Il Presidente partigiano

Sandro Pertini con la sua amatissima pipa (http://presidenti.quirinale.it/ Pertini/fotografie_pertini.asp?id=4)

A 30 anni dalla sua scomparsa ripenso ad una frase del mio conterraneo Sandro Pertini, il “Presidente più amato dagli italiani”.

Non la ricordo nella sua letterale precisione ma ne colgo il senso, avendola personalmente da lui ascoltata e poi misurata con le alterne vicende della mia stessa vita.

Diceva più o meno questo: “più degli uomini – che sbagliano, tradiscono e cadono volutamente nell’errore – sono importanti le idee”, perché si codificano nei valori che restano immutabili nel tempo e sono di monito e di esempio alle azioni umane fino a diventare motivo e senso dell’esistenza. “Un uomo è tale quando vince il dolore senza tradire le proprie idee”.

E ai politici aveva rivolto questo richiamo: “L’insidia più grande per un uomo politico è quella di innamorarsi del potere”.

Dovremmo riscoprire e valorizzare oggi il senso esplicito di questa affermazione, in epoca di compromessi e trasformismi, dove il potere viene esercitato con disinvoltura e svincolato da interessi superiori, come l’amore per la Patria e il perseguimento del bene comune.

30 settembre 1979. Il Presidente della Repubblica Sandro Pertini lascia commosso il sacrario di Marzabotto (http://presidenti.quirinale.it/Pertini/fotografie _pertini.asp?id=31)

Prevalgono i calcoli e gli algoritmi, le alchimie tattiche e le logiche spartitorie, i vassallaggi e la pratica dello spoil system che mercificano la militanza ad asservimento, anche rinunciando alla fede gratuita verso gli ideali più nobili e alla rettitudine come prassi di comportamento pubblico e privato.

Pertini era un tutt’uno: non esisteva in lui doppiezza, essere a un modo e presentarsi diverso.

Fino all’apparire duro e intransigente sui principi e sui valori ai quali la sua vita era ispirata: la libertà, la democrazia, la dignità del lavoro.

Con una particolare predilezione verso i giovani che “non hanno bisogno di sermoni, ma di esempi di onestà, di coerenza e di altruismo”.

Da http://presidenti.quirinale.it/ Pertini/fotografie_pertini.asp?id=42

“Giovani, se voi volete vivere la vostra vita degnamente, fieramente, nella buona e nella cattiva sorte, fate che la vostra vita sia illuminata dalla luce di una nobile idea”.

Seppe pagare di persona la coerenza con le idee che andava propugnando: subì l’umiliazione del carcere, l’esilio, il confino. Partecipò attivamente alla lotta di Liberazione nazionale.

Era una grande persona che esprimeva un nobile e alto pensiero, per questo affermava una cosa saggia e credibile.

IBorgosesia – Vercelli. 3 novembre 198. Sandro Pertini al funerale del Comandante partigiano Cino Moscatelli (http://presidenti.quirinale.it/Pertini/fotografie_pertini.asp?id=46)

Ed è certamente vero che libertà, giustizia, pace, democrazia, uguaglianza sono ideali eterni, ragioni per cui vale la pena di vivere e di combattere, motivo di sussulto delle coscienze, imperativi morali oltre le soggettività, gli egoismi, i facili tornaconti e i meschini compromessi.

Ho ben presenti – infatti – le loro non sempre coerenti declinazioni e mi è più facile stupirmi e inorridire di fronte all’uso distorto che se ne è fatto, con una iniquità direttamente proporzionale alla loro importanza e purtroppo a volte alla stessa apparente autorevolezza dei loro sostenitori.

Ho sentito spesso e con disinvoltura ogni volta sorprendente parlare di ideali e di valori come se fossero decalcomanie da appiccicare alla nostra vita, scudetti e mostrine da esibire, diplomi da ostentare, titoli e appartenenze di status.

9 maggio 1982: Sandro Pertini nel cimitero di Turrita Tiberina alla tomba di Aldo Moro.(http://presidenti.quirinale.it/ Pertini/fotografie_pertini.asp?id=47)

Altre volte ho ascoltato persone che parlavano di merito dopo averlo calpestato, di equità facendo ingiustizia, di accoglienza generando discriminazione, di pace seminando discordia, di famiglia senza conoscerne le tribolazioni, di verità sapendo di mentire, discettando di bene e di male e addebitando colpe o elargendo assoluzioni solo nel nome degli astratti principi assoluti, oltre la dovuta, umana comprensione.

16-29 settembre 1980. Il presidente Pertini salutato da studenti e docenti all’università di Pechino (http://presidenti.quirinale.it/ Pertini/fotografie_pertini.asp?id=36)

A cominciare proprio dalla casa, dagli affetti, dal lavoro, dalle relazioni umane più immediate.

Allora mi sono sempre più convinto che le idee e i valori si misurano con la testa e il cuore delle persone, camminano con le loro gambe, sono fatte della loro carne e del loro sangue.

Per sostenere una grande idea e renderla credibile ci vuole una grande persona: più questa è giusta, saggia, integra e retta e più vero e autentico è il valore che riesce ad esprimere attraverso la coerenza della sua vita.

Come disse qualche anno dopo Giovanni Falcone “Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini”.

Perché, e sono parole di Paolo Borsellino: “Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola”.

Sono i comportamenti umani, dunque che confermano o smentiscono di volta in volta i valori: senza i primi resta solo l’assolutismo astratto e spietato di un pensiero vuoto e lontano.

Non per niente le nefandezze più crudeli della storia sono state quelle perpetrate in nome delle ideologie.

E i tribunali della ragione e della fede hanno tagliato con solerzia molte teste sperando così di salvare poche idee.

Tutto ciò cui attribuiamo valore dovrebbe secondo me passare – nel bene e nel male – attraverso la mediazione imprevedibile, persino imperscrutabile dell’esistenza dove anche la carità e il perdono se unite alla giustizia possono elevare l’uomo senza rinnegare la verità.

Non abbiamo bisogno soltanto di definizioni, le idee codificate sono lettera morta se non assumono sembianze umane.

Il ricordo di Pertini è dunque legato a questa coerenza tra idee e azioni.

Per questo – anche oggi – più che invocare astrattamente la giustizia, la libertà e la pace, abbiamo fortemente e davvero bisogno di uomini giusti, liberi e temperanti.

Francesco Provinciali, già giudice minorile

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I magnifici 100 anni della partigiana Iole Mancini

Il fisico e il portamento di un’indossatrice, il sorriso gentile, la dolcezza dei modi. Non finisce di affascinare e sorprendere Iole Mancini.

Nel giorno in cui si festeggia il suo secolo di vita – è nata il 19 febbraio 1920 – arriva puntualissima alla Casa della memoria e della storia, dove l’Anpi di Roma ha organizzato una festa per trascorrere con lei l’importante ricorrenza.

Chi la conosce sa che mai è mancata alle celebrazioni del 25 aprile, che è presenza costante nelle attività del Comitato provinciale dei partigiani, che riserva ancora infinite energie ai giovani per testimoniare quella pagina così dura e al contempo gloriosa della Resistenza romana.

Nella sala straripante. Tra i presenti anche Enrico Calamai, lo “Schindler” di Santiago e Buenos Aires (vestito di chiaro, accanto alla libreria, nello scatto in basso)

La sala è stracolma, ci sono gli amici e i compagni di impegno civile; rappresentanti delle associazioni combattentistiche e dei deportati; anziani partigiani; c’è Enrico Calamai, il diplomatico italiano che in Cile, durante il golpe di Pinochet, riuscì a mettere in salvo centinaia di oppositori politici e poi continuò con i perseguitati del regime militare argentino, «tra i testimoni dell’ultimo film di Nanni Moretti “Santiago, Italia”», ha ricordato il presidente provinciale dei partigiani, Fabrizio De Sanctis; e soprattutto c’erano tantissimi giovani.

Coetanei della ragazza che durante l’occupazione nazifascista della capitale distribuiva volantini e consegnava munizioni ai combattenti. «Sposa da appena un mese del partigiano Ernesto Borghesi, evaso da Regina Coeli, fu imprigionata e torturata dalle SS in via Tasso – ha raccontato il presidente De Sanctis –. Ma non rivelò mai dove si trovasse il marito».

Fabrizio De Santis, presidente del Comitato provinciale Anpi Roma, presenta il parterre degli interventi

Continuò a sostenere che Ernesto era in carcere, prova ne era che ogni giorno consegnava per lui ai secondini la biancheria pulita. Scampò alla morte Iole, nel giorno della Liberazione di Roma. Fu fatta salire su uno dei due camion che lasciarono il comando SS quella mattina, ma l’automezzo su cui lei si trovava si guastò. L’altro invece, con dodici prigionieri, tra cui il sindacalista Bruno Buozzi, proseguì fino a La Storta, dove si compì il loro eccidio.

Marisa Ferro, componente della Segreteria nazionale Anpi, legge il messaggio di auguri della presidenza e della segreteria nazionale dei partigiani

Dopo gli auguri della presidenza e della segreteria nazionale Anpi, letti da Marisa Ferro, componente di lunghissimo corso della dirigenza nazionale dell’Associazione dei partigiani (in sala anche il vicepresidente nazionale Anpi Gianfranco Pagliarulo), la parola è passata a una emozionata Gemma Guerini, presidente della commissione capitolina alle Pari opportunità e delegata, per l’occasione, della sindaca di Roma Virginia Raggi.

Guerini, delegata della sindaca di Roma, durante l’intervento per i 100 anni della partigiana Iole

Nell’anno in cui si celebra il duecentenario della Repubblica romana e della sua Costituzione, Guerini ha voluto scandire le tappe del lungo cammino della libertà e dei diritti.

Ha rivolto frasi di stima e di affetto all’amica Iole l’ex presidente della Camera, Laura Boldrini, un sodalizio avviato e cementato grazie alla partecipazione di Iole agli incontri con i giovani tenuti ogni ultima domenica del mese a Montecitorio durante il suo mandato di terza carica dello Stato.

La parlamentare Laura Boldrini, già Presidente della Camera, ha donato una foto a Iole Mancini

Boldrini, appena tornata da Cosenza dove è in corso il processo contro un haters che l’aveva minacciata, “Ti impiccheremo in piazza con le nostre mani”, si è soffermata sull’attualità dell’antifascismo, e sull’urgenza di reagire con forza all’internazionale sovranista e al dilagare dell’odio razziale e neofascista. “La maggioranza del Paese è con noi – ha detto –. Tuttavia è più che necessario pretendere l’applicazione delle leggi Scelba e Mancino”.

Laura Boldrini ha donato una foto alla partigiana Iole e ha sottolineato l’indispensabile contributo delle donne alla Resistenza, purtroppo ancora oggi sottaciuto (Iole Mancini ha ricevuto la Medaglia d’Argento al Valor Militare solo nel 2016, il marito già nel dopoguerra).

In piedi con il microfono Marina Pierlorenzi, responsabile Coordinamento Anpi Roma; a destra, seduto, il partigiano Nando Cavaterra

Marina Pierlorenzi, responsabile dell’operoso Coordinamento donne dell’Anpi di Roma, ha rimarcato la partecipazione di Iole a ogni incontro, e lo straordinario rapporto che ha saputo stabilire con le nuove generazioni.

Tra gli intervenuti anche quello di Luciana Romoli, la partigiana bambina, e di Nando Cavaterra, nei nove mesi di occupazione di Roma componente militante dei Gap, VIII zona. Non ha potuto essere presente invece l’over centenario Mario Fiorentini, l’ultimo sopravvissuto dei gappisti di via Rasella.

L’artista Marzia Schenetti recita un passo del suo spettacolo “Ritratti di donne” dove si racconta anche la storia partigiana di Iole

Ha commosso l’intera assise la recitazione dell’attrice e autrice Marzia Schenetti di un brano dedicato a Iole tratto dallo spettacolo “Ritratti di donne”, firmato a quattro mani con Gianfranco Domizi.

Fabrizio De Sanctis consegna a Iole la targa dono dell’Anpi capitolina

È seguita la consegna di una targa dall’Anpi di Roma e prima della torta, tra applausi e abbracci, la sala a gran voce ha intonato Bella Ciao, il canto ormai simbolo della Resistenza di ogni tempo e di ogni luogo.

Infine, la partigiana protagonista della serata, con un filo di voce, unico avviso della sua età, ha invitato i giovani a studiare la storia e a difendere la democrazia.

Finale con soffio delle candeline e brindisi: il vicepresidente nazionale Anpi Gianfranco Pagliarulo e l’artista Marzia Schenetti intonano ancora una volta Bella ciao, dedicandola alla partigiana Iole Mancini

E ha inoltre offerto un’ulteriore prova di tempra e di grande ironia: ringraziando tutti i convenuti, la partigiana centenaria ha dato loro appuntamento al prossimo anno, concludendo divertita: “Sempre se voi ci sarete”.


Da youtube il capitolo con la storia resistente di Iole dello spettacolo “Ritratti di donne” di Schenetti e Domizi

 

 

 

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Romolo, Remo e altri partigiani

Giacomo Fossati “Romolo” e Angelo Gonella “Remo”

Due camion si fermano al bivio.

Quattro giovani legati vengono fatti scendere a forza, strattonati da alcuni militi in camicia nera; con loro scende anche un prete, il canonico Raspino.

Terrei, pietrificati, vengono allineati sul ciglio.

Sull’altro camion si alza il telone: una insistita raffica di mitraglietta li falcia.

I due camion ripartono, don Raspino rimane lì accanto, inginocchiato a pregare e benedire.

Sono le quattro del pomeriggio del 15 febbraio del 1945.

Il bivio è quello per Cervignasco sulla statale Saluzzo–Pinerolo.

Così vengono trucidati quattro giovani della 105° Brigata Garibaldi “Carlo Pisacane”. I loro nomi sono: Raffaele Sansone, Giuseppe Beltramone, Giacomo Fossati, Angelo Gonella.

Sansone, 24 anni, è di Messina; Beltramone, 23 anni, di Barge: Fossati, non ancora diciassettenne, e Gonella, diciannove anni appena compiuti, sono racconigesi. La tragica morte li accomunerà per sempre, così come li aveva accomunati in vita la militanza partigiana.

Da quando avevano raggiunto i garibaldini della Brigata Pisacane stavano quasi sempre insieme. Vuoi perché erano dello stesso paese, vuoi soprattutto perché avevano scoperto di essere, come si diceva un tempo, “fratelli di latte”, di essere stati cioè allattati dalla stessa balia. Anche i nomi di battaglia li avevano scelti per ricordare questa specie di gemellaggio: Romolo (o Romoletto) Fossati, Remo Gonella.

Lavoravano per l’Intendenza della Brigata, anzi, della Divisione. Il loro comandante, un siciliano burbero ma paterno, Etna era il suo nome di battaglia, li aveva destinati insieme alla ricerca di vettovaglie, indumenti, calzature in una zona di pianura però abbastanza sicura, che gravitava attorno a Villafranca Piemonte, dove avevano la loro base in una piccola stanzetta.

Per diversi mesi tutto fila abbastanza liscio per i nostri due giovani “gemelli di latte”, fino a quando, il 5 febbraio ’45, si trovano al centro di una spietata vicenda molto più grande di loro.

Una molto ben pagata delazione avverte il comando delle brigate nere di Pinerolo che a Villafranca quel giorno si sarebbero trovate tre figure di assoluto rilievo della Resistenza piemontese. Erano Leo Lanfranco, leader operaio torinese, organizzatore degli scioperi del marzo ’43, al momento commissario politico della Divisione Garibaldi; i fratelli Ettore ed Enrico Carando, rispettivamente Capo di stato maggiore ed Ispettore generale della stessa formazione.

La cittadina lungo il Po viene messa a ferro e fuoco: non solo vengono catturati i tre esponenti di spicco, ma anche quasi tutti coloro che avevano a che fare con la Resistenza, compresi i due giovani partigiani racconigesi.

Leo Lanfranco, Ettore ed Enrico Carando vengono torturati, massacrati e poi impiccati sulla piazza principale. Fossati e Gonella, assieme ad altri partigiani, sono trasportati al comando di Pinerolo, dove sono interrogati e torturati per diversi giorni. Infine, caricati su un camion con Sansone e Beltramone, sono avviati, non si sa bene perché, verso Saluzzo. Al bivio di Cervignasco il tragico e sanguinoso epilogo.

Quel giorno di metà febbraio ’45 era una giornata limpida e tersa, spirava un vento che pareva annunciare la primavera, che sarebbe arrivata da lì a poco. Romolo e Remo non la vedranno mai.

Stroncati sul fiorire della loro giovinezza dalla ferocia nazifascista, Giacomo Fossati e Angelo Gonella sono le vittime; i fascisti i carnefici.

Non vi potrà mai essere equiparazione.

Giacomo Fossati è stato insignito della Medaglia d’Argento al Valor Militare. Racconigi gli ha dedicato una via. Angelo Gonella è stato forse dimenticato: sarebbe ora di ricordare anche lui.

Pierfranco Occelli, presidente sezione Anpi di Racconigi

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Sanremo 70°, ma che musica è?

Ogni Festival di Sanremo è un microcosmo, anzi: una rappresentazione teatrale in cui, in allegoria, si raccontano gli equilibri di un Paese, per diventare termometro degli umori nazionali, scintillante tableau vivant  in cui politica e spettacolo diventano più che mai indissolubili. E questa settantesima edizione si è rivelata tanto politica, quanto spettacolare, nelle sue esagerazioni, nei suoi record di audience e share, condivisioni social e viralità. Se la scorsa edizione del Festival, con la direzione artistica e la conduzione di Claudio Baglioni, aveva aperto nuovi scenari musicali culminati nella vittoria di Mahmood e ridimensionato la funzione del “pubblico sovrano” e del televoto nella scelta del vincitore, per questo importante anniversario, invece, Sanremo torna a rifugiarsi nel grembo di mamma Rai, coccolando un certo conservatorismo da prima serata con qualche guizzo di novità.

Da https://www.rai.it/cropgd/800×400/dl/img /2020/02/09/1581249423218_Televoto%20HP.jpg

Perciò, iniziamo dalla fine. Ha vinto Diodato, con Fai rumore, una canzone squisitamente sanremese che, senza troppi scossoni, ci fa prendere atto di quanto questo Paese non possa rinunciare a essere democristiano. Secondo e terzo posto rispettivamente di Francesco Gabbani, con Viceversa, e Pinguini Tattici Nucleari, con Ringo Starr. Se, dicendo Sanremo, si pensa subito a giovani tenori ingessati e vecchie (a volte davvero vecchissime) glorie della canzone italiana, una ventata di quasi-nuovo è arrivata sul podio, insieme a un po’ di piaggeria: con l’istrione Gabbani, che ha presentato un inedito orecchiabile, in cui si destreggia tra ossimori e iperboli, usando con leggerezza parole da maneggiare con cura per parlare di una relazione di coppia («Ma l’amore di normale non ha neanche le parole/Parlano di pace e fanno la rivoluzione/Dittatori in testa e partigiani dentro al cuore») e ricordando il savoir-faire di certi delfini del centro-sinistra. La medaglia di bronzo va al gruppo bergamasco Pinguini Tattici Nucleari sia per un brano fitto di riferimenti alla cultura pop, sia per il merito di aver esaltato il pubblico dell’Ariston durante la serata delle cover, proponendo un medley dei più coinvolgenti successi sanremesi ed ereditando il ruolo di irresistibili guasconi e rottamatori che era stato dei bolognesi Lo Stato Sociale, arrivati primi nel 2018.

Era un festival su cui incombeva la spada di Damocle delle polemiche, delle accuse di sessismo riconducibili fondamentalmente alla figura del conduttore, Amadeus che, durante la conferenza stampa di presentazione del cast artistico, aveva apostrofato le sue co-conduttrici (una squadra di sole donne) come «fidanzate di…» capaci «di stare accanto a un grande uomo, stando un passo indietro». Sicuramente una partenza difficile, ma questo 70° Sanremo si è saputo risollevare. E buona parte del merito va a Fiorello, mattatore della risata che, colte le debolezze e i motivi degli attacchi ad Amadeus, li ha fatti rimbalzare con un’agile mossa degna di un politico messo in difficoltà durante un talk-show. Tutte le accuse che avevano accompagnato le settimane precedenti sono state esasperate da Fiorello e restituite al pubblico con un forte eco esilarante, facendo frequente ricorso a improbabili fenomeni denigratori che terminavano in –ismo (uno su tutti: manismo, per indicare la spiccata tendenza gesticolatoria di Amadeus).

Un’ovazione ha accolto Romina Power e Al Bano a Sanremo 70 (da https://www.rai.it/resizegd/-x540/dl/img/2020/02/05/1580879599012_Al-Bano-e-Romina_ART.jpg

Non ho (più) l’età.

La nostalgia (canaglia) e polverosa è stata una cifra stilistica di questo Festival, con la celebrazione delle settanta precedenti edizioni attraverso gli artisti che hanno fatto la storia. Ecco fare capolino l’acclamatissima reunion dei Ricchi e Poveri, nella storica formazione in doppia coppia. E, guardandoli, gonfi di botox, fare un utilizzo indiscriminato del playback, viene da chiedersi se fosse davvero necessario: se la musica richieda scempi di questo genere. E la risposta è semplice: la musica non c’entra, è solo un’operazione nostalgia per tenere buoni i boomers e non ostruire le loro coronarie con troppe novità da criticare. Così come è stata immancabile la standing ovation per la coppia Al Bano e Romina e per il duetto tra Massimo Ranieri e Tiziano Ferro su Perdere l’amore, già patrimonio delle teche Rai. Una tradizione che digrigna i denti, insomma: e se non fossero bastati questi esempi, ecco comparire Ornella Vanoni durante la serata delle cover, che le sue recenti apparizioni televisive non avevano dimostrato essere esattamente nello stato psico-fisico ottimale per i live, e Rita Pavone, la cui partecipazione a Sanremo, resa nota in tempi recenti, rappresenta la quota sovranista di cui questo festival (fortunatamente) risulta abbastanza scarico. E così, senza rinunciare all’operazione nostalgia, l’offerta musicale si è anche aperta verso alcune novità: il già consolidato Achille Lauro, la star del reggaeton ed ereditiera Elettra Lamborghini e i rapper Rancore e Junior Cally, quest’ultimo, arrivato all’Ariston accompagnato da molte polemiche per la violenza di alcuni suoi testi, ha poi sfoderato un brano in cui, tra le altre cose, dice « Spero si capisca che odio il razzista/Che pensa al Paese ma è meglio il mojito» come un palese riferimento al Papeete Beach e a Matteo Salvini il quale, nelle settimane precedenti, aveva caldeggiato gli attacchi indirizzati al rapper.

Roberto Benigni al 70° Festival di Sanremo

Ma c’è spazio anche per una tradizione… di rottura: come la presenza di Roberto Benigni, figura storicamente divisiva tra chi ammira la potenza comunicativa dell’attore toscano e chi ne sminuisce gli interventi, riducendoli solo a ingenti cachet. Oggetto del suo monologo, durante la terza serata, è stato il “Cantico dei cantici”, testo sacro di riferimento per le religioni ebraica e cristiana che Benigni ha plasmato per farlo diventare un inno contemporaneo all’amore, declinato in tutte le sue possibili accezioni, compreso quello omosessuale: un amore ecumenico e che tutto avvolge.

Quello che le donne dicono.

Nonostante si tratti di un’istituzione monolitica, anche Sanremo ha necessità di mutare, seguendo il sentimento comune. O, più che altro, inseguendolo: perché i vertici Rai, si sa, non sono i più propensi a intercettare il cambiamento e a renderlo pubblico. Ragion per cui, negli ultimi anni, sul palco dell’Ariston si sono avvicendati episodi poco eleganti, apparizioni decisamente kitsch, interventi portati avanti nel nome del nazionalpopolare e dei valori fondativi degli ascolti. Uno su tutti: la “famiglia più numerosa d’Italia” presentata da Carlo Conti nel 2015 su cui si potrebbe scrivere un trattato su familismo e patriarcato nella provincia italiana.

Molte donne sul palco e poche in gara a Sanremo 70 (da https://www.gelestatic.it/thimg/24jA_EmIKHvJvv MwP7FqupK0RBQ =/980×450/smart/https:// www.repstatic.it/content/nazionale/img/2020 /01/16/144943184-7ea31946-2260-4d4b-9f89 -c3e5fb0e6c79.jpg)

Ma il vento soffia in un’altra direzione, ora, e l’urgenza è dare rilievo alla figura femminile. Con l’opportuno ritardo che caratterizza Sanremo, s’intende, visto che la tematica era stata al centro di manifestazioni come Golden Globe e Oscar già due anni fa. E così, grazie al cerchiobottismo della più grande rassegna musicale italiana, sullo stesso palco si avvicendano – tra le altre – Rula Jebreal, che porta sul palco il suo vissuto per raccontare con trasporto le violenze subite dalla madre e sensibilizzare sul femminicidio, e Georgina Rodriguez, co-conduttrice incapace e del tutto ignara dei tempi televisivi, la cui presenza è risultata totalmente immotivata, anche (e soprattutto) dopo un’esibizione che era una brutta copia di un tango; una performance seguita da un bacio al suo compagno nonché all’unico motivo che legittimava la presenza della ragazza sul palco: Cristiano Ronaldo, seduto in prima fila. Tra i due estremi, tanta retorica, forse troppa: sulla bellezza femminile, sul valore dell’esperienza, sulla paura di invecchiare – una sfilza di luoghi comuni (accordati tra di loro anche abbastanza male) racchiusi nel monologo di Diletta Leotta.

Elodie all’ultima edizione di Sanremo

Così, in virtù di questo sentire comune bonariamente pregiudizievole che vede le donne accomunate e coese in quanto – appunto – donne, forse si perdono un po’ di vista le singole individualità, tra loro molto diverse, finendo per stigmatizzare una cantante come donna e basta, a prescindere dal genere musicale, dalla validità della sua performance e da tanti altri fattori che dovrebbero concorrere a definire il merito in una gara in cui musica e spettacolo esercitano lo stesso peso. Quindi, agli occhi del pubblico, la quasi trentenne Elodie, interprete di un brano ricercato e attuale, che crea un parallelismo tra le catene del sacrificio di Andromeda e lo stato di paralisi emotiva in una storia d’amore (nonché uno dei pochi brani che sembra collocato nel tempo in cui è stato scritto e non può essere arbitrariamente inserito – ad esempio – in un Sanremo 2003, 1995 o 1974), può essere equiparata alla opaca Giordana Angi, che nella sua Come mia madre sfida il didascalismo per cantare versi come «È che l’orgoglio a volte è un mostro/Che ci fa solo allontanare/E se un giorno sarò una mamma/Vorrei essere come mia madre», o alla sedicenne Tecla, arrivata in finale nella categoria “nuove proposte” con il brano 8 marzo che, se già il titolo non fosse sufficientemente esplicito, apre le porte alla ridondanza per non lasciare niente di oscuro e canta: «E non basta ricordare di una festa/Con un fiore se qualcuno lo calpesta».

Nonostante i nomi delle partecipanti al Festival fossero, in molti casi, reboanti, la presenza delle artiste donne è stata di 7 sui 24 big inizialmente in gara (23, dopo l’esclusione del duo Bugo-Morgan alla fine della quarta serata) e 2 sulle 8 nuove proposte. Quindi, a fronte di una massiva presenza di showgirl, giornaliste e presentatrici in veste di co-conduttrici, forse è legittimo accarezzare il sospetto che il ruolo affidato alle donne sia di contorno, rinverdendo quella polemica sorta alla vigilia del concerto dell’1 maggio di Roma, in cui si lamentava una scarsa presenza di artiste femminili.

Achille Lauro a Sanremo 70

Cantami, o diva, del poliedrico Achille.

Ma c’è chi, in questa 70esima edizione, ha creato un precedente, spazzando un po’ di conservatorismo dal palco dell’Ariston: Achille Lauro, più che vincitore morale, vero e proprio architrave di questo Festival. Ha portato in scena una canzone abbastanza orecchiabile, ma di certo non troppo innovativa (a cui si deve riconoscere il merito di aver sottratto con forza il motto me ne frego all’ultradestra), che sorreggeva un impianto scenico di teatro en travesti. Le sue performance canore sono state accompagnate, nel corso delle quattro sere in cui si è esibito, da altrettanti costumi di scena, legati a una narrazione e a una chiave di lettura stimolante e dissacratoria. Durante la prima serata, presentatosi sul palco in un sontuoso mantello di velluto nero con intarsi dorati, sul ritornello, si è spogliato dei suoi averi per interpretare un San Francesco glam e proseguire l’esibizione in una tutina trasparente e succinta. Poi è stata la volta di David Bowie: nei panni di Ziggy Stardust ha, infatti, cantato al femminile un brano di Mia Martini durante la serata delle cover, per poi proporre un sontuoso abito, omaggio alla “divina marchesa” Luisa Casati Stampa, la cui ambizione era divenire un’opera d’arte, e concludere con una delle figure più determinanti e influenti nella storia inglese: Elisabetta I Tudor. Le interpretazioni su queste performance potrebbero essere molteplici e si rischierebbe di dilungarsi molto, ma ciò che lascia il segno è l’intelligente e ironica sfacciataggine di Achille Lauro, che ha saputo sfidare pregiudizi e omofobia senza farsi travolgere dalla fiumana di insulti che gli è stata indirizzata dallo spettatore medio. Chi sia il cattivo esempio, in questo panorama, è tutto da vedere: di certo non Achille Lauro, che ha saputo reagire in modo magistrale agli attacchi, diventando solo lo specchio attraverso cui osservare con disgusto l’omofobia imperante e dando prova di saper costruire uno storytelling efficacissimo, per dimostrare che l’estensione vocale non è tutto. Ma siamo in Italia: lasciamo che l’attitudine punk arrivi con calma, incontrando forti resistenze anche da parte dei più giovani, di quegli eredi del Novecento che, del secolo breve, non hanno avuto che gli scampoli, ma che si ergono, oggi, a difensori della tradizione e della sacralità delle icone (tanto cattoliche, quanto rock).

1951, 1° Festival di Sanremo (Da https://i.ytimg.com/vi/lxa5XKdfzog/maxresdefault.jpg)

«La risposta delle masse è di sinistra con un lieve cedimento a destra».

Insomma, stabilire un legame biunivoco tra politica e Sanremo no, probabilmente non è possibile, ma seguire l’andamento dei governi e degli umori dei partiti e vederci un piccolo (a volte nemmeno troppo) riflesso tra gli scintillii dell’Ariston è semplice ed epifanico.

Ogni conduzione, ogni direzione artistica porta con sé una precisa volontà politica (aggettivo qui inteso nel più ampio senso aristotelico) che passa anche attraverso le regole del voto: chi decide di depauperare la volontà popolare conferendo al televoto una minore percentuale di incidenza sul risultato finale; chi, invece, affida alle preferenze degli spettatori il 50% del “potere esecutivo” per decretare eliminazioni in itinere e chi decide di istituire una giuria di esperti (diventata quell’élite contro cui, lo scorso anno, si è scagliato il popolo capeggiato da Salvini).

Le affinità tra le conduzioni e i vincitori, spesso, ci sono e, negli ultimi vent’anni, due esempi appaiono molto eloquenti: nel 2000, in cui la conduzione fu affidata a Fabio Fazio e la direzione artistica a Mario Maffucci, il primo posto fu conquistato dalla Piccola Orchestra Avion Travel, baluardo di quell’attitudine che oggi sarebbe definita con disprezzo radical chic. Nove anni dopo, con Paolo Bonolis alla conduzione e alla direzione artistica, arrivano le zampate “defilippiane” con la vittoria di Marco Carta, uscito vincitore l’anno prima dal mondo dei talent e pupillo del pubblico. Ma sono numerosissimi i casi in cui il podio sanremese è anche l’espressione di una volontà, di un sentire comune o di un aperto dissenso. Emblematica, in questo senso, è l’incontrollabile polemica che ha investito il podio della 69esima edizione, che ha visto la vittoria del rapper Mahmood (sostenuto dai “poteri forti”) su Ultimo, espressione del giudizio popolare (e c’è bisogno di ricordare che la sovranità appartiene al popolo?) e alfiere della lotta contro i soprusi della ka$ta.

Insomma, aggirandosi tra la città dei fiori, sembra quasi di scorgere i banchi di Montecitorio, tra voti, polemiche e maggioranze silenziose. E chissà che, con il prossimo regolamento, anche a Sanremo non venga proposta una soglia di sbarramento.

Letizia Annamaria Dabramo

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Al servizio del nemico

Una presentazione che capita a proposito. Da alcuni anni rappresentanti dell’associazione reduci Rsi e X Mas sono ricevuti a Gorizia nel Palazzo Comunale e in gran parte del Friuli-Venezia Giulia si succedono episodi di esplicito appoggio al fascismo.

Il volume di Luciano Patat getta un fascio di luce di ricerca storica nel buio dell’uso politico e strumentale della storia che oggi impazza negli ambienti dell’estrema destra italiana. E rivela, o meglio conferma, le responsabilità e i crimini della X Mas in Friuli-Venezia Giulia, al servizio del Terzo Reich, e più in generale in Italia. Una banda armata – quella della X Mas – invisa persino ai repubblichini.

La presentazione del volume, promossa dalla locale sezione Anpi e dal centro di ricerca Gasparini, avverrà alla presenza dell’autore venerdì 21 febbraio alle 20.30 presso il salone della Società Operaja di Cividale del Friuli.

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22 E 23 FEBBRAIO 2020 GIORNATE NAZIONALI DEL TESSERAMENTO ALL’ANPI Gli eventi in Provincia di Ancona

22 E 23 FEBBRAIO 2020

GIORNATE NAZIONALI DEL TESSERAMENTO ALL’ANPI

Gli eventi in Provincia di Ancona

  • ·        Venerdi 21 febbraio 2020 ANCONA dalle 9.30 alle 12.30 PIANO SAN LAZZARO BANCHETTO E VOLANTINAGGIO

  • ·        Sabato 22 febbraio 2020 CHIARAVALLE dalle 8.00 alle 12.00 PIAZZA RISORGIMENTO BANCHETTO E VOLANTINAGGIO

  • ·        Sabato 22 febbraio 2020 ANCONA dalle 9.30 alle 12.30 PIAZZA ROMA BANCHETTO E VOLANTINAGGIO

  • ·        Sabato 22 febbraio 2020 JESI dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 17.00 alle 20.00 PIAZZA PERGOLESI BANCHETTO E VOLANTINAGGIO

  • ·        Sabato 22 febbraio 2020 MOIE dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 17.00 alle 20.00 VIA TRIESTE 23(ex Scuola elementare) APERTURA SEDE ANPI STRAORDINARIA

  • ·        Sabato 22 febbraio 2020 ARCEVIA dalle 9.30 alle 20.00  APERTURA SEDE ANPI STRAORDINARIA

  • ·        Sabato 22 febbraio 2020 CHIARAVALLE dalle 17.00 SEDE ANPI VIA XXV APRILE 50  FESTA DEL TESSERAMENTO

  • ·        Sabato 22 febbraio 2020 OSIMO ore 18.00 Via Andrea da Recanati 12INAUGURAZIONE NUOVA SEDE ANPI

  • ·        Domenica 23 febbraio 2020 CHIARAVALLE dalle 8.00 alle 12.00 PIAZZA RISORGIMENTO BANCHETTO E VOLANTINAGGIO

  • ·        Domenica 23 febbraio 2020 MOIE dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 17.00 alle 20.00 VIA TRIESTE 23(ex Scuola elementare) APERTURA SEDE ANPI STRAORDINARIA

  • ·        Domenica 23 febbraio 2020 SERRA SAN QUIRICO ore 11.00 CENTRO SOCIALE FRAZIONE SASSO ASSEMBLEA DEGLI ISCRITTI E SIMPATIZZANTI E A SEGUIRE PRANZO SOCIALE E FESTA DEL TESSERAMENTO

  • ·        Domenica 23 febbraio 2020 ANCONA dalle 9.30 alle 12.30 PIAZZA ROMA BANCHETTO E VOLANTINAGGIO





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