Una pietra un nome una storia

Carlo Pietra, il primo a destra nella foto (da http://anpipaviaonorinapesce.blogspot.com/2015/01/carlo-pietra-partigiano-nel-ricordo.html)

Gino Pietra è fermo sul marciapiede di via Tortona, quartiere Vallone. Appoggiato al bastone guarda lo scultore Gunter Demnig arrivato a Pavia per posare la pietra d’inciampo che restituisce il nome a suo fratello Carlo Pietra, partigiano combattente, nome di battaglia Scampolo, internato nel lager di Bolzano, ridotto a numero, picchiato e affamato; sulla nuda pelle, solo la giubba del deportato contrassegnata dal triangolo rosso dei “politici”.

Sotto il nevischio del 23 gennaio – giorno della posa della stolpersteine per suo fratello – Gino Pietra contrae i lineamenti e sembra essere molto solo, nonostante tanti gli siano attorno.

Gino Pietra forse vorrebbe piangere per il grande rimpianto “perché – aveva detto qualche anno prima – dal mio Carlino, io ho imparato tutto, anche a ballare”.

Mentre lo scultore posa a terra la sacca dei suoi attrezzi, forse Gino ricorda il fischio leggero con cui Carlo – già passato in clandestinità per far la guerra alla guerra fascista – lo chiamava per passargli i messaggi da consegnare ad altri resistenti; forse ricorda il peso della pistola che una volta il fratello, di dieci anni più grande, gli fissò alla cinta dei pantaloni e che lui, bambino di undici anni, portò fino alla campagna del Cravino, luogo di incontro segreto tra i primi gruppi della Resistenza pavese.

Forse ricorda il gennaio ’44, quando un ignoto partigiano della 168ª Brigata garibaldina bussò trafelato alla porta per informare la famiglia che la Brigata Nera aveva catturato Carlo in una retata. Chissà dove lo aveva portato, forse alla morte, forse alla deportazione.

Mentre lo scultore delicatamente depone nel piccolo scavo la pietra d’inciampo recante inciso il nome di suo fratello e i suoi dati anagrafici, forse nella testa di Gino ribatte l’angoscia dei mesi inchiodati uno sull’altro come in una lenta crocifissione, in cui nulla si sa più di Carlino, fino ai giorni di primavera in cui la guerra sta per finire, e il fascismo è moribondo, ma di Carlino nessuno ha notizie, e Gino lo immagina massacrato di botte, gettato in un fosso, sparato alla schiena, impiccato ad un palo.

Mentre lo scultore mescola calce e sabbia per infiggere la pietra d’inciampo nel selciato, e con un gesto di estrema dolcezza ne lucida la sottile lamina d’ottone, così che chiunque passi, davanti a quel leggero lucore, sappia e ricordi il nome e la storia del partigiano Scampolo, Gino Pietra guarda lontano, oltre la neve e oltre la strada, forse per meglio ascoltare l’eco del passo del suo Carlino che, aggrappato al corrimano, risale lentamente le scale di casa. Ha il torace fasciato, gli occhi stravolti, ma è tornato ed è vivo. È la fine di aprile 1945.

Carlo Pietra è nato a Torre De Negri il 3 marzo 1923. Già in contatto con i primi resistenti di Pavia viene catturato a Pavia in viale XX settembre nel gennaio ’44. Arruolato nella Wehrmacht, caserma di Este (Padova), riesce a scappare ed entra a fare parte delle Brigate partigiane operative tra Castelbardo e Montagnana. Diretto a Legnago in missione clandestina per scortare un aviatore inglese è tradito da una spia e, nuovamente catturato dai tedeschi, viene torturato con botte e scariche elettriche. Internato nel febbraio ’45 come prigioniero politico nel lager di Bolzano con il numero 8754, è destinato all’eliminazione. Addetto alle pulizie nel magazzino del campo, Carlo Pietra entra in contatto con alcuni lavoratori del vicino stabilimento della Lancia. Nel marzo 1945 attraversa l’Adige e grazie all’aiuto di alcuni operai della fabbrica, che lo nascondono nello stabilimento; bruciando gli indumenti del lager, riesce, senza documenti, ad arrivare a Verona. Con un treno proveniente da Rogoredo torna clandestinamente a Pavia dove partecipa, riportando anche una ferita al costato, all’ultima fase della lotta di Liberazione al fianco dei partigiani della 168ª Brigata Pavia. È stato tra i fondatori dell’Aned e membro della sezione pavese dell’Anpi. Ha lavorato per 35 anni alla fabbrica Necchi e successivamente in proprio come elettricista. È scomparso nel maggio 2010.

Il progetto “pietre d’inciampo edizione 2019” è stato curato da Anpi-Aned con il patrocinio di Istoreco, della Provincia e dei Comuni coinvolti.

Annalisa Alessio, vicepresidente Comitato provinciale Anpi Pavia

L’articolo Una pietra un nome una storia proviene da Patria Indipendente.