NO A CHI VUOL DIVIDERE POPOLI E PAESI: IL 30 MARZO A SEŽANA (SLOVENIA) INIZIATIVA SIMBOLICA DELLE ASSOCIAZIONI NAZIONALI PARTIGIANE DI ITALIA, SLOVENIA, CROAZIA PER UN’EUROPA UNITA, ANTIFASCISTA E ANTIRAZZISTA

No
a chi vuol dividere italiani, sloveni e croati; i confini siano un ponte di
unità e non una barriera: con questo spirito si svolgerà sabato 30 marzo in
Slovenia una particolare iniziativa promossa dalle associazioni partigiane
nazionali dell’Italia, della Croazia, della Slovenia e dalla associazione
partigiana di lingua slovena della Carinzia (Austria). Il titolo è “Fratelli
senza confini – Italiani, sloveni e croati uniti contro nazionalismi,
neofascismi e razzismi”. Contro chi ancora oggi vuole
dividere popoli e Paesi, le associazioni partigiane rilanciano l’unità e la
loro scelta europeista
, ricordando la comune lotta resistenziale che ha
determinato la sconfitta del nazifascismo. L’iniziativa, fortemente simbolica,
si svolgerà a Sežana (Slovenia) alle ore 11: i presidenti nazionali parleranno
nella sala consiliare in via Partizanska cesta 4; vi sarà la deposizione di una
corona di fiori davanti al monumento alle vittime del fascismo e la simbolica
piantumazione di un albero in terra slovena, con le radici in terra italiana e
croata. Parleranno Tit Turnšek, presidente ZZ NOB (Slovenia), Franjo
Habulin, presidente SABA (Croazia), Carla Nespolo, Presidente nazionale ANPI.

A.N.P.I.       
segreterianazionale@anpi.it

Non è Beckett: 29 marzo, Pavia, processo agli antifascisti

È il 5 novembre 2016. Sfilano in un silenzio ciclicamente inframmezzato dal rullio dei tamburi che recano con sé. Sfilano con i giubbotti neri, forti di una sorta di nostalgica divisa. Sfilano, e il corteo ha i tratti di una parata militare. Sfilano, e la loro sfilata è autorizzata dagli organi competenti della città che, nell’aprile 1921, pianse l’assassinio squadrista dello studente del collegio Ghislieri, l’antifascista Ferruccio Ghinaglia, fondatore a Pavia del partito nato a Livorno da pochi mesi.

Noi, invece, spontaneamente radunatici sotto le bandiere di Anpi Arci Rete Antifascista per protestare contro questa infamia autorizzata, siamo stati oggetto di alcune cariche di polizia.

Tre feriti: tra noi che alzavamo le mani a mostrare che l’oggetto più pericoloso che avevamo in mano era un ombrello. Infatti il 5 novembre 2016 a Pavia pioveva forte.

Ciò che sentivamo cadere non erano solo le gocce della pioggia o il peso di un manganello di Ps, ma pezzi di fiducia nei corpi dello Stato.

Quei pezzi dello Stato che il corteo fascista del 5 novembre 2016, lo hanno autorizzato, forzando i limiti del diritto a manifestare, dimentichi che quel diritto, inscritto nella Carta costituzionale, è stato conquistato solo ed unicamente grazie alla guerra di Liberazione dalla dittatura fascista, partorita dalle viscere di un Paese che, dopo il 1945, non si è dato, poi, la pena di procedere ad una Norimberga italiana.

Trenta di noi sono stati denunciati, e sette di noi andranno a processo venerdì 29 marzo, accusati di avere violato le norme del Testo Unico delle leggi di Pubblica Sicurezza.

Ieri, Anpi – presente, insieme agli esponenti delle Anpi pavesi, il coordinatore regionale Lombardia Tullio Montagna – Arci e Cgil hanno espresso in conferenza stampa la propria posizione: idealmente a processo ci saremo tutti noi che ci siamo ritrovati spontaneamente la sera del 5 novembre 2016, convinti che mobilitarsi contro una iniziativa apologetica di fascismo, non solo non sia reato, ma sia, anzi, nostro preciso diritto–dovere.

L’Anpi provinciale, che nei giorni scorsi ha deliberato il proprio sostegno finanziario alle spese processuali e ha avviato anche una sottoscrizione tra cittadini antifascisti, sarà quindi presente davanti al Tribunale la mattina del 29 marzo. Vi aspettiamo tutti, e aspettiamo i vostri messaggi.

È possibile sottoscrivere sul conto di Anpi provinciale Pavia, contattando la mail anpipv@segreteria016@gmail.com oppure direttamente sul cc dedicato IBAN IT37 X076 0111 3000 0101 0540 001 con causale Solidarietà antifascista.

Annalisa Alessio, vicepresidente Anpi provinciale Pavia

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“Siamo qui oggi a Prato per difendere la democrazia e la libertà che il fascismo negò”

Il direttore di Patria Indipendente e vicepresidente nazionale dell’Anpi a Prato durante alla grande manifestazione antifascista del 23 marzo 2019

“Quando domani i giornali e le televisioni parleranno di questa straordinaria manifestazione, di voi, di noi, si sappia che oggi questa piazza, questa città, è piena di popolo, di partigiane e partigiani! Partigiani, come quelli della formazione che il 22 marzo 1944 a Migliana mise in fuga i militi del battaglione Muti. Partigiani, come quelli che attaccarono la stazione di Carmignano l’11 giugno del 1944. Partigiani, come quelli che liberarono Prato, che liberarono Firenze, che liberarono l’Italia.

È vero, i combattenti per la libertà del 1943-1945 sono oramai sopravvissuti in pochi, ma il loro messaggio è stato raccolto da milioni di italiani che stanno già contrastando qualsiasi tentativo di rianimare la bestia fascista. Oggi voi, noi, i partigiani del nuovo millennio, avete e abbiamo tre sole armi, che però sono potentissime: l’unità popolare, l’impegno antifascista pacifico, la Costituzione.

L’unità ce l’hanno insegnata proprio i nostri nonni partigiani, quelli che diedero vita al Comitato di Liberazione Nazionale. Oggi l’unità è quella delle associazioni, dei sindacati, delle forze politiche e sociali di ogni colore e di idee e missioni anche molto diverse, ma unite tutte da un sentire comune: l’antifascismo. Perché l’antifascismo non è un’ideologia; ma è un’idea che accomuna, e che perciò, per sua natura chiama un grande fronte unitario, un’unità di popolo, di associazioni, di organizzazioni diverse e distinte, ma unite in questa battaglia collettiva. Questo sta avvenendo e avverrà sempre più, quanto più forte sarà il pericolo fascista.

Ma voi, noi, abbiamo un’altra arma: la mobilitazione pacifica. Perché la rissa, lo scontro fisico, la violenza è esattamente quello che hanno sempre fatto i fascisti, perché è nel loro Dna. Non esiste fascismo senza violenza, come non esiste fascismo senza guerra. Noi non mobilitiamo i bicipiti, le teste rasate, il fanatismo, l’odio. Noi mobilitiamo le idee. E le idee non si possono né picchiare, né ammazzare, né comprare, né eliminare.

Ed infine abbiamo la terza arma, la più potente. Si chiama Costituzione, sia perché vieta ogni riorganizzazione fascista, sia perché prescrive in ogni suo punto esattamente il contrario di ciò che predicava e faceva il fascismo storico. La madre di tutte le battaglie antifasciste è perciò la piena attuazione della Costituzione.

Perché siamo qui oggi? Perché si è superato il livello di guardia, concedendo una piazza ad un’organizzazione esplicitamente fascista, che intende celebrare cento anni dalla nascita dei fasci di combattimento. Questa, al paese mio e al paese di tutte le persone normali, si chiama apologia del fascismo. Non solo: nella manifestazione fascista sono annunciati inequivocabili segni razzisti, perché si parla di “sostituzione etnica di un’intera popolazione di una città”, di “invasione afroislamica e cinese, che tende ad annientare ogni nostra tradizione culturale, etnica e religiosa”. Nessuna meraviglia, sia chiaro: non c’è fascismo senza razzismo. Ma ancora una volta la faccenda riguarda il Codice penale, perché il razzismo, in base alla legge Mancino, è un reato. Altro che libera manifestazione di pensiero!

Apologia del fascismo e razzismo: dunque per la Costituzione e per la legge italiana sono reati. E noi, l’Anpi, siamo pronti a denunciare Forza Nuova e tutti coloro che hanno consentito la sua iniziativa esattamente per questo. E a chi viene a raccontare che vietando la celebrazione si negherebbero le libertà costituzionalmente tutelate, rispondiamo non solo, come già detto, che la Carta costituzionale vieta la riorganizzazione del partito fascista, ma anche che la Corte europea dei diritti dell’uomo, con una sentenza del 2015, ha dichiarato che taluni diritti si possono comprimere se in conflitto con i principi dell’ordinamento costituzionale di ciascun Paese. E cosa c’è più in conflitto con l’ordinamento costituzionale italiano se non proprio il fascismo e il razzismo? Aggiungo, come memento per tutti, che dalle debolezze della democrazia, dalle sue falle, diciamolo, dalle sue viltà, sono sempre nati i regimi fascisti e nazisti. Per questo la democrazia ha il dovere di autotutelarsi, impedendo che l’uovo del serpente possa schiudersi e che il suo veleno intossichi tutta la società.

Si dirà: ma sono decenni che ci sono i gruppi neofascisti in Italia. Che cosa è cambiato? È vero, sono decenni. E nessuno di noi dimentica la sanguinosa stagione delle stragi, da piazza Fontana, a Brescia, all’Italicus, a Bologna, tutte segnate dal marchio degli assassini neri. Ma oggi c’è una novità. La novità è quella di tanti ministri di questo governo che alle volte sembrano le tre scimmiette: non vedono, non sentono, non parlano. Ovviamente i gruppi neofascisti si sentono protetti. Ci siamo dimenticati chi ha minimizzato la tentata strage di Macerata da parte di Luca Traini? Ci siamo dimenticati che è stato impedito lo sfratto alla sede illegalmente occupata a Roma da CasaPound? Ci siamo dimenticati che la parola d’ordine “Prima gli italiani” era una parola d’ordine di CasaPound? Ma poi – non prendiamoci in giro! – si respira oramai un clima quotidiano di sdoganamento del fascismo, dei suoi crimini e dei suoi orrori, un clima agevolato dalle dichiarazioni di autorevolissimi ministri che dovrebbero garantire la sicurezza e la serenità di tutti i cittadini e invece fanno ogni giorno esattamente il contrario, seminando odio, rancore e violenza verbale a piene mani. L’ultima provocazione è proprio questa: l’autorizzazione della manifestazione di oggi di Forza Nuova.

Sia chiaro: non bisogna generalizzare. Devo prendere atto con soddisfazione e riconoscimento di tante distinzioni, da Roma a Prato: dal Presidente della Camera, al sindaco di Roma al Movimento 5Stelle di questa città. Ma devo anche prendere atto che le voci antifasciste si fermano sulla soglia di alcuni ministri di governo, che sembrano sordi alle richieste di legalità democratica. C’è tolleranza e acquiescenza in una parte delle istituzioni, che alle volte degrada in complicità. La promozione e la partecipazione di tre ministri al convegno medioevale di Verona cosiddetto sulla famiglia che si svolgerà il 30 marzo, contro le donne e contro tutta la popolazione italiana, è la pistola fumante della torsione oscurantista della Lega. Bene ha fatto il Presidente del Consiglio a negare il patrocinio del governo a questa iniziativa.

Mi permetto di ricordare al Comitato per l’Ordine e la Sicurezza di Prato che ha autorizzato la manifestazione di Forza Nuova di oggi, che si sono consapevolmente ignorate la XII Disposizione finale della Costituzione che vieta la ricostituzione sotto qualsiasi forma del partito fascista, e le leggi Mancino e Scelba che sanzionano ogni forma di fascismo e di razzismo. Aggiungo che Piero Calamandrei il 4 marzo 1947, quando si discuteva proprio della XII Disposizione, affermò: “non si troveranno certamente partiti che siano così ingenui da adottare di nuovo pubblicamente il nome fascista per farsi sciogliere dalla polizia”. Dal monito di quel grande Costituente si intende con chiarezza che il disciolto partito fascista si può chiamare in tanti modi diversi. Per esempio CasaPound, per esempio Forza Nuova. Un suo dirigente romano per così dire non incensurato due giorni fa ha scritto un post sulla pagina facebook nazionale della sua organizzazione proprio a proposito della giornata di oggi. Ecco alcune frasi: “Come 100 anni fa, solo i fascisti possono salvare l’Italia”, e ancora: “Sabato 23 marzo, come 100 anni fa, chiameremo alla lotta l’Italia più bella, quella pronta a combattere per difendere i confini e la giustizia sociale, l’Italia che non china la testa, che innalza bandiere nere e tricolori”. Caro Comitato per l’Ordine e la Sicurezza di Prato, ma di cosa stiamo parlando? Mi permetto di ricordare che Forza Nuova intende celebrare il centesimo anniversario della nascita dei fasci di combattimento, cioè del fascismo. Mi permetto di ricordare la pressante richiesta di proibire la manifestazione fascista da parte di un larghissimo fronte unitario, democratico e istituzionale e dalla Diocesi. Mettere sullo stesso piano Forza Nuova e lo schieramento democratico, come fa il Comitato in un imbarazzato e imbarazzante comunicato, è un oltraggio alla storia e alla Costituzione. Lascia poi sbalorditi la raccomandazione del Comitato al senso di responsabilità di tutti. Siamo noi che diciamo a voi: avete mancato totalmente di senso di responsabilità!

Ma davanti ad istituzioni che non sempre rispettano il dovere di schierarsi con la Repubblica antifascista, abbiamo istituzioni – e sono la grande maggioranza – che si battono in prima fila per difendere la legalità repubblicana e la sua Costituzione: parlo di tanti sindaci, e qui ne abbiamo un esempio, dal sindaco di Prato ai sindaci di tanti altri comuni. Parlo di istituzioni morali, come la Diocesi. Ed aggiungo la volontà di decine di migliaia di cittadini che si sono espressi inequivocabilmente perché la città Medaglia d’argento alla Resistenza non subisse l’oltraggio del raduno di Forza Nuova, dei più giovani, gli studenti, che sono la pulsazione, il battito del nostro cuore.

Partigiane e partigiani! Noi siamo qui, oggi, 23 marzo 2019, un secolo dopo l’inizio dello scempio fascista in Italia, per difendere la democrazia, la libertà, la vita. Il fascismo negò la democrazia istaurando un regime a partito unico dove il partito era lo Stato. Negò la libertà, comminando migliaia di anni di galera tramite il tribunale speciale a chiunque non condividesse le sue idee e la sua politica. Negò la vita per i tanti omicidi degli squadristi, per le tante stragi delle sue guerre d’invasione, per i tanti caduti delle sue follie belliche come l’aggressione all’Unione Sovietica. La democrazia, care cittadine e cittadini, è imperfetta, come tutte le cose umane. Ma ci garantisce la libertà e la vita e ci salvaguarda la speranza dell’eguaglianza sociale. Noi sappiamo che tutte le speranze di eguaglianza, di difesa della dignità delle persone, di lavoro, di welfare, sono racchiuse nello scrigno più prezioso della Repubblica: la Costituzione. In quello scrigno non c’è posto per fascisti e razzisti di ogni tipo. Per questo noi oggi qui rinnoviamo un patto che già proprio Calamandrei scolpì nelle parole della sua più famosa poesia dedicata al camerata Kesselring:

“Soltanto con la roccia di questo patto

giurato tra uomini liberi

che volontari si adunarono

per dignità e non per odio

decisi a riscattare

la vergogna e il terrore del mondo

su queste strade se vorrai tornare

ai nostri posti ci ritroverai

morti e vivi collo stesso impegno

popolo serrato intorno al monumento

che si chiama

ORA E SEMPRE RESISTENZA”.

Fascisti e razzisti, via da Prato!

Non passeranno! Uniti si vince! Viva la Resistenza! Viva la Costituzione! Viva l’Italia!”

Gianfranco Pagliarulo, Prato, 23 marzo 2019

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Tofe di Montemonaco: l’intervento della vice presidente provinciale Anpi di Ascoli Piceno, Stefania Cespi, alla celebrazione del 18 marzo

Noi siamo oggi qui a Montemonaco, ci siamo liberati dai nostri impegni per loro. Per quei giovani delle nostre montagne che il 18 marzo del 1944 morirono combattendo sulle rocce di Tofe, fucilati sul ciglio della strada e davanti al Municipio . A questo proposito, ricordo un racconto di un anziano di Comunanza: “I Partigiani […]

Miracolo a Biella

C’è la memoria democratica e la storia, il racconto di grandiose capacità industriali e artigianali all’origine della moda made in Italy, la capacità di fare formazione per i giovani divertendo e commuovendo nel film “Il Patto della Montagna”. Il mediometraggio di Manuele Cecconello e Maurizio Pellegrini, autrice e project manager Francesca Conti, prodotto dalla Jean Vigo Italia, e patrocinato anche dall’Anpi nazionale, ha incantato mercoledì scorso studentesse e studenti di Roma.

Presentato grazie alle partigiane e ai partigiani capitolini al Nuovo cinema Aquila, sala di un quartiere della periferia cittadina tra i più attivi nella lotta antifascista, ha catturato il pubblico per 72 minuti su una vicenda travolgente, narrata a ritmo incalzante come non ti aspetti da un documentario.

L’iniziativa era dedicata soprattutto alle studentesse, le ragazze del liceo artistico Enzo Rossi e dell’istituto tecnico Giorgi-Woolf, dove sono stati avviati corsi per il settore produttivo tessile-sartoriale, perché filo conduttore del docu-film è il primo atto in Europa con cui, proprio in una fabbrica di tessuti di Biella, città Medaglia d’Oro per la Resistenza e terra di stoffe e marchi tessili prestigiosi, nel 1944, in piena guerra di Liberazione, si stabilì la parità retributiva tra uomo e donna.

Le studentesse e gli studenti in sala

«Di nascosto da fascisti e nazisti – ha anticipato Francesca Conti – imprenditori, partigiani e lavoratori si accordarono: salvare gli stabilimenti produttivi dalla furia distruttiva degli occupanti non poteva prescindere dal migliorare le condizioni di chi ci lavorava, giovani donne soprattutto. “Uguale lavoro, uguale salario” era dunque una questione di rispetto e di democrazia».

E l’opera cinematografica sembra essere riuscita nel prodigio di coinvolgere quei giovani, in gran parte della stessa generazione di Greta Thunberg che, come la sedicenne attivista svedese ora candidata al Nobel per la pace, vogliono cambiare il mondo.

E hanno le idee chiare. «Vorremmo vivere in una società sostenibile e con gli stessi diritti per tutti», dicono Alice e Beatrice, tatuaggi e piercing dappertutto.

Durante la proiezione le sentivi appassionarsi ai ricordi del comandante partigiano Argante Bocchio, promotore e testimone dell’accordo, tornando dopo tanti anni alla fabbrica Cerruti; alla trattoria Il Quadretto, dove quella sorta di contratto fu siglato con una stretta di mano; in montagna tra le lapidi e i monumenti ai Caduti incastonati in un paesaggio stupendo e magnifico di fiumi dalle acque purissime (quelle che determinano la qualità dei tessuti prodotti nel biellese) e il verde dei boschi.

Argante Bocchio e Nino Cerruti (sulla sinistra) con Sara Conforti e Christian Pellizzari in una scena del film

Si sono tutti emozionati, al di là del genere, i giovani in sala (al pari dei loro insegnanti e dei rappresentanti romani della Rete degli studenti) seguendo gli incontri narrati dal film, cogliendone l’ironia, la delicatezza oppure la drammaticità: gli incontri della giovane promessa dell’alta moda milanese, lo stilista Christian Pellizzari, in pellegrinaggio nel distretto industriale di Biella per capire le origini dei tessuti meravigliosi usati nelle sue collezioni; l’incontro tra i novantenni Nino Cerruti, il figlio di chi firmò allora il patto, e Argante; gli incontri della stilista Sara Conforti con le bravissime e coscienziose operaie sarte che nascosero, sfamarono, curarono e naturalmente vestirono i partigiani durante la Resistenza.

Un fotogramma del film

Dopo averle ritratte attraverso i materiali di repertorio, la pellicola le vede, ormai anziane, impegnate a confezionare, per donarla all’ex combattente, una giacca tale e quale alla divisa partigiana cucita clandestinamente per i ribelli in montagna (ma realizzata con un pregiatissimo cashmere, scelto personalmente da Nino Cerruti).

Annuivano le ragazze e i ragazzi alle parole del presidente dell’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea piemontese, Claudio Della Valle, garanzia di precisione e di correttezza divulgativa, quando nel documentario spiega: “Democrazia è conflitto con le regole”. Riscuotendo l’approvazione degli spettatori, componenti di una scolaresca assolutamente meltingpot, che dunque non ti aspetti possano riconoscersi in una storia tutta italiana, perché originari di Paesi lontani con tradizioni certamente differenti. Si rassegnino i sovranisti, quei ragazzi, figli di madri a loro volta nate qui, che mai forse hanno visto la Cina, l’India, il Pakistan, il Marocco, l’Egitto, la Tunisia, la Corea, si sono immedesimati nella storia del patto della montagna, dando prova dell’universalità dei valori raccontati, e pur sottraendosi dal porre domande, non hanno perso una battuta degli interventi, volutamente concisi, successivi alla proiezione, moderati dalla responsabile scuola dell’Anpi Roma Gabriella Pandinu.

Durante gli interventi. Da sinistra: Marina Pierlorenzi, responsabile donne Anpi Roma; Marta Bonafoni, consigliera della Regione Lazio; Gabriella Pandinu, responsabile scuola dell’Anpi Roma; Carla Nespolo, presidente nazionale Anpi; Francesca Conti, autrice del film

Marina Pierlorenzi, vice presidente e responsabile donne dell’Anpi Roma, ha voluto sottolineare il passo del film in cui l’imprenditore Cerruti ricorda le parole del padre: “Accolsi il patto perché era giusto così”. «Allora – ha continuato Pierlorenzi – le disparità nel trattamento salariale delle donne e pure dei fanciulli rispetti agli uomini era enorme, ma ancora adesso la parità di genere nel mondo del lavoro è un sogno non realizzato, nonostante sia stato cavalcato strenuamente dalle donne Costituenti, appena 21 su 556 eletti all’Assemblea deputata a scrivere il testo fondamentale della Repubblica Italiana. L’invito a tutte e tutti voi è di impegnarsi per ottenerla».

Marta Bonafoni, consigliera della Regione Lazio ha rincarato: «Attualmente le donne percepiscono il 22 per cento in meno dei loro colleghi uomini. E quando c’è crisi economica sono le persone più fragili, soprattutto le donne, sempre più precarie, costrette a scegliere tra famiglia e lavoro, a pagarne il prezzo. Bisogna lottare e lottare, anche per onorare la memoria dei partigiani».

I ragazzi delle scuole scambiano opinioni e impressioni sul film

La presidente nazionale dei partigiani, Carla Nespolo, si è rivolta alle ragazze e ai ragazzi: «Se vi guardate intorno scoprirete di sicuro altre meravigliose storie di impegno e lotta, ognuna da studiare. A Novara e a Genova, per esempio, furono gli operai a salvare le fabbriche dalla furia nazifascista. Se il 25 aprile, Festa della Liberazione, andrete nella città ligure, troverete l’Ansaldo aperta – ha continuato Nespolo – e potrete osservare in ogni reparto lapidi in memoria di lavoratori fucilati sul posto o deportati per la loro opposizione al nazifascismo».

Al Pigneto, prima della proiezione. I partigiani di Roma mostrano alla presidente nazionale Anpi, Carla Nespolo, una targa dell’associazione apposta nel 1947 con i nomi dei Caduti del quartiere durante l’occupazione nazifascista di Roma

La strada dei diritti è lunga,  basti pensare che la prima legge italiana sulla parità di trattamento tra donne e uomini è del 1976, ha ricordato Nespolo: «Io allora ero in Parlamento, alla mia prima legislatura quando la firmai, e ministro del lavoro era una donna, Tina Anselmi. Eravamo ispirate dall’art. 3 della Carta, tanto voluto dalle donne costituenti, che impone la rimozione di ogni ostacolo alla parità e dignità delle persone. E per questo dobbiamo continuare a impegnarci, donne e uomini insieme, per avere asili nido, congedi parentali, le condizioni per mettere in pratica l’uguaglianza».

Poi Nespolo ha incoraggiato i ragazzi ad amare la cultura (pure la moda, quella che nasce dall’ingegno e dalla preparazione è cultura) e a studiare la storia, oggi considerata quasi materia accessoria e superflua: «Può darvi tanto, studiatela soprattutto per voi», ha esortato la presidente Nespolo.

Il Patto della Montagna da mesi sta girando il Paese, a Roma verrà riproposto alla Casa della Memoria il 20 marzo. Intanto, all’uscita del Nuovo cinema Aquila, fermandosi a osservare i volti dei ragazzi si è fatta largo una consapevolezza: le partigiane e i partigiani non moriranno mai.

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Nuova Zelanda: il massacro razzista

Alla luce dei fatti avvenuti in Nuova Zelanda, questa mattina la Segreteria nazionale dell’Anpi ha diffuso questa nota: «Il massacro della moschea di Al Noor in Nuova Zelanda parla anche all’Italia. Uno dei killer ha dichiarato: “Voglio uccidere gli stranieri invasori”. Gli assassini citavano due “esempi”: il nazista Breivik, autore della strage del 2011 a Utoya in Norvegia e il fascioleghista Luca Traini, che nel 2018 tentò un eccidio di migranti a Macerata ferendo sei persone. Come nelle più tragiche esperienze del 900, le pratiche dei razzisti scivolano sempre dalla negazione dei diritti alla negazione della vita. Nel nostro Paese da tempo si succedono aggressioni e omicidi ai danni di migranti, troppo spesso sottovalutate dal Governo ed in particolare da chi più di tutti dovrebbe tutelare la sicurezza e la convivenza civile, e cioè il Ministro dell’Interno. Michelle Bachelet, Alto commissario Onu per i diritti umani, ha spesso denunciato che in Italia c’è un “forte incremento di atti di violenza e di razzismo contro migranti, persone di discendenza africana e Rom”. Oggi il vento del razzismo spira forte su gran parte del pianeta. Anche alla luce del terribile evento in Nuova Zelanda, occorre lanciare alto e forte l’allarme contro il razzismo e contro la sua violenza assassina. Tutti, a cominciare dal Governo, devono assumersi le proprie responsabilità, perché a nessuno domani sarà concesso di dire: io non sapevo».

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