Addio al Partigiano Lelio Uncini, il ricordo di un grande uomo nelle parole di Fabio Rosa

Si è spento serenamente, all’età di 98 anni ben vissuti, il Partigiano Lelio Uncini, un ragazzo del ’22 che nel gennaio del ’44 seppe scegliere da quale parte combattere, unendosi alla Resistenza che operava nella provincia reatina. La storia post-armistizio del reatino annovera numerosi episodi di efferatezze compiute dalle truppe tedesche e dai fascisti del […]

Il ferroviere resistente

Oggigiorno la Resistenza è oggetto di rievocazioni e di un’attenta analisi per coglierne le motivazioni politiche, ideali e militari. Anche attraverso la pubblicistica si compie un utile lavoro di memoria e condivisione degli ideali democratici e progressisti.

A supporto del lavoro di ricerca storica, tra i tanti che hanno sacrificato la vita nella lotta contro la dittatura nazifascista è necessario ricordare Bartolomeo Meloni (Cagliari, 1990-Dachau, 9 luglio 1944), personalità che si espressa attraverso il coraggio e la dirittura morale. Nato nel capoluogo sardo da una nobile famiglia di Santu Lussurgiu, dopo la maturità conseguita al liceo Dettori di Cagliari, Bartolomeo continuava gli studi iscrivendosi alla facoltà di Ingegneria del Politecnico di Torino. Ottenuta brillantemente la laurea di ingegnere ferroviario, diventava ispettore generale delle Ferrovie dello Stato a Venezia, dove andrà a risiedere stabilmente.

Nella città della Laguna, l’ingegnere frequentava i circoli culturali, tanto da divenire amico di molti artisti veneti del tempo. Nel 1936 prendeva per un anno la tessera fascista, ma non aveva mai partecipato alla vita del regime. Armando Gavagnin, tra i fondatori del Partito d’Azione e sindaco di Venezia dopo la Liberazione, ricordava nel suo libro di memorie di averlo conosciuto e lo ricordava con queste parole: “Mi convinsi che Meloni era veramente il primo tra i ferrovieri, il primo per elezione spontanea, naturale, non discutibile, il primo perché il migliore”.

Intanto Meloni si iscriveva al Pd’A anche se con alcune remore e incertezze dovute al problema di conciliare la fede cristiana con i presupposti politici degli azionisti, che perseguivano ideali laici e socialisti. Bartolomeo Meloni forte delle idee antifasciste si gettava nella mischia politica, ponendo le basi per la creazione di una organizzazione ferroviaria antifascista, con l’allontanamento di chi era coinvolto con il regime. Questo progetto prevedeva inizialmente, una lista di persone che dovevano ricoprire importanti incarichi nel compartimento ferroviario: “In quella lista che io stesso presentai ai dirigenti ferroviari – dichiarava Gavagnin – il suo nome non c’era e invano feci insistenza perché figurasse. Egli non ne volle sapere. Era stato iscritto al partito fascista e questo stabiliva una incompatibilità, che secondo lui non poteva essere superata. Invano feci distinzioni, parlai di necessità e di esperienza. Fu irremovibile e volle che fra i nomi indicati figurassero in prima linea quelli di persone mai iscritte al partito”. Scrive Giulio Bobbo (“Venezia in tempo di guerra, 1943-1945”, Il Poligrafico, Padova): “Si può tranquillamente affermare che la prima categoria di lavoratori in grado di pianificare una resistenza organizzata ed efficace contro le forze nazifasciste fu proprio quella dei ferrovieri, che si era sempre contraddistinta per le sue lotte sindacali già nell’Italia liberale. Vent’anni di fascismo non avevano poi impedito che i più anziani formassero i colleghi più giovani anche politicamente”.

Storicamente negli anni del consenso fascista l’Azienda Autonoma delle Ferrovie dello Stato era stata protagonista di uno spietato licenziamento, a partire dalla seconda metà degli anni Venti, di oltre 40mila ferrovieri antifascisti. Questi presupposti storici e politici dettarono una svolta negli ideali della categoria dei ferrovieri.

Fra i dirigenti, fu determinante l’azione dell’ingegner Meloni, che collaborava attivamente con il movimento clandestino veneziano attraverso corsi di sabotaggio ferroviario. Basti pensare che dal giugno 1944 al marzo 1945 delle 5.571 azioni di sabotaggio realizzate, oltre 2.000 avevano riguardato linee ferroviarie o veicoli in genere. Infatti, il Compartimento ferroviario di Venezia era il transito delle linee che portavano verso il Friuli e l’Austria, pertanto pervenivano una quantità di notizie ed informazioni utili per possibili azioni di sabotaggio nei confronti dell’invasore tedesco. Tutti i modi erano fattibili per ritardare i treni tedeschi che portavano soldati italiani, dissidenti politici ed ebrei verso la Germania. A tal proposito, ricorda Il notiziario storico della seconda divisione partigiana Matteotti, Venezia 29 settembre 1943, ore 22,30: “Per impedire e ritardare la partenza delle tradotte militari, essendo queste troppo sorvegliate venne attuato il taglio dei tubi di gomma per la condotta d’aria dei freni, e successiva asportazione degli stessi; immissione di sabbia nelle boccole delle ruote e provocato riscaldamento assi previa asportazione dei guancialetti. Le operazioni dei ferrovieri veneziani, avvenivano in presenza della scorta tedesca dando l’impressione di svolgere il normale lavoro ferroviario”. Scrive Bobbio: “Un’altra attività strettamente correlata alle ferrovie fu il supporto alla fuga degli ex prigionieri alleati verso la Jugoslavia; travestiti con divise da operai ferroviari o con abiti borghesi, i militari alleati venivano accompagnati da personale delle ferrovie verso il confine, fino a quando il controllo tedesco impedì la prosecuzione di questi viaggi”.

Tanti militari e civili scamparono agli orrori del lager nazisti grazie all’impegno e al coraggio dal ruolo svolto da Meloni e dai suoi compagni ferrovieri.

Purtroppo le numerose azioni di sabotaggio nel Compartimento di Venezia destavano ed attiravano l’attenzione delle autorità tedesche e Bartolomeo Meloni, il 4 novembre 1943, veniva arrestato dalle SS nel suo ufficio. Dopo un breve periodo di detenzione a S. Maggiore, veniva deportato in Germania nel lager di Dachau. In questo contesto di detenzione, a ricordare la figura di Meloni è il sacerdote don Giovanni Fortin, compagno di cella. “Ci incontrammo i primi giorni ed ivi scambiammo le nostre impressioni; e dico il vero, mai ho trovato un’anima così aperta, un’anima così profondamente conoscitrice delle umane miserie, un’anima che sentisse veramente il palpito di amore e di tenerezza fraterna per i sofferenti”.

La vita nel campo era un inferno: violenze e soprusi erano la costante dei detenuti, che morivano di stenti e di fame. Anche Bartolomeo Meloni seguiva quel destino. Moriva il 10 luglio 1944. Al partigiano sardo verrà conferita la Medaglia d’argento.

La riscoperta della storia e la memoria dell’ingegner Bartolomeo Meloni si deve anche alla ricerca effettuata e condotta da Rita Arca, già docente di Lettere al liceo scientifico di Oristano, che tra qualche mese pubblicherà un testo, ricco di fotografie e aneddoti sulla sua vita.

Maurizio Orrù, Comitato esecutivo Anppia nazionale

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Le braccia della Resistenza

Da https://www.gamberorosso.it/wp-content/uploads/2020/04/terra-cop-768×512.jpg

Il Covid-19 ha desertificato terreni e serre dai braccianti stagionali rimasti senza lavoro e da Nord a Sud della penisola tutte le culture sono a rischio. Come a rischio è la salute stessa dei lavoratori. «Le condizioni dei braccianti che oggi raccolgono i prodotti destinati alle nostre tavole sono spesso inaccettabili: le baraccopoli in cui sono costretti a vivere sono luoghi insalubri e indecenti, agli antipodi del valore stesso dei diritti umani.

Il rischio che il Covid arrivi in quegli aggregati tramutandoli in focolai della pandemia è motivo di fondata apprensione. Le richieste di restare a casa o lavarsi le mani, rivolte alla comunità nazionale da tutti gli organi istituzionali e d’informazione, per loro sembrano chimere. Sopravvivono in immense distese di catapecchie senza acqua né servizi igienici» denuncia la Flai Cgil in una lettera-appello destinata al presidente Sergio Mattarella, al premier Giuseppe Conte e ai ministri dell’Agricoltura, del Lavoro, dell’Interno, della Salute e del Sud.

San Ferdinando (Reggio Calabria) Tende arrangiate e lamiera sono “le case” dei braccianti immigrati (da https://www.avvenire.it/c/2019/ PublishingImages/2852a9f1467 e4 e379ba3530b4528724e/ FOTO_62930103.jpg?width=1024)

L’appello – siglato anche da numerose organizzazioni umanitarie, enti e privati cittadini – chiede agli organi istituzionali «un monitoraggio preventivo nonché di presa in carico degli eventuali casi di Covid-19, in ossequio al principio costituzionale della tutela della salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività» e «una regolarizzazione per far emergere chi è costretto a vivere e lavorare in condizioni di irregolarità».

In Italia il 62% dei lavoratori stagionali dell’agricoltura, perlopiù migranti, non ha accesso ai servizi essenziali, il 64% di loro non ha la possibilità di utilizzare acqua corrente e il 72% presenta, dopo le attività di raccolta, malattie di cui prima non soffriva. Un mondo tutt’altro che marginale. Il settore agroalimentare italiano, con le sue 1.2 milioni di unità lavorative annue (Istat, 2017) e circa 1.6 milioni di imprese (Ice, 2017), costituisce un architrave del sistema industriale italiano.

Squadristi (da https://upload.wikimedia.org/wikipedia/ it/9/94/1922_Squadra_d%27azione_di_Lucca.jpg)

E costituì un architrave anche della lotta di Liberazione, dove la componente agricola fu determinante. Perché la Resistenza non fu un fatto prettamente militare: i contadini combatterono la loro resistenza civile con aiuti clandestini, con le coperture logistiche nei confronti dei partigiani e con sotterfugi per contrastare le truppe tedesche che occuparono il Paese all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre 1943 con gli anglo-americani. La loro fu una lotta di classe giacché in alcune regioni il fascismo aveva assunto tratti di dominazione padronale.

La Resistenza fu, pertanto, una scelta di libertà, un atto di disobbedienza radicale da parte di generazioni nate e cresciute sotto il regime che decisero di rompere con il sistema di valori della cultura fascista. Lo fu anche per le donne, condannate ad essere madri e spose esemplari nel rispetto delle gerarchie fuori e dentro le mura domestiche. Molte di loro combatteranno al fianco degli uomini in montagna, nei gruppi di azione patriottica (Gap) che operavano nelle città, o saranno staffette, rivendicando il diritto all’emancipazione e a disporre della loro sorte. Lottare contro i nazifascisti fu quindi il punto di partenza che porterà a un processo di democratizzazione di una società garante dei diritti civili e delle conquiste sociali. Gli stessi diritti che oggi rivendicano le persone che lavorano nei campi, perché non si tratta di sole braccia da lavoro, ma di dignità. E la nostra storia recente ce lo insegna.

«Avevo 13 anni quando scoppiò la seconda guerra mondiale. Rimasi da solo in un podere di 9 ettari. Mi levavo di notte per lavorare» racconta Pietro Pinti, mezzadro della Valdarno, la cui testimonianza è stata raccolta dal documentario “Toscana Mezzadra – Memoria di civiltà contadina”. «Mio fratello era con l’esercito in Jugoslavia, mio cugino in Grecia – continua Pinti –. Un altro mio cugino non volle partire per la guerra. Qui c’era la possibilità (con l’esonero) di lavorare in miniera dove si estraeva lignite invece di fare il militare. Potevi lavorare e stare a casa ad aiutare nei campi, ma la domanda la doveva fare il proprietario del podere. Il padrone disse “se tutti fanno l’esonero, la guerra chi la fa?”».

La famiglia Cervi al completo. Al centro seduti papà Alcide e mamma Genoeffa

La mezzadria era un contratto agrario molto diffuso nell’economia agricola del centro-nord (Toscana, Umbria, Marche ed Emilia Romagna) che prevedeva l’assegnazione di un podere al mezzadro – o colono – e della sua famiglia da parte di un proprietario terriero con cui divideva spese e prodotti. Le vessazioni, tuttavia, erano all’ordine del giorno e i patti contrattuali spesso non venivano rispettati dai padroni. Con l’arrivo del regime i contrasti di classe si esasperarono. Le lotte guidate dalle organizzazioni sindacali degli anni 1919-20 che rivendicarono e ottennero più potere contrattuale per i lavoratori della terra vennero sistematicamente accantonate dai proprietari terrieri, che sostennero sin dall’inizio l’ascesa del fascismo. Contro chi tentava di reagire intervenivano prima le squadracce fasciste, poi la legge ed il carcere. In pochi anni le organizzazioni sindacali vennero smembrate, i mezzadri assimilati nelle corporazioni fasciste dell’agricoltura e iscritti, nella maggioranza dei casi, coattivamente al fascio locale. Molti caddero in una sempre più intollerabile situazione debitoria, altri seguirono le migrazioni interne, programmate dal regime. Per completezza, va detto che questo istituto giuridico venne abolito nel 1964, ma scomparve definitivamente solo nel 1982, quando un’ulteriore legge dispose che a tutti i contratti agrari aventi per oggetto la concessione di fondi rustici sarebbe stata applicata la disciplina del contratto di affitto.

Fu indispensabile il sostegno dei contadini alla lotta di Liberazione (da http://4.bp.blogspot.com/-Gty4FCiJrp4/ VKP5zsFTpI/AAAAAAAAL5Q/ GmunlW5aQzw/s1600/ s%2Btrebbiatura.jpg)

Si creò dunque un binomio tra le ingiustizie subite dai contadini e le prepotenze del fascismo, tra la resistenza al padrone e quella all’occupante tedesco. «La scelta resistenziale si radica in questi contesti agricoli come ribellione contro i soprusi remoti e vicini. Il nesso tra necessità e libertà, sempre così difficile da cogliere, si presenta in questa scelta problematico e limpido allo stesso tempo» sosteneva lo storico Claudio Pavone (“Una guerra civile”, 1991).

«Quando un bracciante ridotto in schiavitù decide di parlare, di cambiare il suo presente e non farne il suo destino come vuole qualcuno, allora la storia cambia. E non solo la storia di quel singolo bracciante, invisibile agli occhi di tutti, ma la storia di tutti» scrive il sociologo Marco Omizzolo in “Sotto padrone. Uomini, donne e caporali nell’agromafia italiana” (Feltrinelli, 2019), un’inchiesta che si addentra in «quella rete criminale che si incontra perfettamente con la filiera del cibo, dalla produzione al trasporto». Un circuito economico stimato di oltre 200 miliardi di euro. L’indagine riporta lo sfruttamento dei braccianti sikh dell’agro pontino, nel Lazio, tra la fatica delle lunghissime giornate lavorative, attenuata dalle sostanze dopanti, divenute a loro volta ulteriore business delle mafie. E la violenza, i ricatti, i soprusi. Non è una questione di nazionalità, perché «non si tratta di lasciar affogare i migranti per vivere meglio. Le agromafie italiane sono il risultato del nostro imbarbarimento e di decenni di politiche neoliberiste. Chi oggi vuole dividere gli italiani dagli stranieri, elevando lo slogan “Prima gli italiani” al rango di legge costituzionale», non ha chiaro che «lo sfruttamento sistemico dei lavoratori e delle lavoratrici di qualsiasi nazionalità è l’espressione di un sistema dominante che ambisce a condizionare la democrazia».

«Chi sono allora i partigiani? Sono i figli dei contadini che a un certo momento trovano riparo nell’ospitalità, nei nascondigli e nei modi di mascherare la presenza di questi ragazzi nelle campagne. Allora il sistema era quello mezzadrile: le famiglie erano solitamente molto numerose e quindi vi erano anche i giovani che, in un qualche modo, dovevano proteggersi dalla cattura per non avere risposto alla chiamata alle armi. I figli dei padri che avevano subito tante ingiustizie dai padroni fascisti. Qui era un mondo contadino. L’unico riparo che avevamo era la partecipazione popolare» raccontava il partigiano Mario Bisi, consigliere dell’Istituto storico di Modena, scomparso nel 2016. Con l’occupazione nazista del territorio italiano, il re Vittorio Emanuele III e alcuni rappresentanti governativi fuggirono da Roma per trovare riparo nel Sud Italia dagli Alleati, lasciando l’Esercito Regio privo di direttive. Mussolini – destituito e arrestato dal re il 25 luglio 1943 – venne liberato dalle truppe del Reich e trasferito al Nord, dove diede vita alla Repubblica di Salò. Migliaia di soldati italiani furono disarmati e catturati dai tedeschi mentre altri non risposero ai bandi di chiamata alle armi della Repubblica sociale italiana, trovando rifugio nei poderi, nelle cascine, in attesa di unirsi alle formazioni partigiane.

La storia della Resistenza mezzadrile è legata soprattutto alla “battaglia del grano”, «ossia come difendere il raccolto. Se il grano fosse stato trebbiato come avveniva regolarmente, sarebbe stato preda certa dei tedeschi – racconta ancora Mario Bisi in “La libertà è uno stato d’animo” –. Ci fu un mascheramento che si ottenne attraverso il taglio del grano, però raccolto in covoni e non trebbiato. Quindi difficilmente trasportabile da parte dei tedeschi. I partigiani tolsero le cinghie di trasmissione in cuoio dalle macchine trebbiatrici. Le raccogliemmo e le occultammo in modo da rendere impossibile la trebbiatura con il mezzo meccanico. E come fare? Bisognava comunque trebbiarlo per utilizzarlo. La gente si inventò tutti i sistemi, utilizzando quello che aveva, come le ruote delle biciclette. La fantasia del contadino è un’inventiva che ci si potrebbe fare un vero e proprio racconto. La salvaguardia del grano e quindi della sopravvivenza delle famiglie mise nelle condizioni di far partecipare l’intera popolazione a questo processo di Resistenza. La nostra forza stava nella coesione».

Il grano fu anche al centro della propaganda fascista che il duce diede vita nel 1925. Fu la prima iniziativa di una serie di azioni di politica autarchica, che fece raggiungere al cereale prezzi molto superiori a quelli del mercato internazionale, con svantaggio immediato delle classi meno abbienti, costrette a comprimere i consumi. Del resto “se mangi troppo derubi la patria” era lo slogan di regime.

Al momento dell’armistizio, la situazione alimentare in Italia era già al collasso: sistema annonario inefficiente, blocco delle importazioni dai Paesi nemici, orti di guerra e prodotti autarchici insufficienti. Le truppe tedesche attinsero alle scorte di grano raccolte negli ammassi per trasferirle in Germania, e altri prodotti agricoli vennero requisiti nelle campagne, aggravando la generale condizione di povertà e denutrizione della popolazione. «Nel 1944, alla vigilia del nuovo raccolto, il Comitato di Liberazione Nazionale – l’organismo che coordinò i diversi partiti dell’antifascismo storico – agisce per impedire nuove requisizioni. Molti contadini appoggiano le disposizioni del Cnl, spesso accettando di proteggere e collaborare coi partigiani durante azioni di trebbiatura clandestina dei campi. In questo modo un’ingente quantità di grano riesce ad essere nascosta e destinata al fabbisogno di popolazioni e resistenti, ma non mancano casi in cui si decide di distruggere i cereali pur di sottrarli alle requisizioni» è scritto sul portale degli Istituti storici dell’Emilia Romagna, “terra di fame e di abbondanza”.

La popolazione pagò un prezzo altissimo. Il territorio del centro Italia fu uno dei più colpiti dal terrore nazifascista per quantità di stragi e numero di vittime, accusate di sostenere la Resistenza. Marzabotto, in Emilia Romagna, Sant’Anna di Stazzema, in Toscana, sono solo alcune delle numerosissime testimonianze. «Ci sono solo rastrelli e zappe lì intorno. A ripensare oggi quello che abbiamo fatto sto ancora male, non so nemmeno come ci sia riuscito. Con il rastrello prendo anche io quei corpi, o meglio quei pezzi di corpo, non ce ne sono più di interi. Li aggancio e li trascino fuori, sull’aia» raccontava Sergio Martini, ultimo testimone del massacro del 4 luglio 1944 di Meleto Valdarno, in provincia di Arezzo. Nella strage furono uccisi dai tedeschi 191 civili, tutti maschi, tra 14 e 85 anni. All’epoca Martini aveva appena 15 anni. Pochi giorni fa, se l’è portato via il Covid-19.

Il progetto nazifascista mirava a ridisegnare il volto dell’Europa, basandolo sul razzismo, la prevaricazione, la violenza e lo sfruttamento e a questo progetto le Resistenze nazionali si opposero mirando all’uguaglianza e al rispetto della persona, al dì là del suo credo, razza o estrazione sociale.

Un esempio di integrazione basato sul fattore empatia è stata la banda Mario, gruppo partigiano multietnico alle pendici del Monte San Vicino, nelle Marche, sotto la guida dell’ex prigioniero istriano Mario Depangher. Al suo interno si parlavano almeno otto lingue diverse. «C’erano italiani, soldati sbandati, preti e giovani contadini, jugoslavi provenienti da campi di internamento, fatti prigionieri durante la sanguinosa occupazione dell’esercito italiano nel loro Paese. C’erano i russi, fatti prigionieri dai tedeschi nella loro terra e portati in Italia a lavorare forzatamente per scavare trincee e costruire difese. C’erano ebrei scampati al rastrellamenti in Italia o fuggiti dalle località di internamento per salvarsi dalla deportazione in Germania. C’erano inglesi scampati e scappati dai campi di Sforzacosta che poi aiutati dai contadini avevano raggiunto il San Vicino. C’erano inoltre degli africani, somali, eritrei ed etiopi portati in Italia nel 1940 per essere messi in mostra come gli animali dello zoo e dopo l’8 settembre scappati dai luoghi in cui erano rinchiusi, indirizzati dalla popolazione contadina verso la banda Mario» scrive lo storico Matteo Petracci in “Partigiani d’Oltremare”.

In questi giorni sugli organi di informazione si è aperta la questione se da questo lockdown nasceranno nuovi impeti nazionalisti o nuove forme di convivenza e di giustizia sociale. Non c’è retorica. C’è un tessuto civile ed economico che rischia di essere spazzato dalle conseguenze del dopovirus. E c’è il senso di riscatto e di rinascita propri del 25 aprile.

Mariangela Di Marco

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25 aprile: Sassoli scrive all’Anpi

Ha voluto celebrare con forza il 25 aprile anche il presidente del Parlamento europeo David Sassoli.

Per il 75° della Liberazione del nostro Paese ha inviato un videomessaggio a tutti i cittadini dell’Unione e una lettera ai partigiani e agli antifascisti italiani scrivendo una lettera alla presidente dell’Anpi, Carla Nespolo.

«La Resistenza italiana è stato un fatto di popolo che ha visto protagonisti giovani e anziani – ha detto Sassoli nel suo discorso –.  Voglio pensare che è grazie a loro, così come grazie ai Maquis francesi, o alla Rosa Bianca in Germania, che la Resistenza è diventata europea». Mai come ora ha proseguito il presidente dell’Assemblea UE «dobbiamo riaffermare i valori dell’antifascismo» per superare il momento durissimo che stiamo attraversando, perché «è ancora questa la forza dell’Europa. Ce la faremo anche stavolta, ricordando il sacrificio dei tanti». E dunque, ha concluso Sassoli, «Oggi come ieri: ora e sempre Resistenza».

Ed ecco il testo della lunga lettera e bella lettera per “gli amici dell’Anpi”, affidata all’agenzia giornalistica 9 colonne:

Foto Imagoeconomica

«Cari amici dell’ANPI,

il 25 aprile è la festa che ci ricorda i valori su cui è fondata la nostra Repubblica: l’antifascismo, la libertà e la democrazia. È il giorno in cui ogni anno, oltre a celebrare la Liberazione d’Italia dal regime fascista e dall’occupazione militare tedesca, si ricorda il sacrificio e la resistenza di un popolo che, stremato da anni di guerra e ingiustizie, riuscì a riscoprire la sua libertà e a riconquistare la sua indipendenza.

Oggi, in occasione del 75esimo anniversario, al doveroso riconoscimento per il coraggio di chi ha combattuto eroicamente contro il nazifascismo ed è caduto in nome della libertà e della giustizia, è necessario riaffermare con chiarezza e determinazione i valori fondanti della Resistenza che sono alla base della nostra Repubblica e della nostra Costituzione, nonché prerequisito irrinunciabile della nostra vita democratica.

Senza memoria non può esserci futuro. Sapere da dove veniamo è fondamentale per comprendere dove possiamo e dove vogliamo andare. Perché la democrazia, al pari della libertà, non è mai conquistata una volta per tutte. È un patrimonio immenso che ci è stato consegnato e che abbiamo il dovere di proteggere e di trasmettere alle generazioni future.

Fare memoria vuol dire anche riscoprirsi parte di una stessa comunità. Tra il 1943 e il 1945 le forze partigiane antifasciste mostrarono infatti la forza di ribellarsi presentandosi al mondo intero con una dignità ritrovata.

La nostra Carta costituzionale è figlia della Resistenza e del 25 Aprile ed è la pietra angolare su cui poggia la nostra civiltà e il nostro il modello sociale. I valori democratici di libertà, uguaglianza, giustizia e solidarietà scolpiti in essa costituiscono la nostra identità e il centro del nostro agire.

Ecco cosa celebriamo il 25 aprile. Non solo la sconfitta del nazifascismo ma una rinnovata unità nazionale e una democrazia finalmente aperta, con fondamento popolare, che si concretizza nella Repubblica e nella Costituzione. Celebriamo soprattutto una vittoria etica e un riscatto morale: la scelta di chi ha saputo sottrarsi al giogo dell’autoritarismo, al culto della potenza e alla forza dell’intolleranza.

L’Italia, dopo gli anni della dittatura è riuscita a riscattarsi e a promuovere insieme ad altri Paesi l’avvio del progetto comunitario.

Perché anche l’Europa è nata così: dal desiderio comune di pace, dalla forza di ideali più grandi che hanno affratellato persone lontane, ma unite nel contrastare i semi della violenza, della sopraffazione e della negazione delle libertà fondamentali.

Oggi più che mai in questo momento così difficile, dobbiamo ritrovare quello spirito. l’Europa ha di fronte a sé sfide molto impegnative. La nostra storia, di ieri e di oggi, ci insegna che non saranno gli egoismi nazionali a proteggerci. L’Europa si è formata e vogliamo continui a crescere come Comunità di cittadini, con le sue diversità, con il pluralismo politico, religioso, culturale.

Come ha scritto Umberto Eco, “la libertà e la liberazione sono un compito che non finisce mai”. A nome del Parlamento europeo voglio ringraziarvi per il vostro grande impegno nel tenere viva la memoria della liberazione, in Italia e in Europa. Insieme a voi, il nostro sforzo, la nostra lotta e la nostra responsabilità devono continuare». Firmato David Sassoli. E poi una data, 25 aprile 2020, che resterà nella memoria di migliaia e migliaia di persone nel Paese, in Europa e nel mondo.

Perché è la memoria democratica ad aver saputo inventare, in tempi di lockdown, forme inedite e mai prima così condivise di partecipazione. Una memoria democratica che ha invaso il web, riassunta  dalle note di Bella ciao. Interpretata da musicisti e artisti di ogni calibro, cantata a gran voce da balconi e finestre quasi in ogni angolo del pianeta, ha risposto in modo grandioso all’appello dell’Anpi. Perché “l’Italia ha bisogno, oggi più che mai, di speranza, di unità, di radici che sappiano offrire la forza e la tenacia per poter scorgere un orizzonte di liberazione”.

Perché certamente ce la faremo, ma non andràtuttobene se si ricomincia come prima, se in presenza di una pandemia che ha sterminato un’intera generazione, quella delle partigiane e dei partigiani, non si eviterà di sacrificare all’altare della crisi economica altre donne e altri uomini. Perché non andràtuttobene se le basi della Ricostruzione non saranno i valori delle madri e dei padri costituenti. Non andràtuttobene se, finalmente e una volta per tutte, la Carta fondamentale della Repubblica non verrà pienamente, concretamente attuata.

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Soddisfazione per lo svolgimento delle Celebrazioni del 25 Aprile

COMUNICATO STAMPA

Il Comitato Provinciale Anpi di Ancona esprime grande soddisfazione per lo svolgimento delle Celebrazioni del 25 Aprile nella nostra provincia, nonostante le restrizioni imposte dalla lotta al Corona virus.

Ringraziamo il Prefetto di Ancona, e tutti i Sindaci che hanno consentito lo svolgimento della deposizione delle corone coinvolgendo come di consueto la nostra associazione. 

Stigmatizziamo, invece, il comportamento di quei pochi Sindaci che hanno preferito non essere presenti o addirittura, non deporre nemmeno un fiore in omaggio ai Partigiani e a tutti i caduti per la Liberazione del nostro Paese.

Fortunatamente in ogni Comune della provincia di Ancona, e di tutta Italia, sono stati tantissimi i cittadini e le cittadine che con grande senso di unità del Pase, e guardando al futuro con speranza hanno intonato “Bella ciao” da finestre, balconi e terrazzi pensando e ringraziando alle Partigiane e i ai Partigiani.

L’Anpi guarda al futuro con speranza, coraggio, unità e solidarietà; per la nostra Associazione questo è il momento di progettare il domani sulla strada della Costituzione, perché i principi democratici sono le solide radici da cui ripartire, e nessuno deve essere lasciato solo.

26-04-2020

Quei Diavoli rossi di Udine

Alfonsino Filiputti, “L’assalto alle carceri di via Spalato”, disegno a tempera.

Sono le 18.30 del 7 febbraio 1945. Un camion si ferma davanti all’ingresso delle carceri di Udine in via Spalato; ne scende un capitano nazista che bussa con violenza alla porta. Grida che gli aprano: deve consegnare due banditi. Aldo Sganzerla apre lo spioncino e vede 2 prigionieri brutalmente sospinti con il calcio del mitra da un gruppo di repubblichini. Sganzerla apre e i prigionieri entrano, oltrepassano il primo cancello, poi il secondo. Ecco che estraggono i mitra e li puntano sui carcerieri, intimando loro di consegnare le chiavi. Due guardie che cercano di ribellarsi vengono abbattute da raffiche di mitra. «Maledizione! Vi avevo detto di non sparare!». “Romano il Mancino”, il leggendario comandante dei Gap di San Giorgio di Nogaro privo del braccio sinistro, incomincia a impartire ordini.

Alcuni componenti del Battaglione Diavoli Rossi della Divisione Garibaldi “G.A.P. Friuli; da sinistra, in piedi: Ego Maran “Guido”, “Erghen”, Duillio Fabbro “Premoli”, Romano Citossi “Romano” Comandante del battaglione; in ginocchio: Carlo Avanzo “Ribelle” vice-Comandante, Emilio Fagioli “Terribile” e Zaina “Nino”. Dall’archivio fotografico dell’Anpi di Udine, ideato e realizzato dallo storico presidente Federico Vincenti, scomparso nel 2013

Cercano le chiavi, aprono le celle, fanno uscire i prigionieri, immobilizzano i secondini. «Siamo i Diavoli rossi venuti a liberarvi!».

Dopo la paura iniziale i prigionieri esultano. Escono Ilario Tonelli “Martello”, comandante gappista, e Detalmino Liva ”Nino”, entrambi di Cervignano; escono i gappisti Duilio “Fabbro” Premoli di Palazzolo dello Stella, Cosimo Pastore “Tigre”, pugliese, Ennio Cicuto “Fulmine” di San Giorgio al Tagliamento; esce Luigi D’Antoni “Bulo” di Colloredo di Prato; escono altri partigiani, garibaldini e osovani; escono un maggiore e due soldati inglesi. In tutto sono 73, molti dei quali condannati a morte.

Alfonsino Filiputi, “L’assalto alle carceri”. Il pittore ha raccontato in 364 tempere le icende della guerra e della Resistenza della Bassa friulana e del Friuli

Ecco l’allarme: sirene, razzi che illuminano il cielo, autoblindo, cani poliziotto… Dopo pochi metri il camion finisce in una buca di bomba: si continua a piedi. E qui l’epopea ci tramanda l’immagine di Romano che avanza al centro della strada con a fianco Aramis, entrambi con il fucile mitragliatore spianato. Mentre la colonna avanza, un colpo buca il colbacco di “Romano”, che commenta: «Però! Stanno imparando a sparare!».

Ormai hanno i nazifascisti alle costole. Liberatori e liberati si dividono in gruppetti, dandosi appuntamento a Spessa di Cividale. Arriveranno alla spicciolata, ma tutti sani e salvi.

L’azione riceve l’encomio solenne del Comando generale del CVL, il Corpo volontari della libertà, mentre Radio Mosca e Radio Londra la commentano con entusiasmo.

Il merito va ai comandanti gappisti Valerio Stella “Ferruccio”, Aldo Plaino “Valerio” e Alfio Tambosso “Ultra”, che l’hanno organizzata, e ai “Diavoli rossi” che l’hanno realizzata. A parte il trentunenne Gelindo Citossi “Romano il Mancino” di Zellina, comandante, gli altri hanno tutti vent’anni o meno. Sono Carlo Avanzo “Ribelle”, ferrarese; Enzo Jurich “Ape” di Feletto Umberto; Giovanni Zaninello “Nino” di San Giorgio di Nogaro; Ferruccio Manzione “Gigi” di Castions di Strada; Raffaele De Sario “Germano”, pugliese; Angelo Basso “Bill” e Pietro Zorzini “Pierino” di Cussignacco; Antonio Burba “Arno” di Driolassa; Galliano Feresin “Rudy” (16 anni!) di Cervignano; Luigi Scagnelli “Aramis” di Pavia; Pietro Tavars “Carletto” e Giovanni Piani “Franco” di Gonars e “Tigre”, del quale si sa soltanto che era della Bassa friulana.

C’è con loro la legione straniera, formata dai disertori russi Vitalij Litovko “Alexandro” e “Romano II”, dal caucasico “Piotto”, dall’azerbaigiano “Mosca” e dal rumeno “Fritz”.

Pierluigi Visintin

(da Patria Indipendente del 30 dicembre 2004)

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L’urlo antifascista di Guttuso

“Gott mit Uns”, il libro di Renato Guttuso con disegni e acquerelli, di fu pubblicato dal Saggiatore nel 1944. Il titolo riprende la scritta incisa sulla fibbia d’acciaio dei militari del Terzo Reich e delle SS

Fra le date più significative per noi italiani, senza dubbio, il 25 aprile è quella che più ci emoziona e ci rende orgogliosi. In questo giorno, infatti, festeggiamo la Liberazione, la vittoria sul nazifascismo. Quel giorno, le politiche di Hitler e Mussolini vengono, finalmente, messe al bando e una nuova voce democratica inizia a sostenere la rinascita del Paese.

Il 25 aprile riassume la nostra storia, fatta di coraggio, consapevolezza e sofferenza. «Dopo venti anni di regime e dopo cinque di guerra – racconta il filosofo e storico Noberto Bobbio – eravamo ridiventati uomini con un volto solo e un’anima sola. Eravamo di nuovo completamente noi stessi. Ci sentivamo di nuovo uomini civili. Da oppressi eravamo ridiventati uomini liberi. Quel giorno, o amici, abbiamo vissuto una tra le esperienze più belle che all’uomo sia dato di provare: il miracolo della libertà».

Renato Guttuso, “Fucilazione in campagna”

Il 25 aprile, dunque, non è solamente il ricordo di un importante fatto storico, è molto di più: è il simbolo del miracolo della libertà, della forza dei tanti che, credendo nel valore della democrazia, hanno avuto il coraggio di sconfiggere l’Italia fascista. Il 25 aprile ha posto il seme per quell’Italia fondata sul lavoro, che ripudia la guerra e aspira ad una società più giusta. Per tutti questi motivi è bene festeggiare la Liberazione con la gioia nel cuore, consapevoli di dover portare avanti, ogni giorno, la lotta antifascista e antirazzista.

Fra gli artisti più noti, il siciliano Renato Guttuso (1911 – 1987) ha dedicato alla lotta partigiana una commovente testimonianza. Si tratta del “Gott mit Uns” (Dio è con noi), una serie di disegni e acquerelli realizzati con inchiostri provenienti dalle tipografie clandestine. L’opera è una chiara presa di posizione contro ogni dittatura attraverso il racconto della militanza e dell’impegno ideologico di chi si è battuto contro il nazifascismo per la liberazione del nostro Paese.

Renato Guttuso (da https://upload.wikimedia.org/ wikipedia/commons/thumb/ 1/1b/Renato_Guttuso_1960.jpg/ 260px-Renato_Guttuso_1960.jpg)

L’artista usa il suo stile inconfondibile per rappresentare scene di lotta e di tortura, riprendendo nel titolo il motto sinistro inciso sulla fibbia in acciaio dei soldati nazisti. Guttuso realizza questa serie di disegni fra il 1943 e il 1944, quando la lotta per la liberazione non è ancora conclusa. Segno distintivo della sua arte è il realismo evocativo e toccante con cui, anche in questo caso, ritrae i fucilati, i civili impiccati e torturati, rendendosi di fatto portavoce di un’epoca. L’uso espressivo del colore rende questa opera vibrante di tensione e con un preciso scopo comunicativo: denunciare l’oppressore, rivelarne la brutalità e rendere omaggio ai partigiani, a chi combatte per difendere le proprie idee e la libertà del proprio popolo.

Guttuso urla con drammaticità le barbarie del fascismo e della lotta contro i tedeschi e disegna quello che Antonello Trombadori scriverà in poesia nel 1987, in occasione del 43° anniversario delle Fosse Ardeatine:

Li tedeschi agguentaveno la ggente,

Co li carci, li sputi, le screpanze,

Pe ttorturàlle e in quelle circostanze

Ammazzaveno puro l’innocente.

Renato Guttuso, “Fuga dall’Etna”

Quello di Guttuso è un messaggio di impegno civile, nel quale rivive tutta la forza dei grandi maestri dell’arte, da Francisco Goya a Pablo Picasso, vero e proprio simbolo della lotta degli artisti per la libertà.

Guttuso realizza questa serie di opere a Genova, dove è costretto a rifugiarsi per ragioni politiche. Nella Capitale, infatti, l’artista è ufficiale di collegamento fra il comando romano delle Brigate Garibaldi e il fronte della Marsica. Già da qualche anno, Guttuso ha dichiarato la sua posizione ideologica e ha realizzato alcune opere emblematiche, come “Fucilazione in campagna”, chiaro richiamo alla fucilazione del poeta spagnolo Garcia Lorca, fucilato dai falangisti, e “Fuga dall’Etna”, dedicata alla tragedia dei contadini del Mezzogiorno

Guttuso, “Crocifissione”

Nel 1940, l’artista si iscrive al Partito comunista e, nello stesso anno, comincia a dipingere una delle sue opere più apprezzate: “Crocifissione”. «Questo – scriverà l’artista – è un tema di guerra. Voglio dipingere questo supplizio del Cristo come scena d’oggi (…) come simbolo di tutti coloro che subiscono oltraggio, carcere, supplizio per le loro idee». Il quadro, presentato al premio Bergamo nell’autunno 1942, darà scandalo e il Vaticano proibirà ai religiosi di vederlo.

Guttuso, “I funerali di Togliatti”

Guttuso è un artista incisivo e partigiano, promuove il suo impegno con costanza e ostinazione: «Se il mondo opera una sua trasformazione – sostiene – l’arte non può collocarsi da spettatrice passiva di fronte allo sviluppo di quelle forze che con la lotta operano la trasformazione del mondo». Il suo impegno continuerà per tutta la vita: nel 1972, ad esempio realizzerà “I funerali di Togliatti”, una grande tela che omaggia il leader del Partito comunista scomparso otto anni prima.

L’arte del maestro di Bagheria ci regala una testimonianza visiva di quella che fu la Resistenza e il sacrificio di chi, armi in pugno, si è battuto per la nostra libertà. Da allora il 25 aprile è un giorno di orgoglio per tutti noi. Un giorno in cui ricordare che occorre sempre insorgere contro ogni forma di fascismo e di oppressione. La festa della Liberazione, ancora oggi osteggiata da alcuni, è una preziosa eredità che deve renderci consapevoli che è necessario non abbassare mai la guardia e che bisogna tenere alti i princìpi dell’uguaglianza, della libertà, della democrazia e della solidarietà. La bussola dell’antifascismo deve orientare le nostre scelte di vita, dissipando l’ideologia dell’egoismo sociale.

Francesca Gentili, critica d’arte

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Ciò che conta: godersi il viaggio

Di lui il primo libro che ho letto fu La frontiera scomparsa. Era il 1997, i racconti, magistralmente tradotti dalla sua fedele voce italiana, Ilide Carmignani, erano usciti da un annetto, credo nel luglio del novantasei, e Sepúlveda concorreva per il Bancarella in compagnia di Cathleen Schine, Giampaolo Pansa, Sebastian Faulks, Sergio Astrologo e David Baldacci, che allora era alla sua prima opera, Il potere assoluto, e ancora si faceva chiamare David B. Ford.

Avevo diciotto anni e non ero un attento lettore, così percorsi velocemente le pagine della Frontiera scomparsa più che altro perché c’era in ballo un concorso, collegato al premio Bancarella, sei borse di studio di ottocentomila lire messe in palio dalla Fondazione della Cassa di risparmio di Vercelli per gli studenti delle scuole superiori della provincia che avessero prodotto le migliori recensioni dei sei libri in lizza. Assieme a un compagno di classe ne scrissi una per il volume di Sepúlveda – non vincemmo – e così il 16 maggio mi recai a Biella dove i librai pontremolesi, in collaborazione con la libreria Giovannacci, avrebbero presentato i finalisti, e Sergio Zavoli avrebbe commentato e premiato i vincitori del concorso riservato agli studenti.

Luis Sepùlveda (foto Imagoeconomica)

Di ciò che avvenne all’interno del Teatro Sociale della città non ricordo un bel niente, nulla di ciò che dissero gli organizzatori né di quanto uscì dalla bocca degli scrittori. Probabilmente fu un pomeriggio uggioso e quando tutto finì c’era una gran calca sotto i portici del teatro, gente che temporeggiava in attesa che gli autori uscissero, qualcuno che si era infilato al bar, altri che facevano quattro chiacchiere.

Sepúlveda si mischiò lì in mezzo e appena poté accese una sigaretta. Le persone gli si avvicinavano per un autografo col libro già aperto alla pagina del frontespizio. Io avevo la mia copia e mi misi in fila. Ma quando fu il mio turno, invece di allungargli il libro, gli dissi: Non voglio l’autografo. Però mi piacerebbe avere una sua sigaretta. Credo che lui, a quel punto, avesse sorriso, e poi cacciò la mano nella tasca della giacca, prese il pacchetto – se non ricordo male era uno di quelli morbidi – e ci batté con le dita per farne uscire una. Io dissi grazie, e me ne andai.

Mario Tapia Radic, “La cantina”, olio su tela (da http://www.mariotapia.art/wp-content/uploads/2019/04/la_cantina.jpg)

Fu un atteggiamento stupido, il mio, forse anche presuntuoso; un piglio da tardoadolescente desideroso di farsi notare con modi che credevo di schietta originalità riuscendo invece strampalati. Un errore, insomma, anche e soprattutto perché il libro di Sepúlveda l’avevo scorso davvero superficialmente. Tanto che ieri, riprendendolo in mano (e mi riprometto di leggere anche i tanti altri titoli che di lui mi mancano), ho realizzato che non ricordavo nulla. Perciò, seduto in poltrona, mi sono immerso tra i fogli ingialliti. E ora vorrei dire quanto quelle storie – che da più di vent’anni non frequentavo – mi abbiano magneticamente incollato alla pagina. Forse non è uno dei suoi libri più celebri ma sa narrare in maniera leggera e precisa la militanza politica, sul filo di un’autobiografia che rende l’esistenza dell’uomo Sepúlveda così picarescamente vivida da parere uscita da un dipinto di Mario Tapia Radic.

Bellissimo è il racconto d’apertura, intitolato Un viaggio da nessuna parte. “Il biglietto per andare da nessuna parte fu un regalo di mio nonno”. Ecco le radici, quelle famigliari, quelle culturali, quelle politiche, farsi avanti tra le righe. Il nonno era un tipo bizzarro e terribile, un mozzicone di sigaro perennemente penzolante tra le labbra e la smania di fare del piccolo Luis un uomo libero. Di domenica gli riempiva la pancia con mezze dozzine di gassose e altrettanti gelati per poi portarlo a pisciare sulla porta di una chiesa, “piccolo complice delle sue bricconate di anarchico in pensione”. Finché accadde che il prete, stufo di trovare il sagrato cambiato in latrina, si mise di guardia e attese di coglierli in flagrante. Sono pagine di una spavalda ironia, colme di voglia di vivere. “La domenica precedente mi ero alleggerito la vescica contro la porta centenaria della chiesa di San Marcos. Non era la prima volta che le vetuste assi mi servivano da vespasiano, ma quel giorno evidentemente il prete era all’erta, perché mi sorprese nel momento migliore della pisciata, quando ormai è impossibile trattenere il getto, e tirandomi per un braccio mi obbligò a girarmi verso il nonno. Poi, indicando il mio pisello zampillante con un dito profetico, il prete sbraitò: «Si vede che è tuo nipote! Si nota la piccolezza della vostra razza!»”.

L’ultimo romanza dello scrittore cileno scomparso il 16 aprile scorso in Spagna, ucciso dal coronavirus

D’accordo: il nonno non era uno stinco di santo ma ciò che voleva trasmettere al nipote era un invito. L’invito a intraprendere un grande viaggio. Quale? Quello che non ti porta da nessuna parte. Già, detta così sembra la stupida sentenza di un vecchio suonato, ma in realtà credo sia una di quelle frasi che meglio riassumono l’intera opera di Sepúlveda, assieme ai tanti fili colorati che intrecciano la storia della sua straordinaria vita. Una vita rocambolesca, come ce ne sono poche tra quelle degli scrittori ancora viventi (e basterebbero a renderla straordinaria le disavventure vissute nelle carceri di Pinochet; e poi le fughe, i viaggi da un capo all’altro dell’America latina sulle tracce del Che – e non solo –, e più tardi sulle navi di Greenpeace).

Ecco dunque il suo straordinario modo di guardare le cose splendidamente esemplato in queste pagine ripassate or ora. Leggo: “Una nota canzone cilena dice: due estremi ha la strada e a tutte e due qualcuno mi aspetta. La fregatura è che questi due estremi non delimitano una strada lineare, ma piena di curve, meandri, buche e deviazioni che invariabilmente ti portano da nessuna parte”.

Perché è essere lungo la via ciò che conta, è continuare a sognare come ha fatto il piccolo Luis da quel giorno in cui il nonno gli mise tra le mani un classico del realismo socialista sovietico, il Come fu temprato l’acciaio di Nicolaj Ostrovskij.

Un sogno che è durato settant’anni, che lo ha portato a diventare un militante delle Juventades Comunistas cilene, a correre per il mondo intero, e a raccontare infaticabilmente le storie in eterna trasformazione degli uomini. Il segreto? “Stare in piedi sulla vita”. “Tutti i miei amici d’infanzia avevano rotte ben definite: alcuni sarebbero andati a studiare negli Stati Uniti, altri in Uruguay, altri in Europa, altri sarebbero entrati nel mondo del lavoro. Io aspiravo a non muovermi dal mio posto di combattimento”.

Il che significa, in altre parole, coltivare la tenacia di guardare la via che non porterà da nessuna parte, l’unica che ti consente di essere disponibile a cambiare, a tentare il nuovo, a nutrire la cocciuta speranza che ci sia qualcosa per cui vale la pena combattere, sempre. Così, Sepúlveda anche quando faceva autobiografia parlava con la grammatica della fantasia – sì, sto citando Rodari – perché proprio La frontiera scomparsa mi ha fatto tornare alla mente una fiaba dello scrittore italiano che spesso ho letto assieme ai miei bambini fino a pochi anni fa, La strada che non andava in nessun posto (è del 1962, e chissà se Sepúlveda l’aveva mai letta). Il protagonista, Martino Testadura, è per me un piccolo e tenace Luis: entrambi vedevano ciò che agli occhi degli altri risultava invisibile. Vedevano la multiforme possibilità insita nella vita e nelle storie, quella possibilità che non ha binari assegnati e che non tollera limiti né facili soluzioni. Per questo, più ci penso, più mi pare che la mia plateale richiesta a quel Sepúlveda quasi cinquantenne – prima ancora di aver colto almeno una briciola del significato del suo pensiero – sia stato il gesto acerbo di un ragazzo che non aveva capito la lezione, che aveva troppa fretta di arrivare in fondo senza godersi il viaggio lungo la strada che non ci porta da nessuna parte.

Giacomo Verri, scrittore

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