«Si rischia di mettere sullo stesso piano vittime e carnefici»

Il Presidente del parlamento europeo David Sassoli (foto Imagoeconomica)

«Affiancare nazismo e comunismo è una operazione intellettualmente confusa e politicamente scorretta. E se riferita alla seconda guerra mondiale rischia di mettere sullo stesso piano vittime e carnefici». David Sassoli, Presidente del parlamento europeo, interviene sulla polemica aperta dopo l’approvazione della Risoluzione sull’importanza della memoria europea.

Non la convince l’equiparazione fra nazismo e comunismo?

Ho grande rispetto per la volontà espressa dal Parlamento, ma nessun atto in democrazia è ex cathedra. Tutto si può commentare e giudicare. Riferirsi allo scoppio della seconda guerra mondiale per ribadire un atto di fede nel sistemi democratici era sembrato ai gruppi politici un modo per ribadire la volontà dell’Unione europea di battersi contro ogni forma di totalitarismo. E, in questo momento, per rispondere all’aggressività di una destra xenofoba e neofascista che in molti Paesi ha ripreso ad alzare la testa. Un punto di vista che credo sia largamente condiviso dalle nostre opinioni pubbliche e dalle forze politiche europeiste. Il problema nasce quando si entra nello specifico di passaggi storici che non possono essere sintetizzati, a equiparazioni inappropriate, a riferimenti che andrebbero accuratamente verificati. Dai parlamenti ci si aspetta valutazioni politiche e non certo di scrivere la storia.

Cosa è andato storto?

Le quattro risoluzioni diverse dalle quali è poi nato quel testo sono lo specchio di storie e memorie individuali ancora molto divergenti nello sguardo sulla storia recente dell’Europa. Credo che presentarsi con quattro risoluzioni molto diverse cercando una sintesi abbia prodotto un testo che in alcuni passaggi avrebbe meritato ben altro approfondimento. Il giudizio sui sistemi comunisti nei Paesi dell’Est non credo sia in discussione, così come non può esserlo il grande contributo delle formazioni partigiane comuniste e dell’Unione sovietica nella Liberazione dell’Europa dal nazifascismo. Senza il loro impegno e sacrificio non avremmo avuto la possibilità di dare vita alla più straordinaria avventura di pace e democrazia che si chiama Unione Europea.

Forse hanno inciso anche le diverse sensibilità presenti nell’Unione europea, ad esempio fra Paesi dell’Est e dell’Ovest?

È probabile. Ed è per questo che è difficile fare sintesi riferendosi ai fatti della storia. Anche il percorso dei partiti comunisti non è stato lo stesso nei nostri Paesi. In Italia, il Partito comunista è stato protagonista della Resistenza, della rinascita democratica del nostro Paese e del consolidamento delle istituzioni repubblicane. È stato anche protagonista della pace religiosa in Italia, con il voto favorevole sull’art. 7 della Costituzione, mentre i socialisti votarono contro. Aldo Moro, già nel 1973, in un famoso colloquio con il presidente Usa Gerald Ford, spiegò la differenza fra il comunismo italiano e quello sovietico.

Restiamo sulla Risoluzione del 19 settembre scorso. Uno dei 4 testi presentati, quello del Gruppo S&D, citava espressamente nelle premesse la Risoluzione del 25 ottobre 2018 sull’aumento della violenza neofascista in Europa, riferimento poi sparito nella versione finale. Due Risoluzioni dello stesso Parlamento – a distanza di pochi mesi, e in diverse legislature – che hanno un approccio completamente diverso su un problema uguale, quello della tutela della memoria e del crescente populismo ed estremismo nella Ue. È schizofrenia politica o possiamo ancora sperare che qualcuno “si ravveda”?

Questo bisogna chiederlo ai gruppi politici. Non posso entrare nel loro dibattito. Quello che posso dire è che la scorsa settimana ho incontrato la Conferenza dei Rabbini europei che sono venuti anche a denunciare la ripresa di manifestazioni di antisemitismo nei nostri Stati membri. Nel silenzio c’è una migrazione di ebrei, cittadini dell’Unione, dall’Europa che deve allarmare e non può passare sotto silenzio. Sono tanti e troppi i segnali di una ripresa di attività neofasciste e neonaziste che non possono essere sottovalutate. Nazismo e fascismo non sono opinioni, sono crimini.

Filippo Giuffrida, presidente Anpi Belgio e vicepresidente Fir

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L’est antisemita e la “risoluzione” del parlamento Ue

Il professor Alessandro Barbero (da https://upload.wikimedia.org/wikipedia/ commons/4/46/Alessandro_Barbero_2008.jpg)

Docente di Storia medievale all’Università del Piemonte Orientale, il Prof è anche uno scrittore di talento: nel 1996 ha vinto il Premio Strega con il romanzo storico “Bella vita e guerre altrui di Mr. Pyle, gentiluomo”, tradotto in sette lingue; in seguito, per altri suoi lavori ha ricevuto numerosi, prestigiosi riconoscimenti. Pluripremiato anche per le attività divulgative, scrive su importanti testate giornalistiche nazionali, è collaboratore di Rai Storia e ospite fisso della trasmissione tv Superquark di Piero Angela.

Lo storico Barbero come valuta la Risoluzione adottata dal parlamento europeo lo scorso 19 settembre, nell’anno in cui “si celebra l’80° dello scoppio della seconda guerra mondiale”?

Prima di tutto segnalo una doppia assurdità nella ricostruzione storica avallata all’Assemblea di Strasburgo. Il documento “sottolinea” infatti che la seconda guerra mondiale “è iniziata come conseguenza immediata del famigerato” patto Molotov-Ribbentrop, il trattato di non aggressione siglato il 23 agosto 1939 da “Unione Sovietica comunista e la Germania nazista” e, ancor più incredibilmente, che con quell’accordo i “due regimi totalitari, che avevano in comune l’obiettivo di conquistare il mondo, hanno diviso l’Europa in due zone d’influenza”. In questo passaggio c’è un equivoco abnorme, peggio un falso, perché in realtà ciò venne deciso molti anni dopo, negli ultimi mesi del conflitto, e non da Stalin e Hitler ma da Stalin insieme a Churchill e Roosevelt nelle Conferenze di Yalta e di Postdam.

Perché la forzatura se non corrisponde ai fatti?

Leggendo la Risoluzione è palese sia stata promossa dagli Stati dell’Europa centrale e orientale dove, dopo il 1945, dominarono regimi dittatoriali sostenuti dall’Urss, e dunque l’intento era di condanna. Bene inteso, non si può dar loro torto perché sono stati regimi impopolari e oppressivi. Tuttavia attestare un interesse all’egemonia mondiale da parte di Stalin è una fandonia totale. È storicamente assodato e risaputo che, in quel 1939, il suo unico obiettivo era evitare a qualsiasi costo una guerra all’Unione Sovietica.

Da Wikipedia: “I Sudeti (tedesco: Sudeten; ceco: Krkonošsko-jesenická subprovincie o Sudety; polacco: Sudety) sono un sistema montuoso al confine tra la Germania (Sassonia), la Polonia (Slesia) e la Repubblica Ceca (Boemia e Moravia). Poiché il nome, nel periodo compreso fra le due guerre mondiali, designò con un buon grado di approssimazione l’intera area tedescofona all’interno di Boemia e Moravia, con questa denominazione si definiscono talvolta le popolazioni tedesche ivi insediate fino alla seconda guerra mondiale (Sudetendeutsche o Tedeschi dei Sudeti)”. Nell’immagine. La regione dei Sudeti

Più volte la Risoluzione ribadisce che il patto indicato col cognome dei due ministri degli Esteri di allora avrebbe invece la responsabilità di aver “spianato la strada allo scoppio della seconda guerra mondiale”.

Stalin fa il patto con la Germania quando sono falliti tutti i tentativi di stringere accordi con l’Inghilterra e con la Francia, quando già Inghilterra e Francia hanno lasciato via libera a Hitler. Per paura, per incapacità, furono anni terribili per fare politica, sia chiaro. Ma certamente prima del Molotov-Ribbentrop, c’è l’annessione dell’Austria da parte della Germania nazista, siamo nel marzo 1938, e nessuno dice niente; subito dopo ci sono le rivendicazioni del Terzo Reich sui Sudeti, quindi su un pezzo di Cecoslovacchia, e con gli accordi di Monaco, fine settembre ’38, non solo nessuno dice niente bensì Regno Unito e Francia aiutano Hitler a costringere i cecoslovacchi a cedere quei territori; quindi pochi mesi più tardi, arriviamo al marzo 1939, Hitler invade il resto della Cecoslovacchia e, ancora una volta, Inghilterra e Francia restano alla finestra. Fino a quel momento, l’Unione Sovietica cercò in ogni modo di creare un’alleanza contro Hitler. I governi occidentali non si fidarono, si può anche dire che non avevano torto, però poi Churchill e Roosevelt daranno credito a Stalin e vinceranno la seconda guerra mondiale. In altre parole, affermare che il patto Molotov-Ribbentrop abbia spianato la strada al conflitto bellico ha senso solo se ricordiamo che fu l’ultimo atto di una sequenza di compromessi e cedimenti a Hitler. Tutti hanno ceduto a Hitler. E infine lo fece anche Stalin decidendo, con estremo cinismo, che fosse l’unico modo per salvaguardare il suo Paese da una guerra.

E neppure intendeva conquistare il mondo?

Vedere nel trattato di non aggressione un patto di spartizione tra due dittature, ribadisco, è falso e insensato. Fino ad allora Stalin aveva sostenuto la politica del socialismo in un solo Paese e aveva fatto fuori quanti teorizzavano la rivoluzione permanente e volevano esportarla a livello globale.

Premesso che affrontiamo una vicenda terribilmente complessa, non intendo affatto contestare le responsabilità staliniane: il Molotov-Ribbentrop è una mossa spudorata. Stalin era sempre stato disposto a fare delle giravolte incredibili, interessato unicamente al risultato da ottenere in quel momento. E in quel momento vuole assicurarsi che la Germania non attacchi l’Unione Sovietica e che l’Unione Sovietica non rimanga isolata. Dunque benissimo un patto col diavolo, un “il fine giustifica i mezzi” moralmente e politicamente discutibile, ma sul piano storico è un’alleanza fra due nemici che si odiano, consapevoli che cercheranno di imbrogliarsi l’un l‘altro. Sono assurde e senza fondamento tutte le letture che ritengono simili nazismo e stalinismo e la loro alleanza un fatto naturale.

E Hitler voleva la guerra?

Niente affatto, piuttosto per le sue mire era disposto a rischiare anche una grande guerra mondiale; in realtà avrebbe preferito che Inghilterra e Francia gli lasciassero conquistare la Polonia come aveva già fatto con l’Austria e la Cecoslovacchia. Nessuno lo aveva fermato e lui era andato avanti. Semplicemente. La stessa Polonia dell’epoca mise i bastoni fra le ruote ad un allargato schieramento contro Hitler ed è comprensibile: era nata da appena due decenni dopo una guerra con l’Urss e aveva il terrore di una riconquista. Per lo scoppio del conflitto mondiale l’atteggiamento polacco non fu tuttavia determinante, va messo bene in chiaro. Decisiva fu la debolezza dei governi del Regno Unito e della Francia, lo spettro di una nuova guerra, la diffidenza verso il dittatore sovietico Stalin e il cinismo criminale dello stesso Stalin.

A Odessa tra il 22 e il 24 ottobre 1941, un numero compreso tra 25.000 e 34.000 ebrei vennero uccisi a colpi di arma da fuoco o bruciati vivi dalle forze di occupazione rumene e tedesche. Nella foto, la copertina di un volume sull’occupazione

Nei Paesi dell’est Europa, prima del 1939 c’erano simpatie verso il fascismo e il nazismo?

È un argomento molto delicato ed è d’obbligo prendere atto di differenti sensibilità. Prima della seconda guerra mondiale quei Paesi avevano sistemi autoritari e militaristi ma non tutti allo stesso modo. In alcuni ambienti, c’era sì una sorta di attrattiva nei confronti del nazismo ma era l’anticomunismo il denominatore comune, talmente forte da accecare, da non permettere di vedere altro, come accade oggi. Soprattutto, e dispiace doverlo dire, erano Paesi violentemente antisemiti. In Polonia l’occupazione tedesca fu spaventosa, la popolazione resistette con grandissimo impegno e sacrificio, però che i nazisti sterminassero gli ebrei non lo valutò, al tempo, l’aspetto più terribile. I Paesi baltici si sentirono liberati dai nazisti dopo la breve occupazione staliniana e ci furono episodi di collaborazione delle milizie locali alla shoah ebraica. La Romania, che oggi si lamenta, nel 1941 insieme ai nazisti invase l’Unione Sovietica e contribuì al genocidio della comunità ebraica di Odessa. Purtroppo, l’antisemitismo diffuso nei Paesi dell’Europa orientale ha permesso che l’occupazione nazista non incontrasse una netta opposizione.

La Risoluzione è intitolata “Sull’importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa”.

Il documento concorre a consolidare un distorto e frequente luogo comune, cioè che la memoria da sola, possa unificare, si possa condividere. Ma la memoria non è critica, è parziale per definizione, e spesso infatti è usata per additare nei nemici. Ognuno, legittimamente, ha la sua memoria. Ma senza una visione d’insieme, se non si vuole restare confinati a un circoscritto punto di vista e provare a capire come l’umanità ha attraversato gli eventi, deve essere interpretata dalla storia. In Italia altrimenti ci dovremmo ricordare le stragi nazifasciste e i bombardamenti alleati, fatti che di per sé aiutano ben poco ad amare gli altri popoli… Il parlamento europeo parte dalla memoria e, già che c’è, suggerisce di abbattere i monumenti che ricordano una memoria che non gli piace! Quei monumenti rappresentano una memoria di parte? Certo, dunque abbatterli significa schierarsi dall’altra parte. La memoria del parlamento europeo è insomma brandita “contro” qualcuno.

Il parlamento europeo

Nel testo si rimarca l’adesione “all’UE e alla Nato dei Paesi dell’Europa centrale e orientale”, è c’è un appello alla società russa, “la più grande vittima del totalitarismo comunista”, affinché si confronti “con il suo tragico passato”. Cosa ne pensa Barbero?

Quella Risoluzione è chiaramente un documento politico, fabbricato con fini politici e per di più abbastanza mediocri. Mi fa venire in mente quei politici italiani che da quando è nato il nuovo governo gridano ai loro elettori: “Oddio oddio, i comunisti sono andati al potere!”. È un documento dalla visione stranamente provinciale e ristretta, arcaica, perché parla delle conseguenze della seconda guerra mondiale solo da un punto di vista molto localistico. Non c’è una parola sulla fine dell’imperialismo coloniale, sull’indipendenza dell’India e della Cina, per esempio. Anche la visione del comunismo è altrettanto limitata: è come se il comunismo si identificasse con lo stalinismo e con i regimi dei Paesi del Patto di Varsavia, quelli che fino alla caduta del Muro di Berlino facevano parte del blocco sovietico. Qualsiasi parallelo tra comunismo e nazismo è un falso storico. Il nazismo è durato vent’anni e ha governato un unico Paese per tredici anni; regime nazista e ideologia nazista sono la stessa cosa. Invece il comunismo è una realtà storica durata ben un secolo e mezzo, esisteva già alla metà dell’800. Ammettiamo per ipotesi, nonostante forse la Cina non sarebbe d’accordo, che non esista più dall’89, con il crollo dell’Unione Sovietica. Ebbene in tutti i Paesi del mondo ci sono state generazioni e generazioni di comunisti, nella maggior parte dei casi sono stati perseguitati, messi in galera; in altri, come in Italia e Francia, dal secondo dopoguerra sono stati elemento fondamentale della vita democratica. Non c’è alcun dubbio che, diversamente, in Urss il comunismo abbia dato luogo a un regime terribile e nell’Europa centrale e orientale a regimi che, come ho detto, si sono rivelati impopolari e oppressivi. Il punto è un altro però. La falce e il martello non sono simboli della dittatura di Stalin ma di una speranza che per oltre centocinquant’anni ha animato milioni di persone in tutto il mondo. Lo prova il fatto che si può essere comunisti e avere una pessima opinione di Stalin e criticare il suo regime; al contrario, ed è facile verificarlo, non troverà nessuno tra quanti si richiamano al fascismo che abbia la forza di criticare Mussolini e il suo regime; se lo immagina in Germania un neonazista che critichi il Führer? Non esiste fascismo al di là della dittatura di Mussolini, né nazismo al di là di Hitler. Il comunismo invece ha espresso diverse personalità e pensieri. Se avessi una vecchia tessera del Pci, magari firmata da Enrico Berlinguer, mi dovrei forse vergognare?

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Quando i fascisti ammazzarono il deputato Di Vagno

Giuseppe Di Vagno (da https://www.artribune.com/ attualita/2015/10/se-riqualificando-si-cancella -la-street-art-la-storia-di-gomez-a-corato/ attachment/giuseppe-di-vagno/)

Eccoli: il branco raggiunge Conversano (Puglia); si fa avanti per le strade del paese; sono sette, otto, forse dieci; sono tutti giovani e sono tutti reduci da una breve galera. Ora festeggiano l’amnistia di cui hanno beneficiato; schiamazzano; fanno baldoria. Poi si fermano sotto un balcone. Qui urlano “viva il 25 settembre”, osannando la data in cui l’anno precedente, 1921, hanno ammazzato il nemico di classe, il socialista Giuseppe Di Vagno.

Un passo indietro: 1919. La grande guerra è finita, è il tempo della riscossa dei lavoratori scampati allo scannatoio della trincea. È il tempo delle masse sfruttate che si organizzano in leghe e sindacati e eleggono i propri rappresentanti nel Parlamento di Roma. Quell’anno i socialisti raccolgono una marea di consensi (1.840.000 voti) e portano in Parlamento 156 rappresentanti, di cui 5 eletti in Puglia, piccola isola rossa in un meridione rimasto la grande riserva dei voti dei conservatori.

Quello stesso anno, un avvocato trentenne nato a Conversano e laureatosi a Roma, a nome Giuseppe Di Vagno, assume la direzione di Puglia Rossa, il giornale della Federazione socialista di Bari, e difende in tribunale i braccianti accusati di reati contro il latifondo e la proprietà.

Saranno gli sfruttati della circoscrizione Bari-Foggia a eleggerlo deputato nel maggio 1921.

Essi, infatti, lo conoscono bene e lo sanno al loro fianco, già prima dell’alba, quando muovono dalla piazza per camminare fino alle terre del latifondo per il quotidiano sfruttamento.

È la piazza il luogo della ribellione dei senza terra contro le squadre dei mazzieri assoldati dalla proprietà terriera che vigilano l’ordine padronale; a botte o con il potente strumento del ricatto della fame, riducono all’ossequio di schiavi i lavoratori ribelli.

Se i braccianti di Puglia conoscono bene Di Vagno, altrettanto bene lo conoscono gli squadristi, che ora, danno il turno alle squadre dei mazzieri, arruolando, non solo pregiudicati e avanzi di galera, secondo antica tradizione, ma le nuove forze del rancore antisocialista: studenti, ufficiali congedati, figli di agrari della piccola borghesia povera, avida di prestigio e denaro.

La mistica dannunziana della resurrezione della patria offesa dalla vittoria mutilata – di cui i socialisti devono pagare la colpa – è la cornice dentro cui si inscrive l’obiettivo di distruggerne le organizzazioni e eliminarne fisicamente i dirigenti, così da ristabilire, nelle fabbriche e nelle campagne, l’“onnipotenza padronale” (cit. Angelo Tasca Nascita e avvento del fascismo).

Le bande squadriste dosano il terrore, e, in base al terrore, scandiscono il tempo.

Il 30 maggio 1921, pochi giorni dopo la sua elezione, aggrediscono Di Vagno una prima volta.

Di Vagno non cede; allora si replica: un secondo agguato viene accompagnato dall’esplicito “consiglio” di levare il disturbo da quella terra di braccia affamate, già ferita dall’assalto di trenta squadristi che il 22 febbraio 1921 hanno dato alle fiamme la Camera del lavoro di Minervino Murge, e stanno continuando l’opera loro con la devastazione della Camera del Lavoro di Terlizzi, e con le mazzate in centro Bari, mentre si tiene il congresso provinciale della federazione dei lavoratori della terra.

L’arma dello sciopero generale proletario si spunta; in assenza di una direzione politica non-velleitaria, il furore contadino, che pure ha compreso come fascista mazziere e agrario siano un solo blocco, prende la scorciatoia di una jacquerie che si rivolta rabbiosa e istintiva contro il bestiame, gli alberi, le masserie dei proprietari, mentre la dilagante marcia fascista colpisce con geometrica precisione le sedi delle organizzazioni rosse, e i suoi uomini.

Ecco il branco che aspetta la fine del comizio a Mola di Bari; ecco Di Vagno che saluta i compagni, che riprende il cammino. È il momento: il branco spara tre revolverate e lancia una bomba a mano. Il nemico di classe, il deputato socialista Giuseppe Di Vagno, morirà il giorno dopo, 26 settembre 1921.

Immediatamente sulla stampa socialista, Giuseppe Di Vittorio, cui dobbiamo alcune righe struggenti sulla morte di Di Vagno, denuncerà la responsabilità di Giuseppe Caradonna, fondatore dei Fasci di Cerignola, esponente di punta dello squadrismo nel meridione, impunito anche nel dopoguerra.

E sarà ancora Di Vittorio nel dopoguerra a chiedere la revisione del processo: gli esecutori materiali del delitto saranno puniti con una breve detenzione, e, non diversamente da quanto era già accaduto tra il 1921 e il 1922, saranno amnistiati a fine luglio 1947.

Annalisa Alessio, vice presidente Comitato provinciale Anpi Pavia

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Un piccolo grande cimitero internazionale partigiano

Testimonia la lotta e la solidarietà di popoli uniti contro il nazifascismo il cimitero partigiano internazionale di Pozza e Umito, frazioni di Acquasanta Terme (AP). E da domani racconterà anche di uno straordinario impegno di ricostruzione e di recupero della memoria della Resistenza in un territorio glorioso. Le lapidi, le mura, tutta l’area erano state infatti gravemente lesionate dal terremoto dell’agosto di tre anni fa, dalla neve eccezionale dell’inverno successivo e dalle nuove scosse del gennaio. «Era un’ulteriore ferita per una Comunità che mai ha dimenticato», illustra Giuseppe Parlamenti, vicepresidente del Comitato provinciale Anpi picentino.

L’11 marzo del 1944 le contrade acquasantane di Pozza, Pito, Umito, San Martino, arrampicate sui marchigiani Monti della Laga (Parco nazionale del Gran Sasso) furono teatro di un eccidio di civili – 10 vittime, la più giovane era una bimba di undici mesi, sorpresi all’alba dalla 6°compagnia Brandenburg con l’indispensabile supporto dei collaborazionisti locali, buttati giù dal letto e crivellati a colpi di mitra – e di una battaglia durissima ingaggiata dai partigiani della formazione guidata dal capitano dei carabinieri Ettore Bianco, dove operavano anche militari inglesi, grecociprioti e soprattutto della ex Jugoslavia, fuggiti dopo l’armistizio dai campi di prigionia di Colfiorito e Servigliano.

Il cimitero internazionale partigiano di Pozza e Umito, frazioni di Acquasanta Terme, prima del terremoto (da http://www.cnj.it/PARTIGIANI/JUGOSLAVI _IN_ITALIA/IMG/cimitero1.jpg)

Caddero in 26 tra i boschi di castagni in uno scontro durissimo, tra loro pure una donna, falciata dai proiettili dopo essere riuscita a lanciare una bomba a mano e aver ferito gravemente un sergente tedesco. «Le spoglie delle vittime della strage e dei morti in combattimento – continua Parlamenti –– prima sepolte in una fossa comune, nel 1974 furono traslate nel cimitero. Sia il governo inglese sia quello della ex Jugoslavia volevano rimpatriare i loro connazionali, ma il sindaco di allora, Ciro Centini, eletto con la Dc, dando voce ai sentimenti della popolazione di Acquasanta, riuscì ad ottenere che restassero, per riposare insieme agli italiani: “Hanno vissuto per mesi nelle nostre povere case, abbiamo hanno condiviso momenti terribili e qui sono morti, lasciateli con noi”, documenta una corposa corrispondenza ufficiale».

Neppure due mesi dopo i sismi e le intemperie dell’inverno 2016-2017, già nel 73° anniversario del massacro nazifascista e della battaglia, la sezione dei partigiani di Acquasanta aveva ripristinato la grande targa marmorea del sacrario. Tuttavia i danni erano ingentissimi e se non ci fosse stato un intervento di messa in sicurezza da parte del Comune l’intero cimitero sarebbe franato a valle. Lavori costosi, oltre 64mila euro sono stati investiti dall’amministrazione cittadina, e a dare un importante contributo al restauro del cimitero, 8mila euro, è stato il Coordinamento nazionale per la Jugoslavia (Jugocoord).

Le opere di riqualificazione sono state realizzate ad agosto e così sabato 21 settembre e domenica 22 un doppio appuntamento ribadirà la vocazione democratica e solidale del territorio. Domani, si terrà l’inaugurazione del cimitero con gli interventi dei rappresentanti di tutte le istituzioni locali, a cominciare dal primo cittadino di Acquasanta Terme, Sante Stangoni, di Sergio Fabiani, presidente della Provincia, di Anna Casini, vicepresidente della giunta regionale, e del viceprefetto. Un parterre d’eccezione completato dal presidente dell’Anpi provinciale Pietro Perini, da Susanna Angeleri, componente del direttivo Jugocoord, e dall’attore Pietro Benedetti con la recitazione di stralci dalle “Memorie di Cola Giovanni”, un poemetto in ottava rima di Guido De Julius, reperita negli anni Settanta dal partigiano Drago Ivanović e rimasta inedita fino a oggi; parteciperanno inoltre alcuni familiari dei Caduti stranieri che porteranno le testimonianze dei loro congiunti, il vicesindaco di Arquata del Tronto, Michele Franchi, con il gonfalone del suo Comune, anch’esso distrutto dal terremoto; rappresentanti delle associazioni d’arma e delle sezioni dei partigiani dall’intera provincia.

La lapide della tomba dei tre combattenti montenegrini finora ignoti e di cui non si conosceva il luogo di sepoltura

Sarà Giuseppe Parlamenti, dopo il taglio del nastro, ad avviare la cerimonia inaugurale con una relazione sulla storia del cimitero e sul restauro. Il vice presidente provinciale dei partigiani ha infatti personalmente ha curato la revisione dei dati riportati sulle lapidi e verificato l’anagrafica e la corretta grafia dei nomi, inserendo inoltre quelli di tre Caduti montenegrini finora assenti (mentre era riportato un solo diverso nominativo, risultato errato).

Sono dunque 37 le lapidi per 39 Caduti: le vittime dell’11 marzo 1944, e altre tre originarie di Acquasanta morte in altre date o luoghi: in particolare di, 13 italiani, 21 jugoslavi (montenegrini), e 5 tra inglesi e grecociprioti.

All’ingresso del cimitero, ci anticipa Parlamenti, è stato istallato un pannello che riporta le vicende accadute e l’Albo d’oro di tutti i combattenti di Acquasanta Terme, partigiani e patrioti operanti anche fuori del territorio che può vantare al Valor Militare ben 2 Medaglie d’Argento, 6 di Bronzo, 2 Croci al VM e 15 Croci al merito di guerra (queste ultime concesse a chi, pur senza aver compiuto particolari e rischiose azioni, avesse fatto onore al Paese per almeno 5 mesi). Tra i decorati anche il parroco di Umito, Gisberto D’Angelo, che ospitò il comandante Bianco e si adoperò per far rilasciare alcuni ostaggi e prigionieri in mano ai tedeschi.

Il pannello riporta anche una frase pronunciata da una delle giovani vittime della strage, Emidio Collina, appena diciottenne, al maresciallo, italiano collaborazionista, che gli sparava: ”Cittadino, quando vedrai mia madre dille di non piangere, giacciono con me fratelli italiani, jugoslavi, inglesi, grecociprioti”. Quei mesi di lotta continuano a unire i popoli, “Qui trovammo fede, madri, fucili. I morti lo sanno i vivi non dimenticheranno”, recita un’altra iscrizione.

E con i familiari dei Caduti stranieri, domenica 22, alle ore 10, si terrà una cerimonia all’ex campo di prigionia di Colfiorito da cui riuscirono a scappare la maggior parte dei militari degli eserciti Alleati che poi rimarranno sui Monti della Laga a combattere nella formazione di Bianco.

Un’altra lapide posta alla vigilia della nuova inaugurazione del Cimitero internazionale partigiano di Acquasanta ricorda i lavori di costruzione e restauro

«Trovarono ospitalità, solidarietà e affetto in case di persone poverissime, già provate dalla miseria prima della guerra. Grandioso fu il contributo delle donne del luogo», precisa Parlamenti. Se Martina Cristanziani, Caduta nella battaglia dell’11 marzo ’44, è considerata nell’Ascolano simbolo delle donne partigiane, non di meno fu generoso e imponente l’apporto di tutte le donne di Acquasanta, sfamarono i partigiani e in tantissime furono staffette.

Il libro “La libertà… racconti di donne resistenti” scritto da Rita Forlini, l’altra vicepresidente del comitato provinciale Anpi di Ascoli Piceno, e Pacina Pacioni, allora consigliere alle Pari opportunità del capoluogo (pubblicato grazie al Comune di Teramo, all’Arci e all’Istituto storico locale della Resistenza) e attraverso i ricordi della famiglia Digiambattista ripercorre la formidabile partecipazione del mondo femminile acquasantano alla lotta di Liberazione. «Anche le più giovani rischiarono la vita per procurarsi i vettovagliamenti e consegnare le informazioni ai partigiani», spiega la vicepresidente dell’Anpi picentina Rita Forlini. Sabato 21 settembre molti  coetanei di quelle donne e dei Caduti parteciperanno alla nuova inaugurazione del Cimitero partigiano. «Con gli studenti, i loro genitori e gli insegnanti dell’Istituto comprensivo del Tronto e Valfluvione l’Anpi avvierà un progetto di incontri con la storia e la giornata di domani rappresenterà un passaggio di testimone dal passato al presente» aggiunge la vicepresidente Forlini. «Nel segno dell’auspicio riportato sulla targa che da domani accoglierà i visitatori», conclude il vice presidente Parlamenti. Quell’epigrafe, oggi più attuale che mai, è quasi un appello: “Fiumi di sangue divisero i popoli. Che oggi il sacrificio dei compagni migliori li unisca”.

L’articolo Un piccolo grande cimitero internazionale partigiano proviene da Patria Indipendente.

Anno V n. 67

In questo numero:

 

 

 

In copertina

CONFESSO CHE HO VISSUTO

Gad Lerner, Laura Gnocchi

I due giornalisti ci parlano di un grande lavoro in corso: la costruzione dell’archivio multimediale delle testimonianze partigiane, con le parole dei combattenti per la libertà viventi. Un monumento virtuale, un memoriale della Resistenza italiana

L’editoriale

Per un governo democratico contro ogni deriva autoritaria

Carla Nespolo

Gli squallidi episodi di Pontida. I pericoli della situazione italiana. Luci ed ombre del programma del nuovo esecutivo. I compiti dell’Anpi. Il 19 e 20 ottobre due giornate straordinarie di tesseramento 2019

Servizi

Idee

La patria, l’8 settembre e l’oggi

Claudio Vercelli

Con l’entrata in guerra si avvia la crisi finale del fascismo. Nasce così il rifiuto progressivo della “patria fascista”. Il collasso dell’autunno ’43 e la nascita di una patria di libertà, giustizia e diritti. Illusioni e contraddittorietà di sovranismi ed identitarismi attuali

Formazione

PROMEMORIA 1. Forse non tutti sanno che…

Paolo Papotti

Una rubrica di formazione collegata all’indirizzo web https://promemoria.anpi.it/. Si tornerà sulle date che hanno contraddistinto il periodo che va dal 1918 al 1948. Ed ecco un’ampia introduzione

Servizi

Le Guide Invisibili di Roma

Mariangela Di Marco

La questione migranti può essere affrontata con irrazionalità, alimentando paura e odio, blindando i confini nazionali e rimandando l’integrazione ad un futuro imprecisato. O attraverso una progettualità indirizzata all’accoglienza e all’integrazione. La cultura va in questa direzione

Cittadinanza attiva

Una povera messa per un povero prete

Wladimiro Settimelli

L’anniversario dell’assassinio mafioso di Don Pino Puglisi, il sacerdote dei diseredati. Un funerale sconcertante: agenti con le mitragliette e dietro il feretro quattro gatti

Cittadinanza attiva

L’Anpi, la crisi, il nuovo governo

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Il documento del Comitato nazionale Anpi approvato nella seduta del 12 settembre

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«Datemi una maschera e vi dirò la verità»

Letizia Annamaria Dabramo

Dal teatro dell’antica Grecia ai fotofiltri dello smartphone e ai social, passando per la letteratura, i fumetti, il cinema e la musica. Un salto temporale millenario per individuare un denominatore comune: la necessità di celarsi e riproporsi con una nuova identità

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Genova amarcord, fra tragedia e Liberazione

Natalia Marino

Pierina Equilibrio, “La guerra di nonna Wilma: 1940-1945”, 2012, Roma, Esse Grafiche, pp

 

 

 

Pentagramma

Maria Monti, fuori dal coro

Chiara Ferrari

Vita, opere e amori della grande artista milanese. Con un’intervista: “Per fortuna alla televisione, in quelle trasmissioni del sabato sera, mi facevano cantare. Una canzone e basta, ma era comunque qualcosa. Per loro ero stramba”

 

Servizi

Approfondimenti

Quel maledetto settembre 1939

Fausto Vighi

Quasi giorno per giorno le tappe dell’avvio della più grande tragedia nella storia dell’umanità

Servizi

Vivere la Resistenza francese nel Museo di Parigi

Giovanni Baldini

Aperto al pubblico il Musée de la Libération de Paris, che incorpora i due Musée du Général Leclerc e Musée Jean Moulin. Le tre figure principali raccontate. Il sotterraneo dove risiedeva il Comando parigino

Servizi

Francia liberata: la lotta degli immigrati

Salvatore Palidda

Una pagina di storia ancora trascurata. Il “Gruppo Manouchian”. I Franchi Tiratori e le azioni di guerriglia urbana. Una poesia di Luis Aragon. La testimonianza di Martino Martini

 

 

 

 

Profili partigiani

I ragazzi del Churchill Club

Stefano Coletta

La lunga e avventurosa storia di alcuni adolescenti danesi che, davanti all’occupazione nazista del loro Paese, decidono di dar vita ad un nucleo di resistenza

 

Approfondimenti

La drammatica fine della corazzata «Roma»

Roberto Bonfiglioli

9 settembre 1943: colpita dai bombardieri tedeschi, la nave, che navigava verso l’Asinara, affondava portando con sé più di 1300 uomini di equipaggio. Fra le vittime, l’ammiraglio Bergamini che aveva affermato: “Ciò che conta nella storia dei popoli non sono i sogni e le speranze e le negazioni della realtà, ma la coscienza del dovere compiuto fino in fondo”

Approfondimenti

Un mese di fuoco

Patria indipendente

Giorno per giorno, le vicende di quel mese terribile e indimenticabile del 1943, che segnò l’occupazione tedesca del nostro Paese e l’avvio della Resistenza

Terza pagina

Librarsi

Nel millenovecentodiciannove…

Enzo Fimiani

Claudio Vercelli, “1919: l’anno fatale. Da piazza san Sepolcro a Fiume”, Torino, Edizioni del Capricorno, 2019, € 13,00

Librarsi

Partigiani di Sardegna

Valerio Strinati

“La Sardegna e la guerra di Liberazione: studi di storia militare”, a cura di Daniele Sanna, scritti di Francesco Ledda, Giuseppe Manias, Giuseppe Sassu, Walter Falgio, Franco Angeli editore, Milano 2018, pp. 160, € 20,00

Forme

Bauhaus, il design della democrazia

Francesca Gentili

I cento anni dell’innovativa scuola di artisti-artigiani fondata a Weimar nel primo dopoguerra e soppressa dal nazismo

 

Librarsi

La macchina totale e la fame

Sebastiano Leotta

Appunti leggendo e rileggendo “Se questo è un uomo” di Primo Levi

 

 

 

Red carpet

Il popolano e la cultura

Serena d’Arbela

“Martin Eden”, di Pietro Marcello. Con Luca Marinelli, Jessica Cressy, Vincenzo Nemolato, Marco Leonardi, Denise Sardisco. Italia, 2019

Librarsi – Bottoni

“Bottoni” n. 8

Irene Barichello

Leggere e rileggere

 

 

Ultime da Patria

Cronache antifasciste

Bella Ciao a Ferrara

Mariangela Di Marco

I bambini cantano e il vicesindaco Nicola Lodi (Lega) afferma: «Vergognosa iniziativa canora». La replica: «Solo i fascisti hanno paura di Bella ciao». Un corteo porta un fiore davanti alla targa che ricorda la fucilazione del 15 novembre 1943 di 11 antifascisti

Librarsi

L’ecosistema di CasaPound

Redazione

In un volumetto la ricerca pubblicata su “Patria indipendente” su associazioni e attività collaterali del gruppo neofascista

Profili partigiani – Cittadinanza attiva

Da Cisternino alla Val d’Aosta

Tea Sisto

Pietro Parisi, “Brindisi”, il partigiano maratoneta, oggi 95enne, combattente nella 176ª Brigata Garibaldi “Gramsci”. Ad agosto l’incontro nel suo paese con i dirigenti dell’Anpi della Valle

Librarsi

Il partigiano Nicola

Gioacchino Martino

Nicola Mattanò, “Un soldato italiano in Jugoslavia, 1942-1945”, Edizioni Araba Fenice, 2019, pp. 112, € 11,40

Interviste

Umanamente umani

Irene Barichello

Guido Turus ci parla di Solidaria, festival del Terzo settore a Padova. Cambiamenti climatici, sconfinamenti, identità, radici

Cittadinanza attiva

Scuole al centro della comunità

Fabio Rocco

Il progetto “La mia scuola è differente!” in tre città, Padova, Milano e Torino, in quartieri con presenza di sacche di disagio socioeconomico, importanti trasformazioni urbanistiche dovuta all’arrivo di nuove famiglie con la conseguente necessità di ricostruire relazioni sociali e riorganizzare il sistema dei servizi pubblici e privati

 

Patria, il quotidiano

Servizi

Il Comandante Max e l’8 settembre

Redazione

Nel ricordo di Massimo Rendina, giornalista e partigiano, in Campidoglio a Roma una grande iniziativa di memoria per quel giorno del 1943, quando il re fuggì e nacque la Resistenza. Gli interventi di Fabrizio De Sanctis, Davide Conti, Aldo Pavia, Iole Mancini, Massimo Pradella, Gianfranco Pagliarulo. Il concerto conclusivo

 

Interviste

Il monumento a La Maddalena

Natalia Marino

Nell’arcipelago un omaggio ai Caduti della Resistenza in Sardegna. La drammatica storia dei militari italiani nell’isola dopo l’8 settembre. Piero Cossu, vicepresidente nazionale Anpi: “Per ricordare la Liberazione della Corsica è stato eretto un monumento con una scritta in tre lingue, francese, corso e arabo. Nessuno ha ricordato il sacrificio italiano”

Anniversari

Il mio 8 settembre e la Resistenza armata

Nazzareno Ciofo

A Berane con la Divisione “Venezia”: la testimonianza di Nazzareno Ciofo, combattente in Montenegro

Anniversari

Il mio 8 settembre e la Resistenza armata

Alberto Cipellini

Oggi e domani due testimonianze da dove si sviluppò subito la lotta antifascista contro i tedeschi. Ecco in questo articolo le parole di Alberto Cipellini, partigiano a Cuneo

Cittadinanza attiva

Antonio e Donato: per ricordare due partigiani

Natalia Marino

A Ostuni, nel brindisino, una nuova sezione dell’Anpi intitolata al Maggiore del Genio del Regio esercito, Antonio Ayroldi, Caduto alle Fosse Ardeatine. A Francavilla Fontana un’altra sezione intitolata a Donato Della Porta, combattente della 54ª Brigata Garibaldi. Il presidente provinciale dell’Associazione, Donato Peccerillo: «Il buon risultato è frutto di un lavoro costante e paziente»

Anniversari

Danzica, 1° settembre 1939

Redazione

Con l’invasione della Polonia inizia la Seconda guerra mondiale

 

Profili partigiani

La tragedia dei quattro partigiani

Pierfranco Occelli

Racconigi (Cuneo), agosto 1944: Ernesto, Johnson, Kiri, Valanga scompaiono; Ernesto precipita in un dirupo, Kiri e Valanga sono fucilati, Johnson, prima orribilmente torturato, viene finito a colpi d’arma da fuoco

 

 

Servizi

Mattarella: “La storia si può ripetere”

 Redazione

Il Presidente della Repubblica a Fivizzano (Massa Carrara), dove tra il 24 e il 27 agosto 1944 furono trucidate 173 persone dai nazisti e dai fascisti della Brigata nera

Servizi

La montagna della vergogna

Redazione

Finanziata con soldi pubblici, riappare la scritta Dux sul monte Penna in Abruzzo, nel Chietino, luogo di Resistenza. Per il sindaco “solo” un’attrattiva turistica. Insorgono Anpi e cittadini. Presentata un’interrogazione parlamentare. E parte una raccolta firme per dire No a una Predappio in Abruzzo

L’articolo Anno V n. 67 proviene da Patria Indipendente.

CONFESSO CHE HO VISSUTO

Il progetto “Noi, partigiani”, archivio multimediale delle testimonianze partigiane promosso dall’Anpi col fondamentale contributo dello Spi-Cgil, ha preso operativamente il via. Sono state infatti realizzate – col coordinamento di Laura Gnocchi e Gad Lerner – le prime 50 interviste in tutta Italia. Per avere più dettagli sul lavoro svolto fino ad oggi abbiamo chiesto ai due coordinatori di raccontarcelo. Pubblichiamo di seguito i loro articoli. 

Da sinistra: il giornalista Gad Lerner, Andrea Liparoto, componente della Segreteria nazionale Anpi, la giornalista Laura Gnocchi alla presentazione del progetto “Noi, partigiani” svoltasi a Roma il 30 maggio scorso nella sede nazionale dell’Anpi

Gad Lerner: una corsa contro il tempo

Dopo le prime cinquanta interviste filmate a partigiane e partigiani d’Italia, possiamo ben dire che si tratta di un’esperienza commovente ed entusiasmante per noi che abbiamo la fortuna di viverla. Ma dobbiamo subito aggiungere che portare a termine in tempi ragionevoli questo progetto ambizioso, e più che mai necessario – intervistare tutti coloro che sono ancora in grado di rilasciare la propria testimonianza – richiede un forte impegno; una mobilitazione collettiva nella quale devono attivarsi le strutture territoriali dell’Anpi e gli Istituti storici della Resistenza, insieme ai giornalisti volontari, ai cineoperatori e allo Spi-Cgil da cui abbiamo ricevuto un sostegno prezioso.

Quasi sempre, nelle case dei partigiani che ci accolgono, vicino ai protagonisti delle testimonianze troviamo figli, nipoti, amici che al termine di un’ora d’intervista hanno gli occhi lucidi. Non esagero se vi racconto di avere percepito momenti di felicità condivisa, di gran lunga prevalente sulla malinconia. Provo spesso la sensazione di accostarmi a un tesoro nascosto.

Gad Lerner col comandante partigiano Germano Nicolini ”Diavolo” di Reggio Emilia

Emergono ricordi personali, episodi drammatici, dinamiche familiari, rievocazioni di figure ingiustamente dimenticate, ma anche riflessioni politiche significative sul cammino incompiuto del dopo Liberazione. Sapere che tutto ciò non andrà perduto, ma entrerà a far parte di una memoria collettiva condivisa, è di conforto per tutti i partecipanti, e sono convinto che si rivelerà prezioso non solo per i ricercatori ma per tutti i cittadini che vogliano tenere viva la consapevolezza di quali siano le radici della nostra democrazia: un bene sempre rimesso in discussione anche nel tempo contemporaneo, mai conquistato definitivamente.

Il nucleo del progetto “Noi, Partigiani” è un’indagine sulle scelte personali di ciascuno, sulle motivazioni che portarono giovani e giovanissimi ad assumersi il rischio del passaggio all’azione. Questo elemento di soggettività, spesso trascurato dagli storici del passato, assume sempre maggior rilevanza anche nella metodologia dei ricercatori impegnati nel filone della microstoria, nell’interpretazione “dal basso”, a partire dalle voci popolari, di quel passaggio storico fondamentale dalla dittatura alla democrazia.

Gad Lerner con, al centro della foto, il partigiano Pasquale Cinefra di Alessandria

In una seconda fase del nostro lavoro, naturalmente, sarà necessario raccogliere anche i materiali filmati in cui parlano i dirigenti scomparsi del movimento partigiano, le grandi personalità nazionali che guidavano i Cln e le Brigate, i comandanti partigiani delle cui gesta è rimasta solo una traccia nei singoli territori d’azione. Testimonianze sparse, spesso incise solo su vecchie pellicole o su dvd, che andranno censite, riordinate e messe a disposizione in un archivio nazionale che grazie ai nuovi strumenti digitali sarà fruibile a livello nazionale e internazionale. Ci siamo resi conto che in molti hanno già spontaneamente realizzato interviste filmate, spesso all’insaputa gli uni dagli altri, senza che finora si sia realizzato il coordinamento nazionale necessario. Guai se questi materiali andassero perduti o rimanessero dispersi. Ma tutto questo verrà dopo.

Intanto, lasciatemelo dire, siamo impegnati in una corsa contro il tempo. Laura Gnocchi ed io quasi tutti i giorni ci sentiamo in colpa apprendendo che è venuto a mancare un testimone prima che noi lo raggiungessimo con le nostre telecamere.

Gad Lerner con Enrica Morbello Core partigiana di Casale Monferrato (AL)

Il fatto che a parlare, oggi, siano donne e uomini che nel 1943 erano giovanissimi, talvolta solo adolescenti, perfino bambini, lungi dallo sminuire il valore del nostro progetto consentirà nel futuro di comprendere cosa è passato nella testa di quelle ragazze e di quei ragazzi chiamati a una scelta fatidica, con tutte le implicazioni di rischio personale che essa comportava: il ragazzo veneziano di buona famiglia che lascia il suo liceo un anno prima della maturità per andare in montagna in Friuli, senza avvertire i genitori; la quattordicenne sfollata in un casolare appenninico che si mette quasi per caso a fare la staffetta su e giù per i boschi; il suo coetaneo figlio di antifascista perseguitato che si separa dalla madre vedova e acquisisce dimestichezza nell’uso delle armi, trasformandosi da apprendista di fabbrica in combattente… Potrei continuare a lungo con gli esempi.

C’è chi ha dovuto raccogliere il corpo sfigurato dell’amico d’infanzia trucidato dai nazisti, chi è stato di persona sul luogo di stragi efferate come quella della Benedicta, chi ha attraversato posti di blocco portando nella borsa da levatrice delle bombe a mano… Potrei continuare a lungo.

Solo una minoranza di loro nel dopoguerra ha proseguito nell’impegno politico militante. I più sono tornati a un’esistenza spesso umile e faticosa. Ma i legami intrecciati in quei pochi mesi di Resistenza sono proseguiti nel tempo e rimangono fondamentali per chi li ha vissuti. Chi è stato partigiano, resta partigiano per sempre.

Sono convinto che la nostra non sia soltanto un’opera di documentazione. Quando l’avremo portata a termine, costituirà un inedito monumento virtuale, al quale spero in futuro si possa rendere omaggio non solo attraverso la rete internet, ma anche in una apposita sede fisica: un memoriale della Resistenza italiana che al momento non esiste ancora.

È solo un sogno? L’impegno di noi tutti lo sta già trasformando in realtà. Scusatemi, allora, se concludo con un invito dal tono brusco: sbrighiamoci!

Gad Lerner

P.S.: Io, per rispetto, le interviste le faccio tutte indossando la cravatta e dando del lei ai partigiani. Ma non è un dress code obbligatorio…

Ecco il video di presentazione dell’iniziativa, già pubblicato su Patria indipendente il 30 maggio 2019

Laura Gnocchi col partigiano Giacomo Scaramuzza di Piacenza

Laura Gnocchi: ogni intervista è un dono prezioso

Si presenta così, appoggiandosi su due stampelle ma con indosso una tutina da ciclista, sì di quelle aderenti con i pantaloncini corti, un gigantesco cappello texano e occhiali da sole a specchio. Confesso che il mio primo pensiero, non commendevole, è stato: oddio, non è che voterà Salvini? Invece Mario è rimasto comunista come quando a quattordici- anni-quattordici salì in montagna. Si lamenta ancora oggi che lo misero a fare il garzone, vedi un po’… Non ha una bicicletta ma una di quelle motorette che usano gli anziani quando iniziano a camminare un po’ peggio e sulla quale sventola una bandierina dell’Anpi. E su un altro veicolo diversamente veloce, il deambulatore con cui si muove in una casa protetta, la staffetta Piera ha fissato una coccarda tricolore…

I partigiani sono il mito della mia infanzia. Papà in montagna, un nonno operaio comunista, l’altro nel Cln, persino il gatto di famiglia divenne il bersaglio degli alpini fascisti della Monterosa e finì tutte le sue nove vite su un muretto assolato. Così sono entrata in questa avventura entusiasta, ma con una sottilissima preoccupazione, quella che ha, o farebbe bene ad avere, chiunque stia per vedere da vicino un mito (come dire, se una sera per caso trovo Bruce Springsteen in piazza di Spagna e scopro che non compra la rosa che gli offrono?).

Beh, pericolo scampato. Le persone che ho incontrato in questi mesi sono dei miti. Simpatici, forti, insegnano, confermano commuovono.

Gad Lerner, Carla Nespolo, presidente nazionale Anpi, e il segretario generale dello Spi-Cgil, Ivan Pedretti, alla conferenza stampa di presentazione del progetto “Noi, partigiani”. Foto: Imagoeconomica

L’idea, tanto per riassumerla, sarebbe quella di intervistare tutti i partigiani viventi. Lo so è tardi, bisognava svegliarsi prima, ma non è che fino a oggi la gente abbia dormito. Tante sezioni dell’Anpi mi hanno parlato di lavori fatti in precedenza, di interviste registrate ai comandanti, ci sono storici, registi, attivisti che hanno raccolto materiale prezioso.

Ecco, quello che io e Gad Lerner con la Presidenza nazionale dell’Anpi vorremmo fare è un Archivio nazionale delle videotestimonianze dei combattenti per la libertà.

Gad lo chiama monumento virtuale, chiamiamolo se volete un riconoscimento ai vecchi e un regalo ai giovani di buona volontà.

Per farlo si è già mobilitata tanta gente. Perché di quella generazione di fenomeni ce ne sono fortunatamente ancora parecchi. Hanno tutti dai 90 anni in su, qualcuno 100, qualcuno anche 101.

Come Mario, “romano de Roma”, 101 anni appunto, che durante l’intervista con Gad si è rivolto alla ragazza che faceva le riprese: signorina, se lei mi avesse conosciuto nel ’45, su di me ci avrebbe fatto un pensierino…

Finora abbiamo fatto una cinquantina di interviste tra Roma, Milano, Alessandria, Bolzano, Piacenza, Reggio Emilia, Bologna, Ravenna, Como, Varese, Bari e dimentico sicuramente qualcosa… Funziona così: riceviamo le segnalazioni dagli Anpi provinciali, prendiamo appuntamento con il partigiano o la partigiana, un videomaker e si accende la telecamera.   Non sono servizi da tg, ma testimonianze. Così la persona racconta, ricorda, anche a lungo, magari molto a lungo.

Ci sono quelli che te la spiegano in modo sintetico, rispondono alle domande come non avessero fatto altro in via loro.

Ci sono quelli che un po’ si perdono e bisogna riportarli sulla retta via (Gad in questo è maestro).

Per quasi tutti è importante ricordare i luoghi: ha presente, signora, dove c’era il forno di Mario? No, mi spiace non sono di Piacenza… Sa dove c’è il ponte sull’Adige? No, mi spiace non sono trentina… Ma a loro che tu venga da un’altra parte non importa, continuano a raccontare come se la toponomastica della memoria li aiutasse a creare i ricordi.

Accanto a loro ci sono spesso altre persone preziose: i dirigenti provinciali dell’Anpi. Fondamentali e appassionati nell’aiutare noi “foresti” ad orientarci, a illuminarci quando l’intervista scivola nel dialetto, a segnalare quell’episodio che magari sta per sfuggire.

E poi ci sono le persone che le interviste le fanno. Gad, io e tutti gli amici giornalisti che (ovviamente del tutto gratuitamente) prestano il loro tempo. La casa di produzione milanese che ci ha messo a disposizione i mezzi e ci ha fatto partire, i videomaker che le riprese le fanno gratis o a prezzo politico. E tante persone che si sono offerte da tutta Italia: alcune sono già in pista, con le altre mi scuso se non sono ancora riuscita a coinvolgerle.

Non so, io credo che qualcosa di buono ne verrà fuori. Che le testimonianze raccolte da noi e quelle già fatte e che speriamo di riunire in questo progetto, diventeranno davvero un monumento virtuale.

Intanto grazie. Di quel dono prezioso che ogni intervista mi ha lasciato: la sensazione che una parte giusta esista e che incontrare quelle persone ti ci avvicini un po’ di più.

Laura Gnocchi

L’articolo CONFESSO CHE HO VISSUTO proviene da Patria Indipendente.