Trent’anni con Tino Casali

Tino Casali

Per gentile concessione di Giacomo Perego pubblichiamo il testo di Carlo Ghezzi, della Segreteria nazionale Anpi, in ricordo del comandante partigiano ed ex Presidente nazionale della Associazione Tino Casali, di cui il 25 aprile scorso è ricorso il centenario della nascita. In questo importante anniversario, nel 75° della Liberazione e a 5 anni dalla sua morte, il nipote Giacomo Perego, insieme all’Anpi provinciale di Milano, sta curando una pubblicazione sul noto partigiano milanese, fondatore e dirigente fin dal 1946 dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia. Il testo che pubblichiamo fa parte di questo lavoro che vedrà la luce nei prossimi mesi e sarà arricchito da una sezione biografica, una di discorsi e interventi significativi, una di fotografie inedite ed una composta da ricordi di personaggi che lo hanno conosciuto, dalla politica ai sindacati, dall’Anpi alle comunità religiose e alle istituzioni cittadine più rilevanti. Qui il ricordo di Tino Casali su Patria indipendente in occasione nella sua scomparsa.  Qui la sua biografia.

La redazione

 

Ho lavorato con Tino Casali per oltre trenta anni, dapprima ricoprendo l’incarico di segretario della Camera del Lavoro di Milano, la più grande struttura sindacale territoriale d’Italia e d’Europa, poi da segretario della Cgil nazionale come responsabile dell’Organizzazione, infine direttamente nell’Anpi dopo che nel 2006 il Congresso di Chianciano ne ha deliberata l’apertura a tutti gli antifascisti.

Ho potuto conoscere a fondo il grande spessore della personalità di Tino, il suo modo di operare, di dirigere l’Anpi a livello milanese e successivamente a livello nazionale e di coordinare un più vasto fronte antifascista con una puntigliosa capacità di tenere in vita una straordinaria rete di relazioni che spaziava dalle istituzioni, alle forze politiche e sindacali, dagli esponenti della cultura al ricco reticolo delle altre organizzazioni resistenziali.

Tino ha sempre riservato una grande attenzione al rapporto con gli esponenti delle Forze Armate che tendeva a coinvolgere ogni qual volta fosse possibile. Nel corso dei decenni aveva costruito rapporti di conoscenza e di collaborazione con moltissimi ufficiali che avevano ricoperto importanti incarichi a Milano e che successivamente avevano avuto avanzamenti nella loro carriera ed erano giunti ad assumere responsabilità di rilievo nazionale. Questi rapporti interpersonali, da lui mantenuti vivi ed alimentati nel trascorrere dei decenni, hanno rappresentato per lo schieramento antifascista e per la sua capacità di interlocuzione una risorsa preziosa.

Da sinistra a destra Armando Cossutta, Gianfranco Maris e Tino Casali

Tino Casali era per l’opinione pubblica milanese l’impersonificazione dell’Anpi e del Comitato Unitario Antifascista contro il terrorismo e per la difesa dell’Ordine repubblicano, che ha presieduto sin dalla sua costituzione con grande e riconosciuta autorevolezza.

Questa struttura era nata nella metropoli ambrosiana nell’estate del 1969 dopo gli attentati avvenuti il 25 aprile di quell’anno alla Fiera di Milano e alla Stazione Centrale provocando una ventina di feriti. Nacque prima dell’esplosione dell’autunno caldo; nacque per difendere la democrazia italiana dagli attacchi che stava subendo e da allora ha sempre puntualmente guidato la risposta popolare di Milano contro ogni fatto eversivo messo in atto nel nostro paese.

La bomba che nel dicembre del 1969 scoppiò in Piazza Fontana venne fatta esplodere per contrastare l’imponente movimento dei lavoratori che era in campo e per impedire che l’Italia progredisse. Si sono sporcati le mani in tanti con quegli insani tentativi eversivi e Milano si è trovata più volte nell’occhio del ciclone. Qui si è giocata una battaglia politica e culturale di valenza nazionale; qui si sono creati i presupposti per vincerla.

Una parte della destra politica milanese, guidata dall’avvocato Cesare Degli Occhi e dall’esponente democristiano Massimo De Carolis, aveva cercato esplicitamente di organizzare in quelle tragiche stagioni una “maggioranza silenziosa” di cittadini che si dovevano scuotere dal proprio torpore per chiedere a gran voce ordine contrapponendosi esplicitamente alle mobilitazioni operaie in corso.

Lo scontro politico attraversò verticalmente e vigorosamente la Democrazia Cristiana ma anche qui l’antifascismo più coerente prevalse, fornendo in tal modo un contributo di grande rilevanza.

Fu decisiva la proclamazione dello sciopero generale in solidarietà ai famigliari delle vittime e a difesa della democrazia, indetto da Cgil, Cisl e Uil milanesi in occasione dei funerali dei 17 uccisi nella strage di Piazza Fontana.

Con Arrigo Boldrini nel 2003, in una foto di Ivano Tajetti

Operai e impiegati guidarono la mobilitazione popolare per esprimere cordoglio alle vittime, per difendere le istituzioni democratiche, per isolare gli assassini e i loro mandanti. Quella decisione ha rappresentato una pietra miliare, ha parlato all’Italia e ha rappresentato una scelta di straordinaria lungimiranza che ha contribuito a segnare la storia del nostro Paese e a tracciare la strada da seguire in futuro.

Con Tino Casali sempre alla sua testa, lo schieramento antifascista milanese, forte della sua ricchezza di storie e di culture, non si è mai defilato di fronte ad ogni azione che manifestasse un carattere antidemocratico. Ha ogni volta chiamato i cittadini alla mobilitazione unitaria e di massa, alla vigilanza democratica, alla risposta pronta e puntuale ribattendo colpo su colpo ai fatti eversivi di ogni colore. Il Comitato Unitario Antifascista milanese ha sempre tenuto alta la difesa della convivenza civile, la riaffermazione del valore della vita delle persone, il rifiuto della violenza, l’importanza fondamentale del confronto e del dialogo, l’indicare la strada della partecipazione democratica e di massa quale unico strumento atto a sostenere politiche di cambiamento.

Nel corso di quegli anni è stata condotta una impegnativa battaglia culturale e politica dapprima contro lo stragismo neo-fascista e successivamente contro il partito armato brigatista e le sue azioni; una battaglia per rispondere ad ogni attacco terroristico, ma anche per conquistare le coscienze, per sconfiggere le pigrizie, per dipanare le incomprensioni su quanto stava accadendo.

È stata condotta una straordinaria campagna di sensibilizzazione e di educazione di massa senza precedenti per conquistare i convincimenti più profondi di milioni e milioni di uomini e di donne contrassegnati dalla più disparata impostazione culturale, dalle più diverse esperienze generazionali e dalle più diverse collocazioni sociali per una mobilitazione politica e culturale di dimensioni gigantesche.

Il Comitato Unitario Antifascista di Milano, magistralmente guidato da Tino Casali, è stato tra i maggiori protagonisti in questo confronto. Una battaglia difficile da gestire, che ha avuto una ovvia processualità, che ha dovuto superare titubanze, contrastare ogni lassismo e ogni tentazione di collocarsi nella “zona grigia” incerta sul giudizio da dare soprattutto sul terrorismo brigatista. Una processualità che ha acquisito via via una forza e una consapevolezza crescenti in un cimento che la fragile democrazia italiana ha infine vinto.

Va sottolineato che il raccordo tra le grandi organizzazioni resistenziali, che pur si erano divise nel 1948 nel clima aspro della guerra fredda, è stato saldissimo in ogni occasione nella battaglia contro ogni forma di terrorismo. Non si è segnalata nei gruppi dirigenti dell’Anpi, dell’Aned, della Fiap e della Fvl nessuna sbavatura davanti agli sproloqui dei terroristi rossi sulla Resistenza tradita, mentre invece una forma di diplomazia resistenziale ha seguitato a operare unitariamente, a volte in forme sotterranee, permettendo non solo l’attivazione e l’ulteriore consolidamento di rapporti tra esponenti di culture politiche diverse ma, per di più e soprattutto, operando nei momenti più difficili dell’attacco terrorista anche quando la polemica pubblica tra i partiti rischiava di salire troppo sopra le righe.

La funzione svolta a livello nazionale da Arrigo Boldrini, da Emilio Taviani e da Aldo Aniasi è stata decisamente importante e la feconda operosità del Comitato Unitario Antifascista milanese presieduto da Tino Casali è sempre stata per loro un preciso e solido riferimento sia nell’impianto valoriale che nella tempestività dell’iniziativa politica e di mobilitazione.

Con Arrigo Boldrini e Aldo Aniasi nel 1994

In tutti questi lunghi anni ho avuto l’opportunità di lavorare intensamente con Tino Casali; ho sempre cercato di fornirgli la mia più leale collaborazione espressa frequentemente con qualche tratto di naturale riverenza rispetto alla sua personalità, alla sua storia e alla sua funzione.

Sia a livello milanese che a livello nazionale ci eravamo reciprocamente sperimentati e collaudati ad attuare tra di noi uno stretto gioco di squadra a fronte di difficoltà politiche che qualche interlocutore poteva di tanto in tanto far nascere nel corso delle discussioni o delle riunioni operative più impegnative. Giocavamo sul fatto che Casali fosse il Presidente del Comitato Unitario Antifascista di Milano ma anche il vice Presidente dell’Anpi nazionale.

A volte convergevamo con decisione per stringere la discussione, a volte invece convergevano per allargare il terreno della discussione medesima, magari rinviandola, per permettere qualche successiva e più pacata riflessione o per favorire l’individuazione di qualche diversa mediazione.

Partendo dall’assunto che si dovesse tenere sempre in grande sintonia le decisioni del Comitato Unitario Antifascista di Milano con quelle dell’Anpi nazionale e delle altre grandi organizzazioni resistenziali se un problema diventava difficile da risolvere a Milano, la Cgil milanese proponeva che Casali sentisse Roma. Se il problema si manifestava a livello centrale la Cgil proponeva si dovesse sentire il Comitato Unitario Antifascista di Milano sopratutto per quanto concerneva l’organizzazione della grande manifestazione nazionale del 25 aprile che ogni anno si tiene in Piazza Duomo.

E la Cgil, con tutto il suo peso politico e organizzativo, proponeva regolarmente che la funzione di raccordo fosse rigorosamente affidata a Tino Casali che, svolgendo una funzione di primaria responsabilità ai due livelli, aveva le condizioni per determinare il punto di equilibrio che valutava risultare più confacente.

Ci si muoveva così tatticamente con una grande sintonia reciproca tenendo sempre ben fermi due obbiettivi: mantenere l’unità dello schieramento antifascista reso più autorevole dai suoi pluralismi e consolidarne l’asse politico e culturale di fondo che gli derivava dall’esperienza unitaria del CLN.

Le stelle polari dell’azione di Tino Casali sono sempre state i valori dell’antifascismo e della Resistenza nei quali affonda le sue radici la nostra Costituzione che va applicata pienamente, il tramandare alle generazioni che si avvicendano la memoria di quel passaggio del 1943-45 così terribile ma anche così straordinario nella storia d’Italia e l’importanza dell’unità democratica delle grandi masse popolari e di tutti gli antifascisti con la ricchezze delle loro culture, storie, fedi politiche e religiose.

Nei momenti più difficili, così come nella quotidiana gestione delle cose a fianco di Tino Casali, sopratutto a livello milanese, si incontrava praticamente in ogni occasione un’altra personalità di grande rilievo, l’avvocato Gianfranco Maris, Presidente dell’Aned e anch’egli vice Presidente dell’Anpi nazionale.

Tra i due vi era una grande consonanza politica e culturale, una medesima ispirazione di fondo, un geniale alternarsi di fermezza e di disponibilità di fronte ai diversi interlocutori e alle diverse realtà che questi rappresentavano. Per loro il rapporto con le grandi organizzazioni sindacali confederali era fondamentale. Avevano entrambi piena consapevolezza del valore del lavoro, della sua centralità nella società e nella vita delle persone, avevano a cuore tutta la sua dignità e sostenevano che il lavoro senza il riconoscimento dei propri diritti non è quello del quale parla la nostra Costituzione al suo primo punto, ma è un’altra cosa.

Casali e Maris sono stati per me dei grandi maestri. Ricordo che all’inizio del 1993, in una Milano devastata dal ciclone di Tangentopoli, mi presero da parte e mi dissero in modo estremamente riservato che personalmente avrebbero apprezzato una mia possibile candidatura a sindaco di Milano come sfidante del leghista Marco Formentini, una opzione che veniva ipotizzata in quei giorni sulla stampa locale, ma alla quale non ritenni di dare seguito.

Mi sono sentito onorato quando mi hanno chiesto in alcune occasioni di essere presente con loro a degli incontri con il cardinale di Milano Carlo Maria Martini. Incontri che avvenivano di massima alla vigilia di anniversari importanti e che si tenevano abitualmente nella stessa sala dove nell’aprile del 1945 il cardinale Ildefonso Schuster aveva incontrato nei giorni dell’insurrezione Benito Mussolini e i rappresentanti del CLN per cercare di dare corpo a un estremo tentativo di mediazione.

In tanti anni ovviamente non è potuta mancare qualche mia discussione con Casali, qualche mia piccola intemperanza. Ricordo le non facili riflessioni che ci si scambiavamo nei primi anni Novanta mentre sparivano o mutavano la loro natura i grandi partiti che avevano costituito il CLN o qualche anno dopo le discussioni sul come gli antifascisti più giovani si sarebbero potuti organizzare raccogliendo la staffetta che sarebbe stata loro passata dalla generazione dei resistenti. Ma alla fine del nostro confronto, anche quando rimanevo poco convinto di qualcuna delle opinioni che Casali sosteneva, mi sono rimesso sempre al suo giudizio finale e alla sua autorevolezza.

Ho sempre fatto tesoro dell’insegnamento che mi aveva dato in più occasioni Luciano Lama, un grande leader sindacale che era stato un partigiano combattente: la Cgil sta sempre a fianco dell’Anpi e quando questa gloriosa Associazione prende una iniziativa la Cgil deve dare la propria convinta adesione. In ogni circostanza.

La Cgil nella sua autonomia, mi ripeteva Lama, si confronta apertamente con tutti, ma l’Anpi è l’unico fratello maggiore che riconosciamo.

Carlo Ghezzi, della segreteria nazionale Anpi, responsabile nazionale dell’organizzazione

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