9.000 euro per la maglietta del disonore

Selene Ticchi: e chi era costei? Effettivamente non sembra meriti alcuna fama, se non fosse per quella sua maglietta indossata a Predappio il 28 ottobre dell’anno scorso in cui si paragona Auschwitz a Disneyland. La foto della signora Ticchi (e della sua maglietta) è girata vorticosamente sui media creando ovviamente sdegno, disgusto, repulsione ed emozioni analoghe. La signora – si legge sui giornali – è militante di Forza Nuova e già vicina al Movimento per la sovranità di Storace e Alemanno. Denunciata per l’orrida maglietta da tanti cittadini ed associazioni, fra cui l’Anpi nazionale, è stata sottoposta con decreto penale di condanna al pagamento di 9.050 euro.

Andiamo per ordine: la signora era imputata “per aver in pubbliche riunioni compiuto manifestazioni esteriori, ostentato emblemi, simboli propri o usuali delle organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi di cui all’art. 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654 (ndr: la legge Mancino); in particolare perché – nel corso della manifestazione tenutasi a Predappio il 28 ottobre 2018 in commemorazione del 96° anniversario della marcia su Roma – indossava una maglietta con la scritta “Auschwitzland” recante la riproduzione del logo della Disney modificato con l’immagine del campo di concentramento di Auschwitz, manifestazione esteriore di intolleranza razziale in quanto raffigurante il campo di sterminio di Auschwitz, simbolo universale del genocidio degli ebrei, ostentato nel corso di interviste e fotografie scattate da giornalisti di testate locali, nazionali e da una troupe televisiva spagnola”. Insomma, la maglietta del disonore.

Il decreto penale del Gip del Tribunale di Forlì ha condannato Selene Ticchi a quattro mesi di reclusione commutati in 9.000 euro di multa più 50. Totale: 9.050. Si tratta dunque di un provvedimento che dà ragione all’Anpi nazionale e a tutti coloro che hanno denunciato il reato, un provvedimento che rispetta le leggi vigenti, a cominciare dalla legge Mancino, e rispetta la XII Disposizione finale della Costituzione che vieta la ricostituzione sotto qualsiasi forma del disciolto partito fascista.

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Elvio, dirigente e galantuomo

Elvio Ruffino. Dalla pagina Facebook dell’Anpi di Udine: “Vogliamo ricordarcelo così: sorridente, con il fazzoletto tricolore al collo, anima di ogni manifestazione. La nostra sede era un po’ la sua seconda casa”

Dopo una lunga malattia e una difficile operazione ci ha lasciato a 67 anni – era nato ad Udine il 9 ottobre 1951 –  il compagno Elvio Ruffino. La Presidenza e la Segreteria nazionale Anpi hanno diffuso questa nota: “È profondo il cordoglio e immensa la commozione uniti già a una grande nostalgia per la scomparsa di ELVIO RUFFINO, prezioso dirigente del Comitato Provinciale ANPI di Udine, coordinatore regionale e componente del Comitato Nazionale dell’Associazione. Antifascismo, impegno per l’uguaglianza e la giustizia, lotta a ogni forma di intolleranza e razzismo, rispetto della dignità umana erano uno stemma di famiglia. Figlio di partigiano combattente nella prima brigata garibaldina d’Italia dalla quale avrebbe avuto origine il Gruppo Divisione “Friuli”, Elvio era cresciuto a pane e Resistenza e la trasmissione di memoria democratica era un suo imperativo. Lo ricordiamo tra i promotori del viaggio con i giovani a Ventotene, luogo di confino degli oppositori al regime, e di recente in visita all’isola degli Spinaroni, a Ravenna, consapevole dell’importanza di far partecipi le nuove generazioni del sacrificio pagato per la conquista della libertà.

Già Presidente del Consiglio comunale di Udine, parlamentare per due legislature, la XII e la XIII, concepiva la politica non come mera pratica ma occasione per contribuire alla crescita corale e collettiva del Paese. Si era battuto con passione per il diritto all’obiezione di coscienza, per l’avvio del servizio civile nazionale e per l’abrogazione della pena di morte nei codici penali militari. L’attenzione per l’ambiente e l’amore per gli animali erano un altro tratto del suo impegno civile democratico, pari alla dedizione per l’affermazione dei diritti dei più deboli.

Con la gente della sua regione, il Friuli Venezia Giulia, condivideva il carattere fermo, sostenuto da una vena di allegra ironia, forte di prerogative quali intelligenza, amore per la cultura, insieme alla capacità di confronto e dialogo.

Ci mancherai caro Elvio, uomo dal carattere dolce e determinato al contempo, galantuomo come pochi, non eravamo pronti a dirti addio e il congedo diviene per questo ancora più doloroso.

Ai figli, alla moglie Dania, al Comitato Provinciale Anpi di Udine, a chi gli ha voluto bene le più partecipate e sentite condoglianze”.

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Chiusa sede neofascista a Bari. Ecco perché

Il Tribunale di Bari

Deve restare chiusa la sede di CasaPound a Bari, perché “la strategia violenta di repressione di gruppi portatori di una diversa ideologia politica richiama indubbiamente il metodo fascista”. Lo hanno scritto i giudici del Tribunale del Riesame motivando il diniego al dissequestro richiesto dalle tartarughe frecciate della città pugliese.

I sigilli alla sede in via Eritrea, nel quartiere Libertà, erano stati apposti lo scorso dicembre dalla magistratura nell’ambito delle indagini sui fatti del 21 settembre 2018, quando i militanti di CP aggredirono un gruppo di manifestanti antifascisti di ritorno dal corteo ‘Mai con Salvini’, organizzato in occasione della visita del ministro dell’Interno.

Nel pestaggio vennero ferite tre persone, tra loro l’assistente dell’eurodeputata Eleonora Forenza, colpite con “sfollagente, manubri, manganelli”, ricostruirono gli agenti della Digos. “Comportamenti usuali del disciolto partito fascista”, afferma il collegio del Riesame presieduto dal giudice Giuseppe Battista.

Le motivazioni hanno ricostruito la dinamica delle violenze, ricordando che nella sede “solitamente frequentata da pochi soggetti, erano presenti 30 militanti, 14 dei quali provenienti da altre province pugliesi, ben consapevoli della circostanza che per quella stessa sera era prevista una manifestazione di impronta chiaramente antifascista”. Dunque ci fu premeditazione, e desumibile anche dai rilievi fotografici il “ricorso al metodo squadrista – scrive il Riesame –. Metodo che viene indicato ‘squadrismo’, vale a dire un’organizzazione, impiego e attività di piccole formazioni di armati non regolari (squadre d’azione) che a fini intimidatori e/o repressivi veniva utilizzato dal fascismo nei confronti degli avversari politici per affermare la propria supremazia”. Non solo. Prendendo atto che nel corso delle perquisizioni delle abitazioni di alcuni indagati vennero ritrovati busti di Benito Mussolini, copie del Mein Kampf e una bandiera della X Mas, per i giudici “nessun dubbio sussiste sulla capacità della ritualità adottata a suscitare o rafforzare nei presenti sentimenti nostalgici nei confronti del partito fascista ed operare, oggettivamente, come veicolo di proselitismo, di adesione e di consenso, concorrendo alla diffusione di concezioni favorevoli alla ricostituzione del partito fascista”. E “non si esclude – dicono ancora i giudici – che la stessa sede, in differenti occasioni, sia stata e possa continuare ad essere sede di manifestazioni del disciolto partito fascista”. Per di più, i riscontri investigativi dimostrano inoltre che c’è un “pericolo concreto e attuale” di riproposizione “del partito fascista e del suo modus operandi”.

I sigilli della magistratura sulla sede neofascista

In sostanza i giudici del Riesame hanno confermato in pieno l’ipotesi del procuratore aggiunto Roberto Rossi. A tutti i trenta indagati della tartaruga frecciata il pm ha contestato l’apologia del fascismo e a dieci anche l’accusa di lesioni.

Sulla vicenda barese, il 25 ottobre, si era espresso anche il Parlamento europeo con una Risoluzione. Nel testo approvato si ricordavano inoltre la strage di Utoya, l’assassinio di Jo Cox e gli spari di Luca Traini a Macerata, e si invitano gli Stati membri a mettere al bando i gruppi neofascisti e neonazisti, compresa CasaPound.

Per un’altra sede di CP, anzi la madre di tutte le sezioni dei fascisti del terzo millennio, c’è da più parti una richiesta di chiusura. In particolare di sgombero. È quella, al centro di Roma, dell’edificio al numero 8 di via Napoleone III, di proprietà del Demanio. Occupato dal dicembre 2003, in una ventina di appartamenti vi vivono parenti e amici dei dirigenti nazionali di CP. A chiedere lo sgombero dello stabile (da tempo nella lista della prefettura) anche il Comune di Roma ma di recente, allineandosi al vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini, il Ministero delle Economia e delle Finanze aveva fatto sapere che non ne farà nulla. Almeno non subito, perché il palazzo non è a rischio crollo e non presenta neppure problemi igienici.

La sede di CasaPound nel centro di Roma

“Un vero scandalo e un affronto all’Italia democratica – aveva commentato la presidente nazionale Anpi, Carla Nespolo –. Un’offesa a Roma, la cui Sindaca da tempo aveva richiesto lo sgombero della sede. Ed è un oltraggio alla storia di questa città, Medaglia d’oro della Resistenza”. La presidente dei partigiani, puntando il dito sul dicastero guidato da Giovanni Tria, aveva continuato: “Le ragioni ‘tecniche’ addotte dal ministero sono la foglia di fico per coprire l’evidente protezione che questo governo sta dando ad un’organizzazione dichiaratamente neofascista che, in quanto tale, dovrebbe essere sciolta in base alla XII Disposizione finale della Costituzione”. E questo, concludeva Nespolo, mentre “il Governo ha buttato in mezzo alla strada centinaia di poveretti senza lavoro, senza reddito, senza assistenza e senza tetto”.

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Terni: antifascisti contro CasaPound

Terni. Presidio antifascista

Ha reagito con la voce e la forza della democrazia, ieri la città di Terni. Un presidio partecipato e pacifico promosso dall’Anpi, con Arci, Cgil, Libera, Articolo1, altre associazioni, partiti di sinistra e centro sinistra democratici, compreso il M5s, per rispondere alla presentazione di CasaPound del libro a fumetti Foiba rossa. Norma Cossetto – Storia di un’italiana, organizzata nella sala consiliare del Comune, a palazzo Spada, alla presenza dell’assessore alle Pari opportunità, di Fd’I.

L’associazione locale dei partigiani ha voluto ringraziare la cittadinanza: “È stata una bella giornata di testimonianza dello spirito democratico, pacifico e antifascista che è parte della storia e della cultura della città di Terni”, scrive l’Anpi. Che inoltre ha voluto pubblicamente condannare le ignobili scritte apparse sui muri della biblioteca comunale, a poche ore dalla manifestazione di piazza, con cui si minacciava il sindaco Leonardo Latini: “Sono in contrasto palese con quanto l’Anpi e le associazioni promotrici hanno voluto affermare con la manifestazione”, afferma l’Associazione.

Terni. Tantissimi cittadini in piazza della Repubblica per il presidio antifascista

La Digos sta indagando sugli autori delle scritte in una città dove la tensione era salita giorno dopo giorno. L’appuntamento dell’estrema destra era stato inizialmente diffuso con il logo del Comune, dunque con il patrocinio dell’ente locale, in un primo momento difeso dal sindaco, per poi però assicurare che non era stato affatto concesso. Con una lettera aperta, i promotori della manifestazione democratica si erano appellati al numero uno dell’Amministrazione chiedendogli di far chiarezza sulla sponsorizzazione dell’evento, e di non prestarsi alla costruzione del clima d’odio e di intolleranza ricordando che “Terni è uscita dalla sciagurata guerra mondiale in cui Mussolini e il fascismo avevano trascinato l’Italia quasi completamente distrutta. Dopo quella tragedia è stata ricostruita non solo con abitazioni e infrastrutture, ma anche nelle sue rappresentanze sociali e nei luoghi di partecipazione, diventando la città accogliente e democratica che è stata finora”.

Ieri mentre in una piazza affollata i cittadini (c’era anche l’ex sindaco) intonavano Bella ciao nella sala dell’Assise locale il segretario ternano delle tartarughe frecciate esordiva: “Lunedì andrò dal mio avvocato. Meriterebbero tutti una querela, quei giornali e giornalisti, che in questi giorni ci hanno attaccato ingiustamente. Ricordo che sei mesi fa mi sono presentato alle elezioni amministrative come candidato sindaco, siamo riconosciuti da tutti. Chi è l’Anpi per dire che CasaPound non può fare politica? Noi abbiamo sempre portato rispetto a tutti e cerchiamo di andare oltre gli steccati ideologici, condannando le atrocità commesse da una parte e dall’altra”.

Dall’associazione dei partigiani di Terni, deplorando saldamente ogni violenza verbale o fisica, assicurano: “L’Anpi e le associazioni che da tempo si impegnano sui temi della pace, del lavoro, della democrazia e della lotta alla xenofobia proseguiranno il proprio percorso a partire dai prossimi giorni con l’obiettivo di costruire un futuro dove non trovino spazio le idee del “fascismo del terzo millennio”.

Poco più di un mese e mezzo fa un’altra grave provocazione di CasaPound aveva avuto per teatro una cittadina umbra. Nel liceo scientifico Gandhi di Narni scalo erano in programma alcune iniziative sulla storia della Seconda guerra mondiale con la partecipazione dell’Anpi. In quell’occasione le finestre dell’istituto vennero tappezzate di manifesti firmati da Blocco studentesco, il movimento giovanile di CasaPound: “Vogliono fomentare l’odio politico – si leggeva – e perpetrare una visione distorta della realtà dei fatti. Non farti fregare, boicotta l’Anpi”. Gli stessi manifesti erano stati affissi anche in un parco sopra i murales dedicati ad alcuni ragazzi narnesi morti anni fa in un incidente stradale. Nonostante la rimozione da parte dei volontari di Arciragazzi che gestisce l’area, l’opera è stata irreparabilmente danneggiata.

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Una pietra un nome una storia

Carlo Pietra, il primo a destra nella foto (da http://anpipaviaonorinapesce.blogspot.com/2015/01/carlo-pietra-partigiano-nel-ricordo.html)

Gino Pietra è fermo sul marciapiede di via Tortona, quartiere Vallone. Appoggiato al bastone guarda lo scultore Gunter Demnig arrivato a Pavia per posare la pietra d’inciampo che restituisce il nome a suo fratello Carlo Pietra, partigiano combattente, nome di battaglia Scampolo, internato nel lager di Bolzano, ridotto a numero, picchiato e affamato; sulla nuda pelle, solo la giubba del deportato contrassegnata dal triangolo rosso dei “politici”.

Sotto il nevischio del 23 gennaio – giorno della posa della stolpersteine per suo fratello – Gino Pietra contrae i lineamenti e sembra essere molto solo, nonostante tanti gli siano attorno.

Gino Pietra forse vorrebbe piangere per il grande rimpianto “perché – aveva detto qualche anno prima – dal mio Carlino, io ho imparato tutto, anche a ballare”.

Mentre lo scultore posa a terra la sacca dei suoi attrezzi, forse Gino ricorda il fischio leggero con cui Carlo – già passato in clandestinità per far la guerra alla guerra fascista – lo chiamava per passargli i messaggi da consegnare ad altri resistenti; forse ricorda il peso della pistola che una volta il fratello, di dieci anni più grande, gli fissò alla cinta dei pantaloni e che lui, bambino di undici anni, portò fino alla campagna del Cravino, luogo di incontro segreto tra i primi gruppi della Resistenza pavese.

Forse ricorda il gennaio ’44, quando un ignoto partigiano della 168ª Brigata garibaldina bussò trafelato alla porta per informare la famiglia che la Brigata Nera aveva catturato Carlo in una retata. Chissà dove lo aveva portato, forse alla morte, forse alla deportazione.

Mentre lo scultore delicatamente depone nel piccolo scavo la pietra d’inciampo recante inciso il nome di suo fratello e i suoi dati anagrafici, forse nella testa di Gino ribatte l’angoscia dei mesi inchiodati uno sull’altro come in una lenta crocifissione, in cui nulla si sa più di Carlino, fino ai giorni di primavera in cui la guerra sta per finire, e il fascismo è moribondo, ma di Carlino nessuno ha notizie, e Gino lo immagina massacrato di botte, gettato in un fosso, sparato alla schiena, impiccato ad un palo.

Mentre lo scultore mescola calce e sabbia per infiggere la pietra d’inciampo nel selciato, e con un gesto di estrema dolcezza ne lucida la sottile lamina d’ottone, così che chiunque passi, davanti a quel leggero lucore, sappia e ricordi il nome e la storia del partigiano Scampolo, Gino Pietra guarda lontano, oltre la neve e oltre la strada, forse per meglio ascoltare l’eco del passo del suo Carlino che, aggrappato al corrimano, risale lentamente le scale di casa. Ha il torace fasciato, gli occhi stravolti, ma è tornato ed è vivo. È la fine di aprile 1945.

Carlo Pietra è nato a Torre De Negri il 3 marzo 1923. Già in contatto con i primi resistenti di Pavia viene catturato a Pavia in viale XX settembre nel gennaio ’44. Arruolato nella Wehrmacht, caserma di Este (Padova), riesce a scappare ed entra a fare parte delle Brigate partigiane operative tra Castelbardo e Montagnana. Diretto a Legnago in missione clandestina per scortare un aviatore inglese è tradito da una spia e, nuovamente catturato dai tedeschi, viene torturato con botte e scariche elettriche. Internato nel febbraio ’45 come prigioniero politico nel lager di Bolzano con il numero 8754, è destinato all’eliminazione. Addetto alle pulizie nel magazzino del campo, Carlo Pietra entra in contatto con alcuni lavoratori del vicino stabilimento della Lancia. Nel marzo 1945 attraversa l’Adige e grazie all’aiuto di alcuni operai della fabbrica, che lo nascondono nello stabilimento; bruciando gli indumenti del lager, riesce, senza documenti, ad arrivare a Verona. Con un treno proveniente da Rogoredo torna clandestinamente a Pavia dove partecipa, riportando anche una ferita al costato, all’ultima fase della lotta di Liberazione al fianco dei partigiani della 168ª Brigata Pavia. È stato tra i fondatori dell’Aned e membro della sezione pavese dell’Anpi. Ha lavorato per 35 anni alla fabbrica Necchi e successivamente in proprio come elettricista. È scomparso nel maggio 2010.

Il progetto “pietre d’inciampo edizione 2019” è stato curato da Anpi-Aned con il patrocinio di Istoreco, della Provincia e dei Comuni coinvolti.

Annalisa Alessio, vicepresidente Comitato provinciale Anpi Pavia

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Fascisti sepolcrali a Milano

Sansepolcristi, i fascisti della prima ora

Il 23 marzo prossimo CasaPound, i cui militanti si definiscono fascisti del terzo millennio, vorrebbe celebrare una data nefasta, non soltanto per il nostro Paese: il centenario della nascita dei fasci di combattimento avvenuta a Milano in piazza San Sepolcro il 23 marzo 1919. Nella situazione determinatasi dopo la fine della Prima guerra mondiale, caratterizzata da un profondo malessere dei ceti popolari animati da grandi speranze di riscatto, Mussolini assunse inizialmente un atteggiamento profondamente contraddittorio: si dichiarò aristocratico e democratico, conservatore e progressista, reazionario e rivoluzionario, legalitario e illegalitario. CasaPound vorrebbe resuscitare l’immagine di questo primo fascismo sansepolcrista e fintamente antiborghese. In realtà l’iniziale ambiguità del fascismo non servì a nascondere la sua vera natura, connotata da volontà di dominio e di conquista, esaltazione della violenza, retorica bellicistica, sopraffazione e autoritarismo, supremazia razziale.

Lo slogan copyright CasaPound

A distanza di cento anni da quella infausta data e di 74 anni dalla sconfitta del nazifascismo siamo ancora in presenza di movimenti neofascisti e neonazisti che si contrappongono ai principi della nostra Carta costituzionale e alle leggi Scelba e Mancino. Milano e la Lombardia sono da tempo al centro di queste costanti e continue provocazioni. Nella notte tra giovedì e venerdì 8 febbraio, a Milano, una mano di vernice bianca ha coperto il murale dedicato a Franca Rame, dipinto sul palazzo che ospita il liceo Agnesi. Accanto è comparsa una croce celtica. A Cologno Monzese un consigliere comunale di Fratelli d’Italia aveva preannunciato l’intenzione, peraltro rientrata, anche a seguito della presa di posizione dell’Anpi provinciale, di intitolare una piazza a Giorgio Almirante. L’iniziativa di CasaPound sta girando da tempo sui social. C’è la data del 23 marzo, ci sono i nomi dei gruppi musicali che parteciperanno all’evento, ma non c’è ancora il luogo che, probabilmente, verrà comunicato a militanti e simpatizzanti solo alla vigilia. Nell’annuncio ci si limita a una indicazione che rimanda a Milano e ai Comuni della Città metropolitana. Se il 23 marzo 1919 furono meno di trecento (tra interventisti, ex combattenti e futuristi) quanti presero parte al battesimo ufficiale dei fasci di combattimento nella sala dell’Alleanza industriale in piazza San Sepolcro, all’evento del prossimo 23 marzo è prevista la partecipazione di almeno duemila neofascisti. Sulla locandina spiccano i nomi dei gruppi che saliranno sul palco: sono band espressione del circuito nazirock. Ad aprire la scaletta gli ZetaZeroAlfa, ovvero la band di CasaPound. In linea con il fascismo diciannovista nelle canzoni degli ZZA si parifica il socialismo al capitalismo, ritenendoli figli della modernità che viene rifiutata in blocco, in nome di quella tradizione che altro non è se non il peggior oscurantismo feudale che per secoli ammorbò l’Europa. I brani degli ZZA si ispirano al nonsense futurista di quegli anni, rivisitato al presente e in chiave violenta. Come nel testo di “Nel dubbio mena”. “No, non stare in pena! Nel dubbio mena e vedrai vivrai di più”. Oltre alla band di CasaPound il 23 marzo si esibiranno gli SPQR che nella loro canzone “Fino alla fine” chiudono con il ritornello “Io non tremo, pronto a morire fino alla fine: RSI!” Nel pezzo “Belli come la vita, neri come la morte” gli SPQR strillano: “L’insegna nera splende ancora. Testa di morto, pugnale in bocca”.

Ci siamo appellati, in questi giorni, al sindaco di Milano e alle amministrazioni comunali della Città metropolitana perché non concedano spazi ad organizzazioni che, con le loro preannunciate iniziative, arrecherebbero un gravissimo sfregio alla nostra città che, anche nei momenti più bui della repressione fascista seppe resistere, e a chi ha sacrificato la propria vita per la libertà di tutti noi.

Roberto Cenati, presidente provinciale Anpi di Milano

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Splendida Madre della Resistenza

La Resistenza è stata celebrata dall’arte urbana in un’opera di Ex Voto. Un poster apparve a Roma per il 70º anniversario della Liberazione dell’Italia dal fascismo e fu rimosso per “offesa alla morale religiosa”. Modificata, l’opera ha seguito il suo naturale ciclo di vita lasciandosi smembrare dalle intemperie.

La Splendida Madre della Resistenza è un’istallazione cartacea che rivisita in chiave politica la Maternità di Gino Severini, protagonista del Futurismo e firmatario del suo Manifesto del 1909. Ha dimorato su un muro di Porta San Paolo a Roma, fulcro delle celebrazioni del 25 aprile – l’antifascismo su cui si impianta la Costituzione italiana –  che qui si svolgono dal 1945.

A scortare la Madre, i ritratti di due protagonisti dell’antifascismo: Argo Secondari e Guido Picelli, entrambi tra i fondatori degli Arditi del popolo, primo movimento armato antifascista.

Secondari, anarchico e core romano degli Arditi del popolo, come riporta l’iscrizione, finì i suoi giorni internato in un manicomio di Rieti. Picelli, deputato socialista, viene qui ricordato per la barricata umana contro le orde fasciste della sua Parma: nel 1922 un battaglione di fascisti volle punire la città del suo antifascismo. Picelli fu lì con i suoi arditi, circa 300 persone male armate di varia estrazione politica (anarchici, socialisti, comunisti, popolari e repubblicani). L’intera popolazione fu mobilitata, donne comprese. La battaglia durò dall’1 al 6 agosto, quando i fascisti si ritirarono, dimostrando che il fascismo – volendo – si poteva fermare.

«Sono riferimenti, neanche tanto velati, all’anarchia. Genericamente spacciata come sinonimo di disordine e confusione ma che in realtà è l’unica pratica possibile contro ogni forma di costrizione imposta dal potere» chiosa Ex Voto, autore del trittico.

Da Divina a Splendida. La Divina Madre della Resistenza – titolo iniziale dell’allegoria – recava dietro il suo capo un’aureola. Divina. Aureola. L’associazione alla tradizione cristiana è subito fatta. Sacrilega, oscena. Viene così bollata da un comitato cittadino. E prontamente rimossa. Ma l’artista non ci sta. Non è una Madonna. Spiega l’equivoco in un lungo post sulla sua pagina social indirizzato al comitato censore: «il poster è improntato sul ruolo svolto da tutte quelle Donne italiane, Madri e Partigiane che sono riuscite attraverso il nutrimento del loro prezioso latte – la cultura della Resistenza al fascismo – a crescere le generazioni di Antifascisti che sono seguite a quelle che combatterono allora, contro la brutalità e l’odio, prerogative di quel regime», parafrasando nutrimi della tua essenza, la didascalia posta al di sotto della composizione figurativa. Gli contestano anche l’uso diffuso del colore rosso, associabile agli inferi. E allora Ex Voto apporta delle modifiche. «Sul basco, che è sempre stato verde, la Stella – che per me, e nel linguaggio dei simboli, rappresenta il concetto d’Idea – non è più Rossa – come il sangue che siamo disposti a versare per difendere e promulgare quell’Idea – ora è Tricolore: come quella che c’era sui baschi dei Partigiani e proprio come la bandiera del nostro bel Paese che in quel sangue – quello dei Partigiani, sia chiaro – è, costituzionalmente, piantata» si legge ancora nel messaggio. «Ho riportato il colore del fondo della composizione figurativa a quella originale di Severini, dove per lui il verde rappresentava la forza della tranquillità, e dove per me invece il colore rosso semplicemente rappresentava le fiamme dell’inferno della guerra. Ho sostituito – continua l’autore – la parola divina – anche se è un banale aggettivo – al più semplice splendida».

Ma le critiche e i pregiudizi sono effimeri, proprio come la street art che non ha l’ambizione di rimanere per sempre. Quel che conta è il messaggio che vuole veicolare. «L’auspicio è quello di proteggere le memorie e i valori rappresentati in questa immagine – dice l’autore. Il passato è parte integrante di quel che siamo oggi. Dimenticarlo è come rinnegare noi stessi e ciò che siamo divenuti come umanità oltre che come aggregato sociale». Certo, una richiesta di protezione della memoria collettiva, ma anche una denuncia al capezzale di un’Italia anemica di religione civile, un’Italia che difetta «di quell’insieme di narrazioni storiche, figure esemplari, occasioni celebrative, riti di memoria, miti, simboli che riescono a radicare le istituzioni non solo nella società ma anche nelle menti e nei cuori dei singoli individui» scrive lo storico Giovanni De Luna in Una politica senza religione (Einaudi 2013). Una religione laica il cui obiettivo è la costruzione di uno spazio pubblico e di cittadinanza che cozza con il dispregio imperante dell’uomo qualunque, sbeffeggiato da tante commedie cinematografiche, attaccato ai piccoli piaceri, alle minute soddisfazioni della vita quotidiana, agli interessi familiari e del tutto indifferente alle ragioni della collettività. Libertà è partecipazione, cantava Giorgio Gaber.

Splendida Madre della Resistenza nutrici della tua essenza.

Mariangela Di Marco

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Il confine italo-sloveno. Analisi e riflessioni

Le vicende del confine italo-sloveno: un tema complesso, con alle spalle una lunga e sofferta storia. Su queste vicende l’ANPI ha pubblicato nel 2016, in forma di libretto, un lungo documento, frutto di un lavoro di squadra a sua volta preceduto da un seminario tematico svoltosi tempo prima a Milano. Potete leggerlo o scaricarlo (è in formato pdf).

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A testa bassa contro Anpi e partigiani

Dal sito “Crimini di guerra italiani perpetrati contro gli sloveni”: Ufficiali italiani si fanno fotografare vicino al filo spinato con il quale le autorità occupatrici italiane avevano circondato la capitale della Slovenia, Ljubljana, trasformandola in un immenso campo di prigionia. Migliaia di persone verranno deportate nelle decine di campi di concentramento italiani, da Rab a Gonars, da Visco a Monigo, Renicci ed altri. Moriranno migliaia di civili sloveni e croati, soprattutto bambini, donne e vecchi, colpevoli solamente di non essere italiani. Nel campo di Rab il tasso di mortalità medio risulterà essere superiore a quello del campo di concentramento nazista di Buchenwald.

Le bordate del ministro dell’Interno Salvini contro i contributi dello Stato destinati all’Anpi; la proposta di sciogliere l’Associazione dei partigiani avanzata dall’assessore veneto all’Istruzione Elena Donazzan (eletta alla Regione con Forza Italia); ultima un’interrogazione di Fratelli d’Italia al ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, a firma del deputato Federico Mollicone, del collega di partito Walter Rizzetto e di Guido Germano Pettarin, deputato di FI, per chiedere di abolire le pensioni ai combattenti partigiani “complici dei partigiani titini”, e alle famiglie beneficiate dalla reversibilità.

Insomma, guarda caso, secondo tanta parte del centro-destra il “nemico” dell’Italia è l’Anpi. Anche all’ultima provocazione, con la forza della verità dei fatti e del ragionamento, ha replicato la presidente nazionale Anpi, Carla Nespolo: «Una richiesta di straordinaria meschinità, perché condotta contro persone che hanno più di 90 anni. Stiamo assistendo a un volgare tentativo di rovesciamento della storia, per far dimenticare l’operato annessionista e razzista del fascismo e di Mussolini, condotto assieme all’alleato nazista, con aggressione della Jugoslavia, che nulla aveva fatto contro l’Italia». Già perché, continua Nespolo, «I 40.000 soldati italiani che, dopo l’8 settembre ’43, scelsero di combattere da partigiani a fianco della Resistenza Jugoslava e 20.000 morirono in questa guerra di Liberazione internazionale, riscattarono l’onore dell’Italia dalla vergogna del fascismo».

Carla Nespolo ha poi concluso: «Se lo ricordi anche il Presidente del Parlamento Europeo, se non vuole contribuire ad accentuare l’isolamento italiano in Europa, come dimostrano, in queste ore, le reazioni indignate dei governi di Slovenia e Croazia». Il riferimento è alle parole pronunciate da Antonio Tajani che, in occasione delle celebrazioni del Giorno del Ricordo alla foiba di Basovizza, in provincia di Trieste, al temine del suo discorso, aveva esclamato: “Viva Trieste, viva l’Istria italiana, viva la Dalmazia italiana, viva gli esuli italiani, viva gli eredi degli esuli italiani”, e ancora: “evviva coloro che difendono i valori della nostra Patria”. Risultato: il presidente sloveno Borut Pahor ha scritto al Presidente Mattarella definendo “inaccettabili” le dichiarazioni di “alti rappresentanti della Repubblica Italiana” che considerano gli eventi legati alle foibe come “una forma di pulizia etnica”. E la stessa ferma condanna è arrivata dal premier croato Plenkovic e dai deputati croati a Strasburgo: dichiarazioni che “contengono elementi di rivendicazioni territoriali e di revisionismo storico”. Così, il Presidente del Parlamento Europeo ha dovuto fare, in parte, marcia indietro e in seduta plenaria dell’Assise ha detto: “Mi riferivo agli esuli istriani e dalmati di lingua italiana, ai loro figli e nipoti, molti dei quali presenti alla cerimonia”.

Un tema indubbiamente complesso, quello delle vicende del confine italo-sloveno, con alle spalle una lunga e sofferta storia. L’Anpi a quella pagina di storia dedicò nel 2016, in forma di libretto e in pdf, un lungo documento, frutto di un lavoro di squadra, a sua volta preceduto da un seminario tematico svoltosi a Milano. Suggeriamo, sommessamente, a tutti di leggerlo.

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La scelta delle donne

“Non dimenticare mai che una crisi politica, economica o religiosa sarà sufficiente per mettere in discussione i diritti delle donne. Questi diritti non saranno mai acquisiti. Dovrai rimanere vigile per tutta la vita”. Questa frase di Simone de Beauvoir rappresenta appieno il motivo per cui l’Anpi Monza e Brianza  ha deciso di dedicare al lungo cammino, non ancora concluso, delle donne verso la parità il ciclo di quattro serate “I dialoghi della storia. Dalla Resistenza al ’68: le donne raccontano”, al Teatro binario 7 (ex luogo di tortura fascista). Pur consapevoli che quattro incontri non saranno sufficienti per raccontare tale percorso, possono però rappresentare uno spunto di riflessione.

I diritti che noi oggi diamo per scontati sono il frutto di lotte di donne e uomini straordinariamente coraggiosi. Uomini e donne sì, perché i diritti delle donne sono diritti della società intera.

Tutte le conquiste sociali non sono mai date per sempre, costantemente vediamo attacchi alla Costituzione, ai diritti umani universali, alla libertà delle donne. Forse conoscendo la storia, riusciremo a capire quanto la conquista di tali diritti sia costata in termini di scelte e di sacrifici a quegli uomini e a quelle donne coraggiose. Forse così noi oggi riusciremo a esser degni delle loro lotte, a preservare quelle conquiste e a proseguire il cammino.

Ci siamo domandati quale fu la forza propulsiva che spinse le donne a combattere contro il nazifascismo e anche contro le tradizioni familiari e le convenzioni sociali. Si può parlare di amore verso se stesse, verso il proprio Paese e verso l’umanità intera.

Nel primo incontro tenutosi il 16 gennaio dal titolo “Per riaffermare la nostra vitalità in faccia alla distruzione. La forza e l’amore delle donne tra guerra e dopoguerra” con la professoressa Silvia Cassamagnaghi, docente di storia contemporanea dell’Università di Milano e autrice di diverse pubblicazioni, ci si è soffermati sulla vita delle donne durante il fascismo e la seconda guerra mondiale e su quanto in alcune di loro si sviluppò, unitamente al desiderio di liberarsi dai nazifascisti, anche quello di conquistare una nuova collocazione nella società e nella famiglia. Si parlerà di solidarietà e di amore verso il proprio Paese e verso la vita, che spinse a porre fine alle atrocità della guerra.

Dopo l’annuncio dell’armistizio, le donne per prime diedero un aiuto ai soldati in fuga e agli antifascisti che si organizzavano. Questo impulso iniziale divenne poi una scelta, una presa di coscienza, tra ciò che era giusto e ciò che era sbagliato. Prendere parte. La partecipazione delle donne alla Resistenza fu la prima dichiarazione di cittadinanza: la soggettività femminile che entrò finalmente nella società, una società fino ad allora prettamente maschile.

Quindi sì, fu anche una scelta di cuore ma fu soprattutto una scelta consapevole, perché se scoperte mentre svolgevano i loro compiti da partigiane in città, in campagna o in montagna, ricevevano lo stesso trattamento riservato agli uomini.

Onorina Brambilla Pesce mi disse: «Le donne erano più volontarie degli uomini. Noi non scappavamo dall’esercito, non ci dovevamo nascondere per non tornare al fronte o esser portate in Germania. Se fossimo rimaste nelle nostre case ad aspettare che qualcuno facesse finire la guerra, nessuno ci avrebbe detto o fatto nulla. Per questo l’azione delle donne è stata molto importante, era spinta da un forte desiderio di cambiare le cose, un desiderio di pace, di un mondo migliore, democratico, libero».

Si può certamente affermare che se le donne non avessero avuto un ruolo così importante nella Resistenza, sarebbe stato difficile ottenere, a guerra finita, il diritto di voto e di essere votate.

Il diritto di voto alle donne fu il risultato di un lungo percorso, che dagli inizi del ’900 ebbe momenti di accelerazione e di frenata. Furono le donne dei Gruppi di Difesa della Donna –organizzazione nata nel novembre del 1943 a Milano ad opera di alcune signore appartenenti ai partiti del CLN, aperta a tutte le donne di ogni ceto sociale, di ogni fede politica e religiosa, che avessero il desiderio di partecipare alla liberazione dell’Italia e lottare contemporaneamente per la propria emancipazione – a chiedere ostinatamente che le donne ottenessero al termine del conflitto il diritto di votare e di esser votate. Di questo e delle 21 donne elette all’Assemblea costituente parleremo con Debora Migliucci, direttrice dell’Archivio del lavoro Cgil di Milano, durante il secondo incontro, il 13 febbraio, dal titolo “Senza distinzione di sesso: le Costituenti e l’emancipazione delle donne”.

Per capire l’importanza del ruolo di queste donne nella scrittura della Carta costituzionale, va considerato il clima del tempo. Un clima in cui c’era la speranza di costruire qualcosa dopo l’orrore della guerra. Le madri costituenti erano guidate da un estremo realismo, conoscevano i bisogni concreti dei cittadini ed erano consapevoli dell’importanza del loro ruolo per tutte le donne, soprattutto per coloro che sarebbero nate in futuro.

Si batterono per l’uguaglianza tra i sessi nel campo lavorativo e in quello familiare. Avevano chiaro quanti e quali fossero i limiti che la legge da una parte e la società dall’altra imponevano alle donne. Avevano la possibilità di creare le nuove regole dello Stato pensando al futuro e grazie a un grande lavoro di collaborazione, l’Assemblea produsse una Costituzione estremamente innovativa in generale, ma in particolare per la condizione femminile. In essa vengono affermati i principi di uguaglianza tra uomo e donna nella famiglia, nel lavoro e nella società. Principi che sono scritti sulla Carta, ma che poi bisognava mettere in pratica.

Nel terzo incontro, il 13 marzo, dal titolo “Storia di Franca Viola e del suo NO al matrimonio riparatore”, con Chiara Boscaro, Sara Urban e Alessia Gennari, racconteremo la scelta di Franca Viola, una ragazza siciliana di 17 anni che nel 1966 rifiutò di sposare il suo rapitore sfidando arcaiche tradizioni e dando vita a una vera e propria rivoluzione nel diritto italiano. Il No di Franca, in un’Italia in fermento, divenne un simbolo nazionale.

Il 10 aprile, l’ultimo appuntamento sarà dedicato alla presentazione del libro, scritto a più mani, dal titolo “Donne nel sessantotto. Storie di eresie”. Sarà presente Claudia Galimberti, una delle autrici, che ci racconterà la storia di alcune donne che hanno partecipato, come militanti e non, a quel particolare momento storico che fu il Sessantotto e che portò a una grande trasformazione della società.

Nessuna conquista è il frutto della lotta di singoli individui o di un unico genere, al contrario la storia insegna che solo camminando avanti, passo dopo passo, gli uni accanto agli altri, si possono ottenere enormi risultati.

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