ANPI: 5X1000

Carissima/o,

è grazie ai nostri iscritti e simpatizzanti, alla loro dedizione, se riusciamo a mantenere alti gli ideali della Resistenza che, con il sacrificio di donne e uomini, ci ha dato la Carta Costituzionale fondamento primo del nostro sistema democratico e della nostra convivenza civile.

In questi ultimi mesi, la nostra Associazione è stata presa di mira in modo continuo ed aggressivo – anche da parte di rappresentanti delle Istituzioni – nel tentativo di gettare discredito su di noi e dunque di porre ostacoli alla nostra azione.

Si tenta di colpire l’ANPI anche diminuendo i contributi statali, un vero e proprio impianto strategico, dunque, preciso e minaccioso che ci preoccupa molto.

La nostra Associazione vive, come sapete, grazie al contributo delle tessere, ma anche a quello, sempre più decisivo, del 5×1000.

Ti chiedo, quindi, di sostenerci, destinando il 5×1000 all’ANPI, alla nostra, alla tua Associazione, per proseguire nel nostro impegno quotidiano.

Ti allego il manifesto della nostra campagna dove troverai tutte le indicazioni operative per la destinazione.

Certi della tua attenzione e adesione, ti invio calorosi saluti resistenti.

Il Presidente Provinciale

Daniele Fancello

XV Premio Nazionale Fabrizi 28 aprile Osimo teatro la Nuova Fenice ore 17.00

Un traguardo non scontato quello delle 15 edizioni del Premio Nazionale “Renato Benedetto Fabrizi”.

Un riconoscimento nato con l’intento di premiare partigiani e storici locali che ha invece dimostrato la sua forza e le sue potenzialità valicando i confini della regione fino a diventare un simbolo del nuovo impegno dell’ANPI nella trasmissione della memoria e dei valori alle nuove generazioni.

Il Fabrizi premia infatti quelle personalità che quotidianamente mettono in atto e danno forma a quei principi e quei valori che sono pilastri della nostra Carta Costituzionale.

Al centro dell’impegno che la sezione di Osimo si è assunta con la conferenza d’organizzazione, tenutasi a fine gennaio, c’è la volontà di ridare voce ad un metodo differente di fare politica rispetto a quello attuale, basato sul confronto delle idee e non sulla demonizzazione dell’avversario,  su un linguaggio rispettoso dei ruoli e dei cittadini, tutti nessuno escluso, e soprattutto sul rispetto delle istituzioni repubblicane.

Gli emeriti di questa 15.ma edizione rappresentano e incarnano al meglio lo slogan che l’ANPI ha coniato per il 2019 e che campeggia sulle proprie tessere: “l’umanità al potere”.

Domenica 28 aprile dalle ore 17 saranno con noi sul palco del teatro La Nuova Fenice: Jole Mancini, Enrico Calamai, Gino Murgi, Ottavia Piccolo, Amnesty International Italia e i Modena City Ramblers.

Jole Mancini, partigiana romana, 99 anni, è testimone delle torture perpetrate dai nazisti ai danni dei carcerati in via Tasso; da 75 anni testimonia con tutte le proprie forze il valore della libertà e la fermezza della sua scelta di staffetta di non rivelare i nomi dei suoi compagni, compreso suo marito, nonostante gli interrogatori che subì da parte di Eric Priebke.

Molti hanno accomunato la storia di Enrico Calamai a quella di Oskar Schindler: Calamai, giovane vice console a Buonos Aires durante il golpe di Videla, riuscì, così come tentò di fare già precedentemente nel Cile di Pinochet, a mettere in salvo più di trecento perseguitati politici dal regime militare sottraendoli ai così detti voli della morte, rischiando esso stesso la propria vita.

Gino Murgi è il sindaco di Melissa, comune del crotonese, già terra di lotte contadine nel lontano 1949 quando i contadini cominciarono a chiedere il rispetto del provvedimento ministeriale che assegnava loro parte delle terre incolte dei proprietari latifondisti, pretendendo solo “pane e lavoro”.  Il prezzo pagato per quelle rivendicazioni fu l’uccisione di tre giovani manifestanti il 30 ottobre ’49 da parte della polizia. E i cittadini odierni di Melissa, che portano sulle proprie spalle il peso di quella storia, non hanno esitato a soccorrere, con a capo il loro sindaco, il 10 gennaio scorso, in piena notte, chi oggi chiede un futuro, proprio come i loro padri anni prima, aiutando un barcone di curdi che stava affondando davanti le loro coste. A bordo circa 150 persone tra cui alcuni bambini e un neonato di 3 mesi: tutti salvi grazie alla generosità dei melissesi.

Ottavia Piccolo e i Modena City Ramblers sono i cantori del nostro tempo, a dimostrazione che i valori e le storie, per non cadere nell’oblio, hanno bisogno di simboli per essere trasmessi di generazione in generazione, e quei simboli sono le note delle canzoni dei Modena o il teatro impegnato della Piccolo.

“Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.” Questo il primo articolo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Ma questi altri non sono che i principi che sancisce anche la nostra costituzione e sono quelle stesse motivazioni che spinse Peter Benenson a fondare nel 1961 Amnesty International, un’associazione che ha quindi radici comuni con l’ANPI e con tutti coloro che fanno dell’articolo 3 della nostra Carta la ragione del proprio essere cittadini.

La conduzione della serata sarà affidata al giornalista, scrittore ed ex inviato di guerra Pino Scaccia, già emerito dell’edizione 2017. Interventi musicale del M° Daniele Cecconi.





Anno IV n. 62

Anno IV n. 62 

In questo numero:

 

 

 

In copertina

IL 25 APRILE IN UN PENSIERO

Redazione

Una frase, una riflessione, una dichiarazione d’amore per il 25 Aprile: lo abbiamo chiesto a Fabrizio Gifuni, Giorgio Benvenuto, Sabrina Ferilli, Maurizio Landini, Luciano Canfora, Sebastiano Secci, Dacia Maraini

L’editoriale

25 Aprile: la speranza combattente

Carla Nespolo

Ecco la festa popolare: una porta aperta per godere di tutti i colori del mondo e non rassegnarsi al grigio o, peggio, al nero. L’unità bussola della moderna lotta antifascista e antirazzista. Come lo è stata per l’antica lotta: i Cln ne erano l’incarnazione. È irrazionale ogni fatalismo, perché la storia non si ferma mai. Questo è l’antifascismo qui ed ora

Servizi

Cittadinanza attiva

Verona e Sežana? Vicinissime

Vania Bagni

In Veneto per i diritti delle donne e di tutto il popolo, contro gli spettri del passato; in Slovenia l’impegno antifascista che accomuna tutti i popoli

Cittadinanza attiva

L’albero e la terra

Gianfranco Pagliarulo

Cronaca di un evento: Sežana (Slovenia), 30 marzo 2019. I presidenti delle associazioni partigiane di Slovenia, Croazia, Carinzia, Italia, “fratelli senza confini”, condividono un appello per un’Europa unita antifascista. Ciascuno versa la sua terra sulla terra di un tiglio appena piantumato. E il 4 maggio, con gli altri europei, a Budapest contro neonazisti, nazionalisti, razzisti

Cittadinanza attiva

Storia difficile di un anniversario

Rita Gravina

La lunga battaglia per ricordare: il 25 aprile “giorno festivo” con obbligo di imbandieramento degli edifici pubblici

Cittadinanza attiva

“Mai più fascismi”, le firme consegnate a Mattarella

Redazione

Si è conclusa la grande campagna di raccolta firme del Coordinamento nazionale “Mai più fascismi”. Ricevuti dal Presidente della Repubblica, On. Prof. Sergio Mattarella, i rappresentanti di 23 tra associazioni, sindacati, partiti e movimenti democratici hanno consegnato una parte delle 300.000 sottoscrizioni al Capo dello Stato

Servizi

Patto giurato tra uomini liberi

Gaetano Arfè

Ecco la Resistenza. In essa rivivono, calandosi nella realtà della nuova storia, i valori della libertà e della giustizia, della indipendenza e della solidarietà tra i popoli. L’antifascismo non è solo opposizione al fascismo; è contrapposizione di un mondo di valori a un altro che ne è la negazione. Per questo esso non è «superato» e non è superabile

Cittadinanza attiva

Paura di essere liberi

Claudio Vercelli

Dieci considerazioni sulla metamorfosi della questione neofascista. L’antifascismo come cultura trasversale, in sé libertaria così come a forte radice etica

Cittadinanza attiva

La ricerca della felicità e il nostro tempo

Gianfranco Pagliarulo

Una riflessione a partire dall’odio, dal rancore e dal risentimento che imperversano. Ed una conclusione: la battaglia per la ricerca della felicità è una bandiera di umanità che le forze democratiche possono sventolare contro i drappi funerei della ferocia ancestrale che si manifesta dietro la retorica del nazionalismo razzistoide

Profili partigiani

Il partigiano della Repubblica della Carnia

Alberto Buvoli

Romano Marchetti, recentemente scomparso, 106 anni. Fra gli ideatori e i sostenitori della Repubblica partigiana della Carnia e dell’Alto Friuli, dell’unità delle formazioni osovane e garibaldine, non abbandonò l’impegno che lo aveva portato alla Resistenza, come lotta di liberazione e di creazione di condizioni di vita libere e decorose per la sua gente

Cittadinanza attiva

Chi ha paura della Costituzione?

Natalia Marino

Con la partecipazione e l’intervento del Presidente della Camera dei deputati, on. Roberto Fico, è stato presentato in anteprima alla sala del Cenacolo il volume “La Costituzione, 70 anni dopo”, curato dal presidente emerito dell’Anpi Carlo Smuraglia. Le parole della presidente nazionale Anpi, Carla Nespolo; di Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte Costituzionale e del prof. Gianfranco Pasquino

Servizi

La Brigata ebraica  

Claudio Vercelli

La storia della «Jewish Infantry Brigade Group»: la prima compagnia di fanteria ebraica operativa nell’autunno del 1940; i rapporti con l’esercito britannico; Alfonsine, Brisighella e Linea gotica; le funzioni della Brigata; l’operazione «Nakam» («vendetta»); la Medaglia d’Oro al Valor Militare

Interviste

La nuova Resistenza

Pietro Raitano

Un colloquio con Carlo Smuraglia, presidente emerito dell’Associazione nazionale partigiani italiani alla vigilia del 25 aprile, pubblicato sulla rivista “Altreconomia

 

 

Cittadinanza attiva

Vox populi, vox dextræ?

Letizia Annamaria Dabramo

Parole senza idee: la comunicazione delle nuove destre italiane, le praterie abbandonate dalle sinistre e dalle forze democratiche, l’ignoranza elevata a virtù, i giochini semantici sulla parola “nazismo”, le contorsioni di una parte del mondo dello spettacolo

In primo piano

Profili Partigiani

Il calciatore partigiano

Renato Appiano

Bruno Neri, nome di battaglia Berni. Giocò in serie A con i viola e i granata e in Nazionale. Non salutò romanamente nella partita di inaugurazione dello stadio di Firenze. Entrò nella Resistenza e morì in battaglia. L’omaggio dell’Anpi di Torino con il patrocinio delle istituzioni locali

 

Servizi

Il Giusto portoghese

Stefano Coletta

Aristides de Sousa Mendes, console generale in Francia, vittima dell’ingiustizia della sua nazione, il Portogallo. Ha salvato decine di migliaia di persone. Una storia da conoscere (anche per ricordare il 45° della fine del regime salazariano)

Terza pagina

Elzeviri

Voglio cantare una canzone che abbia il sapore della libertà

Roberto Bonfiglioli

Le emozioni per la libertà conquista nello scritto di un partigiano dedicato al 25 aprile

Red carpet

La memoria in nove film

Serena d’Arbela

In occasione del 25 aprile, una rassegna di pellicole sulla Resistenza: “Ecco l’importante: che ne restasse sempre uno”

Librarsi

Il partigiano amico di Frantz Fanon

Valerio Strinati

Mariamargherita Scotti, Vita di Giovanni Pirelli, Roma, Donzelli, 2018, pp. XII-292, € 22,95

Pentagramma

Maria Farantouri: la Grecia

Chiara Ferrari

Una voce che dà senso alle parole di un testo poetico e che ha portato nel mondo il suono del canto greco moderno. Il canto di un popolo che, nella sua Resistenza, ha lottato per essere libero, e che in questa voce di donna emancipata e nella musica nuova di Theodorakis ha trovato la migliore rappresentazione di sé

 

 

Forme

L’uomo a tutte le dimensioni

Francesca Gentili

Leonardo da Vinci: artista e scienziato, ma anche studioso di idraulica, ottica, urbanistica, ingegneria e anatomia. La straordinaria modernità di chi aveva unito il saper ed il poter fare. Una mostra alle Scuderie del Quirinale a Roma

Costume

Ma che razza di moda!

Letizia Annamaria Dabramo

Una camicia da donna con stampe che ricordano i fulmini dell’SS, la felpa con la scritta “coolest monkey in the jungle” (“la scimmia più carina della giungla”) fatta indossare a un bimbo di colore, l’altra felpa con l’ancor meno fraintendibile scritta “colonialism”, ed altro. Tanti casi che pongono a tema non il politicamente corretto, ma l’umanamente corretto

Librarsi

“Bottoni” n.6

Irene Barichello

Leggere e rileggere

 

 

Ultime da Patria

Servizi

Si rilancia il Corpo Volontari della Libertà

Redazione

Riunito a Roma il direttivo della Fondazione che ha rinnovato gli organi dirigenti. Emilio Ricci nuovo Presidente

 

 

 

Profili partigiani

Nove. Come i martiri di Pordenone

Sigfrido Cescut

A gennaio, durante una toccante cerimonia alle Casermette di via Molinari a Pordenone, don Pierluigi Di Piazza ha ricordato i giovani partigiani fucilati dai fascisti

Cittadinanza attiva

Partigiani senza frontiere

Luigi Marino

“Lotta congiunta contro il fascismo. Resistenza Italiana e Movimento partigiano in URSS”: una mostra fotografica a Napoli nell’ambito delle celebrazioni del 25 aprile

Servizi

“Conoscenza attiva” e partigiani del nostro tempo

 Luca Sansone e Giacomo Lertora

La Casa dello Studente di Genova e la mostra dedicata alla Resistenza operaia a Berlino, della VVN-BdA tedesca. Giacomo Buranello, combattente antifascista assassinato settantacinque anni fa

 

 

Profili partigiani

Il medico dei partigiani

Maurizio Orrù

La storia del sardo Andrea Loriga, “giusto fra i giusti”, che a Binasco, presso Milano, prestava la sua opera in soccorso di sbandati e partigiani feriti o malati che si nascondono nelle cascine; scompariva il 2 marzo 1945 per le torture inflittegli dai fascisti locali

Cittadinanza attiva

Bartolo, il medico dei dannati della terra

 Sigfrido Cescut

A Pordenone consegnatagli la tessera Anpi. La sua drammatica testimonianza sulle condizioni dei migranti: “continuano a morire attraversando il deserto e nei lager libici, dove vengono derubati, seviziati, uccisi, con le donne sistematicamente violentate”

 

L’email

Dieci richieste ai candidati alle elezioni europee

Pier Virgilio Dastoli

Il Movimento Europeo ha indirizzato ai prossimi candidati alle elezioni europee “dieci priorità” di obiettivi da realizzare lungo tre direttrici: Costituzione e cittadinanza, politiche economiche e sociali, sicurezza interna e politica estera

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IL 25 APRILE IN UN PENSIERO

FABRIZIO GIFUNI: SPIEGARE

“Oggi più che mai è necessario spiegare ai ragazzi più giovani – in maniera semplice e priva di retorica – cosa significhi il 25 aprile. Cosa ha comportato per tutti noi la liberazione dalla dittatura fascista e dagli orrori del nazismo con cui scelse di allearsi.

E cosa leghi oggi questa data a un’idea di Europa libera e pacifica. È evidente che chi non si riconosce in questa bellissima festa nazionale ha qualche problema a riconoscersi nella democrazia”. Fabrizio Gifuni, attore

Fabrizio Gifuni (Foto di Vittoria Mannu)
GIORGIO BENVENUTO: VALE SEMPRE

“Gli italiani oppressi da un’infame dittatura tornano liberi. Con sacrificio, coraggio ed unità. E vale sempre”.

Giorgio Benvenuto, Presidente della Fondazione Bruno Buozzi

Giorgio Benvenuto
SABRINA FERILLI: OGGI PIÙ CHE MAI

“Ricorre quest’anno, il 25 aprile, il 74esimo anniversario della Liberazione d’Italia, ovvero l’anniversario della Resistenza, festa nazionale della Repubblica Italiana.

È importante che le nuove generazioni conoscano il significato della parola “Resistenza” che non si esaurisce nella lotta armata di liberazione contro la feroce dittatura fascista e contro l’invasore tedesco. Occorre sapere che la Resistenza ci ha lasciato in eredità valori fondamentali come il ripudio alla guerra, diritti di libertà, diritti civili, politici e sociali. Questi diritti sono sanciti nella nostra Costituzione, che come si sa viene riconosciuta tra le migliori al mondo,

anche se non applicata in tutte le sue parti.

La Resistenza non va considerata quindi solo un moto patriottico e un movimento antifascista, ma anche come una rivoluzione democratica, che ha sostituito la dittatura con un Repubblica democratica, ha consentito il riconoscimento dei partiti, indispensabili per il funzionamento dello Stato, il suffragio esteso alle donne, elezioni libere, ampi diritti sociali.

È grave dover constatare che oggi, a distanza di tre quarti di secolo ci sia chi (autorevoli rappresentanti delle Istituzioni) cerca di svilire il significato vero del 25 aprile declassandolo ad una festività ordinaria e per far ciò, mistificando la storia, equipara le idee di chi è morto

per restituirci la libertà a quelle di che le libertà aveva soppresse.

Le diverse forze politiche che hanno dato vita alla Resistenza hanno il dovere, non più rinviabile, di respingere con forza tale tentativo.

Oggi più che mai: Viva il 25 aprile, Viva la Resistenza!”. Sabrina Ferilli, attrice

Sabrina Ferilli

 MAURIZIO LANDINI: DI TUTTI

“Sono iscritto all’Anpi, ne sono orgoglioso. Sono i partigiani che con il loro ideali e la lotta ci hanno dato la libertà e la democrazia, la forza ai lavoratori di alzare la testa, di rivendicare diritti. Il 25 Aprile è la Festa della Liberazione, non di qualcuno. Di tutti!”. Maurizio Landini, Segretario generale Cgil

Maurizio Landini
LUCIANO CANFORA: INSURREZIONE

“L’importanza storica del 25 aprile viene offuscata dalle celebrazioni melense: invece quella fu una insurrezione che dimostrò a tutti – soprattutto agli Alleati – che almeno una parte degli italiani sapevano liberarsi con le loro forze. Perciò è, col 2 giugno, la nostra vera festa nazionale”. Luciano Canfora, filologo classico, storico e saggista

Luciano Canfora
SEBASTIANO SECCI: CONTINUA

“Amo il 25 aprile e quel giorno sarò in piazza perché dai partigiani e dalle partigiane ho imparato il valore della Resistenza e della Liberazione.

Amo il 25 aprile e quel giorno sarò in piazza perché il nostro Paese è stato liberato dai fascisti per tutte e tutti noi, nessuno escluso.

Amo il 25 aprile e quel giorno sarò in piazza perché abbiamo il dovere, ancora una volta, di liberare il Paese da quanti ogni giorno attaccano la nostra democrazia, cercando di togliercene un pezzettino per volta e distraendoci nel frattempo con pretestuose invettive contro le minoranze: rom, migranti, gay, lesbiche, trans.

Amo il 25 aprile e quel giorno sarò in piazza perché la liberazione continua!”. Sebastiano Secci, presidente del circolo Mieli

Sebastiano Secci
DACIA MARAINI: FELICITÀ E GIOIA

Il 25 aprile del 1943 ero bambina ed ero rinchiusa in un campo di concentramento giapponese.

I miei genitori avevano rifiutato di firmare l’adesione alla Repubblica di Salò.

Gli aerei alleati passavano sul campo ma non ci trovavano. Mia madre, tutta pelle e ossa, ha cucito una bandiera italiana e l’ha stesa sulla collina. E finalmente ci hanno visti. Sono arrivati i giovani soldati americani, a liberarci.

Sono passati tanti anni ma per me, il 25 aprile è ancora un ricordo di felicità e di gioia, la liberazione da un incubo: razzismo e fascismo, intolleranza e fame”. Dacia Maraini, scrittrice

Dacia Maraini

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Il calciatore partigiano

Per parlare di Bruno Neri bisogna partire per forza dalla fine, a Gamogna nella Romagna toscana, un pugno di case in pietra vicino a Marradi.

Ci sono gli alberi in fiore, fa molto caldo e la luce del sole filtra tra i rami rischiarando uno spiazzo dove si trova, riverso a pancia in giù, il vicecomandante Berni del Battaglione Ravenna. Al suo fianco, anche lui esanime, il comandante Nico. Questi altri non è che il partigiano Vittorio Bellenghi, l’altro invece, il Berni, è proprio Bruno Neri.

Nato nel 1910 a Faenza, da quando era piccolo non aveva fatto altro che correre dietro un pallone, tanto da arrivare in Serie A alla Fiorentina. Ma per raccontare veramente chi, ma anche cosa, è stato Bruno Neri è obbligatorio partire da Gamogna. Dalla perlustrazione che lui e Bellenghi, detto Nico, devono fare sul Monte Lavane per recuperare dei pezzi di un aviolancio degli alleati. Da quel 10 luglio 1944 in cui, a soli trentaquattro anni, il petto di Bruno Neri che tanti palloni aveva stoppato nella sua florida carriera di mediano, non è riuscito a far forza contro le raffiche degli Schmeiser nazisti. Per parlare di Bruno Neri bisogna parlare di Resistenza.

La celebre foto in cui Bruno Neri è l’unico calciatore a non salutare romanamente le autorità fasciste in occasione dell’inaugurazione del nuovo stadio di Firenze

Nel 1931 la Fiorentina gioca allo Stadio Giovanni Berta la gara inaugurale del nuovo impianto, la cui costruzione è stata fatta ad hoc per il Duce, tanto che a vederlo dall’alto il Berta non è altro che un gigantesca D che pullula di fascistissimi tifosi. Sono anni ruggenti per il fascismo, a nove anni dalla Marcia su Roma ormai il potere è stabilmente nelle mani di Benito Mussolini e ogni attività contraria al regime è vista di cattivo occhio e, dunque, rimessa in riga a suon di maniere forti. In quel pomeriggio del 1931 a Firenze ci sono tutte le autorità fasciste anche se manca il Duce in persona, del quale si era vociferata la presenza. Nella Viola gioca un giovanissimo centrocampista nato a Faenza e cresciuto nel Faenza – anche se a dire il vero aveva la passione per le auto e aveva studiato agraria. Dopo il passaggio al Livorno era approdato alla Fiorentina della quale era il perno davanti alla difesa. Bruno Neri si chiama, e quel giorno del ’31 ha deciso che per lui anche un semplice saluto è un atto di propaganda da combattere.

Le squadre si schierano in campo e quando c’è da tendere il braccio Bruno Neri rimane con le mani ai fianchi, conscio di aver dato una piega decisa alla sua carriera e alla sua vita. Neri, nonostante il cognome possa indurre in errore, ha un cuore rosso e grande come quello di un bove.

È antifascista, dichiaratamente e orgogliosamente antifascista.

Bruno Neri

Bruno Neri è calciatore ma sotto a quella maglia viola c’è un uomo con degli ideali e anche degli interessi. Si dice che frequenti degli ambiti particolari del mondo dell’arte e della cultura: ama Montale, studia Campana, legge un giovane Pavese, si diletta di pittura e anche di recitazione, intrattenendosi spesso con attori o artisti. Non è un semplice mediano, riesce a coniugare la sua straordinaria abilità di interdizione sul campo a una raffinatezza culturale senza eguali, atipica anche negli anni Trenta. Gioca anche in Nazionale il Neri, tre partite tra il 1936 e il 1937 prima di passare al Torino e chiudere la carriera giusto qualche anno prima che il Toro diventi la squadra più forte della storia d’Italia. Lascia il calcio, definitivamente: rileva a Milano un’officina e la porta avanti finché i tempi lo permettono. Poi, per un terribile scherzo del destino si trova ancora a dover lottare con gli avversari, a parlare di manovre di accerchiamenti, di attacchi e di difese.

Stavolta però il calcio non c’entra e la battaglia non è metafora di pressing asfissiante e di ruvidità da mediano, è quella vera, è la guerra. La guerra sui monti.

La fascistissima Italia decide di rimanere a guardare e spera in una blitzkrieg degli alleati nazisti, un gesto veramente onorevole per una nazione che fa dell’intrepidezza e dell’orgoglio i suoi massicci punti di forza. Al momento dell’entrata in guerra Neri ha già ripreso contatti con il calcio perché nel tempo libero allena il Faenza, ma segretamente collabora con le forze antifascista, con le mani mai protese verso il cielo, semmai serrati in un pugno e, forse, nascoste nelle tasche. Il cugino Virgilio gli fa conoscere Giovanni Gronchi e don Luigi Sturzo e, proprio grazie a queste nuove amicizie, dopo l’armistizio di Cassibile del 1943 Neri sa che scelta fare: quella giusta.

Niente Salò, si va sui monti a fare resistenza ai nazisti e ai fascisti.

Dino Fiorini per dirne uno è un centrocampista del Bologna e si aggrega ai repubblichini, non lo ritroveranno mai anche se è certo che sia stato fucilato. Neri è un uomo contro, un mediano che, per quanto il ruolo del mediano imponga certi dettami precisi e rigidi, si ribella alle convenzioni.

Tornato nella sua Faenza, Bruno sotto la copertura lavorativa di un officina meccanica e di allenatore della compagine locale, diviene ben presto punto di riferimento.

Scoperto dal regime, sale sugli appennini tosco-emiliani ricoprendo il ruolo di vice comandante del battaglione Ravenna assumendo il nome di Berni.

Il “Ravenna” si segnalò nel recupero dei aviolanci alleati una prima volta, il 10 giugno 1944 sul monte Castellaccio, quindi in una analoga operazione il 23 giugno successivo e, in fine preparandosi per un lancio previsto tra il 16 e 20 luglio ‘44 sul monte Lavane.

La lapide in memoria all’Eremo di Gamogna

Il 10 luglio 1944 in perlustrazione con il comandante Vittorio Bellenghi “Nico”, ove verificare il territorio per lo spostamento del battaglione, è intercettato dalle forze nazifasciste all’Eremo di Gamogna nel comune di Marrani.

È con Bellenghi a Gamogna, fuma un bel po’ di sigarette mentre imbraccia lo Sten. Non sente arrivare i nazisti, forse non sente nemmeno la raffica che gli attraversa il corpo.

A Bruno Neri sono state dedicate negli anni molte iniziative ed altre si stanno organizzando.

Nella sua città, Faenza, il Consiglio comunale in data 11 luglio 1946 gli ha dedicato lo stadio comunale.

Nel 1955 una lapide è stata apposta sulla facciata della casa natale, in corso Garibaldi 22.

Risale invece in occasione del quarantennale (1994) della sua uccisione, il cippo monumentale in suo ricordo e di Vittorio Bellenghi, posto nel luogo ove vennero uccisi all’Eremo di Gamogna nel comune di Marradi.

Nel ventesimo anniversario della fondazione (4 maggio 1968) del Toro Club Faenza Valerio Bacicalupo è stato pubblicato in collaborazione con il Comune di Faenza e dell’allora presidente dell’A.C. Torino Calcio Mario Gerbi, il libro “Bruno Neri atleta e partigiano”.

Un altro libro “Bruno Neri il calciatore partigiano e altre storie di sport e guerra” scritto da Massimo Novelli è stato pubblicato nel 2002 a cura dell’editrice Graphot.

La compagnia teatrale Faber teater con testo di Beppe Turletti, ispirandosi al libro del Torino club Faenza e ai racconti di Lisandro Michelini, ha realizzato nel 2004 lo spettacolo “Bruno Neri calciatore partigiano”.

“L’ultimo tackle”, testo di Domenico Mungo, eseguita dalla banda rock Totòzingaro Contromungo è la canzone dedicata a Neri nell’album “ la grande discesa”.

Sempre a Neri nel 2017 la Casa della Musica – MEI – in collaborazione con la Regione Emilia Romagna ha dedicato un concorso musicale nell’ambito di Materiale Resistente, conclusosi con tre spettacoli ed un album contenente le canzoni vincenti.

Dal 2016 il Toro club Faenza Valerio Bacicalupo e l’Associazione Bruno Neri organizzano nel mese di maggio un Memorial presso lo stadio San Rocco.

Sulla storia di Bruno Neri, un video in lingua inglese è stato realizzato da California Granata.

Il museo del Grande Torino

Nel 2017 il docufilm “L’allenatore errante”, regia di Pier Dario Marzi ed Emmanuel Pesi, dedicato all’allenatore Erno Egri Erbstein che allenò Neri alla Lucchese e poi al Torino, contiene alcune immagini, storie e curriculum del giocatore.

Una maglia di Bruno Neri indossata in un incontro della nazionale italiana, è esposta presso il Museo del Grande Torino e della leggenda Granata attualmente ospitato presso Villa Claretta di Grugliasco (Torino).

Renato Appiano, vicepresidente Anpi provinciale di Torino

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Il Giusto portoghese

Aristides de Sousa Mendes

In occasione del 45° anniversario della “Rivoluzione dei garofani”, cioè della fine incruenta (25 aprile 1974) del lungo regime autoritario di Salazar in Portogallo, pubblichiamo questo ampio servizio su di un grande portoghese, Aristides de Sousa Mendes.

 

Le pagine polverose del passato ogni tanto danno segni e spunti relativi a fatti e a personaggi dimenticati, le cui azioni non hanno cambiato la storia, ma hanno salvato vite umane, forti solo del loro coraggio morale. Uno di questi è il portoghese Aristides de Sousa Mendes, console generale in Francia che all’inizio della seconda guerra mondiale, dinanzi alla miriade di profughi, tra cui molti ebrei, in cerca di scampo dalla deportazione e lo sterminio nazista, s’adoperò materialmente per aiutarli. Cominciò dunque a rilasciare visti per permettere loro di entrare in un territorio neutrale e sicuro quale il Portogallo, nonostante il dittatore lusitano Antonio de Oliveira Salazar, per non provocare l’ira del temutissimo Hitler, non fosse affatto propenso ad accogliere quegli esuli. Sousa Mendes non solo deciderà di ignorare le disposizioni del suo governo ma, valendosi della posizione acquisita, diramerà a tutte le sedi consolari portoghesi in Francia l’ordine di fare altrettanto e di assecondare le richieste di visto. Lui stesso, armato di carta, penna e, soprattutto, del sigillo bianco della cancelleria, in appena tre giorni rilascerà ben 30.000 visti.

Così Lisbona diverrà l’ultima porta aperta dell’intera Europa per riuscire a evadere da un campo di concentramento esteso su gran parte del continente.

Nascita e studi.

Aristides, insieme al suo gemello César, viene al mondo il 19 luglio 1885 a Cabanas de Viriato, nel comune di Carregal do Sal, Distretto di Viseu. Il padre, José de Sousa Mendes, è giudice e si preoccupa che i suoi figli acquisiscano il senso della giustizia e dell’amore per la verità; la madre, Maria Angelina Ribeiro de Abranches, ha radici nobiliari, come il marito. Poco si conosce della giovinezza di Aristides, le prime notizie risalgono al tempo degli studi Università di Coimbra dove, nel 1907, i due fratelli si laureano in Giurisprudenza per poi optare per la carriera diplomatica. Alla fine dell’anno, Aristides sposa la cugina Angelina de Sousa Mendes. Riguardo alle idee politiche si sa unicamente che era un conservatore di matrice cattolica e di simpatie monarchiche.

La prima nomina – console di seconda classe – è del maggio 1910. L’incarico lo porta nella Guiana Britannica e più tardi in Galizia; in seguito, divenuto console generale, è destinato a Zanzibar, territorio africano sotto l’amministrazione britannica, dove rimane fino al 1919. Intanto molti avvenimenti hanno riguardato il suo Paese: è divenuto una Repubblica (nell’ottobre 1910), dopo una fase di neutralità è entrato nel primo conflitto mondiale (nel 1916), e nel 1917 è stato teatro di un golpe militare che ha portato alla presidenza il ministro, conservatore repubblicano, Sidonio Pais. L’uccisione di Pais, assassinato da un anarchico, determina il governo ad avviare l’epurazione di tutti i funzionari di tradizione monarchica: nel luglio 1919 Sousa Mendes viene sospeso e collocato nella posizione di disponibilità. Reintegrato un paio di anni dopo, promosso console di prima classe, Aristides è destinato alla sede di Curitiba, in Brasile, e successivamente negli Stati Uniti, a St. Francisco in California, per tornare quindi in Brasile, assegnato prima alla sede di Maranhão e poi a Porto Alegre, dove rimane per due anni. Il 1926 lo vede conseguire una serie di successi, a gennaio è chiamato alla Direzione del commercio estero, ad aprile è segretario del Comitato internazionale per i problemi relativi ai confini tra Portogallo e Spagna, sia nella penisola iberica sia nei territori coloniali. Nel maggio il Paese è travolto da un altro colpo di stato militare. In una manciata di anni ad ascendere al potere è António de Oliveira Salazar, ammiratore di Mussolini, che, già componente del governo dal 1926, nel 1932 instaura il cosiddetto “Estado Novo”, un regime di stampo fascista.

All’inizio degli anni Trenta, Sousa Mendes si trova ad Aversa, in Belgio, dove avvia importanti relazioni diplomatiche e commerciali tra i due Paesi, riscuotendo gli apprezzamenti sia del re belga Leopoldo III – che gli conferisce ben due decorazioni: ufficiale dell’Ordine di Leopoldo e comandante dell’Ordine della Corona, la più alta onorificenza della monarchia – sia di Salazar. Anche il gemello César è nei favori del dittatore, ma l’idillio dura ben poco: nominato ministro degli Esteri si scontra più volte con il capo del regime e dopo appena nove mesi è rimosso. La vendetta politica si abbatte anche su Aristides: accusato ingiustamente di cattiva gestione dei fondi ministeriali, nonostante un’ispezione accerti la non fondatezza delle accuse, si vede limitato nei suoi poteri di gestione e sottoposto a sorveglianza. Non contento, Salazar fa promuovere nei suoi confronti un procedimento disciplinare per abbandono, senza autorizzazione, della sede di Anversa. L’inchiesta accerta però che motivo dell’assenza era stata la partecipazione al funerale del suocero, per cui non viene preso alcun provvedimento. Alla luce di ciò, Aristides scrive al dittatore chiedendo una promozione a «capo missione di 2° classe della legazione cinese o giapponese». Salazar invece gli fa pervenire la nomina a console presso la piccola sede di Bordeaux, in Francia.

L’occupazione nazista della Francia

Il 29 settembre 1938, Aristides Sousa Mendes e la moglie, accompagnati da una parte dei figli (ne aveva ben dodici) e dalla fedele cameriera, Fernanda Dias de Jesus da Silva, arrivano a Bordeaux.

La famiglia si stabilisce al consolato, in un appartamento di quattordici stanze al n. 14 del Quai Louis XVIII, di fronte al fiume Garonna.

Un anno dopo, il 1° settembre 1939, con l’invasione della Polonia, comincia la seconda guerra mondiale. Nella parte occupata dal Terzo Reich si avvia il programma di privazione dei diritti a tutti i polacchi e insieme di pulizia etnica, deportazione e sterminio degli ebrei. Il Portogallo resta neutrale ma il capo del regime, Salazar, non intente affatto inimicarsi Hitler. E, nel novembre 1939, invia a tutte le ambasciate portoghesi in Europa una memoria confidenziale, la Circolare n. 14, con cui si vieta espressamente il rilascio di visti agli ebrei espulsi dai loro Paesi d’origine e ai profughi e agli apolidi muniti del Nansen, il passaporto internazionalmente riconosciuto rilasciato dalla Società delle Nazioni. Il 10 maggio 1940 le divisioni Panzer tedesche occupano Belgio e Olanda e il 10 giugno entrano in Francia, marciando su Parigi. Con l’armistizio di Compaigne, firmato il 22 giugno, il territorio francese verrà diviso in due: la parte settentrionale sarà posta sotto il diretto controllo dei tedeschi, quella meridionale verrà guidata dal collaborazionista maresciallo Petain e conosciuta con il nome “Repubblica di Vichy”. In quest’ultima si trova la cittadina di Bourdeaux. Nel frattempo l’invasione del Nord ha già provocato la fuga verso Sud di migliaia di persone, primi tra tutti gli ebrei e gli oppositori politici. Già dalla fine di maggio, al civico 14 del Quai Louis XVIII, Sousa ha cominciato a firmare qualche lasciapassare per il Portogallo a cittadini belgi e polacchi. Nei giorni successivi la situazione precipita. A Bordeaux la popolazione passa da 300.000 a 700.000 persone, una marea umana che vaga nelle strade in cerca di salvezza. Si sparge la voce sulla possibilità di ottenere un salvacondotto dal consolato portoghese e in centinaia si assiepano dinanzi al portone d’ingresso.

Il dittatore portoghese Salazar. Da http://www.ereticamente.net/wp-content/ uploads/2017/10/Salazar.jpg

Non possiamo non agire: «Salveremo tutti».

Sousa Mendes è sconvolto; come comportarsi? Negare i visti, come ordina la Circolare 14, oppure aiutare chiunque sia in pericolo di vita o possa essere deportato?

Il 16 giugno 1940, domenica, il console prende la sua decisione: firmerà ogni richiesta richiamandosi a un articolo della Costituzione portoghese, varata proprio da Salazar: «a nessun straniero può essere negato di accedere in territorio portoghese per le sue idee politiche, religiose o per la razza». Il personale condivide l’interpretazione e asseconda la scelta di «Salvare tutti». Quel giorno secondo Yehuda Bauer, storico contemporaneo, cominciò: «la più grande operazione di salvataggio effettuata da una persona durante la shoah», dopo quella compiuta dal diplomatico svedese Raoul Wallenberg che strappò alla morte 100.000 ebrei, contando però sul pieno sostegno del suo governo.

La situazione di Sousa è ben diversa, e per riuscire nell’intento fin dalla mattina crea una vera e propria catena di montaggio: alcuni addetti sono incaricati di riempire i moduli, altri di apporre la foto per poi passare il documento a Sousa per la firma e infine al segretario Jose Seabra per il timbro. «Religione ebrea, cattolica o protestante? Non importa! Origine “etnica”? Ininfluente! Russo? Iscrivilo! Apolide? Iscrivilo!». Bisogna far ancora più presto, velocizzare ulteriormente le pratiche. Sousa decide di firmare con il solo nome Mendes, quindi dispone che il Consolato rimanga aperto dalle 9 del mattino sino alle 19, senza alcuna pausa. Inoltre, forte del suo ruolo e della sua esperienza, decide di coinvolgere i colleghi di altre sedi in Francia e invia al console di Tolosa, Emile Gissot e al vice console di Baiona, Faria Machado, un telegramma con l’ordine di rilasciare il maggior numero di permessi. Mentre il primo asseconda, l’altro s’attiene alla Circolare 14 e si rifiuta. Sousa non si scompone, delega alla firma il segretario, si precipita a Baiona, al consolato prende un tavolo, lo pone dinanzi alla porta e inizia a rilasciare visti. Inutili le proteste del viceconsole che, adirato, decide di allertare Lisbona su quanto sta accadendo.

Nel frattempo alla frontiera portoghese-spagnola vengono fermate e respinte in territorio spagnolo ben 18.000 persone munite del visto Sousa. Madrid è in allarme, ha da poco firmato un trattato di non belligeranza con la Germania e il Generalissimo Franco non intende affatto essere accusato di tradimento. Le pressioni spagnole sul governo portoghese sono tali che il direttore della famigerata Polícia de Vigilância e Defesa do Estado (Pvde), Agostinho Lourenco, è costretto a riaprire il confine e a permettere il lento afflusso del fiume umano. La reazione di Salazar non si fa attendere, incarica l’ambasciatore portoghese a Madrid di esautorare il collega e lo richiama in Portogallo. Sousa l’8 luglio rientra in patria.

Il processo disciplinare

Non appena rientrato, Aristides chiede di poter conferire con Salazar, ma la richiesta viene rifiutata, non s’arrende e invia una petizione in favore dei profughi, che però viene cestinata. Anzi è il dittatore in persona ad avviare un’inchiesta, incaricando il capo dipartimento degli affari economici del ministero degli Esteri, Francisco de Paula Brito Júnior, di redigere l’atto di accusa nei confronti di Sousa Mendes. Il funzionario basa l’accusa sulla testimonianza di tre persone: il capitano Lourenco, capo della polizia politica, Armando Lopes Simeone, console a Baiona, e Teotonio Pereira, ambasciatore a Madrid, il più intransigente e spietato.

La storica Bessa Lopez ha dimostrato che il processo disciplinare è stato una farsa, infatti Salazar in una comunicazione riservata inviata all’ambasciatore portoghese a Londra Armindo Monteiro (padre dello scrittore Louis Sttau Monteiro), affermò, ancor prima che l’indagine fosse giunta al termine, la colpevolezza dell’ormai ex console portoghese a Bordeaux.

Il 2 agosto l’atto accusatorio è depositato. Le imputazioni sono abuso di potere, emissione di visti falsi, non rispetto delle direttive ministeriali. A Sousa vengono concessi dieci giorni per replicare e depositare la memoria difensiva. Mendes scrive venti pagine e allega la lettera dello scrittore Gisèle Allotini, dove si legge: «Ti voglio testimoniare la profonda ammirazione che le persone che ti hanno conosciuto, nei Paesi dove hai prestato servizio come console, hanno nei tuoi confronti. Sei la migliore pubblicità del Portogallo, fai onore alla tua patria. Tutti quelli che ti conoscono lodano il tuo coraggio, il grande cuore e lo spirito cavalleresco. Sei in Portogallo il meglio della pubblicità, è un onore per la tua patria. Tutti quelli che lo conoscevano lodarono il suo coraggio, il grande cuore, lo spirito cavalleresco», aggiungendo: «se i portoghesi assomigliano al console generale Mendes, sono un popolo di gentiluomini ed eroi».

Contestando ogni colpa, Sousa afferma che il suo operato è stato dettato da ragioni umanitarie perché «molti di loro erano ebrei perseguitati e cercavano disperatamente di sfuggire all’orrore di nuove persecuzioni. Alla fine c’era un numero di donne di tutti i Paesi invasi che hanno cercato di evitare di essere lasciati alla mercé della sessualità teutonica. A questa situazione s’è aggiunto lo spettacolo di centinaia di bambini che, seguendo i propri genitori, partecipavano alle loro sofferenze e angosce. […] Posso sbagliarmi, ma se ho sbagliato è perché ho seguito i dettami della mia coscienza, che non ha mai cessato di guidarmi a rispettare i miei compiti con cognizione delle mie responsabilità».

Il 29 agosto, il Consiglio disciplinare apre il procedimento contro Aristides de Sousa Mendes per disobbedienza, premeditazione, recidiva e abuso di potere. La sentenza di condanna è del 29 ottobre. L’indomani Salazar firma la sanzione: un anno di sospensione e il dimezzamento dello stipendio fino al pensionamento.

Tempi difficili

Nonostante la condanna, Aristides de Sousa Mendes non si scoraggia e il 28 novembre, presenta ricorso al Tribunale amministrativo di Lisbona, per violazione del diritto alla difesa dell’imputato, dal momento che non gli è stata concessa la parola. La corte non prende una decisione e Aristides si ritrova in gradi difficoltà economiche dovendo gestire una famiglia molto numerosa famiglia, pertanto decide di scrivere a Salazar dichiarandosi «assolutamente privo di risorse», senza però ricevere risposta. Ad aiutarlo è solo la comunità ebraica di Lisbona, che lo sostiene con un assegno mensile.

Il 19 giugno 1941 il Tribunale amministrativo respinge il ricorso. Ciò non impedisce all’ex console di continuare a coltivare la speranza di un cambiamento che intravede il 30 aprile 1945 con il suicidio di Hitler. Inutile dire che non avviene niente di quanto sperato, per cui nel dicembre dello stesso anno Mendes si appella all’Assemblea nazionale per far dichiarare incostituzionale la Circolare 14 perché in contrasto con l’articolo 8 della Costituzione portoghese, garante della libertà individuale e dell’inviolabilità delle idee religiose e politiche anche a persone perseguitate. Nessuna risposta. Neppure questa volta Sousa si abbatte e nel novembre del ’45, sostenuto da quattro figli (Aristide, Geraldo, Carlos e Pedro Nuno) e dal Movimento di unità democratica (Mud), promuove una petizione per chiedere libere elezioni. La risposta è immediata: la polizia politica arresta i leader del Movimento e imbavaglia la stampa. Dinanzi a tali difficoltà qualunque altro uomo si sarebbe arreso ma non Mendes, che nel febbraio 1946 decide di rivolgersi, nuovamente, a Salazar. E di nuovo non ha riscontri. Tenta dunque l’ultima carta e si rivolge al Cardinale Manuel Gonçalves Cerejeira, Patriarca di Lisbona, intimo amico di Salazar, affinché perori la sua causa. Non è stato mai chiarito il reale comportamento tenuto dall’alto prelato, l’unica certezza è il permanere di Mendes in una condizione d’indigenza e di prostrazione.

Il Cardinale Manuel Gonçalves Cerejeira (da https://it.wikipedia.org/ wiki/ Manuel_Gon%C3% A7alves_Cerejeira#/ media/ File:Cardinal_ Cerejeira.JPG)

L’uomo buono muore, ma non le sue azioni

Le testimonianze sugli ultimi anni della vita del console concordano su un punto: anche nei momenti più difficili e umilianti, quando si sentiva rifiutato, ha sempre mantenuto un atteggiamento benevolo nei confronti della vita. Alla fine del 1947 decide di abbandonare il Portogallo, per stabilirsi con la famiglia negli Stati Uniti, ma ai primi di gennaio del 1948 la moglie Angelina è colpita da un’emorragia cerebrale e sei mesi dopo muore. Aristides abbandona l’idea d’emigrare, nonostante la situazione economica si aggravi sempre più. Addirittura nell’inverno del 1953, citato da alcune banche per insolvenza dei prestiti contratti, è condannato per estinguere il debito al pagamento di 3.900 pesetas al mese, pari a un terzo della sua pensione.

Quest’ultima notizia lo prostra e mina uno stato di salute già compromesso. Il 3 aprile 1954 Aristides Sousa Mendes si spegne per le complicazioni di una polmonite. Un eroe scompare, ma non il ricordo del bene elargito.

Infatti, Israele e il popolo ebraico non dimenticano l’operato di quel «Giusto» e nel 1967, a New York, il console generale d’Israele, consegna alla figlia Joanna la Medaglia del Yad Vashem, l’ente nazionale israeliano per la memoria della shoah.

È l’inizio della riabilitazione. Il 25 aprile 1974, in Portogallo, la “Rivoluzione dei garofani” pone fine, in modo incruento, al lungo regime autoritario; vengono indette le elezioni; nasce la Repubblica democratica. Il cambiamento permette alla famiglia Sousa Mendes di far riprendere al ministero degli Esteri il fascicolo dell’ex console e chiedere di restituirgli l’onore.

Trascorrono due anni durante i quali l’ambasciatore Bessa Lopes raccoglie testimonianze e materiale sul comportamento tenuto da Soussa nei giorni della disfatta francese. Al termine consegna al ministro un dossier, pubblicato nel 1976. L’indagine si conclude a favore di Mendes e giustifica il suo comportamento con la dizione «dettato da fini umanitari». È il primo passo verso la riabilitazione ufficiale. Il secondo avviene, nel 1987, all’ambasciata portoghese a Washington, dove il presidente della Repubblica portoghese, Mario Soares, consegna ai figli di Sousa Mendes la decorazione dell’Ordine della libertà. Nel febbraio 1988 il Parlamento inizia a discutere una proposta di legge, presentata dal deputato socialista Jaime Gama, per restituire l’onorabilità ad Aristides. Il 13 marzo 1988, quarantotto anni dopo gli avvenimenti di Bordeaux e quattordici anni dopo la fine della dittatura, il Parlamento all’unanimità approva la riabilitazione del console, promuovendolo ambasciatore.

Ma l’opera di riscatto non si ferma, nel 1990 la città di Montreal (Canada) gli intitola un parco, seguita l’anno successivo da Bordeaux. Nel 1998 in Francia viene pubblicato il libro “Le Juste de Bordeaux”, e in quello stesso anno il Parlamento europeo onora Sousa Mendes, conferendogli un’importante onorificenza. Nell’aprile 1999 il consiglio comunale di Rio de Janeiro gli conferisce una medaglia, e nel maggio il Presidente della Repubblica Jorge Sampaio si reca nella cittadina natale dell’eroe per rendergli omaggio. Il 23 febbraio 2000 a Lisbona viene istituita la Fondazione Aristides Sousa Mendes; un mese dopo, nel Palazzo dei Bisogni, il ministro degli Esteri portoghese consegna alla fondazione la somma di 50.000 euro.

Stefano Coletta, docente


Bibliografia

Rui Afonso, “Injustiça”, Lisbona, ed. Caminho, 1990.

Rui Afonso, “Um homem bom. Aristides de Sousa Mendes, il Wallenberg português”, Lisbona, Caminho, 1995.

António Carvalho, “Wallenberg português. Merece ser reabilitado: família de Sousa Mendes pede que seja feita justiça”, in “Capital”, 2 marzo 1986.

Reese Erlich, “O herói português do holocausto”, in “Diário Popular”, 15 maggio 1987.

José Alain Fralon, “Aristides de Sousa Mendes. Le juste de Bordeaux ”. Bordeaux, ed. Mollat, 1998

Novais Granada, “Português que salvou 30 mil recordado na estação do parque: metro de Lisboa homenageia herói da humanidade”, in “Correio da Manhã”, 26 marzo 1995.

Mascarenhas e M. J. Martins, «Aristides de Sousa Mendes. A coragem da tolerância”, ed. Biblioteca, Lisbona, 1996.

Avraham Milgram, “Os cônsules portugueses e a questão dos refugiados  judeus”, in “História”, n. 15, giugno 1999.

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A teatro con le staffette

Sono le staffette partigiane Carla, Piera, Giannetta Manurio detta “Manditu” e soprattutto Olga Bozzo – che giovedì 25 aprile, alle 17, al teatro comunale di Sori riceverà un attestato di riconoscimento per il suo impegno nella Resistenza sorese –, le protagoniste dello spettacolo “Fuente della libertà”, testo di Ivano Malcotti, interviste e direzione artistica di Valeria Stagno, regia di Giorgio De Virgiliis, che andrà in scena in varie località del Levante genovese a cavallo della Festa della Liberazione. A dar loro la voce, in questa rassegna teatrale chiamata “Staffetta delle staffette”, almeno 150 donne si alterneranno sul palco, in una rievocazione della Resistenza tutta al femminile.

«Siamo partiti dalla constatazione che quando si parla di Resistenza lo si fa quasi sempre al maschile – spiega Malcotti –. Mentre il ruolo fondamentale delle staffette e delle partigiane, spesso giovanissime, è poco conosciuto». Il testo quindi si affianca e si ispira al libro Donne per la libertà. Resistenza a Sampierdarena di Massimo Bisca, presidente provinciale dell’Anpi di Genova. E contiene alcune informazioni venute alla luce solo di recente, come la vicenda di Olga Bozzo, nata a Teriasca l’8 agosto del 1934: “sei giorni dopo che Hitler si è autoproclamato Führer ed è diventato un dittatore terrificante per l’intera umanità”, come lei stessa precisa. Preferiva non ricordare, Olga, al pari di molti protagonisti di quegli anni difficili. Fino a quando una sera, sentendo in tv il Presidente Sergio Mattarella dire “chi sa, parli”, si decise a raccontare: di quando bambina di soli 11 anni, salvò la vita a una famiglia ebrea, di quando portava il cibo agli uomini sui monti, fingendo di andare a giocare, o strillava per annunciare i rastrellamenti.

Olga Bozzo, a sinistra della foto (da https://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2019/04/06/AEltb5tB-centocinquanta_narrare_partigiane.shtml)

In una conversazione immaginaria con le sue amiche staffette – compresa Giannetta, soprannominata Manditu perché così, in dialetto genovese (mi hanno detto), apriva spesso i suoi discorsi – Olga nello spettacolo rievoca quel tempo. Con accenti a volte ironici a volte tragici, soffermandosi spesso sulla quotidianità e lasciando quindi spazio all’aspetto umano di uomini e donne che, scegliendo da quale parte stare, si fecero eroi. Ed ecco la visita di Mussolini a Sori, la maestra fascista che voleva tutte le sue allieve vestite di nero e non permetteva alle mancine di scrivere con la mano sinistra, l’ingresso dell’Italia in guerra scoperto ascoltando Radio Londra. Poi le perquisizioni, gli arresti, le esecuzioni. Gli allarmi aerei per i voli dei vari Pippetto (gli aerei da bombardamento Alleati, ndr) e le corse nei rifugi, la fame. L’amore di Rudolf per la sua Rosetta, la diserzione, la morte. Tutto intervallato da brani musicali, fino alla chiusa: “la Resistenza, come ha detto la staffetta Angiolina Michelini “Emilia”, è un fatto morale, è un mosaico nel quale migliaia di persone, donne e uomini, hanno portato un pezzetto e tutti insieme hanno formato il grande disegno chiamato Resistenza e noi in quel grande disegno saremo per sempre ricordate come le fuente (fonti, N) della libertà”.

Lo spettacolo, prodotto con il contributo del Gruppo Città di Genova, che appartiene al filone del teatro di cittadinanza, una costola del teatro politico istantaneo, e coinvolge attrici non professioniste, va in scena venerdì 19 aprile alle 21 a Teatro San Giuseppe di Mignanego. Poi sabato 20 alle 17.30 nella Sala Polivalente di Recco, mercoledì 24 alle 10 alla Sala Don Bozzo a Bogliasco e alle 18 nella sede Anpi di Sestri Levante, dove a interpretare Olga sarà la sindaca Valentina Ghio. Poi giovedì 25 aprile alle 17 al teatro comunale di Sori, dove Bozzo riceverà la pergamena dalle mani del presidente provinciale Anpi Massimo Bisca, e alle 21 al teatro Massone di Pieve Ligure, infine il 10 maggio a Santa Margherita.

Lucia Compagnino

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Ricordo di Franco Balilli



A pochi giorni dal 25 aprile, ricorrenza simbolo della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo, è venuto a mancare, ai suoi cari e a tutta la città, Franco Balilli.
Insieme ad altri giovani fermani aderì al Nuovo Esercito Italiano e operò, a fianco delle truppe alleate del Generale Anders, lungo la Linea Gotica, contribuendo alla liberazione del nord delle Marche, di Ravenna, di Bologna e Padova. Di quel periodo ha sempre conservato un ricordo doloroso, ma anche umano e affettuoso verso i compagni morti in battaglia: il suo capitano Giorgi, il fermano Enzo Ficcadenti e il monturanese Gino Moretti.
Nel dopoguerra Franco non si sottrasse mai all’impegno civile per la democrazia e per una società più giusta e lo fece con le doti innate dell’ umiltà e della coerenza, ma anche con quella della tipica ironia popolare fermana. Chiunque l’abbia conosciuto ricorda la sua bontà e disponibilità all’aiuto e il rispetto per le idee di tutti, pur nella fermezza delle sue convinzioni ideali.
Per noi più giovani fu fonte di racconti ed episodi, trasferendoci il sapore di quegli anni difficili ed eroici. Fu anche però un maestro di umanità che non dice mai cosa dovresti essere, ma sempre incoraggia ognuno ad esprimere liberamente la propria personalità

ANPI Fermo