Il paesaggio partigiano per la memoria

Giacomo Verri

Lo scrittore Giacomo Verri, collaboratore di questa testata, riprende il tema de “I paesaggi e i loro Partigiani” magistralmente sollevato dall’architetto Aimaro Isola con una speciale attenzione ed emozione per la montagna.

 

“L’eroe moderno è eroe perché, senza retoriche, ma con misura, quando è giusto, per un bene comune, si sporge offrendo sé come dono” scrive Aimaro Isola in un denso saggio apparso qualche settimana fa sulle colonne di questa stessa rivista, dedicato – attenzione – non ai partigiani e ai loro paesaggi quanto ai Paesaggi e ai loro partigiani. Quasi a dire che non sarebbero potuti esistere quegli eroi senza, prima, la presenza dei luoghi entro i cui confini si mossero.

È la montagna, in molti casi, ad aver fatto i partigiani. Certo, assieme alla coscienza politica – per molti, ma non per moltissimi – e al desiderio di svincolarsi, anche solo istintivamente, da ciò che Alberto Cavaglion chiama la “malizia” del regime, sotto cui visse almeno un’intera generazione, quella nata negli anni Venti del secolo scorso. Le formazioni partigiane trovarono, dunque, il naturale luogo di genesi sulle montagne (“Siamo i ribelli della montagna, viviam di stenti e di patimenti” recita il celebre canto) perché esse sono il rifugio, la protezione, sono il luogo che la retorica esageratamente urbana del regime aveva stolidamente tralasciato. Basti pensare che in molte comunità alpine il potere rimase saldamente in mano non ai rappresentati del partito fascista in quanto tali, ma in quanto membri delle famiglie e dei clan che da sempre avevano dominato la montagna. Questo significa che la montagna era luogo “altro” rispetto alla fascistizzazione degli spazi tentata in maniera intensa nei grandi centri, ma via via meno incisiva alla periferia dell’impero; eppure ciò non significa, di conseguenza, che la montagna fosse per certo il luogo d’elezione del dissenso. Questo no, perché isolamento e asprezza delle condizioni di vita avevano spesso irrigidito i montanari nella morsa del conservatorismo. Ma i partigiani, credo, videro nella montagna lo spazio di un’opportunità. Quella, prima di tutto, di nascondersi, di organizzarsi senza essere visti (facendo affidamento su alcuni elementi: la distanza dai centri di potere, l’impervietà dei luoghi, la fondata speranza che i fascisti non avessero le idee chiare sulla reale consistenza dei gruppi che si andavano formando), e poi sull’opportunità di prendere tempo per riscoprirsi uomini pensanti anziché obbedienti.

Aimaro Isola

Così le montagne (o altrove le colline) attrassero i partigiani. Fu un richiamo quasi magico e ancestrale, checché ne abbiano detto alcuni teorici, eccessivamente imbibiti di ideologia, che sistemarono a posteriori i paletti della storia della Resistenza. E il legame divenne ben presto indissolubile. Perciò dice bene Isola sostenendo che l’eroe – in specie partigiano – si offre ai luoghi come dono. Perché i luoghi “alti”, a loro volta, regalarono all’eroe resistente l’aspra poesia di un paesaggio prima sublime (che attrae e atterrisce) e poi epico, in una sovrapposizione o, anche, in una irregolare interferenza che alterna la percezione di forti emozioni, la malinconia e, infine, la creazione di un vero e proprio microcosmo diverso dal mondo di fuori. Un paesaggio che diventa carne della Resistenza, un luogo che diventa spazio privilegiato per l’edificazione di una coscienza nuova. Una simbiosi tanto evidente in quanto non si può pensare a nessuna storia partigiana che non sia abbarbicata a un territorio ben definito.

Anni fa – era l’ultimo o il penultimo di liceo classico – partecipai al concorso che da tempo il Consiglio Regionale del Piemonte indice per gli studenti delle scuole superiori dedicato alla storia contemporanea (e sempre incentrato su temi legati al Secondo conflitto mondiale). Per quell’occasione, io e un compagno lavorammo sui cippi e sulle targhe commemorative dedicate ai partigiani caduti nel comune di Serravalle Sesia. Intervistammo Nadia Moscatelli, figlia del celebre comandante Cino. Venne lei da noi, sedette al tavolo di cucina del mio amico. E ci spiegò che la prima cosa che andava osservata nel nostro studio era la collocazione delle lapidi: mai – o quasi mai – inserite in spazi anonimamente pubblici ma nel luogo esatto in cui era avvenuta l’azione partigiana o dove l’eroe era caduto. Spesso, quindi, in montagna. Una montagna, come scrive Angelo Bendotti nel suo bellissimo Nel segno di Fenoglio – fatta di elementi burkianamente sublimi (che nutrono perciò l’idea di pericolo e di dolore), il freddo, il gelo, la neve, il ghiaccio, ma che a un tempo si voltano in “ultima ‘difesa’ per il partigiano, creando una sorta di luogo protetto dove i nemici faticano ad avventurarsi”.

L’algida, olimpica, terribile montagna diventa dunque il simbolo della libertà. O meglio: della faticosa ascesa verso la libertà; faticosa perché che sta in alto; perché in basso c’è l’oppressione dei fascisti; perché in alto ci si sente più grandi, forse più forti – forti di quella forza conquistata col sacrifico; perché in alto l’aria è più pulita; perché tra i boschi, nella natura, il partigiano è colto da un senso panico, si immedesima e si confonde con quanto lo circonda, trovando così il destro per diventare invisibile agli occhi del nemico.

Non solo: quello partigiano è il paesaggio della coscienza, della presa di coscienza, in contrapposizione al paesaggio organizzato (ovvero imposto) dal regime, quello dei grandi viali, delle fastose architetture, delle piazze destinate alle adunanze, prefigurazione di non luoghi nei quali venne abrogata la storia – magari anche dimessa, ma autentica – del passato, per far luogo a una risemantizzazione che brucia secoli di vita umana in nome di un anacronistico ritorno alla grandezza di Roma imperiale. Un paesaggio, ancora, che faceva sentire nei suoi cementi la coercizione di chi inculca assieme alla percezione di legittimità dell’autorità anche l’adesione a quello stesso sistema di autorità. Un paesaggio, insomma, capace di subordinare l’individuo e, a un tempo, di deresponsabilizzarlo poiché il soggetto è posto forzatamente dentro a uno spazio fisico e ideologico eteronomico.

Quello fascista fu allora – per certi versi – un paesaggio ridicolmente e tragicamente pomposo che distrusse, a volte, il profilo dei vecchi paesi (il centro storico della mia Borgosesia fu proprio a cavallo tra gli anni Venti e Trenta letteralmente sventrato per consentire la creazione di un’enorme piazza). E assieme a quel profilo, venne lesa anche forse un’idea di democrazia nascente (quella di fine Ottocento, di inizio Novecento), sobria, ma tutto sommato onesta, quella che mi piace credere intravedesse, qualche decennio più tardi, anche l’umile Amerigo Ormea, l’eroe di Italo Calvino nella Giornata di uno scrutatore, tra le mura scalcinate del Cottolengo, durante le elezioni: “La democrazia si presentava ai cittadini sotto queste spoglie dimesse, grigie, disadorne; ad Amerigo a tratti ciò pareva sublime, nell’Italia da sempre ossequiente a ciò che è pompa, fasto, esteriorità, ornamento; gli pareva finalmente la lezione d’una morale onesta e austera; e una perpetua silenziosa rivincita sui fascisti, su coloro che la democrazia avevano creduto di poter disprezzare proprio per questo suo squallore esteriore, per questa sua umile contabilità, ed erano caduti in polvere con tutte le loro frange e i loro fiocchi”.

Il paesaggio partigiano è, al contrario, quello della costruzione di un’identità personale, soggettiva, nata dal di dentro e non imposta da fuori: spazio vissuto, in prima battuta, in solitaria e solo dopo comunitariamente condiviso con gli altri. O meglio, esso entrava dentro a ogni partigiano in maniera originale, esclusiva, diversa, relativa. Anche il paesaggio fu dunque la “questione privata” di ogni combattente della montagna.

Condizione peculiare del partigiano – lo si ritrova praticamente in ogni scritto, nei diari, nei racconti, nei romanzi – è la solitudine di fronte al paesaggio, vero maestro di vita, autentico educatore del bene e del male. Anche di quest’ultimo, sì, della fatica, del dolore, della sofferenza. Fu il carattere aspro dei monti a insegnare la natura del Male ai partigiani, in maniera più efficace di come avesse potuto fare il fascismo stesso. E così il paesaggio riuscì, ovviamente, anche nell’educazione sentimentale dell’opposto, ovvero del Bene.

Qualche anno fa scrivendo un’Intervista impossibile a Beppe Fenoglio, io e quel fantasma ragionavamo appunto intorno a questa faccenda:

“Intervistatore: Il fascismo fu dunque una sorta di Moby Dick, un condensato del male che scatenò, per antitesi, la Resistenza…

Fenoglio: No, faccia attenzione. In primo luogo Moby Dick è il simbolo del male tutto,­ preso nella sua vastità e profondità ocea­nica; è il male nobile, grande, eterno, sublime… il fascismo non fu che una povera cosa, come le ho detto, la pelle lubrica di un corpo­ malato. E poi la Resistenza: essa fu un fulgido e ammirevole stato di grazia collettivo. Ma fu il singolo uomo, Johnny o un altro, il nome poco importa, fu il singolo uomo che dovette combattere, periclitare, patire, sputare, per raggiungere la statura morale che lo avrebbe fatto sentire grande, un grande uomo.

Intervistatore: Purezza sentimentale, grandezza della storia!

Fenoglio: Sì, la purezza, il raffinamento dello spirito. È qualcosa che si ottiene nella solitudine. Nella solitudine d’una stanza, come nella solitudine d’una somma collina. Nella sconfinata, assoluta, profonda, alta, stregata, incubosa, vespertina, invernale, vacua solitudine che s’aderge superba, che separa una morte dall’altra. Amavo e tuttora­ amo fumare in solitudine e absent-mindedness, quasi cercando un esercizio di souplesse. Nobile souplesse. Il mio esercizio spirituale mirava alla grandiosità, all’impressionante umanità dell’agire. Volevo che tutto fosse in me nobilmente umano”.

Non fa dunque meraviglia leggere questo elenco di aggettivi per indicare la solitudine (vengono tutti dal Partigiano Johnny), perché è di lì, dal contatto visivo e poi spirituale col paesaggio, che il singolo uomo divenne combattente per la libertà.

Così il paesaggio partigiano è quello della montagna su cui “fischia il vento e infuria la bufera” e in cui la rabbia degli elementi, pazientemente addomesticata, si fa dono, davvero, a chi resiste a tutto per un mondo nuovo. Il paesaggio parla ai partigiani, offre loro segni complessi, multiformi, lontani dal discorso univoco della dittatura. Accanto all’ostilità raccontata, ad esempio, dai rigori del freddo e che fa “scaturire la volontà di reagire” (come scrive Veronica Pesce a proposito dei paesaggi fenogliani) c’è la promessa di un futuro diverso (perennemente esemplato da elementi paesaggistici), tanto splendido perché fuori dal tempo, totale, organico, assoluto, un tutto a cui nulla va aggiunto, non in quanto imposto dall’alto, ma poiché sbocciato dall’interno come un orizzonte morale. E non c’è forse bisogno di dire che ne è massimo corollario, ancora, la titanica immagine di Johnny che “partì verso le somme colline, la terra ancestrale che l’avrebbe aiutato nel suo immoto possibile, nel vortice del vento nero, sentendo com’è grande un uomo quando è nella sua normale dimensione umana”.

E questa coscienza del paesaggio, a cavallo tra sublime ed epica, non solo fu la matrice che ispirò gli afflati di chi visse quei giorni ma deve, a mio parere, essere la chiave, oggi ancora, per chi ha desiderio di penetrare la memoria partigiana. Tema sul quale ho impostato gran parte della mia riflessione, divenuta romanzo, e mosso i primi passi verso una rieducazione, personale, di come va riascoltato il passato. In chiosa al mio primo libro, Partigiano Inverno, cercavo di fare i conti con gli scrittori che mi avevano preceduto, con il canone della letteratura resistenziale e con i guasti causati da quella che Antonio Scurati chiama la malattia dell’inesperienza. Mi chiedevo cioè come potessi raccontare – io, nato nel 1978 – avvenimenti tanto separati dalla mia pratica quotidiana. Sarebbe stato come cercare di dire quale dolore si prova a prendere una martellata su un dito senza mai averla davvero sperimentata. E però una strada la volevo trovare. Così scrivevo, strizzando un po’ l’occhio al Calvino dell’Introduzione alla seconda edizione del Sentiero dei nidi di ragno:

“Ma in che maniera parlarne, oggi? Un racconto sincero e spassionato non potevo farlo: primo per la malattia dell’inesperienza, secondo perché, anche a far vista di avercela (l’esperienza), non potevo fingere di ignorare chi in base all’esperienza aveva scritto. Perciò, accettata serenamente la perdita di contatto col mondo di ieri, mi sembrò sensato far affiorare l’idea che l’uomo di oggi può paragonarsi a quello passato solo se posto di fronte alle cose della natura (e non della storia), che sono uguali da migliaia di anni: per questo è importante l’insistenza sugli elementi naturali, sui rami secchi, sull’inverno, sui movimenti del sole, sulla lusinga della ciclicità delle stagioni, su ciò che è a-storico, eterno, ancestrale. A fare le azioni importanti non sono i protagonisti del romanzo (Umberto, Jacopo e Italo) ma Cino Moscatelli, Giuseppe Osella e gli altri che ci furono davvero; i miei personaggi per la maggior parte del tempo si limitano a passeggiare, a guardare in aria, a pensare, a rievocare proustianamente in un’atmosfera sospesa; attendono qualcosa, o cercano l’Occasione della vita; progrediscono ma non secondo un movimento lineare: non vanno da un punto all’altro ma muovono disordinati, senza meta, per brevi scarti. Sono soli e perduti, come noi di fronte al passato. Rincorrono qualcosa avanti a loro ma non sanno cosa: la linearità s’inchiocciola e diventa circolare. L’insufficiente diventa evento, o lo diventa ciò che è grottescamente abbondante, ovvero l’eccedenza deforme”.

In altre parole, per far fronte alla nostra sperduta solitudine dinnanzi al passato, non c’è miglior (altra?) strada da percorrere che quella delle “cose” della natura, delle “cose” della montagna (o “delle somme colline” – vette anch’esse –, per tornare a Fenoglio), dei paesaggi, delle stagioni, delle piogge, dei tormenti del freddo, della splendida luna che si vede solo lassù, e che sono diventate per i miei personaggi la linea di congiunzione tra presente e passato (tra autore “mal pratico” e materia narrata), ma anche per me stesso – e non solo per i partigiani – il veicolo attraverso cui resistere all’oblio, e risollevare, mi pare con una certa efficacia, i veli di un’incolpevole ma pericolosa inesperienza.

Giacomo Verri, scrittore

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Trent’anni con Tino Casali

Tino Casali

Per gentile concessione di Giacomo Perego pubblichiamo il testo di Carlo Ghezzi, della Segreteria nazionale Anpi, in ricordo del comandante partigiano ed ex Presidente nazionale della Associazione Tino Casali, di cui il 25 aprile scorso è ricorso il centenario della nascita. In questo importante anniversario, nel 75° della Liberazione e a 5 anni dalla sua morte, il nipote Giacomo Perego, insieme all’Anpi provinciale di Milano, sta curando una pubblicazione sul noto partigiano milanese, fondatore e dirigente fin dal 1946 dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia. Il testo che pubblichiamo fa parte di questo lavoro che vedrà la luce nei prossimi mesi e sarà arricchito da una sezione biografica, una di discorsi e interventi significativi, una di fotografie inedite ed una composta da ricordi di personaggi che lo hanno conosciuto, dalla politica ai sindacati, dall’Anpi alle comunità religiose e alle istituzioni cittadine più rilevanti. Qui il ricordo di Tino Casali su Patria indipendente in occasione nella sua scomparsa.  Qui la sua biografia.

La redazione

 

Ho lavorato con Tino Casali per oltre trenta anni, dapprima ricoprendo l’incarico di segretario della Camera del Lavoro di Milano, la più grande struttura sindacale territoriale d’Italia e d’Europa, poi da segretario della Cgil nazionale come responsabile dell’Organizzazione, infine direttamente nell’Anpi dopo che nel 2006 il Congresso di Chianciano ne ha deliberata l’apertura a tutti gli antifascisti.

Ho potuto conoscere a fondo il grande spessore della personalità di Tino, il suo modo di operare, di dirigere l’Anpi a livello milanese e successivamente a livello nazionale e di coordinare un più vasto fronte antifascista con una puntigliosa capacità di tenere in vita una straordinaria rete di relazioni che spaziava dalle istituzioni, alle forze politiche e sindacali, dagli esponenti della cultura al ricco reticolo delle altre organizzazioni resistenziali.

Tino ha sempre riservato una grande attenzione al rapporto con gli esponenti delle Forze Armate che tendeva a coinvolgere ogni qual volta fosse possibile. Nel corso dei decenni aveva costruito rapporti di conoscenza e di collaborazione con moltissimi ufficiali che avevano ricoperto importanti incarichi a Milano e che successivamente avevano avuto avanzamenti nella loro carriera ed erano giunti ad assumere responsabilità di rilievo nazionale. Questi rapporti interpersonali, da lui mantenuti vivi ed alimentati nel trascorrere dei decenni, hanno rappresentato per lo schieramento antifascista e per la sua capacità di interlocuzione una risorsa preziosa.

Da sinistra a destra Armando Cossutta, Gianfranco Maris e Tino Casali

Tino Casali era per l’opinione pubblica milanese l’impersonificazione dell’Anpi e del Comitato Unitario Antifascista contro il terrorismo e per la difesa dell’Ordine repubblicano, che ha presieduto sin dalla sua costituzione con grande e riconosciuta autorevolezza.

Questa struttura era nata nella metropoli ambrosiana nell’estate del 1969 dopo gli attentati avvenuti il 25 aprile di quell’anno alla Fiera di Milano e alla Stazione Centrale provocando una ventina di feriti. Nacque prima dell’esplosione dell’autunno caldo; nacque per difendere la democrazia italiana dagli attacchi che stava subendo e da allora ha sempre puntualmente guidato la risposta popolare di Milano contro ogni fatto eversivo messo in atto nel nostro paese.

La bomba che nel dicembre del 1969 scoppiò in Piazza Fontana venne fatta esplodere per contrastare l’imponente movimento dei lavoratori che era in campo e per impedire che l’Italia progredisse. Si sono sporcati le mani in tanti con quegli insani tentativi eversivi e Milano si è trovata più volte nell’occhio del ciclone. Qui si è giocata una battaglia politica e culturale di valenza nazionale; qui si sono creati i presupposti per vincerla.

Una parte della destra politica milanese, guidata dall’avvocato Cesare Degli Occhi e dall’esponente democristiano Massimo De Carolis, aveva cercato esplicitamente di organizzare in quelle tragiche stagioni una “maggioranza silenziosa” di cittadini che si dovevano scuotere dal proprio torpore per chiedere a gran voce ordine contrapponendosi esplicitamente alle mobilitazioni operaie in corso.

Lo scontro politico attraversò verticalmente e vigorosamente la Democrazia Cristiana ma anche qui l’antifascismo più coerente prevalse, fornendo in tal modo un contributo di grande rilevanza.

Fu decisiva la proclamazione dello sciopero generale in solidarietà ai famigliari delle vittime e a difesa della democrazia, indetto da Cgil, Cisl e Uil milanesi in occasione dei funerali dei 17 uccisi nella strage di Piazza Fontana.

Con Arrigo Boldrini nel 2003, in una foto di Ivano Tajetti

Operai e impiegati guidarono la mobilitazione popolare per esprimere cordoglio alle vittime, per difendere le istituzioni democratiche, per isolare gli assassini e i loro mandanti. Quella decisione ha rappresentato una pietra miliare, ha parlato all’Italia e ha rappresentato una scelta di straordinaria lungimiranza che ha contribuito a segnare la storia del nostro Paese e a tracciare la strada da seguire in futuro.

Con Tino Casali sempre alla sua testa, lo schieramento antifascista milanese, forte della sua ricchezza di storie e di culture, non si è mai defilato di fronte ad ogni azione che manifestasse un carattere antidemocratico. Ha ogni volta chiamato i cittadini alla mobilitazione unitaria e di massa, alla vigilanza democratica, alla risposta pronta e puntuale ribattendo colpo su colpo ai fatti eversivi di ogni colore. Il Comitato Unitario Antifascista milanese ha sempre tenuto alta la difesa della convivenza civile, la riaffermazione del valore della vita delle persone, il rifiuto della violenza, l’importanza fondamentale del confronto e del dialogo, l’indicare la strada della partecipazione democratica e di massa quale unico strumento atto a sostenere politiche di cambiamento.

Nel corso di quegli anni è stata condotta una impegnativa battaglia culturale e politica dapprima contro lo stragismo neo-fascista e successivamente contro il partito armato brigatista e le sue azioni; una battaglia per rispondere ad ogni attacco terroristico, ma anche per conquistare le coscienze, per sconfiggere le pigrizie, per dipanare le incomprensioni su quanto stava accadendo.

È stata condotta una straordinaria campagna di sensibilizzazione e di educazione di massa senza precedenti per conquistare i convincimenti più profondi di milioni e milioni di uomini e di donne contrassegnati dalla più disparata impostazione culturale, dalle più diverse esperienze generazionali e dalle più diverse collocazioni sociali per una mobilitazione politica e culturale di dimensioni gigantesche.

Il Comitato Unitario Antifascista di Milano, magistralmente guidato da Tino Casali, è stato tra i maggiori protagonisti in questo confronto. Una battaglia difficile da gestire, che ha avuto una ovvia processualità, che ha dovuto superare titubanze, contrastare ogni lassismo e ogni tentazione di collocarsi nella “zona grigia” incerta sul giudizio da dare soprattutto sul terrorismo brigatista. Una processualità che ha acquisito via via una forza e una consapevolezza crescenti in un cimento che la fragile democrazia italiana ha infine vinto.

Va sottolineato che il raccordo tra le grandi organizzazioni resistenziali, che pur si erano divise nel 1948 nel clima aspro della guerra fredda, è stato saldissimo in ogni occasione nella battaglia contro ogni forma di terrorismo. Non si è segnalata nei gruppi dirigenti dell’Anpi, dell’Aned, della Fiap e della Fvl nessuna sbavatura davanti agli sproloqui dei terroristi rossi sulla Resistenza tradita, mentre invece una forma di diplomazia resistenziale ha seguitato a operare unitariamente, a volte in forme sotterranee, permettendo non solo l’attivazione e l’ulteriore consolidamento di rapporti tra esponenti di culture politiche diverse ma, per di più e soprattutto, operando nei momenti più difficili dell’attacco terrorista anche quando la polemica pubblica tra i partiti rischiava di salire troppo sopra le righe.

La funzione svolta a livello nazionale da Arrigo Boldrini, da Emilio Taviani e da Aldo Aniasi è stata decisamente importante e la feconda operosità del Comitato Unitario Antifascista milanese presieduto da Tino Casali è sempre stata per loro un preciso e solido riferimento sia nell’impianto valoriale che nella tempestività dell’iniziativa politica e di mobilitazione.

Con Arrigo Boldrini e Aldo Aniasi nel 1994

In tutti questi lunghi anni ho avuto l’opportunità di lavorare intensamente con Tino Casali; ho sempre cercato di fornirgli la mia più leale collaborazione espressa frequentemente con qualche tratto di naturale riverenza rispetto alla sua personalità, alla sua storia e alla sua funzione.

Sia a livello milanese che a livello nazionale ci eravamo reciprocamente sperimentati e collaudati ad attuare tra di noi uno stretto gioco di squadra a fronte di difficoltà politiche che qualche interlocutore poteva di tanto in tanto far nascere nel corso delle discussioni o delle riunioni operative più impegnative. Giocavamo sul fatto che Casali fosse il Presidente del Comitato Unitario Antifascista di Milano ma anche il vice Presidente dell’Anpi nazionale.

A volte convergevamo con decisione per stringere la discussione, a volte invece convergevano per allargare il terreno della discussione medesima, magari rinviandola, per permettere qualche successiva e più pacata riflessione o per favorire l’individuazione di qualche diversa mediazione.

Partendo dall’assunto che si dovesse tenere sempre in grande sintonia le decisioni del Comitato Unitario Antifascista di Milano con quelle dell’Anpi nazionale e delle altre grandi organizzazioni resistenziali se un problema diventava difficile da risolvere a Milano, la Cgil milanese proponeva che Casali sentisse Roma. Se il problema si manifestava a livello centrale la Cgil proponeva si dovesse sentire il Comitato Unitario Antifascista di Milano sopratutto per quanto concerneva l’organizzazione della grande manifestazione nazionale del 25 aprile che ogni anno si tiene in Piazza Duomo.

E la Cgil, con tutto il suo peso politico e organizzativo, proponeva regolarmente che la funzione di raccordo fosse rigorosamente affidata a Tino Casali che, svolgendo una funzione di primaria responsabilità ai due livelli, aveva le condizioni per determinare il punto di equilibrio che valutava risultare più confacente.

Ci si muoveva così tatticamente con una grande sintonia reciproca tenendo sempre ben fermi due obbiettivi: mantenere l’unità dello schieramento antifascista reso più autorevole dai suoi pluralismi e consolidarne l’asse politico e culturale di fondo che gli derivava dall’esperienza unitaria del CLN.

Le stelle polari dell’azione di Tino Casali sono sempre state i valori dell’antifascismo e della Resistenza nei quali affonda le sue radici la nostra Costituzione che va applicata pienamente, il tramandare alle generazioni che si avvicendano la memoria di quel passaggio del 1943-45 così terribile ma anche così straordinario nella storia d’Italia e l’importanza dell’unità democratica delle grandi masse popolari e di tutti gli antifascisti con la ricchezze delle loro culture, storie, fedi politiche e religiose.

Nei momenti più difficili, così come nella quotidiana gestione delle cose a fianco di Tino Casali, sopratutto a livello milanese, si incontrava praticamente in ogni occasione un’altra personalità di grande rilievo, l’avvocato Gianfranco Maris, Presidente dell’Aned e anch’egli vice Presidente dell’Anpi nazionale.

Tra i due vi era una grande consonanza politica e culturale, una medesima ispirazione di fondo, un geniale alternarsi di fermezza e di disponibilità di fronte ai diversi interlocutori e alle diverse realtà che questi rappresentavano. Per loro il rapporto con le grandi organizzazioni sindacali confederali era fondamentale. Avevano entrambi piena consapevolezza del valore del lavoro, della sua centralità nella società e nella vita delle persone, avevano a cuore tutta la sua dignità e sostenevano che il lavoro senza il riconoscimento dei propri diritti non è quello del quale parla la nostra Costituzione al suo primo punto, ma è un’altra cosa.

Casali e Maris sono stati per me dei grandi maestri. Ricordo che all’inizio del 1993, in una Milano devastata dal ciclone di Tangentopoli, mi presero da parte e mi dissero in modo estremamente riservato che personalmente avrebbero apprezzato una mia possibile candidatura a sindaco di Milano come sfidante del leghista Marco Formentini, una opzione che veniva ipotizzata in quei giorni sulla stampa locale, ma alla quale non ritenni di dare seguito.

Mi sono sentito onorato quando mi hanno chiesto in alcune occasioni di essere presente con loro a degli incontri con il cardinale di Milano Carlo Maria Martini. Incontri che avvenivano di massima alla vigilia di anniversari importanti e che si tenevano abitualmente nella stessa sala dove nell’aprile del 1945 il cardinale Ildefonso Schuster aveva incontrato nei giorni dell’insurrezione Benito Mussolini e i rappresentanti del CLN per cercare di dare corpo a un estremo tentativo di mediazione.

In tanti anni ovviamente non è potuta mancare qualche mia discussione con Casali, qualche mia piccola intemperanza. Ricordo le non facili riflessioni che ci si scambiavamo nei primi anni Novanta mentre sparivano o mutavano la loro natura i grandi partiti che avevano costituito il CLN o qualche anno dopo le discussioni sul come gli antifascisti più giovani si sarebbero potuti organizzare raccogliendo la staffetta che sarebbe stata loro passata dalla generazione dei resistenti. Ma alla fine del nostro confronto, anche quando rimanevo poco convinto di qualcuna delle opinioni che Casali sosteneva, mi sono rimesso sempre al suo giudizio finale e alla sua autorevolezza.

Ho sempre fatto tesoro dell’insegnamento che mi aveva dato in più occasioni Luciano Lama, un grande leader sindacale che era stato un partigiano combattente: la Cgil sta sempre a fianco dell’Anpi e quando questa gloriosa Associazione prende una iniziativa la Cgil deve dare la propria convinta adesione. In ogni circostanza.

La Cgil nella sua autonomia, mi ripeteva Lama, si confronta apertamente con tutti, ma l’Anpi è l’unico fratello maggiore che riconosciamo.

Carlo Ghezzi, della segreteria nazionale Anpi, responsabile nazionale dell’organizzazione

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I resistenti della solidarietà

La solidarietà è declinazione irrinunciabile dell’antifascismo. Lo ha ribadito fin dall’inizio dell’emergenza Covid-19 quella parte della società civile più sensibile alle diseguaglianze, alle ingiustizie, alle profonde disparità economiche che abitano il nostro Paese.

Comitati provinciali e sezioni Anpi, tra i primi a mobilitarsi,  al tempo della fase due continuano nella partecipazione solidale. Non hanno mai abbandonato il fronte della generosità, capaci di fare rete nei territori per dare sostegno a famiglie, immigrati, cittadini che hanno perso il lavoro.

La “Colletta alimentare solidale” promossa dal Comitato provinciale dell’associazione dei partigiani di Monza Brianza e dall’Auser locale è un ennesimo esempio di aiuto concreto e fa parte del più ampio progetto MB United Rete Solidale.

Entusiasmo e grande riscontro per l’iniziativa promossa di concerto dall’Anpi e dall’Auser Monza Brianza

Nelle prime due settimane la sede Anpi in via Orsini 4/a è divenuta punto di raccolta. Sono stati reperiti generi alimentari primari quali latte a lunga conservazione, biscotti e merendine per i bambini, pane e sughi pronti, e anche pannolini, detersivi e prodotti per l’igiene personale.

Gli appuntamenti proseguiranno ogni lunedì e mercoledì dalle ore 15 alle 18.

È possibile, in alternativa o in aggiunta, contribuire con una sottoscrizione sul conto corrente dell’Anpi provinciale Monza Brianza – Iban IT14 E020 0820 4000 0010 2839 659 – specificando nella causale “colletta alimentare solidale”.

A Brindisi, la solidarietà non si arresta. Nel segno dell’antifascismo

A Brindisi la spesa solidale dell’Anpi è continuata senza sosta da settimane, puntando sulla distribuzione capillare, famiglia per famiglia, di pacchi singoli comprensivi di generi di prima necessità, pensando anche ai costumi e alle abitudini delle donne e degli uomini arrivati da Paesi lontani per lavorare nelle fertili terre pugliesi, e ora, per le conseguenze economiche della pandemia è in grande difficoltà. Un’esperienza che procede a passo spedito sia in autonomia sia con altre associazioni.

Nella mappa della partecipazione solidale, Genova è luogo imprescindibile. Fin dai primi giorni del lockdown moltissime sezioni Anpi si sono attivate. Affiancate adesso dalla sezione Anpi “Teresa Mattei” nella corsa per rispondere ai bisogni dei più fragili. Venerdì prossimo, 29 maggio, si taglierà il nastro di partenza del progetto “Raccolta solidale” che ha messo insieme partigiani, l’associazione Valori Alpini, la Cgil Genova, lo Spi-Cgil Genova, l’Agesci Liguria e i volontari del Cesto Genova. Puntale e scrupoloso l’elenco dei bisogni da colmare (le consegne verranno effettuate a domicilio con la massima, scrupolosa riservatezza): oltre ai viveri ci sono giocattoli; libri, rigorosamente nuovi; materiale didattico per studenti di ogni età. Il punto di ritrovo è la sede dell’Anpi intitolata a una 21 madri costituenti, in via Biscotti 2, dalle ore 16,30 alle 20 ogni venerdì e sabato fino a tutto il mese di giugno.

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Netanyahu-Trump: Israele sempre più a destra

La tormentata nascita, il 17 maggio, del nuovo governo israeliano, non modifica le impostazioni di fondo della politica perseguita da Netanyahu, che sta portando alle estreme conseguenze gli effetti di oltre cinquant’anni di occupazione militare e di colonizzazione dei territori palestinesi, grazie al sostegno determinante del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

Si tratta di un processo che viene da lontano, ma ha avuto una brusca accelerazione negli ultimi due anni quando Israele, sciogliendo gli ultimi dubbi, si è dotato di una legge fondamentale che definisce la sua identità. La legge approvata il 19 luglio 2018 dal Parlamento israeliano ha valore sostanziale di Costituzione, perché definisce la natura dello Stato ed i suoi caratteri fondamentali.

Generalmente le Costituzioni guardano al futuro ed insediano la democrazia in un dato Paese. La Costituzione di cui si è dotato Israele, invece, separa definitivamente la democrazia dal sionismo e ripudia il diritto internazionale.

Per essere più chiari, prendiamo in considerazione il primo articolo della Costituzione italiana che definisce l’identità dello Stato in questo modo: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo…”

L’articolo corrispondente nella Costituzione israeliana è il seguente:

“Lo Stato di Israele è la patria nazionale del popolo ebraico, in cui esercita il suo diritto naturale, culturale, religioso e storico all’autodeterminazione. Il diritto di esercitare l’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele è esclusivamente per il popolo ebraico”.

Tradotto in soldoni, vuol dire che Israele si autodefinisce come uno Stato etnico-religioso, nel quale l’autodeterminazione (cioè le pratiche della democrazia) sono riservate soltanto a chi professa la religione ebraica. In questo modo si restaura, in punto di diritto, l’apartheid e si ammaina la bandiera dell’eguaglianza innalzata dalla rivoluzione francese, che aveva posto fine – fra l’altro – ai ghetti etnico-religiosi.

Date queste premesse, la nuova legge riconosce valore costituzionale (art.7) agli insediamenti nei territori occupati della Cisgiordania, che sono stati definiti come illegali da centinaia di deliberazioni delle Nazioni Unite: “Lo Stato considera lo sviluppo di insediamenti ebraici come valore nazionale e agirà per incoraggiare e promuoverne l’insediamento e il consolidamento”.

Questa vocazione discriminatoria nei confronti della popolazione palestinese, ha trovato un sostegno incondizionato nell’Amministrazione americana che, nel febbraio di quest’anno, ha partorito il c.d. “accordo del secolo”. Un piano che secondo il Presidente Trump dovrebbe portare la pace tra Israele e Palestina.

A parte la bizzarria di definire “accordo” quello che è un diktat che i vincitori vorrebbero imporre ai vinti, il piano sancisce l’umiliazione e la discriminazione del popolo palestinese, rendendole perpetue attraverso la negazione del diritto internazionale e del principio sancito dalle Nazioni Unite dell’uguaglianza dei popoli e del loro diritto alla libertà e alla dignità. Il territorio della Cisgiordania verrebbe ulteriormente smembrato con l’annessione ad Israele della Valle del Giordano e di tutte le colonie, grandi e piccole, con gli annessi terreni coltivabili. L’entità palestinese non avrebbe nessuna sovranità né sullo spazio aereo né sulle falde acquifere, né controllerebbe i confini con la Giordania.

I bantustan erano una sorta di “riserve”. Vennero istituiti in Namibia e in Sudafrica durante l’apartheid

In sostanza il “piano di pace” di Trump spoglia il popolo palestinese del territorio che la Comunità internazionale aveva riconosciuto ai palestinesi nel quadro di una soluzione pacifica del conflitto e confina la popolazione in una serie di bantustan sul modello delle entità create in Sud Africa dal regime dell’apartheid; mentre la popolazione palestinese che vive all’interno viene sempre più discriminata per il carattere confessionale assunto dallo Stato di Israele.

Adesso che in Israele si è insediato un nuovo governo, il progetto di annessione della Valle del Giordano sta per concretizzarsi e con esso diventa inevitabile l’aggravarsi della situazione di oppressione, di discriminazione e di negazione diffusa dei diritti umani individuali e collettivi del popolo palestinese, che impedisce ogni soluzione ragionevole del conflitto.

Il 12 maggio è stata diffusa una lettera aperta al mondo politico e a quello dell’informazione, sottoscritta da numerose associazioni attive nel campo dei diritti umani e della solidarietà internazionale che lancia un grido di allarme, osservando che: “non si può continuare ad emettere vane condanne con vane parole di fronte alla tragedia del popolo palestinese, all’esproprio continuo della sua terra, alla violazione e alla negazione dei suoi diritti. Occorrono parole e fatti che portino a soluzione di pace”.

Per questo i firmatari chiedono “all’Italia, ai Paesi europei che hanno espresso la loro contrarietà a questo piano e all’Unione Europea di non limitarsi alle parole, ma di adottare azioni concrete e coraggiose nel rispetto del diritto internazionale, sospendendo rapporti economici, militari di collaborazione scientifica e tecnologica con lo Stato di Israele, e di applicare sanzioni nei suoi confronti, come fu fatto verso il Sudafrica dell’apartheid”.

Le Nazioni Unite sono riuscite a sconfiggere il regime dell’apartheid nel Sudafrica, richiedendo alla comunità internazionale un atteggiamento intransigente verso quel regime. Ciò ha consentito che si evitasse un bagno di sangue e che la democrazia ritornasse a fiorire in quelle terre dalle quali era stata lungamente scacciata, creando le basi per una rinnovata convivenza pacifica fra bianchi e neri fondata sull’eguaglianza e sul rispetto dei diritti umani.

Una cosa è certa, la pace non si può ricercare al di fuori della giustizia e del diritto. E noi sappiamo – ce lo insegna il salmista – che “nel deserto prenderà dimora il diritto/e la giustizia regnerà nel giardino/l’effetto della giustizia sarà la pace/ frutto del diritto una perenne sicurezza”.

Domenico Gallo, magistrato

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PER UN NUOVO RISORGIMENTO

Rinascere dalla Repubblica e dalla Costituzione. Il 2 giugno 2020 racchiude questo impegno.

L’Italia ha un’arma formidabile per il suo nuovo risorgimento: attuare pienamente i principi e le disposizioni della Carta costituzionale, conquistata col sacrificio delle partigiane, dei partigiani e di tutti coloro che liberarono il Paese.

La Costituzione disegna una terra dove finalmente libertà, giustizia sociale, diritti umani e diritti civili diventano vita quotidiana.

Per questo ogni giorno pubblicheremo sui social un articolo della Costituzione e il 2 giugno deporremo una rosa rossa sulle tombe delle 21 Costituenti che hanno contribuito, con infinita passione democratica e forza delle idee, a donarci questa magnifica Carta.

ANPI nazionale

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Anniversario della strage di Capaci

Il Comitato Provinciale dell’ANPI di Ancona aderisce all’iniziativa del gruppo di Agende Rosse di Ancona e provincia in occasione dell’anniversario della strage di Capaci

Per tutti noi è indispensabile tenere viva la memoria del sacrificio del magistrato antimafia Giovanni Falcone, insieme alla moglie Francesca Morvillo e ai tre uomini della scorta Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo.

Il sacrificio di vite che si è consumato il 23 maggio 1992 non deve essere stato vano. Il nostro pensiero va anche ai sopravvissuti di quel terribile attentato: gli agenti Paolo Capuzza, Angelo Corbo, Gaspare Cervello e l’autista giudiziario Giuseppe Costanza».

Per l’Anpi il rispetto dei principi fondamentali della Costituzione della Repubblica Italiana è il più importante strumento di lotta contro la mafia, che ci vede ogni giorno impegnati al vostro fianco.  

Escher, lo stupore per i segreti del mondo

Maurits Cornelis Escher, Mano con sfera riflettente (Autoritratto allo specchio), 1935

Incisore e grafico, grande studioso e fine intellettuale, visionario e al contempo realista, l’olandese Maurits Cornelius Escher (1898–1972) è stata una delle personalità artistiche più particolari del XX secolo, fautore di una dimensione visiva unica nel suo genere. L’artista realizza i suoi lavori e le sue illusioni ottiche utilizzando gli effetti percettivi alla base delle leggi della Gestalt, una corrente psicologica incentrata sui temi della percezione e dell’esperienza, sviluppatasi in Germania nei primi decenni del secolo scorso. La sua opera è costituita in gran parte da xilografie, soprattutto litografie e mezzetinte, frutto di un’indagine di differenti campi di studio, dalla geometria alla cristallografia, fino appunto alle leggi della percezione visiva. Escher è un visionario dello spazio e il suo lavoro ci aiuta a osservare la natura da un nuovo punto di vista, solleticando la parte ironica e curiosa insita in ognuno di noi. «Le idee che stanno alla base delle mie opere – spiega infatti l’artista – derivano dalla mia ammirazione e dal mio stupore nei confronti delle leggi che regolano il mondo in cui viviamo. Chi si meraviglia di qualcosa si rende consapevole di tale meraviglia».

Nato e cresciuto nelle Fiandre, l’incisore e grafico si innamora dell’Italia, dove nel 1923 si trasferisce e vive per dodici anni. Qui ritrae i paesaggi delle colline senesi, del mare di Tropea, dello Stretto di Sicilia, ma anche l’interno della basilica di San Pietro e le rocce della costiera amalfitana. Lascerà l’Italia fascista per la Svizzera (e poi per il Belgio, la Spagna e infine per l’Olanda) nel 1935 quando il figlio George torna a casa vestito con l’uniforme di “Piccolo Balilla”.

Come tutti gli artisti del primo Novecento, anche Escher riflette sul problema della rappresentazione dello spazio, conosce gli sviluppi delle correnti simboliste, divisioniste, surrealiste e cubiste. E non solo, guarda anche alle pitture medievali e rinascimentali, ai mosaici moreschi e ai trattati scientifici, proponendo rappresentazioni con molteplici e simultanei punti di vista. Il suo percorso creativo, dunque, si muove fra rimandi storici e correnti a lui contemporanee.

Escher, Vincolo d’unione, litografia, 1956

I suoi giochi intellettuali hanno spesso affascinato il grande pubblico, molto meno, invece, il mondo della critica. All’inizio della carriera, infatti, l’artista non ottiene grandi riconoscimenti, il suo rapporto con il mondo ufficiale dell’arte è complicato: se gli viene attribuita, fin da subito, una eccezionale abilità come incisore, le sue opere sono considerate dagli addetti ai lavori poco artistiche e troppo fredde. Il primo successo di pubblico è del 1954, quando viene organizzata una mostra ad Amsterdam, in concomitanza con l’annuale congresso internazionale di matematica. Ed è proprio in questa occasione che il mondo matematico e scientifico scopre i suoi lavori. «Nel momento in cui sono aperto e sensibile nei confronti degli enigmi che ci circondano – spiega Escher – considerando e analizzando le mie osservazioni, entro in contatto con la matematica. Anche se non ho avuto un’istruzione o conoscenze in scienze esatte, mi sento spesso più vicino ai matematici che ai miei colleghi artisti». In effetti, Escher deve molto deve alla matematica nello sviluppo dei suoi lavori. E a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, instaura un rapporto di scambio diretto con molti matematici, fra cui il canadese H. S. M. Coexter, che gli illustra le tecniche delle proiezioni iperboliche di Poincaré, il britannico Sir Roger Penrose, con il quale indaga la rappresentazione delle figure impossibili, e pure la cristallografa MacGillavry.

Escher è curioso del mondo e dei suoi segreti, è affascinato dal limite del visibile, dal paradosso e dalla percezione altra della realtà: guardare una sua opera significa immergersi in una dimensione fantastica e visionaria, delineata con sapiente meticolosità scientifica. Proprio per questo, la sua arte, oltre che dai matematici, è apprezzata anche dalla generazione hippie. Le stranezze dei mondi disegnati da Escher catturano l’interesse dei figli dei fiori, incuriositi dalle deformazioni spaziali dei sui lavori, per loro chiaro riferimento alle esperienze psichedeliche e all’uso di stupefacenti da parte dell’autore. Ovviamente, Escher si dissocerà subito da questa interpretazione e affermerà di non aver assunto allucinogeni e di essere molto distante da questo tipo di esperienze.

Escher, Balconata, litografia, 1945

A dispetto dell’artista, gli hippie però trovano numerosi riferimenti iconografici legati alla psichedelia. Ad esempio, in Balconata, secondo la loro interpretazione, emerge in posizione centrale una pianta di marijuana. E, in effetti, osservando l’opera si può vedere all’interno del balcone la raffigurazione di una pianta con le foglie simili alla canapa indiana. Per Escher è una coincidenza, tanto più che quell’opera fa parte di una serie di stampe sul tema delle deformazioni spaziali. In particolare, l’immagine da cui è partito è una veduta di una città dell’isola di Malta.

Escher, Rettili, 1943

Anche in “Rettili”, fra le prime opere “surrealiste”, gli hippie trovano qualcosa di particolare: in basso a sinistra è disegnato un libricino con la scritta JOB, azienda francese specializzata in carta per tabacco. La presenza di cartine per i figli dei fiori è un chiaro riferimento al consumo di stupefacenti. Inoltre, uno dei rettili raffigurati sale su un dodecaedro sbuffando fumo per poi appiattirsi: allusione questa all’apertura della percezione che la mente ha quando assume determinate sostanze allucinogene.

Le interpretazioni di questa opera, tuttavia, sono molteplici e quanto mai diverse. Una signora, infatti, dopo averne visto la stampa, ha chiamato Escher per chiedergli se la litografia alludesse alla reincarnazione: il libretto con la scritta JOB questa volta era stato associato al libro dell’Antico Testamento di Giobbe (Job in inglese). Diretta la risposta: «Signora, se questo è il modo in cui lo vede, così sarà».

Le immagini di Escher, anche grazie alla cultura hippie, dagli anni Sessanta iniziano ad avere sempre più successo. Nel 1968 la J. Casey Posters di New York produce senza autorizzazione un poster usando la xilografia “Sogno”, ribattezzandola “Bad Trip”, cioè un viaggio psichedelico finito male. Da San Francisco a Chicago, anche altri editori legati al mondo hippie iniziano a produrre liberamente opere di Escher, come “Farfalle”, “Drago”, “Tre sfere”, solo per citarne alcune. Anche Mike Jagger, leader dei Rolling Stones, vorrebbe usare un’immagine dell’artista per la copertina di un LP e nel 1969 gli scrive una lettera:

«Caro Maurits, per un bel po’ di tempo ho avuto fra le mani il tuo libro (“The GraphicWork of M. C. Escher”, ndr) e non smetto mai di stupirmi ogni volta che lo sfoglio! In realtà credo che il tuo lavoro sia assolutamente straordinario e farebbe molto piacere a me e a molte persone intorno a me comprendere meglio e capire esattamente cosa stai facendo. Abbiamo programmato il nostro prossimo disco per marzo o aprile di quest’anno, e mi farebbe molto piacere riprodurre uno dei tuoi lavori sulla cover. (…) Sarei molto grato se tu potessi prendere contatto con Peter Swales (…). Cordialmente, Mick Jagger».

Lapidaria la risposta di Escher, inviata a Swales: «Egregio Signore, alcuni giorni fa ho ricevuto dal signor Jagger una lettera che mi chiede di disegnare un quadro o di mettere a disposizione un mio lavoro inedito da riprodurre sulla custodia per un LP. La mia risposta a entrambe le richieste deve essere no, in quanto voglio dedicare tutto il mio tempo e la mia attenzione ai tanti impegni che ho contratto. Non posso assolutamente accettare ulteriori incarichi o perdere tempo per la pubblicità. A proposito, la prego di dire al Signor Jagger che non sono Maurits per lui, ma, molto sinceramente M. C. Escher». 

M.C. Escher, Relatività, 1953

Se la critica ufficiale sembra non riuscire a catalogare il lavoro di Escher, i matematici e gli hippie ne sono entusiasti, aiutandone la diffusione. Le sue opere, in breve tempo, diventano popolari e si trasformano in biglietti di auguri, francobolli, piastrelle per pavimenti o edifici pubblici, come l’ufficio postale di Den Haag (L’Aja). Ancora. Nel tempo le creazioni di Escher sono diventate fumetti, copertine di dischi (“On the Run” dei Pink Floyd, e le copertine ispirate all’artista olandese di Mina e dei Nomadi), di riviste musicali e scientifiche, di opere letterarie, come nel caso delle “Cosmicomiche” di Italo Calvino. Anche il cinema ne viene affascinato: fra i lungometraggi più conosciuti ricordiamo “Labyrinth” con David Bowie e la saga di “Harry Potter”, con le rampe fatate di Hogwarts. E così, al di fuori degli schemi accademici, Escher conquista consenso di pubblico fino a divenire un vero e proprio “fenomeno”.

La copertina dell’album “non ufficiale” dei Pink Floyd “On the Run”, 1973

«Anche se la maggior parte dei miei temi mi sembrano obiettivi e impersonali – rifletterà in seguito Escher – ho constatato che quasi nessuno percepisce nello stesso mio modo ciò che si può osservare nel nostro ambiente». Ed è proprio questa la grandezza delle opere del maestro olandese: consentire ad ognuno di noi di perdersi nei suoi mondi immaginifici, stimolando curiosità e chiavi di lettura liberi e personali. Per ogni opera otteniamo una pluralità di visioni e un pensiero mai unico.

La sua arte fatta di mondi paradossali permette di costruire realtà improbabili perché, come dice l’artista: «Solo coloro che tentano l’assurdo raggiungeranno l’impossibile».

Francesca Gentili, critica d’arte

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SOLIDARIETA’ AI GIORNALISTI ANSA

SOLIDARIETA’ AI GIORNALISTI ANSA

Il Comitato Provinciale dell’Anpi di Ancona esprime solidarietà e vicinanza ai giornalisti dell’ANSA che in queste ore stanno scioperando contro il piano di riorganizzazione della loro azienda, che prevede pesanti tagli alle redazioni e ai collaboratori per poter raggiungere il pareggio di bilancio.

Il lavoro e la libertà di stampa sono tutelati dalla Costituzione Italiana, proprio per questo è indispensabile il serio lavoro svolto dai giornalisti nella lotta alle “fake news” ed in particolare il lavoro svolto negli ultimi difficili giorni garantendo un’ampia informazione durante l’emergenza “corona virus”.

L’ANPI della Provincia di Ancona si unisce all’appello al Governo e al Parlamento per intervenire nella trattativa e garantire al nostro Paese    una fonte di notizie imparziale e indipendente.

Anpi Comitato Provinciale Ancona

16-05-2020

L’autodistanziamento e il valore della risata

«E che sia benedetto l’umorismo, il modo migliore per resistere a tutto questo. Se riusciamo a ridere del Coronavirus, in realtà stiamo dicendo che non ci ha ancora portati alla paralisi totale. Che dentro di noi c’è ancora libertà di movimento nell’affrontarlo. Che stiamo continuando a combatterlo e che non siamo solo la sua vittima indifesa (più precisamente, in realtà siamo la sua vittima indifesa, ma abbiamo inventato un modo per aggirare l’orrore di tale consapevolezza e persino per divertirci con essa)» scrive lo scrittore David Grossman in un suo recente intervento sul Corriere della Sera.

Certo, non c’è niente da ridere, si direbbe. L’impatto del Covid19 ha dei numeri ben poco umoristici. Secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro – agenzia delle Nazioni Unite – andranno in fumo talmente tante ore lavorate che potrebbero essere cancellati 195 milioni di posti in tutto il mondo. In Italia le ripercussioni potrebbero riguardare 900mila occupati, se il blocco dovesse prorogarsi fino a giugno. Le conseguenze di questo rischiano di incidere gravemente anche sulla natalità. Secondo le stime dell’Istituto nazionale di statistica, la pandemia provocherà 2mila nuovi nati in meno rispetto alle previsioni del 2020 e una forte contrazione nel 2021, che potrebbe portare le nascite sotto i 400mila nati annui, un dato previsto nel 2032 “nell’ipotesi più pessimistica”. Per non parlare delle oltre 30mila vittime, ad oggi, solo in Italia.

A questo si aggiungono i dati di un’indagine sulla popolazione italiana condotta dall’Istituto Piepoli per il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi secondo cui il 62% degli italiani pensa che avrà bisogno di un supporto psicologico per affrontare il ritorno alla normalità, dopo i due mesi di lockdown. Non solo per la paura del contagio, ma anche rispetto alle preoccupazioni per il futuro.

Eppure di umorismo ci sarebbe un gran bisogno. Dovrebbe essere un farmaco fornito gratuitamente dal servizio sanitario nazionale, o distribuito in farmacia al pari delle mascherine di cui in questo momento non si può fare a meno. La risata costituisce un meccanismo importante di comunicazione sociale e di reazione al trauma, “l’unico vaccino contro la paura” sostengono gli psicologi. Proviamo allora a fare un discorso serio sul ridere.

La storiografia rende noto quanto l’uomo si sia rivolto all’umorismo – e ai suoi generi come comicità, ironia e satira – nelle più disparate fasi tragiche della storia. Nel Medioevo, il riso era bandito dalla chiesa che lo contrapponeva al salvifico pianto. Ma c’erano dei giorni in cui l’ordine si sovvertiva: a Carnevale l’allegria e i piaceri terreni la facevano da padroni, mentre i ricchi e i poveri erano indistinguibili perché mascherati. Una volta terminate le feste, il rigore e l’ordine tornavano imperanti nella società. E d’altra parte, nel nostro tempo della mascherina, non è forse il mascheramento l’elemento caratterizzante del carnevale antico e moderno? Dal 1500 – e per diversi secoli successivi – il popolo di Roma fece abbondante uso delle pasquinate: cartelli anonimi che nella notte venivano appesi al collo della statua di Pasquino e sui muri circostanti. Erano messaggi di satira dotta e popolare contro i papi e il loro governo tirannico, contro cardinali e curia e contro chiunque meritasse il biasimo. Una sorta di meme (immagini, citazioni che condividiamo sui social networks) ante litteram.

C’era spazio per la comicità anche all’interno dei lager nazisti. Alcuni cabarettisti ebrei che animavano le serate berlinesi prima del nazismo e delle leggi razziali, vennero deportati nei campi di concentramento. «I trasporti per Auschwitz naturalmente ci stavano – e ci stavano ogni martedì – ma intanto bisognava anche ridere!» racconta Jetty Cantor, fra le poche sopravvissute della compagnia teatrale Gruppe Bühne di cui faceva parte, nel libro “Ridere rende liberi” della storica dell’antropologia Antonella Ottai (Quodlibet Edizioni, 2016). La brutale paradossalità di questa affermazione dimostra quanto sia lecita la risata in un contesto di dolore nel quale avrebbe dovuto essere interdetta. E soprattutto sulla sua normalità in un contesto di eccezione. Perché all’inganno che il lavoro potesse essere l’unica via per evadere dalla realtà dei campi di concentramento (Arbeit macht frei – il lavoro rende liberi – era scritto sui loro cancelli) il popolo ebraico si è opposto con la sua comicità e il suo proverbiale senso dell’umorismo, cercando la propria libertà anche all’inferno.

Sarà capitato a tutti di leggere in questi giorni di lockdown meme divertenti. Da “Prenderemo una quarantena di chili”, “Una buona notizia: l’infedeltà è scesa del 99,9%”, “Andrà tutto bene in un modo o nell’alcool” fino a ironizzare sui prezzi dell’Amuchina, paragonata al nuovo champagne. Dopo l’approvazione del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 26 aprile, il termine “congiunto” è stato non solo oggetto di polemiche, ma anche il più ricercato sul web e protagonista assoluto dell’ironia. Una delle migliaia di meme recita: “Vendesi congiunto (marito) usato pochissimo. Termoautonomo: già capace di vivere senza la mamma. Ideale per portare fuori la spazzatura”.

Anche il contributo dell’arte è stato notevole. Chi non si è imbattuto in Amore e Psiche di Antonio Canova trasformata in Amore e Psicosi, nella Monna Lisa di Leonardo da Vinci con la mascherina o nell’Amuchina che unisce le due mani della Creazione di Adamo di Michelangelo Buonarroti?

Allo stesso modo il Museo degli Uffizi di Firenze ha ironizzato sui divieti dettati dal Covid19, caricando dei brevi video sull’applicazione Tik Tok, utilizzata principalmente dagli adolescenti.

Uno di questi ha come protagonista la Sacra Famiglia – conosciuta anche come Tondo Doni – di Michelangelo Buonarroti che dice “Quando sei in quarantena e non hai attrezzi per fare workout” mentre la Madonna esercita i bicipiti sollevando il Bambino a suon di musica techno.

«Serve ad avvicinare le opere a un pubblico diverso da quello cui si rivolge la critica ufficiale, ma anche a guardare le opere in modo diverso e scanzonato. In un momento difficile come questo, è importante, ogni tanto, concedersi un sorriso e un po’ di autoironia. E se è possibile farlo grazie alla grande arte, ancora meglio» ha spiegato il direttore del museo Eike Schmidt.

Utilizzare l’umorismo come strategia per fronteggiare quanto di spaventoso sta avvenendo intorno a noi, permette di moderare le emozioni negative, mantenendo una prospettiva realistica e maggiormente gestibile. Questo, è bene sottolinearlo, non vuol dire sminuire o dimenticare i problemi. Significa “autodistanziamento”, affermava lo psichiatra e filosofo Viktor Emil Frankl, fondatore dell’analisi esistenziale, metodo che ha evidenziato il nucleo profondamente umano e spirituale dell’individuo. Autodistanziamento inteso non come quello che ci viene imposto per evitare il contagio, ma come «la capacità di prendere le distanze nei confronti di se stesso e dei propri problemi» che incoraggia la resilienza, intesa come «forza di resistenza dello spirito identificata come la capacità di distanziarsi sia da se stesso che dall’ambiente tramite una modalità eroica, come può essere quella di mantenere la propria integrità spirituale nei campi di concentramento, o anche attraverso l’umorismo e l’autoironia» scriveva Frankl (Uno psicologo nei lager, Ed. 2009).

La relazione tra umorismo e resilienza è quindi a tutti gli effetti un fattore di protezione e sviluppo di quest’ultima. Ridere è un toccasana non solo a livello cognitivo per i motivi appena descritti, ma anche a livello fisiologico perché, secondo numerosi studi, stimola la produzione di endorfine, i neurotrasmettitori del piacere, che contrastano il cortisolo prodotto dall’ansia, riequilibrando il nostro sistema immunitario e determinando una forte sensazione di benessere. Sperando che di virale diventi solo la risata.

Mariangela Di Marco

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I paesaggi e i loro Partigiani

Aimaro Isola

Torinese, classe 1928, Aimaro Isola, professore emerito del Politecnico di Torino, accademico nazionale dell’Accademia di San Luca a Roma, accademico nazionale dell’Accademia delle Scienze a Torino, è un famoso e prestigioso architetto, e, a 16 anni, partigiano, quando viveva con la sua famiglia in un castello di Bagnolo Piemonte. In un’intervista a Repubblica dell’aprile del 2019 racconta: «Abbiamo ospitato in casa i comandanti della Liberazione e i partigiani: tra cui Pompeo Colaianni, Eraldo e Felice Burdino. Sa, la vera educazione l’ho ricevuta da loro. Sono cresciuto con loro. Tutta la mia famiglia in quel particolare periodo si è data da fare: mia zia aveva messo su un ambulatorio per curare i combattenti feriti. Mia madre era soprannominata “la Regina dei partigiani”. Ricordo i rastrellamenti continui. Tutti sapevano cosa facevamo e chi ospitavamo eppure ci siamo salvati». «Mi sono unito alla 105a Brigata Garibaldi e ho partecipato alla liberazione di Torino».

Pubblichiamo questo suo sorprendente ed inedito scritto dell’aprile 2020 – un vero e proprio saggio – sui paesaggi. Ecco, i paesaggi e i loro partigiani che vi scorrono come l’acqua nel letto di un grande fiume, e riconosciamo fra i tanti il comandante “Barbato” Pompeo Colajanni, il comandante “Petralia” Vincenzo Modica, il comandante “Martelli” Raimondo Luraghi, “Balestrieri” Felice Burdino, Emanuele Artom, il commissario “Pietro” Pietro Comollo, “Simone” Plinio Pinna Pintor, “Mirko” Giovanni Guaita, “Jack”, la staffetta Meris, la staffetta Camilla ed altri, ed altri ancora.

Ricevuto questo testo in una corrispondenza privata con Aimaro Isola, lo storico Giovanni De Luna gli ha così risposto: “Aimaro, mi ha emozionato e commosso. È una lettura tanto splendida quanto nuova della Resistenza. Il tuo paesaggio è quello descritto dagli uomini; ma tu saresti in grado anche di far parlare le pietre di quel paesaggio, raccontare dal punto di vista delle baite il loro momento di gloria – quando divenner “basi” partigiane –, nei loro momenti di declino (l’abbandono, la rovina, il crollo tra gli sterpi e l’incolto). E questo vale per la montagna ma vale anche per gli spazi urbani di Torino liberata; una Resistenza raccontata dai luoghi e che sulla base dei luoghi sceglie i suoi eroi e propone la sua storia: ecco la gemma che è racchiusa nel tuo racconto”.

 

…e seppellire su in montagna/ sotto l’ombra di un bel fior…

Può essere strano, ingenuo credere che i partigiani si fermassero, in armi, ad osservare il paesaggio. Avevano ben altro da pensare. Ma forse il paesaggio è, ma non è soltanto, luogo ameno, panorama, natura osservata esteticamente. Questa è la definizione di paesaggio che ci ha lasciato Joachim Ritter e che si è consolidata nel tempo. Nel 600 il paesaggio si emancipa, non è più soltanto sfondo; diventa, presso i romantici, protagonista degli eventi, spazio di elaborazione di modelli di vita ed oggi si stempera in valori economici e politici: la sostenibilità, l’ecologia, eccetera.

Certamente i partigiani guardavano il paesaggio per individuare le postazioni dove nascondersi, quelli in cui sviluppare le proprie tattiche, le opportunità di attacco e di fuga.

Sfogliando diari, letterature, storie, racconti di quei tempi e cercando tra i miei ormai sbiaditi ricordi, mi pare sia possibile cogliere nei paesaggi della Resistenza, questa assoluta priorità tattica, ma forse anche si potrebbe notare qualche cosa in più e non del tutto secondaria. Il paesaggio non è spettatore indifferente, ma, in qualche modo, appare partecipe delle azioni degli uomini.

Il paesaggio di queste valli tra  Bagnolo e Barge, con centinaia di baite e  case di pietra abbandonate perché incendiate e saccheggiate nei rastrellamenti, i buchi anneriti dal fuoco delle porte e delle finestre, fa segno del trauma che queste terre hanno vissuto in quei mesi: il passaggio dal “mondo dei vinti” (N. Revelli) a quello dell’abbandono delle campagne e della montagna, all’oggi, alle impronte sui territori lasciate dall’industria, dalle comunicazioni, dal turismo. Quelle baite, già in parte abbandonate, “si trasformarono in ricoveri eccellenti per le bande avendo in sorte un irripetibile momento di gloria per consegnarsi di nuovo all’oblio e alla rovina” (G. De Luna). Il reticolo dei sentieri partigiani, su per queste montagne, ricalca la trama dei percorsi dei pastori che portavano agli alpeggi le “bestie”; le vie che le bande seguivano quando hanno ripiegato in Francia erano le stesse vie battute dei contrabbandieri che “passavano” la frontiera. Chi non conosce questi sentieri non è stato partigiano, scrive Fenoglio negli appunti partigiani. Le rocce, i boschi, i valloni, le grotte che hanno accolto nei secoli passati eretici e ribelli hanno nascondigli che hanno protetto le bande durante i rastrellamenti. Abitare è lasciare impronte, diceva Benjamin: nel paesaggio, come nei linguaggi e nei mestieri, si depositano le nostre memorie. Quando sono distrutte una parte di noi se ne va.

“La Resistenza rappresentò la fusione tra paesaggi e persone”, annota Calvino nella Presentazione a Il sentiero dei nidi di ragno.

Sovente i luoghi dove è passata la violenza, dove si nascondevano gli osservatori e le sentinelle per vedere senza essere visti, dove compiere imboscate e attaccar battaglia, son gli stessi luoghi nei quali ci fermiamo durante la passeggiata per godere il bel panorama, o nei quali vorremmo abitare per vivere tranquilli.

Credo che oggi dovremmo riconoscere come in quei tempi, durante la guerra partigiana, dalle valli alpine alla Langa, si sperimentano e si istaurano, con i luoghi e con gli abitanti, rapporti autentici perché costruiti sul contatto diretto, cercato giorno per giorno, con le specificità dei luoghi sperimentando nuovi modelli di vita.

Se lo sfollamento dai grandi centri urbani già aveva posto alcune precondizioni sparpagliando, imprevedibilmente, nuovi abitanti giunti dalla città nelle campagne, la guerra partigiana, in molti modi, apre e costringe a comportamenti rapporti umani, uso del territorio abitato, economia delle risorse che  rovesciano e contrastano paradigmi che sembravano allora consolidati, perché istaurati nel ventennio fascista, istituiti sulla retorica e l’ideologia totalitaria e nazionalista, l’autarchia anche del territorio, evidentemente indirizzati, fin dagli inizi, alla gestione di una economia di guerra.

Nei dibattiti che avvenivano dentro e fra le varie bande, emergono sovente tensioni che rispecchiano, in qualche modo, la consapevolezza e la necessità di dover interrompere, anche su questo terreno, possibili ambiguità con quei Regimi che si stavano combattendo. Credo che oggi, in condizioni economiche e politiche mutate, ma in continuità con le premesse di allora, occorrerebbe ripensare i nostri atteggiamenti verso la natura e verso i paesaggi abitati che ci stanno, anche ora, interpellando.

Guardare oggi i luoghi tra storia geografie e memoria ci insegna a cogliere questi “paesaggi con figure”, non tanto come natura estranea ed indifferente alle cose dell’uomo, o come luogo estetico fermato nello spazio e nel tempo, immagine fotografica, ma come segni, come elementi attivi che agiscono nei mutamenti radicali di paradigmi antropologici e di modi di vita.

Forse come nel nostro cervello, nei luoghi dove si è scatenata la violenza si incorporano e si sedimentano tracce, segni, si inscrivano significati che, ce ne accorgiamo o no, entrano a far parte delle nostre memorie, del nostro immaginario collettive, segnano il nostro presente, ci appartengono e, come il linguaggio, parlano in noi.

E se muoio da partigiano| tu mi devi seppellire/ e seppellire su in montagna/ sotto l’ombra di un bel fior/ questo è il fiore del partigiano/ morto per la libertà…Bella ciao. Ciao…

Bella Ciao ha una “avventurosa e intricata storia” di radici incerte; era canzone popolare, dicevano delle mondine della valle padana. Se ben ricordo, non era cantata dai partigiani di queste mie valli, ma circolava, variamente declinata, tra i partigiani dell’Abruzzo e delle Langhe, (ne ha scritto C. Pestelli e, recentemente, C. Bermani). Quassù si cantava Fischia il vento, su l’aria della Katjusha, giunta dal fronte del Don, Bandiera rossa e l’Internazionale. Bella ciao, però, anche se non cantata allora da tutti, si è affermata come simbolo potente per tutti quanti oggi si riconoscono nel segno della Resistenza.

La Resistenza è Storia, ma è diventata anche mito. I grandi miti, nel tempo, si sono secolarizzati. I miti non succedono alla Storia ed alla ragione, come speravano gli illuministi, ma mito e ragione, narrazione e storia viaggiano insieme si confrontano, sovente configgono (Blumenberg). Al contrario della ragione e come l’oracolo, il mito non afferma e non nega, ma pone domande, “fa segni”, Il mito è un racconto che si ripete e che deve essere interpretato. Oggi nuovi miti, nuove narrazioni succedono alle antiche. Alcune avvelenate, la Sparta del nazismo, la Roma del fascismo. Altri miti, più ambigui, ancora ci interpellano, esigono risposte. La Resistenza è prima di tutto storia, date, fatti, ma, oggi, nelle immagini, nelle canzoni, nella letteratura, nei paesaggi, tra agiografia, negazione e indifferenza, ci giunge anche come mito, e, come ogni mito, si rinnova, pone domande, esige nuove risposte, nuove immagini.

La montagna, il fiore, gli Eroi.

…. su in montagna / Sotto l’ombra di un bel fior. L’ombra di un fiore in montagna racconta, nel mito, un paesaggio partigiano. Un “paesaggio con eroe”.

In Grecia l’Eroe (Kerenij, Guidorizzi, Bettini) è, oggi si direbbe, un “Famoso”. L’Eroe è un guerriero invincibile, è uomo, ma per fama diventa immortale, immortale quasi come gli dei dell’Olimpo. Il paesaggio che fa da sfondo agli Eroi della Grecia è epico. Achille ed Ettore si scannano sotto le splendide, imponenti mura di Troia, le ceneri di Achille, raccolte in una ricca anfora d’oro, sono esposte in un vistoso tumulo, nell’Ellesponto, di fronte al mare. Il Mediterraneo ceruleo è lo sfondo della “ventura” di Ulisse che finisce, forse, nella terra degli Iperborei. I protagonisti romantici vivono e muoiono nei loro giardini, l’eroe dei due mondi, fatta l’Italia, finisce nel suo letto di Caprera. Gli eroi della Resistenza combattono tra i sassi e fango, muoiono nelle tristi celle di via Asti. L’eroe moderno è eroe perché, senza retoriche, ma con misura, quando è giusto, per un bene comune, si sporge offrendo sé come dono. In questo, credo, sta la bellezza dell’eroe moderno.

Artom (Diari di un partigiano ebreo) dopo le torture, “fu fatto sfilare a cavallo di un asino con indosso un ridicolo copricapo, una scopa sotto il braccio, il volto tumefatto”. Il corpo, sepolto in un bosco presso Stupinigi, non è mai stato ritrovato.

Fanfulla è portato, coraggiosamente giù a valle, da mia madre

Il corpo del partigiano Fanfulla è portato coraggiosamente, giù a valle, dalla montagna, quassù sopra Bagnolo, da Pian Cassine, con il cavallo e un carretto, da mia madre e dal Prevostro, sfidando l’ordine perentorio dei fascisti.

Fra il sospiro quieto delle cime, /dorme in un prato d’orchidee, mosse / dal vento appena una bara sola…/ Ed accanto, brandello di montagna / Rosso come sangue, era posto un cespo / Di rododendri e genzianelle azzurre. “Poesia piena di luoghi comuni – ma il mondo è ben un luogo comune”, così mia sorella Leletta annotava a margine di una sua poesia compresa nei Quaderni nascosti, poesia pubblicata nel giornale partigiano La Baita.

Per Martelli il fiore è fiore di fuoco: “Ora la primavera stava sbocciando in un fiore di fuoco. Giù in pianura i nostri arrancano, bombardamenti di artiglieria, aerei della Luftwaffe”. E Barbato scrive Martelli “con alata immagine definisce una nuova postazione della banda: “i pascoli del cielo della lotta partigiana”. Le foglie e la vita, ritrovarsi vivi. Martelli: “guarda! Lì sui ramoscelli di un cespuglio, una serie di foglioline verdi di un verde puro, smeraldino erano appena sbocciate (…) le foglie della nuova primavera che si avvicina” e concludeva subito: “e noi siamo ancora vivi!” (…)” Avevamo attraversato il passaggio pauroso e crudele del terribile inverno”. E la sera, discesi in pianura annota: “che sere piene di stelle, su quel mare di colline!”.

Ma arriva anche l’autunno, Balestrieri, nel diario, è un po’ meno ottimista: “ora c’è il sole tiepido di metà settembre che dà un senso di benessere e di pace: le foglie dei castagni cominciano a ingiallire, alcuni cespugli sono ancora fioriti, la natura manda un messaggio di serenità. Noi invece corriamo a uccidere o essere uccisi (…)”. Balestrieri era lettore attento di Leopardi e di Montale.

Anche un giardino può essere spazio di bellezza e di guerriglia. Mio padre accompagna Balestrieri che scrive sul diario: in “visita al parco, con il suggestivo viale di carpini: mi diverto a cercare nascondigli (…); poi faccio una breve dimostrazione di arrampicata sul muro di cinta”, in quei nascondigli abbiamo, pochi giorni dopo, nascosto gli sten e le munizioni.

Ma arriva l’inverno: Petralia nelle sue memorie: “le piante incominciano a spogliarsi delle foglie, il nemico poteva individuare facilmente le nostre postazioni”.

In principio è la montagna.

Vincenzo Modica, siciliano, è un brillante ufficiale di cavalleria, sarà il valoroso comandante partigiano Petralia. Il giorno dopo l’otto settembre del 43, è con Pompeo Colajanni anche lui siciliano e ufficiale di stanza a Cavour. Così Petralia ricorda e sottolinea in Dalla Sicilia al Piemonte, storie di un comandante partigiano: “Vedete quelle montagne? Presto saranno piene di veri italiani (…) sono le parole che l’amico tenente Colajanni ripeteva a noi giovani ufficiali durante le passeggiate sotto i viali”. In quel giorno, in quella piazza ha inizio, in queste terre, la guerra partigiana. Lassù, su quelle montagne, tra le monumentali cave di pietra, Petralia posterà i suoi partigiani.

Ma quelle montagne saranno nemiche, amiche, oppure indifferenti?

I protagonisti dei romanzi di Rousseau, di Goethe arrivano nei luoghi delle tormentate loro vicende attraversando montagne e valloni terrificanti. Anche il Sublime di Burke e di Kant e caro ai romantici, con il tempo, si secolarizza. Castorp, “un semplice giovanotto” protagonista della La montagna magica di Thomas Mann, evade dal tranquillo sanatorio, si arrampica tra la neve sulle montagne, si perde nelle nebbie e nella tormenta, sviene, ma “solo le Alpi nevose e torreggianti ispiravano sentimenti di sublime santità”. Nelle ultime pagine vediamo il pavido Castorp scendere a valle, nella pianura dove c’è la guerra. Nell’assalto alla baionetta, esce dal bosco e, tra lo scoppio degli schrapnell, cade faccia in giù, nel fango.

Appartiene ancora al Sublime, ma non più romantico, la descrizione del paesaggio che Martelli osserva mentre sale in montagna per aggregarsi alle bande partigiane: “presto l’imboccatura cupa e grandiosa della Val Luserna si parò davanti a noi, La strada entrava in una strettoia ove, in basso, muggiva il torrente dalle acque spumose. Da entrambi i lati incombevano forre quasi a picco. Non mi ci volle molto per apprezzare la formidabile forza difensiva della Valle”.

Nella guerra partigiana, la montagna ed il paesaggio non sono solo allegorie o metafore. La montagna, la fatica dei corpi nella salita verso la vetta sono realmente, incarnano, per i partigiani, la Resistenza, gli ideali della lotta. Qui, sono in gioco non solo la vita, ma il riscatto, la dignità, la libertà.

Emanuele, inseguito, non regge, si lascia catturare

Salire: così Emanuele Artom in una delle ultime pagine del diario: “può essere che in futuro questo mio pessimistico e spregiudicato diario possa fare cattiva impressione: si dica che io arrampicandomi per la montagna, mi fermavo a osservare sterpi e sassi (…) e non guardassi la vetta e il paesaggio. Errore, errore. Se non vedessi vetta o paesaggio non farei la dura salita, ma per paura di retorica preferisco tacere gli alti ideali”. Ancora poche pagine e il diario si interrompe. Nel tentativo di attraversare la montagna per raggiungere la Val Pellice, i suoi compagni riescono a fuggire, ma, stanco e stravolto da notti insonni, Emanuele, inseguito, non regge, rinuncia di proseguire, si lascia catturare.

Qualche frammento del diario tra paesaggi e guerriglia: “Poi uscii; una splendida mattina tiepida, prati ancora verdi, il cielo luminoso, le montagne bianche che sembravano grandi templi”. Pochi giorni dopo scrive la poesia: Ancora andare andare. Vivere la guerra/ (…)/ sempre pestare questa grigia terra/ sempre pestare questa fredda mota. Il paesaggio è sofferenza: “Grandine grossa, acqua tinta e neve per l’aer tenebroso si riversa”. Ma il paesaggio è pur sempre paesaggio culturale: “in questa vita di strapazzi qualche po’ di letteratura ha un fascino riposante. Mi pareva di esser Ciacco”. E ancora qualche giorno dopo sulla strada per Cavour, con Balestrieri, prima del combattimento: “per la strada guardavo il sole luminoso e il cielo azzurro pensando: sarebbe un peccato morire in una così bella giornata”. Non sa se questo pensiero è spontaneo oppure se “rispecchiasse un motivo letterario piuttosto sfruttato”. È l’ultimo giorno dell’anno: “dalla parte di Bagnolo ieri sera si vedeva una gran nuvola di fumo che si alzava sotto la luna (…). Pensavo guardando da quella parte, a tutto il dolore che nascondeva la caligine, anche più nera in confronto col candore della neve”; bellissima, sintetica immagine dell’eccidio di Bagnolo.

Eroe tragico, Emanuele Artom, intellettuale, studioso dell’ebraismo e di Plutarco. Il rigore etico, esistenziale e religioso si scontra con la durezza del reale, l’indifferenza della natura, l’ostilità degli uomini. Anche le montagne che prima aveva sportivamente scalato, ora sono vissute come tormento. Soffre le contrapposizioni ideologiche tra le bande: “I brutti episodi sono numerosi”. Da Giustizia e Libertà – viene comandato presso i Garibaldini. Le delusioni si sciolgono, soltanto, nell’abbraccio del Comandante Barbato, che lo elogia per il comportamento eroico tenuto nel duro conflitto con i tedeschi nella piazza di Cavour.

Eroe positivo è Balestrieri: saggezza e coraggio. Ormai gli Eroi, anche loro, si sono secolarizzati. La metis, la timé, la aristeia di Achille e di Odisseo si concludevano già con orrendi macelli e violenze.

Nel “Diario partigiano”, Balestrieri, invece, così definisce il coraggio: “Il coraggio è fatto soprattutto di puntualità assoluta nei momenti critici e decisivi; è tramontata per noi l’immagine oleografica del combattente d’altri tempi che al grido di “Savoia” si lancia nella mischia, cadendo dopo pochi passi colpito in pieno petto e, spirando, pronunciava ancora parole di incitamento e di saluto alla Patria”. Cura meticolosamente la preparazione militare della sua squadra, l’efficienza delle armi e, contemporaneamente, trova risorse nei luoghi, ne studia attentamente le opportunità tattiche, è amico del parroco, frequenta i contadini con i quali rinnova tradizioni locali, va ospite, procura a tutti vettovaglie. Ricordo che, più volte, a guerra finita, ha affermato che senza la fiducia, sovente eroica degli abitanti di queste terre, i partigiani “non sarebbero sopravvissuti un solo giorno”.

Nella stessa pagina del Diario partigiano di Balestrieri, troviamo il tempo della guerra, ma anche quello dedicato alla cura di sè, dei rapporti con il territorio e con la gente. Il corpo è continuità con il paesaggio. Racconta le battaglie nelle quali rischia la vita per liberare partigiani catturati dai tedeschi, scontri che hanno avuto come scenario le vie e le piazze di Barge e di Cavour, commenta le tattiche di queste azioni occorre abbandonare la guerra di conquista del territorio, ma,  deterritorializzare la guerriglia e nelle stesse pagine annota  accuratamente dove ha dormito, cosa ha mangiato mele cotte, polenta, maiale , quando si è  tolto i pidocchi. Si compiace per aver costruito un forno: “promosso al rango di ‘garzone fornaio’ faccio del mio meglio sfruttando l’esperienza che mi son fatto l’autunno scorso…”, descrive la vita con i contadini e con la gente di Barge e di Bagnolo e le letture che consiglia ai loro figli, è pur sempre il professore di lettere Felice Burdino. Poi racconta: “ci siamo messi un po’ eleganti (!) per partecipare al pranzo dalla baronessa. Il pranzo è raffinato ma nel tagliare il pasticcio di riso succede un piccolo guaio” (…). “Nel pomeriggio ci buttiamo a preparare il ‘Giornale murale’, con scintillanti ironie per il buon Mirko”.  Seguono lunghe discussioni serali: “lunghe e vivaci conversazioni su argomenti vari: Resistenza, letteratura, storia; per qualche ora la vita quotidiana sembra svanita, cosa di un altro pianeta”. Dedicherà il “diario partigiano’ agli amici di allora; a mio padre ed a mia madre, alla zia Bibi “meravigliosa infermiera e all’indimenticabile Leletta e Aimaro”; alla gente di Barge e Bagnolo che, “anche dopo le orrende rappresaglie nazifasciste, (…) ha continuato a darci il suo appoggio, senza chiederci nulla”. Nelle pagine del diario, Balestrieri – nel narrare le posture del proprio corpo, l’empatia con questa “gente” e con questi territori, cioè con il ‘panorama abitato’ – sembra voler marcare la cesura che lo separa dalle retoriche di quel Regime che, proprio lì, stava combattendo. E, mi pare, nei racconti del Diario, risplenda, pur nei continui guai della lotta, l’atmosfera tersa delle montagne e delle campagne, contrapposta alle lugubri immagini delle città dove si asserragliavamo le brigate nere, ai teschi cuciti sulle divise, alle orrende celle di Via Asti. Paesaggi di vita e non di morte.  Fenoglio scriverà: Primavera di bellezza.

Il Monviso, per Balestrieri, più che un semplice landmark nel paesaggio, è maestro di vita. Rientrando eccitato dalla spedizione al campo di Murello, dove distrugge al suolo 32 aerei tedeschi: “Alzo gli occhi all’amato Monviso che campeggia imponente all’orizzonte, splendido nel cielo terso invernale e sembra dirmi, con la sua saggezza distillata nelle ere geologiche: povero ragazzo, chi credi di essere diventato? Accolgo il tacito messaggio come un viatico per l’avvenire”.

Le buche.

Il Castello, circondato da fitti boschi, poco sopra il Palas

Il panorama, nella difesa, alle volte, si riduce ad una buca scavata nel cortile o tra le vigne: “sotto una gran catasta di legna e fascine di sarmenti, con una stretta botola per entrarci (…) all’interno un buon strato di paglia pulita. Per depistare i tedeschi, hanno versato urina di vacca in due ampi cerchi”. Fenoglio, Appunti partigiani: nei tempi di calma si facevano un buco in terra e ora ci si calavano (…); quasi tutti l’avevano il buco ma ora i tedeschi scavano giusto, ti tirano per i capelli, e fanno sporgere quel po’ di testa che basta a collocarci una rivoltellata, tanto sei già sottoterra”.

I tedeschi irrompono nel cortile del Palas. Mirko, Giovanni Guaita, riesce a sbarazzarsi del foglietto che aveva in mano con il messaggio cifrato del prossimo “lancio”; viene preso, ma più tardi fortunosamente rilasciato. Simone, cioè Plinio Pinna Pintor, più compromesso, si precipita nella buia buca di quella che una volta era la nostra ghiacciaia. Dal Diario nascosto di Leletta: “quando sono arrivata con la polenta, è saltato mezzo fuori, ho esclamato ‘dalla cintola in su tutto il vedrai’.

Lo scenario di quel cortile ha avuto un ruolo importante. È ben descritto da mio padre, Vittorio Isola, in due acquarelli. Nel primo si vede la porta d’entrata del Palas, cioè la nostra casa a Bagnolo e sopra l’antica scritta: An open door and a greting hand. Da quell’ingresso entravano e uscivano continuamente i comandanti partigiani. Il disegno è un ex voto: Paolo, circondato dai soldati tedeschi, è disteso a terra, ferito gravemente. Lo lasceranno lì, riconoscendone il valore dimostrato durante il combattimento del Turle. Lo pensavano già morente. Medicato da zia Bibi – in casa aveva organizzato un ambulatorio per i partigiani – sarà, più tardi, clandestinamente, portato e guarito a Pinerolo.

In quello stesso ambulatorio si rifugerà Martelli, ferito gravemente ad un braccio da una bomba a mano, in un terribile agguato ordito dal fascista Novena a Bagnolo, alla Madonnina. Si salva miracolosamente. Arriva in piena notte da noi, al Palas. Curato da zia Bibi, “nostra infermiera dalle mani magiche”. Lo accompagnerò su in montagna. Nella zona circolavano ancora le pattuglie fasciste. Scriverà più tardi in Eravamo partigiani: “Aimaro si era già preparato, silenziosamente, come se quella sortita nel cuore della notte fosse cosa ovvia. Capii quale forza morale ci fosse in quel ragazzo”. Avevo sedici anni appena compiuti. Martelli, sarà Raimondo Luraghi, professore di Storia militare Americana.

Nel secondo acquerello di mio padre, il pozzo e le facciate del cortile sono ben definiti. Si vede un camion partigiano in partenza verso la pianura alla Liberazione di Torino. Si distinguono, anche se in modo un po’ immaginifico, il comandante Barbato, c’era la staffetta Camilla che aveva trasmesso a tutte le bande della zona l’ordine di convergere su Torino e, tra gli altri garibaldini, pronto per la spedizione, c’è un giovanissimo Aimaro. Fazzoletti rossi, armi, atmosfera di festa.

Il Castello di Bagnolo, circondato da fitti boschi su un rilievo del terreno poco sopra il Palas, ai piedi delle montagne si impone nel paesaggio. È stato osservatorio, e sede del Comando delle Brigate Garibaldi. Simbolo visibilissimo della Resistenza, è preso più volte di mira dai cannoni tedeschi. Ma è anche sicuro rifugio ipogeo. “Quando portai l’avviso del rastrellamento, una questione di secondi, sulla collina di fronte si vedeva già la fila dei tedeschi”. Così Leletta nel Diario: “Gli otto partigiani di stanza al Castello spariscono nella oscura canna di un antico trabocchetto compreso nel muro di cinta, dietro ad un fico”. A stento il rifugio contiene tutti gli uomini, le armi e le macchine da scrivere. Il Commissario Pietro entra solo quando è sicuro che tutti gli altri siano in salvo. Una parentesi: nelle sue memorie, Il Commissario Pietro, dove Pietro Comollo racconta la propria tormentata vita, non c’è mai una descrizione dei luoghi che attraversa. L’attenzione è tutta tesa alla lotta politica e ai rapporti, sempre straordinariamente sereni ed attenti, con con le persone che via via incontra. Ma è proprio in queste attenzioni, nella tensione etica, politica, nei rapporti con i personaggi che frequenta, che anche i luoghi, i paesaggi dei suoi racconti, appaiono sempre evidentissimi. Alle volte è sufficiente un nome geografico per connotare un paesaggio: Valgrana, “un fazzoletto dell’avara terra di montagna”,  la Torino operaia, la Barriera S. Paolo, il Circolo socialista, il lavoro nelle “boite”, le strade con i cortei di protesta e le relative bastonate fasciste, la caserma di Artiglieria, la Mole Antonelliana con la bandiera rossa che sventola, l’aula del Tribunale Speciale, Porta Nuova attraversata con le catene ai piedi, le galere fasciste: Regina Coeli, le carceri di Padova, San Vittorie, poi Ginevra, Parigi e Mosca alla scuola Leninista, Bruxelles, in giro, clandestino e ricercato in Francia e in Italia, il Carcere di Marassi, il confino a Ponza e ritorno a Valgrana, e, infine, l’arrivo a Barge, l’incontro con Barbato e Geymonat, la salita al monte  Bracco, la Liberazione di Cuneo.

Aggiungo un’immagine del Commissario Pietro. Qualche anno dopo, finita la guerra, un tram sferragliante, il numero uno, attraversa Torino. È gremito di passeggeri silenziosi. Da un capo all’altro due gridi: “Baronessa!”, “Pietro!”. Due signori, già molto anziani, attraversano, correndo, il vagone. I passeggeri si scansano, un lunghissimo, commosso abbraccio. I passeggeri guardano stupiti.

L’omone e il bambino in mezzo alle lucciole, tenendosi per mano

I fuochi e i falò.

I fuochi nella notte fanno parte del paesaggio partigiano. La guerriglia sfrutta il buio e la nebbia.

Si accendono fuochi nella notte quassù, sulla montagna, a Pian del Mar, per segnalare agli aerei alleati il pianoro dove effettuare i ‘lanci’ di armi, vettovaglie, vestiti. Sono fuochi felici. Alle volte, invece, i fuochi disegnano il dolore nel paesaggio: fiamme e fumo si alzano nelle valli dalle case e dai boschi incendiati dai nazifascisti.

Nei romanzi di Calvino, di Fenoglio, di Pavese dove si narrano vicende partigiane, la Storia si fa logos, letteratura, racconto, mito. E il mito si srotola, come sempre, tra luci e ombre.

Ne La luna e i falò, i falò scandiscono i ritmi del racconto. Pavese: “La notte di San Giovanni tutta la collina era accesa, i vecchi dicevano che fa piovere, ingrassa le campagne, ora si fanno in città”, “Ma di qui non si vedono”. Nota G. L. Beccaria nella splendida prefazione: “Il paesaggio rivive più nell’ambito del mito che nella realtà. Vedi la collina, l’altura, trasfigurata in simbolo, o la somiglianza-identificazione tra la donna e la collina. Luogo mitico per eccellenza: ogni irraggiungibile collina lontana” (…); “la ciclicità governa il tutto. Mutano soltanto le tracce degli uomini, del loro passaggio sulla terra, ma la terra, le forme delle colline restano”. La realtà si scioglie nel memoriale e nel simbolico. Pavese: “Non c’è niente di più bello che una vigna ben lavorata, con le foglie giuste e quell’odore di terra cotta dal sole di agosto. Una vigna ben lavorata è come un fisico sano, un corpo che vive, che ha il suo respiro e il suo sudore”.

L’ultima pagina de La luna e i falò si chiude con un fuoco sulla collina, anzi, con le ceneri, con ciò che resta di un falò. Finita la guerra si esumano i corpi dei fascisti seppelliti dai partigiani. Santina, “a sei, dodici anni bellissima”, da tutti desiderata, finirà spia delle Brigate Nere. Non è stata seppellita, il suo corpo… “non si poteva coprirla di terra e lasciarlo così. Faceva ancora gola a troppi. Ci pensò Baracca. Fece tagliare tanto sarmento nella vigna…Poi demmo fuoco. A mezzogiorno era tutta cenere. L’altro anno c’era ancora il segno, come il letto di un falò”.

L’ultima pagina dei Sentiero dei nidi di ragno, di Italo Calvino si chiude, invece, in uno splendente, catartico volo di lucciole. I due personaggi calvinianamente stralunati, Pin, il bambino rompiscatole, eroe tutto negativo, con la mitica pistola in mano, e il Cugino, eroe positivo con il mitra in spalla, finalmente, dopo molte avventure, si ritrovano insieme. Lasciano il misterioso Sentiero per raggiungere, nell’entroterra ligure, la banda: il buio punteggiato di piccoli chiarori: ci sono grandi voli di lucciole intorno alle siepi” (…); “a vederle da vicino, le lucciole – dice Pin – sono bestie schifose anche loro, rossicce. Sì – dice il cugino – ma viste così sono belle. E continuano a camminare, l’omone e il bambino, nella notte, in mezzo alle lucciole, tenendosi per mano”.

Racconti di Langa.

Meris si trovò a passare di lì, vide quelle scarpe e ci svenne sopra

Qui, più che gli uomini, combatte e vince la terra. Fenoglio, Appunti partigiani: “Non fu abilità nostra, né che loro fossero tutte schiappe. Fu, con la sua terra, la sua pietra e il suo bosco, la Langa, la nostra grande madre Langa”.

Le narrazioni delle origini ci possono anche travolgere in oscuri miti. Soffiando su una zolla Yahweh crea Adamo; con l’argilla del vasaio Prometeo forma l’umanità; le pietre gettate dietro alle spalle da Deucalione sono uomini, quelle di Pirra donne. Dalla “grande madre terra”, la Langa, si formano i personaggi e i racconti di Fenoglio. La letteratura qui celebra il rito della secolarizzazione e forse della fine del mito.  Occorre portare a termine il mito, diceva Blumenberg.

I personaggi, qui in Langa, si fondevano, erano in uno con l’albero, la vigna, la terra, l’osteria: “Johnny guardò ai ciglioni di queste creste, erano irti di contadini immobili, duri e scuri e senzienti come pali di vigna” (…); “il bello di quei tempi era che tutto si faceva a stagione”. Quando irrompe la guerra, il già difficile equilibrio salta. Gli invasori, tedeschi e fascisti, con cannoni e carri armati sono un ferro incandescente che si incunea tra uomini e paesaggi, rompendo i ritmi dell’agra vita di Langa. Ma sia tedeschi che partigiani, per salvarsi e per uccidere, devono ancora confondersi con i paesaggi: “ci siamo fermati sul ciglio d’una collina che visti da lontano potevano crederci alberi diramati”. “Guardò insù e in cresta spuntano elmetti come funghi e poi i tedeschi si affacciano a persona intera. Noi e loro stiamo un attimo a fissarci, come conoscenze da un marciapiede all’altro, a vedere chi saluta per primo”.

Ora alle tracce degli antichi sentieri si aggiungono nuove impronte: “Sull’aia della Langa ci sono ancora ben profonde le carreggiate degli affusti tedeschi. E buttati là i cartocci delle loro granate. Anche le donne di Langa non sono più come prima: la Santina di Pavese che “a dodici anni era la più bella”, diventa “la cagnetta e la spia” (…); “si ubriacava e andava a letto con le brigate nere”.

Seppellire su in montagna sotto l’ombra di un bel fior. Non è stato sempre così. Ora “la terra delle colline non riesce più a coprire i corpi dei partigiani”. “Jack non aveva sopra che un velo di terra, gli spuntavano due terzi delle scarpe divaricate” (…)”; La staffetta Meris si trovò a passare di lì e vide quelle scarpe ritte tra le margheritine e ci svenne sopra”.

Generato dalla terra di Langa, ma braccato dai tedeschi, il partigiano Rirí ritorna nell’utero della “grande madre”: “gli mancò il cuore. Rubò da una stalla una coperta da buoi, trovò chissà dove un chilo di castagne bianche, poi ci condusse al camposanto di Feisoglio. Chiese se anche a noi quella sembrava la tomba più sana, con il nostro aiuto ne rimosse il pietrone, ci si calò e quando più non sporgeva che con la testa, ci disse che facevamo bene a metterci con lui. Io dissi che noi si voleva crepare all’aria, sul ciglio delle colline”.

Alba da lassù appariva favolosa come un incrociatore di ferro nero

Dall’alto delle colline Il partigiano Johnny vede la città, Alba: “restò, solo più un attimo, per un ultimo indisturbato sguardo alla sua città: da lassù appariva lunga e compatta, favolosa, come un incrociatore di ferro nero, bloccato su un nero mare, qua piatto e là apocalitticamente ondoso”. Guarda la collina: “gli ultimi vapori dell’alba, così presto dissipati sulle colline, stavano sollevandosi in nulla anche sulla distante marina pianura, già esili all’ordito ed ora fantomatici contro le grandi spalle nude delle Alpi”. Castino brucia: il giorno “si stinse comatosamente nel cielo dove il gran fumo restava tenacemente imperante e miserabilmente mostrante le sue vili origini carboniose, e quella miseria si riverberò spettralmente su tutte le colline”. Solo lo scorrere eraclideo delle acque del Tanaro, danno speranza in un paesaggio pacificato. Nella stessa frase de Il partigiano Johnny l’aggettivo “pacifico” è più volte ricorrente: “tacquero, dipingendosi in mente la sua pacifica riva…le sue pacifiche acque…una pacifica fattoria…gente… pacifica…un pacifico santuario di fieno dove riposare”. Solo al di là del burrone c’è pace: “poi guardarono avanti, al precipite, boscoso scoscendimento, (…) al fiume con la sua anima di piombo e midollo di ghiaccio, all’altra riva”.

Scenario urbano.

Torino, 6 maggio del quarantacinque. Con la 105 brigata Garibaldi, sfilo, lo sten a tracolla, per via Roma. I partigiani raggiungono Piazza Vittorio, tra ali di folla entusiasta: la Liberazione, la fine della tragedia, la catarsi è compiuta. Il passato può ora diventare mito. Petralia è il porta bandiera. Barbato, che mi aveva voluto al suo seguito, mi vede, mi abbraccia: “ecco il più giovane dei miei garibaldini!”.

Raccolti da un camion dell’Intendenza, la mitragliatrice sulla cabina, dal cortile del Palas eravamo scesi nella pianura attorno a Torino. Si dormiva nei fienili, in officine abbandonate. L’ordine era di non attaccare, ma di attendere le disposizioni per entrare nelle città: i tedeschi, ancora in forze, controllavano le strade con blindati e aerei a protezione delle colonne in ritirata verso il Brennero.  Sovente bisognava saltare giù dal camion, acquattarsi in difesa nel bosco o nei prati primaverili. A Torino siamo entrati da sud. Dalle finestre, dai tetti, dalle macerie delle case bombardate, i cecchini ci sparavano addosso. Noi correvamo a stanarli di lassù.

Il paesaggio torinese, le case, le piazze, i giardini che mi accoglievano in quei giorni non erano più quelli che avevo lasciato bambino. Forse è stato quel paesaggio urbano violentato, i muri accuratamente sezionati dalle bombe, le macerie della casa dove ero vissuto, che hanno guidato – per un pensiero inconscio e pacificatore – il bambino che, come tutti bambini di allora, aveva giocato alla guerra, a diventare, infine, architetto.

Già in Via Roma nel ’37 avevo sfilato in divisa da Balilla. Era venuto a Torino Starace per l’inaugurazione del secondo tratto di Via Roma. Sostenevamo i “signa”, alte antenne di latta dorata con aquile imperiali e fasci littori. Ce li davamo sulla testa per giocare: secolarizzazione dei simboli?

Pochi anni dopo, avanguardista a cavallo, doveva arrivare il duce, passiamo di lì al trotto. I cavalli, non abituati alla città, scivolano rovinosamente sulle rotaie del tram. Si sentono imprecazioni non tanto rivolte ai cavalli, ma a chi ci aveva mandato lì.

Molti di quei partigiani che il sei maggio del quarantacinque sfilavano in via Roma avevano ancora negli occhi i “paesaggi con figure” delle montagne di Nuto Revelli o delle colline della Langa di Fenoglio.

Da quelle terre, da quelle colline e montagne sono riaffiorate, nella guerra partigiana, storie e miti antichi che lì giacevano sepolti. E dietro queste facciate e colonne di marmo di via Roma, cosa affiorava allora?

Via Roma negli anni 30, è tutta un cantiere. Mia madre, io bambino, mi portava in Piazza San Carlo a visitare il “padiglione provvisorio”, (un po’ Barocco e un po’ Liberty) con i negozi lì trasferiti. Ricordo le tazze di “bachelite”, la lana Rossi fatta con il latte. Quei prodotti dell’autarchia, allora brillanti e ben politicamente reclamizzati, dovevano in pochi anni diventare simbolo di miseria. La vecchia Via di Porta Nuova, giudicata troppo stretta, viene abbattuta. La regia della costruzione di via Roma è di Piacentini, chiamato a Torino “in quanto Accademico d’Italia” per “dare un tocco di ideologia ad un’operazione fondiaria di grande mole”, e a mediare tra gli architetti torinesi che si azzuffavano, divisi tra classicisti – il mito di Roma imperiale – e Modernisti. Ciò che li univa era solo la comune fede fascista. Il primo tratto sarà neoclassico, il secondo sarà neobarocco.

Ma la nuova via non nasce solo dalla mente di volonterosi architetti e oculati amministratori, ma dalle lotte operaie, sociali, sindacali che attraversano la Torino, città-fabbrica degli anni trenta.

Lo sviluppo che sembrava incontenibile della metalmeccanica, in quegli anni si sta inceppando. Il taylorismo di per sé non è sufficiente, se attuato in un solo settore. Il capitale finanziario accumulato nella produzione è elevato, ma concentrato nelle mani di pochi gruppi – assicurazioni metalmeccanica e non trova sbocchi. La crisi si presenta con migliaia di disoccupati espulsi dalle fabbriche. I disordini si fanno aspri e incontenibili.

Aspri e incontenibili sono stati anche gli scontri che, nelle fabbriche, hanno preceduto la Liberazione di Torino.

Si realizza la possibilità di semplificare la costruzione. Il cemento armato ed il ferro si prestano alla trasformazione; la manodopera artigianale ed i relativi sistemi costruttivi sono sostituiti da lavoratori a basso costo. Ecco la radice delle semplificazioni stilistiche e strutturali di Piacentini e compagni. Dal neoclassico al barocco, al liberty tutto può e deve essere asciugato. Arte e potere, ideologia ed architettura troppo sovente, marciano insieme. C’è, sullo sfondo, un orizzonte di guerra. La fondazione degli spazi urbani alle volte ci riporta il ricordo della violenza antica che ancor oggi traluce in molte architetture.

Non vorremmo, tutti, essere costretti a vedere, un giorno, sfilare, anche se con altre e diverse divise, nella Via Roma piacentiniana, altri ordinati Balilla e uomini in arme.

Così come ho sfilato io, un tempo.

Paesaggio e memoria.

Ho disegnato un “percorso”. Di lì si possono osservare I sentieri …

Qualche anno dopo la Liberazione Barbato, Montecristo decidono di postare una statua a Prarostino, sopra San Secondo di Pinerolo, a ricordo degli eccidi e della Resistenza. Pensavano, forse, a un partigiano che impugna il fucile o a qualche cosa del genere. Chiedono il mio intervento. Oltre all’architetto, allora facevo anche lo scultore. Ho invece disegnato e fatto costruire dai partigiani stessi, non una statua, ma un “percorso” che, da una roccia, si dispiega tortuoso, in dura salita, tra quinte di macigni per raggiunge su in alto, una ampia piastra belvedere. Di lì si possono osservare a monte i sentieri partigiani ed i luoghi dove si erano svolti i combattimenti e, a valle, la pianura, i paesi e le città che allora erano state liberate.

Tra questi paesaggi tralucono storie, racconti, miti e problemi che, ancora oggi, ci interrogano.

Aimaro Isola, architetto, professore emerito del Politecnico di Torino, accademico nazionale dell’Accademia di San Luca a Roma, accademico nazionale dell’Accademia delle Scienze a Torino


Tutti i disegni di questo articolo sono di Aimaro Isola

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