Anno IV n. 71

Anno IV n. 71

In questo numero:

 

In copertina

IL MONDO DEI SEMPRE CONNESSI

Natalia Marino

Parla Alessandro Bianchi, professore di un’università telematica, già rettore dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria e ministro dei Trasporti. Studiare online. I giovani, Greta e le sardine: sorrisi belli, gioiosi e intelligenti

Editoriale

Giorno della Memoria: il silenzio sui “triangoli rossi”

Dario Venegoni

Nei lager trentamila detenuti politici, uomini e donne che della repressione e della violenza nazifascista hanno conosciuto il volto peggiore, più disumano, più umiliante

Servizi

Approfondimenti

L’alfabeto della Generazione Z

Letizia Annamaria Dabramo

Chi sono i ragazzi del 2020? Che rapporto hanno con le nuove tecnologie? E con Greta Thunberg? Come vedono l’universo LGBTQ+? Dai viaggi agli Youtuber, un’approfondita riflessione sui più giovani dei giovani

 

Servizi

Quando sterminarono i rom e i sinti

Giacomo Perego

Porrajoms, ovvero lo sterminio dei gitani. La testimonianza di un sopravvissuto: Mirco Bezzecchi, nato a Postumia, in Slovenia, nel 1939

Cronache antifasciste

Fra passato e presente

Redazione

Il Giorno della memoria. Il discorso del Presidente della Repubblica. La dichiarazione di Carla Nespolo

Cronache antifasciste

Quel treno per la memoria

Tamara Ferretti

 Ancona: la IV edizione del Treno della Memoria, inaugurata lunedì 20 gennaio, si è conclusa il 27, nel Giorno della Memoria

 

 

 

 

 

Approfondimenti

“Fuoco al Narodni dom!”

 Milan Pahor

100 anni fa a Trieste la “notte di San Bartolomeo” per gli sloveni e croati con l’incendio della “casa nazionale” degli sloveni e decine di altre aggressioni e devastazioni. Fu l’inizio dell’assalto alla comunità slovena, una minoranza attiva e forte che Mussolini e i suoi non potevano tollerare. Gli altri saccheggi e le persecuzioni del ventennio. Il cambio dei nomi imposto per legge

Cronache antifasciste

Fascismo di confine

Redazione

Il 4 febbraio un seminario in occasione del Giorno del ricordo sulle drammatiche vicende del confine italo sloveno dal primo dopoguerra e, in questo contesto, la tragedia delle vittime nelle foibe

 

 

Servizi

Berlino, l’UE e altre evanescenze

Filippo Giuffrida Repaci

Lo stato dell’Unione davanti alla polveriera libica. Le difficoltà di un’azione realmente comune. Il ruolo delle Grandi Potenze

Inchieste

Lo strano caso degli incendi a Centocelle

Giampiero Cazzato

Nel quartiere periferico della Capitale, da “La pecora elettrica” al “Baraka”, vari locali a fuoco per mano di ignoti, con una crescente e straordinaria mobilitazione popolare contro gli attentati. La pista criminale e neofascista. Il ruolo dell’Anpi e la “Libera Assemblea Centocelle”. Ne parlano Fabrizio De Sanctis, presidente provinciale dell’associazione partigiana di Roma, e Leo Rinaldi, dirigente della sezione del quartiere

In primo piano

Interviste, Librarsi

Psycho e dintorni hitchcockiani

Giacomo Verri

Parla Guido Vitiello, docente di Teoria del cinema alla Sapienza di Roma, a proposito del suo saggio “Una visita al Bates Motel”, Adelphi editore, pp. 251, 125 ill. colori e b/n, € 32,30

 

Servizi

Approfondimenti

La lettera misconosciuta

Mariangela Di Marco

Mussolini insulta e minaccia Turati in una missiva del 1915 fino a oggi trascurata, ritrovata nell’archivio dell’Istituto internazionale di Storia sociale di Amsterdam

 

 

Profili partigiani

29 gennaio ’44: assassinio davanti al liceo

Felice Cipriani

Massimo Gizzio, giovane intellettuale antifascista, viene colpito a Roma da quattro proiettili da una squadraccia. Nel dopoguerra tanti processi, nessuna condanna: la Corte appura le responsabilità degli imputati e li assolve in blocco

 

 

 

Cronache antifasciste

Quella scritta idiota e criminale

Stefano Casarino

“Juden hier” sulla porta di casa Rolfi a Mondovì nel Cuneese. L’appello dell’autore, presidente della sezione Anpi del pese piemontese: “Per favore, svegliamoci!”

Approfondimenti, Cittadinanza attiva

L’eccidio fascista di Cornalba

Bruno Bianchi

Sul finire del ’44, la piccola località della Valle Serina, nel bergamasco, fu teatro di due rastrellamenti fascisti, caddero 15 partigiani della brigata 24 Maggio di Giustizia e Libertà. L’omaggio di Ferruccio Parri in una lettera finora inedita. In un nuovo libro la ricostruzione della strage e l’importanza delle commemorazioni

Terza pagina

Quando la musica incontra il fumetto

Letizia Annamaria Dabramo

Fra metronomo e acquerelli: le mille forme del moderno matrimonio fra le due arti, che si trasforma in un tripudio di fantasia vitale

 

Pentagramma

Odetta contro la discriminazione

Chiara Ferrari

Odetta Felious Holmes, un esempio di coraggio e creatività, che ha forgiato l’arte del canto e ne ha fatto uno strumento per affrontare le sfide di un momento politico drammatico e doloroso. Ha trasformato così la sua musica in un archivio, in un disco, in una risorsa comune, in una dichiarazione di giustizia, in una pedagogia

Librarsi

Persone e storie dalla Turchia profonda

Antonella De Biasi

Witold Szabłowski, “L’assassino dalla città delle albicocche”, traduzione di Leonardo Masi, Keller editore, 2019, p. 280, €17,50

Librarsi

Alpi Apuane: la Collina della Battaglia

Valerio Strinati

Pierpaolo Ianni e Cristiano Corsini, “Hill 366: una storia da raccontare”, pubblicazione a cura dell’Istituto storico della Resistenza apuana, Venezia, 2019

Forme

Cento anni dopo Modì

Francesca Gentili

Amedeo Modigliani, da “pittore maledetto” in vita, diviene un mito della poetica artistica dopo la sua scomparsa. Un uomo libero, bisognoso di libertà, capace di trovare la sua strada con autonomia e caparbietà, nonostante le condizioni precarie sia di salute sia economiche

 

 

 

Red carpet

L’odissea dei corrieri precari

Serena d’Arbela

“Sorry we missed you”, regia di Ken Loach, con Kris Hitchen, Debbie Honeywood, Rhys Stone, Katie Proctor, Ross Brewster; Gran Bretagna, Francia, Belgio, 2019

Librarsi

“Bottoni” n. 10

Irene Barichello

Leggere e rileggere

 

 

Ultime da Patria

Interviste

La storia sei tu

Irene Barichello

Parla Carlo Greppi. “La storia sei tu – 1000 anni in 20 nonni”, illustrazioni di Marco Paschetta, Rizzoli, 22 euro, 204 pagine, 2019

 

Cronache antifasciste

Sassi come macigni

Annalisa Alessio

Pietre d’inciampo a Belgioioso (Pavia), ma anche a Brugherio e commemorazioni al Parco Nord Milano

Profili partigiani

I martiri della Malga Lunga

Mauro Magistrati

Il 17 novembre 1944 otto partigiani guidati dal “Tenente Giorgio”, dopo un’aspra battaglia, si arrendono a condizione di aver salva la vita. Invece due feriti sono assassinati a coltellate, gli altri sei saranno fucilati. Nello stesso giorno giustiziati presso Lovere altri due partigiani, i fratelli Pellegrini, Renato e Florindo, (“Falce” e “Martello”)

Servizi

Vittime e carnefici, nella terra di mezzo

Annalisa Alessio

Salvarsi accettando di collaborare con i criminali nazisti o rifiutarsi e consegnarsi a morte certa? Un interrogativo che riguarda la capacità di ogni uomo di agire secondo quel che ritiene il suo dovere e la sua coscienza. “È tempo di affrontare anche gli argomenti che scottano. Quello spazio è una zona grigia, non è un deserto”, diceva Primo Levi

da Patria il quotidiano

Penna in mano, Concorso partigiano

Anpi Lastra a Signa

Sesta edizione di “Una storia partigiana”, concorso letterario promosso dalla sezione Anpi “Bruno Terzani” di Lastra a Signa (Firenze) con il patrocinio dell’Amministrazione comunale

La partigiana Audrey Hepburn

Natalia Marino

Nasce a Milano una sezione Anpi intitolata alla celebre attrice. Vania Bagni, responsabile del Coordinamento nazionale donne dell’Anpi e vicepresidente nazionale: «Aprire nuove sezioni e intitolarle a donne impegnate nella Resistenza è un passo avanti per l’intera società»

 

La beffa e lo sfregio

Gianfranco Pagliarulo

Liliana Segre rifiuta la cittadinanza onoraria a Verona, perché si vuole intitolare una via ad Almirante. Cinquant’anni di neofascismo nella città di Giulietta e Romeo. Chi era il dirigente missino

Arcevia, nasce il Premio letterario Bruna Betti

Redazione

Promosso dalla sezione locale dell’Anpi con il patrocinio del Comune dell’anconetano. La prima edizione è dedicata alle donne resistenti di ogni tempo e luogo. Le opere vanno inviate entro il 31 marzo 2020

 

 

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Penna in mano, Concorso partigiano

Un momento della premiazione della scorsa edizione scorso anno del concorso letterario partigiano di Lastra a Signa (FI)

Pronti con la penna in mano… torna il “concorso partigiano”!

È giunto alla sesta edizione Una storia partigiana, concorso letterario promosso dalla sezione Anpi “Bruno Terzani” di Lastra a Signa (Firenze) con il patrocinio dell’Amministrazione comunale. Ogni due anni “scrittori partigiani” da tutta Italia (ma anche dall’estero) sono invitati a presentare pezzi inediti in lingua italiana, a scelta tra prosa e poesia, per un massimo di due pezzi a sezione per ciascun autore.

Per la scorsa edizione, nel 2018, sono stati inviati circa trecento elaborati da tutte le regioni italiane. E non solo: alcuni scritti sono arrivati anche dalla Serbia.

Durante la premiazione del 2018

Quest’anno il concorso prende le mosse dal testo di Michela Murgia “Istruzioni per diventare fascisti” ed invita gli autori a riflettere su chi siano oggi i fascisti.

Perché è questo il senso del concorso: riflettere sul senso moderno di essere partigiani, e sui pericoli, anche nel 2020, di una diffusione della peste fascista.

I vincitori della scorsa edizione del concorso letterario partigiano di Lastra a Signa (FI)

La giuria, composta da personalità dell’Associazione e del panorama letterario lastrigiano, stilerà due diverse classifiche per la sezione prosa e per la poesia: per ciascuna verranno premiati i tre elaborati giudicati migliori ad insindacabile giudizio della commissione.

Solamente ai vincitori verrà direttamente comunicato l’esito del concorso, che in ogni caso sarà rintracciabile sulla pagina facebook della sezione.

Altri vincitori della scorsa edizione del concorso letterario partigiano di Lastra a Signa (FI)

Gli elaborati dovranno arrivare entro il 15 marzo 2020 attraverso una delle seguenti modalità: via posta al Comune di Lastra a Signa – Piazza del Comune, 17 – 50055 Lastra a Signa (FI) specificando nel destinatario “Concorso di poesia e narrativa “Una storia partigiana” oppure alla email anpilastraasigna@gmail.com.

Tutte le informazioni sul bando del concorso sono disponibili su www.concorsiletterari.it

e sulla pagina fb della sezione: https://www.facebook.com/anpilastra/

La premiazione si terrà il 25 aprile 2020 nella sala del Consiglio comunale di Lastra a Signa. Ai vincitori saranno dati in premio targhe, opere d’arte e testi di artisti locali.

Sezione Anpi “Bruno Terzani” di Lastra a Signa

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L’eccidio fascista di Cornalba

Autunno 1944, la Brigata 24 Maggio

Sabato 25 novembre 1944 a Cornalba la giornata era grigia e fredda, con una leggera pioggerella, ma la vista era buona. Da qualche giorno al Comando della brigata 24 Maggio, che aveva la propria sede nel centro abitato di Cornalba (il resto della formazione era stanziato nelle baite sul monte Alben che si raggiunge con un paio di ore di cammino lungo i due principali sentieri che lo collegano al paese), erano giunte alcune segnalazioni di possibili rastrellamenti nella zona. A queste “voci”, però, non era stato dato molto credito tanto che quella mattina tre partigiani, Giuseppe Biava, Barnaba Chiesa e Antonio Ferrari decidono di scendere a Valle, per una missione di collegamento con il Comando provinciale, utilizzando la corriera di linea che giornalmente collega i paesi della Valle con il capoluogo di Bergamo.

Contemporaneamente da Bergamo sta salendo, in direzione Valle Serina, un’autocolonna di militi fascisti composta da due camion e un’autoblinda. Sono circa 60 uomini equipaggiati anche con armi pesanti (mitragliatrici e mortai). Fanno parte della 612ª compagnia Ordine pubblico (Op) di Bergamo. Li comanda il capitano Aldo Resimi, il fascista più odiato nella provincia di Bergamo, tristemente noto per le torture, le sevizie e gli eccidi di partigiani e civili compiuti non solo nella bergamasca. Nelle sentenze della Corte d’assise straordinaria istituita dopo la Liberazione, la 612ª compagnia Op viene definita come la “famigerata, abominevole ‘banda Resmini’, l’obbrobrio e la vergogna della provincia di Bergamo”.

Cornalba, monumento caduti partigiani

All’altezza di Rosolo, contrada che si trova a pochi chilometri da Serina (allora Cornalba era una frazione di Serina), l’autocolonna fascista incontra le due corriere che stanno scendendo verso Bergamo. Giuseppe Biava e Barnaba Chiesa vengono subito riconosciuti e immediatamente giustiziati sul posto. Il terzo partigiano, Antonio Ferrari, appena accortosi della presenza dei rastrellatori, tenta di fuggire ma viene colpito a morte dal fuoco dei militi fascisti.

Compiuta questa prima strage la colonna fascista riprende la marcia verso Cornalba dividendosi in due gruppi: il primo, con gli automezzi, prosegue per Serina per poi raggiungere Cornalba mentre l’altro, a piedi, sale lungo la mulattiera che porta a Passoni (oggi frazione di Cornalba). L’obiettivo dei fascisti è chiaro: chiudere tutte le vie di fuga dal paese di Cornalba con una manovra a tenaglia.

Il primo gruppo, giunto a Serina, effettua un breve rastrellamento durante il quale cattura un giovane del paese, Lorenzo Carrara, mentre cerca di fuggire. L’altro reparto che si muove a piedi lungo la mulattiera, dopo aver fermato e fatto prigioniero a Passoni un giovane del posto, Giovanni Bianchi, raggiunte le prime case dell’abitato di Cornalba piazza almeno due mortai e lancia un bengala. È il segnale convenuto per l’inizio dell’attacco.

Nel frattempo l’autocolonna che ha seguito la carrozzabile è arrivata a Cornalba e qui sistema una prima mitragliatrice nel prato antistante la chiesa ed una ancora più micidiale sul campanile. L’anziano parroco, don Michele Paganelli, cerca di opporsi all’ingresso dei fascisti nella chiesa ma viene malmenato e costretto a lasciare libero il passaggio agli aggressori.

Ha inizio a questo punto un fuoco intensissimo nella direzione dei due sentieri che sui lati destro e sinistro del paese portano sul monte Alben e che in quel momento rappresentano le uniche vie di salvezza per i partigiani che si trovano in paese e per i giovani del posto (molti dei quali sono renitenti alla leva) che stanno fuggendo precipitosamente e disordinatamente.

Il sentiero di destra è sotto il fuoco, oltre che di armi leggere, dei mortai e proprio uno di questi colpisce a morte il comandante della formazione Giacomo Tiragallo “Ratti” e ferisce gravemente un giovane di Cornalba di appena 17 anni, Gino Cornetti (che verrà finito poco dopo con due colpi di pistola). Sul lato sinistro del paese la situazione è altrettanto disperata. Il sentiero è investito da una pioggia di proiettili delle mitragliatrici che falciano mortalmente, nel loro disperato tentativo di fuga, Giovanni Battista Mancuso, Piero Cornetti (diciottenne fratello di Gino) e Giuseppe Maffi.

Interno del monumento ai Caduti della brigata GL 24 maggio

A metà mattinata il paese è nel terrore: ci sono stalle che stanno bruciando, si susseguono perquisizioni nelle case, si minacciano stragi e distruzioni, un abitante del posto viene ferito ad una gamba perché sospettato di essere amico dei partigiani, la cabina elettrica è fatta saltare e i fascisti si accaniscono pure sull’ “asino dei partigiani” (utilizzato per portare materiali e viveri alle baite del monte Alben) che viene ammazzato nel centro del paese. Non lontano dal centro abitato, gli assalitori catturano il tenente Franco Cortinovis. Portato nella piazza centrale viene sommariamente interrogato, selvaggiamente picchiato e ucciso sul posto dallo stesso Resmini.

Alle ore 10,00 viene dato il cessate il fuoco. Ha inizio il rastrellamento nei prati, nei boschi e nelle cascine. Due giovani cornalbesi, Egidio Bianchi e Luigi Carrara, sono fermati e fatti prigionieri. Poco dopo cade nelle mani dei fascisti il tenente Callisto Sguazzi, “Peter”, che era giunto a Cornalba solo il giorno precedente (inviato dalla brigata Camozzi di Giustizia e libertà che operava nella vicina Valle Seriana). Riconosciuto come partigiano è immediatamente giustiziato sul posto da un tenente della Op con due colpi di pistola.

Alle ore 12,00 termina il rastrellamento. Nella piazza del paese ha luogo l’adunata dei militi fascisti. Chiusi nelle case, terrorizzati e angosciati, si trovano solo bambini, donne e anziani mentre i giovani e gli adulti sono tutti fuggiti. La colonna fascista rientra a Bergamo, senza contare alcuna perdita, con i quattro prigionieri che saranno sottoposti a torture e sevizie nella caserma della Op. Verranno poi rinchiusi nelle carceri di S. Agata e uno di loro, Lorenzo Carrara di diciannove anni, morirà due anni dopo causa le torture subite.

Appena una settimana dopo, il 1° dicembre, purtroppo sulla Valle Serina si abbatte un nuovo rastrellamento. Questa volta ad opera della Guardia Forestale di stanza a San Pellegrino Terme (un paese che dista circa 10 chilometri da Cornalba). Anche in questo caso i militi fascisti giungono sul luogo provenienti da due diverse direzioni. Il primo gruppo incrocia alcuni partigiani in una zona non molto distante da Serina. Ne nasce un breve conflitto a fuoco durante il quale viene ferito un fascista ma la reazione della Forestale provoca la morte del partigiano Celestino Gervasoni (i suoi compagni riescono a salvarsi).

Il secondo gruppo che sale da Serina, grazie anche alle indicazioni fornite da una spia (pure nel primo rastrellamento i fascisti avevano ottenuto preziose informazioni da un traditore), si dirigono sul monte Alben. Giunti alla baita denominata del “Cascinetto” i militi fascisti circondano e colgono di sorpresa cinque partigiani di guardia al magazzino della formazione. Restano uccisi il diciassettenne Mario Ghirlandetti e tre russi, Angelo, Carlo e Michele (dei quali non si è mai riusciti a risalire alla vera identità). Un quarto partigiano russo, Scialico, ferito, viene fatto prigioniero e portato a Serina dove, grazie all’aiuto di alcune persone del posto, verrà sottratto ai carcerieri, curato e nascosto fino alla Liberazione.

Cornalba, 25 aprile 1945

La brigata 24 Maggio è dispersa e allo sbando e rischia seriamente di disgregarsi. Il Comando di Giustizia e libertà decide, nel frattempo, di inviare dalla brigata Camozzi come nuovo comandante Fortunato Fasana “Renato”, uno dei più validi ufficiali di quella formazione che si era distinto per il suo coraggio e le sue indubbie capacità militari ed organizzative. Il nuovo comandante porta in salvo i pochi uomini rimasti con lui sui monti in alta Valle Brembana. Qui svernano in una baracca in condizioni metereologiche proibitive: la neve arriva fino a sei metri di altezza e si raggiungono i 20 gradi sottozero (ormai tutti i loro compagni li credevano morti). Verso i primi di febbraio la formazione torna in Valle Serina ma questa volta si stanzia nelle baite sopra Zorzone (frazione di Oltre il Colle, paese che dista qualche chilometro da Cornalba). La preparazione militare e organizzativa, nonché il carisma di Renato, porteranno la 24 Maggio a diventare in breve tempo una delle più organizzate e combattive formazioni partigiane di tutta la bergamasca e ad avere un ruolo di primo piano nella liberazione di Bergamo.

Le date del 25 novembre e del 1° dicembre 1944 hanno segnato indelebilmente la memoria e la coscienza non solo della comunità di Cornalba ma anche di tutta la Resistenza bergamasca. In ricordo dei 15 caduti partigiani l’Associazione Giustizia e Libertà fece costruire un monumento, accanto alla chiesa parrocchiale di Cornalba, nello stesso luogo dove subito dopo la Liberazione era stata posta una stele. L’opera fu inaugurata durante la commemorazione del 1959 alla presenza del sottosegretario alla giustizia senatore Spallino e di Piero Caleffi, giornalista e dirigente politico (che era stato internato a Mauthausen per la sua attività antifascista).

La commemorazione di Cornalba, che si tiene ogni anno normalmente l’ultima domenica di novembre, è ormai considerata unanimemente la più antica e costante fra tutte le manifestazioni partigiane della bergamasca. Non a caso nel corso degli anni sono intervenuti a questa cerimonia alcuni fra i nomi più prestigiosi della Resistenza Italiana. Basti qui ricordare quelli di Ferruccio Parri, di Riccardo Bauer, di Giulio Alonzi, di Arialdo Banfi, di Enzo Enriques Agnoletti e di tanti altri ancora. Non vanno poi dimenticati, per la loro continua presenza e per il supporto fornito all’organizzazione della manifestazione, Salvo Parigi, storico presidente dell’Anpi provinciale di Bergamo e Mario Invernicci, Commissario politico e Comandante della Divisione Orobica Giustizia e Libertà, Medaglia d’Argento al Valor Militare per l’attività svolta durante la Resistenza, presidente dell’Associazione Giustizia e Libertà, fra i fondatori dell’Istituto bergamasco per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea (di cui è stato presidente fino al 1998) nonché presidente dell’Istituto lombardo per la storia del Movimento di Liberazione in Italia dal 1974 al 1999.

Ferruccio Parri a Cornalba nel 1952

Molto bella e suggestiva è la lettera (inedita fino ad ora) che Ferruccio Parri invia il 27 novembre 1959 (in occasione della inaugurazione del monumento ai caduti partigiani di Cornalba) a Mario Invernicci per scusarsi dell’impossibilità di partecipare alla cerimonia.

“Caro Mario, ho sempre vivo e caro il ricordo della giornata passata con voi anni or sono a Cornalba.

È difficile immaginare un luogo più suggestivo e solenne: la pace serena degli orizzonti lontani chiusi dal coro severo dei monti rasserena e quasi purifica il ricordo della lunga lotta, dello spasimo dei due inverni, della angoscia delle madri, ed il sacrificio dei giovani si sente nella sua purezza angusta ed immortale. Hai sentito giusto e fatto bene tu, caro Mario, a volere che sorgesse a Cornalba il monumento ai volontari bergamaschi della libertà e della giustizia e gli amici e compagni ti devono grande riconoscenza per la tua fedeltà esemplare e fattiva. Per questo mi rincresce di non essere domenica con voi. Posso dire – questa volta non è una frase fatta – che sarò con voi in spirito, perché le parole che vi dirà Piero Caleffi sono le stesse che avrei detto io, con lo stesso cuore di fedele compagno.

Un affettuoso abbraccio a tutti i bravi GL e a tutti i compagni della resistenza bergamasca. Vostro Ferruccio Parri”. [1]

Quest’anno la commemorazione di Cornalba, che cade nel 75° anniversario dell’eccidio, si è svolta domenica 24 novembre e come sempre, pur in presenza di un tempo inclemente, ha visto la partecipazione di moltissime persone provenienti da tutta la provincia. Per l’occasione sono state organizzate due particolari iniziative che si sono aggiunte al tradizionale programma della cerimonia in ricordo di quei tragici avvenimenti.

La prima ha riguardato la pubblicazione del libro “La mitraglia sul campanile. Storia e memoria: Cornalba 1944” (autore Bruno Bianchi, con la collaborazione di Marco Sorelli e Nicoletta Tiraboschi, Il filo di Arianna, Bergamo 2019). Il lavoro ripercorre quelle tragiche vicende attraverso una rigorosa e puntuale ricostruzione storica dei fatti all’interno della quale trova ampio spazio la memoria dei testimoni [2]. La seconda iniziativa si è svolta al cimitero di Serina, domenica 24 novembre, con l’inaugurazione di una lapide in ricordo di Lorenzo Carrara (il giovane di Serina che il 25 novembre 1944 venne catturato e fatto prigioniero dai militi fascisti di Resmini e che morì dopo due anni di grandi sofferenze per le pesanti torture e sevizie cui fu sottoposto).

Oggi Cornalba può essere considerata un luogo di educazione permanente in particolare per le giovani generazioni che spesso sembrano aver perso il senso della storia e dell’appartenenza a una comunità. Nel corso del tempo in questo piccolo paese della Valle Serina si sono sedimentati diversi “segni della memoria”. Oltre al monumento ai caduti partigiani, sono presenti numerosi elementi materiali o puramente simbolici come, ad esempio, lapidi, targhe, cippi, croci, intestazioni di nomi di vie e di piazze (c’è pure il sentiero partigiano “Martiri di Cornalba” che porta, con un itinerario ad anello, sul monte Alben). Tutte tracce che possono idealmente indicare un percorso dove la memoria diventa elemento essenziale di comprensione non solo del nostro presente ma anche per immaginare e intravedere le vie di un possibile futuro. Tanto più oggi che, causa l’inesorabilità dell’anagrafe, non è rimasto quasi più nessuno di quei protagonisti a testimoniare quella stagione così breve, drammatica ed entusiasmante, quale è stata al Resistenza, così fondamentale per la costruzione della vita democratica che ne è seguita.

Bruno Bianchi


[1] La lettera è conservata nel Fondo Mario Invernicci, b. 6, fasc. 22, Archivio Isrec Bergamo.

[2] Sulla ricostruzione dell’eccidio di Cornalba, come pure sul significato e sull’importanza delle commemorazioni che annualmente si tengono a Cornalba, sono stati pubblicati, oltre al già citato La mitraglia sul campanile. Storia e memoria: Cornalba 1944 alcuni altri lavori ai quali si rimanda per gli opportuni approfondimenti. In questa sede ci limitiamo a segnalare, fra gli altri, di Angelo Bendotti, Banditen, Il filo di Arianna, Bergamo 2015, di Bruno Bianchi, Cinquant’anni di memoria. Cornalba 1944-1994, Il filo di Arianna, Bergamo 1995, di Tarcisio Bottani, Giuseppe Giupponi e Felice Riceputi, La Resistenza in Valle Brembana e nelle zone limitrofe (quarta edizione), Corponove, Bergamo 2015 e infine di Serena Pesenti Gritti Palazzi, Le montagne di Oltre il Colle teatro della Resistenza, Corponove, Bergamo 2011.

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Il mondo dei sempre connessi

Alessandro Bianchi con Umberto Eco

Millennial e Generazione Zeta, giovani nati a partire dal 1980-85 i primi, un decennio dopo i secondi; la gioventù più interconnessa di sempre, che a più di mezzo secolo dal formidabile Anno della contestazione è tornata a invadere, proprio come una volta, strade e piazze. Stiamo assistendo a una riscoperta dell’impegno civile e politico? Chi meglio di un prof di un’università telematica, grande conoscitore anche del mondo degli atenei tradizionali, può provare a raccontarci i giovani del nostro tempo?

Alessandro Bianchi è direttore della Scuola di rigenerazione urbana e ambientale all’Università Telematica Pegaso, istituto accademico che conta circa 70-80mila iscritti. Ingegnere, Bianchi è stato rettore dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria e segretario generale della Crui, oltre che ministro ai Trasporti.

Professore, gli studenti di una università telematica hanno aspettative, necessità o opportunità differenti rispetto ai coetanei di un ateneo classico?

Le università telematiche sono nate tutte circa 12 anni fa, a cavallo tra il 2006 e il 2007, rivolgendosi soprattutto a studenti in età avanzata, persone che non avevano potuto o voluto completare gli studi e si ritrovavano ad aver bisogno della laurea per partecipare a concorsi oppure ottenere avanzamenti di grado nel lavoro. Oggi, invece, quella tipologia rappresenta la metà del totale, gli altri hanno tra i 18 e i 25 anni: è dunque in atto un fenomeno nuovo sul quale val la pena riflettere perché risultato di una scelta precisa. Moltissimi ragazzi, infatti, una volta ottenuto il diploma superiore decidono di immatricolarsi ad una università telematica.

Da https://blog.eipass.com/dipendenza-giovani-da-smartphone/

Per ragioni economiche?

Certamente una delle motivazioni è di natura economica, poiché la spesa da sostenere è minore. A pesare sul bilancio delle famiglie non sono tanto le tasse universitarie, comunque per le telematiche inferiori a quelle degli atenei tradizionali, quanto le spese da affrontare se lo studente deve trasferirsi per seguire le lezioni e per gli esami: per un fuori sede i costi possono essere proibitivi. Ben diverso è poter studiare a casa e doversi recare in facoltà solo per gli esami o per discutere la tesi. Ma in realtà la novità è un’altra: i ragazzi e le ragazze della Generazione Z, i nativi digitali post 2000, sono sempre connessi alla rete, e il loro strumento di vita e di studio non è neppure il pc ma lo smartphone o il tablet, dove possono ricevere le lezioni ovunque si trovino. Ed è da segnalare la loro facilità di apprendimento: studiare online non è affatto semplice, come si ritiene nel sentire comune, tuttavia le telematiche colmano un grave difetto ormai tipico nelle tradizionali: l’impossibilità per uno studente di essere seguito passo dopo passo nel percorso formativo, di avere chiarimenti, porre domande, discutere col docente. Al contrario, le università online affiancano alle registrazioni video delle lezioni, corredate da power point con slides, immagini, grafici inviati per email, la presenza di un tutor a disposizione praticamente h24, così il rapporto tra maestro e allievo è rafforzato. In più gli stessi ragazzi utilizzano strumenti informatici quali i social per scambiarsi esperienze e opinioni, creare comunità dunque. Rispetto ai Millennial, trenta-quarantenni che si sono adattati pur magistralmente ai nuovi media, gli Zeta non hanno idea di come fosse il mondo prima della rete, sono naturalmente calati nel mondo di internet e dei social.

Da https://comunicazionisociali.chiesacattolica.it/tutorial-weca-la-parrocchia-su-wikipedia/

Rapidi nell’apprendere, capaci di costruire comunità unite dai medesimi interessi. Promuove a pieni voti i GenZeta, ma si intuisce un però…

A preoccupare soprattutto è il rapporto col testo scritto. I libri, sia quelli su carta sia le versioni epub, fruibili su pc e cellulare, sono sostituiti dalle consultazioni internet. Sul web d’altronde si trova qualsiasi cosa. Gli Zeta attingono a Wikipedia a mani basse, spesso senza spirito critico nei confronti delle fonti. Da docente mi batto da tempo per contrastare un fenomeno dilagante: realizzare le tesi di laurea scopiazzando a destra e a manca, senza nemmeno utilizzare le virgolette per citare brani altrui. Dopo una quarantina d’anni di esperienza mi accorgo subito se parte di un testo non è farina del loro sacco. Un paradosso per esempio sono le bibliografie: l’elenco delle opere consultate è sempre più una infinita sitografia. In sintesi, la Generazione Zeta è come una carta assorbente e a farne le spese è appunto la capacità di valutare ragionando con la propria testa. Un risultato forse della perdita di contatto diretto, reale, con i professori.

Che fare, almeno sul fronte scolastico?

Una formula efficace e congeniale alle nuove generazioni potrebbe essere una via blended, cioè coniugare il contatto diretto e concreto col docente con il potenziale della formazione a distanza. Sviluppando anche il momento successivo alla lezione, in cui lo studente riflette, si pone interrogativi, reagendo a ogni apatia intellettuale.

Per di più si impone una riflessione generale sul livello di istruzione in Italia. In Europa siamo all’ultimo posto per numero di laureati, la percentuale di giovani tra i 25 e i 34 anni che arriva a conseguire il titolo è di circa il 26%, nel resto del Vecchio continente è del 40% e in Germania è ancora più alta. In un mercato del lavoro ormai internazionale è un handicap enorme, una mortificazione delle potenzialità dell’ingegno di quei giovani. E un altro fenomeno si sta aggravando vertiginosamente, l’abbandono dei laureandi. Lo scorso anno ben 600mila giovani di età compresa tra i 18 e i 24 anni hanno lasciato gli studi universitari.

Su chi ricade la responsabilità di questa situazione?

Una va individuata nella carenza di investimenti pubblici nell’università: è la metà degli altri Stati, l’1,6% del Pil rispetto al 3, 1%. Avrà un suo peso nella possibilità di offrire borse di studio, e altre forme di sostegno, no? Lo stesso mondo del lavoro non ha perorato la formazione di qualità, necessaria oggi a misurarsi su un piano più vasto. E tra i giovani si è fatta largo l’idea che studiare sia una perdita di tempo, non aiuti a realizzare i progetti di vita né serva a trovare un impiego qualificato, giustamente retribuito. Nel nostro Paese le riforme della scuola di frequente hanno fallito l’obiettivo. In Germania da oltre mezzo secolo esistono le fachhochschulen, scuole per gli alti mestieri. Sono basate su una stretta relazione fra la teoria appresa nelle aule e la pratica nelle aziende. Funzionano. Vi escono sia manodopera qualificata sia dirigenti. Il Presidente della Repubblica nel suo discorso di fine anno non a caso ha invitato ad aver fiducia nei giovani. Mattarella lo ha detto chiaro e tondo: occorre investire sulle nuove generazioni. E la strada è una sola, offrire prospettive e condizioni di inserimento nella società, cioè farli accedere al mondo del lavoro. Altrimenti ben presto ci ritroveremo ai margini delle realtà produttive. Ovviamente sia le amministrazioni sia il mondo produttivo devono mettere in campo più fondi. Non esistono scorciatoie.

L’abuso di alcol è sempre più diffuso tra i giovani, soprattutto adolescenti, figli sia di famiglie problematiche sia cosiddette bene.

Mi sono occupato e preoccupato di questo problema. In qualità di ministro dei Trasporti ho varato la prima legge sulla sicurezza stradale per sanzionare chi si metteva alla guida ubriaco. È errato però generalizzare, i giovani non sono tutti uguali, non lo erano ieri e non lo sono oggi.

È direttore della Scuola di rigenerazione urbana e ambientale della Pegaso, cosa ne pensa dei giovanissimi della Generazione Greta? I seguaci dell’attivista svedese Greta Thunberg sembra abbiano riscoperto l’impegno civile, non accadeva da anni.

Greta Thunberg

È una grande novità. Fino a una manciata di anni fa pareva proponessi argomenti alieni. Oggi i ragazzi mi chiedono specificazioni e precisazioni. Mostrano grande interesse. Gli studenti del ’68, e poi del ’77 con lo straordinario grandioso protagonismo delle donne, e più tardi del movimento della Pantera si sentivano chiamati a un ruolo attivo nella società. Quella presa di coscienza sembrava scemata. Un disinteresse alla “politica” favorito, purtroppo, proprio dalla classe politica. E non vanno dimenticati l’estremismo, le stagioni di violenza che avevano allontanato le persone dalla partecipazione attiva. Oggi, vivaddio, quei giovani sentono l’urgenza, pacifica, di porre all’attenzione degli adulti alcuni temi, la sostenibilità ambientale in particolare, e chiedono risposte. Si tratta di un movimento globale, come fu il Sessantotto, nato nelle università americane ricordo, che in questo caso coinvolge soprattutto gli adolescenti e incredibilmente sembra stia riuscendo a influenzare il gotha dell’economia mondiale e le policy dei governi. Greta e quei ragazzi possono contare sugli studi trentennali degli scienziati, che hanno ben documentato il pericolo dei cambiamenti climatici provocati dall’attività umana. Sono inoltre incoraggiati da papa Francesco, uno dei maggiori gli interpreti della sostenibilità ambientale, che con l’enciclica “Laudato si’ sulla cura della casa comune”, titolo tratto dal “Cantico delle creature” di San Francesco, già cinque anni fa manifestava preoccupazione per la natura, per la Terra maltrattata e saccheggiata, e chiedeva una “conversione ecologica”, un “cambiamento di rotta” strettamente legato allo sradicamento della povertà e all’accesso equo, per tutti, alle risorse del pianeta. È molto rilevante anche la scelta dei termini della lettera apostolica: in più passaggi si parla di “bene comune”. Solo uno Trump può pensarla diversamente…

Altri giovani, più grandi, fanno parte dei Millennial, in Italia hanno conquistato la ribalta, le Sardine.

Una novità importantissima per il nostro Paese, a mio giudizio. Le Sardine si muovono su un terreno assolutamente fondamentale e pregiatissimo, sono riuscite a mettere al centro dell’agenda politica l’etica dei comportamenti pubblici e il rifiuto del linguaggio volgare, arrogante e violento di chi diffonde odio nell’agorà mediatico. Propongono una visione pulita e limpida della res pubblica: senza rispetto e correttezza, dicono, sei fuori da ogni comunità civile. Non si rivolgono unicamente agli esponenti peggiori come Salvini, ma all’intero panorama politico italiano chiedono la metamorfosi di un costume che dalle nostre parti ha forme di degrado e corruzione senza pari in occidente. Sono giovani molto differenti da quelli del passato nel rapporto con l’attivismo, una volta chi aderiva o simpatizzava per un partito, pur non prendendone la tessera, ne condivideva i valori, libertà, eguaglianza, giustizia e reputava si riuscisse ad inverare quei principi grazie all’impegno civile attivo. Le Sardine invece esortano semplicemente i politici a “comportarsi bene”, ed è molto diverso. Una sollecitazione capace però di mettere in forte discussione consuetudini che personalmente ho visto crescere da una decina d’anni a questa parte.

Le Sardine avranno un futuro?

Me lo auguro con tutto il cuore. Il compito prioritario dei partiti e dell’associazionismo diffuso è accogliere, interiorizzare le loro richieste. E lasciarle libere di crescere. Finalmente, grazie alle Sardine e ai giovani della Generazione Greta possiamo godere di sorrisi belli, gioiosi e intelligenti.

L’articolo Il mondo dei sempre connessi proviene da Patria Indipendente.

La storia sei tu

Quasi ricordando La storia siamo noi di De Gregori, lo storico Carlo Greppi nel suo libro La storia sei tu ci dà un esempio di storia divulgativa giocata su una cronologia che parte dal presente e procede verso il passato. Attarverso il dialogo tra un nonno e una nipote lo storia ci porta dal crollo del muro di Berlino fino all’anno 1050. Come scrive Greppi: “questo libro nasce dalla voglia di aiutare i giovani lettori a orientarsi nel tempo, a percepire la storia come un percorso che, passo dopo passo, ha portato fino a noi”.

In effetti il libro di Greppi è una singolare mappa per orientarsi non solo nello spazio ma anche nel tempo. Se le generazioni di oggi hanno compresso il senso del tempo a un presente fuggevole e instabile, con questo tentativo Greppi prova a percorrere una sua strada per riacquisire la profondità del tempo storico e le radici di cui è fatto il nostro presente. Lo abbiamo intervistato.

“Porta”. Marco Paschetta firma le illustrazioni del libro di Carlo Greppi

Come è venuta l’idea di un libro di storia per ragazzi così particolare, dato che parte dal presente – la caduta del muro di Berlino nel 1989 – e procede a ritroso, fino all’XI secolo? Cosa ne può guadagnare, così facendo, la didattica della storia?

I bambini – e poi i ragazzi – fanno sempre molta fatica a “orientarsi” nel tempo: è naturale. E non appena approdano a scuola vengono immediatamente sbalzati in epoche lontanissime, “preistoriche” e poi remote, che poco o nulla hanno a che vedere con il mondo in cui viviamo. Allora ho pensato che avrebbe potuto essere utile e (spero) appassionante provare a fare il percorso inverso: raccontare la nostra storia a partire da quello che ci è più familiare e “vicino” per poi, passo dopo passo, procedere all’indietro.

Un nonno dopo l’altro, risalendo i secoli. Questo credo che ci permetta di avvicinarci meglio al mistero della percezione del tempo, rendendoci conto che lo studio del passato altro non è che un modo per scoprire quello che siamo e come siamo arrivati fin qui, navigando tra le diramazioni di una genealogia popolata da esseri umani non troppo diversi da noi. La storia è, appunto, lo studio dell’uomo nel tempo. O, per dirla con Ivan Jablonka (lo ha scritto nel suo manifesto La storia è una letteratura contemporanea), il «cercare di comprendere quello che gli uomini fanno».

“Per una tazza di caffè e un cucchiaino di zucchero”. Un’altra delle illustrazioni del libro realizzate da Marco Paschetta

Che valore aggiunto danno le illustrazioni di Marco Paschetta?

Un valore inestimabile. Il rapporto con Marco è stata una delle esperienze professionali più entusiasmanti che mi siano mai capitate. Lui si è innamorato del progetto e ci ha dedicato un’immensa energia, e abbiamo impostato il lavoro in tandem: man mano che io ultimavo due o tre capitoli glieli mandavo, lui abbozzava le sue strepitose illustrazioni, ne discutevamo, e così si procedeva. Credo di avergli fatto due, al massimo tre annotazioni di sostanza (e pure minime): Marco faceva le sue ricerche in parallelo, documentandosi con grande competenza, e riusciva sempre a trovare un’angolatura particolare, che dava profondità e ricchezza a quello che avevo scritto. Lo completava, in un certo senso: abbiamo realizzato davvero un progetto a quattro mani, affiancati costantemente dalla nostra editor, Stefania Di Mella, e da tutta la redazione di Rizzoli.

Il suo lavoro si è talmente “integrato” con le parti scritte che abbiamo deciso di far precedere il testo dalle illustrazioni, e non viceversa, per permettere ai lettori – più o meno giovani – di immergersi nel “quadro” di Marco prima di procedere nella lettura. E andare avanti così, antenato dopo antenato, tra le immagini che svelavano il quadro successivo e le parole che lo raccontavano. A un certo punto del lavoro, Marco ha iniziato a chiamarmi “Carlo delle generazioni”, e mi è venuto istintivo fare altrettanto. E ora, per me, lui è “Marco delle generazioni”.

“Muraglie e catapulte”

Nel dialogo tra il nonno Dodo e la nipote si avverte il passaggio delle generazioni, la trasmissione della memoria storica ai giovani che, spesso, appaiono schiacciati sul presente. Questo scambio generazione è venuto a mancare? Come potrebbe essere recuperato?

Non saprei dire se sia venuto a mancare un rapporto tra le generazioni o se un allontanamento dalla storia di determinati periodi sia, nello scorrere del tempo, fisiologico – propenderei più per la seconda ipotesi. Certo è che la storia è troppo spesso percepita come una “materia” noiosa, un inutile rito che si ripete stancamente negli anni di scuola per poi finire in soffitta, perché il presente ci riguarda più da vicino. Credo però che la storia sia uno smisurato bacino di storie, le quali compongono un «serbatoio di precedenti» – come ho letto di recente in un commento a una trasmissione in cui ero ospite – che presenta indizi e dispensa insegnamenti per capire il presente e preparare al futuro. E ci “serve” eccome: questa è una verità che andrebbe trasmessa, senza dubbio.

Carlo Greppi

Il 4 febbraio uscirà un mio libro (La storia ci salverà. Una dichiarazione d’amore, Utet) nel quale provo a dire perché, per me, questo deve essere fatto. Perché la storia, come la intendo io, deve essere etica, universale, reattiva e partigiana: deve servirci da guida per interpretare il presente e per comprendere noi stessi. Voi di Patria indipendente lo sapete bene.

“Che dagherrotipo”

Il libro propone percorsi inusuali, non propri della storia evenemenziale, come l’invenzione del dagherrotipo, la rivoluzione haitiana del 1791, il terremoto di Lisbona, il porto di Bristol… C’è, dietro, l’idea di una storia globale?

Assolutamente sì. Tenendo sempre al centro le persone comuni, e non gli uomini illustri, ho voluto focalizzarmi su alcuni punti nodali degli ultimi secoli che ci possono raccontare un cambiamento radicale, concentrandomi spesso e volentieri sulla mentalità. Penso appunto agli schiavi che insorsero in scia alla rivoluzione francese o ai movimenti radicali dei Diggers e dei Levellers inglesi del secolo precedente, ma anche alla “guerra dei contadini” che nel XVI secolo misero a ferro e fuoco l’Europa della Riforma al grido Omnia sunt communia (“tutto è di tutti”).

“Tutto è di tutti”

Poi ci sono le invenzioni – ad esempio la fotografia, appunto, o la stampa –, le grandi catastrofi come il terremoto di Lisbona o la grande peste del Trecento, e vicende che solitamente occupano poco spazio nei libri su cui studiano gli studenti italiani, come quella dell’impero mongolo, dei vichinghi che arrivano nelle Americhe cinque secoli prima di Colombo o della schiavitù mediterranea in età moderna.

“Essere incudine e martello”

Ho viaggiato per quattro continenti (Europa, Asia, Africa, America centro-settentrionale) risalendo genealogie sempre verosimili, mostrando come bastino una manciata di secoli per dimostrarci che le nostre “radici”, se così le possiamo chiamare, stanno nel mondo intero.

L’articolo La storia sei tu proviene da Patria Indipendente.

Catanzaro: l’inchiesta del procuratore Gratteri

Il procuratore della Repubblica Nicola Gratteri (da http://www.affaritaliani.it/cronache/gratteri-criticato-dal-procuratore-generale-inchieste-evanescenti-644528.html)

Fine anno 2019, giorni di festa ma anche di retate che hanno reso incandescente il clima natalizio in Calabria. L’operazione Rinascita-Scott portata avanti dalla Dda di Catanzaro guidata dal procuratore Gratteri ha ancora una volta disvelato il connubio malefico tra politica, massoneria, criminalità, ’ndrangheta e pezzi delle istituzioni.

Non sono – come da tradizione – mancate le polemiche: dal procuratore generale Otello Lupacchini a vari organi di stampa, ad illustri penalisti e giuristi che hanno evidenziato la grande esposizione mediatica dei fatti a scapito degli indagati, che in ogni caso avranno tre gradi di giudizio secondo la nostra Costituzione.

In un quadro già così desolante proprio il giorno della vigilia di Capodanno è finita sotto inchiesta per concussione il prefetto di Cosenza, ora agli arresti domiciliari. Subito dopo questa importante operazione, in una nota sulla stampa locale, avevo richiamato alcune riflessioni di Corrado Alvaro quando scriveva che “La disperazione più grande che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere rettamente sia inutile.” È uno stato d’animo diffuso in questi giorni dopo l’inchiesta della Dda di Catanzaro che ancora una volta riporta alle cronache nazionali e internazionali l’intreccio perverso tra criminalità, ndrangheta e politica, senza risparmiare nemmeno tanti funzionari dello Stato.

Abbiamo già detto, e vogliamo ripeterlo, che non intendiamo associarci ai cori da stadio di chi grida “più galera per tutti”; e nemmeno al controcanto dei detrattori ipergarantisti oppure interessati a lasciare le cose come stanno, pronti però a scagliarsi contro il procuratore Gratteri e le sue indagini. Il nostro auspicio rimane che la giustizia faccia il suo corso sempre, senza tentennamenti, secondo i dettami della nostra Costituzione. Sarebbe davvero difficile – per chi vive in questa regione – non sostenere l’opera della magistratura e di quanti ancora si battono per avere una società nella quale la legalità non sia un sogno ma un obiettivo raggiungibile.

La politica degenerata in affarismo e clientele ha distrutto molto della sua funzione, spingendo donne e uomini a non credere più nel valore dell’impegno; tanto sono tutti uguali, questo è il leitmotiv ripetuto ossessivamente ascoltando i commenti in giro. Sono anni che la nostra Associazione si batte in tutto il Paese per il risveglio delle coscienze e per ridare alla politica il ruolo nobile sancito nella Carta Costituzionale. Abbiamo chiesto ai politici, per gli auguri di buon anno, di ricordarsi e impegnarsi solennemente ad agire secondo l’articolo 54 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”.

La Calabria andrà al voto il prossimo 26 gennaio; sappiano tutti i candidati di tutte le coalizioni che solo da un attaccamento sincero al valore di questo articolo potrà rinascere questa martoriata regione. In caso contrario, come disse qualche saggio, chi è causa del suo male pianga se stesso. Evitino perciò di infierire contro la magistratura “cattiva”, impegnata invece solo a fare il proprio dovere. Brutta politica e brutti politici non avranno mai la nostra comprensione; men che meno i nostri voti.

Mario Vallone, coordinatore Anpi Calabria

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Gorizia sfregiata. I reduci della X in municipio

Può una città del nostro tempo, decorata con Medaglia d’Oro al Valor Militare per la Resistenza, riconoscersi nel fascismo? Può sostenere gli orrori di una dittatura che seminò e rivendicò morte con stragi di partigiani e di civili, deportazioni, discriminazioni e vessazioni delle minoranze?
Uno striscione apparso due notti fa sotto il ponte del cavalcavia nell’area del cimitero del capoluogo isontino recitava “Gorizia grida: mai più antifascismo”, come dire mai più democrazia, libertà, giustizia.

Un manifesto vigliaccamente non firmato, ma neppure prontamente fatto rimuovere dall’Amministrazione, che getta un’ulteriore ombra, cupissima, su chi ha la responsabilità del governo locale.

Già, perché come in passato anche quest’anno reduci della Decima Flottiglia Mas-Rsi e simpatizzanti arriveranno a Gorizia sabato 18 per essere ricevuti con tutti gli onori in Municipio, “da un assessore designato dal Comune” fa sapere la Prefettura. Una fascia tricolore dunque omaggerà la formazione di Junio Valerio Borghese che, ricordiamo, subito dopo l’8 settembre ’43 combatté al fianco dei tedeschi. Uno dei primi reparti militari italiani collaborazionisti dei nazisti.

Il manifesto fino a ieri e il manifesto oggi: le tracce rimaste documentano che qualcuno ha provato a rimuoverlo, non era dotato però dei mezzi a disposizione di un’amministrazione comunale

Il Consiglio comunale, invece, appena una manciata di settimane fa, nella notte del 9 dicembre scorso, ha detto No alla cittadinanza onoraria alla senatrice Liliana Segre, sopravvissuta alla Shoah. La maggioranza di centrodestra ha preferito seguire l’invito del sindaco Rodolfo Ziberna (Forza Italia) e rifiutarle l’ingresso nel pantheon delle personalità illustri “perché l’opposizione, trasformando la Segre in un’icona dell’Olocausto, strumentalizza la storia”.

A poco è servito lo scatto di dignità di cinque consiglieri di maggioranza, tra cui tre leghisti, che non hanno seguito le indicazioni del primo inquilino comunale: per statuto una cittadinanza, a Gorizia, viene assegnata con i due terzi dei voti.
Al contrario non sembra ci siano pretese di rigore storico per la commemorazione che il 18 gennaio terranno i nostalgici della Decima, basata per di più su un falso: una vittoria mai ottenuta. “Dal dopoguerra ad oggi – scriveva su Patria la presidente dell’Anpi cittadina, Anna Di Gianantonio – si continua a raccontare la favola che negli scontri della Selva di Trnova, ora slovena, i militi della Decima fermarono le truppe jugoslave e difesero l’italianità di Gorizia”. Non andò così, vennero sconfitti dalle truppe partigiane e furono costretti a ritirarsi, “non ci fu alcuna invasione slava e l’esercito di Tito entrò in città mesi dopo, il 2 maggio del 1945”.

Proclama affisso a Vodnjan/Dignano, vicino Pola, Croazia

Ed è sempre la storia a testimoniare un fascismo particolarmente violento nei confronti dei cosiddetti “alloglotti”, sloveni e croati, tanto da meritarsi la definizione specifica di “fascismo di frontiera”. Chiuse le loro scuole, le loro associazioni e i loro giornali, italianizzò cognomi e toponimi, li rapinò di beni ed edifici. “La guerra, l’occupazione e l’annessione di parte del regno di Jugoslavia fu segnata da una violenza senza limite – rammentano i partigiani di Gorizia – . Migliaia di civili furono deportati e i villaggi sloveni e croati distrutti, Lubiana fu circondata da filo spinato e divisa in settori per impedire le fughe e rendere più facili i rastrellamenti”.

Nonostante ciò, il raduno della X Mas verrà protetto, garantito e blindato. Malgrado quanto già avvenuto in passato: durante l’edizione 2018 della cerimonia venne cantato l’inno della Decima e si alzarono i saluti romani, fatti denunciati dell’Anpi nazionale sui quali dovrà pronunciarsi la magistratura.
“L’atrio della Casa comunale di Gorizia sarà riservato esclusivamente ai componenti dell’associazione Decima Flottiglia Mas e di altre associazioni combattentistiche che usualmente partecipano alla commemorazione”, fa sapere la prefettura. Potranno entrare membri dell’Amministrazione comunale e personale in servizio, precisano dal Palazzo di piazza della Vittoria. A filtrare l’ingresso sarà la polizia locale. Dovranno restare fuori pertanto, a ben leggere, anche i rappresentanti dei cittadini eletti nel parlamento locale, e qualsiasi rappresentante della società civile democratica. E CasaPound, che lo scorso anno scortò i reduci neri, avrà facoltà di partecipare?
Ma la voce dei partigiani si leverà: l’Anpi ha indetto una manifestazione di protesta a cui parteciperanno sindacati e partiti democratici. Una mobilitazione unitaria e corale per affermare lo spirito e i valori della Carta fondamentale della Repubblica italiana: «Il sindaco ha giurato sulla Costituzione antifascista – dichiara Ennio Pironi, presidente del Comitato provinciale Anpi di Gorizia –. E il massimo rispetto che abbiamo nei confronti delle istituzioni non ci permette di accettare che in una sede quale il Comune vengano accolti esponenti della Decima Mas, per ciò che hanno rappresentato e stanno rappresentando tuttora. E ogni qual volta dovremo affermare diritti e doveri sanciti nel dettato costituzionale ci saremo».
L’appuntamento è per sabato 18 gennaio alle ore 9.30 al Parco della Rimembranza. Un corteo sfilerà fino a Piazza della Vittoria, attraversando il centro cittadino. Poi sarà la volta degli interventi: parleranno il coordinatore regionale Anpi, Dino Spanghero, la presidente dell’Anpi di Gorizia, Anna Di Gianantonio, e Patrik Zulian del Comitato Nazionale dell’Associazione dei Partigiani d’Italia.

Patrik Zulian, componente del Comitato nazionale Anpi

Giovane antifascista goriziano, trentasei anni, Zulian si sofferma sui valori universali sanciti nella Costituzione italiana: «Nell’ultimo decennio parte della politica nostrana e interpreta a suo comodo i sommi valori di libertà di espressione. E anche la magistratura mostra spesso maglie larghe nell’interpretare la legge». Così al sindaco di Gorizia che ha dichiarato non poter chiedere la tessera di partito a chi entra nella Casa comunale, Zulian replica: «Verissimo, ma in questo caso si tratta di ricevere labari fascisti e l’unico limite imposto dalla Costituzione e dalle leggi del nostro Paese è appunto il fascismo». Inoltre ricevere quei reduci è ragione di preoccupazione per i rapporti con l’estero: «La Comunità di una città di confine – spiega l’esponente del Comitato Nazionale Anpi – non può permettersi di creare attriti con altri Paesi. Domenica 19 gennaio, il giorno dopo la cerimonia nel capoluogo isontino, in Slovenia le associazioni combattentistiche celebreranno la commemorazione di quella stessa battaglia e l’Anpi parteciperà per continuare a sostenere i valori universali di convivenza pacifica. È scellerato calcare sulla nazionalità – conclude Patrik Zulian –. E se a volte non condividiamo i pur legittimi percorsi e punti di vista delle associazioni oltre confine, siamo uniti dai valori dell’antifascismo e della Resistenza italiana ed europea, garanzia per continuare a vivere in un mondo abitato da democrazia, libertà e pace».

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