Golpe bianco sul Danubio

Il primo ministro ungherese, Viktor Orbán in parlamento (da https://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2020/03/30/orban-1200-1050×551.jpg)

A Budapest si sospende la democrazia con la scusa del coronavirus. Il parlamento ungherese – affacciato con la sua imponente architettura su un fiume che tanta storia (e tanti cadaveri) ha trasportato nelle sue acque – ha approvato una legge che permette all’esecutivo del primo ministro Viktor Orbán di governare per decreto. Sine die. Non dovendo più, cioè, ricorrere in futuro all’approvazione dell’assemblea nazionale. Il motivo, a detta del leader magiaro, è poter gestire in maniera più efficace la diffusione del covid-19.

I voti a favore sono stati 137, i contrari 53. E se la legge è stata accolta senza batter ciglio dal capo dello Stato János Áder, uomo di fiducia di Orbán, a gridare al colpo di stato sono le opposizioni, compreso il partito di estrema destra Jobbik.

Orbàn e Matteo Salvini. (foto Imagoeconomica)

Pieni poteri a Viktor Orbán quindi, quelli che anche a casa nostra erano stati invocati da un bagnasciuga una manciata di mesi fa, quando era lontanissima anche solo l’idea di una minaccia mondiale di origine virologica. Già evocarli non promette mai nulla di buono, ma veder realizzati deja-vù politici sulle sponde del Danubio, dove molte libertà civili sono congelate da qualche anno, rimanda ad altri periodi bui della storia vissuta dagli ungheresi.

“Viktator”, così ormai da tempo viene definito Viktor Orbán dalla sempre più esigua e minacciata stampa d’opposizione, ha inferto un duro colpo alla democrazia nel Paese.

Se la caccia al rom, la demonizzazione dello straniero, la campagna politica contro Soros (il finanziere di origine ungherese molto citato anche dai sovranisti di casa nostra) e “i suoi amici” (si veda la vicenda dell’Università centrale europea di Budapest costretta a chiudere e trasferitasi a Vienna) hanno preparato il brodo di coltura, questo ulteriore voto a trazione autoritaria è andato in porto quasi in automatico agli occhi dell’opinione pubblica.

Victor Orbàn e Giorgia Meloni (foto Imagoeconomica)

Chi è contro questa legge è a favore del virus, ha spiegato lapidariamente il primo ministro. Discussione chiusa.

Il corona-alibi permetterà a Orbán di prolungare lo stato di emergenza in vigore nel Paese e, senza limiti, fin dal 2015. Dichiarato per la crisi dei migranti sulla rotta balcanica e mai sospeso, insieme alla nuova legge speciale permetterà di decidere sullo scioglimento dell’assemblea legislativa, di governare soltanto per decreto, di agire in maniera restrittiva anche sulle leggi esistenti, di abrogare le elezioni. Chi si permetterà di criticare il governo o chi diffonderà notizie ritenute false a giudizio dello stesso esecutivo o notizie che possano “allarmare o agitare l’opinione pubblica” pagherà con 5 anni di carcere. «Orbán ha gettato la maschera e oggi comincia la sua dittatura», ha dichiarato il leader dei socialisti ungheresi, Bertalan Toth.

Il parlamento ungherese (da https://upload.wikimedia.org/wikipedia/ commons/thumb/9/97/HUN-2015-Budapest-Hungarian_Parliament_%28Budapest%29_2015 -01.jpg/260px-HUN-2015-Budapest-Hungarian_Parliament_%28Budapest% 29_2015-01.jpg)

Il progetto di legge era stato già criticato dal Consiglio d’Europa, dal Parlamento europeo, dall’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa e dall’International Press Institute. «Durante i suoi anni come primo ministro, Orbán ha presieduto a un arretramento dei diritti umani – ha dichiarato David Vig, direttore di Amnesty International Ungheria – ha aizzato l’ostilità nei confronti di gruppi marginalizzati e ha cercato di ridurre al silenzio le voci critiche. Autorizzarlo a governare per decreti significherà con ogni probabilità proseguire lungo quella strada».

Va ricordato che nel 2010 Orbán è stato scelto per guidare il Paese in elezioni libere, poi però i voti del 2014 e del 2018 sono stati chiaramente manipolati, tanto che nel 2019 il centro studi statunitense Freedom House ha definito l’Ungheria “parzialmente libera”, classificazione usata per la prima volta in riferimento a uno Stato dell’Unione europea. L’Ungheria è un Paese che si regge su fondi comunitari e negli ultimi anni ne ha approfittato soprattutto in tema di agricoltura. Allo stesso tempo il primo ministro ha continuato ad accusare Bruxelles di essere al servizio del “complotto globale ebraico”.

Nel 2018 Fidesz, il partito nazionalista e ultraconservatore di Orbán, ha cambiato la legge sulle manifestazioni pubbliche e perciò un incontro tra due persone è già considerato una manifestazione politica.

Da https://www.aclicagliari.it/wp-content/uploads/2017/04/ungheria.jpg)

Secondo il sito di analisi Visegrad Insight, con la legge legata alla pandemia da coronavirus si è “scoperchiato il vaso di pandora sull’istituzionalizzazione della censura”, un’occasione eccezionale per silenziare una volta per tutte i dissidenti, specialmente i giornalisti. «La legge sullo stato di emergenza in Ungheria rispetta i valori dell’Unione europea», ha cinguettato su Twitter il segretario di Stato ungherese per le relazioni internazionali, Zoltan Kovacs, pubblicando la dichiarazione della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Respingendo ogni accusa, Kovacs ha dichiarato: «Siamo completamente d’accordo con quanto dichiarato da von der Leyen: ecco perché lo stato di emergenza ungherese e le misure straordinarie sono conformi ai trattati e alla costituzione ungherese e mirano esclusivamente a combattere il coronavirus. Rispetta i valori dell’Ue, lo stato di diritto, la libertà di stampa». La preoccupazione primaria dell’esecutivo di Budapest è quella di “proteggere le vite umane”. La stessa situazione sanitaria in Ungheria, con un numero di casi di covid-19 decisamente inferiore a quello dei Paesi vicini, non si presta a una presa di posizione così forte da parte delle autorità. Il portavoce del governo ha poi rilevato come le “false tesi” dei critici vadano a danneggiare gli sforzi volti a fermare la diffusione del contagio.

La presidente nazionale dell’Anpi, Carla Nespolo

A insorgere, tra i primi nel nostro Paese, è stata la presidente nazionale dell’Anpi, Carla Nespolo: «A chi vaneggia sulla legittimità formale di tale decisione va ricordato – ha dichiarato la presidente dei partigiani italiani – che anche Mussolini e Hitler andarono al potere con una copertura di legittimità». Carla Nespolo ha chiesto all’Unione europea una risposta ferma e decisa: «Nel 75esimo della Liberazione esigiamo che l’Ue espella l’indegno regime ungherese che ha tradito il patto antifascista da cui è nata l’idea di Europa».

In Italia i sovranisti, invece, si sono precipitati a lodare la legge liberticida di Orbán, augurando buon lavoro al primo ministro magiaro. Per ora in Ungheria in quarantena è solo la democrazia.

Antonella De Biasi, giornalista e saggista. È stata redattrice del settimanale “la Rinascita”. È autrice e curatrice di “Curdi” (Rosenberg & Sellier 2018)

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Quattro passi in cronaca

Giorgio De Chirico, “Enigma del giorno”

Il paesaggio di De Chirico, ma senza metafisica. Mai avremmo immaginato di vivere come normalità a termine questa Roma. O questa Milano. O questa Napoli. E così percorrendo la nostra terra. Amara terra mia, dice la canzone. E dolce anche, per mille e una ragione. C’è un rumore sconosciuto e sacro, il rumore del silenzio. Solo la profanazione della sirena delle ambulanze.

Esco una volta ogni due/tre giorni, secondo le regole. Fin dall’inizio è tutto più difficile. E arcano, perché arcano è chi o cosa si nasconde. Come un virus, per esempio.

Mi vesto. Il soprabito e una sciarpa, ma non per il freddo. Poi i guanti di lattice, la mascherina, il cappello. Infine gli occhiali da sole, anche se non c’è il sole.

Niente ascensore. Le scale e poi la città. Poche persone. Si evitano. Ci evitiamo. Tenere le distanze. Tutto rarefatto. Un’aria tersa e ossigenata, inopinatamente. Dai bidoni dell’immondizia non tracimano come sempre rifiuti di ogni genere e miasmi maleodoranti.

Giorgio De Chirico, “Le muse inquietanti”

Intravedo la lunga e segmentata coda per il supermercato. Distanti e distinti. Si armeggia sullo smartphone. Rimossa la socialità reale, cresce la creazione sociale virtuale. Siamo persone, ma senza volto, letteralmente, perché con la mascherina non ci si riconosce.

In fondo, tutti ci mascheriamo perché siamo liberi di decidere come apparire. Ma oggi il potere della decisione è fuori di noi. Sono obbligato a mascherarmi non per l’azione cogente della legge, ma per la violenza che mi/ci impone il virus.

Coperto il volto, si dissolve qualsiasi possibilità di vedere o manifestare il sorriso. Una perdita. Un’amputazione. Senza sorrisi, senza abbracci, è un trionfo di faccine e cuoricini che traboccano dallo smartphone.

Nel supermercato acquisto qualcosa. Alla cassa osservo con  riconoscenza la ragazza al banco, chissà cosa pensa, come vive, quanta ansia conserva e nasconde dietro la mascherina. Ovviamente niente amuchina, alcol o disinfettanti equivalenti.

Curiosamente, sono aperti i ferramenta e gli accessori elettrici. Mi serve un cavo che effettivamente trovo. In bella vista, fra gli accessori elettrici, i flaconi di amuchina. Ne acquisto uno, 4.90 euro. 100 milligrammi, cioè mezzo bicchiere, cioè un decimo di litro, cioè 49 euro al litro. Siamo nella stessa barca. Ma alcuni stanno nello stesso yacht.

In edicola pago su di una sorta di paletta, tutto fa brodo – giustamente – per tenere le distanze.

De Chirico, “Torre rossa”

Così intabarrato ho molto caldo e sudo. La mascherina mi impedisce di respirare bene. Seguo con lo sguardo le saracinesche dei negozi, “e sarà festa tutto l’anno”, cantava Dalla, ma questa non è una bella festa.

Qualche anziano getta nel bidone il sacchetto dei rifiuti. Nessuna mascherina per lui. Siamo tutti in modalità provvisoria. Il punto è che non sappiamo quale sarà la modalità definitiva.

Torno a casa. C’è la lunga svestizione e la sommaria disinfezione. Ore 18, primo canale. Ancora troppi morti, ma meno contagi, molti meno. E più guarigioni, molte più. La terapia è giusta.

Prima o poi De Chirico tornerà nella cornice. Prima o poi noi torneremo ad abbracciarci.

 

 

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Don Minzoni. Il film

«L’idea di un film su don Giovanni Minzoni la caldeggiavo da tempo», racconta Stefano Muroni a una sala strapiena come non ti aspetti (l’emergenza coronavirus sembrava distante anni luce).

Siamo a Roma, “Cinema delle Provincie”, lo scorso 31 gennaio. L’attore ferrarese ha voluto presentare, insieme al cast quasi al completo e a chi ha concorso a realizzarlo, il lungometraggio “Oltre la bufera” (100 minuti) sugli ultimi anni di vita e sulla morte del sacerdote ucciso a bastonate dai fascisti il 23 agosto 1923.

Aveva 38 anni quando venne ammazzato, quel prete così fuori dagli schemi e dalle convenzioni del tempo.

Un film realizzato da giovani. Della generazione Y sono il protagonista Muroni; la moglie e produttrice per Controluce, Valeria Luzi; il regista Marco Cassini; Piero Cardano, lo squadrista Augusto Maran; Michela Ronci, la sposa Linda; Enrica Pintore, Matilde, per citare alcuni degli interpreti. E c’è chi ha scoperto la figura del martire antifascista, rivela alla platea, solo perché coinvolto nel set, nella ripresa, nel montaggio. E ne è rimasto affascinato.

Proiezione di “Oltre la bufera” al Cinema delle Provincie. Stefano Muroni presenta attori e collaboratori del progetto

Per il principale interprete è stato diverso: originario della provincia dove spadroneggiava il ras avanguardista Italo Balbo, era forse tra i pochi a ricordare la figura del parroco di Argenta, il suo determinato “no” al regime, ben consapevole delle conseguenze: sarebbe infatti morto poco dopo aver scritto nel suo diario “attendo la bufera”, a cui si richiama il titolo del film.

Girata anche in stile western, sorta di pièce teatrale con fermi immagine in bianco e nero sottolineati da suoni di chitarra elettrica, la pellicola (realizzata anche con il sostegno di Emilia-Romagna Film Commission) è stata curata in ogni dettaglio per ricostruire rigorosamente sia gli avvenimenti sia i costumi dell’epoca, avvalendosi anche di reperti originali della Prima guerra mondiale.

La sala è stracolma (da https://www.facebook.com/oltrelabufera/)

La vicenda, infatti, prende il via nel 1919, al termine del conflitto, con il ritorno a casa dei combattenti: al fronte sono stati don Minzoni, cappellano militare decorato con Medaglia d’Argento, e Maran, il maestro (la stessa professione di Mussolini), un reduce che subito adotta la camicia nera.

Don Giovanni Minzoni. Da https://upload.wikimedia.org/ wikipedia/commons/c/c4/ Don_Giovanni_Minzoni.jpg

È l’inizio del cosiddetto biennio rosso, scandito da scioperi operai e dalla violenza nera. Minzoni, uomo di chiesa estremamente coerente, ma inviso alle gerarchie ecclesiali perfino perché girava in bicicletta, riesce a ricucire i rapporti con i socialisti, in principio molto sospettosi nei suoi confronti, e a conquistarsi la fiducia e la stima di Natale Gaiba (Rosario Petix), consigliere comunale del paese (assassinato dai fascisti nel 1921).

Nella poverissima Emilia contadina di allora, alla disoccupazione e alla disperazione dilagante il prete risponde con azioni concrete e grandemente innovative e moderne, pure all’occhio di oggi: doposcuola per gli alunni, un teatro parrocchiale, una biblioteca circolante, circoli ricreativi (“ricreatorii”, si diceva allora) maschili e femminili, cooperative cattoliche per i braccianti e laboratori di maglieria per le donne.

Stefano Muroni nel ruolo del parroco di Argenta (da controluceproduzioni.it)

La missione religiosa del parroco Minzoni – educare – coincide dunque con quella civile, tant’è che rimprovera al maestro Maran il tradimento di un ruolo sociale fondamentale. Ma il docente in orbace, come rivela la cicatrice accanto all’occhio destro, ha vecchi conti da regolare (forse anche personali) con gli avversari politici, e mentre il fascismo avanza incontrastato in tutta Italia, con esercito, polizia e carabinieri conniventi, sente giunto il momento della revanche.

Il capomanipolo Maran interpretato da Piero Cardano (da https://www.controluceproduzione.it/ im/portfolio/04_06.png)

Divenuto capomanipolo locale, guida raid punitivi indossando occhiali da sole (altro elemento straniante alla Brecht?), del fascismo incarna anche la repressiva risposta alle rivendicazioni di libertà e uguaglianza delle donne, emancipatesi giocoforza quando nei luoghi di lavoro avevano dovuto sostituire gli uomini richiamati alle armi: “nel nostro Paese è un diritto picchiare la propria moglie, specie se ha offeso il marito”, replica alla ribelle consorte.

Sarà sempre più solo però l’antifascista in abito talare. Dopo la marcia su Roma si rifiuta di esporre il simbolo littorio all’ingresso della chiesa È il “no” che lo compromette irrevocabilmente (sarà fortemente criticato dai suoi superiori), insieme alla scelta di metter su un reparto di Esploratori cattolici, gli scout: «La goccia che fece traboccare il vaso», ha spiegato Muroni. Forse nelle intenzioni degli squadristi c’era solo la volontà di dargli una lezione, forse. Di fatto, il rigoroso parroco di Argenta non sopravviverà alle botte.

Un giovane cast e un giovane staff di collaboratori. Nella foto, il primo da sinistra è Stefano Muroni

Se importante per la memoria democratica, e struggente, è la storia narrata da “Oltre la bufera”, il film è anche un coraggioso e bell’esempio di cinema civile (l’oltre è un’affermazione di convinto impegno). Il progetto, per come è nato ed è stato realizzato, racconta pure di nuove generazioni di artisti capaci di raccogliere il testimone culturale ed etico della migliore tradizione antifascista.

Alla proiezione romana erano presenti rappresentanti dell’Agesci e dell’Anpi nazionale (chi scrive). Vittorio Pranzini dell’Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani ha annunciato, in vista del centenario della morte di don Minzoni, nel 2023, l’obiettivo di proporne la beatificazione. Applauditissimo sia dal cast e dalle maestranze, sia dagli spettatori, il saluto dei delegati dai partigiani. Avvicinati da molti alla fine della serata per chiedere: «Come possiamo iscriverci all’Anpi?».

Daniele De Paolis, giornalista

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Oggi alle 18 una candela e Bella ciao

Il Mausoleo delle Fosse Ardeatine (da http://www.mausoleofosseardeatine.it/wp-content/uploads/2014/11/sacelli-1.jpg)

Il 24 marzo è la data dell’orrore e della vergogna nazifascista, il giorno della strage di 335 persone alle Fosse Ardeatine. La Resistenza romana, che portò dal centro alla periferia durissimi colpi al nemico, fu capace, notoriamente il 23 marzo 1944, di sbaragliare un intero reparto nemico, in pieno giorno, nel pieno centro della Capitale, accedendo le speranze di vittoria in tutte e tutti i combattenti europei. Mai una capitale europea aveva combattuto così valorosamente, e la retroguardia che volevano gli occupanti a Roma non fu mai tale. Per questo il nemico considerava che la metà dei romani erano partigiani e che l’altra metà li nascondeva, Roma “la capitale che ci ha dato più filo da torcere”. Per questo la città pagò un tributo di sangue altissimo, fin dai primi giorni di occupazione e pagò con la fame che attanagliò il popolo, che non recedette mai dalla sua determinazione, dalla sua unità, dal suo coraggio.

La strage delle Fosse Ardeatine fu perpetrata nel più assoluto segreto e i romani appresero quanto era accaduto solo il giorno dopo, il 25 marzo 1944, con l’arrivo nelle edicole dei giornali e la pubblicazione del comunicato di cui riportiamo gli stralci fondamentali: “Nel pomeriggio del 23 marzo 1944, elementi criminali hanno eseguito un attentato con lancio di bombe contro una colonna tedesca di polizia in transito a Via Rasella (…). 32 uomini della polizia tedesca sono stati uccisi e parecchi feriti, il comando tedesco, perciò, ha ordinato che per ogni tedesco ammazzato dieci comunisti badogliani saranno fucilati. Quest’ordine è già stato eseguito”.

Della strage non fu dato nessun avviso preventivo, come falsamente dichiararono i fascisti, anche perché, come poi testimoniò Rosario Bentivegna, i partigiani avrebbero ingaggiato a costo della loro vita una battaglia furibonda per liberare tutti gli innocenti rastrellati. I fascisti non fecero nulla per evitare la strage, anzi collaborarono pienamente con l’occupante tedesco. Strage che fu compiuta in violazione di tutte le leggi di guerra, in violazione dello stesso codice penale militare di guerra tedesco, che permetteva rappresaglie solo contro il nemico autore dei fatti. Strage eseguita con inaudita crudeltà.

Ricordare le Fosse Ardeatine è pertanto un bisogno, prima ancora che un dovere civico e morale. Per questo da diversi anni, con le Istituzioni e le scuole, l’Anpi di Roma, i movimenti dei cittadini, le associazioni, un amplissimo arco di forze, si ritrovano in una manifestazione che attraversa Garbatella e Tormarancia per giungere al Sacrario.

La grave emergenza che ha colpito il nostro Paese non ci permette quest’anno neanche una simbolica presenza. Ne avevamo già discusso con le Autorità preposte che ci avevano chiesto, prima degli ultimi stringenti provvedimenti, di poter soprassedere e avevamo aderito collaborativamente per evitare qualunque assembramento.

È quindi comunque partito un appello molto importante, primi firmatari il Csoa La Strada e il Collettivo politico Galeano, con l’Anpi di Roma, per non lasciar passare questa data senza ricordare i Martiri delle Fosse Ardeatine, ebrei, militari, comunisti, cattolici, monarchici, repubblicani e tutti gli innocenti massacrati quel giorno.

L’INIZIATIVA QUEST’ANNO CONSISTE NEL DARSI APPUNTAMENTO ALLE FINESTRE E AI BALCONI DELLE CASE IN CUI SIAMO IN MOLTI RECLUSI, ALLE 18,00, NELL’ORA IN CUI ERA IN CORSO LA STRAGE, PER ACCENDERE UNA CANDELA E CANTARE BELLA CIAO, IL CANTO SIMBOLO DELLA RESISTENZA ORMAI IN TUTTO IL MONDO.  SCRIVENDO DALLE PROPRIE FINESTRE LA BELLISSIMA FRASE “CI AVETE SEPPELLITO. MA ERAVAMO SEMI”.

Noi dell’Anpi esporremo anche le nostre bandiere e i nostri fazzoletti, simboli della Resistenza d’Italia.

Un pensiero di gratitudine oggi non può non andare anche al comandante Mario Fiorentini, l’uomo di Porta San Paolo e di via Tomacelli, degli attacchi a Regina Coeli e via Rasella, delle quattro evasioni da 4 diversi carceri nazifascisti, il partigiano più decorato d’Italia, che dall’alto dei suoi 101 anni continua in piena forma fisica ed intellettuale ad arricchire la nostra comunità dei suoi preziosi e saggi consigli. Così come in questa giornata abbiamo anche bisogno di ricordare Angelina De Lipsis, la partigiana romana scomparsa ieri e di cui non possiamo celebrare il funerale. A lei che conobbe da giovanissima antifascista lunghi periodi di carcere, che lottò prima come staffetta nella Resistenza e fu poi riconosciuta combattente delle Brigate Garibaldi, va il nostro commosso ricordo e la nostra riconoscenza. Appena sarà possibile organizzeremo con la famiglia le esequie inchinando le nostre bandiere, con l’omaggio del medagliere partigiano.

Così vennero ritrovati i resti delle vittime dell’eccidio (da https://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/thumb/d/d3/ Vittime_Fosse_Ardeatine.png/260px-ùVittime_Fosse_Ardeatine.png)

A tutti coloro che invece negli anni hanno denigrato via Rasella, hanno calunniato i partigiani colpevolizzandoli dell’orrenda e ingiustificabile strage, rispondiamo con le parole di Rosario Bentivegna, l’eroe popolare che accese la miccia per eseguire l’azione: a chi lo accusò di aver combattuto e di non aver atteso le truppe alleate, egli disse che “il Risorgimento ci aveva insegnato che la libertà non si regala, la libertà si conquista, per questo quando le truppe alleate entrarono a Roma – con il fondamentale contributo della Resistenza – le salutammo a testa alta, perché come loro il popolo romano aveva combattuto ed erano caduti in tanti, in tantissimi”.

Per il cammino tracciato dalla Costituzione, nella libertà, nell’uguaglianza, nei diritti, nell’amicizia tra tutti i popoli della terra, nella giustizia sociale che dovrà guidare la ricostruzione del nostro Paese. Anche per questo non dimentichiamo e rendiamo gloria ai Martiri delle Fosse Ardeatine! Alle 18,00 dai balconi e dalle finestre della nostra città, città due volte Medaglia d’Oro al Valor Militare, per i fatti della Repubblica romana e per i fatti della Resistenza.

Ora è sempre Resistenza!

Fabrizio De Sanctis, Presidente Comitato provinciale Anpi Roma, componente del Comitato nazionale Anpi

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Che tempo stiamo vivendo

https://www.scienze-naturali.com/wp-content/uploads/2017/03/fiori-da-balcone-primaverili-703×527.jpg

C’è la necessità di essere affermativi (dire “positivi”, in un momento come questo, appare decisamente fuori luogo, se non addirittura provocatorio). Si tratta di dotarsi dell’ottimismo della volontà, al quale fa da corollario il calcolato pessimismo della ragione. Nessun catastrofismo, per cortesia. Non siamo agli ultimi giorni dell’umanità ma ad un cambiamento nei giorni dell’umanità. Quindi, del suo passo. In cosa ciò consisterà, lo potremo capire solo nel corso del tempo a venire. Trattandosi di una pandemia, che coinvolge il mondo intero o buona parte d’esso, quanto meno quello che si intende a “sviluppo avanzato”. C’è adesso soprattutto la necessità di affrontare una nuova forma di socialità, paradossale, poiché fondata su quella condizione che oramai tutti iniziamo a conoscere come «distanziamento sociale». Tradotto in altre parole, siamo accomunati dall’essere divisi. Ognuno nella propria privata condizione, che sia condivisa con altri famigliari o sia a sé stante.
È la prima volta, in vita nostra, che facciamo questa esperienza. Che con il passare dei giorni, rivela la sua persistenza: un obbligo tanto necessario quanto vincolante. La nostra esperienza di spazio comune sta cambiando radicalmente. Non è più l’insieme dei luoghi di socialità pubblica, dal lavoro ai divertimenti, dalle amicizie agli scambi professionali, dall’anonimato di un mezzo di trasporto alla reciprocità di un pranzo tra conoscenti in un locale pubblico, ma è il perimetro di una quotidianità coatta, ossia obbligata. La quarantena, d’altro canto, ha moltissime similitudini con gli arresti domiciliari, basandosi sulla rigidissima limitazione non solo degli ambienti calpestabili ma soprattutto nel suo secco contingentamento dei rapporti sociali. Non si pone un individuo agli arresti per la sola necessità di punirlo ma innanzitutto per limitarne i contatti. Nella convinzione che essi, poiché parte costitutiva del suo «essere umano», si siano trasformati da potenzialità in pericolo. In quanto trasmettono qualcosa (si tratti di un gesto criminale così come di micro-organismi) che inquinano il mondo circostante. Con una differenza tra l’isolamento individuale (arresti) e quello collettivo (lockdown), che non è solo di ordine numerico bensì qualitativo. In quanto nel primo caso la pericolosità è identificata con un soggetto preciso, un individuo che in genere è comunemente considerato come indesiderato per le più svariate ragioni; mentre nel secondo caso, è un’intera comunità che deve dirsi di costituire, per se medesima, un problema, se non un pericolo. Quanto meno, nella misura in cui continua a intrattenere quegli stessi rapporti sociali che ne sono fondamento. Poiché non esiste comunità senza relazioni. La stessa radice etimologica della parola comunità, come ha ricordato a suo tempo il filosofo Roberto Esposito, deriva dal termine latino «communitas», «cum-munus»: il «munus» che può avere un triplice significato e che rimanda a un dovere, un debito, un dono da dare. I soggetti della comunità sono dunque uniti da un obbligo che li rende non completamente padroni di se stessi ma vincolati tra di loro da una reciprocità.

Renè Magritte, L’uomo con la bombetta, 1964 (da https://www.cinquecosebelle.it/wp-content/uploads/2018/11/opere-magritte-uomo-bombetta.jpg)

Il paradosso della quarantena è anche questo: interrompe la trasmissione di qualcosa di maligno ma trasforma, in parte ottundendole, anche le relazioni benigne, senza le quali non possiamo vivere. Quando si è sottoposti a misure di rigore, proprio malgrado, così come quando si sceglie volontariamente di distanziarsi dagli altri, bisogna rivedere daccapo la propria agenda. Non solo quella degli impegni concreti, materiali – che si tratti di lavoro piuttosto che di studio, di divertimenti piuttosto che di ozio – ma anche quella mentale. L’isolamento ha effetti di lungo periodo sulla cognizione di sé da parte degli individui, ovvero sul modo di concepirsi. Proprio perché decade quella socialità che ci rende umani. Lo sanno benissimo i carcerieri, che confidano in questo aspetto per ottenere i risultati che si sono ripromessi di raggiungere. Non per questo diventiamo disumani ma dobbiamo ridisegnarci nel nostro modo di essere quotidiano, il tempo per noi più prezioso. La quarantena incide – infatti – non solo sui luoghi accessibili ma anche sull’uso (e sulla concezione) del tempo. È quotidiano ciò che appartiene alla prevedibilità, alla calcolabilità, alla dimensione dell’immaginabile. Una risorsa preziosissima, senza la quale ci sentiamo letteralmente abbandonati a noi stessi. Anche per questa ragione, in queste settimane di isolamento, stiamo conoscendo una trasformazione i cui effetti dureranno a lungo. Quale sarà il risultato finale, a parte molte preoccupazioni, in sé concrete nonché immediate, in quanto legate alla sfera del lavoro, del reddito come anche delle relazioni interpersonali, è impossibile dirlo. Procederemo per piccoli passi, ma comuni. In quanto ciò che stiamo vivendo ci sta incamminando verso la consapevolezza che quanto è stato non lo è già più, da adesso, benché nessuno di noi possa sapere cosa sarà per i tempi a venire, anche di noi stessi medesimi, come persone.
In questa cornice, non sta tornando la voglia di sentirsi «italiani» né si scopre un nuovo patriottismo (ancorché non bellicoso). Semmai è il ritorno di qualcosa che abbiamo sempre portato con noi stessi e che adesso si rivela nel momento dello sconvolgimento della nostra quotidianità. Se nel Settecento lo studioso e polemista Samuel Johnson affermò che «il patriottismo è l’estremo rifugio delle canaglie», allora quello che da noi – sia pure con fatica – cerca di emergere, è uno spirito solidale. Di contro ad una auto-narrazione, molto radicata in una destra illiberale e antidemocratica, che ha sempre alimentato la mitologia negativa di una italianità basata sul qualunquismo, sull’indifferenza, sull’estraneità, sulla sospettosità. Un presunto “carattere italiano” che per essere governato richiederebbe, invece, l’intervento autoritario, l’unico in grado di ovviare alla mediocrità di un italiano comune (che non esiste comunque) cronicamente incapace di emanciparsi dal suo essere un suddito. Si tratta del discorso degli eredi di coloro che, per intendersi, negli anni bui dell’occupazione nazista manifestarono il loro “patriottismo” mettendosi proni e chini al servizio dell’occupante. Anche da ciò, quindi, il farsi beffe delle forme di partecipazione, l’attacco contro le manifestazioni di socialità che implichino continuità di impegno (a meno che non siano funzionali all’adorazione incondizionata di un capo, chiunque egli sia), gli insulti contro chi viene tacciato di «buonismo». Gli ingenui, che scambiano i loro sentimenti caramellosi per realtà incontrovertibile, sono sempre esistiti. Non sono tuttavia la maggioranza. Quel che invece conta è che continui ad esistere e, soprattutto, a resistere una comunità di responsabili. Fatto che si misura proprio nei momenti di emergenza.

Renè Magritte. Gli amanti, 1928 (da https://www.cinquecosebelle.it/wp-content/uploads/2018/11/opere-magritte-amanti.jpg)

Non manifestiamo più, collettivamente seguendo i cliché politici del Novecento, cosa che peraltro, in questi anni, abbiamo fatto in maniera sempre più declinante. Cerchiamo invece di ridisegnare uno spazio di condivisione, sotto il segno di una nuova democrazia, ancora di là dal realizzarsi. Si può discutere, e anche molto, sull’opportunità di esporre dai balconi disegni e striscioni beneauguranti. Così come si può anche dissentire dalla necessità, in questi ultimi due decenni sempre più diffusasi, di cantare l’inno di Mameli e di mettere sulle ringhiere la bandiera italiana. Ma non si può in alcun modo eccepire sul fatto che dietro a questi gesti, condivisi e ripetuti, ci sia un bisogno fondamentale, quello di essere cittadini. E di chiederlo agli altri, rispecchiandoci in essi. Di contro all’individualismo cinico, che sia quello dei perdenti (che si chiudono nella propria tana, prima della loro estinzione) come degli emergenti (che celebrano se stessi disprezzando il «popolo», ai loro occhi meschino e mediocre a prescindere). Oggi, dinanzi all’emergenza, ci misuriamo con il tentativo del costituirsi di una comunità virtuale, tale perché si confronta con la sua condizione di costrizione, dettata dalla quarantena, di contro alla gabbia del virale (la pandemia). Una comunità che si identifica e che partecipa come può con quanti, e sono moltissimi, rimangono in prima linea nel fronteggiare l’emergenza: l’intero apparato sanitario italiano, le forze dell’ordine (quanti tra gli appartenenti ai medesimi corpi, molti decenni fa, costituirono la prima ossatura del partigianato?) ma anche una leva di giovani – e meno giovani – amministratori locali, che si stanno spendendo per tenere compatte le loro realtà civili, di personale che lavora in condizioni di oggettivo rischio per mantenere i servizi essenziali. La totalità dei quali non lo fanno per retribuzioni molto spesso risibili ma per un senso di responsabilità nel quale ci rispecchiamo. Anche a volere ripetere una grande verità che troppo spesso omettiamo: non stiamo vivendo solo una gigantesca crisi sanitaria ma anche una drammatica domanda di equità sociale, che sta solo un passo indietro all’emergenza in quanto tale.
Ricordiamocelo, quando l’angoscia per la minaccia virale si sarà attenuata. Qualsiasi comunità, a partire da quella dei resistenti di un tempo, per arrivare a quella di oggi (il parallelismo, se è storicamente indebito, non lo è altrettanto sul piano civile e morale), d’altro canto si è identificata e riconosciuta, nei suoi componenti, attraverso pochi gesti, in alcuni simboli, in parole d’ordine semplici ma dirette. E dirsi, in forma di auspicio, che «andrà tutto bene» equivale all’imperativo di resistere. Ogni epoca, ogni generazione, qualsiasi società lo fa con gli strumenti che gli sono suoi propri e nelle situazioni con le quale deve confrontarsi. Che mutano nel tempo, in quanto il racconto della storia è ricostruzione di come, nel trascorrere delle cose e delle persone, avvenga anche la trasformazione delle comunità. Qualsiasi ragionamento al riguardo deve poi confrontarsi con un tema cornice, quello che ci accompagna da almeno tre decenni, ossia della crisi della democrazia, laddove la dimensione sociale, partecipativa è messa in discussione. Al riguardo, la situazione di eccezionalità che stiamo vivendo mette ancora più in luce di quanto già non fosse necessario, la necessità di non farsi ingannare dalla cecità di certe illusioni. Ci viene da dire che il pensare che una pandemia possa essere risolta dalla sola «comunità scientifica» (un insieme di individui ma – anche e soprattutto – di risorse, di competenze e di relazioni continuative, spesso con idee e posizioni tra di loro molto differenti; si sta insieme e si “produce” non malgrado ma grazie al pluralismo conflittuale delle opinioni), nel mentre la medesima chiede ai decisori (evidentemente non solo i politici, che sono comunque adesso in prima linea) delle chiare linee guida amministrative e di indirizzo, è come pensare di fare politica delegando ai soli «tecnici» la soluzione di un’infinità di problemi che richiedono senz’altro competenze ma anche e soprattutto responsabilità. Le ultime non si delegano, semmai si assumono. È al medesimo tempo una manifestazione di falsa razionalità e di incoscienza civile il ragionare diversamente. Comunque la si voglia vedere, si traduce in un atto di defezione dalla decisione e dal suo riscontro collettivo.

Giorgio de Chirico, Piazza d’Italia, 1950-1951 circa (da https://i0.wp.com/dueminutidiarte.com/wp-content/uploads/2015/11/giorgio_de-chirico_piazza-italia_vita_opere_due-minuti-di-arte.jpg?resize=760%2C532&ssl=1)

Ciò che oggi emerge, con dirompenza, come bisogno reale, è quanto negli anni trascorsi è invece stato fatto oggetto di ripetuto sbeffeggiamento: non solo la competenza ben temperata ma anche la mediazione istituzionale e politica. Le «democrazie dirette» (quelle condominiali) sono la falsificazione della realtà. La ricerca, oggi richiamata da tutti quasi come una sorta di divinità dalle cui labbra si penderebbe, non è mai un processo orizzontale bensì verticale. Sarebbe altrimenti stregoneria e superstizione, non altro. Soprattutto, richiede energie, tempo e forze, di ogni genere e tipo. Provare, sbagliare, riprovare, cercare, verificare, confrontarsi. Tra errori e rettifiche. Una vita intera, in buona sostanza: quella di chi ci lavora. Non si testa e non si verifica con i plebisciti “popolari” bensì con i lunghi effetti di ritorno dei percorsi applicativi. Di contro all’insopportabile retorica che contrappone il «popolo» ai «professoroni», fingendo che il primo sia lo spontaneo titolare di un’antica sapienza di cui i secondi, nel chiuso delle loro segrete stanze, poco o nulla conoscerebbero. Ma servono anche élite dirigenti che sappiano tradurre quelle competenze e quelle azioni in scelte collettive. Gruppi dirigenti che siano autorevoli. Una volta i partiti di massa producevano tali figure, pari agli anticorpi dei sistemi immunitari. Oggi le cose sono diverse. Non a caso lo scellerato elogio del livellamento di tutto – non solo dei processi politici ma anche delle stesse società, nel nome di deità astratte (ad esempio, i «mercati», citati a sproposito come insindacabili Sibille cumane) che da sé avrebbero concorso autonomamente ad aggiustare, con incantevoli magie, ogni cosa – ha invece contribuito a renderci più fragili, maggiormente deboli dinanzi alla difficile prova che stiamo affrontando. Si tratta di una lunga storia di falsificazioni.
Quel che ora più che mai dobbiamo sapere è che o se ne esce insieme oppure si rischia di non poterne uscire, piaccia o meno. Poiché gli scenari che potrebbero configurarsi sono quelli a spirale. Conterà anche il modo e il come ne riusciremo ad uscire. In Italia, con tutti i limiti del caso, ne stiamo prendendo faticosamente coscienza. Con grandi difficoltà, beninteso. Le immagini delle altre capitali europee, sono invece preoccupanti. Sapendo di come le loro epidemie a scarto ritardato potrebbero tornarci indietro, il giorno in cui noi avessimo finalmente fatto un primo passo per andare oltre l’emergenza immediata. Classi dirigenti impaurite e, soprattutto, disorientate, tali poiché in deficit di capacità decisionali, animate quindi da una visione tanto miope quanto cinica, contribuiscono in tale modo a mettere un altro chiodo sulla bara non solo della periclitante Unione europea ma anche di un futuro per tutti noi (ancora) accettabile. Sarà bene non avere memoria corta, al riguardo, quando si dovrà pur scegliere qualcosa o qualcuno. Nei giorni scorsi Silvio Garattini, classe 1928, conosciuto come decano della ricerca farmacologica, animato da una lucidità invidiabile, sempre pacato ma realista, alla domanda postagli da un intervistatore sulla necessità di fare ricerca per trovare una risposta al collo di bottiglia nel quale le società europee si stanno cacciando per via del coronavirus, ha sottolineato che in un paese come l’Italia è oramai impossibile parlare di «ricerca» in quanto sistema integrato, poiché in tutti i campi (non solo quello medico e farmacologico) è quest’ultima ad avere subito i tagli più radicali, quanto meno in termini proporzionali, nel nome di equilibri di bilancio, in omaggio a vincoli finanziari e a cos’altro (a partire dal transfert di eventuali risorse nel magico «privato», inteso come circuito di interessi corporati, di cui alcune leadership hanno dato proprio in questi giorni un chiaro esempio). Tra le altre cose, ci si è sentiti ripetutamente dire che “non c’è bisogno di fare ricerca”. Con il corredo di beffe verso gli specialismi e la destrutturazione sia degli inquadramenti professionali che delle retribuzioni, senza i quali non ci può essere alcuna ricerca reale effettiva, tale poiché capace di ricadere positivamente, nel lungo termine, sulla collettività medesima. È infatti parte della ricerca non solo ciò che si va facendo oggetto di studio ma anche i modi (tempi, risorse, qualità della prestazione, sistemi di scambio e cooperazione) in cui tale lavoro si compie. Ossia, la sua considerazione sociale.
Se uno studioso non è pagato, dovrà cercarsi un altro lavoro. Con buona pace della ricerca medesima. Il tutto in società tendenzialmente qualunquistiche e sempre più spesso chiuse in se stesse, in quanto animate da minoranze rumorose e rancorose, all’ossessiva ricerca di quella miserevole visibilità che accompagna i piccoli narcisi dei quali sono composte. Il principio ragionevole e razionale di prevenzione condivisa – che è cosa diversa dalla paurosa «società del rischio» raccontata dai sociologi, quella in cui tutti, avendo timore di qualcosa, si affidano quasi scaramanticamente alle moderne formule di sortilegio che sono le assicurazioni private, quand’esse si sostituiscono ad un solido sistema di garanzie pubbliche – è venuto progressivamente ad attenuarsi. Non solo come pratica sistematica e sistemica delle istituzioni ma innanzitutto come forma mentale e culturale, almeno laddove la solidarietà e la reciprocità sono parte integrante della soluzione dei problemi. Non siamo società abituate al senso del limite e a quella capacità di autocorrezione che sono invece due virtù fondamentali di ciò che chiamiamo resilienza. Arriviamo quindi alla prima grande prova – almeno per noi europei – da dopo la Seconda guerra mondiale, del tutto disabituati e non attrezzati a fare fronte alle emergenze che si stanno sommando: sanitaria, economica ma anche sociale e civile. Si è disinvestito su tutto, nel nome di una velocità e di una mutevolezza (quelle derivanti da un’economia della conoscenza e dell’informazione) che avrebbero compensato i bisogni e le occorrenze, di una circolazione che sarebbe stata in grado di compensare, per un principio di virtuosità intrinseco a sé, le asimmetrie di ogni genere, a partire proprio da quelle di opportunità (e di autotutela, in questo caso della salute). La scelta – ideologica – di professare la diseguaglianza come falsa forma di merito (nei fatti ne è invece l’esatto opposto), arricchisce certuni mentre impoverisce le collettività. Il nesso tra salute pubblica, ambiente ed economia globale è emerso come indissolubile dalla gravissima crisi che stiamo attraversando. Poiché siamo entrati in una doppia emergenza, che prevedibilmente durerà a lungo, portando a profonde ristrutturazioni sociali. Laddove l’incoscienza collettiva si alimenta, in un gioco di irrisolte specularità, del cinismo di una parte delle élite. Ecco, il fare comunità, vuole allora dire il tornare non solo a fare politica ma a pensare che la politica sia la sede non dello storytelling, di una narrazione infinita, come la tela di Penelope che di giorno viene fatta e di notte è disfatta. Per evitare di candidarci ad essere non più cittadini ma sudditi. Le grandi crisi si accompagnano sempre a cambiamenti collettivi come personali, dovendo decidere cosa tenere del vecchio bagaglio e cosa, invece, abbandonare alle proprie spalle. Cerchiamo di chiarirci le idee, al riguardo. Il cammino si fa camminando, rammenta il poeta.

Claudio Vercelli, Università cattolica del Sacro Cuore, Istituto di studi storici Salvemini

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L’azione partigiana di via Rasella

La mappa dell’azione

Roma 23 marzo 1944, ore 15,52. Nella capitale occupata dai nazifascisti, diciotto chili di tritolo nascosti in un carretto della spazzatura, esplodono in via Rasella, nel centro città, riuscendo a colpire 33 uomini del battaglione Bozen.

Lo storico Davide Conti racconta la maggior offensiva di guerra urbana effettuata dalla Resistenza in una capitale europea contro le truppe nemiche. Il filmato, promosso dal Comitato provinciale Anpi di Roma, propone testimonianze di repertorio di Giorgio Amendola e della Medaglia d’Oro al Valor Militare Carla Capponi e della Medaglia d’Argento al Valor Militare Rosario Bentivegna (componenti del GAP che realizzò l’azione). Montaggio di Milena Fiore

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Anno IV n. 72

Anno IV n. 72 del 6 marzo 2020

In questo numero:

Copertina

BUON 8 MARZO, BUONA UMANITÀ

Natalia Marino

A tutte le donne. In particolare alle ricercatrici che hanno isolato per prime il virus: Concetta Castilletti, Maria Rosaria Capobianchi e Francesca Colavita. E ancora Alessia Lai, Arianna Gabrieli e Annalisa Bergna

Editoriale

La bella Italia che resiste

Andrea Liparoto

Grande successo delle giornate di tesseramento all’ANPI. Tanti giovani per la democrazia e la memoria attiva

Servizi

Interviste, Cittadinanza attiva

Paolo Pezzino: “In corso una deriva filofascista

Gianfranco Pagliarulo

Parla il Presidente dell’Istituto Parri: “Si vuole imporre un pensiero unico, che corrisponde alla visione astorica e decontestualizzata della destra, e chi non ci sta viene accusato di negazionismo o di riduzionismo”

Cittadinanza attiva

Il coronavirus e noi

Patria indipendente

Il mondo dell’associazionismo democratico, a cominciare dall’Anpi, può e deve fare la sua parte, adeguandosi alle disposizioni delle istituzioni, operando perché alla paura si sostituisca la ragionevole consapevolezza del rischio. Ancora una volta si può battere un nemico grande e pericoloso a partire dall’unità del popolo, dalla solidarietà fra generazioni, dal sostegno alle istituzioni democratiche

Inchieste

Sospesi fra nazismo e destra istituzionale

Gruppo di lavoro Patria su neofascismo e web

Casaggì e gli “spazi identitari”: storia e analisi di un gruppo fiorentino estremista identitario, dei suoi sviluppi e dei suoi rapporti con Fratelli d’Italia

Profili partigiani

Leda, Magda e le altre

Anna Pola Moretti

Continuare ad ascoltare le testimoni e la storia. Le biografie delle donne partigiane hanno ancora molto da raccontare. All’intero Paese

 

Cittadinanza attiva

Una cosa da ragazze

Adalberto Erani

Il fumetto di Matteo Mazzacurati dedicato alle “Ragazze di via della Ripa”, le donne di Forlì che si mobilitarono e salvarono dalla fucilazione 10 renitenti ai bandi di Salò

 

Cittadinanza attiva

Io, giovane con la tessera dell’Anpi

Pia Bacchielli

Carlo, 17 anni, di Ancona: “Ho trovato nell’Associazione dei partigiani una famiglia capace di accogliere pensieri diversi, che però si catalizzano nell’antifascismo”; “Ci sono ragazzi che quando si parla di Olocausto ridono. Qualcosa non va”. Boom di iscritti tra le nuove generazioni

In primo piano

Approfondimenti

Piazza, che bella piazza!

Letizia Annamaria Dabramo

La storia dello spazio pubblico per eccellenza, luogo fisico, metaforico e oggi anche virtuale dove si incontra, si riconosce e si costruisce una comunità

 

 

 

Persone e luoghi, Anniversari

Renzino, aprile 1921: la strage e la rivolta

Francesco Bellacci

Provocazioni e violenze fasciste, un’imboscata contro gli squadristi, a fuoco le case e le cascine della località del comune di Foiano (Arezzo), assassinati contadini, donne e madri, e poi la ribellione spontanea. E’ l’inizio dell’antifascismo. Le iniziative a cento anni di distanza

Servizi

Documenti

Ancora più uniti

Gianfranco Pagliarulo

Un documento comune di associazioni, sindacati, partiti dopo una riunione del “tavolo unitario nazionale”. Al centro il valore dell’umanità, contro “fascismi, razzismi e guerre”. La richiesta di “abrogare o modificare radicalmente i recenti decreti sicurezza”

Cittadinanza attiva

Perché NO al referendum

Redazione

Il testo del documento del Comitato nazionale Anpi che illustra le ragioni della scelta. “Una legge improvvisata e opportunistica. L’Anpi non aderirà ai Comitati del NO e realizzerà iniziative in autonomia”

Approfondimenti

«A Stalingrado il tempo è sangue»

Claudio Vercelli

L’epica della battaglia che distrusse definitivamente il mito dell’invincibilità tedesca. Quasi mezzo milione di morti fra le fila dei civili e dei militari sovietici. Gli assedianti diventano assediati. La resa delle armate nemiche all’inizio di febbraio 1943

La tragica avventura dell’Armir

Fausto Vighi

Dal Corpo di spedizione italiano in Russia all’Armir. L’armata andò a combattere, nel 1942, con le dotazioni della guerra 1915-18. Degli oltre 230mila uomini in 100mila non tornarono

Le statue di ghiaccio nelle lande russe

Roberto Bonfiglioli

La tragedia dell’Armir e le gravi responsabilità del fascismo. Le drammatiche testimonianze di Mario Rigoni Stern, Nuto Revelli, Isacco Nahoum. Nelle lande e nelle steppe si intonava “fischia il vento”

Il campo della morte: l’isola di Arbe

Giancarlo Grazia

Una storia ignorata dagli italiani, largamente taciuta dalla stampa e dalla televisione, assolutamente disattesa dai testi scolastici. La fine per fame e malattie di donne, bambini e antifascisti, sloveni, croati, ebrei. Una vergogna dimenticata. Le responsabilità dei generali Roatta e Robotti: “In Jugoslavia si ammazza troppo poco”. Nessuno ha pagato il conto alla giustizia. La ribellione di molti soldati dell’esercito italiano

Terza pagina

Raccontami

Il carrettino

Ottavio Terranova

Un delicato racconto ambientato nel dopoguerra in terra di Sicilia, fra povertà, mafia e dignità

Librarsi

Della morte e della compassione

Giacomo Verri

Silvio Villa, “L’amico fucilato” e altri episodi della Grande Guerra, cura e traduzione di Francesco Durante, Neri Pozza, pp. 125, € 12,50

Pentagramma

La Regina del Nilo

Chiara Ferrari

Oum Kaltoum, la voce dell’Egitto. “Ha cantato per celebrare la fusione tra Siria ed Egitto, per il crollo della monarchia irachena, per la sottratta Palestina e per le donne libiche. Ha cantato per gli uomini che lavoravano negli sperduti cantieri del deserto, per i contadini divenuti operai, costruttori e soldati”

 

Forme

Paul Klee, il pittore delle idee

Francesca Gentili

L’artista tedesco: “L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è”. Collaborò con la Bauhaus e fu perseguitato dai nazisti perché, di natali svizzeri, venne accusato di essere “ebreo e straniero”, esponente di “un’arte degenerata”. Moriva esule 80 anni fa

Red carpet

Quelle piccole, grandi donne crescono

Serena d’Arbela

“Piccole donne”, regia di Greta Gerwig, con Saoirse Ronan, Emma Watson, Florence Pugh, Eliza Scanlen, Timothée Chalamet. Usa, 2019

 

Librarsi

Gramsci e la letteratura

Francesco Marola

Antonio Gramsci, Scritti di letteratura, a cura di Lelio La Porta, Editori Riuniti, 2019, pp. 196, €12,75

Librarsi

La Shoah e i suoi testimoni

Irene Barichello

Valentina Pisanty, “I guardiani della memoria”, Bompiani Editore, 2020, pp 292, €13,00, online € 9,75

 

 

 

 

 

Ultime da Patria

Formazione

Promemoria 4. La milizia volontaria per la sicurezza nazionale

Paolo Papotti

1923: Mussolini è da poche settimane al governo, un Regio decreto legittima l’organizzazione armata del partito fascista (Milizia per la Sicurezza Nazionale), che non deve rispondere allo Stato ma solo al suo capo politico. Le spese sono a carico del ministero dell’Interno, quindi del Paese. Si moltiplicano arresti e uccisioni degli oppositori

Spettacolo

Fascismo, istruzioni per l’uso

Mariangela Di Marco

Lo spettacolo “Istruzioni per diventare fascisti” di Michela Murgia; lo spettatore posto davanti ad uno specchio, che lo ammutolisce amaramente e lo stimola a riflettere

 

Approfondimenti

Regioni: come sono nate

Valerio Strinati

È il 50° anniversario delle leggi di attuazione dell’ordinamento regionale: le vicende del regionalismo dal primo dopoguerra all’Assemblea Costituente

Cittadinanza attiva

Idlib e confine greco-turco: uno scempio

Redazione

Dichiarazione della Presidente nazionale Anpi Carla Nespolo, sui fatti di Idlib e del confine greco-turco

Servizi

I 223 anni del Tricolore

Ermete Fiaccadori

Le celebrazioni a Reggio Emilia. Fu il partigiano Didimo Ferrari “Eros”, dirigente dell’Anpi cittadina, ad ottenere che la data del 7 gennaio fosse inserita tra le solennità civili del Paese

Approfondimenti

La brigata della carta

Stefano Coletta

Lituana, occupazione nazifascista: un gruppo di bibliotecari ebrei riuscì a nascondere migliaia di libri, manufatti, opere d’arte, salvandoli dalla razzia e distruzione. Verranno scoperti e arrestati, deportati o uccisi. Nel Paese baltico il 90% degli ebrei non sopravvisse alla Shoah

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Storie di Resistenza

In questi giorni complicati di globale emergenza, giorni di sofferenza ed impegno per molte persone alle quali va il nostro pensiero e il nostro sostegno, tutti noi siamo chiamati a fare la nostra parte collaborando per un fine ultimo e un obiettivo comune rimanendo a casa, mettendo in atto con attenzione le indicazioni che il nostro servizio sanitario nazionale in questi giorni ci ha suggerito più volte.

Come ANPI Provinciale di Fermo vogliamo proporre un’iniziativa che abbiamo chiamato STORIE DI RESISTENZA, per trascorrere in maniera alternativa questi giorni “casalinghi” e dedicare del tempo alla lettura.

Metteremo a disposizione, in formato digitale, i fascicoli che abbiamo pubblicato nel corso degli anni e che raccontano le storie di Resistenza del nostro territorio.

Cominceremo con le “Storie di Resistenza civile nel Fermano” e nei prossimi giorni continueremo con gli altri fascicoli.

Buona lettura!


Carceri: “Un appello al buon senso di tutti”

Rivolta a San Vittore, ieri. Foto ImagoeconomicaDa tutta Italia continuano ad arrivare notizie di proteste e rivolte dei detenuti reclusi negli istituti di pena. Drammatiche quelle che provengono da Modena, dove hanno perso la vita alcuni detenuti. E ancora l’evasione di Foggia, i detenuti sui tetti, il fuoco a San Vittore, le battiture e le proteste in moltissimi altri istituti della penisola.

Il minimo comun denominatore delle proteste e delle rivolte è la paura scatenata dalla diffusione del coronavirus e dalle misure adottate dal governo su scala nazionale per cercare di arginarne la propagazione.

Foto Imagoeconomica

Queste misure hanno riguardato anche il carcere; adottate per la tutela della salute pubblica anche nei penitenziari hanno l’obiettivo di scongiurare la possibilità dell’ingresso negli istituti del virus, che in spazi circoscritti e soggetti a una forzata promiscuità (acuita dalla conclamata situazione di affollamento) avrebbe una facilità assoluta di contagio mettendo a rischio tantissime persone nell’impossibilità di soddisfare eventuali esigenze di isolamento di potenziali malati.

Il carcere si è così chiuso ancor più in se stesso: chiuse le scuole, il lavoro per ditte esterne, la formazione professionale e ogni altra attività per la quale fosse previsto l’ingresso di personale esterno. A queste sospensioni si è accompagnata la ancor più dura restrizione nei colloqui. Questa limitazione non è stata adottata in modo univoco su tutto il territorio, ma ha visto oscillazioni che sono andate dalla sospensione totale nelle zone maggiormente afflitte dal contagio, alla previsione della possibilità per ogni detenuto di incontrare un solo familiare per volta.

Roma. La rivolta dei familiari dei detenuti di Rebibbia. Foto Imagoeconomica

Il governo ha adottato misure per lenire questa sofferenza affettiva prevedendo la possibilità per i ristretti di telefonare più spesso alla famiglia (l’ordinamento prevede in condizioni normali una telefonata a settimana di 10 minuti), e l’utilizzo anche di mezzi telematici come Skype per sostituire il colloquio visivo. Tuttavia la sola previsione non basta, occorre l’applicazione nella pratica di queste misure che andrebbero ulteriormente ampliate.

La paura per il contagio, la paura per la lontananza dalle famiglie, l’impossibilità di ricevere pronte notizie dall’esterno e di poterne dare, la scarsità di informazioni e la confusione che le ha caratterizzate nei giorni appena trascorsi, hanno innescato un moto di proteste che, come detto, si è presto diffuso alle carceri di tutto il Paese.

Occorre depotenziare al più presto questa paura incontrollata. Una paura che come si è visto in questi giorni non ha certamente colpito i soli detenuti, ma che anzi ha portato tantissime persone a fuggire dal nord Italia o a fare scorte immotivate nei supermercati in preda a timori irrazionali controproducenti ai fini stessi delle misure di salute pubblica. Difficile aspettarsi una reazione compita e razionale, in controtendenza con la generale reazione del Paese, all’interno degli istituti. Per questo se la ricetta per riportare la calma in tutta Italia è stata individuata nella necessità di chiarezza e trasparenza nella comunicazione lo stesso è da chiedersi per gli istituti di pena, con un ulteriore sforzo emotivo perché la lontananza dalle famiglie e l’impossibilità di spostamento è in questo caso irrimediabile.

In queste ore Antigone, per voce del suo presidente Patrizio Gonnella, ha fatto appello ai detenuti perché comprendano il momento di grande difficoltà che sta attraversando il Paese. Serve il buon senso di tutti, le proteste devono essere ricondotte a manifestazioni pacifiche al più presto per evitare che la situazione degeneri come è purtroppo già avvenuto ad esempio a Modena. Dall’altra parte l’appello alla responsabilità riguarda tutto il mondo penitenziario a cui è richiesto uno sforzo ulteriore rispetto all’ordinario. È necessario spiegare chiaramente le motivazioni alla base di quelle che potrebbero apparire come indebite e ulteriori restrizioni a una vita già ristretta. Questo sforzo deve essere accompagnato dalla comprensione umana, empatica, dell’esigenza ora più che mai, di mantenere vivi i contatti con i cari all’esterno. Per questo servono più telefonate con l’auspicio che in un momento straordinario possano essere quotidiane e di venti minuti. È necessario permettere di sostituire ai colloqui visivi – laddove questi siano sospesi – telefonate via skype dove è possibile mantenere un contatto con i propri cari più vivido. Un contatto rassicurante. Inoltre l’endemica condizione di affollamento dei nostri penitenziari si rivela nuovamente di certo non d’aiuto nella gestione degli istituti, inevitabilmente anche in un momento straordinario. Per questo chiediamo anche che siano previste prontamente misure volte alla riduzione delle presenze in carcere attraverso il ricorso alla detenzione domiciliare o alle misure alternative.

Carolina Antonucci, Associazione Antigone


 

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