Una ragazza di nome Henny

La giovane Henny Sinding in una foto d’epoca

«Non abbandonerò il suolo svedese se prima il suo governo e il suo re non mi assicureranno che il loro Paese si prodigherà a salvare il maggior numero di ebrei danesi». Con queste parole Niels Bohr, fisico di origini ebraiche, premio Nobel per la fisica e fondatore, nel 1921, del Copenaghen institute for theoretical physics, rifiuta di salire sull’aereo che da Stoccolma lo condurrà a Londra.

Inutili le insistenze dei funzionari svedesi, lo scienziato è testardo e solo in seguito alle rassicurazioni ricevute dal ministro degli Esteri e dal sovrano Gustav V accetta di assecondare la richiesta delle autorità inglesi.

Il 2 ottobre 1943, alle 7 del mattino, lo speaker della radio legge un comunicato: «La Svezia si rende disponibile ad accogliere tutti gli ebrei danesi che giungeranno sul suo suolo».

Nasce la speranza di salvezza per una moltitudine di disperati: il giorno precedente Hitler (secondo le rivelazioni di diplomatico tedesco di stanza a Copenaghen, Georg Ferdinand Duckwitz) ha ordinato l’arresto e la deportazione di tutti gli ebrei danesi.

La Danimarca è occupata dai nazisti fin dall’aprile 1940 ma, diversamente dal resto dell’Europa invasa dalle truppe del Reich, ha potuto contare su un buon margine di autonomia interna; la comunità ebraica non ha subito soprusi: i teutonici non hanno voluto creare attriti con una popolazione “ariana” che non conosce l’antisemitismo (tant’è che 1200 ebrei esuli dalla Germania hanno trovato riparo proprio in Danimarca, dopo il 1933). Dall’estate 1943 però tutto è cambiato: il governo è stato sciolto, è stata imposta una piena occupazione militare e gli ebrei sono in pericolo. Tutto il popolo danese desidera salvare i connazionali ebrei dalla macchina della morte, sono «compagni, amici, ma soprattutto danesi».

Il problema è trovare il modo per arrivare alle sponde dell’ospitalità: lo stretto dell’Øresund, in quel periodo dell’anno è agitato e sferzato dai venti freddi del nord e a complicare le cose concorre la presenza della Marina del Reich che ha vietato la navigazione alle imbarcazioni da diporto.

Un’opportunità è rappresenta dai pescherecci per le aringhe, in particolare i 1300 che possono salpare poiché quell’alimento è indispensabile a sfamare i tedeschi. Il tragitto è tuttavia costoso e, nonostante gli aiuti dei benefattori locali, sono i controlli delle SS alle dighe foranee a scoraggiare gli imbarchi. A Gilleleje, località del nord a poche miglia marine dalla Svezia, il 3 ottobre la Gestapo intercetta la motonave Dannebrog con diciannove ebrei. Gli agenti sparano per intimidire il pilota che, insieme a un altro pescatore, si lancia in acqua. I due riescono ha guadagnare la riva in un punto non controllato e si danno alla macchia. A bordo, il gruppo in fuga tenta il tutto per tutto e prova a prendere il controllo del timone, nonostante nessuno dei profughi abbia esperienza nautica. La nave si incaglia, gli ebrei vengono catturati e condotti alla prigione di Horserod, punto di raccolta per prigionieri ebrei e per oppositori del regime. Da lì saranno trasferiti al campo di concentramento di Theresienstadt.

Complessivamente, i nazisti cattureranno sul suolo danese 474 persone ebree su circa 8.000. Gli altri si salveranno grazie alla solidarietà dei compatrioti non ebrei, tra cui molti giovani come Henny Sinding, la figlia diciannovenne di un ufficiale addetto alla gestione dei tender, le navi appoggio per il rifornimento dei fari.

https://en.wikipedia.org/wiki/Gerda_III#/ media/File:Mystic_Seaport_Gerda_III.JPG

Il Gerda III

La notizia dei controlli tedeschi si è diffusa molto velocemente nella penisola danese e giunge ai quattro membri dell’equipaggio del Gerda III, il capitano Einer Tonnesen, l’ingegnere John Hansen, Otto Andersen e Gerhardt Steffensen. Nonostante i pericoli, costoro decidono di rischiare, ma per farlo hanno bisogno di aiuto. L’imbarcazione è in servizio sull’isola di Amager, area metropolitana di Copenaghen, distante dal centro città nove miglia, e può uscire in mare con regolarità e senza destare grossi sospetti per recarsi al faro di Drogden. Ma per compiere l’azione di salvataggio è necessario che l’ufficiale del porto acconsenta alla messa alla fonda nel Canale Christenshavn.

Il contatto è sua figlia, Henny Sinding. La giovane rimane scioccata da quanto gli racconta l’equipaggio e «si sente furiosa per l’ingerenza esercitata dai nazisti sul popolo danese e, soprattutto, per l’azione contro gli ebrei, dal momento che noi danesi non ci siamo mai divisi in ebrei e danesi». Tornata a casa, senza giri di parole chiede al padre il permesso di far spostare il Gerda III nella zona settentrionale del canale, nei pressi di un magazzino munito di due entrate, idoneo dunque a nascondere gli esuli fino al momento dell’imbarco; di non chiedere spiegazioni circa gli eventuali cambi di rotta compiuti dall’imbarcazione; e neppure di eventuali ritardi nel trasporto dei rifornimenti. Il padre ascolta e tace, i due s’intendono, prima che lasci la stanza le chiede solo di «non farsi coinvolgere troppo».

La ragazza si getta dunque nell’impresa, ma senza risparmiarsi, dedicando ogni risorsa nel cercare nascondigli dove poter sistemare le persone per l’imbarco sul Gerda III.

L’attività risulta complicata e piena di pericoli, come racconterà la stessa Henny nel 1980, dal momento che deve uscire di notte e scortare gli ebrei dai nascondigli al magazzino. Per non suscitare la curiosità d’eventuali pattuglie si stabilisce che «ogni ebreo venga accompagnato da non più di un bambino».

All’ora convenuta, la figlia dell’ufficiale deputato al faro si presenta nel luogo prefissato, prende in carico due persone alla volta per accompagnarle al magazzino e nasconderle in un soppalco, e poi riparte nel recupero di altri fuggiaschi. Di solito i gruppi destinati a salpare per la Svezia sono di sedici persone, ma in qualche occasione, determinata da ragioni di necessità, possono anche ascendere a trenta. La paura d’essere scoperti rende impossibile ai clandestini anche mangiare e trascorrono un tempo che sembra infinito nell’attesa del segnale di uscire e salire sull’imbarcazione.

La sera designata per l’imbarco, Henny si reca al magazzino. Per trasferire i gruppi bisogna tenere conto anche delle due guardie tedesche che pattugliano il molo, stazionano dinanzi al Gerda III, continuando a camminare avanti e indietro: «Per nostra sfortuna avevano fissato lì il punto d’incontro – ricordava Henny –. Tale situazione era snervante. Si sarebbero incontrati proprio davanti alla nave, si sarebbero voltati, avrebbero marciato di un centinaio di metri in direzioni opposte, si sarebbero girati e si sarebbero incontrati di nuovo davanti al Gerda III. Avevamo a disposizione un breve lasso di tempo, prima che si voltassero e si dirigessero verso di noi. Ciò implicava il calcolo al millesimo, per evitare di essere scoperti».

Spesso i rischi si moltiplicano: «Il momento peggiore – rammentava la giovane Sinding – era quando avevamo molti bambini. Usavamo dei sonniferi per evitare che si sentissero i lamenti e attirassero l’attenzione delle sentinelle durante il loro giro». I pochi bagagli sono già a bordo, caricati al mattino dai marinai. Il molo è largo pochi metri, ma ai fuggiaschi sembra di dover percorrere chilometri nella corsa più importante della loro vita con in braccio i bambini addormentati. I pochi bagagli sono già stati caricati al mattino dall’equipaggio per semplificare l’imbarco. Sulla nave gli ebrei sono ammucchiati nella stiva, che può ospitarne quindici al massimo. Le dimensioni del locale sotto il ponte dell’imbarcazione sono infatti dieci piedi (3,84 m) in lunghezza, dodici piedi (3,65 m) in larghezza e appena quattro piedi (1,21 m) di altezza. Non sempre c’è posto per tutti e più d’uno viene nascosto nella cabina dell’equipaggio, dove bisogna restare distesi per ore, fino all’uscita del tender in mare aperto.

L’ora della partenza è fissata per le sei del mattino ma prima di lanciare le cime a terra e levare l’ancora, l’equipaggio deve attendere l’ispezione di prassi delle due sentinelle di guardia. I controlli sono tuttavia blandi dopo la vigilanza notturna, i militari non si preoccupano di controllare la stiva, e preferiscono accettare una bottiglia di birra. Il Gerda III può prende il largo. Henny da terra osserva per assicurarsi che tutto proceda senza difficoltà e torna a casa solo quando la barca s’immerge nella nebbia dei canali. Tra l’8 e il 9 ottobre giungono in Svezia circa 2500 ebrei.

La rete di Resistenza dei giovani danesi

La ragazza entra nella Resistenza operando con il gruppo di studenti guidato da Jorgen Kieler, che al momento dell’occupazione tedesca frequentava la Facoltà di Medicina all’Università di Copenhagen. Nel gennaio 1943 ha deciso di lasciare gli studi convinto che un popolo occupato ha solo due opzioni: «collaborare con il nemico o resistere in maniera attiva». Ha adibito il suo appartamento nella capitale a sede della cellula e a stamperia del giornale clandestino “Frit Denmark” (Danimarca Libera).

I suoi colleghi si rendono disponibili a nascondere nei reparti ospedalieri dove fanno pratica gli ebrei di essere imbarcati per la Svezia. Del gruppo fa parte anche la ventiduenne Ebba Lund, che si reca nei villaggi di Barsebàckshamn, di Malmò, di Limhamn, di Klagshamn e di SkanÒr, contatta i pescatori riuscendo ad avere la loro disponibilità a poter nascondere gli ebrei sui pescherecci. Durante questo girovagare Ebba viene a sapere di Henny, ha deciso d’incontrarla e di cooptarla nel gruppo.

Lo studente in medicina Jorgen Kieler del gruppo resistente di base a Copenaghen (da https://en.wikipedia.org/ wiki/J%C3%B8rgen_Kieler)

Il Gerda III serve, ufficialmente, a rifornire il faro di Drodgen, dove oltre al guardiano è stata collocata una guarnigione tedesca. Ciò costringe il capitano Tonnesen a lottare contro il tempo per arrivare in Svezia, lasciare i profughi e poi recarsi al faro seguendo una rotta che non dia adito a sospetti. Ma al faro operano altri giovani che hanno deciso di opporsi ai nazisti. Uno di loro è il figlio minore del guardiano di Drogden: Ingolf Haubirk ha aderito alla Resistenza, contattato e addestrato ai sabotaggi dal servizio segreto britannico. Così era stato per il fratello maggiore Ejler, morto a seguito di un imboscata tesagli dalla Gestapo. Al faro è recluso anche un prigioniero dei tedeschi, il cadetto della regia Marina John Mix, accusato di atti d’insubordinazione all’autorità occupante. Mix diviene presto il leader del gruppo, un sostegno per Ingolf e Henny. Fa parte della cellula anche un altro cadetto: Sven Kieler, reclutato dal cugino Jorgen. Il futuro medico per evitare la morte di civili innocenti ritiene infatti di dover puntare sul sabotaggio del nemico in alternativa ai bombardamenti Alleati: quello condotto dalla Royal Air Force del cantiere navale di Burmeeister&Wain, per esempio, ha lasciato intatto il bersaglio mentre le abitazioni attorno sono andate distrutte e molti degli abitanti sono deceduti sotto le macerie. Il gruppo decide di unirsi ad un’altra formazione, la Holger Danske, già decimata dalla Gestapo è ora guidata da Finn Nielsen; nasce l’Holger Danske 2, meglio nota con la sigla HD2.

Il re Cristiano X di Danimarca (da https://it.wikipedia.org/wiki/ Resistenza_danese#/media/ File:Christian_X_of_Denmark.jpg)

Alle azioni di sabotaggio partecipano tutti i nostri personaggi, Henny impara a usare le armi e svolge il ruolo di palo: «prima di un sabotaggio segnalavo l’eventuale presenza di tedeschi nella zona – ricorda Henny –. Di solito camminavo con un ragazzo e fingevamo di essere molto innamorati per non destare sospetti». La giovane coinvolge anche l’equipaggio del Gerda III per espatriare gli oppositori del regime e gli agenti del SOE ricercati dalla Gestapo. Affitta un secondo magazzino, sempre nei pressi del molo dov’è ormeggiata la Gerda III, dove poter nascondere materiali e armi da passare alla Resistenza. Il primo obiettivo designato dal SOE è una fabbrica di apparecchi radio per i nazisti. Il 9 novembre 1943, due squadre dell’HD2 s’avvicinano alo stabilimento, lanciano gli ordigni incendiari attraverso le finestre. L’azione ha successo. Forti di questo, i giovani compiono nelle settimane successive altre otto missioni, tutte andate a buon fine. Si alza il tiro: si decide di colpire la fabbrica Hellerup, produttrice di localizzatori di aerei. A differenza degli obiettivi precedenti però è ben difesa e munita di recinzione. Il 28 novembre ’43 due gruppi compiono l’attacco, partecipano sia Henny sia Mix. L’operazione riesce senza subire alcuna perdita. Sven Kieler e Finn Nielsen decidono d’incontrarsi l’8 dicembre presso il retrobottega di una sarta. Non sanno di essere stati traditi proprio dalla padrona di casa. Due macchine della Gestapo circondano il locale, i due giovani inforcano le bici e iniziano a scappare, mentre Finn riesce, Sven viene ferito e catturato.

«Dovemmo eliminare la delatrice – ricorda Henny –, non per punirla né per vendicarsi, semplicemente per assicurare l’autoconservazione del gruppo». La giovane si reca in casa della spia con la scusa di voler farsi cucire un vestito mentre Finn e altri quattordici uomini circondano il luogo. Henny rammenta: «Ho suonato il campanello della signora Delbo e lei è uscita, le ho detto che volevo un vestito e le ho mostrato la stoffa che avevo con me. Mi ha fatto accomodare, mi sono accorta che c’era un altro cliente che si stava provando una giacca. Ho inventato una scusa e ho detto che sarei ripassata il giorno dopo. Appena fuori sono corsa da Finn, mi ha convinta ad aspettare l’uscita del cliente, ma la presenza di tutti noi ha insospettito qualcuno che ha chiamato la polizia». Finn e Mix vengono fermati, ma rilasciati la sera stessa, mentre Henny e il resto del gruppo si dileguano senza problemi. La sera stessa, subito dopo essere uscito dal commissariato, Finn cerca di concludere l’azione. Suona alla porta e colpisce la donna con una pistola silenziata. Solo ferita, la sarta informa la polizia nazista, che scatena una caccia all’uomo: alcuni componenti del gruppo sono arrestati, altri uccisi; Finn e la sua famiglia riescono a espatriare con il Gerda III. Il gruppo HD2 accusa il colpo, ma non s’arrende e continua a pianificare azioni di sabotaggio. La fine della delatrice è solo rinviata, il 9 marzo 1944 un altro nucleo del Holger Danske trova il suo nascondiglio e la uccide.

Tre settimane dopo, il SOE ordina al HD2 di sabotare due fabbriche: la Callesen, specializzata in equipaggiamento per sommergibili U-boat, e la Hamag, produttrice di attrezzature per aerei da guerra, situate entrambe nella città di Aabenraa, al confine con la Germania. La missione è alquanto rischiosa, molti residenti sono fedeli al Terzo Reich e sarà facile essere denunciati. Il 4 febbraio quattordici sabotatori dell’HD2 giungono, individualmente o in piccoli gruppi, ad Aabenraa. Qui quattro membri della resistenza locale si aggiungono, mentre il gruppo si divide in due: sei si recheranno presso lo stabilimento Hamag, il resto alla Callesen. Per l’ennesima delazione, solo la prima squadra riesce nell’intento, gli altri verranno fermati, arrestati o uccisi sul posto. Nel giro di poche settimane l’HD2 vede assottigliarsi le file dei suoi aderenti, il nuovo comandante, Jorgen Stafferldt, ordina a tutti i membri di raggiungere la Svezia. «Era troppo rischioso rimanere – afferma Henny -. La partenza avrebbe salvato sia i membri arrestati, che potevano tradire senza subire inutili torture, sia i componenti a piede libero». Prima di lasciare il suolo patrio Henny decide d’incontrare i suoi genitori. Il padre l’ascolta con attenzione e con amore, quando apprende che reca con sé una dose di veleno da usare in caso di pericolo, le chiede, in maniera seria, non di rimprovero, di non adoperarlo mai, perché: «Fintanto c’è vita, c’è speranza».

Henny, la memoria di un popolo

A metà gennaio la radio danese annuncia la notizia che Sinding padre è stato arrestato dalla Gestapo, notizia che si rivela falsa: i nazisti hanno compiuto un’irruzione non per arrestare l’uomo, ma in cerca di Henny e del fratello diciottenne Carsten. Il 16 febbraio un messaggio indica alla ragazza di recarsi alla libreria Mogens Staffeldt, da lì sarà portata in un luogo sicuro, ma la Gestapo arriva pochi minuti dopo. Henny riesce a dileguarsi e a tornare, sana e salva, al rifugio. Quattro giorni dopo viene prelevata da alcuni amici e condotta in una villa, nei pressi di Lyngby, appartenuta a una famiglia ebrea, da lei aiutata a sfollare in Svezia. Scopre che nel suo viaggio attraverso lo stretto dell’Øresund,verso la Svezia sarà con altri tre membri, ricercati, del suo gruppo. Dopo aver cambiato vari nascondigli, grazie a una imbarcazione della guardia costiera danese, il cui comandante è solidale con i partigiani, il 22 febbraio il gruppo giunge a destinazione. Non appena a terra Henny dichiara all’ufficiale dell’esercito svedese di voler rendersi utile e viene integrata nel corpo di spedizione creato in vista di una grande operazione Alleata. Nel gruppo c’è anche Mix che propone a Henny di sposarlo, ma rifiutato decide di rientrare sul territorio danese e profondersi a favore della resistenza. Morirà il 3 marzo, a seguito di una delazione.

Il 4 maggio 1944 la Bbc annuncia la resa delle forze tedesche in Danimarca, Norvegia e Olanda. Il giorno successivo Henny s’imbarca insieme alla Brigata danese con cui combatterà fino al 10 luglio 1945, giorno in cui l’unità viene sciolta.

La ragazza però vuole ancora rendersi utile, pertanto aderisce alla Croce Rossa del suo Paese. L’intento è di continuare a operare all’estero, prima in Olanda poi in Norvegia, per aiutare i bambini ebrei sopravvissuti ai campi: sono tutti completamente emaciati, alcuni muoiono lungo il viaggio di ritorno. Torna in Patria nel 1946, riprende la vita civile con l’attività di rifornimento dei fari, nel marzo dell’anno successivo sposa Erling Sundo, un partigiano. La coppia ha due figlie. Negli ultimi anni della sua esistenza, Henny è voluta tornare nel villaggio marittimo dei suoi genitori: Charlottenlund.

Il Gerda III è stato donato dal Parlamento danese al Museo del patrimonio ebraico di New York City, che ha provveduto a farlo restaurare nei cantieri J. Ring Andersen in Danimarca. Oggi è possibile ammirare il tender al Mystic Seaport di New York.

La storia di Henny e del salvataggio degli ebrei è stata raccontata nel 1991 dal film “A day october”. Nel 2009 Henny s’è spenta, rappresentava la memoria di un popolo e soprattutto di tanti giovani che avevano avuto il coraggio di dire No ai tedeschi e alla loro disumanità. In Danimarca quasi il 99% degli ebrei riuscì a tornare dal regno della disperazione. Un caso quasi unico in Europa, la dimostrazione che, se i popoli degli altri Stati avessero avuto un maggiore coraggio e una maggiore coesione, la storia moderna sarebbe potuta essere molto diversa.

Stefano Coletta, insegnante


Bibliografia:

Howard S. Veisz, Henny and Her Boat: “Righteousness and Resistance in Nazi Occupied Denmark”, Create Space Independent Publishing Platform, 2017.

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Il partigiano della Folgore

Giuseppe Leandro Savia “Lallo” in un fotoritratto conservato all’Istoreto (http://www.metarchivi.it/dett _documento.asp? id=7447& amp;tipo=fascicoli_documenti)

A stretto rigore forse Lallo non sarebbe da inserire tra i caduti partigiani racconigesi: non apparteneva alla località piemontese in provincia di Cuneo e non è caduto nel nostro Comune. Pensiamo però che ne abbia sicuramente diritto avendo operato nella nostra città ed essendosi offerto volontario al sicuro olocausto.

Leandro Savia nato a Crevoladossola (Verbano-Cusio-Ossola) l’8 gennaio 1923 – viveva a Castelrosso frazione di Chivasso (città metropolitana di Torino) – arriva a Racconigi alla fine di aprile del 1944 perché conosce Enzo Conti, un vecchio comunista di origini umbre, sfollato da noi negli anni precedenti come operaio specializzato della Manifattura Bosco (sita dove adesso c’è un grande supermercato). Si mette subito a disposizione del CNL, che lo apprezza immediatamente.

In precedenza era stato un paracadutista della Folgore e aveva combattuto a El Alamein. Per questo motivo aveva tardato ad aggregarsi ai partigiani, notoriamente sospettosi verso i reduci della Folgore stessa, molti dei quali divenuti membri delle milizie della R.S.I.

L’iniziale diffidenza viene superata in men che non si dica. Il 31 luglio ’44 un piccolo nucleo di partigiani racconigesi lascia un’automobile, carica di armi, incustodita per qualche minuto in quel di Moretta. Destino vuole che l’auto cada in mano alle SS, che minacciano di dare fuoco al paese.

Panorama di Moretta, Racconigi (CN), (da https://upload.wikimedia.org/ wikipedia/commons/4/46/Moretta_ panorama.jpg)

Il CNL racconigese, subito avvertito, non sa bene cosa fare ma è consapevole del grave pericolo che corre Moretta. La situazione, per così dire, si risolve perché Lallo si accolla la proprietà dell’auto, ben sapendo a cosa va incontro.

Moretta è salva.

Il nostro partigiano invece viene catturato, portato nella caserma delle SS di Pinerolo, torturato per diversi giorni ed infine impiccato il 4 agosto.

Viene poi sepolto malamente nel cortile stesso della caserma.

Dopo la Liberazione il corpo affiora e viene perciò dissepolto.

Il CNL di Racconigi paga il trasporto della salma nel comune di residenza, cioè Chivasso, e il relativo funerale.

Moretta lo onora intitolandogli una strada.

Pierfranco Occelli, presidente sezione Anpi di Racconigi

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Ad Aosta l’antifascismo è ora di casa

L’Hôtel de Ville, il bellissimo palazzo dove ha sede Municipio di Aosta (da https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/5 /5f/Pic-VF4-IT02_Echevennoz-Aosta_08_%28municipio_Aosta% 29.JPG/1200px-Pic-VF4-)IT02_Echevennoz-Aosta_08_% 28municipio_Aosta%29.JPG

In Consiglio comunale approvato a larghissima maggioranza un odg sulla concessione di spazi pubblici. Soddisfazione dell’Anpi locale: “Un atto necessario, fino a una manciata di anni fa almeno ci si vergognava nel dichiararsi fascisti, oggi non è più così”.

Ad Aosta si è scelta una data altamente simbolica – il 25 luglio – per portare al voto del Consiglio comunale un odg sulla concessione di spazi e sale municipali solo a chi rispetti il dettato e le leggi dell’ordinamento italiano. Il documento intitolato “Valori della Resistenza antifascista e dei principi della Costituzione repubblicana”, proposto dalla minoranza Altra Valle d’Aosta – Sinistra per la Città, ha raccolto anche l’appoggio della maggioranza formata da Pd e autonomisti ed è stato approvato a larga maggioranza (21 voti a favore, 2 contrari e un’astensione).

Il verbale dell’odg antifascista approvato dal Consiglio comunale. Per ingrandire, leggere o scaricare tutto il documento clicca qui

D’ora in poi, gli organizzatori delle iniziative dovranno firmare una dichiarazione esplicita di riconoscersi nella Costituzione e nelle leggi Scelba e Mancino per ottenere il via libera amministrativo.  “Siamo molto soddisfatti, è stata una presa diposizione necessaria – commenta Nedo Vinzio, presidente del Comitato provinciale Anpi di Aosta e coordinatore regionale dei partigiani –. In tutta la Valle i cosiddetti fascisti del terzo millennio hanno aperto sedi e assistiamo a un dilagare di richiami al razzismo e alla xenofobia. Siamo preoccupati perché fino a una manciata di anni fa almeno ci si vergognava nel dichiararsi fascisti, oggi non è più così”.

Lo dimostra, per esempio, la vicenda accaduta nel gennaio scorso a Saint-Vincent, località aostana nota ai turisti per i casinò, dove la Digos ha messo sotto sequestro i cancelli di un immobile, in pieno centro, con sopra un’aquila molto somigliante a quella del Terzo Reich e a lato due triangoli, simili a quelli che identificavano i prigionieri all’ingresso dei campi di concentramento nazisti.

Uno dei cancelli sequestrati a Saint-Vincent (da https://aostasera.it/wp-content/uploads/2019/01/cancello.jpg)

Il proprietario è stato denunciato e dovrà rispondere di propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale etnica e religiosa.

Nel capoluogo regionale, lo scorso mese CasaPound ha organizzato un convegno nel Caffè Nazionale, punto di ritrovo storico, nel salotto cittadino: piazza Chanoux, la stessa dove ha sede il Municipio. E i saluti romani, immortalati dai media, hanno creato sconcerto.

Le tartarughe frecciate ad Aosta hanno pure un loro rappresentante in Consiglio, un eletto nella lega Nord poi passato a rappresentare CP, che ha espresso voto contrario all’odg sulla concessione degli spazi pubblici, definendolo “un tritacarne”. Tra i favorevoli invece – “L’ho votato la volta scorsa e lo voterò anche questa volta” – proprio l’esponente della Lega-Aosta nel Cuore, nonché vice presidente del parlamentino cittadino Etienne Andrione. Che tuttavia durante il dibattito ha tenuto a precisare: “La compressione degli spazi di libertà, però, può venire in modi non riconducibili al fascismo di allora, ed esiste una forma strisciante oggi che non è quella che appare più pericolosa. Scelba, invece sulle minoranze fu infinitamente peggio del regime. Si firma, ma rimane la necessità di un’analisi su cosa sia stata la Repubblica democratica per tutta una serie di diritti e soprattutto per la minoranza valdostana”.

Era la terza volta che l’odg approdava in Consiglio comunale. Un anno e mezzo fa, nel dicembre 2017, il voto spaccò l’Hôtel de Ville. Pochi mesi dopo, nel marzo 2018, la proposta venne respinta. Il 25 luglio invece il risultato è stato l’opposto. “La libertà di pensiero è per tutti ma il fascismo continua a essere un reato”, ha dichiarato la proponente dell’odg, Carola Carpinello (Altra VdA).

Lo stemma della Città di Aosta

La scelta c’è stata, forte e chiara dunque, nonostante ad assentarsi durante la votazione sia stato per esempio un consigliere che su facebook, definendosi “disorientato”, ha scritto: “Quando pensi che al peggio non ci sia fine: nel ‘ventennio’ se non dichiaravi di essere fascista, prendevi le bastonate, oggi se non ti dichiari antifascista non puoi lavorare. Complimenti sindaco Centoz (…)”. A parte il fatto che il consigliere può, evidentemente, svolgere il suo lavoro, mentre con le leggi “fascistissime” il regime sciolse tutti i consigli comunali, il primo cittadino in Aula aveva preso la parola spiegando: “A monte questa volta c’è un atto del Consiglio regionale. Non posso che condividere come ho fatto le volte precedenti, sono assolutamente d’accordo con la sua approvazione. Mi auguro che il provvedimento venga approvato, ma non posso che lasciare a tutti la libertà di esprimersi in maniera autonoma”. Il capoluogo ha infatti dato seguito a un atto di indirizzo assunto all’unanimità lo scorso anno dal parlamento della Regione Autonoma. La mozione prevedeva l’adeguamento dei regolamenti di ogni Comune, subordinando la concessione di suolo pubblico, spazi e sale di proprietà regionale ad associazioni, persone, movimenti e partiti “previa dichiarazione esplicita di rispetto dei valori antifascisti sanciti dall’ordinamento repubblicano”.

«Era necessaria l’approvazione nella città capoluogo, l’auspicio è che diventi un esempio da seguire – conclude il presidente Vinzio –. La memoria della Resistenza è patrimonio corale dalle nostre parti». Vinzio è figlio di Aurelio, il partigiano “Faure” della 176a Brigata Garibaldi che volle rendere omaggio a Pietro Pajetta “Nedo” (cugino di Giancarlo e Giuliano), Caduto in un agguato sulle Alpi biellesi, dando al primogenito il suo nome di battaglia. «In tutti i Comuni dal 25 aprile alla fine di ottobre, almeno ogni settimana, l’Anpi celebra un evento o i tanti Caduti della Resistenza locale. E spesso commemoriamo con i vicini francesi. Qualche giorno fa, ero a Terra Noire, piccola località sotto il Piccolo San Bernardo, per l’annuale ricordo dell’eccidio del luglio 1944: tedeschi in ritirata rastrellarono combattenti italiani e francesi e civili, li trascinarono attraverso le montagne e li fucilarono. Per ragioni geografiche nella lotta di Liberazione si operava tra Italia e Francia, e al contrario di oggi si aiutavano le persone ad attraversare le frontiere».

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Sgombero CasaPound: la Camera respinge l’ordine del giorno

La sede centrale di CasaPound a Roma, in via Napoleone III, al civico 8 (https://www.huffingtonpost.it/entry/corte-dei-conti-dalloccupazione-della-sede-di-casapound-un-danno-allo-stato-di-46-milioni-di-euro_it_5d078452e4b0dc17ef0d0118)

Nell’ultima settimana di luglio, nel corso del dibattito sulla trasformazione in legge del decreto sull’ordine e la sicurezza pubblica, la Camera ha bocciato un ordine del giorno presentato da due deputati del Pd (Nobili, Fiano), in cui si impegnava il governo “a valutare la possibilità di ogni iniziativa utile (…) per l’esecuzione dei necessari interventi per lo sgombero immediato dell’immobile occupato a Roma da CasaPound”. L’ordine del giorno è stato respinto (111 a favore, 362 contro) grazie ai voti dei parlamentari della Lega e del M5S, nonostante sia stato stimato un danno erariale, causato dall’occupazione, superiore ai 4 milioni di euro.

Si tratta di una vicenda grave e tanto più significativa, se si considerano le ripetute richieste della sindaca di Roma, del M5S, di pervenire allo sgombero per restituire alla città l’intero stabile. Proprio quando Virginia Raggi si recava alla sede di CasaPound per notificare una diffida che ordina la rimozione della grande scritta “CasaPound” dalla facciata dell’edificio, i parlamentari della sua stessa formazione politica votavano contro l’ordine del giorno.

La notizia, circolata sui social, ha destato comprensibili (e condivise) reazioni negative. La chiusura delle sede è stata fra l’altro richiesta in un dettagliatissimo esposto presentato dall’Anpi nazionale alle autorità competenti poche settimane fa e successivamente il Demanio ha avviato ufficialmente la procedura per lo sgombero.

A conferma del pericolo costituito dalle bande fasciste, il 28 luglio un ragazzo è stato aggredito e picchiato a Frosinone perché aveva una maglietta del Cinema America Occupato. La stessa maglietta che aveva motivato a metà giugno un’analoga aggressione nei confronti di alcuni ragazzi nella Capitale. Si prova così per l’ennesima volta la pericolosità sociale dei nuovi squadristi, motivati presumibilmente anche dal clima di odio e di intolleranza che continua a diffondersi nel Paese.

Sia chiaro però che nulla è perduto nella battaglia per lo sgombero del palazzo abusivamente occupato dai neofascisti. Lo dicono le leggi, il buon senso, le pressioni di tanta parte dell’opinione pubblica. Certo è che, per ottenere un risultato positivo a livello parlamentare, cioè una maggioranza che sostenga l’urgenza dello sgombero della sede di CasaPound, bisogna lavorare per questo risultato.

Il testo integrale dell’ordine del giorno 9/1913-A/34. Per ingrandire e leggere o scaricare clicca qui 

Il problema è che si è proposto un ordine del giorno in cui, oltre alla richiesta di sgombero si aggiunge nelle premesse che “la Capitale d’Italia, nella insufficienza di politiche abitative adeguate, versa in uno stato di completo degrado tra immobili occupati abusivamente, il completo abbandono dei commercianti, i mezzi di trasporto sempre più problematici e la gestione dei rifiuti pressoché inesistente”, e quindi si attacca la sindaca del M5S su temi del tutto estranei alla ragione dell’ordine del giorno ignorando fra l’altro la giusta battaglia da lei condotta proprio sulla vicenda della sede di CasaPound.

Nell’ordine del giorno si aggiunge poi che “in generale, questo Governo ha dimostrato un totale disinteresse per le soluzioni pratiche, anche parziali, che possono invertire una china pericolosa che è in atto in molte periferie e in molte aree interne e si ritiene, anzi, per certi aspetti, che si voglia alimentare, invece di risolvere, una condizione di disagio e di instabilità per trarne consenso”, e quindi si attacca il governo (e perciò entrambe le forze che lo compongono).

Rebus sic stantibus, è francamente molto improbabile (per usare un eufemismo), che i parlamentari che si riconoscono nelle forze politiche al governo, o in una di queste forze, votino un ordine del giorno che, sostanzialmente, le sconfessa.

Qualsiasi critica alla sindaca e/o al governo è – sia chiaro – assolutamente legittima e vi sono circostanze in cui può essere doverosa, ma se proponi un ordine del giorno per farlo approvare, dato che non hai la maggioranza, devi scrivere un testo che si attenga esclusivamente al merito della questione in oggetto e che perciò possa essere condiviso anche da altri parlamentari. Viceversa, il rischio è che l’operazione, più che rivolta a ottenere il risultato dichiarato, sembri tesa a una battaglia politica interna. E oggi è il momento della massima unità antifascista. Dovrebbe essere logico, ovvio, naturale. Ma evidentemente non lo è ancora. O non lo è per tutti.

L’articolo Sgombero CasaPound: la Camera respinge l’ordine del giorno proviene da Patria Indipendente.

Adesione appello “La solidarietà non è reato” di Mani Rosse Antirazziste

Il Comitato Provinciale dell’Anpi di Ancona sottoscrive e condivide l’appello lanciato da Petrie Drummond e Mauro Carlo Zanella affinchè il Senato respinga la conversione in Legge del cosiddetto Decreto Legge Sicurezza Due. Alleghiamo l’appello delle Compagne e dei Compagni di Mani Rosse Antirazziste #manirosseantirazziste

La solidarietà non è un reato
Dalle ore 0.00 di oggi noi, Petrie Drummond, Manfred Bergmann e Mauro Carlo Zanella, abbiamo iniziato uno sciopero della fame contro la conversione in legge del cosiddetto Decreto Legge Sicurezza Due, che criminalizza coloro che, salvate in mare le vite di profughi, rifiutano di sbarcarli in un porto non sicuro come quelli della Libia sconvolta dalla guerra e costellata di veri lager per i migranti. Portarli, come impongono le convenzioni internazionali in un porto sicuro italiano comporta ora pesantissime sanzioni atte ad impedire le attività di ricerca e soccorso in mare delle Organizzazioni Non Governative. Ugualmente si criminalizzano le lotte sociali con pesantissime sanzioni che possono riguardare chi accende un fumogeno o attua un blocco stradale per reclamare diritti costituzionalmente garantiti come la casa, il lavoro, l’istruzione, la salute, la tutela dell’ambiente.
Nella nostra azione siamo sostenuti e incoraggiati dalle compagne e dai compagni del gruppo informale autogestito Mani Rosse Antirazziste di cui noi stessi facciamo parte, di Diamoci Una Mossa, di Digiuno di Giustizia e Solidarietà con i Migranti, di Kethane-Rom e Sinti per l’Italia, di Grennpeace e del Centro di Ricerca per la Pace di Viterbo. Le compagne, i compagni, le amiche e gli amici tutti ci sosterranno logisticamente e ci supporteranno affiancandosi a noi con digiuni a staffetta.
Dopo la fiducia estorta alla Camera dei Deputati chiediamo ai Senatori di agire in Parlamento come rappresentanti della nazione e del popolo, senza alcun vincolo di mandato ma fedeli alla Costituzione. Respingano la conversione in Legge del cosiddetto Decreto Legge Sicurezza Due, partecipando al voto. Votino contro per fedeltà alla Costituzione della Repubblica Italiana che riconosce, tutela e promuove i diritti universali della persona umana, che protegge lo straniero che fugge da guerre e dittature e da una situazione di violazione dei diritti fondamentali (quale è quella vissuta nei Paesi travolti dalla miseria e dalla fame o sconvolti dai mutamenti climatici).
Se malauguratamente anche il Senato dovesse votare sì alla nuova legge, che ci porta fuori dalla Legalità Costituzionale, dallo Stato di Diritto e dalla Umana Civiltà, sosterremo il Presidente della Repubblica che, a qu
esto punto, come Garante della Costituzione, altro non potrà fare se non rifiutarsi di promulgare la nuova Legge rinviandola nuovamente al dibattimento parlamentare.
Chiedere al Presidente di firmare questo obbrobrio sarebbe chiedergli di attentare alla Costituzione e di tradire la Repubblica.
Per questa ragione, certi della sua volontà di essere coerente con i valori della Costituzione in quanto sincero democratico intendiamo sostenerlo in questo difficilissimo momento di profondissima crisi etica della nostra Repubblica Democratica e del nostro amato Paese.
Petrie Drummond, violoncellista di Castel Volturno
Manfred Bergmann, operatore socioculturale, delegato ONG presso il Consiglio Diritti Umani ONU, Roma
Mauro Carlo Zanella, maestro elementare di Lanuvio
Per adesioni:
mauroc.zanella@gmail.com
lelenoferi@gmail.com
Seguono le firme:
Margherita Gaetani Roma, Claudio Giambelli ingegnere Roma, Franca Zucali insegnante Roma, Enrico Calamai diplomatico Roma, Gaia Pallottino geografa Roma, Francesca Cerocchi insegnante Roma, Laura Nanni insegnante Roma, Franca Rovigatti organizzatrice culturale, Ugo Balbo ingegnere, Marina Premoli traduttrice Roma, Gabriele Noferi psicologo Roma, Fabrizio Giai Arcota disoccupato Torino, Valentina Parlato redattrice Roma, Maria Giulia Amadasi professore universitario Roma, Maria Delfina Bonada giornalista Roma, Gabriella Cerretti cooperante Roma, Emanuela Pappalardo disoccupata Roma, Cristina Mattiello insegnante Roma, Antonio Sbordoni operaio Albano Laziale, Marco Tombesi Roma,
Giorgio C. Maylander ingegnere Roma, Paola Viero esperta cooperazione internazionale Roma, Clara Spallino studentessa Roma, Beatriz Moriones educatrice di comunità Roma, Monica Ardemagni dirigente Roma, Maria Antonietta Golini istituto superiore restauro Roma, Maria Grazia Calandrone poetessa Roma, Ippolita Gaetani funzionaria RAI Roma, Erica Ongaro interprete Roma, Anna Maria Rivera antropologa università di Bari, Sara Ventroni poetessa Roma, Mirella Forte Roma, Loredana Tonni insegnante Roma, Ornella Berniet fisioterapista Roma, Stefania Tonni restauratrice Milano, Cecilia Ghibaudi storica dell’arte Torino, Marlene Micheloni sociologa Roma, Elena Menzieri ricercatrice Roma, Monica Ambrosio architetto Venezia, Gioia Costa operatrice culturale Roma, Giorgio Piacentini Roma, Antonello Lapalorcia dirigente Roma, Daniela Turco redattrice scientifica Roma, Paolo Bernaglione insegnante Roma, , Diego Ruffolo orafo Roma, Luisa Laureati Briganti gallerista Roma, Fedora Filippi archeologa Berlino, Alfredo Cafasso Vitale ingegnere Roma, Beatrice Supino Roma, Elisabetta Confaloni attivista Roma, Daniela Redig De Campos e Giuseppe Caccia operatori sociali, Maurizio Rossi corista Roma, Assunta Cestaro Roma, Stefano G. Acconci bibliotecario Roma, Nunziata Tomasello USB immigrazione Viterbo, Barbara Anceschi editore Milano, Florinda Fusco scrittrice Bari, Andrea Aureli antropologo Roma, Marco Bizzoni docente Albano Laziale, Silvia Guerra filosofa Torino, Michele Cinque documentarista Roma, Michela Becchis storica dell’arte Roma, Barbara Auleta Roma, Manfred Bergmann delegato consiglio diritti umani ONU Roma, Antonella Scotton insegnante Firenze, Martino Noferi musicista Firenze, Carolina Zincone attivista Roma, Susanna Scamperle psicologa Roma, Giovanna Mori attrice Torino, Valeria Faletra impiegata Roma, Silvia Acquistapace Roma, Claudia Melotti Roma, Ludovico Pratesi critico d’arte Roma, Elisabetta Baiocco Roma, Edda Melon docente universitaria Torino, Marita Bartolazzi scrittrice Roma, Monica Stambrini resita Roma, Annamaria Robustelli insegnante Roma, Enzo Mastrobuoni Roma, Diana Pavlovic attrice Milano, Patrizia Ottolini insegnante Roma, Francesco Mapelli Milano, Ilaria Rossi Doria architetta Roma, Marina Pierani insegnante Roma, Maria Teresa Carbone giornalista Roma, Fernanda Isidori psicoanalista Roma, Rosanna Gorini ricercatrice CNR Roma, Cecilia Guzzo impiegata Roma, Andrea Costa operatore sociali Roma, Anna Cerocchi insegnante Roma, Igor Castella operaio Roma, Fanny Castella scrittrice Londra, Tess Castella fumettista Parigi, Siro Serini libero pensatore Roma, Ippolita Avalli scrittrice Roma, Paola Splendore docente Roma, Sandro Triulzi docente Napoli, Alessandra Cardelli antropologa Roma, Paola Cortellazzo docente Este, Simona Medici educatrice Roma, Carmela Taraborrelli Cini pensionata Schaffhausen, Angelo Dufour ingegnere Genova, Maria Gilberta Nuvolari insegnante, Manuela Miraglia avvocata Roma, Laura Rapisarda architetta Roma, Cinzia Bassetti grafica Roma, Luis Moriones traduttore Roma, Cinzia Di Sabatino badante Teramo, Piero Cammarano docente Roma, Giulia D’Angelo pensionata Roma, Francesca Zaccari educatrice Roma, Anna Maria Rametti insegnante Teramo, Rita Maria Pallottino pensionata Roma, Bernardo Rossi Doria urbanista Roma, Silvia France Cipriani psicoterapeuta Roma, Francesco Martone ex-senatore Roma, Serenella Alliney Perrotta pensionata Roma, Adele Cataldi medico Roma, Claudio Pacella medico Roma, Sancia Gaetani biologa Roma, Ilaria Tocchi dirigente di comunità Firenze, Maria Rovigatti operatrice culturale Roma, Maddalena Lo Fiego educatrice Pistoia, Aurora Malanzano insegnante Ercolano, Anna Alfieri pensionata Portici, Rosario D’Auria pensionato Portici, Marta d’Auria redattrice Portici, Paolo Garofano docente Lanuvia, Marcello Di Giovanni docente Portici, Paolo Visentin impiegato Roma, Luigi Galloni avvocato Roma, padre Giorgio Ghezzi religioso sacramentino Modugno di Bari, Eliseo Tambone Corato di Bari, Sergio di Vito docente Caserta, Eliana Iocchi funzionaria Roma, Anna Maffei pastora battista Milano, Elisabetta Canitana medico Roma, Antonio Sani insegnante Roma, Ana Lung opeatrice sanitataria Roma, Emnanuele Casalino pastore battista Roma, Raul Mordenti docente Roma, Laura Mascini insegnante Lanuvio, Maria Lo Fiego docente Roma, Deborah D’Auria docente Pomezia, Michele Azzeri disoccupato Aprilia, Emanuela Petrolati insegnante Roma, Viviana Duca casalinga Roma, Marco D’Aloisi dirigente Roma, Arianna D’Aloisi studentessa Roma, Alessandra D’Aloisi studentessa Roma, Luigina Ponzo pensionata Frascati, Annamaria Ponzo pensionata Frascati, Cristina Arcidiacono pastora battista, Marta Maffia ricercatrice, Massimo Aprile pastore battista Milano, Antonio Pascale Conversano di Bari, Peppe Sini pubblicista Viterbo, Daniela Di Carlo pastora valdese Milano, Giuseppina Natale insegnante Roma, Maria Palozzi bibliotecaria Roma, Maurizio Negri libraio Roma, Antonella Bukovaz insegnante San Pietro al Nauisone Udine, Fiorenza Mormile insegnante Roma, Alessandro Gianni direttore delle campagne Greenpeace Italia.

Venti rose rosse

Rose sulle pietre d’inciampo dei Caduti

Si è svolta il 28 luglio, alle 9,30, a Bari, la cerimonia pubblica in memoria dei caduti antifascisti che 76 anni fa, nel 1943, in quel giorno d’estate, vennero trucidati dalle scariche di fucileria di reparti dell’esercito, mentre manifestavano per festeggiare la caduta di Mussolini, per chiedere la chiusura della sede del Pnf e per sollecitare la liberazione degli antifascisti ancora reclusi. Fu il più grave episodio di repressione messo in atto dal regime monarchico nel tentativo di impedire che la caduta del fascismo significasse la nascita della democrazia e della libertà.

Il discorso dell’assessora Romano davanti alle pietre d’inciampo. Accanto, in primo piano, il presidente dell’Anpi Bari e componente del Comitato nazionale Anpi, Ferdinando Pappalardo

La manifestazione, promossa dall’Amministrazione comunale con l’Anpi, l’Arci, la Cgil, il Coordinamento antifascista, l’Ipsaic, l’Associazione Marinai d’Italia e l’Anppia, si è tenuta in piazza Umberto I presso il monumento memoriale e le circostanti pietre d’inciampo.

L’assessora Paola Romano in rappresentanza del sindaco Antonio Decaro e il presidente provinciale dell’Anpi, Ferdinando Pappalardo, hanno deposto una corona e reso omaggio ai Caduti.

L’attrice Maria Stella Cassano legge testimonianze sulla strage

L’artista Maria Stella Cassano ha letto brani di alcune testimonianze sulla strage, i giovani del circolo Zonafranka hanno letto i nomi dei venti uccisi, per lo più giovani e giovanissimi.

Come di consueto, le pietre d’inciampo che riportano i nomi delle vittime sono state lucidate dai compagni dell’Anpi e, dopo un breve discorso dell’assessora Romano, su ciascuna di esse le cittadine e i cittadini presenti hanno deposto una rosa rossa. La manifestazione si è conclusa al canto di Bella ciao.

La bandiera dell’Anpi alla manifestazione

La segreteria provinciale Anpi Bari

L’articolo Venti rose rosse proviene da Patria Indipendente.

Anno IV n° 65

In questo numero:

 

 

 

 

In copertina

BUFALE FASCISTE

Irene Barichello

Intervista a Francesco Filippi. “Questo libro è indirizzato quella parte di società che ha bisogno semplicemente di costruirsi un’opinione basata sui fatti e non su dibattiti violenti e spesso slegati dai fatti”. “Qualcuno dice che il 25 aprile è divisivo: certo! Divide infatti la democrazia da ciò che democrazia non è, l’antifascismo dal fascismo”

Editoriale

Il vero “contratto”? Si chiama Costituzione

Gianfranco Pagliarulo

La confusa e pericolosa prospettiva del regionalismo differenziato. L’abbandono finale del Mezzogiorno. Lo slogan “Prima di tutto gli italiani” che svanisce nelle antiche nebbie padane. I pericoli delle riforme costituzionali in corso sulla eccessiva riduzione del numero di parlamentari e sul referendum propositivo

 

Servizi

Approfondimenti

Ue, Italia e eterogenesi dei fini

Filippo Giuffrida

Grazie al presidente del Consiglio italiano c’è non solo una tedesca, una francese e un francofilo ai vertici dell’Ue, ma pure due socialisti: lo spagnolo Borrell, che rimpiazza la Mogherini nel ruolo di Alto Rappresentante per la politica estera, e l’italiano Sassoli

Cittadinanza attiva

Anpi: un esposto contro la galassia nera

Emilio Ricci

Un quadro inquietante di violenze, minacce e intimidazioni d’ogni genere da parte delle organizzazioni fasciste e naziste. Obiettivo: l’individuazione di condotte penalmente rilevanti

Cittadinanza attiva

La oscura deriva del servilismo

Ferdinando Pappalardo

Riflessioni a proposito del caso della professoressa palermitana Dell’Aira, sospesa dall’insegnamento per quindici giorni. Un’imposizione dall’alto o uno squallido caso di zelo conformistico?

 

Cittadinanza attiva

Cieli di Ustica, 27 giugno 1980

Daria Bonfietti

A 39 anni dall’abbattimento dell’aereo c’è ancora una mancanza di documentazione che ostacola il cammino della verità. Ma è una cosa è oramai assodata: il dc9 è stato abbattuto all’interno di un episodio di guerra aerea, guerra di fatto e non dichiarata

 

 

 

Approfondimenti – Anniversari

Compleanno Anpi: CONTRO L’«ORDINE DEL TRICOLORE»

Andrea Liparoto

75 anni dalla fondazione dell’Associazione. Dopo gli articoli su “la nascita”, “la prima festa”, “le donne”, “2006, l’anno della svolta”, ecco quello che avvenne nel 2009, quando si contrastò con successo l’ennesimo tentativo di mettere sullo stesso piano partigiani e repubblichini

Approfondimenti – Anniversari

Compleanno Anpi: TAMBRONI

Fulvio Cerofolini

I fatti del luglio 1960 a Genova e il ruolo dell’Anpi. Umberto Terracini incita alla lotta intransigente contro il congresso Msi a Genova. Giorno dopo giorno la protesta si allarga sempre più e coinvolge l’intera area ligure e la zona del basso Piemonte. Gli scontri del 30 giugno. Gli incidenti a Roma. Le stragi a Reggio Emilia e Catania

 

 

In primo piano

Interviste

L’orribile caso CSM

Giampiero Cazzato

Giovanni Maria Flick: “Erano semplici riunioni per discutere su chi poteva essere più adatto per un determinato ruolo, una determinata procura? Bene, allora perché non farle in modo trasparente, invitando tutti?”, “alcuni esponenti della magistratura, hanno offerto sul piatto d’argento argomenti a favore di chi vuole normalizzare e castrare la magistratura

Cittadinanza attiva

Quando ago e filo cambiano il mondo

Letizia Annamaria Dabramo

Non solo slogan e striscioni: le proteste insegnano che le lotte civili e politiche passano anche attraverso l’adozione di canoni estetici ben precisi

 

Email in primo piano

Non cambiano il vizio. E neppure il pelo

Mario Beiletti

Vecchi e nuovi fascisti, in una situazione storica del tutto diversa, tirano fuori lo stesso armamentario: violenze, apologia del regime, gagliardetti e manganelli. Mantenere alto lo stato di allerta

 

 

Fra Montesquieu e recessione morale

Francesco Provinciali

La corruzione si attenua nei Paesi dove la giustizia è autonoma e funziona fino ad essere indipendente e scevra da condizionamenti esterni

Servizi

Cittadinanza attiva

La strana destra italiana e i neofascisti

Valerio Strinati

A proposito di un editoriale di Michele Serra. Il controverso rapporto con la Costituzione. Berlusconi e il 25 aprile. Una corrente eversiva dall’andamento carsico. Il patto repubblicano e un progetto di cittadinanza attiva

 

Approfondimenti

Resistenza e politica in pianura

Guido Ceroni

La particolare esperienza del ravennate, la terra di Arrigo Boldrini. Il fondamentale rapporto con i lavoratori delle campagne. L’esperienza maturata nei CLN: unità e contraddizioni

 

 

 

Approfondimenti

La presunta invasione e la vera fuga degli italiani

Domenico Stimolo

I dati veri del fenomeno migratorio su scala europea smentiscono il clima d’eccezione sbandierato ogni giorno del Governo del bel Paese. E intanto vanno all’estero tanti ragazzi, in particolare (ma non solo) dal Mezzogiorno

Profili partigiani

Cammina il partigiano Jerwis

Annalisa Alessio

Willy, combattente per libertà, fucilato il 5 agosto 1944 a Villar Pellice, nel torinese; appeso “post mortem” al palo della luce della piazza

 

 

Terza pagina

Librarsi

L’oscura seduzione di Furtwängler

Giacomo Verri

Giuseppe Culicchia, “Il cuore e la tenebra”, Mondadori, marzo 2019, pp. 218, € 17

 

 

 

 

 

Pentagramma

La ballata di Teresa

Chiara Ferrari

Teresa Viarengo, incredibile magazzino della memoria e straordinaria interprete, scoperta a 73 anni dall’etnomusicologo Roberto Leydi. A lei si deve il recupero di un numero impressionante di canti, soprattutto ballate, tipici della sua terra, l’astigiano, e del Piemonte in generale. Cosa è la ballata e quali sono le sue misteriose ed antiche origini

 

Forme

I vuoti di memoria e le bottiglie del Quadraro

Mariangela Di Marco

“Qui s’era antifascisti pe’ natura, pe’ fame, pe’ solidarietà coi poveracci”. Una borgata della Resistenza romana, che ha avuto un numero di deportati secondo solo a quello del Ghetto ebraico, di cui la storia parla poco. L’arte la ricorda con un’istallazione di 400 metri quadri

Forme

“L’artista che dipinge quelle orribili opere”

 Francesca Gentili

Parole di Margaret Thatcher su Francis Bacon, che le rispose che ad essere orribili non erano le sue opere ma il mondo che i politici come lei avevano creato. L’amicizia con Lucian Freud

 

Librarsi

Un giusto pugno nello stomaco

Antonella De Biasi

Daša Drndić, traduzione di Ljiljana Avirovic, “Leica format”, La nave di Teseo editore, 2019, pp. 419, € 18,70

Red carpet

“Contro di noi non vinci”

Serena d’Arbela

Un film sulla battaglia della giornalista Federica Angeli contro mafia e criminalità. “A mano disarmata”, regia di Claudio Bonivento, con Claudia Gerini, Francesco Venditti, Mirko Frezza, Francesco Pannofino, Rodolfo Laganà, Italia, 2019

Bottoni – Librarsi

Bottoni n. 7

Irene Barichello

Leggere e rileggere

 

 

 

Librarsi

I sardi e la Resistenza. Memorie

Marco Sini

“La chiave dello zucchero”, Giacomo Mameli, Il Maestrale, 2019

 

 

 

 

Ultime da Patria

Cronache antifasciste

Grande, bella e partecipata

Emanuela Manco

Alla festa dell’Anpi provinciale di Monza e Brianza una raffica di dibattiti, incontri, musica, spettacoli. E (buona) cucina. Un modello positivo su scala nazionale

 

 

 

 

 

Cronache antifasciste

Donbass, Ucraina e nazifascisti

Silvio Marconi

Un viaggio nella regione attaccata dai militari di Kiev. La presenza di organizzazioni paramilitari ucraine eredi dei collaborazionisti di Hitler. L’incognita del nuovo presidente ucraino Zelensky

Cittadinanza attiva

“Chiediamo un vero Museo della Resistenza a Milano”

Redazione

Contro il progetto minimalista dello spazio all’interno della Casa della Memoria, un appello al sindaco sottoscritto da illustri personalità della cultura milanese, fra cui Liliana Segre, Ferruccio De Bortoli, Stefano Boeri, Salvatore Veca, Nando Dalla Chiesa, Armando Spataro, Stella Bolaffi, Ottavia Piccolo, Corrado Stajano, Noemi Di Segni, Salvatore Borsellino, Djana Pavlovic

Cittadinanza attiva

CasaPound omaggia lo squadrista

Andrea Liparoto

Il 16 giugno una delegazione alla tomba di Aurelio Padovani, comandante dello squadrismo campano e segretario del fascio di Napoli

Cittadinanza attiva

Graziani, il gerarca fascista

Redazione

Mausoleo di Affile: la sentenza della Corte d’Appello e le regioni della conferma della condanna. Respinti i motivi della difesa come “infondati e pertanto immeritevoli di accoglimento”. Il testo integrale

 

L’articolo Anno IV n° 65 proviene da Patria Indipendente.

BUFALE FASCISTE

Come e perché nasce questo libro?

Faccio parte di un’associazione che organizza viaggi di memoria che si chiama Deina e, nel costruire questi viaggi, ci troviamo spesso a confronto con il modo in cui i ragazzi apprendono, fruiscono e interpretano la storia: non lo fanno attraverso gli strumenti ritenuti “canonici” (libri e manuali di storia, per esempio), ma attraverso quello che è il grande canale di informazione di tutti noi, cioè il web e in particolare i social network. Noi di Deina, parlando con i tutor – ossia ragazzi che hanno partecipato al progetto e si offrono a loro volta per accompagnare altri coetanei in quell’esperienza, per esempio ad Auschwitz – abbiamo scoperto che le convinzioni, o comunque le notizie, che girano sul web circa il fascismo sono “sporcate” da una serie di bufale e invenzioni che raccontano una storia mai esistita. Quindi questo manuale nasce innanzitutto come una risposta veloce, una “cassetta degli attrezzi” ad uso soprattutto dei ragazzi per affrontare le bugie che circolano sul fascismo.

 Quanto scritto sul tuo libro gli storici lo conoscono già, gli antifascisti convinti non sono attraversati dal dubbio che Mussolini abbia fatto cose buone, invece i suoi “ammiratori” criticano questa pubblicazione anche senza leggerla. Ci si chiede allora a chi parli questo libro, quale sia il suo spazio.

Il libro si colloca in un contesto di “resistenza intellettuale antifascista”, nel senso che si vuole ribadire fisicamente – attraverso l’oggetto libro, appunto – che alcune cose sul fascismo non si possono proprio sostenere, per esempio riguardo la sua “bontà”; si vogliono precisare i confini storici della questione all’interno del discorso pubblico. In secondo luogo, la cosa importante – proprio partendo dall’origine di questo manuale – è comprendere dove vada a incidere: nei social, purtroppo, spesso girano delle notizie infondate da cui scaturisce un dibattito tra i commentatori più accesi che di solito degenera quasi subito in insulti. Però non bisogna dimenticare che gli attori di questo tipo di “battaglie da tastiera” sono tre: ci sono i protagonisti che si scannano dalle rispettive e immutabili posizioni, ma ci sono anche tanti osservatori che assistono in silenzio, senza intervenire, magari cercando di formarsi un’opinione. Questo libro è indirizzato a loro, più in generale è indirizzato quella parte di società che ha bisogno semplicemente di costruirsi un’opinione basata sui fatti e non su dibattiti violenti e spesso slegati dai fatti.

La storia la scrivono i vincitori, gli storici, pochi però la leggono, infatti pare che quella più ascoltata sia una storia non scritta, ma raccontata da quelli che amano definirsi “vinti”. Come mai è andata così? Cosa si sarebbe dovuto narrare per avere, oltre che una storia, anche una narrazione antifascista?

Innanzitutto non credo che la storia la scrivano i vincitori: la storia la scrivono tutti; invece le versioni della storia cui si dà ascolto (o meno) dipendono non solo dal mood dei vincitori, ma anche dalla sensibilità di ciascuno. La storia, diceva Gramsci, è una grande maestra, ma non ha alunni, e credo sia vero. In secondo luogo, la storia è un grande “supermercato di fatti”, in cui si può trovare tutto e il suo contrario: grandi storie di vincitori e grandi storie di sconfitti e, a seconda della sensibilità di ognuno e grazie all’ampliamento delle conoscenze di base e della ricerca scientifica, ci si può soffermare su episodi di ogni tipo. La storia dei “vinti” è stata portata in auge e sfruttata da giornalisti (non storici, è bene ricordarlo) che hanno voluto parlare di fatti storici utilizzandoli all’interno di un discorso pubblico.

Mi chiedi poi se sia mancato qualcosa – e cosa – nella narrativa del discorso pubblico resistenziale: ritengo esso sia stato fondamentale per costruire la nostra democrazia e la nostra Repubblica e abbia sottolineato la forza dei valori di libertà e di civiltà che la Repubblica nata dalla Resistenza porta con sé. Per anni questo è stato vero. È stata una narrazione pubblica molto ampia, bella e solida, ma non “totale”, ossia non era (e non è) condivisa dalla totalità della società. E forse è anche giusto che sia così; qualcuno dice che il 25 aprile è divisivo: certo! Divide infatti la democrazia da ciò che democrazia non è, l’antifascismo dal fascismo. Per decenni i valori della Resistenza non hanno fatto parte dell’intero corpus della nazione: il cosiddetto arco costituzionale – come lo chiamavano nella prima Repubblica – escludeva una parte certo minima, ma pur sempre presente nella società italiana, quella dei fascisti. Negli ultimi anni la crisi ha posto il modello di vita democratico di fronte a delle scelte critiche, appunto; alcuni hanno approfittato della crisi prevalentemente economica per parlare invece di una crisi del sistema di valori e quindi la gente, che durante le crisi si sente insicura, ha cominciato a credere che fosse utile barattare la propria libertà in cambio di una presunta sicurezza, sociale o economica; si è cominciato a pensare che la compressione dei diritti e delle libertà fosse una via per arrivare alla felicità. Il racconto della Resistenza, che riferiva proprio di diritti e libertà, è stato dunque scavalcato da un racconto di paura, o meglio da un “non racconto di speranza”: da oltre una decina d’anni il Paese è in balia dei raccontatori odio, non si è voluto o saputo narrare quella che poteva essere una storia – e un presente – condivisa.

Forse nella narrazione resistenziale sarebbe servito fare presto i conti anche con i “tipi un po’ storti”, per dirla con Calvino, per parare così i colpi dei detrattori della Resistenza che così tentano – pretestuosamente – di scardinarne l’intera portata.

Sono disposto a entrare nel merito di questa domanda sottolineando però una cosa: non sto al gioco di chi, parlando di qualche scheggia impazzita o di qualche analisi mancata o di qualche passaggio formale non ben strutturato, desideri portare allo sfascio tutto il movimento di Resistenza italiano. Questa operazione non ha validità storiografica e non può trovare spazio in una discussione seria dal punto di vista storico. Certo, ci sono stati episodi negativi nella Resistenza e non averli sempre e tutti indagati profondamente può dare adito a dubbi, ma solo se si è in mala fede: occorre infatti sempre ribadire che da una parte c’era chi aveva scelto di combattere per la libertà e dall’altra c’era chi aveva scelto di combattere per la prevaricazione; da un lato c’era chi deportava e massacrava e dall’altro chi tentava di impedire quelle deportazioni e quei massacri.

Da “il Grande dittatore”

Prima parlavi di un racconto di odio e di paura che toglie speranza nel futuro: forse qui si cela parte della risposta al perché molti giovani si dicano di estrema destra e al perché il racconto-bufala sul fascismo faccia presa su di loro.

La questione si sposta, secondo me, dallo storico al sociologico, forse perfino allo psicologico. Oggi siamo un Paese in cui si fatica a trovare “luoghi in cui sognare” – mi piace usare questa espressione: pensiamo all’Italia degli anni 50, che aveva un passato complesso con cui fare i conti (sebbene poi non li abbia mai fatti) e un presente di disperazione, poiché era uscita distrutta dalla guerra fascista, ma possedeva un futuro in cui sognare e proiettare le proprie speranze e prospettive di crescita, la propria voglia di riscatto, prosperità e felicità. Ecco quindi il boom economico e la certezza che le generazioni future sarebbero state meglio delle presenti: nessun uomo degli anni 50 dubitava del fatto che i propri figli sarebbero stati più ricchi e colti di lui, e lavorava per questo. Adesso, invece, abbiamo una società in cui il futuro, da un punto di vista economico-sociale, è ipotecato: l’Istat ci dice che questa che si sta affacciando sul mondo del lavoro sarà la prima generazione a stare peggio dei propri genitori, banalmente per una questione di impossibilità di crescere all’infinito (e questo dovrebbe anche portarci a riflettere sulla reale tenuta di un modello che pianifica una crescita di questo tipo, ma questo è un altro discorso), ma intanto abbiamo le abbiamo trasmesso dei valori che non si possono realizzare; d’altro canto il presente di queste nuove generazioni è compresso nell’attimo: il loro social network di riferimento, Instagram, permette di fare delle storie che durano 24 ore, la proiezione di sé e del mondo dura lo spazio di una giornata. Quale spazio-tempo resta allora ai giovani per sognare? Quale momento è concesso loro per pensare di stare meglio? Il passato. Quando “avevamo un impero” e si poteva “uscire di casa lasciando la porta aperta”… Che questo passato sia vero o falso non ha nessuna importanza ai fini del sogno, è comunque – sebbene nostalgica – una speranza che le cose vadano meglio. Questo ovviamente riporta in gioco la “mitopoiesi” della bontà fascista e per questo è ancora più importante oggi combatterla.

Da “Fascisti su Marte”

Uno degli strumenti per farlo può essere un libro come questo. Ma come è possibile passare da un libro scritto, con dati storici e documenti, a una narrazione antifascista? Come è possibile riportare su un territorio di confronto omogeneo delle parole che sono mere credenze e altre invece fondate sui fatti? Come smascherare la falsità della narrazione fascista e come invece rendere più accattivante una storia che si basa sul lavoro degli storici?

Una delle cose che gli storici, classe intellettuale cui anch’io appartengo, devono comprendere è che la storia è anche racconto e saper raccontare, quindi semplicemente bisogna ricominciare a scrivere bei libri, libri divulgativi che si leggano volentieri: “divulgazione” non deve più essere una parolaccia contrapposta ad “accademico”. Un esempio di nuove forme di racconto proviene dal movimento della Public History, in cui giovani storici cercano nuovi modi per raccontare il passato.

Nella domanda si usa l’aggettivo “accattivante”, che proviene dal gergo commerciale, ma che non è una brutta parola: deve indurci anzi a elaborare un modo migliore per portare dei messaggi positivi, per ricostruire una narrativa pubblica di questo tipo. Un’operazione simile potrebbe inserirsi in una vera e propria rivoluzione della storia, del modo di intenderla, proporla e percepirla da parte del pubblico. Si pensi a Il secolo breve di Hobsbawm: un bel libro che parla di Novecento; certo qualcuno dirà che c’è di meglio in giro ma se si arriva a leggerlo sotto l’ombrellone [il volume è un bestseller anche tra i non addetti ai lavori, ndr], significa che quel progetto storiografico ha vinto la sua sfida.

Abbiamo qualche fondata speranza di superare, o almeno ridurre, l’attuale narrazione fascista del passato? A tuo giudizio è un pericolo concreto, oggi, il neofascismo in Italia e in Europa?

Non credo alla parola “neo-fascismo”: il fascismo, dal mio punto di vista, essendo un modo di fare le cose, non è né “vetero” né “neo”: è un modo di approcciarsi al mondo. Nel momento in cui tu credi alla possibilità che un uomo della provvidenza privandoti dei tuoi diritti ti dia più felicità, nel momento in cui la democrazia decade in plebiscitarismo quella si ha una via fascista di risposta ai problemi.

Premesso questo, il pericolo che ritorni questa politica d’odio è evidente, ma è altrettanto evidente – la storia ce lo insegna – il modo più efficace di eradicare questo tipo di fenomeno: il fascismo si nutre di paura, perciò dovremmo concentrarci meno su personaggi improbabili che vestiti in modo improbabile fanno saluti improbabili in luoghi improbabili (ricordando che comunque l’apologia di fascismo è un reato da perseguire giuridicamente), e più sulle fonti delle paure. La paura del diverso viene eradicata dalla conoscenza del diverso, e non è un solo un ragionamento astratto. Pensiamo alla brutta vicenda di cronaca recente relativa al sequestro dei ragazzini sul bus nel milanese: quando si è scoperto che nella realtà di tutti i giorni la diversità percepita è invece del tutto “normale”, poiché i ragazzini-eroi sono studenti tali e quali a quelli italiani con in meno solo la cittadinanza, ecco che questo tipo di narrazione e racconto pubblico vince sulle politiche di paura divisiva. Basterebbe forse ricominciare a narrare momenti e movimenti di speranza.

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