver lasciato definitivamente l’Italia». [2] In Bolivia si trasferisce in diverse città e villaggi (La Paz, Sucre, Oruro, Zudáñez) dove svolge dapprima il ruolo di insegnante nelle scuole elementari del dipartimento minerario di Potosí, impegnandosi in un’importante opera di alfabetizzazione a favore dei figli degli operai indios, e poi come docente di latino all’Università di San Andrés.

Spirito di lotta, tenace, ottimista, coerente, si dedica, insieme al marito, alla costituzione del piccolo movimento antifascista locale attraverso la formazione della sezione Garibaldi, la cui sede centrale si trovava in Messico ad opera di esuli dello spessore politico di Mario Montagnana (zio di Levi), Vittorio Vidali, Tina Modotti e Francesco Frola. L’Associazione Internazionale Giuseppe Garibaldi per la libertà dell’Italia rappresentava un “esperimento”, come vollero chiamarlo i fondatori, che accomunava socialisti di sinistra, indipendenti e comunisti nella comune lotta contro il fascismo e che irradiò la sua iniziativa politica verso diversi Paesi latinoamericani. [3]

Tina Modotti
Tina Modotti

Ma le ferite aperte dovute allo strappo forzato con il proprio Paese non vengono meno: «C’era sempre il desiderio di tornare, la speranza di un ritorno. I primi tempi si ha nostalgia della via, del quartiere in cui si abita. […] Poi viene la nostalgia di tutta la città, alla fine la nostalgia di tutta l’Italia, il desiderio di tornare purché in quel Paese e, negli ultimi tempi, lo struggimento per l’Europa». [4]

Anche Lore Terracini (divenuta una nota ispanista), figlia del matematico di origine ebraica Alessandro Terracini, in questi termini descriverà anni dopo la sua emigrazione forzata: «Ci fu, senza dubbio, il trauma dell’abbandono di cose note e dell’incontro con cose ignote, ma molto lenito – lo dico come constatazione a posteriori – sia di un elemento liberatorio per l’allontanamento dall’Italia fascista e dall’Europa in guerra, sia da una volontà di integrazione in un mondo a priori ritenuto preferibile». [5]

In Sudamerica Giorgina Levi stringe contatti con diversi italiani. Ad esempio, ad Oruro incontra nel 1941 Renato Treves, fondatore della Sociologia del diritto italiana, giunto in Argentina nel novembre del 1938 e docente all’Università di Tucumán (1939-1947), anch’egli costretto all’esilio e a lasciare la cattedra dell’Università di Urbino. Anche l’amico filosofo Rodolfo Mondolfo, perseguitato dal regime, era sbarcato nella capitale platense nel maggio 1939 ed aveva iniziato ad insegnare all’Università di Córdoba.

Scriverà Treves di Giorgina Levi: «[…] con molto coraggio conduceva una vita dura e difficile». [6]

È interessante sottolineare che il giovane Ateneo di Tucumán in quegli anni stava acquisendo una vitalità eccezionale con la chiamata di molti intellettuali europei, di profondo spessore culturale, in fuga.

Renato Treves
Renato Treves

Tra il 1930 e il 1940, di fatto, l’Università visse un decennio di vera e propria globalizzazione culturale, specialmente nell’ambito delle scienze umane e sociali: non solo vi lavoravano giovani intellettuali argentini, come Risieri e Silvio Frondizi, allievi di noti intellettuali riformisti, ma anche, esuli ebrei italiani. Oltre a Mondolfo e Treves, vanno citati i matematici Beppe Levi e Alessandro Terracini, il linguista Benvenuto Terracini, il diplomatico Paolo Vita Finzi, i docenti Giovanni Turin e Giorgio Arias, i quali, insieme ad altri professori italiani e argentini, costituirono il Centro di cultura italiana nella Repubblica Argentina. A Tucumán arrivavano periodicamente intellettuali spagnoli e argentini di prestigio, come, ad esempio, il comunista Rafael Alberti o il penalista socialista Luis Jiménez de Asúa, che impartì una lezione su “Le teorie di Norberto Bobbio sull’analogia nella logica del diritto e il diritto penale”. [7]

Questa particolare circostanza permise la diffusione della cultura democratica italiana in stretto collegamento con gli esuli anche grazie al contributo efficace delle case editrici, che pubblicarono la traduzione di opere di Croce, Carlo Rosselli, di Gioele Solari e altri giuristi italiani. Studi successivi hanno evidenziato quanto questo apporto culturale (emigratorio) risultò fondamentale per la formazione della cultura giuridica argentina, e non solo.

È lo stesso Treves a rilevare l’importanza dell’inevitabile e prolifico interscambio culturale: «L’esilio argentino mi ha spinto ad occuparmi di sociologia e di ricerche sociologiche e mi ha spinto anche a svolgere indagini storiche su argomenti a cui mai avrei pensato». [8]

Anche Giorgina Levi durante la permanenza boliviana si dedica a perfezionare la sua preparazione politica, teorica e storica. Grazie all’amicizia con il professore di filosofia José Antonio Arce, che da poco aveva fondato il Partido de la Izquierda Revolucionaria (Pir), scopre le opere del marxista argentino Aníbal Ponce, di cui legge tutti i libri che riesce a trovare e che porterà con sé al rientro in patria. [9]

Nel contesto di questo impegno, la sua vita in Bolivia «era una verifica continua» di quello che stava leggendo: «assistevo a esempi di comunismo primitivo, vivevo la vita del feudalesimo, i rapporti sociali in un mondo di feudatari, grandi proprietari e servi, e al tempo stesso vivevo la vita dei minatori, degli operai, i rapporti con i grandi trust minerari e i grandi monopoli».[10]

José Antonio Arce, fondatore del Partido de la Izquierda Revolucionaria
José Antonio Arce, fondatore del Partido de la Izquierda Revolucionaria

Impegnata sui fronti dell’insegnamento e della lotta antifascista, lavora per la diffusione dei libri di sinistra nella cittadina di Oruro arricchendo il catalogo di una piccola libreria locale, che registra un notevole afflusso di studenti universitari. Mossa da un «profondo senso di rivolta contro il fascismo», scrive articoli sulla guerra e la Resistenza italiana su vari giornali sudamericani e collabora a Stato Operaio, rivista teorica del Pci diretta da Giuseppe Berti da New York e diviene Presidente dell’Alleanza Giuseppe Garibaldi.

Rientra in Italia il 25 luglio 1946 e il giorno dopo, insieme al marito, si presenta nella sede della federazione comunista a Torino dove incontra Camilla Ravera, all’epoca segretaria di stampa e propaganda del partito ed inizia a collaborare con l’Associazione Italia-Urss, della quale ricoprirà il ruolo di segretaria per sette anni.

Profonda conoscitrice della cultura andina, la permanenza in Sudamerica le permise di analizzare (prima) e contribuire alla divulgazione in Italia (dopo) le peculiarità – allora ancora poco note – del fascismo dipendente latinoamericano. [11]

La lucidità della sua analisi emerge nell’articolo pubblicato su Rinascita (1948), scritto su richiesta di Palmiro Togliatti e tra i primissimi apparsi in Italia sulle specificità latinoamericane, riguardante l’ingerenza dell’imperialismo nordamericano: «La pressione politica, economica e militare dell’imperialismo nordamericano sui governi in Sudamerica, va dalla semplice minaccia al più audace intervento nella politica interna e giunge ad aiutare colpi di stato e insurrezioni provocatorie». [12]

Agli albori dei processi di decolonizzazione post-bellici, Levi aveva analizzato chiaramente la storia politica dei futuri quarant’anni dei Paesi sudamericani.

Nel 1954 diviene responsabile culturale della federazione torinese del Pci e nel 1956 è eletta nel Consiglio comunale di Torino (riconfermata nel 1964). Eletta deputata alla Camera nel 1963 e nel 1968, per tutta la durata della carica ricopre la carica di segretaria della Commissione Istruzione dal 1964 al 1972 ed è la prima firmataria della proposta di legge sull’Istituzione di scuole statali per l’infanzia.

Andrea Mulas, Fondazione Lelio e Lisli Basso


[1] M. Filippa, Avrei capovolto le montagne. Giorgina Levi in Bolivia, 1939-1946, Giunti, Firenze 1990, p. 31.

[2] M. Filippa, Avrei capovolto le montagne, cit., p. 42.

[3] Cfr., G. Levi, M. Montagnana, I Montagnana. Una famiglia ebraica piemontese e il movimento operaio (1914-1948), Giuntina, Firenze 2000, pp. 54-70; P. R. Fanesi, Gli ebrei italiani rifugiati in America latina e l’antifascismo (1938-1945), “Storia e problemi contemporanei”, n. 14, anno VII, ed. Clueb, Bologna 1994.

[4] M. Filippa, Avrei capovolto le montagne, cit., p. 79.

[5] L. Terracini, Dal Regio Ginnasio al Colegio Nacional. Emigrazione da scuola a scuola, in G. Ferruggia – P. Ledda – D. Puccini (a cura di), “Americhe Amare”, Bulzoni Editore, Roma 1987, p. 242.

[6] R. Treves, Incontri di culture nell’America Latina alla fine degli anni Trenta. Una testimonianza, cit., p. 259. Cfr., Id., Antifascismo italiano e spagnolo nell’esilio argentino, in Renato Treves, Sociologia e socialismo. Ricordi e Incontri, Franco Angeli, Milano, 1990 e C. Nitsch, Renato Treves esule in Argentina. Sociologia, filosofia sociale, storia, Accademia delle Scienze di Torino, Torino, 2015.

[7] G. Quaggio, Francisco Ayala e Renato Treves:. Storia di un’amicizia politica e intellettuale, panel, Cantieri Sissco 2017.

[8] R. Treves, Incontri di culture nell’America Latina alla fine degli anni Trenta. Una testimonianza, cit., p. 256.

[9] G. Levi, Aníbal Ponce, un maestro marxista argentino (1898-1938), “Latinoamerica”, anno IX, n. 39, luglio-settembre 1990, pp. 85-92. Nel 1936 Ponce aveva fondato, tra l’altro, la rivista “Dialéctica”, di cui uscirono sette numeri contenenti anche scritti di Rodolfo Mondolfo.

[10] M. Filippa, Avrei capovolto le montagne, cit., p. 133.

[11] Cfr., Il fascismo dipendente in America latina. una nuova fase dei rapporti tra oligarchia e imperialismo, G. Levi (saggi a cura di), De Donato editore, Bari 1976. Il volume raccoglie le relazioni tenute nel corso del Seminario di studi “Imperialismo e fascismo in America latina” (Torino, 26-27 marzo 1976), promosso dalla stessa Levi.

[12] G. Levi, Imperialismo e nazionalismo nell’America latina, “Rinascita”, dicembre 1948, anno V, n. 12.

L’articolo L’emigrata antifascista <font color=”red”>Giorgina Levi</font> proviene da Patria Indipendente.

Dal centro-destra marchigiano un altro oltraggio alla Storia regionale

È di questi giorni l’ufficializzazione della candidatura unitaria del centro-destra marchigiano, per la carica di governatore delle Marche, dell’ex sindaco di Potenza Picena, Francesco Acquaroli, 45 anni, maceratese di “Fardelli” d’Italia, fortemente imposto dal partito della Meloni. Alle elezioni regionali del 2010 si era già proposto sotto le insegne del Popolo della Libertà, a sostegno […]

A FANO un altro pessimo segnale di questi tempi.

Abbiamo letto questa mattina in via Aldo Moro, imboccandola da via Trave e impressa sulle tavole antirumore, una scritta fomentatrice di violenza ed odio contro l’Anpi(Associaz. nazionale partigiani italiani).
Per questi poveri imbecilli, che compiono simili azioni, non possiamo che provare tanta pena, per la squallida esistenza alla quale sono relegati.
L’ignoranza che li domina, gli impedisce di conoscere la storia e di sapere quindi, che attaccando l’Anpi, offendono la memoria di chi ha perso la vita per liberare l’Italia dal nazifascismo a favore della democrazia, permettendo oggi, anche a chi commette certe scempiaggini, di potersi “esprimere”.
Invitiamo le Istituzioni preposte ad intervenire, sia per cancellare quella scritta oscena e individuare i fascistelli responsabili.
Il direttivo anpi sez. Leda Antinori  Fano

Proposta Parchi e Percorsi della Memoria Storica della Resistenza delle Marche

Pubblichiamo il documento inviato alla I Commissione Assembleare Permanente Consiglio Regionale Assemblea legislativa Marche dove è in fase di discussione la Pdl 333/19 – DISPOSIZIONI PER LA VALORIZZAZIONE DEI LUOGHI DELLA LOTTA PARTIGIANA E DELL’ANTIFASCISMO DENOMINATI PARCHI DELLA MEMORIA STORICA DELLA RESISTENZA E INDIVIDUAZIONE DEL PARCO DELLA MEMORIA STORICA DELLA RESISTENZA DEL COLLE SAN MARCO.

Anpi Marche è stata ascoltata in audizione dalla I Commissione del Consiglio Regionale lo scorso martedì 19 maggio 2020 e in tale seduta è stato chiesto alla nostra associazione di formulare una proposta di individuazione dei parchi della memoria storica della Resistenza ad integrazione di quanto previsto dalla Pdl 333/19.

Il Coordinamento Anpi Marche ha dato la propria disponibilità e ha subito attivato tramite i Comitati provinciali le sezioni perché contribuissero all’individuazione di ulteriori proposte sia per i Parchi (oltre a quello di Colle San Marco – Ascoli già inserito nella Pdl 333) che per i Percorsi della Memoria

Quello che pubblichiamo è il frutto del lavoro svolto che come scriviamo nel documento trasmesso alla Regione “non esaurisce l’individuazione di ulteriori parchi e percorsi storici della memoria e della pace secondo quanto indicato dall’art. 3 legge 15 che auspichiamo possano essere ulteriormente valorizzati a partire dall’approvazione della presente iniziativa legislativa”, data la complessità e la diffusione dell’antifascismo e della Resistenza nel territorio marchigiano.

Un ringraziamento a tutt* coloro che hanno contribuito alla realizzazione di questo prezioso lavoro di raccolta di materiali e conoscenze sull’antifascismo e sulla Resistenza della nostra Regione.

Il nostro auspicio è che la sua pubblicazione possa essere di stimolo per ulteriori integrazioni che ci permettano di giungere alla composizione di un documento più organicamente strutturato.

Ustica: “Guarda… Cos’è?”

strage di Ustica il manifesto 2020C’era la guerra quella sera il DC9 è stato abbattuto.

Queste le affermazioni del manifesto che l’Associazione dei Parenti della Vittime della Strage di Ustica ha preparato per il 40°anniversario della Strage.

È la verità con la quale dobbiamo confrontarci rafforzata in questi giorni da un servizio di Rainew24 che ci restituisce le ultime parole dei pilota del DC9 Itavia: «Guarda… cos’è?». Evidentemente vede la terribile situazione di guerra aerea che sta tragicamente portando a morte 81 innocenti cittadini italiani.

Oggi bisogna ricordare che la verità su Ustica è una verità subito nota e volutamente occultata: le telefonate tra gli avieri che dai siti radar seguivano il volo erano piene di allarme per quello che vedevano nei loro strumenti verificarsi attorno al velivolo civile. Abbiamo un tracciato radar con il volo del DC9 e una palese manovra d’attacco.

Proprio nell’immediatezza si svolge presso l’ambasciata americana a Roma una (inspiegabile?) riunione straordinaria. E a mio avviso lì, nel clima di una recrudescenza della guerra fredda, si decide che i cittadini non debbano sapere.

Si parlerà di cedimento strutturale, di una “tragica fatalità” sulla quale non serve indagare. Tutto doveva finire in fretta, la verità scomparire come nel mare Tirreno si era inabissato l’aereo.

Sono iniziate le distruzioni della documentazione, le falsità, i depistaggi. Le indagini a Roma hanno perso ogni mordente; l’Aeronautica ha messo in campo tutto il suo prestigio e la sua “unica e assoluta” competenza tecnica per nascondere, per sostenere la testi del cedimento strutturale che come conseguenza prima porta al fallimento della compagnia privata Itavia, proprietaria del velivolo.

manifesto iniziative Ustica 2020Il presidente della Commissione Stragi, Libero Gualtieri, che ha denunciato le tante nefandezze dei militari, dirà che i loro comportamenti hanno fatto dell’Aeronautica l’82 vittima di Ustica, io preferisco sostenere che l’82 vittima è il dottor Davanzali, proprietario dell’Itavia, che ha visto distrutta la sua azienda e in un certo modo anche la sua vita.

Poi sono passati molti anni, Ustica è stata dimenticata; c’è voluto l’intervento di un gruppo di politici e intellettuali, primo firmatario Francesco Bonifacio, (Ossicini, Scoppola, Giolitti, Ingrao, Rodotà, Ferrarotti) e della costituita Associazione dei parenti per far breccia nell’opinione pubblica.

Con un grande sostegno della stampa, della società civile e del mondo dell’arte e dello spettacolo, è stata risvegliata l’attenzione di governi e istituzioni.

Poi con il lavoro quasi in simbiosi della Commissione Stragi, presieduta dal senatore Gualtieri, e della magistratura, giudice istruttore Priore, si è aperto la strada alla verità e, siamo arrivati al 1999, una sentenza ordinanza afferma «l’incidente al DC9 è occorso a seguito di azione militare di intercettamento, il DC9 è stato abbattuto, è stata spezzata la vita a 81 cittadini innocenti con un’azione, che è stata propriamente atto di guerra, guerra di fatto e non dichiarata, operazione di polizia internazionale coperta contro il nostro Paese, di cui sono stati violati i confini e i diritti. Nessuno ha dato la minima spiegazione di quanto è avvenuto».

Oggi abbiamo una serie di sentenze definitive in sede civile, alle quali bisogna dare piena attuazione, che preso atto della sentenza ordinanza Priore condannano i ministeri dei Trasporti e della Difesa a risarcire i parenti delle vittime sia per non aver garantito la sicurezza di quel volo e di quei 81 innocenti cittadini e sia per aver ostacolato la ricerca della verità.

Di queste certezze oggi dobbiamo definitivamente prendere atto; sbugiardare ancora una volta le provocazioni, di chi parla, nonostante tutto di bomba all’interno del DC9 o fantasiosi documenti segreti.

A dir la verità si tratta proprio di depistaggio!

E far risuonare più forte la richiesta alle istituzioni, all’Esecutivo del nostro Paese, per la memoria delle povere vittime, ma ancor più – io credo – per la nostra dignità nazionale di un grande impegno in campo internazionale: la magistratura deve avere tutta la documentazione, le risposte alle rogatorie internazionali, per permettere la chiusura delle indagini riaperte dopo che il presidente Cossiga ha affermato che il DC9 è stato abbattuto dai francesi a “caccia” di Gheddafi.

Daria Bonfietti, presidente dell’Associazione dei Parenti delle Vittime della Strage di Ustica

L’articolo Ustica: <font color=”red”>“Guarda… Cos’è?”</font> proviene da Patria Indipendente.

Le rose alle rose

Il 2 giugno promosso dall’Anpi è stato molto più di un doveroso omaggio alle 21 Madri costituenti. Nella Festa della Repubblica, nell’anno della pandemia, l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia ha voluto fornire – ispirandosi a quelle meravigliose donne che con infinita passione e forza delle idee democratiche contribuirono alla ideazione e alla scrittura della nostra Costituzione – decisivi stimoli di rinascita.

“Il 2 giugno saremo impegnati non solo a celebrare una data storica – aveva dichiarato la presidente nazionale dell’Anpi, Carla Nespolo – ma lanceremo un messaggio forte e chiaro: per risolvere la crisi attuale è fondamentale e imprescindibile attuare pienamente la Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza”.

E così è stato, così sono brillate donne e memoria attiva: non è stato sempre facile trovare i luoghi di sepoltura, e dunque l’occasione in alcuni casi ha permesso, grazie a realtà civili o religiose locali, anche di restaurare quelle tombe simbolo. Nei cimiteri delle località che custodiscono le spoglie delle costituenti si sono riuniti i rappresentanti dell’Anpi, che hanno organizzato e mobilitato con grande generosità e senso di appartenenza, dei sodalizi combattentistici e di quelli della deportazione accanto ai sindaci, ai rappresentanti degli altri enti locali e a quelli del governo nazionale. A partecipare, quando è stato possibile, anche i discendenti delle 21. Insieme, per deporre rose rosse.

Le commemorazioni, va detto, seppur limitate per il doveroso rispetto delle norme anti Covid, si sono in realtà tenute in tutta Italia, nelle piazze intitolate a quelle straordinarie donne, ai sacrari oppure davanti alle targhe e alle lapidi a loro dedicate.

Nella galleria fotografica vi proponiamo alcune delle immagini giunte in redazione, documento di una bellissima giornata che avuto una rilevante risonanza mediatica. La Costituzione, le sue rose, la sua marca liberatrice hanno, evidentemente, sempre ragione.










































Roma Verano presenti istituzioni e associazioni







Savona. Comune di Noli. Deposizione delle rose in onore della madre costituente Angiola Minella








L’articolo Le rose alle rose proviene da Patria Indipendente.

Il battaglione partigiano che voleva parlare la lingua di Dante

Tirana, 1944. I partigiani della Gramsci sfilano nella capitale albanese liberata

Alla vigilia della seconda guerra mondiale le mire espansionistiche di Mussolini avevano portato, dall’aprile 1939, all’occupazione italiana dell’Albania. Dopo l’armistizio dell’8 settembre moltissimi nostri militari di stanza nel Paese si unirono però ai partigiani albanesi. Se più note sono le imprese gloriose del battaglione Gramsci, per esempio, Lia Tosi da anni studia per mettere in luce alcuni aspetti meno conosciuti del contributo italiano  alla Resistenza albanese.

 

 

Il battaglione italiano della V brigata albanese [1] si costituisce a Shtimle in Kosovo il 24-25 novembre 1944, in seguito alla riorganizzazione dovuta alla formazione della V Divisione, che il 18 novembre ha incorporato da pochi giorni la III, la V, la XXV brigata.

L'Italia fascista invade l'Albania
Il 7 aprile 1939 l’Italia fascista occupava l’Albania

Leggiamo in Historicu i Brigadёs V sulmuese [2] parole di stima verso gli italiani a fianco dei partigiani albanesi, per il valore in combattimento, per quanti hanno perso la vita nelle battaglie contro il “comune nemico”, per il compito importante svolto nei settori dell’artiglieria, nelle compagnie di mortai, dei genieri, per i medici, gli infermieri.

Questo battaglione si costituisce in una fase in cui la guerra volge alla fine (l’Albania è già quasi tutta liberata dai tedeschi) e diventa il sesto della V brigata. Ma già altri 15 reparti italiani si erano organizzati dall’8 settembre in poi: nel settembre 1943 la ceta Risorgimento, la prima ceta Matteotti; e nell’ambito del Comando delle Truppe italiane alla montagna [3] altri 10 battaglioni: btg Martino, Nuova Italia, il btg di Dibra col gen. Piccini e Haxhi Lleshi; i battaglioni Zignani, Mosconi, Morelli  (i cui effettivi sono destinati al lavoro); la VI batteria di artiglieria del capitano Menegazzi, la IX btr di artiglieria del capitano Cotta, entrambe destinate alla I brigata albanese; la V del capitano Giannone, aggregata alla III brigata; la VI del tenente Sainati, assegnata alla II brigata. Sono tutte batterie della divisione Firenze, che ha sostenuto per 4 giorni la battaglia di Kruja contro i tedeschi e poi ritirandosi sconfitta si fraziona per adeguarsi alla guerriglia.

Il battaglione Gramsci in Albania
Il battaglione Gramsci in Albania

C’è poi il più noto battaglione Gramsci: un gruppo di soldati (60? 80? 120?) pare quasi tutti della Firenze, che il 10 d’ottobre 1943 sulle rive del fiume Erzen si distaccano dalla colonna Martino rispondendo all’invito di Mehemet Shehu di entrare nell’Esercito di liberazione albanese assumendone regole e disciplina. Infine l’anno seguente si formeranno ancora 2 reparti italiani nell’Albania centromeridionale: la compagnia Fratelli Bandiera e il battaglione Matteotti [4]. Dunque il nostro battaglione è in realtà il 16° della vicenda italiana nella resistenza albanese, e al momento della sua formazione rimangono operativi solo il btg Gramsci, con la I brigata, la VI batteria di artiglieria ancora con la I Brigata, e la IX batteria ora con la VII Brigata.

C’è una sostanziale differenza fra il btg Gramsci e il battaglione italiano della V: il primo si forma agli albori della partecipazione italiana alla resistenza in Albania, uscendo dal reparto italiano di appartenenza (la colonna Martino, che pure ha già combattuto duramente contro i tedeschi), con ciò segnando una cesura con l’esercito strumento del fascismo, ed entrando sì in ambiente di cultura diversa ma in modo compatto, entro una propria nicchia linguistica e sotto guida e patrocinio di una brigata albanese. Il secondo nasce invece sul finire della guerra e rappresenta simbolicamente ma anche concretamente un bacino di raccolta della diaspora italiana, soldati disseminati ai quattro venti dalla capitolazione in poi: ce ne sono da tutte le parti dei Balcani centro-meridionali e da tutte le passate divisioni italiane; dal Montenegro, dalla Grecia, dalle divisione Regina, dalle isole, da Corfù, da Rodi, da Creta, naturalmente dall’Albania. E vi si ricompone una piccola comunità di parlanti italiano. A quanto sappiamo dai racconti-memorie di Renato Gatti, un tenente della divisione Parma [5], nei mesi precedenti la costituzione del battaglione, nell’auspicio di potere formare un reparto tutto italiano, tra gli italiani presenti nei vari reparti della V si era manifestata una forte tensione verso la lingua madre. Incontrandosi dicevano che sarebbe stato bello stare tutti insieme, e parlare la loro lingua, potersi capire. Mentre Ernesto Celestino, tenente della Perugia scampato all’eccidio di Kuç, che del battaglione diventerà comandante, annotava mese dopo mese l’incrementarsi della presenza italiana in Brigata, incremento che incoraggiava la speranza di costituirsi in battaglione.

Monumento ai Caduti della Garibaldi in Albania
Monumento ai Caduti della Garibaldi in Albania

Sottolineo l’importanza della lingua madre in questa aspirazione. La lingua è non solo riappropriazione di identità culturale per tante monadi in dispersione, ma in questo caso (ma lo è sempre) la lingua madre è patria immateriale, e quindi un anticipato rimpatrio, anche per quelli che non ritorneranno. Il battaglione infatti da lì a poco proseguirà con la V brigata in Sangiaccato e molti, albanesi e italiani, cadranno ancora  in combattimento o falcidiati dalla terribile epidemia di  tifo, ancora fianco a fianco negli ospedaletti di Senica e Novi Varosh contro un altro “comune nemico”.

Ma per valutare meglio il significato di questo battaglione bisogna considerare che la partecipazione italiana alla Resistenza in Albania fu un fenomeno molto complesso, che non si piega a letture univoche.

Il soldato italiano all’indomani della capitolazione entra in un mondo di incognite incontrollabili e mette in atto tutte le sue risorse per sopravvivere, i suoi mestieri, il suo saper fare. È oggi contadino, domani partigiano, poi cuoco, falegname, infermiere, medico, calzolaio, servitore, anche pittore e musicista [6], ma porta su di sé il marchio di provenienza dall’esercito dell’oppressione fascista. E non sempre la popolazione civile o i partigiani se lo dimenticano.

È incontestabile che le famiglie albanesi abbiano protetto tanti italiani mettendo a rischio la vita dei propri membri. È incontestabile che le formazioni partigiane abbiano offerto agli italiani una sponda di salvezza. Ma l’accoglienza non è sempre stata positiva, si sono verificate anche situazioni pesanti.

Due esempi di segno contrastante, relativi all’avviamento al lavoro per i soldati che non potevano combattere perché disarmati o per altre ragioni.

Esempio positivo: nell’ottobre 1943 il dirigente partigiano Bako Dervishaj è incaricato dal comandante della zona partigiana del valonese (Vlorё) di cercare una qualche sistemazione per la torma miserevole di italiani che sostano affamati e senza prospettive nella valle dello Shushicё dopo la fuga da Drashovica, e sono soldati e ufficiali della divisione Parma, in parte anche della Perugia, che, disarmati, hanno vagato invano sulla costa nella speranza di un imbarco, coi tedeschi alle calcagna. Dervishaj sente per loro una gran pena, quasi un sentimento di fratellanza, e stila un catalogo di norme per regolarizzare il rapporto fra i civili albanesi e gli italiani, sul lavoro e per calmierare i prezzi nel piccolo commercio.

Esempio di una situazione opposta, sempre per quanto riguarda l’avviamento al lavoro: negli archivi italiani, Ufficio Storico dell’Esercito, Archivio Centrale dello Stato a Roma, Fondo Ricompart Estero (Ricompense partigiane estero), sono conservati documenti dove affiora un termine inquietante, schiavitù, schiavi, termine  motivato dagli scriventi con il fatto che gli italiani sarebbero stati messi a fare lavori estenuanti senza retribuzione in cambio di scarso cibo. La motivazione per un termine così pesante lascia perplessi.

Più chiara spiegazione ce la fornisce il maggiore David Smiley delle Missioni britanniche nel suo libro Albanian Assignment [7] dove racconta di avere visto a Llizhё soldati italiani messi in vendita dai partigiani al prezzo di un napoleone d’oro o un sovereign d’oro ciascuno.

Conferma la compravendita il reduce Remoli, imparentato col primo sindaco comunista della città di Pistoia liberata, che  riferisce di essere stato venduto e comprato 3 volte di famiglia in famiglia.

Conferma il tenente Olivio Casoli [8] della Parma. Catturato dai tedeschi, liberato dai partigiani che attaccano la polveriera di Drashovica dove era rinchiuso assieme ad altre migliaia di italiani. Sbandato viene ospitato con altri (compreso Renato Gatti) in una casupola dei coniugi Karafili (che pagheranno con la vita il loro appoggio alla resistenza e l’aiuto agli italiani); per un breve periodo è partigiano nella V; poi si ferma a causa di recidive di malaria. Lo ritroviamo nella primavera del ’45 in attesa del rimpatrio che cammina per le strade di Vlorё. Un improvviso schiamazzo alle sue spalle, italiani che fuggono, partigiani che inseguono e catturano tutti, Casoli compreso.

Vengono messi in vendita in luogo pubblico. È impressionante la descrizione della compravendita, con i compratori che contrattano il prezzo in base all’aspetto assai malandato degli uomini da comprare. Casoli ha fortuna, passa un suo amico albanese e fingendo di non conoscerlo lo contratta e lo compra, se lo porta via e lo libera. La vicenda Casoli illustra bene l’avvicendarsi delle variabili sul percorso di un italiano in Albania negli anni ’43-’45. Liberato a Drashovica da partigiani albanesi, protetto nello sbandamento da albanesi, messo in vendita da albanesi e liberato da un altro albanese.

Partigiani alle porte di Tirana, 1944

In mezzo a queste variabili dall’8 settembre tantissimi italiani hanno dovuto cercare di sopravvivere, spesso da soli, o con un amico occasionale, o in minimi gruppi. Quindi o in piccole isole linguistiche o in solitudine linguistica. Ecco perché la tensione verso la lingua madre, e perché quando il battaglione si realizza (sesto della V brigata e sedicesimo dei battaglioni italiani nella resistenza in Albania) si realizza la piccola comunità italofona dove la lingua è patria immateriale.

Ma c’è di più: quando la V si trasferisce a nord e poi in Kossovo attacca nel territorio di Kukёs poi fra Giakova e Prizren le miniere di cromo, e cacciandone i tedeschi libera con i suoi partigiani italiani un bel numero di altri italiani, “schiavi”, militari ed ex operai civili una volta dipendenti della Ammi (Azienda minerali metallici italiana) costretti dai tedeschi al lavoro coatto. I liberati dalle miniere, come i liberati dalle colonne della Wehrmacht in ritirata dai Balcani meridionali, aggregandosi volontariamente alla V brigata, raddoppiano il numero degli italiani al suo interno, rendendo possibile la realizzazione del battaglione, che rappresenta, grazie alla V, un concreto riscatto all’apice di tanti percorsi dolorosi e una minuscola patria.

Lia Tosi, studiosa delle vicende dei soldati italiani in Albania, autrice di numerosi volumi sul tema


[1] Il battaglione nell’aprile del ’45 si chiamò Carlo Palumbo dal nome di un ufficiale caduto il 31 dicembre ’44 a Mejane presso Prjepolje.

[2] R.Kucaj,P.Bezhani, Historicu i Brigadёs V sulmuese, p. 364, Tiranё, 1989

[3] La ceta Risorgimento operava con il battaglione albanese Dajti, la ceta Matteotti con la III Brigata; il Comando delle truppe italiane alla montagna, già delineato dal colonnello pilota Barbi Cinti, si sostanziò con l’arrivo dei reparti della Firenze e un btg dell’Arezzo reduci dalla battaglia di Kruja. Ne fu comandante il generale Arnaldo Azzi. Il btg Martino era affiancato al btg albanese Dajti, il Nuova Italia alla II Brigata di B.Balluku. I btg Zignani, Mosconi, Morelli, dipendevano dalla zona di Peza, dove era attiva la III Brigata.

[4] La ceta Fratelli Bandiera si formò nella zona del Mokra e fu la terza compagnia del btg Reshit Çollaku, Il Battaglione Matteottti operava con la XIX Brigata.

[5] R.Gatti, Le croci sul Golico, Alessandria,1971

[6] Sirio Galli, un soldato della divisione Arezzo sfuggito con altri alla cattura tedesca, ebbe una travagliata esperienza in cui si aiutò con le sue capacità grafiche. Nel campo di Punemir i suoi manifesti ammorbidiscono il rigido Skander Russi; in seguito, durante l’offensiva tedesca del gennaio ’44, in una drammatica marcia dietro alla I Brigata, quando sia le Brigate che il Comando del gen. Azzi tentano di forzare l’accerchiamento, perde un’arrangiata calzatura, con un piede ferito, dita congelate, e rimasto indietro, solo, sopravvive a stento, anche scambiando i suoi disegni.

Sinché a fine maggio ’44 al congresso di Pёrmet ottiene l’incarico di decorare le sale dove si svolgerà il congresso. (S. Galli, Diario. Archivio Coremote, s.n.).

Raul Agostini, un caporale della divisione Firenze, venditore ambulante nella vita civile, dopo Kruja si arruolò nella I Brigata. Il 20 agosto ’44 è infermiere “nell’ospedale da campo del gruppo Skrapari”. Diviene poi “ istruttore violinista dei cori partigiani ha composto l’inno nazionale delle gruas antifasciste”; infine “svolse attività musicale presso Radio Tirana e Hotel Dajti per conto del Ministero della cultura popolare albanese”. (ACS, Roma, F.Ricompart Estero, A955)

[7] D.Smiley. Albanian Assignment, London 1985, p.90.

[8] O.Casoli. Memorie del maestro Olivio Casoli, Fossombrone, 2017.

L’articolo Il battaglione partigiano che voleva parlare la lingua di Dante proviene da Patria Indipendente.