Buon anno! Un bilancio e un auspicio

La notte di Capodanno è momento di bilanci. Anche se ci si ripromette di non farli, alla fine siamo tutti tentati (chi più e chi meno)  di ripensare all’anno trascorso e a tutto ciò che è avvenuto.

Come potremmo non farlo come Anpi, la nostra casa comune? Ed ecco che il pensiero corre ai tanti episodi che hanno caratterizzato il nostro impegno. Prima di tutto i due incontri che abbiamo avuto con il Presidente della Repubblica. Che ci ha ricevuto con molto affetto e disponibilità, sia quando gli abbiamo consegnato le firme che 23 tra associazioni, sindacati e partiti abbiamo raccolto per chiedere lo scioglimento delle formazioni neo-fasciste, che quando siamo tornati da soli per tornare sul tema della difesa della democrazia.

E poi i mille incontri, manifestazioni, conferenze,  a cui abbiamo partecipato, in ogni parte d’Italia, per portare avanti, con inflessibile impegno, i valori che ci hanno trasmesso i partigiani.

Dalla manifestazione antifascista di Prato, al prezioso incontro con il cardinale Zuppi a Bologna, alle tante e tante fabbriche e scuole che abbiamo visitato, per discutere con gli operai e gli studenti, sui valori dell’antifascismo e della democrazia e per illustrargli.

Al centro, sempre, la Costituzione Italiana, nata dalla Resistenza.  

L’emozione più grande, devo dirlo, è però stata quella di piazza San Giovanni di Roma, alla grande manifestazione delle “sardine”. Vedere dal fortunoso palco (su cui ero salita con il prezioso sostegno dei militanti Anpi di Roma) migliaia e migliaia di giovani che alzavano in alto il libretto della Costituzione italiana, è stata una gioia indescrivibile.

È questa la strada che, con l’impegno quotidiano, dobbiamo riprometterci di continuare a percorrere in futuro: far conoscere ai giovani la Costituzione Italiana.

Trasmettere valori e memoria.

Tutto ciò ci ripaga anche delle tante delusioni; della brutta mozione del Parlamento Europeo, poi, per fortuna, criticata anche dal suo presidente; del razzismo e della violenza sparsi a piene mani sui social, dell’indifferenza di tanti.

A questi mali vogliamo rispondere non solo con le nostre parole, ma soprattutto con quelle dei partigiani ancora con noi. Con la costruzione di un grande archivio della Memoria a cui stanno lavorando Gad Lerner, Laura Gnocchi e tanti altri giornalisti. Tutti a titolo di completo volontariato.

Dobbiamo e vogliamo fare presto. E tutte le nostre sezioni sono impegnate in tal senso.

Certo, quest’anno si chiude con tanti dolori. Le partigiane e i partigiani che se ne sono andati. Sono tutti nel mio cuore, ma purtroppo non posso ricordarli tutti. E allora, per tutti, ricordo Marisa Ombra, la nostra amata vice-presidente, la giovanissima staffetta partigiana delle Langhe, la paladina dei diritti e della storia delle donne.

E Luigi Giannattasio, presidente dell’Anpi di Salerno, della generazione successiva ai partigiani, che ci ha lasciato dopo lunga malattia. 

Al loro posto altre e altri subentreranno. Sarà così per noi e per chi verrà dopo di noi.

Il 2020 sarà il 75° anniversario della Liberazione.

Intendiamo onorario al meglio: con l’ottima notizia dell’avvio della realizzazione del Museo Nazionale della Resistenza a Milano e con la nostra Festa Nazionale.

Infine un ringraziamento alla nostra “famiglia”: la redazione di Patria Indipendente e il suo direttore Gianfranco Pagliarulo, che, con ammirevole impegno, si adoperano ogni giorno per rendere sempre più aggiornata, approfondita e utile l’informazione del giornale.

Buon Anno,  care lettrici e lettori. 

Buon Anno, cara Anpi.

Sempre e per sempre dalla parte della libertà, della giustizia sociale, della pace. 

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MARISA LIBERA SEMPRE

Nata nel maggio del 1925, ci ha lasciato nel dicembre 2019. 94 anni. Una bella età, si dirà. Una legge inesorabile ti fa accettare la scomparsa di una persona cara, quanto più questa è avanti con gli anni. Peraltro Marisa da tempo era assente, non comunicava più, ridotta a casa, a letto, per le sue condizioni di salute sempre precarie. Ciononostante la sua scomparsa, prevista, attesa, è stata una lacerazione, uno strappo violento per tutti, per l’Anpi. Fra gli altri, per noi, quelli che “fanno” Patria Indipendente. Un dolore. Un grande dolore.

Marisa aveva più volte collaborato con questa testata con interviste e articoli. Era vicepresidente nazionale dell’Associazione e fino a qualche tempo fa aveva onorato la sua responsabilità in ogni modo, girando per l’Italia, nelle riunioni del gruppo dirigente, nella vita quotidiana della sede centrale in via degli Scipioni a Roma.

Figlia del comandante partigiano Celestino Ombra, era stata una staffetta e così si era forgiata. Dopo la Liberazione aveva continuato il suo impegno a tutto tondo nel movimento delle donne, riportando poi quest’esperienza nella sua attività di dirigente nazionale dell’Anpi in ogni modo, ricordando il ruolo delle donne nella Resistenza, animando il convegno promosso dall’Anpi sui Gruppi di difesa della donna, operando nel Coordinamento nazionale donne Anpi. La sua “firma” sotto gli articoli pubblicati su questo periodico era la seguente: Marisa Ombra, partigiana, femminista, della Presidenza nazionale dell’Anpi. Ecco, partigiana e femminista. Ci teneva, perché rappresentava la sua identità, incorporava il senso della sua vita. Lo era quando scriveva. E scriveva libri di straordinario interesse, come “Libere sempre. Una ragazza della Resistenza a una ragazza di oggi” o “La bella politica”. E partigiana e femminista è stata fino alla fine. Per questa ragione Marisa incarnava fino in fondo libertà e responsabilità.

Marisa aveva un fascino speciale sia nei suoi discorsi e interventi, sia nelle relazioni interpersonali. Mai si sentivano da lei banalità, luoghi comuni; mai un’ombra di demagogia nelle sue parole, ma lo sforzo costante di interpretare un fenomeno, un evento, di immaginare la più appropriata risposta a un quesito o, meglio ancora, la più appropriata domanda. Mai alzava la voce; forse perché alzare la voce serve per vincere, non per convincere; forse perché alzare la voce – a ben pensare – è in realtà un’ammissione di debolezza. Forse, più semplicemente, perché non era nel suo stile. E così, nelle relazioni interpersonali, ti seduceva nel senso stretto, cioè ti “portava con sé” con le sue riflessioni, i suoi approfondimenti, i suoi dubbi anche, alle volte scomodi, sempre fecondi.

Così la abbiamo vissuta in questi ultimi anni, lei sempre più magra, più debole, le mani sofferenti per l’artrite, e poi col bastone e con la voce sempre più ridotta a un filo. Marisa era un filo: un filo di dolcezza, di dignità, di eleganza, di bellezza (era bellissima da ragazza ed ha mantenuto la sua bellezza dentro, fino alla fine), di sobrietà, di gentilezza. Marisa Ombra è stata una grande e insostituibile dirigente dell’Anpi. La vogliamo ricordare con affetto e commozione, riportando le parole del Coordinamento nazionale donne Anpi:

“Bellezza ed eleganza, cara Marisa, erano i tratti caratteristici della tua personalità e del tuo pensiero politico vissuto con una passione smisurata, sempre alla ricerca del filo che unisce passato e presente, con lo sguardo in avanti teso a nuove domande e alla ricerca di nuove risposte.

Autonomia e libertà i tuoi valori profondi per noi divenuti insegnamenti; a noi donne, che abbiamo avuto il privilegio di percorrere un pezzo di strada con te, lasci molto di te, della tua passione, della tua forza. Tante le iniziative per parlare della Resistenza femminile, di come questa esperienza vi abbia radicalmente cambiate; tante le volte in cui abbiamo parlato di noi.

Dirigente appassionata, presente anche quando le forze si stavano facendo più fragili, hai raccontato la storia politica di donne cominciata dentro la Resistenza, sei stata sapiente esempio e portatrice di quella bella politica a te molto cara. A noi oggi resta addosso tutto di te e vogliamo salutarti ricordando il tuo caro sorriso; grazie da tutte noi”.

Marisa Ombra, staffetta partigiana. Eccola, attraverso le parole di un suo articolo pubblicato su Patria Indipendente del novembre 2016.

La vita spericolata della staffetta partigiana

Marisa Ombra. Foto di Noi donne

Mi è stato chiesto di portare una testimonianza di quello che le donne hanno fatto, di quello che le donne sono state nella Resistenza. Io vorrei non tanto raccontare dei fatti, ma cercare di restituire il senso di quella scelta, senza naturalmente sottrarmi a qualche brevissima esemplificazione, per rendere più evidente quello che dirò.

Io sono stata staffetta partigiana nelle formazioni garibaldine. Avevo 19 anni quando sono andata nelle Langhe, ne aveva 17 mia sorella che venne con me, ne aveva poco meno di 40 la mia mamma. L’occasione è stata data dagli scioperi del marzo ’44, così importanti per la lotta contro il fascismo e per la fine della guerra. Mio padre era stato arrestato come organizzatore di questi scioperi e prelevato, e praticamente già condannato prima ancora di un processo che non si sapeva ancora se ci sarebbe stato o non stato, ma preventivamente condannato alla fucilazione e alla deportazione. Venne liberato rocambolescamente da un commando di partigiani travestiti da Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, che lo portarono nelle Langhe, dove cominciò a organizzare le bande partigiane. Noi, rimaste a casa, eravamo naturalmente molto esposte alla rappresaglia, e scegliemmo di andare anche noi nelle Langhe, dove subito ci separammo e ognuno andò ad operare in zone differenti.

Questo per dire che per me la scelta di fare la partigiana non è stata altro che un semplice, naturale atto di coerenza con la storia familiare, peraltro cominciata molto prima, nell’inverno del ’42-’43 quando, ancora più bambine, io e mia sorella collaborammo a stampare dei fogli clandestini che preparavano lo sciopero del marzo ’43 il quale, insieme allo sbarco alleato in Sicilia, determinò praticamente la caduta di Mussolini. Che cosa faceva una staffetta partigiana? Qui è stato detto ampiamente e vorrei dire che qualunque racconto rischia di essere molto misero rispetto a quello che stato letto con così grande commozione da Marisa e da Leandro. È stato misero per chi è sopravvissuto e, devo dire, del tutto casualmente, perché onestamente a decidere se sopravvivevi o non sopravvivevi è stato essenzialmente il caso.

Vorrei cercare soprattutto di dare il senso di quello che abbiamo fatto, e vorrei dire prima di tutto che il lavoro della staffetta è stato un lavoro molto pericoloso, perché è stato essenzialmente un lavoro solitario. Voglio dire che la staffetta non aveva praticamente nessuna copertura alle spalle, era sola, gli veniva dato un ordine e andava a realizzare questo ordine. Naturalmente, da quel momento in poi tutto dipendeva da te, dalla tua lucidità, dal tuo coraggio, dalla tua prontezza di spirito nel capire che cosa era più giusto fare, e questo non era semplice. E posso dire che non avevi dietro alle spalle chi ti consigliasse, il distaccamento minimamente organizzato, in cui vi fosse un comandante al quale, anche se aveva soltanto la tua età, 19-20 anni, erano state impartite le istruzioni, per cui aveva comunque un’idea su come comportarsi; tu non sapevi niente di niente e dovevi immaginare, inventare velocemente qual era la cosa più giusta da fare. Più giusta nel senso che poteva salvare la tua vita e quella della formazione che ti aveva chiesto di andare a fare questa esplorazione, questa missione. Devo dire che in quei momenti tu ti misuravi con te stessa e, di colpo, da ragazzina diventavi persona adulta, imparavi il senso di responsabilità. Ecco, il senso di responsabilità è stata la cosa più importante che abbiamo imparato nella guerra di Liberazione ed è quello che almeno personalmente mi ha guidato in tutte le fasi successive della mia vita, in cui ho continuato a fare politica con le donne, politica per le donne. Senso di responsabilità personale e senso di responsabilità verso gli altri, verso il mondo, vorrei dire, con una parola che forse è troppo grande ma che riassume bene quello che noi sentivamo.

25 novembre 2016. Iniziativa per la Giornata contro la violenza sulle donne. Da sinistra: Ruth Dureghello, Flavia Marzano, Virginia Raggi, Marisa Ombra, Gemma Guerrini, Catia Tomasetti. Foto Imagoeconomia

Devo dire quindi che proprio per quello che abbiamo sentito, per il senso di responsabilità che abbiamo avuto e per il coraggio, la guerra di liberazione non avrebbe potuto essere senza la presenza delle donne, senza questa possibilità di collegamenti, senza questa possibilità di attraversare posti di blocco che naturalmente i partigiani non avrebbero potuto attraversare, cosa che soltanto la capacità diplomatica delle donne, la capacità di invenzione delle donne riusciva a fare, perché lì veramente ti inventavi delle piccole scene, dei piccoli racconti che cercavano di essere il più possibile credibili, perché fossero accettati per buoni dai tedeschi o dai brigatisti neri, e quindi potevi passare.

Perché non si poteva fare la guerra partigiana senza le donne? Perché – questo lo ricordo soprattutto alle ragazze di 19-20 che sono qui presenti, mentre i più adulti hanno sicuramente sentito parlare da padri, fratelli, nonni in che cosa è consistita la guerriglia – perché questa era la qualità della guerra partigiana, era una guerriglia, per cui le formazioni continuamente si componevano e si disperdevano. Perché le zone, per esempio le Langhe e il Monferrato, dove io operavo, erano circondate costantemente da tedeschi e brigate nere, che continuamente entravano muniti di carte molto raffinate e rastrellavano cascina per cascina, sentiero per sentiero. Ovviamente, c’erano momenti in cui i partigiani erano in grado di dare battaglia, facevano la scaramuccia e poi si ritiravano, e c’erano momenti in cui l’unica possibilità era nascondersi per ricomporsi. Voi capite che in questa situazione, se non c’era chi ricercava, rimetteva in contatto, ricollegava, contribuiva a riformare le formazioni, nessuna guerriglia avrebbe potuto essere. È per questo che noi abbiamo avuto una testimonianza di grande riconoscimento molto prima che gli storici lo facessero e riconoscessero il nostro come protagonismo, e non solo come contributo.

Asti – 1 maggio 1950 – Marisa Ombra in prima fila con occhiali

Il primo riconoscimento l’abbiamo avuto proprio dai partigiani con i quali vivevamo, perché loro tra l’altro sapevano in ogni momento che noi non eravamo obbligate ad andare a fare la guerra. I ragazzi erano obbligati, in qualche modo, perché c’erano i bandi dei tedeschi, dei repubblichini, e se non si presentavano venivano dichiarati disertori, e i disertori venivano naturalmente fucilati, o deportati. Per noi non c’erano stati bandi, l’abbiamo fatto per tutte le motivazioni che qui sono state lette. Io credo che riconoscevano che era la prima volta che le donne come massa entravano in guerra, e ci entravano in quel modo, in prima fila; uscivano dal ruolo familiare e si assumevano responsabilità militari, politiche, sociali fondamentali. È la prima volta che le donne entrano effettivamente nella storia.

8 marzo 2018, Quirinale. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, saluta Marisa Ombra

In fondo il diritto al voto, la legge istitutiva del voto alle donne non è altro che una presa d’atto del tutto ovvia, naturale, di quello che le donne avevano fatto, avevano dimostrato di essere nell’ultimo periodo. Io credo che sia importante ricordare, riflettere ancora su quegli anni, perché una riflessione su quel periodo oltre tutto ci consente di riportare alla verità, alla realtà alcune cose, anche alcuni miti che ancora oggi in forme diverse e riferiti a situazioni diverse, continuano a circolare, per esempio il mito della guerra o del rifiuto della guerra senza se e senza ma. Ma io credo di poter sinceramente testimoniare che alla guerra tu non ci devi arrivare, devi fare di tutto, proprio fino all’estremo atto di diplomazia possibile, per evitare di arrivare alla guerra, perché se ci arrivi, o spari o sei sparato.

Non è vero che se ti trovi in guerra puoi decidere di non usare le armi. Io avevo una minuscola 635 nella tasca, ed era una stupidaggine, perché facendo la staffetta l’ultima cosa che avrei dovuto portare con me era una rivoltella, perché mi avrebbe automaticamente denunciata, però c’erano altre che invece le armi le impugnavano, ed era secondo me inevitabile, perché se ti trovi in guerra – ripeto – o spari o sei sparato. Bisogna non arrivarci.

Come l’altro mito delle donne che hanno portato nelle formazioni conforto, dolcezza, assistenza, aiuto. Io posso dire, credo molto sinceramente – ci ho ripensato molto a quegli anni – posso dire che ho visto ragazzi che mostravano senza pudore la loro fragilità e la loro dolcezza, e ho visto donne con coraggio e con grinta – penso a Breda, che è stata chiamata Breda perché lei ha insegnato ai partigiani come si smontava una bomba a mano chiamata Breda – e quindi non erano queste le differenze. Semmai, la differenza stava intanto nel fatto che i ragazzi erano storicamente allenati alla guerra: dietro ai maschi di tutte le Nazioni c’è una storia di combattimenti, mentre per le donne non c’era nessuna esperienza di questo genere. E alle donne forse possiamo riconoscere una qualità di maggiori arti diplomatiche, ma questo non è un fatto naturale, è un fatto culturale, è un fatto storico, perché le donne, se non imparavano ad essere diplomatiche in famiglia, non avrebbero mai tenuto insieme la famiglia. Quindi è una cosa che viene da lontano. E quindi, questa idea di maternage, che è vera per tante, per tutte quelle che l’8 settembre hanno accolto e vestito i soldati che fuggivano, non è vera, secondo me, per le ragazze che sono state dentro l’esercito di Liberazione. Bisogna fare delle distinzioni molto precise. Io non vado oltre, voglio dire che quel riconoscimento dei compagni partigiani è stato alla base di una profonda amicizia, che mai più ha potuto darsi, per ovvi motivi. C’era un di più in quella amicizia, e direi che è stato anche quello che ci ha guidato negli anni successivi, per far fronte a tutti i momenti in cui è stato necessario ancora resistere e in cui chi ha fatto la Resistenza ha cercato di conservare quell’idea della politica, quel senso della politica al quale erano estranei la carriera, il professionismo, il guadagnare, il farsi posto nella vita, eccetera, e devo dire che di queste cose io ho una profonda nostalgia.

Marisa Ombra, partigiana, femminista, della Presidenza nazionale dell’Anpi


Articoli e interviste di Marisa Ombra pubblicati

https://anpi.it/media/uploads/patria/2013/intervista_liparoto_a_Ombra_aprile.pdf

da archivio Patria cartaceo, n. 4 aprile 2013

https://www.patriaindipendente.it/persone-e-luoghi/servizi/un-grido-dallarme-dopo-lepisodio-di-magenta/

19 febbraio 2016

https://www.patriaindipendente.it/idee/editoriali/1946-il-primo-voto-2016-le-verita-difficili-da-confessare/

7 marzo 2016

https://www.patriaindipendente.it/persone-e-luoghi/servizi/la-vita-spericolata-della-staffetta-partigiana/

18 novembre 2016

 

https://www.patriaindipendente.it/persone-e-luoghi/interviste/nome-battaglia-donna-film-daniele-segre/

18 novembre 2016

https://www.patriaindipendente.it/persone-e-luoghi/interviste/2017-per-ritrovare-lo-slancio-del-1947/

16 gennaio 2017

https://www.patriaindipendente.it/persone-e-luoghi/servizi/marisa-ombra-della-bella-politica/

5 aprile 2017

https://www.patriaindipendente.it/ultime-news/la-grande-brigata-delle-donne/

13 dicembre 2017

https://www.patriaindipendente.it/persone-e-luoghi/servizi/8-marzo-sergio-e-marisa/

22 marzo 2018

https://www.patriaindipendente.it/idee/cittadinanza-attiva/caro-ivan-non-tutto-e-perduto/

18 maggio 2018

https://www.patriaindipendente.it/idee/cittadinanza-attiva/lanpi-a-difesa-di-uno-spazio-di-liberta/

1° giugno 2018

https://www.patriaindipendente.it/il-quotidiano/le-partigiane-di-ieri-e-le-lotte-di-oggi/

22 novembre 2018

L’articolo MARISA LIBERA SEMPRE proviene da Patria Indipendente.

L’eccidio dei cento sulla collina

Il clima è davvero quello delle grandi occasioni, perché un incontro con Carlo Smuraglia rappresenta sempre un’occasione importante, capace di mobilitare le migliori energie che un territorio possa esprimere, tanto che la sala dei Giganti della Rocca di Bazzano risulta ben presto sottodimensionata per i tanti – molti anche i giovani – che non hanno voluto mancare all’appuntamento.

La giovane presidente del Comitato per le celebrazioni di Sabbiuno, Sara Bonafè, ha ritenuto opportuno affiancare alla celebrazione ufficiale dell’eccidio in programma domenica 15 dicembre, un ulteriore momento di riflessione, organizzando per sabato 14 dicembre l’incontro con Carlo Smuraglia.

Preceduto dai saluti del sindaco di Valsamoggia Daniele Ruscigno nel ruolo di padrone di casa e dalla puntuale ricostruzione storica dell’eccidio nel quale furono fucilati 100 tra partigiani e antifascisti (di questi non fu possibile identificarne 47) di Pietro Ospitali, Smuraglia non ha certo deluso le aspettative.

Partendo dal presupposto che si tratta di un eccidio di cui si è parlato troppo poco, Smuraglia ha riconosciuto l’importanza del lavoro ottenuto con l’atlante delle stragi nazifasciste, realizzato grazie ad un finanziamento del governo tedesco.  Un risultato che non cambia il severo giudizio espresso nei confronti di un governo che continua a considerare i morti della Resistenza come caduti in guerra senza fare distinzioni quando si tratta di stragi a danno di civili o di inermi, come nel caso dei caduti sulla collina di Sabbiuno. Perché c’è differenza tra un partigiano che muore durante uno scontro a fuoco rispetto a qualcuno che viene prelevato, fucilato e gettato nel fondo di un calanco senza nemmeno una pietosa sepoltura. Questo è l’indicibile, il male totale che annienta la persona.

La Costituzione prima e la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo poi, hanno voluto restituire alla persona la sua umanità. È necessario, quindi, fare in modo che i giovani sappiano ciò che è stato, dato che stanno venendo meno i testimoni diretti e che da tempo si assiste al tentativo – spesso riuscito – di diffamare la Resistenza, della negazione di crimini orrendi.

Un momento dell’iniziativa del 14 dicembre. L’intervento di Carlo Smuraglia

Citando la domanda di una bambina in occasione di un suo intervento in una classe “cosa facevano i partigiani quando non combattevano?”, Smuraglia ha raccontato dei sogni, delle discussioni dei progetti di ragazzi che spesso non avevano mai avuto occasione di maneggiare un’arma prima e che decisero di prendere parte alla Resistenza quasi per istinto. Forse per la prima volta si trovarono vicini ragazzi del nord e del sud del Paese, contadini e operai, persone semplici e intellettuali. Certi che la guerra sarebbe stata vinta, progettavano insieme un Paese migliore e più giusto, democratico, nel quale le persone avessero la stessa dignità. Un processo di crescita e di maturazione collettiva che ha prodotto il miracolo della Costituente e della nostra avanzatissima Costituzione.

Solo due esempi: la scelta del verbo ripudiare riferito alla guerra e aver inserito l’impegno a rimuovere gli ostacoli che si frappongono di fatto all’uguaglianza delle persone, rappresentano la cifra di un dibattito alto, maturato da lontano, nelle carceri, in montagna, al confino. La società che ha costruito la Costituzione era un passo più avanti della società italiana nel suo complesso e che si è impegnata nel tempo a non rispettarla, a non volerla applicare. Anzi, si è assistito ad un continuo susseguirsi di vicende tese a modificarla. D’altra parte basta ben poco per non rispettarla: è sufficiente togliere la centralità del Parlamento o abusare del voto di fiducia.

Un altro momento dell’iniziativa per l’anniversario dell’eccidio di Sabbiuno

Attuare pienamente la Costituzione sarebbe davvero una rivoluzione civile perché, ha proseguito Smuraglia, questo non è il paese che sognavamo e per il quale abbiamo combattuto. Il lavoro deve essere un diritto garantito, così come deve essere garantita la tutela del territorio. Ci siamo battuti per una politica tesa al benessere del Paese, per un Parlamento che discuta di come uscire dalla crisi, di come ridurre le diseguaglianze. Invece un governo così litigioso non si era mai visto …

La Costituzione – che è tutta antifascista – deve essere il baluardo contro i nostalgici che vedono vicina e possibile la realizzazione delle loro idee.

Il vero senso di un ricordo, ha concluso Smuraglia, sta nel guardare con il cuore al passato e con la mente al futuro. La nostra deve essere una forte scelta di campo democratica, tesa alla piena applicazione della Costituzione, avendo ben chiari i valori della solidarietà e pensando ad un mondo nel quale si possa essere felici senza egoismi.

Giovanni Maria Flick durante l’intervento all’iniziativa per il 75° dell’eccidio di Sabbiuno

Il 15 dicembre, giorno dell’anniversario, è stato il turno di Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte costituzionale.

“Il 14 e il 23 dicembre 1944 – ha detto fra l’altro Flick ricostruendo i tragici eventi – dal carcere di San Giovanni in Monte due gruppi di prigionieri, incolonnati a piedi o su camion coperti, vennero condotti attraverso le strade del centro di Bologna verso le colline fino a Sabbiuno dove furono fucilati. Nel dopoguerra vennero ritrovati in fondo al calanco dalle pareti del quale erano stati fatti precipitare.

Erano partigiani rastrellati dai nazisti tedeschi e dai fascisti italiani nella zona nord est di Bologna.

L’azione antipartigiana a Bologna si intensificò con l’arresto e la fucilazione del gruppo dirigente del partito d’azione avvenuto il 20 ottobre. Il 7 e il 15 novembre la battaglia di Porta Lame e lo scontro della Bolognina; iniziarono i rastrellamenti e molte basi dei resistenti vennero scoperte grazie alle indicazioni di fascisti e di due tedeschi infiltrati.

Il sovraffollamento del carcere di San Giovanni in Monte e la necessità di disfarsi di elementi considerati pericolosi impose una nuova strategia: non più grandi stragi, come quella di Marzabotto; i prigionieri dovevano sparire senza che nessuno sapesse più niente di loro, e il calanco, che avrebbe divorato e nascosto quei corpi per sempre, era il luogo ideale. Perciò in due riprese, il 14 e il 23 dicembre ’44, i prigionieri, circa un centinaio, furono portati a Sabbiuno, fatti pernottare nella casa colonica, condotti al mattino sul ciglio del calanco e fucilati.

Le pietre continuano a parlare, anche quando le voci iniziano a tacere e via via si spengono: oggi siamo qui riuniti per ascoltare il linguaggio di quelle pietre che segnarono il sacrificio dei morti insepolti di Monte Sabbiuno”. Ed ha aggiunto: “La Resistenza è stata per noi anche un movimento di massa corale e politico prima che militare. Un movimento di liberazione dal regime totalitario fascista che per un ventennio aveva occupato il nostro Paese dall’interno, con un apparato di violenza, di oppressione e di cancellazione delle libertà civili, politiche, sociali ed economiche.

Quell’apparato non può essere mascherato dal maldestro – e purtroppo ripetuto ancora oggi – riferimento a qualche “benemerenza”, a qualche opera pubblica e a qualche risultato economico raggiunti dal fascismo. Non può essere occultato dal confronto di una sua pretesa bonomia e tolleranza del dissenso, rispetto alla ferocia e alla repressione del regime nazista. Durante il ventennio i treni arrivavano in orario; forse. Ma alla fine della guerra i binari, i ponti, le stazioni erano distrutti. Durante il ventennio vi furono i manganelli, l’olio di ricino, la violenza, gli omicidi: Giacomo Matteotti, i fratelli Rosselli e tanti altri stanno a ricordarcelo.

Durante il ventennio si raggiunse con i Patti Lateranensi e il Concordato la pace religiosa; ma contemporaneamente si adottarono le ignobili leggi razziali del 1938 e si diede inizio alla persecuzione dei cittadini di religione ebraica. Durante il ventennio si svilupparono le industrie; ma si soffocarono le libertà civili e sociali; si praticò con ogni mezzo la persecuzione degli avversari politici e del dissenso.

Il prezzo conclusivo – certamente non l’unico – del ventennio fascista fu una guerra sciagurata. Fu un prezzo elevato, pagato con il sacrificio e l’eroismo dei soldati e della popolazione civile. Ma fu pagato anche con la fuga e con l’irresponsabilità di chi consentì e concorse a quella guerra, dopo aver avallato altre scelte irresponsabili e criminali; di chi contribuì alla disorganizzazione e allo sfacelo dell’armistizio dell’8 settembre 1943, nel tentativo di dissociare la propria responsabilità e connivenza con il fascismo”.

Annalisa Paltrinieri è del Comitato provinciale Anpi Bologna

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Quando fucilarono Cleonice

Il libro “I giovani e la memoria. Gli episodi della Resistenza a Rieti e in provincia raccontati dagli studenti reatini” è nato dall’esigenza di raccontare e condividere il lavoro degli studenti delle scuole di Rieti e della provincia, in occasione della prima edizione del concorso “I Giovani e la Memoria” dell’anno scolastico 2018-2019, un evento culturale sia per le scuole sia per l’intero territorio.

Era richiesta la realizzazione di opere originali – racconti, audiovisivi o sceneggiature teatrali – risultato prezioso di un’indagine storica sui fatti accaduti a Rieti e provincia dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, la successiva occupazione delle truppe tedesche e gli episodi della Resistenza nel territorio. Con l’obiettivo di favorire nei giovani studenti, supportati dai docenti, un’azione di recupero della memoria storica, non solo attraverso ricerche tradizionali, ma soprattutto con indagini sul campo e interviste agli “ultimi” testimoni”. «La memoria batte nel cuore del futuro, è il patrimonio sul quale costruire il futuro dei nostri figli», avevano sostenuto i rappresentanti reatini di Anpi e Cgil durante una celebrazione del Giorno della memoria al Campo di Farfa. Il dovere della memoria nasce quando si comprende l’importanza di ricordare per far sì che non possano ripetersi le stragi di ebrei, rom, omosessuali e oppositori politici e gli eccidi di civili inermi, partigiani e antifascisti, crimini contro l’umanità compiuti dai nazisti durante la seconda guerra mondiale in Europa. Con questo spirito, con la sede reatina dell’Ufficio scolastico regionale, nel 2018 si pensò così a un progetto di concorso, con assegnazione di borse di studio.

Il successo della prima edizione convinse gli organizzatori a fissare l’esperienza in un libro, realizzando uno strumento agevole di lettura, destinato agli studenti e a coloro che non hanno ancora conoscenza dei fatti avvenuti nel territorio reatino. «“I giovani e la memoria” è il frutto di un racconto corale – spiega Giuseppe Manzo, curatore del volume –. Gli studenti hanno lavorato con impegno e serietà, restituendoci con rispetto la memoria dei fatti storici e delle vicende umane vissute dai cittadini reatini dal settembre 1943 al giugno 1944». Nove mesi terribili: nel 2005, infatti, il sacrificio della popolazione e l’eroismo dei partigiani furono riconosciuti con il conferimento alla provincia di Rieti di una Medaglia d’Argento al Merito Civile.

Il primo capitolo dell’opera affronta il tema del dovere della memoria attraverso le testimonianze dei sopravvissuti alla deportazione nei campi di concentramento e alla Shoah, Primo Levi, Sami Modiano, Liliana Segre, Umberto Terracina. Il secondo e il terzo capitolo raccontano la Seconda guerra mondiale in Italia e la Resistenza in Sabina; il quarto e il quinto capitolo sono dedicati alla storia del Campo di concentramento di Farfa e ai libri che hanno il merito di aver riportato di recente alla luce quanto vi accadde. Il sesto capitolo presenta le scuole premiate e racconta le opere realizzate degli studenti. Sottolineiamo inoltre l’esposizione di episodi non molto conosciuti della seconda guerra mondiale.

Cleonice Tomassetti

Nel saggio hanno un ruolo centrale le donne che hanno fatto la Resistenza, tra esse una in particolare che, pur non avendo avuto il tempo di combattere, rappresenta un esempio di coraggio e di forza d’animo, Cleonice Tomassetti. Una reatina dal carattere forte che unisce con un filo rosso la provincia laziale di Rieti e quella piemontese di Verbania. “Una partigiana nell’animo”, come l’hanno opportunamente definita gli studenti, arrestata e fucilata nel giugno del 1944 sul lago Maggiore.

Cleonice era bellissima. Nata nel 2011, a Capradosso di Petrella Salto ha un’infanzia e un’adolescenza molto difficile e sofferta, nel 1933 si trasferisce a Milano, sbarcando il lunario con lavori saltuari: commessa, cameriera in locande e pensioni, sarta. Con gli amici milanesi, “Nice” frequenta un piccolo gruppo di antifascisti, per lo più comunisti, fra cui il sarto, comunista e cristiano avventista, Eugenio Dalle Crode. Nei primi giorni del giugno ’44, mentre lavora da Dalle Crode, entra un diciottenne, Sergio Ciribi che, provando un vestito, fa sapere di non voler presentarsi al richiamo in guerra, ordinato dal Bando Graziani, e di voler salire in montagna con i partigiani della Valgrande. Cleonice decide di seguirlo. La partenza è fissata alcuni giorni dopo. A loro si unisce un altro renitente, Giorgio Guerreschi. Ad accompagnare il gruppo sono la madre e il fratello minore di Ciribi, per far sembrare il viaggio da Milano a Fondotoce una scampagnata. Lasciati gli accompagnatori tra Fondotoce e Mergozzo i tre incominciano la salita guidati da Sergio.

Passata la notte in una baita all’Alpe Bué, la mattina si accorgono di essere coinvolti nel rastrellamento della Valgrande (cominciato l’11 giugno). Arrestati, picchiati, terrorizzati da finte impiccagioni vengono trasferiti prima a Rovegro, poi a Verbania Intra alle Scuole elementari femminili e successivamente nelle cantine di Villa Caramora, dove sono portati altri partigiani rastrellati provenienti da Malesco.

I Martiri di Fondotoce. I nazifascisti scattano questa foto: Cleonice è la donna in prima fila

Il primo pomeriggio del 20 giugno, quarantasei dei partigiani arrestati vengono prelevati e fatti sfilare lungo le vie delle cittadine del lungolago: Intra, Pallanza, Suna, Fondotoce. Cleonice è in prima fila, a fianco del tenente Ezio Rizzato, sotto un grande cartello a stampa che recita: “Sono questi i Liberatori d’Italia oppure sono i banditi?”. I testimoni diretti (il giudice Emilio Liguori, il sopravvissuto Carlo Suzzi) dicono come Nice fosse la prima a capire la sorte a cui erano destinati e a sostenere ed incitare fino alla fine gli altri con frasi del tenore “Facciamo vedere che è meglio morire da italiani che da servi dei tedeschi”.

Il gruppo fu poi portato alla periferia di Fondotoce e, sulla riva del canale fra il Lago Maggiore e quello di Mergozzo, fucilati tre alla volta. Cleonice e molti di loro morirono gridando “Viva l’Italia”. Solo in tre vennero risparmiati (fra loro l’anglo-rodesiano Frank Ellis), mentre Carlo Suzzi sopravvisse miracolosamente alla strage.

Cleonice quel 20 giugno aveva 32 anni. Il suo corpo in un primo tempo seppellito in una fossa comune, ora riposa accanto al giovane Ciribi, nel Cimitero Monumentale di Milano, nell’area dedicata ai martiri della Resistenza.

La figura di “Nice” verrà riscoperta e valorizzata solo nel 1981, quando il Comune di Verbania decide di intitolarle le scuole elementari della frazione di Renco. Per iniziativa dell’Anpi di Rieti, il Comune di Petrella Salto prese contatti con la Casa della Resistenza di Fondotoce e sindaco e familiari della Martire hanno partecipato per la prima volta, nel giugno 2011, alla 67ª commemorazione dei Martiri di Fondotoce, depositando una targa in suo ricordo.

Ne “I giovani e la memoria” trovano spazio anche una settantina di immagini, alcune poesie di Ungaretti, Levi e Wiesel, il commento alle musiche e le parole delle canzoni scelte dagli studenti per accompagnare i filmati realizzati. Il testo riporta anche le testimonianze di giornalisti e storici che con il loro lavoro hanno raccontato la seconda guerra mondiale, la Shoah e la Resistenza in tutto il Paese e in particolare a Rieti e in Sabina. Il libro ha un taglio istituzionale che lo rende particolarmente adatto anche all’utilizzo didattico, e contiene alcuni interventi del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

Grazie a un codice, il volume permette ai lettori di visionare su smartphone, tablet o pc i cinque filmati realizzati dagli studenti vincitori della borsa di studio. “I giovani e la memoria” è disponibile anche nei formati per non vedenti e ipovedenti, audiolibro e scrittura braille, in accordo con l’Unione Ciechi di Rieti.

Il ricavato della vendita del libro permetterà la costituzione di un fondo per le borse di studio in favore degli studenti che saranno premiati nelle prossime edizioni del concorso.

Cosmo Bianchini, presidente Anpi Rieti e vicepresidente Anpi provinciale Rieti

L’articolo Quando fucilarono Cleonice proviene da Patria Indipendente.

Saluto fascista a Verona, rinviato a giudizio il consigliere Bacciga

Il consigliere comunale veronese Andrea Bacciga

Sarà processato e dovrà rispondere in tribunale per aver fatto il saluto romano in un’aula istituzionale il consigliere comunale di Verona Andrea Bacciga. A darne notizia sono l’Anpi, l’Aned e l’associazione locale di Non una di meno.

I fatti risalgono al 26 luglio 2018, il parlamentino cittadino doveva discutere di due mozioni mirate al finanziamento di progetti legati ai movimenti antiabortisti. Presenti al dibattito c’erano rappresentanti dei partigiani, dei deportati, e dell’associazione femminista. A un certo punto, secondo l’accusa, il consigliere eletto con la lista Battiti per Verona, che fa riferimento al sindaco Federico Sboarina, si è rivolto ad alcune attiviste di Non una di meno mostrando il braccio teso nel saluto romano.

La vicenda aveva avviato un iter giudiziario, con un esposto in Procura, per violazione della legge Scelba, che vieta e punisce ogni manifestazione del disciolto partito fascista. Durante la prima udienza, lo scorso maggio, l’Anpi, l’Aned e Non una di meno, erano state ammesse come parti civili, mentre la difesa di Bacciga aveva presentato informalmente una richiesta di rito abbreviato.

Il municipio di Verona (da https://upload.wikimedia.org/wikipedia/ commons/thumb/e/eb/Municipio_Verona.JPG/ 1024px-Municipio_Verona.JPG)

Il consigliere di maggioranza, un avvocato per di più, forse aveva preso sottogamba la denuncia alla magistratura dell’accaduto a Palazzo Barbieri, ricordano in un comunicato congiunto le tre associazioni, tant’è che «aveva commentato, spiegando che il saluto romano richiede l’inclinazione del gomito a 135° mentre il suo gomito, goniometro alla mano, si era fermato a 120°».

Ebbene oggi, nella seconda udienza, i legali di Bacciga hanno modificato la richiesta di rito abbreviato e il gup giudice Luciano Gorra ha deciso per il consigliere il rinvio a giudizio davanti a un organo collegiale. Dunque nessun giudizio immediato, Bacciga dovrà andare a processo, il dibattimento si svolgerà a porte aperte il 13 febbraio 2020. Federica Panizzo, avvocata delle parti civili costituite, ha espresso soddisfazione: «Ritengo – ha dichiarato– che il rinvio a giudizio sia un primo e importante passo, seppur non definitivo, per vedere riconosciuti i valori antifascisti sanciti dalla legge Scelba e dalla Costituzione repubblicana».

Da un post facebook di Bacciga a del maggio scorso. Non è andata così. In occasione del dibattito in consiglio comunale, le attiviste si erano mascherate per protesta da “ancelle” come nella serie tv “Handmaid’s tale”

Nel comunicato l’Anpi, l’Aned e Non una di meno di Verona sottolineano l’importanza della decisione odierna del gup: «Il fatto che le attiviste di Non una di meno – movimento che riconosce l’antifascismo come valore e pratica quotidiana – siano state ammesse come parti civili è molto significativo: ancora una volta si evidenzia l’intreccio tra fascismo, sessismo e anti-femminismo». Le tre associazioni rammentano che «il fascismo, strutturalmente fondato sul modello patriarcale, attribuiva alle donne l’esclusivo ruolo di madri-casalinghe, facendo della maternità e della procreazione un oggetto di pubblica esaltazione a sostegno della Nazione e dell’integrità della stirpe, determinando limitazioni delle libertà individuali, per le donne, e la loro esclusione dalla sfera pubblica». Perciò puntualizzano: «Il “presunto” saluto fatto dal consigliere all’interno di un’aula comunale aveva dunque un preciso obiettivo: rimettere le donne al loro posto, ossia tornare a reificarle e a considerarle mere fattrici». E «tutta la vicenda assume un profilo di particolare gravità considerando che il saluto romano, simbolo di un sistema dittatoriale e repressivo basato sulla negazione delle libertà, è avvenuto all’interno dell’aula del consiglio comunale, uno dei luoghi della rappresentanza democratica nata dalla lotta delle partigiane e dei partigiani, e dalla violenza subita dalle deportate e dai deportati» e che «l’autore del gesto è un rappresentante delle istituzioni nate dalla Resistenza al nazifascismo e si trovava nell’esercizio del proprio mandato. Ruolo a cui è stato chiamato proprio grazie alla Costituzione che ha calpestato».

Le associazioni concludono rivolgendosi al consigliere Bacciga, «che in riferimento alla vicenda e citando Mussolini aveva dichiarato “Se mi assolvete mi fate un piacere, se mi condannate mi fate un onore”», augurandogli «di essere ben presto onorato dal tribunale con una sentenza che stabilisca in via definitiva la gravità di quanto accaduto la sera del 26 luglio 2018».

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50 anni dalla strage

Non si può, per diverse e intuibili ragioni, raccontare tutta la storia di Piazza Fontana, una storia che si potrebbe definire chiusa, forse e solo da un punto di vista giudiziario, quattordici anni fa, il tre maggio 2005, quando la Corte di Cassazione confermò le assoluzioni di Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni, condannati all’ergastolo in prima istanza, assolti in appello.  Delfo Zorzi, tra gli organizzatori di Ordine nuovo in Veneto, ritenuto colpevole d’altre azioni terroristiche, se ne era già andato a Tokio, dopo aver sposato una ricca giapponese e aver pure ottenuto la cittadinanza giapponese. In Giappone aveva avviato, grazie ai soldi della moglie, una attività imprenditoriale nel campo della moda. Un negozio lo si poteva vedere anche in Galleria Vittorio Emanuele, a Milano. Carlo Maria Maggi, altro “ordinovista”, condannato all’ergastolo come mandante della strage di Piazza della Loggia, è morto a casa sua l’anno scorso. Aveva 82 anni. S’era ridotto su una sedia a rotelle per una neuropatia congenita.  Giancarlo Rognoni, milanese, era stato un “sanbabilino” e tra i fondatori del gruppo fascista denominato “La Fenice”.

Franco Freda (a sinistra) e Giovanni Ventura

La sentenza della Cassazione aggiungeva però qualcosa di assai importante: ribadiva la colpevolezza di Franco Freda e di Giovanni Ventura, confermando cioè che “la corresponsabilità di Franco Freda e di Giovanni Ventura in ordine ai fatti del 12.12.1969 appare sufficientemente accertata”. Una verità era stata raggiunta. Ma i due non erano giudicabili: erano stati assolti in precedenti processi (prima a Catanzaro e poi a Bari). Franco Freda, ottantenne, ha battezzato Salvini “salvatore della razza bianca”. Giovanni Ventura è morto nove anni fa a Buenos Aires. Conduceva un ristorante.

Tutto qui? Dopo 36 anni di indagini e di processi? Poco? Qualcosa: erano stati indicati due colpevoli, era stato accertato che la strage di piazza Fontana era stata voluta, organizzata, messa in atto da gruppi, o meglio, da un gruppo, Ordine nuovo, dell’estrema destra neofascista, con la complicità, la consapevolezza, il sostegno di organi dello Stato secondo un disegno eversivo. Così che non appare del tutto azzardata quella espressione celeberrima, “strage di Stato”, coniata durante una conferenza stampa al Circolo anarchico della Ghisolfa, diventata poi il titolo del libro pubblicato nel 1970, libro che raccoglieva i risultati della inchiesta e delle riflessioni di un gruppo di militanti dell’estrema sinistra. Libro che fu sequestrato, i cui autori furono denunciati, processati… Il libro, varie volte ristampato, tuttavia vendette migliaia di copie, lasciandoci l’eredità di quella espressione, che sottolinea con forza la responsabilità nella strage, la complicità, l’omertà di apparati dello Stato, apparati che oggi si potrebbero e si possono definire uno per uno: Sid (cioè i servizi segreti), Stato maggiore della difesa, ministeri, presidenza del Consiglio…

Giuseppe Pinelli

Forse questa storia si potrebbe considerare chiusa anche in un’altra data, un poco oltre quel giudizio della Cassazione. Cioè il 9 maggio 2009, quando il presidente della Repubblica ricevette insieme Gemma Calabresi, vedova del commissario, e Licia Pinelli, moglie di Pino Pinelli, quando dopo alcune considerazioni assai intense e coraggiose sul significato di quella strage il Presidente della Repubblica ricordò la figura di quel ferroviere anarchico, morto dopo 77 ore di interrogatorio, precipitando da una finestra al quarto piano  della Questura di Milano, in via Fatebenefratelli, Pino Pinelli, “un uomo di cui va riaffermata e onorata la linearità, sottraendolo alla rimozione e all’oblio”.

Altra domanda, prima di arrivare al pomeriggio del 12 dicembre, potrebbe essere molto semplicemente: quando è cominciata la storia di Piazza Fontana? Sì, perché forse per capire bisogna risalire di qualche giorno, di qualche mese, anche di qualche anno.

Solo quindici giorni prima, il 28 novembre, i metalmeccanici in attesa di contratto si erano riuniti a Roma per la loro manifestazione nazionale. Clima teso, ma non era accaduto assolutamente nulla. Però sul democraticissimo Corriere della Sera (direttore Giovanni Spadolini), l’editorialista Cesare Zappulli aveva commentato: “Una certa componente eversiva o contestataria, una certa propensione alla jacquerie continua a mischiarsi alle vicende sindacali… Cos’è questo di più emotivo, questo ingrediente popolaresco che si aggiunge e si sovrappone alla vertenza, quasi che il concorso di folla, di grida, il vociare, il disordine e le arringhe finali dei triumviri (Trentin, Macario, Benvenuto) dai rostri valgano a mutare la sostanza delle cose?”. Così il Corriere della Sera riassumeva in prosa ottocentesca quelle lotte e quelle rivendicazioni che sarebbero rimaste nella memoria come l’Autunno caldo, l’autunno dei grandi scioperi per il contratto alla Fiat, a Marghera, a Trento, anche nelle zone bianche di Brescia e di Bergamo, nelle campagne del Sud, “Operai-studenti uniti nella lotta” fu lo slogan agitato in quei mesi di cortei operai, ma anche di manifestazioni studentesche, di occupazioni, mesi in cui nuovi protagonisti si affacciarono sulla scena della politica.

Solo una decina di giorni prima, il 19 novembre, era morto a Milano davanti al teatro Lirico l’agente Antonio Annarumma, colpito stando alle conclusioni delle indagini ufficiali da un tubo di ferro del diametro di cinque centimetri. Annarumma era alla guida di una camionetta della polizia. Un corteo di manifestanti della sinistra extraparlamentare (l’Unione dei marxisti-leninisti) si era avvicinato vicino al teatro, proprio mentre ne uscivano numerosi operai che avevano partecipato, all’interno, ad una manifestazione sindacale sul diritto alla casa. Proprio allora venne ordinata la carica, senza alcun motivo evidente. Giampaolo Pansa scriverà: “Non sento squilli di tromba, ma soltanto, improvviso, il miagolio di una, tre, cinque, dieci sirene. Poi il rombo dei motori al massimo, ed ecco jeep e gipponi a fortissima velocità scatenarsi lungo via Larga in direzione di via Albricci. E’ una carica paurosa, la folla urla, non serve ripararsi sul marciapiedi perché gli autisti ti inseguono anche lì, poi i botti secchi dei primi lacrimogeni, l’aria presto ne è grigia…”. Alcuni operai, due per la precisione, vennero urtati e gettati a terra dalle camionette. I caroselli continuarono, mentre si prestava soccorso ai feriti. Antonio Annarumma sarebbe morto di lì a poco. Qualcuno disse che fosse morto per lo scontro tra la sua e un’altra camionetta. Ai funerali nella chiesa di San Carlo in corso Vittorio Emanuele, i fascisti si presenteranno in forze, rivestiti di nero, pronti a menar le mani contro chiunque non corrispondesse ai connotati giusti. Picchiarono, per eccesso di zelo, anche un loro camerata, fisiognomicamente poco raccomandabile a loro giudizio. Malmenarono Mario Capanna, leader degli studenti, che voleva così, partecipando ai funerali, entrando in quella chiesa, testimoniare l’estraneità del Movimento studentesco ai fatti che avevano condotto alla morte di Antonio Annarumma, che pochi piansero tranne i suoi familiari. Sui muri delle case gli slogan fascisti, “viva il duce” il più tenero.

Si potrebbe risalire ancora nel corso di quell’anno 1969: al 4 ottobre, quando una cassetta con otto candelotti di gelignite e un detonatore a orologeria viene scoperta sul davanzale della scuola slovena di Trieste; all’8 e al 9 agosto, quando otto bombe esplodono in altrettanti convogli ferroviari, ferendo dodici persone, e altri due ordigni vengono rinvenuti sui treni giunti a Milano e a Venezia; al 25 aprile quando una deflagrazione alla Fiera di Milano, all’interno dello stand della Fiat, colpisce venti persone (insieme con gli attentati ai treni, siamo a primi metri della “pista anarchica”: verranno infatti arrestati alcuni anarchici, tutti alla fine assolti dopo due anni di detenzione); al 9 aprile quando a Battipaglia durante una manifestazione per lo sciopero generale la polizia carica e uccide Carmine Citro, un tipografo di 19 anni, e Teresa Ricciardi, insegnante… Battipaglia ci riporta ad Avola: la polizia che spara sui braccianti in sciopero e uccide Giuseppe Scibilia e Angelo Sigona… Cinquant’anni, anche per loro…

Di quel Sessantanove si dovrebbe ricordare ancora il sequestro a Viareggio, alla fine di gennaio, da parte di un gruppo monarchico per autofinanziamento di un ragazzo di dodici anni, Ermanno Lavorini, assassinato subito dopo il rapimento. Si dovrebbe ricordare ancora l’incontro in Italia tra Nixon e Saragat, che nelle dichiarazioni finali esibì l’affinità di vedute circa il “pericolo comunista”.

Continuando a ritroso potremmo ritrovarci, nel 1968, tra i cinquantadue fascisti (con Pino Rauti a capeggiarli) in visita di studio ad Atene dopo il colpo di stato dei colonnelli nell’aprile del 1967, in mezzo alle trame golpiste intessute dal capo di Stato maggiore dell’esercito, Giovanni De Lorenzo (insieme con il presidente Segni, secondo quanto denunciò L’Espresso, che rivelò il piano Solo), di fronte alle esercitazioni in Friuli di Gladio, l’organizzazione clandestina nata da un accordo tra il Sifar (guidato allora proprio da De Lorenzo, il servizio segreto che aveva schedato i politici di sinistra italiani), e i servizi americani… mentre nelle università s’agitava il nostro breve Sessantotto libertario, prima dell’avvento di partitini d’ogni ordine e grado.

Tutto questo e altro ancora ci lasciavamo alle spalle quel 12 dicembre 1969, un venerdì, una giornata qualunque di freddo e nebbia, buia prima del solito. In edicola Il Giorno si era presentato con un titolo assai inquietante: “L’on. Almirante per una soluzione alla greca”. Riprendeva quanto il segretario del Movimento sociale, Msi, aveva dichiarato al tedesco Der Spiegel: “Le organizzazioni giovanili fasciste si preparano alla guerra civile… tutti i mezzi sono giustificati per combattere i comunisti… misure politiche e militari non sono più distinguibili”. Al governo, un monocolore dc, sedeva Mariano Rumor, ministro degli interni Franco Restivo. L’esperienza del centro sinistra, che s’era aperta nel 1963 con Moro e Nenni ai vertici dell’esecutivo, s’era chiusa qualche mese prima.

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In piazza Fontana, nel grande salone della Banca dell’Agricoltura, nel pomeriggio c’è ancora animazione, alle ultime contrattazioni, nel salone circolare, la “rotonda”.

Poco lontano, in piazza della Scala, nella sede della Banca Commerciale, un commesso segnala il ritrovamento di una borsa che contiene una scatola metallica chiusa a chiave. Sono le 16,25. Dodici minuti dopo un boato scuote il centro di Milano: una bomba esplode, uccide subito quattordici persone, ne ferisce ottantasette, altri due clienti della banca resisteranno qualche giorno, un altro ancora morirà anni dopo in conseguenza delle ferite riportate.

La bomba della Banca Commerciale, interrata in un giardino all’interno, viene invece fatta scoppiare su ordine del Procuratore capo Enrico De Peppo. Per sicurezza, si spiega. Distruggendo così un importantissimo corpo di reato. Secondo gli esperti la si sarebbe potuta disinnescare.

Quello stesso giorno, esplodono a Roma altri tre ordigni. Il primo alle 16,55 in un sottopasso all’interno della Banca nazionale del lavoro, ferendo quattordici impiegati. Il secondo e il terzo all’Altare della Patria, in piazza Venezia, rispettivamente alle 17,22 alla base del pennone alzabandiera e alle 17,30 all’ingresso del Museo del Risorgimento, i cui pesantissimi portoni verranno scagliati ad alcuni metri di distanza.

Passano poche ore, senza che nulla si possa considerare. Tuttavia il prefetto di Milano, Libero Mazza, in una informazione al ministero degli Interni, scrive: “ipotesi attendibile che deve formularsi indirizza indagini verso gruppi anarcoidi aut comunque frange estremiste”.  In una intervista raccolta da un giornalista della Stampa, il commissario Calabresi già sembra orientato: “Certo, è in questo settore che dobbiamo puntare: estremismo, ma estremismo di sinistra. A Roma hanno fatto esplodere al monumento al Milite ignoto. Non sono certo quelli di destra che fanno queste azioni. Sono i dissidenti di sinistra: anarchici, cinesi, operaisti (Potere operaio, Lotta continua)”. Del resto, argomenta il commissario, sono gli anarchici i responsabili degli attentati ai treni e alla Fiera di Milano. Come s’è visto, gli anarchici furono tutti discolpati.

Si deve indagare, raccomanda però il ministro Restivo, sia a destra che a sinistra, “senza discriminazione di tendenze e di colore”. Ma le “perquisizioni personali e domiciliari” riguardano trecento “elementi di sinistra” e una cinquantina di “elementi di destra”. Il ministro provvede a informare le polizie europee con un telegramma che recita: “En ce moment nous ne possedons alcun indication valid à l’égard des possibile auteurs du massacre, ma nous premiers soupcons vers le circe anarchisants”. Un capolavoro: non abbiamo niente in mano, ma i colpevoli sono gli anarchici. Malgrado peraltro un professore padovano, Guido Lorenzon, abbia rivelato la sera del 15 dicembre, attraverso il suo avvocato, le confidenze di un amico a proposito degli attentati ai treni e della stessa bomba di Milano. L’amico si chiama Giovanni Ventura.

Pietro Valpreda

Niente. Si deve cercare il colpevole tra gli anarchici e a far la parte dell’anarchico dinamitardo tocca per primo a Pietro Valpreda, il ballerino che viveva allora a Roma, cacciato dal Circolo del Ponte della Ghisolfa, affiliato al circolo romano XXII Marzo insieme con l’infiltrato Mario Merlino. Valpreda che si presenta solitario al Palazzo di giustizia milanese, per una convocazione che risale a dieci giorni prima. Dell’arresto di Valpreda veniamo a sapere dal telegiornale la sera del 16 dicembre. Sui teleschermi compare Bruno Vespa che senza esitazione ci comunica: “Pietro Valpreda è un colpevole, uno dei responsabili della strage di Milano e degli attentati di Roma. La notizia, la conferma è arrivata un momento fa dalla questura di Roma…”. Così, senza neppure l’ombra di un condizionale. Il Corriere di Informazione, giornale della sera, precisa: “La bestia umana che ha fatto i 14 morti di piazza Fontana e forse anche il morto, il suicida di via Fatebenefratelli, è stata presa, è inchiodata, la sua faccia è qui su questa pagina… Il massacratore si chiama Pietro Valpreda, ha 37 anni, mai combinato niente nella vita”. Il giorno dopo il Corriere della Sera attesta grazie alla firma di Mario Cervi: “Nel volgere di quattro giorni il mistero che avvolgeva il massacro di piazza Fontana e gli altri attentati di venerdì scorso è stato dissolto”. I telegiornali Rai si distinguono in fantasiose ricostruzioni: formule chimiche ritrovate in una macchina parcheggiata vicino alla casa di Valpreda, una borsa che conteneva una mappa sulla quale erano indicate alcune sedi bancarie. Fake news, si direbbe oggi, esempio chiaro di inqualificabile giornalismo. Non sarà così per tutti i giornali e per tutti i giornalisti…

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Contro Valpreda peserà la testimonianza del tassista Cornelio Rolandi, che riconoscerà il passeggero che aveva condotto in piazza Fontana da una fotografia che gli aveva mostrato il questore Marcello Guida, in altra epoca responsabile del confinario fascista di Ventotene e riciclato nell’Italia repubblicana. Rolandi riconoscerà Valpreda in mezzo ad altri cinque persone, a Roma, in un’aula del Palazzo di Giustizia. Dirà: “Be’… se non è lui, qui non c’è!”. Era il 16 dicembre e il Corriere d’informazione scriverà, in prima pagina, accanto alla foto di Valpreda: “La furia della bestia umana”. Saltò fuori anche un sosia di Valpreda, Nino Sottosanti, detto “Nino il fascista”, che si vantava anarchico e che aveva incontrato Pinelli proprio il giorno della bomba, considerato un provocatore al soldo della destra.

Il “morto”, il “suicida di via Fatebenefratelli”, è ovviamente Giuseppe Pinelli, colpevole d’anarchia, che la sera stessa del 12 dicembre, convocato dal commissario Calabresi, raggiunge dal circolo di via Scaldasole la questura a cavallo della sua motoretta 48 cc., con la tredicesima che ha appena ritirato, uscendone dalla finestra del quarto piano, poco oltre la mezzanotte del 15 dicembre e dopo settantasette ore di quasi ininterrotto interrogatorio, per finire morente al pronto soccorso dell’ospedale Fatebenefratelli. Trattenuto contro la norma di legge (che consente al massimo un fermo di quarantotto ore: falsificheranno pure i documenti per nascondere l’abuso) e oltre il buon senso e l’evidenza della sua innocenza.

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Della fine di Giuseppe Pinelli sono state scritte tante pagine. Ricordo solo quelle memorabili di Camilla Cederna, allora famosa giornalista dell’Espresso… in un libro pubblicato nel 1971 da Feltrinelli, “Pinelli. Una finestra sulla strage”… A quel libro rimando, salvo poche righe che trascrivo, quando Camilla Cederna descrive il quadro dell’incontro di alcuni giornalisti (Stajano, Pansa, Renata Bottarelli dell’Unità, Giampietro Testa del Giorno) con il questore Guida: “Alla destra della poltrona del questore c’è la bandiera; alla sua sinistra stanno schierati gli altri funzionari, il capo dell’ufficio politico Antonino Allegra, il commissario Luigi Calabresi con uno dei suoi pullover di cachemire chiaro dal collo alto che fanno di lui, se non l’uomo più elegante, almeno il più moderno della questura. Una scena che non dimenticherò mai, un salotto in cui mancava appena che venisse offerto un bicchiere di whisky, un tono leggero e mondano, appena incrinato da un’altra presenza: da quel tenente dei carabinieri in uniforme che stando un po’ in disparte ogni tanto se ne andava su e giù sullo sfondo, ed era il tenente Savino Lo Grano, l’unico a parere, ad alcuni di noi, inquieto e turbato”.

Trascriverò, dal testo della sentenza depositata il 27 ottobre 1975, anche alcune considerazioni del giudice istruttore, Gerardo D’Ambrosio: “Il dott. Marcello Guida, Questore di Milano, nonostante l’On. Malagugini avesse richiamato la sua attenzione sulle gravi responsabilità che si assumeva nel rendere pubblico il suo convincimento sulle responsabilità negli attentati degli anarchici in generale e del Pinelli in particolare… tenne una conferenza stampa sulle modalità della morte del Pinelli, nel corso della quale fece affermazioni poi riportate dalla stampa, quali: ‘Era fortemente indiziato’, ‘Ci aveva fornito un alibi ma questo alibi era completamente caduto’, ‘D’improvviso Giuseppe Pinelli è scattato. Ha spalancato i battenti della finestra socchiusi e si è buttato nel vuoto’, ‘Quando si è accorto che lo Stato che lui combatteva lo stava per incastrare, ha agito come avrei agito io stesso se fossi un anarchico”. Affermazioni, commenterà D’Ambrosio, che nessun dubbio potevano lasciare sulla colpevolezza di Giuseppe Pinelli, affermazioni vili e menzognere, affermazioni però “gradite ai superiori”. Il 5 ottobre 1971 D’Ambrosio aveva inviato sei avvisi di reato contro Luigi Calabresi, e i sottufficiali di Pubblica Sicurezza Panessa, Caracuta, Mainardi, Mucilli e il capitano dei carabinieri Lograno, quanti stavano nella stanza di neanche nove metri quadri con Pinelli. D’Ambrosio prosciolse tutti gli imputati perché «la mancanza di prove che un fatto è avvenuto equivale nel nostro sistema processuale […] alla prova che un fatto non è avvenuto». Concluderà che la morte di Pinelli si poteva spiegare con un “malore attivo”: dopo tante ore di interrogatorio, settantasette ore, insonne, intossicato dal fumo, alla finestra, un capogiro lo avrebbe trascinato nel vuoto, oltre la balaustra alta solo novantacinque centimetri.

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Seguirà, dopo quei terribili giorni, una lunga teoria di attentati, di morte (anche la morte del commissario Calabresi, ucciso davanti a casa il 17 maggio 1972), di bombe: il terrorismo procede nella sua opera, da Peteano alla Questura di Milano, da Piazza della Loggia all’Italicus, dalla stazione di Bologna al treno 904 nella notte di Natale del 1984. Accanto alle indagini, agli arresti, alle denunce, ai depistaggi, ai processi. Quello per la strage di piazza Fontana, il primo, contro Valpreda e gli anarchici, si sarebbe aperto nel 1972 a Roma, ma la Corte lo rimandò per competenza a Milano, dove nel frattempo erano approdati dal Veneto gli atti relativi alla seconda istruttoria sulla cosiddetta “pista nera”, sul terrorismo neofascista, principali imputati Freda, Ventura e Guido Giannettini, giornalista di estrema destra, teorico del golpe, legato ai servizi segreti morto nel 2003. Senonchè il procuratore generale De Peppo riterrà Milano insicura e chiederà il trasferimento per legittima suspicione in altra sede. La scelta cadrà su Catanzaro, a mille chilometri da Milano: un viaggio, soprattutto allora, lunghissimo, tortuoso, costoso, la metafora di un iter processuale, che non possiamo ripercorrere, che si concluderà come abbiamo all’inizio scritto e che di aula in aula, di anno in anno, visse di un contrasto palese tra la violenza della rimozione, della cancellazione, dell’occultamento e la volontà opposta di uomini e di istituti nel segno di una ricerca della verità.

Dopo l’elenco delle bombe, si dovrebbe presentare anche l’elenco degli imputati, dei testimoni e soprattutto dei testimoni reticenti. A Maggi, Rognoni e Zorzi si dovrebbe aggiungere Carlo Digilio, altro fascista e ordinovista, l’armiere della banda, le cui dichiarazioni consentirono al giudice istruttore Guido Salvini di indagare su “una serie di reati associativi a militanti di gruppi eversivi di destra”. Si dovrebbero aggiungere altri nomi: generali, ufficiali, ammiragli, spie, terroristi, agenti provocatori, politici o pseudo politici, ministri, in una fiera interminabile del “non ricordo”, Miceli, Maletti, Henke, Aloja, Labruna, Rauti, Delle Chiaie, Merlino, Pozzan (vicino a Ordine nuovo, amico di Freda, fuggito in Spagna grazie ad un passaporto confezionatogli dal Sid, accusatore di Rauti), Tanassi, Andreotti, Rumor… E poi i magistrati: Paolillo, il primo incaricato delle indagini (ma l’inchiesta fu subito dirottata a Roma, togliendola senza andar troppo per il sottile al suo giudice naturale che era senza possibilità di dubbio quello di Milano), Calogero (che rivolse la sua attenzione a Ventura e Freda, dopo le rivelazioni di Guido Lorenzon) e con lui il giudice Stiz, Luigi Fiasconaro, Emilio Alessandrini (assassinato da Prima Linea), Gianfranco Migliaccio (giudice istruttore a Catanzaro), Gerardo D’Ambrosio, Guido Salvini per ultimo…

La “strategia della tensione” pretese morti, indusse paure, indebolì lo Stato mostrandone il volto tetro, però fu sconfitta fin dalla sera di quel delitto da una città colpita e commossa che due giorni dopo, il 15 settembre, si presentò in piazza del Duomo, nella giornata più scura e fredda, migliaia di persone mute a seguire il passaggio delle bare. Quel popolo unito nel dolore e nel silenzio aveva presto intuito gli scopi di tanta ferocia. Un inizio, perché tante altre prove avrebbe dovuto superare tra terrorismo nero e terrorismo rosso. Ma non si prestò al gioco. Rimasero delusi coloro che si attendevano violenze in risposta alle loro per imporre stati d’assedio e colpi di mano contro la democrazia.

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Dopo mezzo secolo ci si chiede quanto sia ancora forte la memoria di quel 12 dicembre, di quei morti, delle trame che hanno oscurato la democrazia e inceppato la giustizia. Malgrado tutto, malgrado la crisi della politica con il risorgere dell’anima nera di questo Paese (e di altri Paesi, non solo del nostro), il degrado della cultura e della scuola, malgrado l’invadenza di nuovi media che hanno a cuore ben altro che la storia, credo che nel sentimento popolare quelle vicende vivano ancora con il peso della tragedia vissuta e l’ammonimento di quanto ancora potrebbe accadere, in modi nuovi, in forme nuove. Piazza Fontana e la lunga stagione della strategia della tensione rappresentarono un metodo aggiornato, scelto da alcune “zone” del potere, per impedire reali e profondi mutamenti nelle strutture politiche del Paese. La risposta fu civile, ancorata ai principi della democrazia. Vi furono magistrati che indagarono e denunciarono, senza lasciarsi guidare da quei poteri. Vi furono giornalisti che seppero intuire tra le “veline”, le comunicazioni ufficiali, le conferenze stampa delle autorità, verità diverse da quelle tramandate e che insorsero contro la somministrazione continua di tante menzogne. Vi furono anche giornalisti corrotti, pagati da qualche potente o al soldo dei servizi segreti. Rauti e Giannettini ad esempio lo furono. Succede anche ora, in modi meno appariscenti, ma forse più efficaci. Questo dovrebbe indurre a difendere il pluralismo della informazione, contro l’appiattimento, la massificazione, l’uniformità indotta, contro le mistificazioni.

Ancora oggi si legge: una strage senza colpevoli. Dimenticando che i colpevoli, non tutti purtroppo, sono stati indicati, che i complotti e le responsabilità dei generali, dei politici, di chi era preposto a difendere la legalità, sono stati svelati.

Allora ci furono anche i giovani e ci saranno, confusamente, velleitariamente, per strade sbagliate, ben dopo piazza Fontana. Ci si potrebbe chiedere se anche oggi ci siano i giovani. Un sondaggio di alcuni anni fa condotto su mille studenti tra i diciassette e i diciannove anni indicò che il dieci per cento era a conoscenza di quanto avvenuto, il sessanta per cento attribuiva la strage alle Brigate rosse, il venti per cento alla mafia, gli altri non sapevano. Giovani che evidentemente frequentano una scuola che non insegna, giovani di famiglie che non hanno nulla da trasmettere, di un tempo che si consuma tra video e giochi. Non sempre, per fortuna, non per tutti. Non so. Bisognerebbe conoscerli i giovani. Ma se quel sondaggio ha un fondamento, la distorsione della storia che rivela indica un fallimento, che potrebbe aprire la strada ad altre tragedie.

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Nell’attentato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura persero la vita:
Giovanni Arnoldi, 42 anni, da Magherno;
Giulio China, 57 anni, da Novara;
Eugenio Corsini, 71 anni, da Milano;
Pietro Dendena, 45 anni, da Lodi;
Carlo Gaiani, 57 anni, da Milano;
Carlo Garavaglia, 67 anni, da Corsico;
Paolo Gerli, 77 anni, da San Donato Milanese;
Luigi Meloni, 57 anni, da Corsico;
Gerolamo Papetti, 79 anni, da Rho, morì la mattina del sabato al Fatebenefratelli;
Mario Pasi, 50 anni, da Milano;
Carlo Luigi Perego, 74 anni, da Usmate Velate;
Oreste Sangalli, 49 anni, da Milano;
Carlo Silva, 71 anni, da Milano;
Attilio Valè, 52 anni, da Moirano di Noviglio, deceduto la sera della strage al Fatebenefratelli;

A causa delle gravi ferite riportate, il 25 dicembre morì Angelo Scaglia, 61 anni, da Abbiategrasso e il 2 gennaio 1970 morì Calogero Galatioto, 71 anni, da Milano.

Oltre dodici anni dopo, sempre a causa delle lesioni riportate quel 12 dicembre, morì Vittorio Mocchi, che nel 1969 aveva trentatré anni.

Durante la commemorazione milanese per i quarant’anni della strage, Aglaia Zanetti, familiare di una delle vittime, ha letto i nomi dei morti del 12 dicembre, aggiungendo in coda alla lista quello di Giuseppe Pinelli.

Oreste Pivetta, giornalista, scrittore e critico letterario

L’articolo 50 anni dalla strage proviene da Patria Indipendente.

Piazza Fontana. A Milano un programma in memoria

Per Milano, il ricordo e le manifestazioni per il 12 dicembre sono sempre stati la memoria attiva e operante della città. La strage di Piazza Fontana ha scavato nel profondo l’Italia: Milano è stata il perno della strategia della tensione e al tempo stesso il primo, immediato, robustissimo bastione a difesa della democrazia nel nostro Paese.

50 anni sono una data particolare, nella psicologia di tutti, anche in quella di una città: e così, i giorni che precedono e accompagnano il 12 dicembre sono una trama fittissima di scadenze, di incontri, di momenti di riflessione collettiva.

Il Comune è stato – come sempre, del resto – parte rilevantissima nella elaborazione e nel sostegno del programma: come si può vedere, altrettanto fitta e qualificata la presenza ed importante il contributo di Università, Istituti di ricerca storica, organizzazioni sindacali e di massa, istituzioni della cultura e della scuola.

Per la prima volta, si svolgerà una riunione straordinaria del Consiglio comunale alla presenza del Presidente della Repubblica, il 12 pomeriggio, poco prima della manifestazione che da Piazza della Scala si recherà a Piazza Fontana: i milanesi potranno seguire la riunione anche attraverso lo schermo panoramico in Galleria per poi partecipare al corteo.

Due gesti di particolare significato umano e civile saranno il giorno 9, quando verranno poste 17 formelle in Piazza Fontana, ciascuna con il nome, l’età, la professione delle vittime della bomba, dando loro finalmente identità pubblica e permanente, e il giorno 11, quando il sindaco Sala interrerà un albero nei pressi della abitazione di Pino Pinelli.

Alessandro Pollio Salimbeni, componente Comitato nazionale Anpi


 IL PROGRAMMA COMPLETO

 

5 dicembre 2019 – Università degli Studi

  • ore 9.30 – Convegno “La strategia della tensione a cinquant’anni dalla strage di Piazza Fontana: fenomenologia, rappresentazioni, memoria. In principio fu Milano…”

Il convegno fa parte di una iniziativa organizzata dal prof. Mirco Dondi dell’Università di Bologna, in associazione con il Dipartimento di Studi storici e il Master in Public History dell’Università Statale di Milano (organizzatori: prof. Marco Cuzzi e dott. Elia Rosati). È articolato in tre sezioni: immagini e rappresentazioni della strategia della tensione attraverso i mass media (tv, stampa, cinema e iconografia popolare); “stato dell’arte” dell’interpretazione storiografica; narrazione delle indagini e delle risultanze giudiziarie (parteciperà il giudice Guido Salvini). Il convegno si collegherà con la mostra – che verrà inaugurata a Palazzo Marino il 15 dicembre 2019 – delle fotografie (Archivio Mulas) degli imponenti funerali delle vittime e dei numerosi messaggi di cordoglio di cittadini italiani (tra i quali anche scolari della scuola primaria) inviati all’allora sindaco di Milano, Aldo Aniasi.

6 dicembre 2019 Casa della Memoria, Via Confalonieri, 14 – Milano

  • ore 16.30 – Inaugurazione della mostra “17 graffi. Piazza Fontana 50°” – A cura di Stefano Porfirio
  • ore 18 “Concerto per Piazza Fontana” – pianoforte Maestro Emanuele Delucchi – musiche di W. Byrd, C. P. E. Bach, J .S. Bach, F. Chopin, L. Godowsky, A. Schönberg.

Unire e sovrapporre i suoni per creare un’armonia, una convivenza ideale delle diversità, in una parola il “contrappunto”. Questo è il motivo fondante del cuore del concerto (brani bachiani da una a sei voci), introdotti da un “voluntary” (improvvisazione) di Byrd. Chopin, Godowsky e Schönberg sono paradigmi di musicisti in fuga dall’orrore (rispettivamente  dalla Polonia occupata, dall’Austria allo scoppio della Prima guerra mondiale e dalla Germania nazista), alla ricerca di quella sola consolazione che la musica può offrire.

9 dicembre 2019

  • ore 15 – Piazza Fontana: Inaugurazione delle “Formelle” – vice sindaco Anna Scavuzzo – verranno poste intorno alla fontana: per la prima volta viene dato volto e corpo alle vittime della bomba, che resteranno quale memoria permanente della città
  • ore 20.30 – Prima nazionale dello spettacolo teatrale “Il rumore del silenzio” – Teatro Elfo Puccini, Corso Buenos Aires, 33 – repliche fino al 15/12 al Teatro della Cooperativa, Via Hermada. Testo e regia di Renato Sarti, con Laura Curino e Renato Sarti.

Attraverso le voci dei familiari delle vittime e di Licia Pinelli, ricostruire e restituire il senso profondo e umano di quanto accaduto: “Il rumore del silenzio” è il risultato del lungo lavoro di studio e di raccolta delle testimonianze dei sopravvissuti e dei parenti delle vittime, dei loro legami familiari, e anche di quegli oggetti di uso comune, ai quali solitamente non si dà importanza, ma che, in qualche modo, sono diventati simbolo della strage: una cintura da alpino, un pacchetto di sigarette, una Simca da rottamare…

Lo spettacolo fa parte del ciclo di iniziative promosse dalle Amministrazioni comunali di Milano e Brescia, in occasione del cinquantennale della strage di Piazza Fontana e del quarantacinquesimo anniversario di quella di Piazza della Loggia.

Si ringraziano Licia, Claudia, Silvia Pinelli e Piero Scaramucci, autore del libro “Una storia quasi soltanto mia” – con il sostegno del Comune di Milano, il patrocinio di Associazione “Piazza Fontana 12 dicembre 1969”, ANED, ANPI e Istituto Nazionale Ferruccio Parri, il contributo di CGIL, CISL e UIL.

Dal 9 al 15 dicembre 2019

  • “12 dicembre 17 vite – Le cartoline” – Le vittime della strage troppo spesso non sono che un numero. Per il cinquantesimo Anniversario, abbiamo voluto riscoprire le 17 vite dietro l’elenco dei nomi sulla lapide di piazza Fontana, con i loro affetti, il lavoro, i sogni, gli intrecci con la grande Storia (chi combatté a Caporetto, chi in Libia, chi fu prigioniero nei campi nazisti…). La classe 5° AS del liceo “Galileo Galilei” di Voghera, accompagnata da Benedetta Tobagi, ha lavorato alla ricostruzione delle loro biografie, un progetto didattico dell’Associazione dei familiari delle vittime di Piazza Fontana, sostenuto dal MIUR. Le 17 brevi biografie, che saranno stampate su altrettante cartoline, verranno diffuse a cura del Comune.

10 dicembre 2019 Teatro PIME, Via Mosè Bianchi, 94

  • ore 9 – “Piazza Fontana, il nostro bisogno di verità a 50 anni dalla strage” – Incontro pubblico con gli studenti e le organizzazioni sindacali.

Saluti: Carlo Gerla, segretario generale CISL; Gabriele Poeta Paccati, segretario generale FISAC/CGIL; Salvatore Poloni, presidente del Comitato per gli affari sindacali e del lavoro ABI; Lamberto Bertolè, presidente del Consiglio comunale di Milano.

Gli studenti dell’Istituto superiore “Varalli” e del liceo “Bottoni” di Milano, e dell’Istituto           superiore “Argentia” di Gorgonzola dialogano con: Benedetta Tobagi, giornalista e scrittrice; Carlo Arnoldi, presidente dell’Associazione dei famigliari delle vittime di Piazza Fontana; Armando Spataro, magistrato e giurista; Roberto Cenati, presidente del Comitato provinciale ANPI; Matteo Dendena Paolo Silva, vice presidente dell’Associazione dei famigliari delle vittime di Piazza Fontana. Conclude Giorgio Benvenuto, già segretario generale UIL e senatore della Repubblica. Coordina il giornalista Luca Telese.

11 dicembre 2019 – Palazzo di Giustizia

  • ore 14“Incontro con la Camera Penale di Milano”
  • ore 16 – “Piantumazione di un albero in ricordo di Giuseppe Pinelli” – Piazzale Segesta con il sindaco Giuseppe Sala.

12 dicembre 2019 – Università degli Studi

  • ore 10.30 “Piazza Fontana. A cinquant’anni dalla strage – Riflessioni”

Saluti: Elio Franzini, Magnifico rettore dell’Università degli Studi di Milano; Ilaria Viarengo, direttore del dipartimento di Studi internazionali giuridici e storico–politici; Nando Dalla Chiesa, Coordinatore del “Progetto Memoria” dell’Università degli Studi di Milano. Introduce e modera Mariele Merlati dell’Università degli Studi di Milano. Intervengono: Lamberto Bertolè, presidente del Consiglio comunale di Milano; Enrico Deaglio, giornalista; Valentine Lomellini dell’Università degli Studi di Milano; Benedetta Tobagi, scrittrice e ricercatrice dell’Università di Pavia.

14.30 – Consiglio comunale straordinario con il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

Proiezione pubblica su maxi schermo all’Ottagono della Galleria Vittorio Emanuele II.

15.30 – IN PIAZZA DELLA SCALA CONCENTRAMENTO DEL CORTEO

15,45 Il corteo con alla testa i Gonfaloni dei Comuni, della Regione Lombardia e della Città Metropolitana raggiungerà piazza Fontana.

Ore 16,30 arrivo delle staffette podistiche da Villasanta e Seregno;

Ore 16,37 posa delle corone in piazza Fontana, alla presenza delle autorità;

Ore 16,45 interventi conclusivi in piazza Fontana:

Letture di uno studente del Liceo scientifico G. Galilei di Voghera

Carlo Arnoldi, presidente Associazione Vittime di piazza Fontana 12 dicembre 1969

Manlio Milani, presidente Casa della Memoria di Brescia

Carla Nespolo, presidente Associazione Nazionale Partigiani d’Italia

Maurizio Landini, segretario Generale CGIL

Lamberto Bertolè, presidente del Consiglio Comunale di Milano

Introduce e coordina: Matteo Dendena, Associazione Familiari Vittime di Piazza Fontana

ore 19.30 – Concerto promosso dall’Associazione dei familiari delle vittime di Piazza Fontana”

Ingresso gratuito. Unione Confcommercio (Palazzo Castiglioni), Corso Venezia, 47

14 dicembre 2019

  • ore 11 ”Bay e l’anarchico Pinelli” – Cittadella degli Archivi civici, Via Gregorovius, 15  a cura della dott.ssa Anna Contro, in collaborazione con la cattedra di Storia  dell’arte contemporanea dell’Università Statale di Milano. Esposizione, mai realizzata per la tragica coincidenza con l’omicidio Calabresi (17 maggio  1972), di “Un quadro” di Enrico Baj, dedicata alla morte dell’anarchico Pinelli. Verranno esposti anche cataloghi e fotografie d’epoca, il documentario/intervista all’artista prodotto dalla TV della Svizzera italiana e un testo del Dipartimento di Studi storici sulla        situazione sociale di Milano nel 1969 e le vicende che portarono alla morte di Pinelli e  Calabresi. In esposizione anche documenti conservati negli Archivi civici: il menabò del   catalogo della mostra, realizzato a pennarello da Baj, la corrispondenza tra il Comune,    Marconi e l’artista sulla sospensione della mostra.
  • ore 14 “Catena musicale per Giuseppe Pinelli” – da Piazza Fontana

15 dicembre 2019 – Palazzo Marino

  • ore 11 – Inaugurazione della mostra “Il dolore e la forza” – Palazzo Marino (Cortile e Sala Anticamera) – a cura del Comune di Milano (Gabinetto del Sindaco) e del Dipartimento di Studi storici dell’Università degli Studi di Milano, in collaborazione con l’Associazione dei familiari delle vittime di Piazza Fontana, l’ISEC, l’Archivio Ugo Mulas, la Cittadella degli Archivi civici, la Super – Scuola superiore d’Arte applicata, Timor & Sanz e ANPI.

50 anni dal giorno dei funerali in Piazza Duomo, che hanno rappresentato la riscossa civile, una risposta di popolo democratica, commossa, partecipata che ha permesso, da quel     giorno e per gli anni a seguire, fino a oggi, di alzare la testa e respingere la paura e il ricatto     dell’eversione, di cementare i valori costituzionali e ha contribuito a costruire il tessuto     democratico che ancora oggi sono la forza di Milano.

  • ore 11.30 “Testimonianze di una giornata di reazione civile”. Coordina Benedetta Tobagi, introduce Lamberto Bertolè, presidente del Consiglio comunale di Milano.Intervengono: Sandro Antoniazzi, Giovanni Cervetti, Marco Cuzzi, Carlo Lucarelli, Antonio Pizzinato, Alessandro Pollio Salimbeni, Carlo Tognoli. Testimonianza fotografica dell’Archivio Garghetti.
  • ore 14.30 – Performance audio “Cartoline da Milano” a cura di José Bagnarelli
  • ore 14.45 – Proiezione del documentario “Piazza Fontana. I funerali che salvarono la democrazia” – progetto realizzato dall’Associazione “Chiamale storie”, per MEMOMI e 3D Produzioni, testi di Didi Gnocchi e Anna Migotto, con la collaborazione di Antonio Castaldo e Ranuccio Sodi. Regia di Michele Mally. Con la partecipazione di Gioele Dix. Introducono: Didi Gnocchi (Associazione “Chiamale storie” e 3D Produzioni), Roberto Pisoni (direttore di Sky Arte), Carlo Arnoldi (presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime di Piazza Fontana) e Rosario Pantaleo (consigliere comunale di Milano).
  • ore 16 – Proiezione del documentario “PINO – Vita accidentale di un anarchico”, a cura di Claudia Cipriani e Niccolò Volpati. Scritto da: Claudia Cipriani, Claudia Pinelli, Silvia Pinelli e Niccolò Volpati. Regia: Claudia Cipriani. Introducono gli autori con Claudia Pinelli, Silvia Pinelli e Anita Pirovano, consigliera comunale di Milano.
  • ore 17.30 “chi è Stato? – Performance in memoria delle vittime della strategia della tensione” – Sala consiliare –

Un viaggio nella memoria e nel tempo che vede in scena 17 performers, tanti quante le vittime di Piazza Fontana più la diciottesima: l’anarchico Pino Pinelli. Una sequenza di 10 quadri racconta la strategia della tensione attraverso la proiezione d’immagini dell’epoca: le vittime ‘riprendono vita’ per raccontare con i loro corpi – che divengono schermi in movimento – quei drammatici eventi. La performance, ideata da Ferruccio Ascari e prodotta dal Comitato “Non dimenticarmi”, fa parte di un più ampio progetto che prevede la donazione alla città di un’opera/memoriale dedicata alle vittime della “strategia della tensione” che trovi collocazione permanente in uno spazio pubblico a Milano.

L’articolo Piazza Fontana. A Milano un programma in memoria proviene da Patria Indipendente.

Il prof. di destra (estrema) che contesta lo storico

Un momento della presentazione del libro di Andrea Martini (col microfono nella foto) al liceo scientifico Leonardo da Vinci di Civitanova Marche. In piedi, Lorenzo Marconi, coordinatore Anpi Marche. Sedie vuote per gli studenti usciti

Civitanova Marche, auditorium del liceo Leonardo da Vinci, 28 novembre 2019. È accaduto durante un’iniziativa promossa di concerto con la sezione Anpi di Civitanova Marche, volta a presentare i contenuti del libro di Andrea Martini “Dopo Mussolini – I processi ai fascisti e collaborazionisti (1944-1953)” pp. 368, Viella, Roma 2019, € 29, frutto di una ricerca scientifica su un tema molto delicato per la storia del nostro Paese. Uno studio sull’epurazione, che ha segnato i destini di molti italiani e ha condizionato la storia del Paese. L’argomento è certamente complesso perché affronta una fase difficile, non priva di limiti e contraddizioni, con la quale la nascente Repubblica ha dovuto confrontarsi. Sono anni di transizione, durante i quali i governi misero in atto misure epurative finalizzate a sanzionare chi aveva collaborato con l’occupante tedesco e chi aveva concorso all’ascesa e al consolidamento della dittatura fascista. Un tema delicato, dunque, sia per la gravità dei fatti avvenuti sia per le difficoltà in cui operavano le neonate istituzioni, sollecitate dalla legittima sete di giustizia ma al contempo dagli odi e dai rancori che si erano scatenati durante tutta la prima parte del secolo.

Aula magna del liceo da Vinci, uno scatto con l’autore del libro presentato e del coordinatore Anpi Marche

L’iniziativa della sezione locale dei partigiani è stata promossa per cercare di illustrare le difficoltà di fare giustizia di fronte a fatti storici gravissimi, e per rafforzare la consapevolezza di ognuno di dover concorrere, anche individualmente, affinché il fascismo, con la sua ideologia razzista, nazionalista e xenofoba, non si consolidi e non metta in pericolo i diritti conquistati.

L’occasione era un modo per riflettere su come si è proceduto con l’epurazione e con la successiva amnistia e cercare di comprendere come mai in Italia, diversamente da quanto è avvenuto altrove, in particolare in Francia e in Germania, non si sia pienamente sviluppata, soprattutto nell’ambito di alcune forze ad orientamento conservatore e liberale, la ripulsa radicale del fascismo e del nazismo.

Purtroppo nel corso dell’incontro, durante l’esposizione dell’autore del libro, alcune classi si sono allontanate senza alcuna spiegazione.

Al termine dell’illustrazione di Martini è stato chiesto se ci fossero domande e/o interventi. Una insegnante è intervenuta, riferendosi al mutamento di atteggiamento, durante la guerra fredda, di importanti intellettuali nei confronti dell’antifascismo e poi uno studente ha chiesto che cosa avesse fatto l’Anpi per impedire che potessero avvenire fatti come quello di Acquasanta Terme. Si riferiva alla cena organizzata per l’anniversario della marcia su Roma nel luogo in cui è stata compiuta una delle più efferate stragi nazifasciste delle Marche. Alla cena, con tanto effigi di Mussolini e immagini di fasci littori su locandina e menu, ha partecipato anche il sindaco di Ascoli Piceno, Marco Fioravanti.

La risposta all’interrogativo dello studente è stata che quell’episodio era confluito nel dossier predisposto dall’Anpi nazionale con la segnalazione di molti fatti di razzismo, xenofobia, apologia di fascismo e di violenza nei confronti delle donne, entrato a far parte di un esposto presentato alla Procura di Roma. Si è inoltre evidenziato che da tempo la nostra Associazione denuncia la sottovalutazione da parte degli organi preposti e che si sono promosse molteplici iniziative per sollecitare l’attuazione delle norme di legge, in particolare la legge Mancino e la legge Scelba; tutto ciò accompagnato da molteplici eventi di carattere formativo e culturale per contrastare le numerose forme con cui opera il neofascismo. È poi stata la volta dell’intervento di un altro studente, che ha posto la questione della tutela della libertà di pensiero: è stato invitato a considerare che la libertà di pensiero non può essere intesa come possibilità di veicolare contenuti fascisti e razzisti, in quanto si configurano come reati. In altre parole che l’apologia del fascismo non è un’opinione, ma un reato sanzionato dalla Carta Costituzionale e dalle leggi.

In questo contesto si è inserito l’intervento di un professore, ed è da sottolineare che non aveva assistito né all’introduzione dell’iniziativa né tantomeno all’illustrazione dei contenuti della ricerca di Andrea Martini. Evidentemente al docente non interessavano i contenuti del lavoro di ricerca ma semplicemente affermare la sua concezione della storia, sostenendo che nei libri di storia ci sono molte falsità, che la verità è un’altra, e rivendicando la libertà d’opinione. Naturalmente in questi termini, nulla si sarebbe potuto obiettare; però ha poi proseguito definendo l’Anpi un’associazione di comunisti, negando che la XII disposizione con il divieto di riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista faccia parte della Costituzione e, cosa ancor più grave, affermando che l’iniziativa era propagandistica perché priva di contraddittorio. Evidentemente, secondo quel docente, si può parlare di fascismo e di storia solo facendo intervenire l’altra campana, immagino i fascisti e i negazionisti. Sarebbe questa, c’è da chiedersi, la libertà di pensiero che il professore insegna ai suoi studenti?

Torniamo ai fatti. È seguito un concitato scambio di battute tra alcune delle persone presenti e il professore che lamentava di essere stato interrotto e ha continuato affermando che Forza Nuova e CasaPound sono organizzazioni democratiche in quanto si sono presentate alle elezioni. Infine non è mancato l’ormai classico “e le foibe?”. Da notare che nel corso dell’iniziativa nessuno ha mai fatto riferimento ad alcuna organizzazione specifica ma solo a generiche formazioni fasciste e neofasciste.

Siamo giunti così a chiudere l’incontro: una studentessa ha chiesto il microfono e ha salutato ringraziando i promotori.

Naturalmente il giorno successivo sulla stampa locale e nazionale sono usciti alcuni articoli che riportavano i fatti insieme ad alcune interviste e sui social stati pubblicati alcuni post alquanto fantasiosi e in qualche caso minacciosi, in particolare su Facebook, proprio da parte del professore che tuttavia, a quanto si è appreso, è stato costretto ad utilizzare un altro nome (Giorgio Parazzune) perché la pagina con il suo vero nome è stata bannata da fb. Chissà perché, possiamo domandarci, retoricamente. Domenica 30 novembre, infine, la stampa ha riportato gli stralci di una lettera: “scrivo a nome degli studenti della classe V N del liceo Leonardo da Vinci di Civitanova Marche in cui si ricostruisce la giornata in modo assolutamente conforme a quanto rappresentato dal professore”, ignorando completamente la gran parte dei contenuti espressi sia durante l’introduzione sia durante l’esposizione della ricerca. Da notare inoltre come nella lettera che, non avendo prova contraria, assumiamo sia stata scritta da qualche studente, c’è una “sottile” modifica nella rappresentazione della dinamica dei fatti, posticipando due momenti riguardo al loro effettivo accadimento: l’allontanamento di alcune classi, avvenuta nel corso dell’esposizione dell’autore del libro, e il momento in cui ho ripreso dal professore il microfono per sedare lo scontro verbale tra lui e una persona del pubblico.

Dispiace dover constatare che quanto successo a Civitanova Marche è solo uno dei tanti momenti in cui, purtroppo, si confermano le preoccupazioni che da anni abbiamo riguardo alla scarsa attenzione con cui troppe istituzioni e scuole affrontano atti, scritti e posizioni, che in alcuni casi risultano contigui con quanto praticato da gruppi e organizzazioni veicolanti forme di razzismo, xenofobia, omofobia.

Le preoccupazioni sono legittime e necessarie, al tempo stesso sappiamo che ci sono donne e uomini che proprio per questo non smettono di impegnarsi, di contrastare con la cultura, il confronto e la denuncia quanti stanno approfittando di una situazione di grande difficoltà per il Paese, per propagare soluzioni anacronistiche, discriminanti e pericolose per la democrazia. Al liceo scientifico di Civitanova Marche, diversamente da quanto fatto dal preside dell’istituto (a cui naturalmente abbiamo rappresentato l’accaduto e che ha minimizzato quanto avvenuto), c’è un’importante presa di posizione di un gruppo di docenti della scuola che riporto di seguito, insieme alle considerazioni che l’autore del libro e relatore Andrea Martini ha voluto rendere pubbliche al termine dell’incontro con un post su Facebook.

“I recenti fatti che hanno coinvolto il nostro Istituto e la risonanza mediatica ci chiedono di prendere una posizione precisa in difesa della nostra dignità di docenti e dell’immagine della nostra scuola. Intendiamo ribadire che una scuola pubblica e laica coltiva il dialogo democratico e il libero confronto. Che la libertà di insegnamento ha dei limiti imposti dal patto costituzionale tuttora condiviso fondato sulla negazione di una cultura liberticida incarnata dal fascismo e da ogni altra forma di totalitarismo. Che nel nostro ruolo di educatori valori come l’antifascismo, la lotta al nazifascismo e a tutti i totalitarismi, la lotta a tutte le forme di discriminazione: sociale, economica, culturale, razziale, di orientamento sessuale sono imprescindibili e irrinunciabili. Che la nostra scuola si è distinta per progetti come “I giovani incontrano la shoah” con riconoscimenti di rilevanza nazionale e internazionale premiati anche dal Presidente della Repubblica; che l’inserimento del progetto “Cittadinanza e Costituzione” ha anticipato nel nostro Istituto l’ufficiale entrata in vigore della legge 20/08 n. 92 sull’educazione civica; che il nostro Istituto promuove una serie vasta e plurale di progetti come dal Piano dell’Offerta formativa consultabile nel sito; che ogni giorno il nostro impegno di educatori è volto a promuovere lo sviluppo del pensiero critico, la cultura del pluralismo e l’universalità dei diritti umani.

Non ci lasciamo condurre nell’agorà della faziosità, della provocazione e della strumentalizzazione anche per tutelare i nostri studenti e continueremo ogni giorno a testimoniare la totale adesione ai principi della Carta costituzionale come sempre abbiamo fatto”.

Seguono le prime firme di 20 insegnanti del liceo.

Ed ecco dal post facebook di Andrea Martini:

“Sono di ritorno dalla presentazione del mio libro, “Dopo Mussolini” #Viella tenuto presso una scuola superiore di Civitanova Marche, invitato dall’Anpi sezione Civitanova Marche ed ho potuto toccare con mano quanto fare storia sia qualcosa di tremendamente complicato (oggi forse più che mai?).

Dopo pochi minuti da quando prendo la parola, diverse classi abbandonano l’aula magna. Dentro di me penso che i ragazzi debbano assentarsi per un compito in classe o per altri impegni improrogabili o, più semplicemente, perché annoiati dalle parole del sottoscritto. Niente di tutto questo. Succede che un docente li invita ad alzarsi, succede che un folto gruppo di studenti e una parte degli insegnanti pensa che parlare di Resistenza ed epurazione equivalga a fare un comizio politico. Io proseguo ignaro di tutto ciò, fino alla fine quando nel dibattito il docente – tornato appositamente per gli ultimi minuti del mio intervento – invoca un contraddittorio, ritiene che quanto insegnato nei manuali di testo non corrisponde al vero, che i fascisti non esistono e che quanto si stava dicendo fosse assai lontano dalla verità storica.

Le sue parole mi disorientano, pensavo di fare una lezione di storia, scopro che per farlo devo avere a fianco una persona che la pensa in maniera opposta alla mia, che vuole parificare i fascisti ai partigiani, che sovrastima le vittime fasciste nel periodo di transizione, che parla di foibe perché io parlo di sterminio degli ebrei. Tutto diventa relativo ed estremamente liquido. Il tutto in una scuola pubblica italiana. Con l’appoggio dei ragazzi che plaudono al loro docente e denigrano l’Anpi.

Tornerò nelle scuole e da chiunque vorrà sentirmi parlare del mio libro e delle mie ricerche, convinto che le interpretazioni storiche divergenti siano uno degli aspetti più belli del mio lavoro ma convinto anche che certe verità, certi fatti a settantacinque anni dal loro svolgimento non possano e non debbano essere derubricate a semplici opinioni e non li presenterò mai come tali bensì come il risultato di accurate ricerche (mie e dei miei colleghi e colleghe).

Un ringraziamento agli amici dell’Anpi sezione Civitanova Marche e #ANPIMACERATA per aver provato a seminare qualcosa, al dirigente scolastico e ai docenti (pochi) che si sono mostrati solidali. A chi sostiene che il fascismo sia un oggetto del passato, dico solo che sta prendendo una grossa cantonata”.

Infine sempre il professor Andrea Martini, interpellato dai giornali sulla lettera degli studenti, ha detto: “Provo grande affetto per i ragazzi e con alcuni di loro mi sono anche confrontato quel giorno e spero solo possano incontrare un docente migliore. Quanto all’accusa che l’iniziativa avesse preso una piega politica, la respingo. Si discuteva su fatti basati su ricerche storiche”.

Lorenzo Marconi, coordinatore Anpi Marche

L’articolo Il prof. di destra (estrema) che contesta lo storico proviene da Patria Indipendente.

Un continente ad alta tensione

Il subcontinente latinoamericano è in preda a fortissime convulsioni politiche. Alla base di tutto vi é una profonda rottura del tessuto democratico che si aggiunge (per conseguenza e non per causa) ad una insostenibilità delle politiche economiche e sociali. Le proteste, sebbene generate da situazioni diverse, hanno un comune denominatore: l’esaurimento della spinta propulsiva del liberismo monetarista che, nel suo svilupparsi, ha mostrato tutta la sua rudezza dottrinaria e ha determinato indici di povertà e diseguaglianze incompatibili con la tenuta democratica delle società. Emerge il suo limite intrinseco, la sua inapplicabilità a lungo termine su larga scala. Si certifica la crisi strutturale di un modello economico e politico venduto come il migliore possibile, generatore unico di ricchezza e stabilità; “un’oasi” come la definì il Presidente cileno Sebastian Piñera. A ben vedere, però, la ricchezza é per pochi, la fame per molti e la stabilità la si mantiene con le armi.

Il modello cui Piñera fa riferimento è quello monetarista, ma proprio quel modello è ora fortemente in crisi, in Cile come in tutta l’America Latina. Su questa crisi si è impantanata l’operazione di reconquista del continente da parte degli Stati Uniti. Obiettivo? Riportare nell’orbita statunitense l’America Latina, le sue ricchezze e il ruolo geopolitico di un continente che affaccia su due oceani, giacimento di fossili e minerali tra i primi al mondo, situato nella più grande biosfera e maggiore riserva d’acqua del pianeta.

Ma non solo di economia si tratta: c’è la dimensione ideologica di ultradestra dell’Amministrazione Trump, che ricorda costantemente la sua battaglia contro i Paesi socialisti (Cuba, Venezuela, Nicaragua) perché vede nello scalpo dei Paesi socialisti latinoamericani la sua vendetta storica, ma lo scontro si misura anche sull’asse geopolitico generale. Indipendenti dal Washington consensus, sviluppavano la cooperazione Sud-Sud, programmavano politiche unitarie per il continente e posizioni comuni nei fori internazionali. A questo si deve aggiungere la crescente penetrazione commerciale e militare di Russia, Cina e Iran, il voto diverso nelle assisi internazionali e il sostegno attivo ai BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica). Un “socialismo del terzo millennio” che non poteva andar bene agli USA che, sin dal primo Obama, vollero rivolgere di nuovo lo sguardo a Sud per riprendersi ciò che ritengono spetti loro, secondo la tristemente nota dottrina Monroe, recentemente rivendicata dal Segretario di Stato degli Stati Uniti, Mike Pompeo. Decisero dunque di rimettere al centro della loro politica estera l’America Latina, dove scaricano le loro eccedenze ed estraggono la ricchezza che serve non solo al mantenimento del ruolo di superpotenza ma anche alla loro stessa sopravvivenza, dato che l’America Latina produce tutto quello che gli USA non hanno ma che consumano in grande quantità. Colpi di Stato militari e parlamentari, cospirazioni politiche e giudiziarie, destabilizzazione dei governi e sanzioni, blocchi economici e campagne mediatiche, sono stati gli strumenti di volta in volta utilizzati per ridisegnare i rapporti di forza nel continente. Questa strategia è alla base delle convulsioni drammatiche che vive oggi il subcontinente latinoamericano.

Molti gli accecati dalla polizia cilena

Perché aldilà del differendo politico, quella porzione di America Latina che si vuole riportare con la forza nell’alveo degli Stati Uniti, nel corso degli ultimi 15 anni ha rappresentato un subcontinente in controtendenza sul piano della crescita economica. Mentre il declino del sistema finanziario trascinava i Paesi occidentali in una crisi profonda, oscillando tra crescita zero e recessione, il Pil dei Paesi latinoamericani cresceva con medie altissime, che sfiorava in Nicaragua e Bolivia il 5 % annuo. Alcuni esempi? In 11 anni di governo sandinista del comandante Daniel Ortega, il Nicaragua è passato dal penultimo al secondo posto continentale per crescita economica. Completamente gratuite sanità e istruzione, elettrificato il 98 % del Paese con il 61 % dell’energia derivante da fonti rinnovabili. Ridotti di oltre la metà gli indici di povertà relativa e assoluta, triplicata l’occupazione, pensioni a 60 anni e pagate con soli 20 anni di contributi. Costruiti 21 ospedali, 160 asili nido, asfaltati 3.500 kilometri di strade; costruite e regalate alla popolazione più umile 51.000 case, distribuiti più di un milione di pasti gratuiti nelle scuole pubbliche. Il Nicaragua è al quinto posto nel mondo per il Gender gap (il rapporto che mostra ampiezza e portata del divario di genere in tutto il mondo, ndr) e la bilancia commerciale dello Stato è in attivo.

La signora Jeanine Añez, eletta presidente della Bolivia dal parlamento in assenza di due terzi dei deputati, esulta brandendo le Sacre Scritture (da https://expoitalyonline.it/bolivia-jeanine-anez-promette-presto-nuove-elezioni/13136914)

In Bolivia si sono raggiunti risultati simili. Fino al 2005 era il Paese più povero della regione. Nei 14 anni del governo di Evo Morales è divenuta leader della crescita economica sudamericana con una media del 4,9 % negli ultimi sei anni e con una inflazione che il Fondo monetario internazionale stima in un 2 % per il 2019. La crescita ha avuto origine nella nazionalizzazione dei settori strategici, rinegoziando i contratti con le multinazionali del ramo estrattivo che tenevano per loro l’82% dei proventi delle risorse e pagavano allo stato boliviano il 18%. Invertiti completamente i parametri, con il controllo dello Stato sugli idrocarburi e l’elettricità, principali esportazioni boliviane all’estero, i proventi hanno finanziato gli investimenti pubblici e le politiche sociali.

Un modello di economia mista, che prevede l’intervento dello Stato (sia come regolatore che imprenditore) che quello dei privati che concorrono alla generazione del Pil, che è stato quadruplicato: dai 9,5 miliardi di dollari nel 2005 ai 40 del 2018. Ridotta della metà la povertà estrema: 38,2 nel 2005, 15,2 nel 2018. Secondo la Fao, la denutrizione è passata dal 30 al 19 %. Le disuguaglianze si sono ridotte e la disoccupazione dall’8,1 è scesa al mentre la speranza di vita è passata dai 64 ai 73 anni. Tra gli interventi a sostegno dell’economia familiare, vanno segnalati il bonus agli studenti, quello alle donne in gravidanza e quello agli anziani. Le politiche ridistributive hanno generato una spirale virtuosa: maggiore occupazione, crescita dei salari e sostegno alle piccole imprese artigianali a carattere familiare (che forniscono il 60 % dell’occupazione) hanno determinato l’innalzamento della domanda interna. Di questo trend di crescita ne ha beneficiato anche il settore informale, che non è più immerso nella povertà e ha creato ulteriore impiego.

Dal periodico ElComùn.es: “Il gabinetto golpista della Bolivia giura facendo con la mano destra il gesto che indica la supremazia bianca”

Tutt’altro scenario nei Paesi satelliti di Washington, dove sono precipitati gli indici di sviluppo socioeconomico, riportando in emersione denutrizione, analfabetismo, mortalità infantile e fenomeni epidemiologici come dettagli di un generale, brusco impoverimento dei rispettivi Paesi. La Colombia da alcuni giorni è teatro di scioperi generali con durissimi incidenti di piazza costati già 18 morti. L’acuirsi delle diseguaglianze ha reso labile il terreno della mediazione politica sui conflitti sociali: stando ai rapporti Fao la Colombia – che ha milioni di rifugiati in Venezuela e non al contrario come si racconta – è ormai un Paese con oltre il 14% della popolazione che si nutre di avanzi, quando riesce a trovarli. L’assassinio degli oppositori ha indotto al ritorno alla guerriglia le formazioni che avevano deposto le armi e lo strapotere dei paramilitari altera nel profondo il quadro politico.

L’Argentina, che ha visto il declino sottolineato con una disoccupazione record e la perdita del 75% del valore monetario del peso in soli 4 anni, ha conosciuto la sua prima carestia; non per caso l’elettorato ha votato a sinistra.

Il Perù è immerso in una crisi politica sullo sfondo di uno scontro virulento tra poteri dello Stato che pare non trovare soluzione.

Il Cile è avvolto nelle fiamme della protesta popolare contro il sistema pinochettista, una miscela di repressione e turbo liberismo; 25 morti (la triste conta è provvisoria, di qualche giorno fa) e 22.000 arresti sono ad oggi il tremendo bilancio di uno scontro tra un governo sordo alle istanze riformatrici e i giovani a loro volta sordi alle mediazioni della politica.

Una manifestazione contro l’attuale presidente cileno

L’Ecuador è scosso nelle fondamenta dalla ribellione contro un presidente che ha fatto del tradimento la moneta della sua carriera politica, indicando nel suo corpo elettorale che lo ha eletto il principale nemico e proponendosi come l’uomo delle multinazionali e del governo statunitense.

Il Brasile, potenza economica e politica fino al governo di Dijlma, è attraversato da una crisi sociale durissima e una scarsa credibilità politica. Il suo presidente viene ritenuto un problema dagli stessi militari che lo hanno insediato nel Planalto e l’uscita di Lula dal carcere ha virtualmente aperto il conto alla rovescia.

Haiti è in preda ad una rivolta sociale violenta, che è costata 36 morti e centinaia di feriti, oltre a mille arrestati, senza che la crisi sociale che ha generato la rivolta trovi sbocco.

In Honduras, dopo gli scioperi e la repressione del 2018, la mobilitazione sindacale e studentesca ha trovato nella richiesta di dimissioni del governo un terreno unificante e il Presidente è sotto inchiesta per traffici illeciti.

Guayana, Guatemala, Panama e persino l’insignificante Costa Rica hanno dovuto piegare con una brutale repressione le proteste sociali che hanno attraversato i rispettivi paesi nell’ultimo anno. E poi il colpo di Stato in Bolivia, realizzato con l’apporto diretto della Osa (Organizzazione degli Stati Americani) e degli Stati Uniti e concretizzato dall’oligarchia locale. Brogli elettorali mai esistiti, come ora ammettono senza imbarazzo, nomina a presidente di una signora legata al narcotraffico colombiana ed esponente di un partito del 5% dei voti. Ha giurato sulla Bibbia dichiarando odio per gli indigeni, ha minacciato i giornalisti ed espulso testate internazionali dal Paese mentre rompeva le relazioni diplomatiche con il Venezuela e dichiarava l’impunità per militari e polizia. 32 morti e 2800 feriti il bilancio fino ad ora di questa “democrazia” nazievangelica.

Le violente repressioni in corso denunciano anche la crisi politica di un sistema che sembra rifiutare le regole del gioco democratico. Si rifiutano verdetti elettorali, si mina in radice la legittimità del voto, ovvero l’essenza dei diritti politici, svelando così l’ideologia autoritaria di sistemi che vantano invece orientamento democratico e liberale. Nella difesa a qualunque costo di un modello necessario al mantenimento della leadership economica, politica e militare statunitense, il sistema entra in rotta di collisione anche con la democrazia formale. Si ripropone il ricorso ai militari da parte di un capitalismo messo all’angolo dalla sua stessa crisi. Una vecchia storia. Una sporca storia.

Fabrizio Casari, giornalista professionista, esperto dell’area latinoamericana e caraibica, già capo redattore Esteri di Liberazione

L’articolo Un continente ad alta tensione proviene da Patria Indipendente.