La scomparsa di Luciana Pecchioli

Luciana Pecchioli

Alcuni giorni fa è mancata Luciana Pecchioli, staffetta partigiana, comunista, insegnante, fondatrice del Cidi assieme a Bice Chiaromonte e a Tullio De Mauro. Da parlamentare ho condiviso con lei tanti anni di impegno per riformare la scuola, per l’elevazione dell’obbligo scolastico, per arricchire di esperienza e cultura il lavoro prezioso degli insegnanti.

Ne ricordo con affetto e rimpianto la competenza, il rigore, la generosità verso studenti e insegnanti. I nostri confronti sinceri e fermi sono fra i ricordi più belli della mia attività istituzionale. Ai figli Laura e Vanni e alla famiglia tutta, al Cidi, ai suoi tanti alunni, rivolgo le più sentite condoglianze.

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Bari, la bella festa

Bari, Festa del tesseramento. In prima fila, Porzia Petrone, la sorella di Benedetto, il giovane comunista ucciso dai neofascisti nel 1977; la presidente nazionale Anpi, Carla Nespolo; accanto Vincenzo Calò, componente del Comitato nazionale dei partigiani e responsabile Sud. Tutte le foto sono di di Arturo Cucciolla

Pieno successo della “Festa del tesseramento” dell’Anpi di Bari, che si è svolta giovedì 24 gennaio con la partecipazione della presidente nazionale dell’Associazione.

L’incontro tra Porzia Petrone, la sorella di Benedetto, il giovane militante comunista ucciso da una squadraccia fascista il 28 novembre 1977, e la presidente nazionale Anpi Carla Nespolo

Decine di cittadine e cittadini antifascisti hanno gremito le sale della Casa delle donne del Mediterraneo per ascoltare Carla Nespolo, che ha dialogato con Porzia Petrone (sorella di Benedetto, il giovane militante comunista ucciso da una squadraccia fascista il 28 novembre 1977) e Neda, rifugiata dall’Iran; moderatore Domenico Castellaneta, capo della redazione barese di Repubblica. In precedenza, avevano portato il loro saluto Micaela Paparella, presidente del I° Municipio, anche in rappresentanza del sindaco Decaro; Titti De Simone, a nome del presidente della Regione Michele Emiliano; il presidente dell’Arci provinciale Luca Basso, e Luca Ieva della Rete della conoscenza. La serata è stata allietata dalle canzoni dei Radicanto, che hanno anche letto alcuni celebri testi della letteratura ispirata alla Resistenza.

Quando la Festa volgeva al termine, è arrivato Maurizio Landini, eletto da poche ore segretario generale della Cgil, per salutare Carla Nespolo. A Landini, accolto calorosamente dai presenti, è stata consegnata la tessera dell’Anpi, in ricordo di una giornata particolarmente significativa nella sua esperienza di dirigente sindacale.

Giorno della Memoria nella sala consiliare del Comune di Bari. Nella foto al centro: il sindaco Antonio Decaro; accanto il presidente provinciale Anpi e componente del Comitato nazionale Anpi, Ferdinando Pappalardo

Nella mattinata di lunedì 28 gennaio, in occasione della Giornata della memoria, si è svolta nella sala consiliare del Comune di Bari una sobria cerimonia per commemorare Filippo D’Agostino, luminosa figura dell’antifascismo pugliese, massacrato dai nazisti nel lager di Mauthausen. Hanno pronunciato brevi interventi il sindaco Decaro, il presidente provinciale dell’Anpi Ferdinando Pappalardo, il segretario della Camera confederale del lavoro Gigia Bucci.


Ed ecco nella galleria altri scatti di Arturo Cucciolla che raccontano le due intense giornate:







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Gorizia, se la Decima Mas è ricevuta in Comune

Gorizia, piazza della Vittoria 19 gennaio 2019. NO alla Decima Mas in Comune. Anpi, sindacati e partiti democratici in presidio

Da anni a Gorizia, ogni 19 gennaio, in Comune arrivano i reduci della Decima Mas di Junio Valerio Borghese, autore del tentato golpe del 1970, per deporre una corona di fiori sotto una lapide in ricordo dei dipendenti municipali deportati nel maggio ’45 ad opera dell’esercito di Tito. Ad accompagnarli i militanti di CasaPound che hanno la sede vicina al palazzo municipale.

Da anni l’Anpi, i partiti democratici, i sindacati e altre associazioni cercano in tutti i modi di impedire questa cerimonia che offende una città Medaglia d’Oro della Resistenza. E anche questo gennaio, nonostante gli sforzi di mobilitazione, nonostante la denuncia alla magistratura dell’Anpi nazionale per la cerimonia dell’anno scorso, nonostante le interrogazioni parlamentari di Pd, LeU e Si, la Decima è stata ricevuta con tutti gli onori al comune di Gorizia.

Al confine orientale il fascismo fu particolarmente violento nei confronti degli sloveni, tanto da meritarsi la definizione specifica di “fascismo di frontiera”. Il tentativo di snazionalizzazione degli sloveni e dei croati con la chiusura delle loro scuole, l’italianizzazione dei cognomi e dei toponimi, la chiusura delle associazioni e dei giornali, la rapina di campi, beni ed edifici, la deportazione nei cosiddetti battaglioni speciali nel centro Italia e poi nei campi di internamento fascisti come Gonars e Visco, non fece che rinforzare il senso nazionale della comunità dei cosiddetti “alloglotti”. La guerra, l’occupazione e l’annessione di parte del regno di Jugoslavia fu segnata da una violenza senza limite. Migliaia di civili furono deportati e i villaggi sloveni e croati distrutti, Lubiana fu circondata da filo spinato e divisa in settori per impedire le fughe e rendere più facili i rastrellamenti.

Junio Valerio Borghese

Il 14 settembre 1943 la Decima firmò con Max Bernighaus, comandante della Marina tedesca, un patto in cui si diceva con chiarezza che «era alleata delle forze armate germaniche con parità di diritti e di doveri». Impegnata nell’Italia settentrionale soprattutto nella repressione antipartigiana, al confine orientale la Decima fu utilizzata dai nazisti – che avevano annesso il territorio con il nome di Adratisches Kustenland – nella lotta contro gli sloveni.

Tra il 19 e il 21 gennaio nella Selva di Trnova la Decima venne sconfitta dalle truppe partigiane e fu costretta a ritirarsi. Dal dopoguerra ad oggi si continua a raccontare la favola che i militi della Decima fermarono le truppe jugoslave e difesero l’italianità di Gorizia. Ma questa è una bugia. Dopo Trnova non ci fu alcuna invasione slava e l’esercito di Tito entrò in città il 2 maggio del 1945. A Gorizia il clima di guerra fredda continua ancora, alimentato da un sindaco di Forza Italia, Rodolfo Ziberna, sempre più schierato con la destra radicale. Il numero degli infoibati e delle vittime dell’esodo sono gonfiati, il monumento ai deportati in Jugoslavia, “il Lapidario”, contiene nomi di persone scomparse per altre cause nel corso della guerra o addirittura vive al momento della costruzione del monumento. Nessuno si è mai preoccupato di cancellare i nomi impropriamente scolpiti: fanno comodo per alimentare nazionalismi mai sopiti.

Gorizia, 19 gennaio 2019. I nostalgici della Decima Mas in Municipio

Quest’anno, come si vede nella foto, l’assessore delegata del sindaco ha accolto con la fascia tricolore i reduci accompagnati dai fascisti di CasaPound. All’Anpi è stato vietato il presidio davanti al Comune, concedendo piazza della Vittoria. Alla manifestazione antifascista da noi convocata c’era la società civile democratica, partiti, sindacati, associazioni e organizzazione slovene, mentre i fascisti manifestavano a loro volta in un’altra zona di Gorizia e alcuni di loro presidiavano l’ingresso del palazzo municipale.

Il consigliere comunale Andrea Picco, lista civica Forum, che si è recato in Comune per esprimere il suo dissenso, è stato allontanato dalla polizia. Gli antifascisti goriziani, eredi delle migliaia di partigiani uccisi o deportati nei lager nazisti chiedono di non essere lasciati soli in questa battaglia in difesa della Costituzione che ogni anno viene violata da amministratori che su di essa hanno giurato. Il Consiglio comunale aveva anche votato una mozione antifascista che imponeva a chiunque volesse manifestare in città un impegno democratico, ma accogliendo la Decima Mas si è andati contro un atto deliberato dal Consiglio stesso.

L’Anpi di Gorizia si è rivolta al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, con la petizione “Difendiamo la Costituzione” promossa su change.org, per chiedere al Capo dello Stato un intervento deciso.

Anna Di Gianantonio, presidente Anpi Gorizia

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Gli angeli di Bullenhuser Damm

Il Viaggio della Memoria del Comune di Roma dello scorso novembre 2018 ha avuto una nuova tappa, oltre all’ormai tradizionale visita al Ghetto di Varsavia e ai campi di sterminio di Auschwitz–Birkenau, gli studenti si sono recati ad Amburgo per conoscere il lager di Neuengamme e il Museo di Bullenhuser Damm, collocato nei sotterranei di una scuola. Il primo è il luogo dove furono internati 20 bambini per essere utilizzati come cavie ed essere infine uccisi nelle cantine dell’istituto oggi dedicato alla memoria di quella vicenda.

La baracca dei bambini

Nel 1956, la dottoressa Paulina Trocki, sopravvissuta alla Shoah, testimoniò la sua esperienza di deportata: «Da fine settembre, primi di ottobre 1944, i bambini che arrivavano con i trasporti ad Auschwitz non venivano più mandati alle camere a gas (o meglio, non tutti). Alla fine dell’anno i bambini, circa 300, erano tutti in una baracca».

La vita dei bambini internati della baracca 11 è stata ricostruita grazie alla dichiarazione della dottoressa Lucie Adelsberger:

«La baracca dei bambini nel lager non era molto diversa da quella degli adulti. Vedere come erano ridotti era una cosa che spezzava il cuore. Come gli adulti anche i bambini erano ormai pelle e ossa, senza muscoli e senza grasso; la pelle, sottile e increspata come una pergamena, si screpolava dappertutto e si riempiva di ferite. La scabbia ricopriva i corpicini denutriti. Molti di loro, non essendo più abituati a mangiare, non chiedevano neanche più cibo, ma tutti avevano sete. I bambini elemosinavano acqua in continuazione… La sete, una sete inesauribile, era uno dei più grandi tormenti a Birkenau… Anche di notte i bambini non avevano pace. I loro gemiti salivano come musica d’organo e risuonavano nel blocco, finché esausti scemavano e dopo una breve pausa riprendevano in un crescendo. I bambini giocavano alla ‘morte’, giocavano al ‘comandante del campo’, al “più vecchio della baracca”, all’ “appell”… eseguivano l’ordine del “‘Mützen ab” (giù il berretto), giocavano al malato e al medico che toglieva la razione di cibo e negava aiuto. Una volta giocarono persino a fare la ‘camera a gas’: fecero una fossa nella quale spinsero una dopo l’altra delle pietre…».

La dichiarazione è stata rafforzata da quella di Elzbieta Piekut-Warszawska, prigioniera polacca, assegnata, in virtù del suo diploma d’infermiera, alla “Mengele Kinder Baracke”, dove erano tenuti i bambini gemelli provenienti da diversi Paesi d’Europa, tra cui le sorelle Andra e Tatiana Bucci. Mengele li sottopose a esperimenti per elaborare una ricerca che gli procurasse il titolo di professore. A tal proposito l’infermiera dichiarò:

«La baracca dei bambini di Mengele era di legno con una stufa in mattoni. I letti erano cuccette dove i bambini dormivano in due o in quattro a seconda dell’età, non c’erano materassi, ma pagliericci senza lenzuola. Su ogni cuccetta c’erano due coperte. Il cibo consisteva in pane nero e margarina, la domenica in pane bianco e marmellata… zuppa di latte… patate con rape cotte e formaggio. Ogni giorno i bambini venivano lavati in piccole bacinelle con pochissima acqua. I più grandi aiutavano i più piccoli. Sia i bambini della baracca di Mengele sia quelli della baracca 11 dovevano recarsi all’ambulatorio per le ‘visite’. Era molto faticoso: spaventati, stanchi, affamati e tremanti di freddo si alzavano alle sei del mattino e percorrevano il chilometro e mezzo che li separava dall’ambulatorio. A fine settembre, primi di ottobre faceva già freddo… L’ambulatorio non era riscaldato. Qui i bambini dovevano aspettare, nudi, da cinque a quindici minuti finché non gli veniva fatta, commentata e discussa una radiografia… Al ritorno nella baracca spesso i bambini avevano tosse, raffreddore, febbre, persino la polmonite».

La baracca dei bambini, Auschwitz–Birkenau (foto Livio Senegalliesi)

Gli esperimenti

Elzbieta Piekut-Warszawska proseguì: «Nel giugno o luglio 1944 lo Standartführer dr. Lolling chiese di trovare un posto nell’infermeria da destinare agli esperimenti. Gli risposi che era impossibile. Allora Lolling visitò il campo con Heissmeyer: Lolling mi riferì che Pohl aveva parlato con Himmler e avevano deciso che gli esperimenti dovevano essere fatti e che lo spazio andava trovato. Lolling, Heissmeyer e Trzebinski ispezionarono il campo e destinarono la baracca 4 agli esperimenti che sarebbero stati eseguiti su prigionieri malati di tubercolosi. Il dr. Trzebinski, come da ordine, ne scelse 50 e fra questi Heissmeyer ne selezionò 20 o 25. Lolling ordinò a Trzebinski di supervisionare gli esperimenti in assenza di Heissmeyer. I 25 pazienti furono trasferiti nella baracca 4 ed ebbero inizio gli esperimenti. Non so di che tipo. Ogni sera Heissmeyer tornava a Neuengamme. Gli esperimenti durarono 3 mesi, poi i pazienti furono rimandati all’ospedale per prigionieri e gli esperimenti furono sospesi per 4 mesi».

Quindi si decise di ripetere gli esperimenti, il dottor Mengele, meglio conosciuto con il triste soprannome di «Dottor Morte», s’incaricò di reperire le cavie. In una fredda mattina di novembre del 1944 nella baracca 11, disse: “Chi vuole vedere la mamma faccia un passo avanti”. I bambini, naturalmente ignari di cosa li aspettava, si precipitarono intorno al medico con il lungo cappotto nero. Mengele selezionò i pretendenti, ne scelse 20 (10 maschi e 10 femmine) di età compresa fra i 5 e i 12 anni, furono caricati su un camion e poi dalla stazione ferroviaria di Auschwitz, in Polonia, furono inviati in Germania, al campo di Neuengamme, un sobborgo di Amburgo.

Il viaggio a Neuengamme

La partenza del gruppo avvenne il 27 novembre 1944. Il comandante del campo ordinò alla dottoressa Paulina Trocki di accompagnare i bambini affiancandole tre infermiere, fra cui un’esperta di laboratorio; tutto il gruppo fu posto sotto il controllo di una SS. La comitiva di bambini giunse alla stazione polacca, ma non venne caricata su un treno bestiame, come al solito, ma su un normale treno passeggeri. E per evitare che la gente cercasse di salire nella carrozza, venne apposto un cartello recante la scritta: “Trasporto di malati di tifo”.

Il viaggio trascorse tranquillo, i bambini ricevettero cure e cibo in quantità, oltre a cioccolata e latte. Dopo due giorni di viaggio, il 29 novembre 1944, arrivarono a Neuengamme; qui il gruppo venne caricato su un camion e condotto al campo. Il lager distava circa 30 chilometri da Amburgo; era circondato da betulle e da un canale costruito nel 1940 dai primi prigionieri. I bambini vi giunsero in piena notte, i prigionieri piansero quando li videro; la dottoressa Trocki ebbe subito il timore che li volessero usare per degli esperimenti, alla luce della rivelazione fattale dal detenuto belga: Jan von Everart, ex studente in medicina, incaricato di gestire la farmacia del campo, le confessò infatti che Neuengamme era un: «lager di adulti, nessun bambino». La dottoressa Trocki venne riportata indietro, mentre rimasero le tre giovani infermiere polacche.

Il monumento a ricordo dei bambini uccisi a Bullenhuser Damm (da https://upload.wikimedia.org/wikipedia/ commons/7/79/RIMG0134.JPG)
Neuengamme

La dottoressa viennese Ella Lingens riferì che a Birkenau era stata destinata alla baracca 11, quella dei bambini, e poi ricordò che a Neuengamme:

«I bambini erano a letto o dovevano stare a letto. Era una baracca con il pavimento di argilla, una vecchia stalla di cavalli e sulla porta c’era ancora un cartello con su scritto scritto: ‘40 cavalli’. I bambini avevano letti a castello. I bambini non erano malati. Ricevevano un cibo buono… Venivano ben nutriti e ingrassati per gli esperimenti di Heissmeyer. Un giorno venne la dottoressa Irena Białówna che lavorava al Kinderblock cui – ci disse – dovevano essere decorate le pareti. Uno dei medici del campo, Hans Wilhelm König, affidò questo incarico a una giovane artista polacca la quale dipinse dei personaggi delle favole: Cappuccetto Rosso e il lupo, Biancaneve, Cenerentola».

Non esistono testimonianze riguardo alla vita quotidiana delle piccole cavie, di certo sappiamo che il giorno di Natale i bambini ricevettero dei regali dai prigionieri. Uno di loro, l’austriaco Jupp Händler, si vestì addirittura da Babbo Natale e si recò nella baracca dei bambini, rischiando la vita. Anche il cuoco del campo, l’SS Longin Bladowski, mostrò un po’ di buon cuore: un prigioniero olandese, Jan van Bork, lo supplicò di dargli dello zucchero; il cuoco si commosse e gli diede anche della farina, i prigionieri prepararono dolci, biscotti e giocattoli per i bambini. Al piccolo Marek James costruirono un paio di occhiali, dal momento che i suoi erano stati distrutti dalle SS di Auschwitz; per quanto non fossero della giusta gradazione, il regalo rianimò l’animo di Marek.

Nel “Krankenrevier”, cioè il settore destinato ai malati, era stato allestito il Revier IV. Qui vennero rinchiusi i bambini quando iniziarono gli esperimenti relativi agli effetti sulla tubercolosi.

La struttura era circondata da filo spinato, aveva i vetri delle finestre imbiancati, allo scopo d’impedire di guardare dentro e scoprire come stessero i piccoli prigionieri.

Il dottor Kurt Heissmeyer tornò a Neuengamme il 9 gennaio 1945. Nelle settimane precedenti aveva già eseguito i suoi esperimenti su prigionieri russi e serbi senza ottenere i risultati sperati, adesso era deciso a provare sui bambini. Individuò, tra i prigionieri del campo, due medici francesi: il professor Gabriel Florence e il professor René Quenouille, a cui assegnò il compito di coadiuvarlo negli sperimenti. Florence e Quenouille cercarono di sfruttare la loro posizione per salvare i 20 bambini, ma con scarso successo, se non quello di seguirli nel loro tragico destino

Gli ultimi giorni e Bullenhuser Damm

Ai bambini vennero inoculate varie malattie che provocarono loro il tifo, la diarrea, delle stomatiti gangrenose, dette anche “noma”, e inducevano paura persino al comandante di Auschwitz, Rudolf Höss, come lui stesso confessò nelle sue memorie.

Non contento il dottor Heissmeyer ordinò, il 9 gennaio 1945, di far incidere la pelle di 11 bambini, per la precisione sotto l’ascella destra, con tagli a x, lunghi tre o quattro centimetri, allo scopo di poter introdurre una spatola infetta dei bacilli della tubercolosi e verificare la reazione degli anticorpi. Il 19 febbraio 1945, Heissmeyer fece ripetere l’operazione sui piccoli Alexander Hornemann e Marek Steinbaum, questa volta sotto l’ascella sinistra. A nulla valsero le osservazioni del dottor Quenouille riguardo alle condizioni dei pazienti, affetti da febbre alta. Il medico tedesco fu inflessibile, anzi ordinò al dottor Quenouille di eseguire delle radiografie per verificare lo stato dei polmoni. Nel frattempo nella baracca vennero assegnati due nuovi prigionieri: il medico polacco Zygmunt Szafranski e il prigioniero ceco Bogumil Doclik, ex chirurgo. Heissmeyer non era infatti grado di effettuare degli interventi.

Il 9 marzo 1945, verso le 19,00 tutto era pronto, vennero condotti sette bambini, furono fatti entrare, svestire e coricare sul tavolo operatorio. Il Dottor Bogumil disinfettò la pelle sotto l’ascella, quindi eseguì l’anestesia, necessaria per poter incidere le ghiandole linfatiche, con un’incisione profonda 5 cm, quindi le asportò e suturò la ferita. Ogni intervento durò, mediamente, un quarto d’ora. Tutte le operazioni vennero annotate e registrate da Heissmeyer nelle “Notizzettel”.

I medici francesi vennero incaricati di riporre le ghiandole in vasi, sotto formalina, ciascuno etichettato con il nome dei bimbi e il numero tatuato. Heissmeyer portò i vasetti nel laboratorio del sanatorio delle SS a Hohenlychen, dove lo aspettava il patologo Hans Klein.

Kurt Heissmeyer

Il 19 aprile, il medico capo del campo di Neuengamme, Alfred Trzebinski, accompagnato dal collega Heissmeyer e dal responsabile della Sanità delle SS, il dottor Enno Lolling, ispezionarono il campo. I bambini versavano in gravi condizioni, l’infezione li aveva colpiti duramente, ma le ghiandole asportate non presentavano alcuna traccia di anticorpi. Ciò fece concludere a Heissmeyer che l’esperimento era completamente fallito. Le truppe inglesi erano a un giorno di marcia e non potevano permettere di far scoprire quella stanza degli orrori, era troppo compromettente, per questo ordinò di far sparire i bambini.

Il pericolo dell’ingresso dell’esercito inglese alle porte del campo, spinse i responsabili dei massacri, sia degli adulti sia dei bambini, a operare per cancellare le tracce dei misfatti. Per questo motivo, il comandante di Neuengamme, Max Pauly, ordinò la distruzione di 400 kg di documenti attestanti i vari crimini contro l’umanità compiuti nel campo, inoltre, fece appendere, all’entrata del forno crematoio, un cartello con la scritta: “Stanza per la disinfezione”.

Le baracche, invece, furono fatte pulire affinché gli inglesi trovassero tutto in ordine.

Il 20 aprile 1945, compleanno di Hitler, i bambini e quattro dei prigionieri adulti che erano presi 
cura di loro nel campo sono portati nella scuola amburghese di Bullenhuser Damm.
È quasi mezzanotte quando arrivano. Gli adulti sono i due medici francesi, Gabriel Florence e René Quenouille, e gli olandesi Dirk Deutekom e Anton Hölzel.  Il gruppo viene portato nelle cantine. 
Gli adulti sono impiccati a un tubo sotto il soffitto. Ai bambini viene iniettata morfina e poi, mentre dormono, sono impiccati 
ai ganci sul muro. “Come quadri”, dirà l’SS Johann Frahm. 
Giustizia e non vendetta

I primi soldati che entrarono nel lager di Neuengamme trovarono le baracche vuote e pulite. Pauly aveva abbandonato Neuengamme solo dopo aver fatto caricare su un camion dal responsabile del magazzino, Jacobsen, i 2.000 pacchi della Croce Rossa svedese, in giacenza e non distribuiti ai prigionieri. Il 3 maggio 1945 il comandante del campo, Max Pauly, utilizzò per l’ultima volta la macchina di servizio e si recò a Flensburg, presso la casa della cognata, Anita Knuth, dove iniziò la sua latitanza. Era convinto che nessuno l’avrebbe trovato, ma si sbagliava, il 15 maggio, alle 23.00, due investigatori dell’esercito inglese suonarono alla porta di casa Knuth e bloccarono Pauly mentre cercava di scappare, lo ammanettarono e lo condussero al campo di prigionia di Neumünster. Qui alcuni giorni dopo vennero rinchiusi anche Johan Frahm, Wilhelm Dreimann, Adolf Speck ed Ewald Jauch.

Alla fine del 1945 erano dieci i carnefici nazisti finiti in carcere in attesa di giudizio. Rimanevano in libertà l’SS Arnold Strippel e i medici Kurt Heissmeyer, Hans Klein e Alfred Trzebinski. Quest’ultimo responsabile di aver addormentato i bambini mediante un’iniezione di morfina, si diede alla latitanza e raggiunse Hesendorf, certo di riuscire a sfuggire alla giustizia. Ma gli inglesi avevano istituito una commissione speciale d’investigatori addestrata alla ricerca dei criminali di guerra. Sulle tracce di Trzebinski si mise il maggiore Walter Freud, nipote del celebre psichiatra. Senza demordere e senza scoraggiarsi, il 1° febbraio 1946 riuscì a identificare il nascondiglio e provvedere all’arresto.

Il processo Curio-Haus

Il 18 marzo 1946, ad Amburgo, il Tribunale Militare britannico diede inizio al primo stralcio del Curio-Haus Prozesse, dal nome delle sale del Curio-Haus preservate dai bombardamenti.

Sul banco degli imputati erano presenti 14 ufficiali delle SS, accusati dei crimini perpetrati nel KZ Neuengamme e nel sottocampo di Bullenhuser Damm.

Il Tribunale Militare era così composto: della Corte facevano parte il Presidente, R.B.L. Persse; giudici a latere, J.B.M. Stanton; Lt. Col. P.L.Curnook; Major Judge Advocate, C.L. Stirling. La Pubblica accusa era rappresentata dal maggiore S. M. Stewart e dal maggiore P.S. Wien. I difensori erano: Curt Wessig (per Pauly), Müller (legale di Totzauer), König (Thumann), Halben (Dreimann, Kitt), Mentzler (Ruge, nuovo difensore di Dreimann), Oestman (Warncke, Speck), Wielkens (Reese), Kroëll (Bahr, Brems, Kümmel), Lappenberg (Trzebinski, Wiedemann) Dr. Stegemann (nuovo difensore di Kitt).

La Pubblica accusa aprì il processo con questo discorso:

«Al fine di convincervi al di là di ogni ragionevole dubbio che l’accusato davanti a voi non ha commesso alcuno di questi atti e non ha creato alcuna di queste condizioni senza esserne responsabile, e che davanti a voi non ci sono persone presenti in quel periodo che non ebbero nulla a che vedere con ciò che accadde, ma che presero parte in ciò che accadde, l’accusa, fra gli innumerevoli atti di brutalità e di […], ha selezionato soltanto un limitato numero di incidenti che ebbero luogo in questo campo, al fine di mostrare quale genere di persone siano gli accusati, come si comportarono e che non furono solo spettatori di un inevitabile disastro, ma ne furono i diretti artefici. […] Sentirete che circa 90.000 persone finirono negli ingranaggi di questa macchina in appena due anni – dall’inverno del 1942/43 all’aprile del 1945, data in cui il campo venne evacuato. Sentirete che di questi 90.000 soltanto 50.000 erano ancora vivi quando il campo fu evacuato, il che significa che ne erano scomparsi 40.000. Quarantamila persone, la popolazione di una cittadina di provincia grande come Exeter, erano scomparse e non se ne sarebbe mai più saputo nulla.

Chiameremo [a testimoniare] il dottor Schemmel, addetto ai rifornimenti [fureria], che ho citato prima per presentarvi i dati relativi agli anni 1943-1945. Vedrete che i decessi ammontano a 600 al mese nel 1943, poi salgono a 800 nel 1944, a 2.400 nel gennaio del 1945 e a 3.000 in marzo, e poi a un dato dal quale si può evincere che arrivano a 120 al giorno in aprile. Ascolterete la testimonianza del dottor Kowalski, un medico internato per due anni nel campo, che lavorò per la maggior parte del tempo nell’ospedale. Ci fornirà le tre principali cause del tasso di mortalità impressionante che saranno corroborate da tutti gli altri testimoni non medici. Le tre cause riguarderanno la sotto nutrizione, il lavoro e l’esposizione alle intemperie».

Quindi i Pm giunsero a esaminare le sperimentazioni mediche condotte su cavie umane:

«L’ospedale era anche luogo di una quantità di esperimenti per i quali i prigionieri venivano selezionati per fare da cavie. Questi esperimenti venivano eseguiti sotto la supervisione dei medici del campo, due dei quali sono davanti a voi come accusati, il dottor Kitt e il dottor Trzebinski. Sentirete dai testimoni come i prigionieri di guerra russi venivano scelti per via del loro forte fisico e [quindi] infettati dalla tubercolosi. [Ciò avveniva] inserendo loro un tubo di gomma nei polmoni attraverso il quale veniva introdotto un escreato tubercolotico. Quando conclusero questi esperimenti pensarono di effettuarli su soggetti opposti. Non più su uomini forti, ma su bambini. Sentirete da due testimoni la storia di un bambino francese, Georges, e di una bimba francese, Jacqueline, e molti altri bambini senza nome che furono portati in questo campo per questi esperimenti. Sentirete che quando arrivarono erano perfettamente in salute; sembravano sani ed erano dei bambini allegri, assolutamente normali. Ascolterete il parere del medico polacco il quale, in quanto tale, ci riferisce che erano perfettamente sani anche all’ausculto. Poi ebbero inizio gli esperimenti, ma questa volta vennero eseguiti in un modo diverso. Fecero una piccola incisione nel braccio [ascella] e nel torace e vi introdussero i batteri della tubercolosi.

Presenziava sempre il dottor Kitt, il quale come dottore del campo supervisionava questi esperimenti sotto la guida di un professore che venne da Berlino [Heissmeyer] che non è presente in questo tribunale. In pochi giorni i bambini si ammalarono e sentirete che il piccolo Georges non si alzò mai più dal suo letto».

Johann Frahm

La storia dei bambini venne raccontata da Johann Frahm, uno degli esecutori materiali, durante la deposizione del 29 marzo 1946:

Avvocato Lappenberg: Cosa accadde dopo che ai bambini fu fatta l’iniezione? Lei ha detto che i bambini si addormentatarono. Che cosa accadde dopo?

Frahm: Furono tutti coricati in una stanza.

Lappenberg: Lei li vide coricati nella stanza?

Frahm: Sì, dormivano e non si svegliarono mai più.

Lappenberg: Come faceva a sapere che erano morti?

Frahm: Chiunque poteva rendersene conto.

Lappenberg: Che genere di iniezione fu loro fatta?

Frahm: Non so dire.

Lappenberg: I bambini morirono in seguito all’iniezione o in altro modo?

Frahm: Morirono in seguito all’iniezione. Alcuni furono poi impiccati.

Lappenberg: Quando furono impiccati?

Frahm: Subito dopo.

Lappenberg: Chi li impiccò?

Frahm: Il dottor Trzebinski e io partecipammo.

Lappenberg: Lei ha detto ‘subito dopo’. Che cosa intende dire?

Frahm: Significa che [li impiccammo] dopo un quarto d’ora se respiravano ancora, ma non

so dire con certezza se davvero si trattasse di un quarto d’ora o di meno o di più.

Lappenberg: Chi mise la corda al collo dei bambini?

Frahm: Io.

Lappenberg: Chi le ha dato l’ordine di andare nella cantina?

Frahm: Jauch. Oberscharführer Jauch ».

A questo punto prese la parola il Presidente della Corte e condusse l’interrogatorio:

Questo Jauch era il responsabile di questo lavoro di gruppo o c’era un altro ufficiale sopra di lui?

Frahm: Per questo Kommando era il responsabile, però c’era un ufficiale sopra di lui.

Persse: Come si chiama questo ufficiale?

Frahm: Obersturmführer Strippel.

Persse: Quanto è durata l’impiccagione dei bambini?

Frahm: Circa dieci minuti.

Persse: Secondo lei i bambini erano molto malati, erano coricati, o erano sani?

Frahm: Erano malati, i più erano coricati.

Persse: Erano in grado di camminare i bambini?

Frahm: Sì.

Persse: Chi portò ciascun bambino nella stanza in cui doveva essergli fatta l’iniezione?

Frahm: Sono stati chiamati.

Persse: E ogni bambino ci è andato da solo?

Frahm: Sì, qualcuno è stato portato.

Persse: Chi li ha portati?

Frahm: Io li ho portati.

Persse: Erano nudi i bambini?

Frahm: Furono svestiti.

Persse: Dove furono svestiti?

Frahm: Nella stanza dove aspettavano. […]

Persse: Hanno pianto i bambini?

Frahm: Nein.

Intervenne l’avvocato Halben, difensore di Dreimann e Kitt, e chiese al Presidente di poter interrogare anche lui Frahm:

Ha visto durante questi avvenimenti in cantina anche l’Obersturmführer Strippel?

Frahm: Sì, anche lui era presente.

Halben: Ha sentito che le SS hanno ricevuto come premio sigarette e da bere?

Frahm: Abbiamo ricevuto un paio di sigarette e della grappa.

Halben: Chi ha ricevuto sigarette e grappa?

Frahm: L’Oberscharführer Jauch e io.

Halben: Qualcuno ha parlato con lei dopo che tutto era finito?

Frahm: Non so.

Le medesime domande vennero poste al dottor Trzebinski, che rispose:

«Alcuni erano già via. Alcuni non dormivano ancora e mi chiesero:“Verremo messi presto a letto anche noi?”. Io andai nella stanza dove era avvenuta la prima impiccagione e vidi che a un secondo gancio alla parete pendeva una bimba. In un tramezzo vicino alla stanza giacevano i cadaveri di tre bambini [uno sopra l’altro ndr]; l’ultimo, sotto gli altri, era il cadavere del ragazzino che era stato impiccato per primo».

A sei bambini che erano ancora svegli Trzebinski fece una seconda iniezione di morfina. Aspettò si addormentassero e se ne andò, senza accertarsi se fossero morti. Alla fine tutti gli accusati cercarono di scagionarsi affermando che avevano eseguito, solamente, gli ordini ricevuti.

Il Curio-Haus Prozess si concluse il 3 maggio 1946 con la condanna a morte per undici accusati.

I prigionieri, in attesa dell’esecuzione, vennero trasferiti dal carcere di Haltein, in bassa Sassonia, a quello di Fuhlsbüttel, vicino ad Amburgo. L’attesa durò cinque mesi, durante i quali alcuni avanzarono la domanda di grazia o si proclamarono vittime di un’ingiustizia. Il 26 agosto 1946 il giudice britannico ratificò le undici condanne a morte. Il mattino dell’8 ottobre 1946 le condanne vennero eseguite. Le impiccagioni iniziarono alle 10,59 e proseguirono, in ordine alfabetico, sino alle 14,47, quando venne impiccato l’ultimo condannato.

I tre carnefici impuniti

Rimanevano a piede libero ancora tre latitanti: il dottor Kurt Heissmeyer, il dottor Hans Klein e il comandante dell’“operazione Bullenhuser Damm”, Arnold Strippel.

Il dottor Hans Klein, patologo, che aveva partecipato alla sperimentazione, dopo la fine delle ostilità s’era dato alla macchia ed era riuscito, inspiegabilmente, a far perdere le sue tracce. Terminata la guerra e con essa i processi ai vari criminali, era ricomparso e aveva ripreso la sua vita normale; ottenne perfino un incarico dall’Università di Heidelberg, in qualità di docente alla facoltà di patologia. Nessuno si ricordò dei suoi misfatti, è così condusse un’esistenza tranquilla fino alla morte nel 1984.

Il dottor Kurt Heissmeyer, responsabile della morte di adulti e dei 20 bambini infetti dalla tubercolosi, al termine della guerra tornò a vivere nella sua città natale: Magdeburg, nella Germania Est. La stranezza fu che mentre i giornali riportavano i misfatti del massacro di Bullenhuser Damm e citavano il nome del medico, costui, senza alcun problema e preoccupazione, aveva ripreso a esercitare la professione, in qualità di pneumologo, mantenendo il suo vero nome e cognome.

Nessuno lo cercò, nessuno puntò il dito contro e ne chiese l’arresto. Anzi, in breve tempo, divenne un medico rispettato e apprezzato, tanto da riuscire ad aprire una clinica privata nella Repubblica Democratica Tedesca specializzata nella cura delle malattie polmonari, in particolare della tubercolosi. Nonostante tutto tra la popolazione qualcuno non aveva dimenticato e gli mosse delle accuse: era il 4 dicembre 1948.

Ma gli zelanti colleghi operarono per mettere tutto a tacere. La pubblicazione, nel 1955, del libro di Lord Russel, ex comandante del Tribunale Militare di Amburgo, riportò a galla la verità e con essa il ruolo criminale che aveva ricoperto Heissmeyer nella strage dei bambini nella Bullenhuser Damm.

Nonostante tutto, nessuno si mosse contro l’ex criminale, tutti ignorarono le sue colpe. Il motivo di tale comportamento fu la scarsezza di medici nella DDR, per cui le competenze di Heissmeyer vennero ritenute di «vitale importanza per la popolazione».

I sopravvissuti decisero di non voler dimenticare e, pertanto, s’adoperarono affinché l’opinione pubblica conoscesse la verità e sapesse quanto era accaduto. A dargli voce fu il settimanale Stern che, il 21 maggio 1959, pubblicò un articolo, firmato da Jürgen von Kornatzky.

Questa volta fu impossibile placare la tempesta che s’era sollevata, per cui dal tribunale di Hannover venne emessa una notifica di comparizione contro il dottor Heissmeyer, allo scopo di far chiarezza sulla sua partecipazione ai misfatti perpetrati contro i 20 bambini.

Ben quattro anni dopo, per la precisione il 13 dicembre 1963, venne spiccato l’ordine di arresto contro l’ex medico nazista.

Qualcuno degli ex internati temette che il procedimento venisse archiviato, per questo motivo, il 23 luglio 1965 fece pervenire presso il MfS (Ministerium für Staatssicherheit) una lettera anonima in cui si riportavano minuziosamente i reati contro l’umanità commessi da Heissmeyer. Dinanzi a tali affermazioni, non si poterono insabbiare i fatti e nel 1966 iniziò, a Magdeburg, la celebrazione del processo.

Heissmeyer, in un primo momento, adottò la linea difensiva di negare ogni addebito, ma successivamente ammise l’esistenza di una prova del delitto contro i bambini: «eine Kiste», ovvero una cassa di zinco (60 x 20 x 30 centimetri) al cui interno erano stati conservati, oltre a delle posate d’argento e a un piatto di porcellana, regalo di Oswald Pohl, anche le radiografie, le tabelle con le rilevazioni della febbre, le annotazioni sul decorso della malattia e le fotografie relative allo stato di salute dei 20 bambini, immediatamente, dopo la somministrazione della tubercolosi.

La giustificazione addotta dal medico fu: «mit diesen Versuchen nichts Schlechtes gewollt und auch nichts Schlechtes getan habe». (con i miei esperimenti non ho voluto e non ho fatto niente di male)

Il Presidente della Corte nominò consulente tecnico il medico legale professor Otto Prokop per verificare il materiale ritrovato e accertarne l’autenticità. Trascorsero quattro mesi, prima che il Prokop dichiarasse:

«Nella mia carriera di medico legale non ho mai visto niente di peggiore. La mia segretaria piangeva, e questo ci deve far pensare, visto che era abituata a protocollare durante le mie autopsie».

Oltre ad attestare l’autenticità del materiale, mise in evidenza la non preparazione di Heissmeyer in materia d’immunologia. La Corte si ritirò e il 30 giugno 1966 sentenziò: «Il dottor Kurt Heissmeyer è condannato all’ergastolo».

Il 29 agosto 1967, presso il carcere di Bautzen, il prigioniero Kurt Heissmeyer veniva colpito da un attacco cardiaco mortale.

Arnold Strippel

L’ultimo latitante rimasto a piede libero era Arnold Strippel. Il 13 dicembre 1948 la fortuna voltò le spalle al criminale nazista: un ex prigioniero politico del KZ Buchenwald, Clemens Bukowski, lo riconobbe a Francoforte, mentre passeggiava lungo la Münchener Strasse.

Il 31 maggio 1949 ebbe inizio a Francoforte il processo contro Arnold Strippel per i crimini compiuti nel KZ Buchenwald. Il Tribunale di Francoforte non svolse altre indagini sui fatti di Bullenhuser Damm. Il 1° giugno 1949 venne pronunciata la sentenza che condannò Arnold Strippel all’ergastolo perché reo di aver partecipato all’uccisione di 21 prigionieri ebrei il 9 novembre 1939 nel Lager di Buchenwald, a questa pena s’aggiunse una seconda condanna a dieci anni di reclusione per le torture inflitte ai prigionieri politici. Strippel venne rinchiuso nel carcere di Butzbach, ma il 21 aprile 1969 venne rilasciato. Tale atto sconcertante fu reso possibile dal suo ricorso in appello, avanzato il 23 novembre 1967. Il Tribunale del Riesame, con sentenza del 15 dicembre 1967, rivide la condanna del 1949 e stabilì una riduzione della pena a cinque anni. Non contento, Strippel ricorse di nuovo in appello il 27 febbraio 1970, presso la Corte Suprema di Francoforte. Quest’ultima rivide il caso e riesaminò gli incartamenti stabilendo inadeguata la condanna all’ergastolo e ridefinendo la pena in soli sei anni di carcere. Il Pm fece presente che l’imputato aveva già, abbondantemente, scontato la sua pena, per cui il Ministero della Giustizia gli riconobbe un risarcimento pari a 121.477,92 marchi tedeschi a titolo di riparazione per «l’eccesso di pena».

Strippel utilizzò il denaro per acquistare un appartamento nella cittadina di Kalbach e impose pure, appellandosi al Consiglio comunale, che non venissero piantati alberi dinanzi alla sua casa per evitare che producessero ombra al suo balcone.

Ma la sete di giustizia non si arenò, questa volta fu la penna di Günther Schwarberg a denunciare, sempre su Stern, l’8 marzo 1979, il ruolo avuto da Strippel nella tragedia dei “20 bambini di Bullenhuser Damm”.

Strippel tronfio della sua posizione e del successo ottenuto fino a quel momento, nel marzo del 1979 decise di querelare Schwarberg e la testata che aveva pubblicato il suo articolo. La giustizia si schierò dalla parte di Strippel dandogli ragione e condannando il giornalista a una multa di 100.000 marchi!

Nonostante tutto Schwarberg non s’arrese e continuò a raccogliere prove e testimonianze atte a inchiodare Strippel come co–autore dell’assassinio delle giovani cavie. Gli vennero in aiuto i parenti delle vittime, nel frattempo, riunitisi nell’«Associazione dei 20 bambini di Bullenhuser Damm», allo scopo di sostenere la voce del giornalista e ribadire la necessità di condannare Strippel per il suo orribile misfatto.

Il gruppo chiese all’avvocatessa Barbara Hüsing di rappresentarli nel ricorso presentato dal giornale per la querela di Strippel. Riuscirono non solo a far revocare la multa, ma anche ad annullare la querela. La sicumera dell’ex gerarca nazista iniziava a vacillare, mentre avanzava la speranza che giustizia venisse fatta. Nel 1979, la Procura aprì un nuovo fascicolo, vennero ascoltati testimoni e parenti delle vittime di Bullenhuser Damm, mentre l’opinione pubblica chiedeva a gran voce “Giustizia!”.

Nonostante il nugolo di prove raccolte, il processo non riusciva tuttavia a decollare, vari intoppi, ritardi e rinvii si frapposero. Nel frattempo, l’avvocato dell’Associazione Barbara Hüsing venne subissata di lettere da parte di ex vittime.

Nel novembre 1975 la Corte di Assise di Düsseldorf aprì l’ultimo atto del Majdanek–Prozesse, con Strippel sul banco degli imputati, accusato di complicità nell’omicidio di 42 prigionieri avvenuto il 14 luglio 1942. Il procedimento durò quasi 5 anni. Nel giugno 1979 si presentò in aula Henri Morgenstern, cugino della piccola Jacqueline, che testimoniò:

«È a pochi metri da me, è Strippel, riconosco il suo profilo, ho le mani sudate e fredde, un’incredibile agitazione mi assale»; quindi si rivolse al Presidente della Corte, chiese il permesso di continuare e, concessogli, continuò: «che noi oggi si sia qui è un vero miracolo. È quasi incredibile che ci sia ancora qualcuno di noi che possa sollevare questa protesta, perché quasi tutti gli ebrei sono stati sterminati…In verità, come lei sa bene, questa Germania è oggi judenrein o quasi. Questo Paese pulito, con i suoi meravigliosi prati, campi e boschi ha contemplato anche lo sterminio degli ebrei come un atto di pulizia: prima che ci portaste, noi ebrei, nelle camere a gas, ci avete detto, con un sorriso: “Si deve essere puliti. Fate una buona doccia!”. Guardate Strippel, questo assassino, che non ha il coraggio di guardarmi in faccia, è un assassino di bambini! Ha impiccato mia cugina Jacqueline, che aveva 12 anni e con lei altri 19 bambini nella cantina della scuola di Bullenhuser Damm ad Amburgo nel 1945. Guardatelo… Questa gente è pericolosa. Condannatelo! Condannate gli assassini! Questa gente ha ancora le mani sporche del nostro sangue, deve essere rinchiusa dietro le sbarre per il resto della vita, perché questi assassini potrebbero ricominciare in ogni momento. Non vogliamo vendetta, vogliamo giustizia!».

Mentre le parole risuonarono nell’aula e provocarono un fremito tra i parenti presenti delle vittime, Strippel tacque.

Un anno dopo, il 27 aprile 1980, fu fatta esplodere una bomba all’entrata della scuola di Bullenhuser Damm, allo scopo di danneggiare il Museo aperto. Fortunatamente ci furono soltanto due feriti. Il fatto è tanto più grave se si considera che i due colpevoli del gesto, neonazisti esponenti del gruppo Manfred Röder, furono arrestati quattro mesi più tardi, ma dopo una breve detenzione furono rimessi in libertà. Se l’obiettivo era però intimidire i parenti non ci riuscirono, anzi ottennero l’effetto contrario. Henri Morgenstern telefonò al Pubblico ministero di Amburgo, Harald Duhn, esternando tutta la sua indignazione per il fallimento della giustizia dinanzi al caso Strippel. Prima di chiudere il telefono affermò: «Sento la responsabilità di portare alla luce ciò che la Germania non vuole portare alla luce!».

Il Düsseldorf Majdanek Prozess giunse alla conclusione e il 30 giugno 1981 venne letta la sentenza. Strippel venne condannato a 3 anni e 6 mesi di reclusione, ma le precarie condizioni di salute dell’imputato, accertate da varie perizie mediche, lo salvarono dal carcere.

Dorothea Morgenstern protestò con una lettera al Pubblico ministero Duhn. Non ricevette mai risposta.

Nonostante tutto, l’opinione pubblica iniziò una serie di manifestazioni volte a non far cadere nell’oblio questa storia di «cattiva giustizia» ottenendo, il 13 dicembre 1983, la richiesta alla procura amburghese avanzata dalla senatrice Eva Leithäuser, membro della Commissione alla Giustizia, di formulare l’accusa contro Arnold Strippel per la sua complicità nel dramma di Bullenhuser Damm. La condanna contro di lui era già scritta negli atti del processo del Tribunale britannico, del 1946. Ma quei documenti erano stati redatti in inglese, per cui venne richiesto del tempo per ottenerne una corretta traduzione. Dopo sei mesi si giunse alla redazione in tedesco, ma nel frattempo, l’opinione pubblica s’era spaccata, molti volevano chiudere nel dimenticatoio il passato e pochi continuavano a implorare giustizia. Il 18 aprile 1986, a Bullerhuser Damm, venne finalmente istituito un Tribunale internazionale, presieduto da Martin Hirsch. In occasione dell’apertura, il Presidente profferì le seguenti parole: «Questo è il peggior assassinio nella storia dell’umanità».

Per due giorni i testimoni rilasciarono le deposizioni, suscitando forti emozioni nell’opinione pubblica. Il 20 aprile 1986 si arrivò a sentenza, in occasione del 41° anniversario del massacro, la Corte confermò la colpevolezza di Strippel. Il Presidente chiuse così la seduta: «Uno stato che lascia impuniti gli assassini del regime nazista è soggetto a un nuovo fascismo».

Nonostante tutto non si procedette a eseguire la condanna, gli avvocati della belva opposero una serie di cavilli, ottennero la nomina di tre periti allo scopo di verificare se l’accusato era in condizioni di poter subire un processo. Si giunse al 28 gennaio 1987, il processo venne chiuso per impossibilità fisica dell’imputato a sostenerlo. Arnold Strippel morì sette anni dopo, nella sua casa di Francoforte, nel maggio del 1994. Ingiustizia era fatta.

I venti angeli

Dei piccoli, due provenivano dalla Francia; due dai Paesi Bassi; uno dall’Italia; uno dalla Slovacchia; ben 15 dalla Polonia, di cui due da Ostrówiec e cinque da Random. Tra loro due coppie di fratelli.

  1. Georges–André Kohn

    Georges–André Kohn era nato a Parigi il 23 aprile 1932 ed era il più grande tra tutti i 20 bambini. Avrebbe compiuto 13 anni se non fosse stato ucciso con gli altri il 20 aprile 1945 a Bullenhuser Damm. Il padre Armand era direttore dell’Ospedale Baron de Rothschild nella capitale francese. Nonostante la famiglia si fosse convertita al cattolicesimo, venne arrestata il 28 luglio 1944 in seguito al tradimento di Alois Brunner, amico di lunghissima data dei Kohn. Padre, madre, quattro figli e la nonna paterna di 80 anni vennero caricati su un autobus insieme ad altri ebrei, condotti alla stazione di Drancy–Le Bourget e piombati sul treno n. 1697, che partì alle ore 16,00 per una destinazione ignota. Il 21 agosto, i deportati riuscirono a praticare un’apertura nel vagone e alcuni fuggirono, tra loro i fratelli maggiori di George: Philippe e Rose–Marie [1]. Il padre Armand fu condotto a Buchenwald da dove riuscì a tornare; mentre George, la mamma, la sorella Antoinette e la nonna vennero inviate ad Auschwitz-Birkenau. La nonna venne immediatamente selezionata per la camera a gas, la mamma e la sorella poi trasferite a Bergen-Belsen, dove morirono di fame. Il piccolo Georges–André Kohn soffriva per la separazione dalla madre e dalla sorella, per questo motivo, il medico Micard di Rouen, sopravvissuto alla deportazione, cercava di consolarlo recapitando alla mamma i messaggi che Georges le scriveva e al bambino le risposte. Fino al giorno in cui non giunsero più notizie. Il piccolo comprese così quant’era accaduto. In seguito verrà selezionato per la baracca 11 di Birkenau, la baracca dei bambini.

  2. Jacqueline Morgenstern

    Jacqueline Morgenstern era nata a Parigi, il 26 maggio 1932, anche lei non aveva compiuto 13 anni quando morì.. Internata dapprima al campo di Drancy, il 20 maggio 1944 venne caricata con i familiari su un convoglio destinato ad Auschwitz. Fu direttamente avviata alla baracca 11.

3 e 4. Eduard (Edo) e Alexander (Lexje) Hornemann, erano dei Paesi Bassi, nati a Eindhoven, il maggiore il 1° gennaio 1933 e l’altro il 31 maggio 1936. Avevano dunque 12 e 8 anni al momento dell’arresto.

Vivevano al n. 29 di Staringstraat. Entrambi i genitori lavoravano alla Philips. Il piccolo Lexje era l’allegria fatta persona, addirittura, era orgoglioso della sua stella di Davide e ne andava fiero, nonostante, fosse un segno di discriminazione. Il 18 agosto 1943 la situazione precipitò, i genitori furono arrestati sul posto di lavoro, insieme ad altri 400 correligionari e caricati su un convoglio con destinazione Auschwitz.

Eduard (Edo) e Alexander (Lexje) Hornemann

Subito dopo vennero catturati anche i due bambini, anch’essi giunsero nel campo di prigionia dei genitori. In seguito trasferiti a Birkenau, dove furono segregati nella baracca dei bambini.

5. Sergio de Simone era nato a Napoli il 29 novembre 1937. Aveva 7 anni. Il padre era un capitano dell’esercito, mentre la madre Gisella era ebrea.

L’emanazione delle leggi razziali, prima, e il richiamo alle armi del marito, in seguito alla dichiarazione di guerra, convinsero la giovane mamma a ritornare nella sua città natale: Fiume. Qui si sentiva al sicuro, inoltre, poteva contare sui parenti Bucci. Ma l’intolleranza e le persecuzioni avanzavano, l’apice giunse con l’incendio della sinagoga. Subito dopo iniziarono gli arresti e le deportazioni. Un giorno arrivò un uomo con un «cappotto nero lungo» che intimò all’intero gruppo familiare di preparare i bagagli.

Sergio De Simone

Inutili i pianti e le preghiere di nonna Rosa, che chiese di risparmiare i bambini (Andra e Tatiana Bucci erano ancora convalescenti per la varicella). L’uomo non ebbe nessuna pietà, tutti i componenti delle famiglie Farberow Perlow Bucci e de Simone vennero condotti alla Risiera di San Sabba. Qui rimasero alcune settimane e, non appena il convoglio 25T fu pronto, il 28 marzo 1944 vennero caricate e destinate ad Auschwitz. I portelloni si riaprirono nella notte del 4 aprile. Nonna Rosa non superò la selezione, pertanto venne destinata al gruppo delle camere a gas; invece la mamma Mira Farberow Perlow Bucci con le sue bimbe, Andra e Tatiana, vennero ritenute idonee e destinate a Birkenau, stessa sorte toccò alla mamma Gisella De Simone e a Sergio. [3] All’intero gruppo toccò l’umiliazione del tatuaggio del numero. [4] Sergio e le cugine quella stessa notte furono separati dalle loro mamme e spediti nella baracca dei bambini, la numero 11. La madre Gisella, come anche le cugine riuscirono a salvarsi, ma non Sergio, nonostante la madre era solita ripetere: «È tanto bello che nessuno oserà fare del male a un bambino così bello», purtroppo si sbagliò.

6. Walter Junglieb era probabilmente nato nella ex Jugoslavia, nel 1933. Per decenni si seppe: solo che il suo nome iniziava con la lettera W. Da più recenti ricerche si ritiene che sia stato deportato ad Auschwitz da Hlohovec in Slovacchia.

7. Roman Zeller, era nato in Polonia e aveva 12 anni. I nazisti avevano annotato solo RZ, le iniziali del suo nome, riportando i dati degli esami medici. Probabilmente si chiamava Roman.

8. Lelka Birnbaum, nata in Polonia, si sa che aveva 12 anni e null’altro.

9. Bluma (Blumele) Mekler era anche lei polacca, nata a Sandomierz nel 1934 aveva circa 11 anni. Aveva altri due fratelli e due sorelle. I genitori avevano un negozio di generi coloniali. L’intera famiglia venne deportata ad Auschwitz. Soltanto Shifra, la più piccola dei Mekler, sfuggì alla razzia. Ad Auschwitz morirono il papà, la mamma, un fratello e una sorella. Anni dopo, in un kibbutz d’Israele, Shifra ritrovò del tutto inaspettatamente Alter, il fratello maggiore, scampato alla Shoah.

Nella foto Eduard Reichenbaum sul passeggino con il papà e il fratello maggiore

10. Eduard Reichenbaum, nato a Katowice, in Polonia, il 15 novembre 1934 non aveva compiuto 11 anni quando verrà ucciso. Il padre era un contabile e rappresentante di libri di editori tedeschi e polacchi; mentre la mamma Sabina veniva da una famiglia di commercianti. In casa si parlava sia tedesco che polacco. Ytzhak, il fratello maggiore di Eduard, sopravvissuto e trasferitosi in Israele, a Haifa, testimoniò: «Con l’occupazione della Polonia cominciò la nostra tragedia, fummo portati prima nel campo di lavoro a Bliźyn, poi, il 1° agosto 1944, nel campo di sterminio di Auschwitz–Birkenau». Il 23 novembre 1944, Sabina Reichenbaum partì da Auschwitz–Birkenau con un trasporto di donne destinate ai lavori forzati in Germania, nella fabbrica di munizioni di Lippstadt. Sabina sopravvisse e andò in Israele, suo marito, invece, morì durante la «marcia della morte» che doveva portarlo da Auschwitz in Germania; il piccolo Eduard venne destinato alla baracca dei bambini.

11. Ruchla (Rachele) Zylberberg, nata in Polonia, a Zawichost, il 6 maggio 1936, aveva 8 anni.

Ruchla Zylberberg

Mentre il padre Nison Zylberberg cercava un luogo dove accogliere la sua famiglia in Russia, la piccola insieme alla madre e alla sorella venne arrestata e inviata al campo di Auschwitz–Birkenau. Non appena aperto il portellone, avvenne la separazione: la mamma e la sorellina Esther vennero destinate alle camere a gas, mentre Ruchla venne assegnata alla baracca dei bambini.

12. H. Wassermann, polacca, aveva probabilmente quasi 8 anni. Del nome conosciamo solo la lettera iniziale, H, e la nazione di nascita.

13. Lea Klygerman, nata in Polonia a Ostrówiec, il 28 aprile 1937. Aveva 7 anni. Abitava in via Koscilna n. 30, da dove venne prelevata insieme al padre, alla madre e alla sorella Rifka, di cinque anni; arrivarono ad Auschwitz–Birkenau nella notte del 3 agosto 1944 . L’intera famiglia superò la selezione, il padre fu condotto nel settore maschile, mentre le tre donne in quello femminile [2]. Alcuni giorni dopo Lea e la sorellina Rifka vennero destinate alla baracca n. 11 di Birkenau, poi Lea venne selezionata per divenire cavia umana. Dei Klygerman sopravvisse solo la madre che, inutilmente, cercò notizie delle sue figlie.

14. Surcis Goldinger, polacca di Ostrówiec anche lei, aveva forse tra i 9 e i 10 anni. Certa è solo la data di arrivo al campo della morte di Auschwitz–Birkenau, dove superò la selezione e le venne tatuato il numero A 16918. Quindi venne assegnata alla baracca dei bambini.

15. Riwka Herszberg aveva 6 anni. Era nata il 7 giugno 1938 a Zduńska Wola, nei pressi di Łódź, in Polonia; il papà Moszek gestiva una piccola fabbrica tessile. Tutta la famiglia giunse ad Auschwitz nell’estate 1944.

Riwka Herszberg

A Birkenau, un ufficiale delle SS rimase colpito dalla bellezza di Riwka e dalla somiglianza con la propria figlia, per questo s’adoperò per salvarla dalle camere a gas. La piccola venne inviata insieme alla madre Mania nel settore femminile del campo. La madre, il 23 novembre 1944, venne destinata a una fabbrica di munizioni a Lippstadt. Riwka, invece, venne mandata alla baracca 11. Degli Herszberg solo mamma Mania sopravvisse: il 1° aprile 1945 le truppe americane la trovarono a Kaunitz, insieme ad altre 747 donne, evacuate da Lippstadt e dirette, mediante una marcia della morte, a Bergen–Belsen.

16. Mania Altman, era nato il 7 aprile 1938 a Radom. Aveva 7 anni. I genitori si chiamavano Shir e Pola.

Mania Altman

Il papà faceva il calzolaio, aveva tanti fratelli e sorelle.  Il 7 aprile 1941 i tedeschi istituirono due ghetti e vi fecero confluire tutti gli ebrei della città e della provincia. Successivamente vennero prelevati e destinati, dapprima al campo di lavoro di Pionki, quindi al campo di concentramento di Auschwitz–Birkenau.

17. Marek Steinbaum era anche lui di Radom, in Polonia, nato il 26 maggio 1937, aveva 7 anni quando giunse al campo di Birkenau accompagnato dalla madre che venne destinata alla zona delle donne, mentre Marek finì nella baracca dei bambini.

18. Marek James, nato a Radom, Polonia, il 17 marzo 1939, aveva 6 anni. La famiglia James abitava in via Traugutta 52.

Marek James in braccio al papà

Dopo l’internamento a Pionki, venne inviata ad Auschwitz–Birkenau, dove giunse l’1 agosto ’44. All’arrivo Marek venne separato dai genitori e mandato nella baracca dei bambini. Papà Adam venne deportato nel sottocampo di Sachsenhausen, mentre la madre Zela, nell’autunno 1944, venne trasferita nel sottocampo di Gross–Rosen. Marek venne poi destinato a Neuengamme, al Revier IV, cavia per gli esperimenti sulla tubercolosi del dottor Heissmeyer.

19. RomanEleonora Witónski, sempre di Radom, Polonia. Roman era nato l’8 giugno 1938 e aveva 6 anni. Eleonora, nata il 16 settembre 1939, ne aveva 5 ed era la più piccola dei bambini sottoposti agli esperimenti.  Col fratellino Roman e i genitori venne catturata il 21 marzo 1943, durante la festa ebraica di Purim. I tedeschi caricarono i prigionieri sopra dei camion e li condussero al cimitero ebraico di Szydłowiec. Qui le SS cominciarono a sparare. Il padre, il dottor Seweryn Witónski, venne ucciso sotto gli occhi dei suoi bambini; la madre Rucza afferrò i figlioli e li fece riparare dietro una lapide ma vennero scoperti, l’SS puntò il mitra per eliminarli quando nell’aria risuonò l’ordine: «Feuer einstellen!» (Cessate il fuoco!).

Roman Witónski con la madre. Di Eleonora non ci sono foto

I superstiti furono riuniti, portati verso il camion e ricondotti ai ghetti di Radom. Ruzca raccontò, anni dopo, che oltre al marito vennero uccisi più di 100 intellettuali ebrei.  Roman dopo la morte del padre ripeteva alla mamma: «Non preoccuparti, quando diventerò grande, lavorerò e non ti farò mai mancare niente». Mamma Rucza, Roman ed Eleonora furono deportati ad Auschwitz–Birkenau. Il convoglio vi giunse il 31 luglio 1944, dopo aver scaricato parte dei prigionieri al campo di lavoro di Pionki, dove erano internate circa 3.000 persone. La madre si salvò e si dedicò alla ricerca dei bambini in tutta Europa, solo nel 1982 apprese la triste verità riguardo alla loro sorte.

Stefano Coletta, insegnante


[1] Il padre non condivise la scelta della fuga e rimase insieme ai figli più piccoli. Anni dopo il giovane Philippe ricordò: «Fu la prima e unica volta che gli disobbedii». M.P. Bernicchia, Chi vuole vedere la mamma faccia un passo avanti, p. 22

[2]  A Mamma Esther venne tatuato il numero A 16958, a Lea il A 16959 e a Rifka il A 16960. D. Czech, Kalendarium – Gli avvenimenti nel campo di concentramento di Auschwitz 1939-1945, traduzione di G. Piccinini, prima edizione italiana a cura di D. Venegoni, Aned, 2002, p. 28.

[3] Raggiunsero la destinazione a piedi. Ivi, p. 42.

[4] Ivi.

L’articolo Gli angeli di Bullenhuser Damm proviene da Patria Indipendente.

DATE E LUOGHI DELLE CONFERENZE DI ORGANIZZAZIONE DELLE SEZIONI E DEL PROVINCIALE ANPI DI ANCONA (in aggiornamento)

CONFERENZA DI ORGANIZZAZIONE ANPI  PROVINCIA DI ANCONA

SEZIONE

DATA/ORA

LUOGO

ANCONA

3-3-19

Ancona

ARCEVIA

17-02-19 ore 9.30

Arcevia

CONERO

CASTELFIDARDO

CERRETO d’ESI

23-02-19

Con Fabriano e Sassoferrato

CHIARAVALLE

17-02-19

Chiaravalle

FABRIANO

23-02-19

Con Cerreto d’E.e Sassoferr.

FALCONARA

FILOTTRANO

JESI

MEDIAVALLESINA

MONTESANVITO

OSIMO

26-1-19 ore 17.00

Osimo – Via Fontemagna 12

OSTRA

SASSOFERRATO

23-02-19

Con Fabriano e Cerreto d’E.

SENIGALLIA

SERRA SAN QUIRICO

03-03-19

TRECASTELLI

21-02-19 ore 18.00

Trecastelli

PROVINCIALE ANCONA

31 marzo 2019

Luogo da definire

La democrazia in piazza oggi a Sesto, per dire No a CasaPound

Ci sarà anche la presidente nazionale dei partigiani, Carla Nespolo, oggi al presidio di Sesto San Giovanni in piazza della Resistenza, sotto il municipio: «È inaccettabile – dice la presidente Anpi – che gli eredi di chi ha ridotto in macerie l’Europa, l’Italia e la democrazia, e sono stati sconfitti dagli antifascisti, si levino oggi a difensori della Patria». E ancora: «Sarà una bellissima, gioiosa e pacifica manifestazione dove esprimerò l’indignazione di tutti i cittadini democratici. La Patria è stata difesa dai partigiani combattendo, con immani sacrifici e a prezzo della vita, chi invece l’avrebbe voluta subalterna alla Germania di Hitler».

Se a nulla è valsa la mobilitazione per far recedere il sindaco della cittadina lombarda, Roberto Di Stefano, dal concedere questa sera una sala comunale a CasaPound, con il centrodestra seduto allo stesso tavolo dell’ultradestra (interverranno infatti esponenti di Forza Italia, deputati della Lega e di Fratelli d’Italia), a Sesto si risponderà con una grande, unitaria “Festa della democrazia”. Promossa dal Comitato antifascista insieme ad Anpi, Aned e altre associazioni, la Cgil con la Camera del Lavoro e la Uil, partiti di centrosinistra, movimenti civici, il Decanato con le associazioni cattoliche, e altri sodalizi religiosi, vedrà alternarsi – a partire dalle 16 e fino alle 23 – interventi, esibizioni teatrali, letture, testimonianze, la musica della Banda degli Ottoni.

«È gravissimo che un rappresentante di una Comunità insignita di Medaglia d’Oro al Valor Militare per la Resistenza conceda e utilizzi un luogo delle istituzioni, quindi di tutti, per un’iniziativa meramente politica e di segno fascista», affonda Nespolo.

«Non era mai successo nel corso del secondo dopoguerra che un’organizzazione neofascista mettesse piede a Sesto San Giovanni – aggiunge il presidente provinciale dell‘Anpi milanese, Roberto Cenati -. Lo Statuto della Città, inoltre, richiama con grande fermezza i valori dell’antifascismo e della Resistenza. Abbiamo chiesto al sindaco di non concedere lo SpazioArte, di proprietà comunale, richiamandoci appunto allo Statuto, senza però essere ascoltati. Organizzazioni come quella di CasaPound i cui militanti si definiscono fascisti del terzo millennio avrebbero dovuto essere sciolte, perché contrarie ai principi della Costituzione e alle leggi Scelba e Mancino».

A dire No a CasaPound anche il Movimento 5Stelle e la Lista popolare per Sesto mentre un pezzo della maggioranza comunale, “Sesto nel cuore”, ha preso le distanze dall’amministrazione.

A riservare parole fermissime don Virginio Colmegna, presidente della Casa della Carità: “Sentire che a Sesto si può sdoganare Casapound ci impone un’obbedienza costituzionale. Non è possibile permettere lo slogan contro l’Europa, con al contrario un’idea di un fascismo buono – ha aggiunto don Colmegna – e farlo proprio a Sesto, Medaglia d’Oro della Resistenza. Dire che non siamo d’accordo è il minimo. È un segnale preoccupante rispetto al tema dei diritti fondamentali e dei principi costituzionali”. Intanto si moltiplicano i loro messaggi di vicinanza agli antifascisti, tra i tantissimi quello dell’attrice Lella Costa, “Teniamoci stretti”, e senatrice a vita Liliana Segre: “Guardo con grande tristezza e anche pena questi personaggi che ancora oggi, dopo il fallimento di questi movimenti totalitaristi, portano avanti queste insegne e principi. La mia vita l’ho spesa contro queste cose”.

Il 22 gennaio Liliana Segre interverrà al Teatro alla Scala di Milano ad un’iniziativa organizzata per il Giorno della Memoria rivolta soprattutto ai ragazzi delle scuole medie superiori, ma aperta a tutti i cittadini. A realizzarla sono la sezione Anpi Scala, costituita 4 anni fa, l’Anpi di Milano e l’associazione Figli della Shoah. A portare i saluti del Comune sarà il vicesindaco, Anna Scavuzzo, e a introdurre i lavori sarà il giornalista Enrico Mentana, minacciato e insultato con una la lettera firmata da una svastica, al quale in queste ore in tanti stanno esprimendo solidarietà.

E a Milano si terrà il prossimo 2 marzo una manifestazione nazionale antirazzista che ha scelto il motto “People. Prima le persone”. A organizzarla una rete di 25 associazioni, tra le quali Anpi, Acli, Amnesty International, Arci, Comunità di Sant’Egidio, Emergency, Libera, I sentinelli, Terres des hommes e Insieme senza muri (che a nel capoluogo lombardo il 20 maggio 2017 organizzò una grandissima manifestazione contro il razzismo, in cui scesero in piazza 100.000 persone).

Questi gli obiettivi indicati nell’appello: “La politica della paura e la cultura della discriminazione vengono sistematicamente perseguite per alimentare l’odio e per creare cittadini e cittadine di serie A e di serie B. Per noi, invece, il nemico è la diseguaglianza, lo sfruttamento, la condizione di precarietà”. Recita ancora l’appello: “Crediamo che la buona politica debba essere fondata sull’affermazione dei diritti umani, sociali e civili perché pensiamo che le differenze non debbano mai diventare occasione per creare nuove persone da segregare, nemici da perseguire, ghettizzare o emarginare”.

E intanto già da oggi la democrazia e l’antifascismo saranno in piazza a Sesto.

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Per il giorno della Memoria un nuovo appuntamento con la storia

Giovedì 24 Gennaio 2019, presso la Sala Conferenze della Libreria Rinascita in Piazza Roma 7 ad Ascoli Piceno, sarà presentato il libro: “CRIMINALI DEL CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI BOLZANO” Sarà presente l’autore Costantino Di Sante, Direttore scientifico dell’ISML. Interverrà Antonino Intelisano, Procuratore generale militare emerito presso la Corte di Cassazione. Sarà ospite dell’iniziativa anche lo […]

In Polonia, “il vento reazionario si è trasformato in tempesta”

Il sindaco di Danzica, Pawel Adamowicz, assassinato durante un evento di beneficenzaL’omicidio di Pawel Adamowicz scuote i cittadini democratici non solo in Polonia ma in tutta Europa.

Il sindaco di Danzica, accoltellato domenica scorsa durante una serata di beneficenza e morto ieri dopo un lungo intervento chirurgico, era uno dei uomini più popolari del Paese; si spendeva per una città aperta e solidale, ed era tra i politici più in vista dell’opposizione al governo sovranista, conservatore ed euroscettico di Jaroslaw Kaczynski.

Negli ultimi anni, dopo aver militato in Solidarnosc, Adamowicz era divenuto un riferimento nella sua città e nel Paese, per le iniziative in sostegno dei diritti delle minoranze; della comunità Lgtb e dei migranti ai quali aveva aperto le porte cittadine, in diretto contrasto con l’esecutivo centrale.

Una manifestazione dei neonazisti polacchi (da https://www.ilpost.it/wp-content/uploads/2017/11/manifestazioni-polonia-indipendenza-18.jpg)

Per la presidente dei partigiani italiani, Carla Nespolo: «Il vento reazionario seminato dal governo polacco si è trasformato in tempesta con l’efferata aggressione a Pawel Adamowicz, sindaco di Danzica».

Si tratta di un «omicidio politico – continua la presidente nazionale Anpi – maturato nel clima di violenza alimentato in Polonia dalle forze di governo e dai gruppi neonazisti».

1939, Hitler entra a Danzica (dahttps://s.inyourpocket.com/gallery/111427.jpg)

Una morte che aggiunge «una nuova sanguinosa pagina nella storia di Danzica: città annessa al Reich nel 1939 dopo l’aggressione di Hitler alla Polonia».

L’assassinio non solo addolora ma è frutto grave del clima di odio che si sta diffondendo in Polonia, avvisa Nespolo.  A «conferma che l’attuale governo polacco è un drammatico problema per l’Unione Europea». E alla Ue, la presidente Anpi chiede «al più presto ulteriori e drastici provvedimenti per condannare un regime illiberale».

 

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È stato il vento

da http://www.reportageonline.it/wp-content/uploads/e%CC%80-stato-il-vento.jpg

Una giornata importante quella di sabato scorso, 12 gennaio, per la continuazione dell’esperienza di Riace, paese dell’accoglienza. Dopo le vicende degli ultimi mesi, sempre più forte si è fatta la convinzione di non disperdere il patrimonio di umanità, solidarietà, accoglienza e integrazione costruito in tanti anni di lavoro. Ora che le politiche del governo, con l’aggravante del decreto sicurezza, stanno mettendo a dura prova la possibilità di una buona accoglienza con la chiusura degli Sprar prima di tutto, è necessario trovare nuove forme e idee per andare avanti nel segno dell’umanità.

È quello che si propone il Comitato promotore della Fondazione “È stato il vento”, nome ispirato al ricordo della barca alla deriva portata dal vento sulle coste riacesi vent’anni fa. Alla conferenza stampa, oltre ai giornalisti, tante associazioni presenti tra cui l’Anpi, che da sempre segue e sostiene l’esperienza di Riace e, anche per questa nuova iniziativa, si è dichiarata pronta a collaborare e sostenere la Fondazione nei modi e nei tempi che verranno stabiliti. Insomma Riace, che non si è mai fermata, ha voglia di ripartire. Questo hanno affermato i soggetti promotori del comitato come Gianfranco Schiavone dell’Asgi, Associazione studi giuridici sull’immigrazione; il missionario comboniano Alex Zanotelli; Chiara Sasso della Rete dei comuni solidali; il magistrato Emilio Sirianni e il Presidente onorario del Comitato Giuseppe Lavorato, ex sindaco di Rosarno. Naturalmente in prima linea il sindaco sospeso Mimmo Lucano, con le sue parole pacate sempre piene di speranza e umanità; al contempo determinato a non arrendersi alle difficoltà in cui si trova. «È importante – ha detto Lucano – non far morire l’idea: Riace rimane la metafora della resistenza di chi non vuole riconoscersi in questa deriva di disumanità, odio e fascismo che pervade tutto il Paese».

Al momento nel borgo non ci sono più progetti, sono rimaste poche persone il cui sostegno è garantito dalla solidarietà concretizzatesi dall’estate scorsa ad oggi. L’obiettivo ambizioso della Fondazione è quello di rilanciare la Comunità sopperendo alla mancanza di contributi pubblici. Nessuno ha voluto minimizzare le difficoltà del progetto. Si devono ancora pagare tanti debiti, a partire da quelli degli anni passati, e recuperare i crediti bloccati dalla burocrazia. Riaprire le botteghe, il frantoio, la fattoria didattica e altre attività.

Non sarà facile, ma dall’entusiasmo dimostrato da tutti, Riace ancora una volta farà parlare della sua bella storia.

Mario Vallone, presidente Anpi Catanzaro

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La notte degli eroi normali

Gino Murgi, sindaco di Torre Melissa

«Lo rifarei mille e mille volte ancora. È stata una notte di sofferenza ma anche di grande umanità, di altruismo verso il prossimo». Non ha chiuso occhio dalla notte scorsa Gino Murgi, il sindaco di Torre Melissa che con i suoi concittadini ha salvato 51 giovani migranti curdi, ha soccorso le mamme che urlavano, i bambini piccolissimi imprigionati nella barca a vela incagliata sugli scogli sotto la pioggia con un mare agitato dalla tramontana. Nel pomeriggio quelle grida di aiuto risuonano ancora: «Sentire le urla è stato straziante, impossibile da dimenticare». I profughi che erano riusciti ad arrivare a riva cercavano di mettere in salvo i compagni di sventura. «Sono stato allertato alle 4 di notte e ho trovato tanti miei concittadini già all’opera, si erano gettati in mare, senza pensarci un istante». I soccorsi sono arrivati poco dopo. «Con i compaesani insieme ai carabinieri, ai villeggiati dell’albergo che si trova lì, ai volontari delle associazioni e della Croce Rossa, ci siamo dati da fare come potevamo». Dalle case hanno portato coperte e bevande calde, si è acceso il fuoco nella hall dell’hotel. «Fuori non si vedeva niente, faceva un freddo che ti tagliava le ossa, non credevo che i naufraghi fossero così tanti. Ho visto agenti dei carabinieri togliersi i giubbotti e darli ai quei poveri ragazzi; miei concittadini buttarsi tra le onde scure per salvare un giovane curdo che non riusciva a muoversi; liberare un neonato imprigionato nello scafo del barcone e sottrarre al mare un piccolo di tre anni e mezzo che piangeva”. Altri sono stati raggiunti con un pattino e strappati alla morte.

«Onore ai miei concittadini, ai carabinieri e ai volontari, onore alla mia terra – continua Murgi –. Quando si vivono momenti simili non si può dimenticare, non si può restare indifferenti, dobbiamo tendere la mano, aiutare e aiutare». Questa mattina il sindaco non è andato a riposare, si è invece è recato al Cara dove sono stati trasferiti i migranti. «Una struttura eccezionale, organizzatissima, dotata di ogni servizio e personale efficiente e molto molto solidale», spiega il sindaco Murgi. Che ne sarà di loro? «Immagino chiederanno asilo politico, certo il protocollo dovrà fare il suo corso…mi auguro tutto il bene del mondo per loro». Molti colleghi calabresi hanno chiamato Murgi offrendo sostegno: «Questa esperienza ha sensibilizzato ancor di più una Regione che da anni accoglie e integra. Dobbiamo e vogliamo restare umani».

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