Carla Nespolo: “Basta tentennamenti, vengano sciolti i partiti e le organizzazioni neofasciste”

11 Settembre 2019

Dichiarazione della Presidente nazionale ANPI per il quotidiano la Repubblica

La Presidente dell’ANPI, Carla Nespolo: “Lo ribadisco: si sciolgano le organizzazioni fasciste. La provocazione dei saluti romani sotto il Parlamento è l’ennesima prova che siamo di fronte ad un fenomeno che va fermato. Bene ha fatto Fb ad oscurare le pagine di CasaPound e Forza nuova. Ora mi appello al Governo e alla magistratura: basta tentennamenti, stop ai partiti e ai gruppi fascisti. Applichiamo fino in fondo la Costituzione”

Il Comandante Max e l’8 settembre

8 settembre 2019 in Protomoteca

La sala della Protomoteca, una delle più prestigiose del Campidoglio, gremita come solo nelle grandi occasioni per celebrare a Roma l’8 settembre e così l’inizio della Resistenza.

Massimo Rendina

Più di trecento persone ieri hanno partecipato all’iniziativa promossa da Roma Capitale e dal Comitato provinciale dell’Anpi: un grande concerto dedicato al compianto Massimo Rendina, il Comandante Max, Capo di Stato Maggiore della Prima Divisione Garibaldi, in Piemonte, e presidente dell’Anpi provinciale Roma, sua residenza di adozione, scomparso nel 2015. Un tributo a una personalità di spicco, per riassumere il contributo alla lotta di Liberazione di tutti le partigiane e i partigiani capitolini, qualcuno recentemente scomparso, come “la pasionaria” Tina Costa.

Se numerosi tra i presenti in sala indossavano al collo il fazzoletto dell’Associazione dei partigiani, colpiva la presenza di tantissime donne e giovani, di intere famiglie con i loro figli, adolescenti e bambini. Plasticamente a documentare un bisogno di impegno e di memoria antifascista della società civile.

A precedere l’esibizione musicale sono state le testimonianze dei partigiani Iole Mancini e Massimo Pradella e gli interventi dello storico Davide Conti, del presidente dell’Aned romano, Aldo Pavia, del vice presidente nazionale Anpi, Gianfranco Pagliarulo, introdotti dal presidente provinciale Anpi, Fabrizio De Sanctis.

Fabrizio De Sanctis, presidente Anpi Roma durante l’intervento

Illustrando il valore simbolico della giornata, nel 75° della Liberazione della Città, De Sanctis ha ricordato il riconoscimento, della Medaglia d’Oro al Valor Militare attribuito a Roma nel 2018 e ha rammentato come proprio nel primo giorno della Liberazione della caput mundi, il 4 giugno 1944, sul colle capitolino è nata l’Anpi. Il presidente provinciale Anpi si è poi soffermato sulla figura di Massimo Rendina, il Comandante Max, coraggioso combattente e maestro di democrazia. Nato a Venezia nel 1920, cattolico, lontano dalla retorica fascista comincia a scrivere per i giornali di Bologna, dove studiava.

Donne e giovani tra i tantissimi partecipanti all’iniziativa del pomeriggio dell’8 settembre 2019 in Campidoglio

Nel 1943, reduce dalla campagna di Russia, giornalista al Resto del Carlino, dove conobbe Enzo Biagi, alla notizia dell’armistizio fece la sua scelta, dichiarando ad alta voce in riunione di redazione la sua intenzione di non collaborare con fascisti e tedeschi, e prendendo subito la strada della montagna. Poi nel dopoguerra fu giornalista all’Unità e nel 1957 direttore del primo telegiornale RAI. Infaticabile testimone della Resistenza, Rendina operò tenacemente e ostinatamente per la trasmissione della memoria democratica: nel 2006, l’apertura a Roma della Casa della Memoria e della Storia rappresenta un risultato imitato in altri territori italiani.

Davide Conti, responsabile delle ricerche Roma Medaglia d’Oro, ha rammentato la battaglia che nel settembre 1943, a Porta San Paolo, combattuta spontaneamente da militari e civili, donne, giovani, operai insieme, in una Roma abbandonata a se stessa dai vertici istituzionali, politici e dell’esercito, dette il via alla lotta contro l’occupazione nazifascista del Paese. Citando Rosario Bentivegna, esponente dei Gap, i gruppi di azione patriottica, lo storico ha sottolineato che l’8 settembre non fu, come ancora sostengono alcuni, la morte della Patria ma la morte dell’idea fascista di patria.

Lo storico Davide Conti ha ripercorso le tappe dei nove mesi della Resistenza romana

Poi ha ripercorso i nove mesi di guerriglia urbana, in cui alle gloriose attività della lotta armata, vanno doverosamente aggiunte quelle della popolazione. «Marisa Musu, Medaglia d’Argento al VM, una quattro ragazze gappiste con Carla Capponi, Lucia Ottobrini e Maria Teresa Regard – ha detto Conti – ha sempre rivendicato il ruolo di combattente di tutta Roma». Rievocando il Comandante Max, lo storico ha spiegato che le divisioni garibaldine venivano numerate seguendo la data di formazione, dunque appartenere alla prima dà la misura della sua scelta.

Massimo Pradella, partigiano 95enne, già direttore dell’orchestra RAI ha fatto riflettere con una delle sue caratteristiche, la formidabile, intelligente e divertente ironia

La parola è poi passata a Massimo Pradella, 95 anni, già direttore dell’orchestra RAI, violinista e pianista, arruolatosi Volontario della Libertà nel neonato Esercito di Liberazione. «Il mio 8 settembre era cominciato ben prima, con l’approvazione delle leggi razziali – ha detto il maestro –. Avevo 14 anni, vivevo ad Ancona, il mio parroco aveva organizzato un concerto e su “La Voce Adriatica” comparve un articolo violento, in cui venivo definito “mezzo sangue” per parte di madre, di cognome Senigaglia. Continuava con accenti provocatori rivolti non solo a me ma agli ebrei in generale. La mia famiglia, preoccupata, si trasferì a Roma. Amo questa città anche perché mi ha salvato. E oggi nonostante gli echi nostalgici, i rigurgiti di quella cupa stagione, temo soprattutto gli indifferenti».

Pradella ha dimostrato la straordinaria intelligenza e autoironia, prendendo in giro la sua opera di testimonianza col racconto della visita di due direttori d’orchestra, uno molto pieno di sé, alla casa di Donizetti. Davanti alla targa in memoria, il direttore più tronfio e vanitoso chiede all’altro: chissà cosa scriveranno sulle nostre case quando non ci saremo più. Risposta: “Affittasi”.

Il presidente dell’Aned Roma, Aldo Pavia

Poi è stata la volta di Aldo Pavia che ha rimarcato la cesura rappresentata dalla Resistenza nella storia italiana. «Non è stata la conclusione del processo unitario risorgimentale, come si sostiene in alcune interpretazioni, ma un inizio senza precedenti. Protagonista una popolazione che pagò più di altre l’occupazione, Roma conobbe una fame nessun’altra città, nemmeno a Milano si soffrirono tanti stenti».

Grande commozione in sala per la testimonianza di Iole Mancini, 99 anni, vedova del partigiano Ernesto Borghesi. La partigiana ha raccontato con voce affaticata ma al contempo energica di quando, sposata da appena un mese, venne incarcerata a via Tasso, sede della Sicherheitspolizei e torturata dalle SS per proteggere il marito, evaso dal carcere Regina Coeli di Roma e ricercato dai nazisti.

All’alba del 4 giugno due camion arrivano all’ingresso della sede della Gestapo, Iole con altre compagne di prigionia viene caricata su uno degli automezzi che però si ruppe mentre l’altro partì.

Iole Mancini, 99 anni, partigiana imprigionata e torturata per due mesi a via Tasso

Poche ore dopo, l’arrivo degli Alleati. «Non è possibile dimenticare la felicità per la libertà di poter parlare, camminare, guardare le persone intorno. È la più bella conquista della nostra lotta, da valorizzare anche oggi ogni giorno». Scoprì di essere stata protetta dal destino, Iole quel 4 giugno ’44. I prigionieri saliti sull’altro camion, con loro anche il sindacalista Bruno Buozzi, vennero tutti assassinati a La Storta.

Il vicepresidente nazionale Anpi, Gianfranco Pagliarulo: “Se dovesse avvenire ancora, ce la faremo? Sì, se uniti come durante la Resistenza”

A concludere gli interventi, Gianfranco Pagliarulo, vicepresidente nazionale dell’Anpi. Dopo aver portato il saluto dell’Anpi nazionale, il dirigente nazionale dei partigiani si è soffermato sull’8 settembre e su una significativa coincidenza: quella data – ha fatto notare Pagliarulo – è anche «il giorno del proclama Badoglio, quando, scrive Beppe Fenoglio, “nemmeno l’ordine hanno saputo darci”, “resistere ai tedeschi – non sparare sui tedeschi – non lasciarsi disarmare dai tedeschi – uccidere i tedeschi – autodisarmarsi – non cedere le armi”, il giorno dello sbandamento, è in quel giorno che simbolicamente nasce la Resistenza».

Il vicepresidente Anpi Gianfranco Pagliarulo cita Primo Levi: “Come allora, staremo di sentinella perché nell’alba non ci sorprenda il nemico”

Un altro riferimento cronologico deve far riflettere: il 9 settembre, quando «il re, la regina, Badoglio e altre autorità dello Stato maggiore fuggono da Roma, segnando in modo irreversibile la credibilità e il destino della dinastia Savoia in Italia. Nello stesso giorno al largo dell’Asinara, attorno alle 16, viene ripetutamente colpito dai bombardieri tedeschi l’incrociatore “Roma” che affonda tragicamente. Periscono più di 1.300 uomini tra ufficiali, sottufficiali e marinai». Era una nuova guerra, senza quartiere, fra gli italiani e i nazifascisti, la guerra dei ragazzi e delle ragazze, come la definiva Massimo Rendina, riferendosi all’età media dei combattenti nella Resistenza. Pagliarulo, già componente della Commissione del Ministero della Difesa che ha conferito a Roma la massima decorazione al Valor Militare, ha letto alcuni passaggi della motivazione: “diede inizio alla Resistenza e alla guerra di Liberazione nazionale” e “per 271 giorni contrastò l’occupazione di un nemico sanguinario e oppressore con sofferenze durissime”.

Ha poi detto: «Oggi più che mai è da chiedersi: ne è valsa la pena? E oggi più che mai, davanti ai pericoli che corre quel sistema di libertà e di liberazioni, quell’idea di civiltà e di cultura, quel modo di guardare l’altro e di riconoscerlo in se stesso, che abbiamo chiamato democrazia, abbiamo il dovere civile e il coraggio esistenziale di dire: sì, ne è valsa la pena, ed ogni qual volta chiunque dovesse mettere sotto scacco quella idea, noi siamo pronti a difenderla, nel nome di quei ragazzi che presero le armi per inseguire un sogno di felicità comune». Ancora: «se dovesse avvenire, ce la faremo? E ancora, la risposta è sì».

Attenzione altissima in sala

Ad un’unica condizione, tuttavia, ha indicato il vicepresidente nazionale Anpi: «Solo se saremo uniti, così come ce la fecero allora, quando Massimo Rendina era un ragazzo, perché, è vero, c’erano tante brigate partigiane con tanti colori diversi, ma erano unite. Abbiamo occhi per vedere quello che sta avvenendo nel mondo che ci circonda e spesso ci soffoca; fascismi, razzismi, nazionalismi, sempre in forme particolari, territoriali, specifiche, cercano di tornare; e questo ribadisce l’assoluta modernità dell’antifascismo». Già, perché «l’antifascismo non è un’ideologia; è un’idea che accomuna, e che perciò, per sua natura chiama un grande fronte unitario, un’unità di popolo, di associazioni, di organizzazioni diverse e distinte, ma unite in questa battaglia collettiva. Ed infine unità di generazioni. Perché si possono usare le parole di Primo Levi nella sua poesia: “In piedi, vecchi: per noi non c’è congedo. Ritroviamoci”. “Come allora, staremo di sentinella perché nell’alba non ci sorprenda il nemico”. Ma anche quelle nella canzone di Italo Calvino: “Tutto il male avevamo di fronte, tutto il bene avevamo nel cuore, a vent’anni la vita è oltre il ponte, oltre il fuoco comincia l’amore”».

Il chitarrista e direttore d’orchestra, Angelo Colone

Poi ai discorsi sono subentrate le note del concerto dove ad esibirsi e a dirigere l’Ensamble keplero e la cantante lirica Laura Pugliese è stato Angelo Colone, chitarrista di spicco nel panorama musicale italiano, interprete di autori contemporanei. Un omaggio a Massimo Rendina che Colone ha personalmente conosciuto in occasione del lavoro di testimonianza nelle scuole del Comandante Max. Dopo il Preludio dalla Suite BWV997, di Johann Sebastian Bach; di Fratres, di Arvo Part; della Ballata dall’esilio, di Mario Castelnuovo Tedesco; i presenti hanno potuto ascoltare la Ballata partigiana per soprano, archi e chitarra, composizione di Alessandro Annunziata e parole di Massimo Rendina.

La soprano Laura Pugliese e l’Ensamble Keplero (violini, Leonardo Alessandrini e Leonardo Spinelli; viola, Lorenzo Rundo; violoncello, Marco Simonacci) durante l’esecuzione della Ballata partigiana, testo di Massimo Rendina

Quasi un testamento di memoria e un’invocazione-appello all’impegno democratico, attualissimo:

Fischia il vento/ e la nostra canzone/ venuta da lontano,/scarpe rotte/ eppur bisogna andar/ dalle steppe  gridavate/come noi/libertà. /Pensate/ sulle montagne, nelle città/ pronti a colpire e a morire/ per poterci tutti quanti/ chiamare fratelli/ dopo di noi/ e sempre/ mai più armi in pugno/ uno Sten calato dal cielo,/ un mitra strappato/ ai briganti neri./ Il bacio a un fiore/ come ultimo addio/ una parola scritta/ col sangue sul muro/ Cancellati i nomi,/ quelli veri nelle bottiglie/ sepolte nella terra/ consegnate alla fortuna/ per non sparire/ per sempre./ Fate cerchio intorno a noi/ nella preghiera mentre lontano/ muoiono innocenti/ come allora/ uccisi da altri/ briganti neri/ Dio fa che l’urlo/ di pace e libertà/ risuoni ancora/ non si perda nel vento.

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8 settembre 1943

Non era vero. La guerra continuava.

Con l’armistizio firmato a Cassibile il 3 settembre e reso noto l’8 si avviava una guerra nuova, quella contro i nazifascisti. Nel tardo pomeriggio dell’8 il maresciallo Badoglio, nominato capo del governo dopo il 25 luglio, leggeva alla radio queste parole: «Il governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza».

Il giorno successivo, assieme al re, alla regina e ad altre autorità, fuggiva a Pescara, lasciando la Capitale (e l’Italia) senza difesa. Nasce simbolicamente allora la Resistenza, mentre i tedeschi risalivano la penisola, mentre nasceva l’effimera e cruenta repubblica di Salò, al servizio di Hitler, e mentre le truppe naziste occupavano l’alto litorale adriatico. La una guerra terribile quella dei partigiani, una guerra prevalentemente di guerriglia contro un nemico che condusse invece una vera e propria guerra ai civili. Tutto terminò in Italia il 25 aprile 1945, la Liberazione.

Con l’8 settembre del 1943, intanto, nella confusione e nella disperazione di uno Stato – lo Stato fascista – che si dissolveva, si avviava la rinascita della Patria. Perché furono quei mesi, grazie al sacrificio di decine di migliaia di partigiani e partigiane, di centinaia di migliaia di militari deportati in Germania o uccisi dai tedeschi, come a Cefalonia, a riscattare l’immagine del Paese e a consentire la ricostruzione, la Repubblica, la conquista della Costituzione.

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Il mio 8 settembre e la Resistenza armata

Da http://www.cnj.it/PARTIGIANI/immagini/210983i.jpg

Nazzareno Ciofo, scomparso nel 2008, nei giorni dell’armistizio era militare della Divisione “Venezia” operante nei Balcani. La Divisione “Venezia” con la Divisione “Taurinense”, l’8 settembre ’43, rifiutando la resa a tedeschi e fascisti, costituirono la Divisione Italiana Partigiana “Garibaldi” che partecipò alla lotta di Liberazione nella ex Jugoslavia. Dei 22.000 uomini che costituivano le due divisioni, circa la metà caddero combattendo o vennero dichiarati “dispersi”. Nella ex Jugoslavia operarono con la Resistenza anche la Divisione Partigiana “Italia” e la Divisione “Garibaldi Natisone” e, oltre ad esse, altre venticinque circa brigate, per un totale di 40.000 uomini.

A distanza di tanti anni è ancora vivo in me il ricordo del momento storico dell’annuncio dell’armistizio. Ero a Berane, una cittadina del Montenegro, ed ero in forza alla 76ª Compagnia Artieri della Divisione di Fanteria “Venezia”, addetto al carro-officina del reparto.

Non mi lasciai prendere da facili ottimismi e mi resi subito conto della nuova situazione, soprattutto nei confronti della gente del luogo che chiaramente ci era ostile. Anche i tedeschi si fecero sentire con il lancio di manifestini di propaganda e con bombardamenti aerei. Una mattina, alle prime luci dell’alba, ci accorgemmo che il presidio di Berane era accerchiato da migliaia di Cetnici (nazionalisti montenegrini), che, senza ombra di dubbio, dimostravano chiaramente di volere le nostre armi per combattere contro i partigiani di Tito.

Non sono né uno scrittore né uno storico ma mi affido al ricordo con lo spirito di un garibaldino che dopo l’8 settembre fece parte della gloriosa Divisione partigiana «Garibaldi». Di quei drammatici giorni ricordo che insieme al Ten. Pelagalli, responsabile del carro-officina del reparto, dove io stesso prestavo la mia opera, ci prodigammo, facendo l’impossibile per riparare un grosso compressore abbandonato da chi sa quale ditta italiana nei pressi del nostro carro-officina. Portato a termine, con successo, il lavoro, ci unimmo ad altri genieri e col prezioso ausilio del compressore cominciammo subito a lavorare per il livellamento di un vasto campo allo scopo preciso di trasformarlo il più presto possibile in un campo dl aviazione di fortuna.

Infatti, come era stato previsto, ci fu di grande utilità, perché dopo un paio di giorni vi atterrò un aereo proveniente da Bari portando ordini e documenti diretti al Comando di Divisione. Purtroppo poco dopo piombò sul campo un caccia tedesco che lo mitragliò danneggiandolo, però solo leggermente.

Subito dopo il pilota del nostro aereo, il Ten. Pelagalli ed il sottoscritto andammo a constatare i danni subiti e poiché era stato danneggiato il condotto dell’alimentazione lo smontammo per ripararlo in officina. A lavoro ultimato, mentre ci accingevamo a rimontare il pezzo, altri due caccia tedeschi comparvero improvvisamente nel cielo accanendosi ancora sui nostro aereo, completando l’opera che avevano iniziato e distruggendolo completamente. Ci salvammo riparandoci dietro le ruote d’acciaio del compressore, che per nostra fortuna stava ancora ai bordi del campo, coprendoci dal mitragliamento degli aerei diretto anche verso di noi. Ricordo ancora gli ultimi giorni di permanenza a Berane, prima che la nostra unità prendesse la via delle montagne per iniziare la lotta contro il nazifascismo. Fu allora che presi l’iniziativa di costruire delle grosse bombe in lamiera di ferro, grazie ai mezzi reperiti nel carro-officina, all’aiuto dei miei compagni e soprattutto al tritolo che era in giacenza nella polveriera del reparto.

Nei combattimenti che seguirono, le usammo sia noi che i partigiani jugoslavi, ed ebbero successo anche contro mezzi di trasporto tedesco, per la potenza dirompente che sprigionavano.

Forse è interessante spiegare, anche sommariamente, le caratteristiche tecniche della bomba per comprendere l’innata capacità degli italiani a risolvere con pochi mezzi i più difficili problemi. Si immagini un cilindro costruito in lamiera di ferro dalle dimensioni di dodici centimetri di diametro e quindici di altezza, ripieno di tritolo nella parte inferiore e nell’altra metà di ferraglie di piccole dimensioni; il cilindro era predisposto alla sua sommità per l’innesto di una bomba a mano, di formato piccolo, come la “romanina”, e alla base per il fissaggio di un manico di legno molto solido che serviva per lanciarlo. Una volta scagliata sul bersaglio, l’esplosione della piccola bomba provocava a sua volta lo scoppio della grande, causando enormi danni su tutto ciò che colpiva.

Nel giorni successivi giunse l’ordine di lasciare il presidio di Berane per raggiungere altre mete attraverso le montagne del Montenegro, affrontando spesso aspri combattimenti contro i nazifascisti. Fu una lunga odissea.

Per me finì dopo circa un anno, il 2 settembre 1944, nei pressi di Gaska in Erzegovina, quando rimasi ferito ad una gamba da due pallottole esplosive per cui, dopo le prime cure fui trasportato in barella, dai miei compagni, per un lungo tragitto, sino al campo di aviazione da dove in aereo raggiunsi l’Italia.

(da Patria indipendente n. 14 del settembre 1982)

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Danzica, 1° settembre 1939

L’entrata di Hitler a Danzica (da https://s.inyourpocket.com/gallery/111427.jpg)

Ottanta anni fa, il 1° settembre 1939 la Germania nazista invadeva la Polonia. Il pretesto? Oggi si direbbe di stampo sovranista: ricongiungere la “città libera di Danzica” alla “madrepatria tedesca”. Cominciava la Seconda guerra mondiale. Voluta da Hitler e Mussolini, costò la morte di 60 milioni di persone, militari e civili, bombardamenti, stragi, devastazioni, l’atrocità dei lager di prigionia e l’orrore dei campi di sterminio.

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