Regionalismo differenziato: non piace

Le manifestazioni sindacali hanno sempre avuto – oltre ai contenuti naturalmente – un valore simbolico molto alto destinato a durare per lunghi periodi sollecitando al contempo riflessioni impegnative per sindacalisti, politici, sociologi, storici e studiosi in generale.

È rimasta certamente nell’immaginario collettivo la manifestazione sindacale del 1972 dei metalmeccanici uniti all’epoca nella Flm. Una giornata memorabile all’insegna del nord e sud uniti nella lotta. Erano anni di tensioni, di stragi e di bombe ai treni. Eppure la determinazione del mondo del lavoro, e dei loro sindacati, portò migliaia di persone a Reggio Calabria per rivendicare lavoro, democrazia e sviluppo economico.

Quarantasette anni sono passati da quella data ed ecco ancora una grande manifestazione unitaria del 22 giugno a Reggio Calabria. Oltre 25mila persone arrivate da tutta Italia hanno dato vita a un’altra giornata destinata a restare anch’essa nella storia. Tutto è cambiato. Nessuno avrebbe pensato di ritrovarsi dopo tanti anni a dover difendere l’unità della nazione. Il dato caratterizzante della manifestazione è stato proprio il rifiuto del regionalismo differenziato.

Questa proposta, spiegata con cognizione da tantissimi esperti, mette a rischio l’unità del Paese lasciando il Meridione d’Italia abbandonato a se stesso. Sembra esagerato eppure è così: la questione meridionale – più evocata che affrontata – è ancora qui, presente, con tutti i suoi drammi e la voglia di riscatto mai sopita.

Il 22 ottobre del 1972 è lontano. Cinquantamila lavoratrici e lavoratori di tutta Italia dissero no ai “boia chi molla”, al clientelismo alle false promesse di sviluppo. Il 22 giugno del 2019 non si potrà archiviarlo facilmente. Le rivendicazioni del movimento sindacale non sarà possibile ignorarle. Noi c’eravamo; l’Anpi della Calabria era nella bella e pacifica manifestazione. I volti dei tantissimi giovani, tantissimi lavoratori immigrati, tantissime donne non erano affatto rassegnati e sfiduciati. Esprimevano piuttosto una voglia di cambiamento che lascia ben sperare per il futuro.

Mario Vallone, coordinatore Anpi Calabria e componente del Comitato nazionale Anpi

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Il questore zelante e il reato immaginario

Un momento della grande manifestazione antifascista di Prato del marzo di quest’anno

Una denuncia presentata dal questore di Prato in persona, Alessio Cesareo, perché durante le celebrazioni del 25 aprile la piazza lo aveva contestato, e con lui il prefetto Rosalba Scialla, per aver autorizzato, il precedente 23 marzo, la manifestazione di Forza Nuova organizzata in occasione del centenario della nascita dei fasci di combattimento. Ma secondo la Procura i fischi e gli slogan scanditi durante la Festa della Liberazione non costituiscono affatto reato, sono state semplicemente “legittimo dissenso” e con questa motivazione ha chiesto l’archiviazione del fascicolo.

L’inchiesta era stata avviata dal telex “urgente” inviato dal rappresentante della pubblica sicurezza al ministero dell’Interno. Nell’informativa c’era un preciso resoconto delle frasi scandite che, ad avviso del questore, non sarebbero state “rispondenti alla solennità della manifestazione”, e si aggiungeva che i cori dei contestatori erano “consistiti nel chiedere le dimissioni del prefetto e nell’intonare alcuni canti tipici della lotta partigiana” (Bella Ciao!). Subito dopo la Procura aveva dovuto aprire un fascicolo contro ignoti, ipotizzando il reato di vilipendio della Repubblica e delle sue istituzioni, ma negli ultimi due mesi nessuno è stato indagato.

Il vice presidente nazionale dell’Anpi Gianfranco Pagliarulo interviene nella gremitissima piazza Santa Maria delle Carceri, il 23 marzo scorso, alla mobilitazione democratica di protesta contro l’iniziativa, autorizzata, di Forza Nuova

Ora dal procuratore capo Giuseppe Nicolosi e dal sostituto Gianpaolo Mocetti è arrivata la richiesta di archiviazione perché si è trattato di “legittimo dissenso” e non ci furono affatto “violenza e offese” nei confronti dei due rappresentanti delle istituzioni. Il sostituto procuratore Mocetti ha esaminato più volte le immagini raccolte dalla Digos, concludendo che proteste e cartelli (“Prefetto vai a casa”, “Prefetto noi non dimentichiamo!”) rappresentano dunque una critica, legittima, nei confronti dell’operato di questore e prefetto. I pm hanno inoltre documentato che gli slogan scanditi in piazza Santa Maria delle Carceri quali “Su queste strade se vorrai tornare ai nostri posti ci ritroverai, morti e vivi collo stesso impegno, popolo serrato intorno al monumento che si chiama ora e sempre Resistenza” si richiamavano alla celebre epigrafe Lo avrai, Camerata Kesserling composta da Piero Calamandrei. Una iscrizione famosa come la vicenda che portò alla sua realizzazione.

Albert Kesselring, comandante in capo delle forze armate di occupazione tedesche in Italia, nel dopoguerra era stato condannato a morte per la sua responsabilità in numerose stragi nazifasciste, le Fosse Ardeatine e Marzabotto. Pena presto commutata nel carcere a vita. Ma già nel 1952, in considerazione delle sue “gravissime” condizioni di salute, fu messo in libertà. Accolto come un eroe in Germania, il criminale di guerra ebbe pure l’impudenza di dichiarare pubblicamente che non aveva proprio nulla da rimproverarsi e che gli italiani avrebbero dovuto essergli grati per il suo comportamento durante i 18 mesi di occupazione, tanto da erigergli un monumento. L’iscrizione “Ad ignominia” era stata la risposta del noto giurista, poeta e padre costituente.

Nel sorriso della presidente del Comitato provinciale Anpi di Prato, Angela Riviello, la soddisfazione per la grande partecipazione promossa il 23 marzo scorso nella cittadina toscana da partigiani e antifascisti insieme  ad associazioni e partiti democratici del territorio. Accanto il vicepresidente nazionale dell’Anpi Gianfranco Pagliarulo

A Prato, il 23 marzo, la manifestazione di Forza Nuova, autorizzata, era stata un flop: appena 150 militanti da tutta Italia tra cui il leader nazionale Roberto Fiore. Al contempo invece erano stati migliaia gli antifascisti e partigiani a riempire piazza Santa Maria delle carceri per la mobilitazione democratica sia contro lo squallido presidio nero sia contro la decisione di questura e prefettura di autorizzarlo.

Dopo la denuncia della piazza che festeggiava il 25 aprile da parte del questore, l’Anpi Prato aveva diffuso una nota molto dura definendo la segnalazione penale “ridicola e intimidatoria” perché “se si denunciassero i fischi alle iniziative pubbliche tutte le procure sarebbero intasate di lavoro”. La Procura ha dato ragione ai partigiani. Adesso a pronunciarsi dovrà essere il giudice.

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Orazione ufficiale di Marta Manzotti per il 75#Anniversario dell’Eccidio dei Martiri di Montecappone di Jesi

Buonasera a tutti, perdonate se mi trema la voce ma l’emozione di essere qua a parlare di questa ricorrenza … fa un certo … effetto!

Voglio innanzitutto porgere un saluto ai familiari e ai parenti di questi sette giovani, con la consapevolezza che nessun discorso potrà cancellare la violenza subita. Un saluto alle Autorità civili e militari, a tutte le Associazioni  e a tutti  coloro che con la loro presenza, oggi,  vogliono onorare il ricordo di questi giovani Partigiani morti per la Libertà.

Quando mi è stato proposto di essere l’oratrice, qui, oggi, in un giorno così importante mi sono chiesta “chi? Io?”  Però poi riflettendoci mi sono detta “Si, io. Qualcosa da dire ce l’ho!” Sono Marta Maria Manzotti, laureata in Filosofia a Macerata. Ora sono una volontaria del servizio civile e  curo il progetto dell’Arci servizio civile “ La memoria dalle storie locali all’educazione alla pace”, grazie al quale sono entrata in contatto con questa realtà. Dedico due righe a questo progetto che mi ha aperto tante porte da scoprire, tra cui questa appunto.

Trasformare la Memoria come forma di azione non violenta per educare il prossimo ai valori della Pace e solidarietà.  Questo è l’obiettivo.  Poniamo continua attenzione dedicando giornalmente tempo alla Ricerca sempre più approfondita su eventi che hanno coinvolto (e sconvolto ) pesantemente la nostra società. Mi riferisco alla terribile e disumana Soluzione finale del problema ebraico, ovvero la Shoa, e alla ribellione a quel regime nazifascista, ovvero, al movimento di Liberazione in Italia. Vogliamo far sì che la Memoria insieme alle celebrazioni annuali che la riguardano si trasformino in uno stile di vita concreto. In un modo di pensare non solo teorico ma pratico. TRASFORMANDO QUINDI L’EVENTO IN QUOTIDIANITà,  in qualcosa non di vecchio e di antiquato ma contemporaneo. E come ? Risvegliando la consapevolezza della nostra storia.  In questo momento stiamo somministrando questionari a giovani dai 18 ai 30 anni con l’intenzione non solo di valutare il grado di sensibilità e di percezione storica ma anche e soprattutto di generare in loro una riflessione interiore in un momento successivo.  È un progetto a rete che vede coinvolte più regioni e città quindi si è creato un spazio di ricerca e di confronto che riguarda la nazione intera. Il dialogo coinvolge in primis noi stessi con le materie, leggiamo, studiamo e questa conoscenza che ci entra dentro trasforma la nostra percezione, risveglia in noi la voglia di confrontarci con altri, secondo i valori del rispetto e dell’apertura mentale e della diversità  (per esempio noi volontari di questo progetto, provenienti da territori diversi, ci siamo incontrati tutti a Roma e insieme ci siamo potuti conoscere e confrontare). Infine c’è la volontà di espandere questo dialogo alla nazione intera. Stimolarla ad avviare un dialogo con il passato e ad avviare una trasformazione interiore . Perché possiamo cambiare il fuori, solo iniziando da noi stessi e dalle nostre radici. Questo è tutto quello che sto imparando in questo anno di Servizio civile universale e l’essere qui oggi, mi riempie il cuore. Nessuno mi obbligava a proseguire ma queste due realtà il Servizio Civile e l’ANPI hanno destato in me una fame di conoscenza e di approfondimento di questi argomenti, hanno fatto nascere in me tante riflessioni e tanti interrogativi.  Ho potuto partecipare il 24 Aprile alla Deposizione delle corone con il giro dei cippi, ed è stata un’esperienza emozionante e toccante, in cui, appunto, ho potuto toccare con mano e soprattutto con il cuore i luoghi della Memoria e respirare la volontà di ricordare coloro che sono morti ed hanno combattuto per la Libertà.

Fin da piccola ho sempre avuto una certa predisposizione per un mondo trasognante, spensierato dove alberi piante fiori uccellini e altre creature potessero respirare felici e io potessi correre, saltare in mezzo a loro. Li, in quel mondo, l’unico battito importante che avrebbe fatto vibrare tutto il corpo e l’anima sarebbe stato quello del cuore. E L’unica esplosione di luce sarebbe stata quella che avrebbe bagnato e inondato i miei occhi gioiosi di vita.  Una bella visione ,vero? Altro che spari e bombardamenti.

Sono cresciuta in queste campagne con i miei nonni, Zelinda e Armando Manzotti. Lui ha combattuto per la libertà e tanto, entrambi, mi hanno raccontato e insegnato. Mi ricordo ancora, quando ero piccola e passavo tutto il mio tempo in loro compagnia, di quando la sera (perché spesso dormivo da loro) mi veniva posta la fatidica domanda : “vuoi che ti racconta una storia Nonna o Nonno?” Naturalmente preferivo le storie di fanciulle, gattini … Mi ricordo che provavo ad ascoltare i racconti di Nonno ma mi rimandavano immagini troppo cruente e mi ricordo tutt’ora di quando sentivo i passi di nonno, di notte, per la casa, girare insonne e un certo odore di sigaretta cresceva nell’aria. Me lo ricordo agitarsi tra le coperte nel buio. A lui non bastava dire “no” e chiudere gli occhi per dimenticarsi di quelle immagini. Aperti o chiusi, i suoi occhi, le avevano assorbite e ora, le dovevano contenere .  Anche i partigiani Armando e Luigi Angeloni, Vincenzo Carbone, Francesco Cecchi, Calogero Graceffo, Alfredo Santinelli e Mario Saveri avrebbero preferito le storie della nonna e come me evitare storie violente che, invece, hanno dovuto non solo ascoltare e vedere ma … vivere.

20 Giugno 1944. << Stavo salendo le scale della mia abitazione>> Racconta nel suo libro “La storia attorno casa 1930-1948” Nello Verdolini  << quando dalla finestra spalancata vidi passare i ragazzi rastrellati, una ventina, tutti in fila uno dietro l’altro, in mezzo alla strada. Fra loro c’era anche Peppino d’Assunta >> ; << All’altezza dell’incrocio di Santa Caterina un altro ragazzo che stava ritornando a casa, Alfredo Santinelli, venne obbligato con le armi a seguire gli altri, ed egli andò in mezzo ai suoi amici quasi di buon grado. Nella via, passato il rastrellamento fascista, tutti ritornarono alle loro occupazioni. I genitori, i parenti dei ragazzi portati via pensavano che da un momento all’altro sarebbero stati rilasciati. Solamente Gigetto Tittarelli, il sarto, padre di Peppino, dopo un po’ inforcò la bicicletta e andò a vedere. Ritornò col figlio sulla canna della bicicletta. La gente gli andò attorno per sapere. Peppino, piccoletto, biondino, era bianco come un cencio. Si capiva che aveva avuto una gran paura. (Sembrava più piccolo di quello che era e lì per lì non disse un granchè, era come paralizzato)  A monosillabi disse che i fascisti li avevano fatti mettere tutti a ridosso di un muro, con il viso rivolto alla parete. Con minacce ed urla volevano sapere dove fossero i partigiani. Spararono alcune scariche di mitra, senza colpirli, facendo loro credere che li stavano fucilando.  Tutti in via Roma erano convinti che l’avventura per quei ragazzi si sarebbe risolta con una spaurita e che, così come era stato rilasciato Peppino, presto sarebbero stati rilasciati tutti gli altri. Non fu cosi!  A Monte Cappone si seppe poi, i ragazzi furono fatti sfilare davanti ad una porta, ad uno ad uno. Dentro al buio, c’era il comando fascista insieme alla ragazza che aveva detto di essere profuga e che era ospitata nell’appartamento di Elena. In effetti, essa era una delatrice di Fabriano in forze al comando fascio repubblicano di Jesi ed amante di un tenente dell’esercito della RSI. In base alle indicazioni di costei, i giovani vennero divisi in due gruppi: quello più numeroso, dopo essere stato intimidito e terrorizzato, venne mandato a casa. L’altro, di sette giovani, fu ritenuto composto da partigiani e trattenuto . >>

Si sa che i familiari di questi sette ragazzi cercarono di estrapolare informazioni, notizie da quelli liberati ma … erano fuggiti tutti.  Andarono a Montecappone ma i fascisti dissero loro che non c’era nessuno li. I contadini, pero, che abitavano li vicino .. avevano assistito alla crudeltà a cui quei poveri ragazzi erano stati sottoposti ma non ebbero cuore di dire nulla. Solo al mattino successivo, quando i fascisti se ne andarono sfilando per via Roma portando in processione i ritratti di Mussolini, i familiari ritornarono nello stesso posto e trovarono in un fossato i corpi martoriati dei loro ragazzi, martoriati da una ferocia disumana. Tanto che erano a stento riconoscibili.  Nello Verdolini conclude il racconto di questo triste e crudele episodio: << Avevano subìto il martirio, ma non diedero nessuna informazione, né rivelarono i nomi dei partigiani che bene conoscevano. Di fronte alle minacce, al terrore e alla morte più atroce non parlarono, non tradirono i loro compagni. Li ricordo tutti: Gigetto del cementista (Luigi Angeloni), 18 anni,mio amico d’infanzia; Armando, 25 anni,suo fratello; Alfredo Santinelli, 18 anni; Francesco Cecchi, 18 anni,che tante volte avevo sentito cantare con la sua bella e chiara voce “Bella ciao”; Mario Saveri, 23 anni; Enzo Carbone, calabrese e Calogero Grasceffo, siciliano, entrambi militari ventenni, che avevano trovato rifugio nella nostra città dopo l’8 settembre>>

Ho trovato storie davvero agghiaccianti sulla nostra città nel periodo prima della liberazione, un clima di terrore fatto da fascisti e tedeschi minacciosi che giravano per Jesi, un’ infinità di allarmi aerei ed incursioni violente. Le vorrei citare tutte ma il tempo è breve. I miei studi filosofici mi portano a riflettere sui fatti di quei giorni.

VIVERE. Cosa significa Vivere?  La realtà che sta al di fuori di noi  siamo poi cosi sicuri che sia cosi diversa dal sogno?  È bastato un singolo uomo a sognare un mondo in cui il razzismo e il totalitarismo predominassero per far si che diventasse un’orribile realtà.  Il sogno, dunque, può sfociare nella realtà e la realtà nella follia. Quando comprendiamo che la realtà non è quella che vediamo ma quella soprattutto che scegliamo di vedere o è la nostra cura, in quanto ci possiamo risvegliare ed essere più consapevoli, o, se non ci si accorge delle illusioni create, è l’origine di una malattia/nevrosi. Gli uomini, infatti, da sempre desiderano e rivolgono l’attenzione verso quello che vedono fuori di sé e che sentono di non avere. Percepiscono di non essere abbastanza, di essere difettosi, manchevoli di qualcosa e questa è l’origine della paura e della violenza. Le guerre, l’odio, l’invidia, la ricerca del potere … Le persone non si accorgono di essere uguali al prossimo, nella stessa condizione esistenziale sognante (si, “sognante” perché sono proprio i sogni che consapevolmente o non, ci muovono ogni giorno e ci condizionano), individui irrequieti in cerca di qualcosa che colmi il vuoto e l’insicurezza che esso genera … e non vedono che la ricchezza è nel condividere. È lo spazio che accoglie nuovi mondi: il sogno dell’altro. Apertura. Vi sto parlando tanto del sogno perché è da li che i nostri pensieri, la nostra vita, la nostra società e la nostra cultura hanno inizio. È per questo che per evitare di rifare gli stessi errori è importante imparare a sognare . è importante sognare con Responsabilità.

Questi uomini hanno davvero vissuto l’inferno, hanno combattuto per ribellarsi e non si sono arresi di fronte alla cecità e alla follia umane. Mi viene in mente “Noi non abbiamo certezza, abbiamo solo la speranza” , questa è una citazione del Filosofo Ernst Bloch, che, a mio parere, esprime l’animo di chi non si è arreso e ha continuato a coltivare la Speranza come espressione dell’istinto umano. Sempre secondo Bloch, infatti, “La Speranza è il più umano di tutti i moti dell’animo e accessibile solo agli uomini: al tempo stesso si riferisce all’orizzonte più ampio e più luminoso “ perché è proprio grazie a questo sentimento che anche nel buio più oscuro quale, paradossalmente può essere proprio il presente immediato, perché …  ci rendiamo conto che in realtà non c’è nulla di più oscuro di questo attimo, proprio questo, il presente, ora. I  partigiani lottavano nell’incognita di come sarebbe andata a finire ma il fuoco della ribellione e della Speranza li incoraggiava ad andare avanti, a non fermarsi . La Speranza creava in loro Luce e stimolo. I combattenti per la Resistenza hanno corso il rischio, hanno avuto fede nei loro ideali e nei loro sogni. Hanno seguito la voce della speranza che li animava al fine di poter cambiare quell’incubo in cui l’Italia era sprofondata. Ci hanno creduto, fino alla … Morte.

Quando leggo queste storie fatte di dolore, di violenza ma anche di ideali e alti valori mi viene spontaneo fare il paragone con la società attuale in cui sono cresciuta. Oggi abbiamo tutto. Non ci manca nulla eppure … sento che qualcosa di importante sta svanendo. L’autenticità. Siamo terrorizzati dal prossimo soprattutto se diverso, l’invidia e la voglia di essere migliori e più potenti dei nostri vicini ci sovrasta, apparire felici e spensierati e belli è un dovere per la sopravvivenza sociale. Ma dove è l’autenticità? Dove è la presa di coscienza di essere in un modo e non in un altro? Dobbiamo essere tutti simili e nella somiglianza essere migliori.Io dico che la bellezza e l’autenticità della diversità è ciò che ci rende simili. Ed è meraviglioso. Quei partigiani erano ognuno una personalità diversa, un fisico diverso ma non importava, quello che contava era il fuoco che scorreva nelle loro vene e alimentava il coraggio di ribellarsi alle mostruosità di una società che voleva tutti i cittadini succubi e schiavi di uno stesso pensiero claustrofobico privo di libertà di espressione e soprattutto privo di umanità. Essere Partigiani , come per definizione, è non cadere nell’oblio dell’indifferenza e spersonalizzazione. Essere partigiani è scegliere di essere in un modo e non in un altro. È SCEGLIERE, l’azione più importante che possiamo fare nelle nostre vite. L’essere che siamo e diventiamo è frutto di una nostra continua responsabilità quotidiana per cui prendiamo coraggio di dire NO a ciò che sentiamo essere un NO e dire con forza e ad alta voce ciò che è SI. Il bene e il male esistono ma io credo fermamente che, se si abbattono e superano tutti muri che abbiamo creato intorno ai nostri cuori attraverso convenzioni, nozioni non sentite, fredde, attraverso fobie e paure … io credo che i nostri cuori sappiano riconoscere ciò per cui vale la pena lottare . Come diceva Jaspers:  “L’esserci è il mio esserci”. La nostra esistenza ci appartiene e spetta a noi renderla memorabile esprimendo appieno la nostra autenticità e umanità. Perché ognuno di noi può fare la differenza. Sappiamo tutti, credo, quanto l’ansia, la depressione, le lamentele, la pigrizia, LA RABBIA siano contagiose. Ci facciamo da specchio quotidianamente e comunichiamo soprattutto senza parole ma con il tatto. A differenza di come la Realtà possa apparire frammentaria e di come l’altro possa apparirci appunto “altro” e le parole non sono che veicoli, il nostro essere sfiora quello di chi abbiamo affianco ed è la comunicazione più forte e vera: quella del nostro Essere che tocca un altro Essere, L’essere è qualcosa che si tocca, è qualcosa che è abbracciato da qualcosa di ulteriore. L’essere è quel qualcosa che ci tiene legati, in relazione. Diceva Campanella  << Non può sentirsi mai la cosa che non si tocca >> ,<< ogni senziente sente in quanto pate >> e se cominciamo oggi,tutti, a praticare l’autenticità e l’umanità, un piccolo mattone verso una storia migliore è posto.

Questi sette giovani partigiani hanno fatto una scelta. Hanno seguito il loro sogno di migliorare la realtà e di fare la differenza. Ci hanno creduto fino alla fine ma …

Muoiono solo le illusioni e le mode,

L’Autenticità è Eternità.  Per questo, siamo qui oggi. Perché i loro ideali sono VIVI e VIVA è la Resistenza.

Marta Maria Manzotti

20 Giugno 2019

Una domenica di sole a Paraloup

Il rifugio Paraloup, dal nome del borgo, in piemontese “difeso dai lupi” (da https://www.montagneinrete.it/ typo3temp/pics/7a813a986a.jpg)

Autunno 1943: all’indomani dell’8 settembre e dopo il discorso divenuto celebre di Duccio Galimberti a Cuneo (Sì, la guerra continua fino alla cacciata dell’ultimo tedesco, fino alla scomparsa delle ultime vestigia del regime fascista!) è a Paraloup, la più alta borgata (m. 1360) del comune di Rittana, che ha sede la prima formazione partigiana di “Giustizia e Libertà”.

Sono 149 giovani al comando, prima di Galimberti, poi di Dante Livio Bianco (che nelle sue opere definisce l’impostazione impressa alla guerra partigiana nel cuneese dal gruppo di Paraloup “il nucleo centrale attorno a cui sorsero, crebbero e prosperarono le formazioni GL della zona, la forza ideale che ci guidò e ci sorresse anche nei momenti più oscuri, nelle prove più dure, quando l’orizzonte pareva irrimediabilmente chiuso, e le avversità e le difficoltà si accumulavano, paurosamente, davanti a noi”, e infine di Nuto Revelli.

Duccio Galimberti, Medaglia d’Oro al Valor Militare. Il 3 dicembre 1944 veniva assassinato dai fascisti. Il suo corpo fu ritrovato in un fosso nei pressi di Centallo, territorio a pochi chilometri da Cuneo

Estate 2019, settantasei anni dopo: domenica 16 giugno un bel gruppo di una ventina di iscritti all’Anpi di Mondovì ha voluto ritrovarsi a Paraloup per un “pellegrinaggio laico” che assume particolare significato proprio di questi tempi. Alcuni sono partiti da Valloriate (e con loro si è unito il sindaco, Gianluca Monaco, e ciò ci ha fatto molto piacere), altri dal Chiot Rosa, altri da altri luoghi ancora: belle e agevoli passeggiate nella pace di un verde incontaminato. Ci siamo tutti ritrovati su al Rifugio e abbiamo visitato l’intera borgata che, grazie alla Fondazione Nuto Revelli, è oggi anche un’eccellenza dal punto di vista dell’innovazione architettonica e dell’ecosostenibilità, tanto da essere premiata da Legambiente.

Il comandante partigiano Dante Livio Bianco. Alla fine della guerra farà parte della Consulta Nazionale, l’Assemblea preparatoria della Costituente

È entusiasmante vedere come questo luogo sprigioni una straordinaria vitalità, incastonata in un panorama mozzafiato, che abbiamo potuto apprezzare in una giornata di incantata bellezza, con un cielo privo della minima nube e, finalmente, con un sole generoso, quel sole che è stato invece finora così avaro di sé in questa inesistente stagione di tarda primavera.

Tutto è funzionale e gradevole: la sala multimediale, l’area espositiva (con interessanti dipinti di alunni del liceo artistico Ego Bianchi di Cuneo), la baita “Anello forte: laboratorio-archivio per la memoria delle donne”, un giusto e doveroso omaggio, quest’ultimo, all’indispensabile contributo della partecipazione femminile alla lotta di Liberazione.

Non si poteva, ovviamente, non usufruire dell’ottimo servizio offerto dai giovani cortesissimi gestori: una squisita polenta insaporita con erbe di montagna e con salsiccia e sugo, vino, dolci a volontà, caffè… e tanti discorsi conviviali.

Nuto Revelli nel settembre 1944. Md’A VM oltre ai numerosi libri scrisse la canzone “Bandiera nera”, più nota oggi con il titolo “Pietà l’è morta”

Al termine del pranzo si è intonata “Bella Ciao”, ed è stato bello constatare che al canto si univano tutti gli altri numerosi ospiti del rifugio.

A Roma, invece, quattro ragazzi “colpevoli di antifascismo” erano stati aggrediti e malmenati da una decina di squadristi neofascisti: bruttissimo episodio, ennesima storia di una recrudescenza di qualcosa che non vorremmo mai più vedere e che ci deve giustamente preoccupare.

Una suggestiva immagine della Valle Stura (da http://www.vallestura.cn.it/portals/1106/ SiscomImmaginiIntestazione/0002184.jpg)

L’augurio è che il sole di Paraloup continui a illuminare e a scaldare i cuori di tutte le persone perbene che – continuiamo a credere e a sperare – sono la stragrande maggioranza degli abitanti di questo nostro Paese.

Stefano Casarino, presidente sezione Anpi di Mondovì

 

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Cinema America First

Uno scatto di Piazza San Cosimato a Roma ieri sera, 19 giugno

Lo striscione dell’Anpi Roma, le magliette bordeaux del Cinema America, e a notte fonda solo posti in piedi per vedere il film in programma a piazza San Cosimato, Trastevere, cuore del centro storico capitolino. Ma questa volta per i tanti cittadini che ieri sera hanno assistito alla proiezione era più importante esserci, stare insieme a presidiare un luogo divenuto simbolo di antifascismo.

C’erano persone della stessa età dei ragazzi che da anni hanno fatto di una sala a rischio chiusura il pilastro  di tante attività culturali, coetanei degli attivisti pestati a sangue domenica notte da un manipolo di militanti del Blocco Studentesco, l’organizzazione giovanile di CasaPound. Polizia e carabinieri stanno cercando di identificare tutti i componenti del gruppo responsabile del raid, oltre i quattro già denunciati, e chiariranno probabilmente se sempre alla formazione di estrema destra appartenevano anche i due che l’altro ieri notte hanno aggredito Federica, attrice ex fidanzata del responsabile dell’associazione che gestisce il cinema. “Dì al tuo fidanzato di stare calmo”, le hanno detto all’orecchio, in perfetto stile mafioso.

Piazza San Cosimato. Davanti allo striscione dell’Anpi Roma, in primo piano da sinistra: Gianfranco Pagliarulo, vice presidente nazionale dell’Anpi e accanto con la maglietta bordeaux e il fazzoletto dell’Associazione, Fabrizio De Sanctis, presidente dei partigiani capitolini

«Questa è e resterà un’isola felice di cultura e inclusione», rassicura subito, da un palco improvvisato sotto lo schermo, il presidente dell’associazione Piccolo Cinema America, Valerio Carocci. Poi il ringraziamento a tutte le associazioni che hanno espresso concreta vicinanza e solidarietà, l’Anpi in primo luogo. In piazza ci sono il presidente dei partigiani romani, Fabrizio De Sanctis, e anche un rappresentante dell’Anpi nazionale, il vice presidente Gianfranco Pagliarulo. Non mancano rappresentanti degli altri sodalizi della memoria, della deportazione e della persecuzione fascista, l’Aned, l’Anppia.

Col passare delle ore piazza San Cosimato è sempre più colma. Arrivano persone che hanno memoria di un tempo in cui i neofascisti si sentivano padroni del centro cittadino e di tutti i quartieri bene e guai a “un compagno” che osasse lasciare le periferie. Ma non siamo negli anni 70 e oggi l’estrema destra ha eletto la fragile periferia a territorio privilegiato per alimentare odio e razzismo contro migranti e rom.

Un altro scorcio della piazza di Trastevere durante la mobilitazione antifascista

Di Casalotti, per esempio, un tempo campagna e poi quartiere sorto a ridosso del Grande raccordo anulare, è l’uomo che la Digos – anche sulla base dei riscontri video ottenuti dai carabinieri della compagnia Trastevere – ha scoperto essere l’istigatore del gruppo che ha ferito i ragazzi rei di non volersi togliere la t-shirt del Cinema America. Ha 38 anni, fa il parrucchiere e quella notte ha festeggiato così l’addio al celibato. Molto scomodi e invisi quindi dei promotori di cultura che hanno aperto altre due arene proprio in periferia: al Casale della Cervelletta (Tor Sapienza) e al Porto turistico di Ostia. La questura ha deciso che tutte e tre le arene saranno sorvegliate affinché non si ripetano volenze.

«L’estrema destra teme la costruzione di un’idea di città che prima non c’era – dice a latere Carocci, rispondendo alle domande dei giornalisti –. E questo alle destre non va bene perché loro pensano di avere il controllo delle periferie. Ci odiano perché siamo riusciti a dimostrare che un’alternativa è possibile, che Roma è una città solidale e non allo sfascio».

Due aggressioni in una manciata di giorni ma già in passato CasaPound prese di mira quell’esperienza di accoglienza, democrazia e cultura: «Hanno paura di noi antifascisti – continua Carocci – perché portiamo il cinema nelle periferie e alle nostre proiezioni vengono anche famiglie di destra, che si fermano a parlare con noi. Questa cosa preoccupa molto chi vorrebbe farci tacere. Nel 2013 assaltarono la sala che avevamo occupato ed esattamente due anni fa, nel giugno 2017, in viale Manzoni, all’Esquilino venne aggredito un altro nostro attivista. Anche lui indossava la maglietta del Cinema America».

Sotto lo schermo, Valerio Carocci, presidente dell’associazione Piccolo Cinema America ringrazia tutti, in particolare l’Anpi, per la solidarietà e la partecipazione

Una violenza avvenuta dunque a poche centinaia di metri dalla sede nazionale di CasaPound nella centralissima via Napoleone III. Un palazzo del demanio occupato dal 2003 dalle tartarughe frecciate che secondo il ministro dell’Interno Salvini non deve par parte delle priorità degli sgomberi a Roma. «Ma il filo che unisce queste aggressioni porta appunto allo sgombero di CasaPound – insiste il presidente dell’associazione Piccolo Cinema America –. Il ministro Salvini dovrebbe intervenire. Da romano, non posso credere che un ministro, di fronte a queste cose, non prenda in mano la situazione. Intervenire è un suo dovere. Da figli di questa città e di questo Paese chiediamo che venga affrontato il tema dei neofascisti», conclude Carocci.

Le luci ora sono tutte spente e, presentato dal regista Marco Bellocchio, in piazza San Cosimato comincia Ultimo Tango a Parigi. Perché le attività del Cinema America non si fermano e neppure la mobilitazione. Domani sera, venerdì 20, alle ore 20,30, appuntamento al Parco del Caravaggio dove è in calendario alla festa Roma non si ferma, la prima promossa da centinaia di realtà sociali cittadine insieme, un incontro sulla Costituzione antifascista. Per l’Anpi interverrà il vice presidente nazionale Gianfranco Pagliarulo. Perché è questo l’autentico volto, democratico e partecipe, della città di Roma, non a caso decorata di Medaglia d’Oro per la Resistenza.

Fotografie di Roberto Mamone

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Anno IV n. 64

In questo numero:

 

 

 

 

In copertina

LA RAGAZZA DEL ’44

Gianfranco Pagliarulo

Nasceva l’Anpi. Una storia che è la storia e nella storia d’Italia. Il nostro tempo e la continua sottrazione di frammenti di libertà. Il reticolo unitario. No agli indifferenti

L’editoriale

Generosi e coraggiosi

Wladimiro Settimelli

La fondazione dell’Anpi e la sua prima sede, nella capitale martoriata dai bombardamenti e dai nazifascisti. Poi la “Casa del partigiano” in via Savoia. Il giornale “La Voce Partigiana”. La trasmissione “Radio Tricolore”

Servizi

Inchieste

Le scatole cinesi di Casapound

Gruppo di lavoro Patria su neofascismo e web

Uno studio sulle tante sigle che ruotano intorno al variegato mondo delle tartarughe frecciate. Dall’editoria all’universo studentesco, dalla musica fino allo sport e agli scout.  La ricerca sulla “Galassia nera” prosegue

 
Interviste

“Perché no a questa riforma del referendum”

 Giampiero Cazzato

Parla Ugo De Siervo, già presidente della Consulta: “ad ogni iniziativa di 500mila elettori, che sono sì un numero significativo ma non certo dominante in una democrazia fatta da decine di milioni di cittadini, il potere legislativo del Parlamento verrebbe, di fatto, congelato. Verrebbe distrutto il potere rappresentativo del Parlamento”

Approfondimenti

Il peggio deve ancora venire

Riccardo Morielli

Decreto in-sicurezza, atto secondo: una serie di norme punitive in merito al soccorso in mare di migranti e ai promotori e ai partecipanti di manifestazioni. Un pacchetto costosissimo e molto pericoloso per uno Stato democratico

Approfondimenti

Altro che “prima gli italiani”!

Massimo Villone

Il regionalismo differenziato e la Costituzione tradita: l’inizio; il disegno separatista nel pre-accordo del governo Gentiloni; la secessione dei ricchi e lo Stato che si dissolve; l’effetto domino e l’irreversibilità del disegno separatista; contro i segreti un’operazione verità; spezzare il muro dell’inemendabilità; conclusioni

Interviste

Fondata sul lavoro?

Natalia Marino

Parla la giurista Olivia Bonardi. Multinazionali: come evitare il “prendi i soldi e scappa”. I pericoli del decreto Sblocca cantieri. Perché distinguere le prestazioni di previdenza da quelle di assistenza. Il reddito di cittadinanza e il salario minimo garantito. L’importanza dei contratti collettivi. Il lavoro dei migranti e la legalità

Approfondimenti

Il puzzle degli incarichi Ue

Filippo Giuffrida

Presidenze del Parlamento, della Commissione e del Consiglio, Banca Centrale europea, Alto Rappresentante: cinque tessere fondamentali, ma nessuna reca il Tricolore sul retro. Una legenda dei gruppi parlamentari e dei partiti nazionali

Cronache antifasciste

Sull’unità dei partigiani e degli antifascisti europei

Tit Turnšek

Le considerazioni del Presidente di Zzb Nob, l’associazione di partigiani sloveni legata all’Anpi da un protocollo di collaborazione, sui recenti comuni incontri internazionali e sulle prospettive dell’Ue

 

Cronache antifasciste

Compleanno Anpi: LA NASCITA

Lucio Cecchini

La costituzione a Roma il 6 giugno 1944. L’appello ai partigiani del 26 settembre 1944

Cronache antifasciste

Compleanno Anpi: LA PRIMA FESTA

Andrea Liparoto

La “Prima Festa Nazionale” dell’Associazione nell’area del Museo Cervi, a Gattatico, raccontata su “Patria Indipendente” del luglio 2008 dal più giovane Andrea Liparoto, oggi membro della segreteria nazionale

 

 

 

Cronache antifasciste

Compleanno Anpi: LE DONNE

Mirella Alloisio

Sebben che siamo donne…Dalla Resistenza al Coordinamento femminile. Il racconto su “Patria indipendente” del settembre 2004

Approfondimenti

75°Anpi. 2006, l’anno della svolta

 Andrea Liparoto

Oggi l’associazione è aperta a tutti gli antifascisti, oltre che ai partigiani. Ma come, quando e perché fu assunta questa decisione? Fu al congresso nazionale di Chianciano nel 2006 in base alla relazione di Raimondo Ricci, allora vicepresidente nazionale

Cittadinanza attiva

L’operaio metallurgico Bruno Buozzi

Giorgio Benvenuto

 Il ricordo del grande sindacalista assassinato dai nazisti nell’eccidio de La Storta. Socialista, segretario Fiom e poi ultimo segretario generale della CGdL. L’arresto, il confino, la clandestinità, il nuovo arresto, ed infine “un colpo di rivoltella per uccidere con lui le speranze e l’attesa della classe lavoratrice italiana”

 

 

Profili partigiani

La Sorella generosa

Maurizio Orrù

La sarda suor Giuseppina De Muru, responsabile della sezione femminile del carcere giudiziario “Le Nuove” di Torino, si distinse nella meritoria assistenza ai detenuti e ai condannati a alla pena capitale sottoposti a ferree e disumane condizioni e salvò dai campi di concentramento e dalla morte decine di ebrei

In Primo piano

Approfondimenti

Roccatederighi, il campo di internamento

Stefano Coletta

Grazie a uno zelante gerarca responsabile della fucilazione di undici ragazzi, nasce nel grossetano a novembre 1944 il luogo di internamento per gli ebrei, molti dei quali moriranno poi a Auschwitz e Bergen-Belsen

 

Cronache antifasciste

“Noi siamo gli ultimi”

Natalia Marino

Promosso dalla Presidenza nazionale Anpi e coordinato dai giornalisti Gad Lerner e Laura Gnocchi, presentato oggi il progetto di un archivio pubblico sul web con interviste video alle partigiane e ai partigiani viventi

Terza pagina

Librarsi

Per Nanni Balestrini

Gilda Policastro

Un lucido, approfondito e appassionato ricordo del grande poeta, scrittore, artista, scomparso a Roma il 20 maggio di quest’anno

Red carpet

La memoria redenta di Salvador Mello

Valerio Strinati

“Dolor y gloria”, di Pedro Almodòvar con Antonio Banderas, Asier Etxeandia, Leonardo Sbaraglia, Nora Navas, Julieta Serrano. Spagna, 2019

Red carpet

Disonore di Stato

“Il traditore” di Marco Bellocchio con Pierfrancesco Favino, Maria Fernanda Cândido, Luigi Lo Cascio, Fabrizio Ferracane, Fausto Russo Alesi, Italia, 2019

Pentagramma

Judy Collins, i neri, le donne, il VietNam

Chiara Ferrari

La vita e le canzoni della grande artista, l’amore, le lotte per l’emancipazione e la liberazione, la dipendenza dall’alcol. “Dopo tutti questi anni io credo ancora che la musica possa cambiare il mondo, e fintanto che ci sarà la musica, i sogni non moriranno mai”

 

Forme

La luna non è di nessuno

Francesca Gentili

Le sorprendenti bellezze del MAAM, il Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz, a Roma. Una realtà unica, non sempre compresa e per niente valorizzata da chi gestisce il potere

 

Ultime da Patria

Servizi

Rom e sinti, il popolo sconosciuto

Mariangela Di Marco

Campi sgomberati senza alcuna alternativa abitativa. Il caso di Giugliano. Il ricorso e la decisione della Corte europea che impone al governo di fornire un’abitazione alle famiglie. L’Italia “paese dei campi”. Metà del popolo tzigano è di nazionalità italiana. Solo il 3% è nomade

Cronache antifasciste

Un triangolo viola alla Risiera

Matteo Pierro

A Trieste, nell’unico campo di sterminio nazista in suolo italiano, è stato finalmente ricordato il martirio dei Testimoni di Geova

 

 

 

 

Cronache antifasciste

“Ricordati di ricordare”

Anna Colombi

Il 18 maggio alla Risiera di San Sabba la cerimonia di scoprimento della lapide dedicata ai Martiri della Resistenza friulana Medaglie d’Oro al Valor Militare alla Memoria Cecilia Deganutti, “Rita”, Virginia Tonelli, “Luisa”, e Giovanni Battista Berghinz, “Barni”. Il quaderno dell’Anpi provinciale di Udine dedicato ai tre Martiri

 

Approfondimenti

I tre mesi cruciali della repubblica sociale

Fausto Vighi

Giugno, luglio, agosto 1944: la Rsi si dimostra tanto violenta quanto inconsistente. La «Marcia contro la Vandea» doveva ripulire prima di tutto il Piemonte per poi irradiarsi nelle altre regioni fino a colpire l’Emilia. Fu un completo fallimento. I partigiani feriscono Pavolini al sedere; il gerarca ferito nell’onore

Approfondimenti

1944: cronologia dell’estate di fuoco

Fausto Vighi

Dalla Liberazione di Roma all’offensiva partigiana in Valdossola. Lo sbarco in Normandia. La repubblica di Montefiorino. I partigiani a Firenze

 

 

 

Cronache antifasciste

Crescete e moltiplicatevi

Ada Filosa

Nuove sezioni Anpi sui monti Lepini (Roccasorga e Sezze) e a Pontinia, denudando la retorica fascista del lavoro dei campi a cominciare dalla presa d’atto che le paludi non erano neppure bonificate quando i coloni vennero “deportati” dal nord Italia con la promessa di una vita migliore

L’articolo Anno IV n. 64 proviene da Patria Indipendente.

La staffetta delle staffette

Fuente della libertà”, lo spettacolo teatrale basato sui ricordi di tre staffette partigiane liguri diretto da Giorgio De Virgiliis, fa tappa oggi, martedì 18 giugno, alle 21 al Teatrino di Portofino, dove ha lavorato anche Giorgio Strehler, che in questo lavoro di teatro di cittadinanza ritroverebbe la sua idea di teatro che affianca lo svago e la didattica per aiutare lo spettatore a riconoscersi in ciò che è umano e rifiutare tutto ciò che è disumano.

Lo spettacolo di stasera è portato sul palco da attrici non professioniste del territorio, il gruppo “In punta di penna” di Santa Margherita coordinato da Marina Marchetti, alla sua terza tappa su un totale di otto rappresentazioni, a partire dal 25 aprile, data del debutto a Sori, Comune della città metropolitana di Genova.

Le rappresentanti di umanità, che si sono scontrate loro malgrado con la disumanità della guerra e dell’occupazione nazista, sono Carla, Piera, Giannetta Manurio detta “Manditu” e soprattutto Olga Bozzo, che il giorno della prima ha ricevuto un attestato di riconoscimento per il suo impegno nella Resistenza sorese.

La staffetta partigiana Olga Bozzo e Ivano Malcotti (da http://www.lavocedigenova.it/ typo3temp/pics/O_719f7f8a75.jpeg)

In una conversazione immaginaria con le sue amiche staffette – compresa Giannetta, soprannominata Manditu perché è così che in dialetto genovese (tramandano le testimonianze) apriva spesso i suoi discorsi – Olga rievoca quegli anni. Lo spettacolo si basa principalmente sulle sue memorie, raccolte da Valeria Stagno e scritte da Ivano Malcotti e da una ricerca storica a cura di Massimo Bisca, presidente provinciale dell’Anpi Genova.

Con accenti a volte ironici a volte tragici, Olga si sofferma spesso sui piccoli eventi della quotidianità, lasciando spazio all’aspetto umano di donne e uomini che hanno scelto senza esitazione da quale parte stare e sono così stati riconosciuti eroi. Ecco allora la rievocazione della visita di Mussolini a Sori, la maestra fascista che voleva tutte le sue allieve vestite di nero e non permetteva alle mancine di scrivere con la mano sinistra, l’ingresso dell’Italia in guerra scoperto ascoltando Radio Londra. Poi le perquisizioni, gli arresti, le esecuzioni. Gli allarmi aerei per i voli dei vari Pippetto (il nome popolare per i caccia notturni Alleati) e le corse nei rifugi, la fame. L’amore di Rudolf per la sua Rosetta, la diserzione, la morte.

Tutto intervallato da brani musicali e coreografie di Giovanna La Vecchia della Kaleido Danse, fino alla chiusa: «la Resistenza, come ha detto la staffetta Angiolina Michelini “Emilia”, è un fatto morale, è un mosaico nel quale migliaia di persone, donne e uomini, hanno portato un pezzetto e tutti insieme hanno formato il grande disegno chiamato Resistenza e noi in quel grande disegno saremo per sempre ricordate come le fuente (bambine, in genovese, ndr) della libertà».

Nella “staffetta delle staffette” che ora tocca Portofino e cambia cast a ogni tappa sono coinvolte 200 donne, che mettono in luce quella Resistenza al femminile che la storia ha spesso dimenticato.

Massimo Bisca, presidente del Comitato provinciale Anpi di Genova (da https://www.repstatic.it/content/ localirep/img/rep/2019/04/18/075257512 -9467d3ce-560c-4255-b429-4c471795d2a7.jpg)

L’idea dello spettacolo nasce infatti dalla constatazione che quando si parla di partigiani lo si fa quasi sempre al maschile. Mentre il ruolo fondamentale delle staffette e delle partigiane, spesso giovanissime, è ancora poco conosciuto. Il testo quindi si affianca e si ispira al libro “Donne per la libertà. Resistenza a Sampierdarena” di Massimo Bisca. E contiene alcune informazioni venute alla luce solo di recente, come la vicenda di Olga Bozzo, nata a Teriasca l’8 agosto del 1934, nelle sue parole “sei giorni dopo che Hitler si è autoproclamato Führer ed è diventato un dittatore terrificante per l’intera umanità”. La quale, come molti protagonisti di quegli anni difficili, non ne condivideva volentieri il ricordo. Fino a quando una sera, sentendo alla televisione il Presidente Mattarella dire “chi sa, parli” si decise. Raccontando di quando, bambina di soli 11 anni, salvò la vita a una famiglia ebrea, di quando portava il cibo agli uomini sui monti fingendo di andare a giocare, o strillava per annunciare i rastrellamenti.

Lo spettacolo è prodotto della Onlus Gruppo Città di Genova. L’evento è organizzato dai Servizi bibliotecari del Comune di Santa Margherita Ligure in collaborazione col Comune di Portofino e la sezione Anpi Silvio Solimano “Berto” di Santa Margherita Ligure – Portofino. Ingresso libero.

Lucia Compagnino

L’articolo La staffetta delle staffette proviene da Patria Indipendente.

Generosi e coraggiosi

Wladimiro Settimelli ha scritto per Patria questo splendido articolo sulla fondazione dell’Anpi nel 2004, in occasione del 60° anniversario. Lo ripubblichiamo quindici anni dopo, dedicandolo a tutte le lettrici e a tutti i lettori. Ma anche a lui, direttore di questo periodico fino al 2015. Wladimiro è scomparso due anni dopo, a fine novembre. La redazione lo ricorda con tanto affetto.

Sì, un giugno davvero indimenticabile quello del 1944. Sole, tanto sole, alto e libero con una luce straordinaria e l’aria già calda. C’è voglia, in ogni angolo, di urlare di gioia per la fine di un incubo. E c’è chi corre, come impazzito, gridando e parlando finalmente a voce alta. Su tanti altri visi, invece, scorrono lacrime di dolore per quello che si sta scoprendo. Ci si abbraccia per le strade da piazza Venezia a piazza del Popolo, da San Lorenzo martoriata dai bombardamenti e ancora in via del Corso e a piazza Colonna. Le ragazze porgono a quegli spilungoni degli americani, fiaschi di vino e bottiglie di acqua, mentre macchine e cannoni, camion e motociclette continuano a sciamare nel cuore della Città Eterna.

Gruppi interi, invece, si precipitano in via Tasso, nel carcere delle SS dove, per mesi, sono stati torturati partigiani e antifascisti. Tutto viene sfondato, le carte buttate dalle finestre e messe su un grande fuoco. Ancora si applaude e si grida con gioia e rabbia. Poi, improvviso, il silenzio. Le teste si girano verso la porta d’ingresso dove stanno cominciando ad uscire delle creature bianchicce, con gli occhi pesti, magre. Il brigadiere dei carabinieri Angelo Joppi ha la faccia piena di dolore. Non si regge in piedi e due familiari lo sorreggono. Lo hanno torturato per mesi senza pietà. Escono ancora altri torturati, altri vilipesi, altri massacrati. Ormai sono pochi perché tutti gli altri sono finiti alle Ardeatine o fucilati contro il terrapieno di Forte Bravetta.

A San Lorenzo, è troppo difficile far festa perché i morti sotto le bombe sono stati migliaia. Laggiù, nelle Fosse Ardeatine, i medici hanno già cominciato l’orrendo lavoro di separare qui 335 corpi, saldati l’un l’altro dagli umori della morte. Tutti hanno le mani legate dietro la schiena e sono stati fatti salire, a cinque a cinque, sui corpi dei compagni ammazzati prima di loro.

Roma è una città ferita, vilipesa, umiliata, travolta dalla paura, dalla fame, dalla sete. Ma è anche una città che ha combattuto che si è ribellata che ha dato battaglia all’invasore nazista e ai fascisti di Salò. Quanti, quanti morti eroici e grandiosi.

Uno ha scritto, su un muretto di Forte Bravetta, due sole parole: «Avanti Italia». E per l’Italia sono morti coraggiosamente, senza cedere un momento, Leone Ginzburg, massacrato di botte in cella a Regina Coeli, Vittorio Mallozzi, Medaglia d’Oro, operaio comunista di Ostia, Aladino Govoni, giovane soldato figlio del poeta, Maurizio Giglio, sottotenente, torturato e portato a braccia a morire nel carnaio delle Ardeatine.

E sono morti con lui e come lui, Salvo D’Acquisto, carabiniere, i sacerdoti don Giuseppe Morosini e don Pietro Pappagallo. Don Pietro, davanti all’ingresso delle cave del massacro, si era messo a benedire tutti. Lo conoscevano bene, gli altri di via Tasso. Un giorno, in cella, il povero prete era stato preso dagli aguzzini e ignudato per umiliarlo davanti a tutti gli altri. Ma gli altri, con un atto di coraggio silenzioso e inaspettato, si erano girati verso i muri delle celle, rifiutando di guardare.

È nella Roma di quei giorni caldissimi, pieni di gioia e di dolore, in quel giugno 1944 che uomini generosi e coraggiosi, forse ancora in armi, mescolati ai soldati alleati che volevano vedere l’antica e grande Roma da lassù, erano saliti verso il Campidoglio.

Si erano riuniti, avevano liberamente parlato e deciso di fondare l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia. I combattenti del Sud dovevano essere riportati alla vita civile e avevano bisogno di aiuto. Tornavano anche i soldati dai fronti di mezzo mondo e avevano bisogno di assistenza.

A Nord, invece, la lotta per la libertà era ancora in pieno svolgimento e c’era bisogno di tutti: armi, roba da mangiare, apparecchi radio, vestiti, uomini per i collegamenti e volontari che volessero tornare a combattere.

E poi l’ANPI doveva salvaguardare ad ogni costo il patrimonio popolare di democrazia e di partecipazione dal basso che era nato e cresciuto sui monti, nelle pianure, lungo i fiumi o nelle strade delle città liberate, come a Napoli, con le “Quattro giornate”. Un patrimonio, dopo venti anni di dittatura e una guerra terribile, che nessuno poteva permettersi di disperdere. E c’era ancora da vigilare per evitare infiltrazioni fasciste o l’accodarsi, al grande movimento di Resistenza, di profittatori, delinquenti, gruppi di sbandati o personaggi che con la Resistenza non avevano mai avuto niente a che vedere. E ancora, bisognava assistere ed aiutare in ogni modo le famiglie dei compagni caduti, i feriti, i mutilati. Un lavoro gigantesco, mentre la guerra era ancora in corso.

L’atto formale di nascita dell’ANPI, non c’è più: è andato disperso. Ma la sua costituzione fu voluta dal Comitato di Liberazione Nazionale (…).

Comunque si insediò, proprio in Campidoglio, un comitato nazionale provvisorio dell’ANPI che si preoccupò immediatamente di dispiegare tutta la propria autorità anche per evitare il formarsi di gruppi di sbandati ed evitare ogni degenerazione o pericolose tendenze neo-squadristiche o di pura e semplice vendetta.

L’ANPI, al momento della nascita, ha dunque sede ufficiale in Campidoglio, ma successivamente viene sfrattata dal sindaco, il principe Filippo Doria Pamphilj che pure aveva qualche benemerenza antifascista ed era stato inviato al confino di polizia.

L’Associazione dei partigiani si trasferisce, allora, in un villino di via Savoia, già sede di una scuola tedesca. Il villino è collegato con un altro immobile che diventa la “Casa del Partigiano” dove si presta la prima assistenza ai combattenti di passaggio. Dirige la “Casa del Partigiano” Alfonso Bartolini. C’è una macchina a disposizione, ma presto si torna alla bicicletta e alla durezza spartana della vita di allora. Il 19 febbraio 1945 esce il giornale la Voce Partigiana, proprio nel giorno in cui, in piazza del Popolo migliaia di persone, di resistenti, di soldati e di parenti delle vittime delle stragi, si ritrovano insieme per celebrare la “Giornata del soldato e del partigiano”.

L’Associazione cura anche una trasmissione radiofonica dal titolo: “Radio Tricolore”. Ma tutti gli occhi e i cuori sono tesi ad ascoltare la “voce del Nord” dove si combatte, si soffre e si liberano le piccole e grandi città o i paesi, precedendo, spesso, le truppe alleate. Ed è con una immensa emozione che si ascoltano le radio, si leggono con ansia i giornali, nelle ore dell’insurrezione del 25 aprile. Il “vento del Nord” ha ormai spazzato via l’occupazione nazista, il fascismo, la prepotenza e l’ingiustizia. Il sole è tornato di nuovo a brillare per tutti: su un Paese distrutto e sofferente, sui luoghi delle stragi orrende, sulle montagne e nei piccoli centri dove i contadini hanno pagato prezzi altissimi per aiutare i partigiani. È un sole che illumina di nuovo anche le grandi città; dove, fino all’ultimo, partigiani e antifascisti sono stati impiccati, torturati e fucilati.

Il Comitato provvisorio dell’ANPI, nel giorno dell’insurrezione nazionale, indirizza un commosso messaggio ai combattenti del Nord. Eccolo: «L’ANPI man mano che si susseguono le gloriose notizie di lotte e di vittorie conseguite dai Partigiani e dal Popolo tutto dell’Italia del Nord le apprende ammirata.

Manifesta l’orgoglio che vi è in ogni cuore per tali gesta che pongono l’Italia tra le Nazioni che hanno saputo ritrovare per vitalità dei propri figli il diritto alla libertà.

È convinta che, simultaneamente alla cacciata dell’oppressore nazista, si debba procedere con giustizia, che non trovi né indugi né soste, contro i traditori fascisti. In tale spirito plaude alle vittoriose azioni ed esprime la più alta solidarietà».

Dunque (…) l’ANPI non si è mai stancata di spiegare, raccontare, testimoniare e battersi in difesa della democrazia, della Costituzione e della Repubblica.

Anche in nome di migliaia di amici, compagni, fratelli, morti per tutti noi. Nessuno può permettersi di dimenticarlo.

(da Patria Indipendente n. 9 del 2004)

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