La tragedia dei quattro partigiani

3 maggio 1808, Goya

L’agosto del 1944 è stato un mese particolarmente sfortunato per il partigianato racconigese, in un territorio del cuneese dove il Comune principale conta oggi meno di diecimila abitanti. Infatti quattro partigiani, in quegli assolati giorni di mezza estate, sono caduti sotto il piombo dei nazifascisti.

Ernesto Sismonda (Ernesto), 2 aprile 1926 – 22 agosto 1944

Ernesto Sismonda sale tra i partigiani della Valle Po a soli 18 anni, nel mese di maggio ’44, quando la sua classe di leva viene chiamata alle armi per la Rsi dai famigerati bandi Graziani.

Dopo poche settimane di addestramento, viene inquadrato nella 4ª Brigata Garibaldi “Cuneo”.

Subito dopo la metà di agosto (gli Alleati sono sbarcati oltralpe, nella vicina Provenza) comincia il grande rastrellamento tedesco. La Brigata sale la valle e, per sfuggire all’accerchiamento, attraverso passaggi in alta quota, si porta in Val Varaita e passa successivamente in Francia. Durante un combattimento, Ernesto muore. Probabilmente precipita in un dirupo perché il suo corpo non verrà mai ritrovato. È l’unico disperso tra i partigiani racconigesi.

Un destino particolarmente avverso si è accanito sulla sua povera madre: anche il fratello maggiore, Matteo, era risultato disperso nelle steppe di Russia durante la tragica ritirata.

Giuseppe Ferzero (Johnson), 24 maggio 1916 – 29 agosto 1944

Giuseppe Sapino (Kiri), 14 luglio 1927 – 29 agosto 1944

Renato Bonino (Valanga), 4 febbraio 1922- 29 agosto 1944

Strano destino quello di questi tre partigiani. A fine maggio ’44 partono assieme, e con loro ci sono molti altri giovani racconigesi che fortunatamente sono tornati, verso le colline della vicina Langa, tra Monforte, la Morra e Verduno. Tutti fanno parte della XIV Divisione Garibaldi “Capriolo” ma in due Brigate diverse: uno nella 179ª “Lamberti” e gli altri due nella 48ª “Di Nanni”.

Ferzero era il più anziano, aveva 28 anni, di lavoro faceva l’impiegato e, di fronte alla prospettiva del richiamo, aveva preferito prendere la strada delle colline anche perché all’epoca il C.L.N. racconigese indirizzava tutti verso le Langhe.

Sapino era il più giovane: aveva scelto di stare con i partigiani quando non aveva ancora 17 anni, seguendo alcuni amici della sua età o di qualche mese più vecchi di lui.

Bonino non era propriamente un racconigese, abitava a Torino, ma era sfollato a Cavallerleone, paese d’origine della famiglia. Era amico del gruppo di giovani racconigesi che si erano arruolati tra i partigiani e avevano raggiunto le colline delle Langhe.

Tutto fila liscio fino al mese di agosto. La parte delle Langhe tra Verduno e Monchiero è totalmente in mano ai partigiani, che siano i Garibaldini della XIV “Capriolo” o gli Autonomi della XII “Bra”. Ciò causa enormi difficoltà di comunicazione sia ai tedeschi sia soprattutto ai fascisti (militi della Muti, brigatisti della Brigata nera mobile “Ricciarelli”).

Si scatena perciò un terribile rastrellamento. Un gruppo di circa una trentina di partigiani tra garibaldini ed autonomi viene accerchiato e costretto ad arrendersi, con la promessa di aver salva la vita. Ovviamente la promessa dei fascisti non viene mantenuta e i partigiani vengono fucilati nei dintorni della Frazione Cerequio di La Morra. Kiri e Valanga sono tra questi, anche se Valanga, benché ferito, riesce ad allontanarsi e morirà più tardi dissanguato.

Johnson viene catturato poco dopo, orribilmente torturato e, trasportato verso Alba dai fascisti, colpito a morte e scaricato in un fosso sulla strada tra Verduno e Roddi.

Per la cronaca, i fascisti non riuscirono a proseguire oltre la Morra e dovettero ritirarsi: insomma, una vittoria dei partigiani, anche se pagata a caro prezzo.

Pierfranco Occelli, presidente sezione Anpi di Racconigi

L’articolo La tragedia dei quattro partigiani proviene da Patria Indipendente.