“Un gesto vigliacco della feccia fascista”

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C’è un buco nero al posto delle 20 pietre d’inciampo in memoria delle famiglie Di Consiglio-Spizzichino e Di Castro che fino alla primavera del 1944 abitavano a Roma al civico 82 di via Madonna dei Monti, prima di essere state arrestate e uccise alle Fosse Ardeatine o nei campi si sterminio nazista. Nella notte tra il 9 e il 10 dicembre sono state divelte e rubate. Uno scempio compiuto nell’anno in cui ricorre l’80° delle Leggi razziali italiane e a poche ore dal 70° della Dichiarazione universale dei diritti umani.

“Un gesto vigliacco perpetrato dalla feccia fascista”, dichiara il comitato provinciale Anpi di Roma, esprimendo “il più profondo sdegno e stringendosi alla Comunità Ebraica romana”.

Quei cubi di cemento con targa d’ottone, grandi e profondi 10 cm, come i sanpietrini che lastricano le strade del centro capitolino, erano stati posti proprio per ricordare l’orrore della persecuzione contro gli ebrei. Ognuno ha inciso il nome della vittima con le date di nascita, di arresto, deportazione e morte (se conosciute).

Le pietre d’inciampo divelte (da https://images2.corriereobjects.it/ methode_image/2018/12/11/Interni/Foto% 20Interni%20-%20Trattate/Pietre%20inciampo %20Di%20Consiglio-0043-kivG-U30701009414644T9E- 1224×916@Corriere-Web-Sezioni-593×443.jpg?v =20181211115457)

Le mattonelle commemorative ideate dall’artista tedesco Gunter Demnig nel 1992, e poi installate in tutta Europa (a Roma sono circa 200,  istallate con il contributo dei discendenti delle vittime), ricordano ebrei, omosessuali, sinti, rom, testimoni di Geova, disabili fisici e mentali, oppositori del regime nazista e membri della Resistenza annientati dal progetto nazista . “Con tale gesto – continua l’Associazione cittadina di partigiani – i fascisti nostrani una volta di più rivendicano l’orrenda politica razzista nazifascista che portò ai campi di sterminio milioni di vittime innocenti e nel contempo vorrebbero cancellarne la memoria. Ma possono mettersi l’anima in pace. Non dimenticheremo, anzi la nostra memoria è più che mai viva e ricordiamo uno ad uno i nostri caduti e i loro carnefici”.

Dopo la denuncia di Adachiara Zevi, presidente dell’Associazione culturale Arte e Memoria e curatrice del progetto “Pietre d’inciampo a Roma”, la Procura ha aperto un fascicolo contro ignoti per furto aggravato dall’odio razziale e i carabinieri continuano i rilievi per individuare i responsabili di un atto che ragionevolmente deve essere stato premeditato: non è facile sradicare quei piccoli macigni, servono attrezzi mirati e il rumore deve essere stato notevole nel silenzio notturno dello storico rione Monti, di fronte al colle del Quirinale. Se immediata è stata la solidarietà di esponenti parlamentari, oltre ai rappresentanti delle due Camere, del governo della Regione e di tante altre associazioni democratiche, quanto accaduto fa pensare che gli autori di azioni tanto vergognose ritengano di restare impuniti.

L’Anpi Roma alla fiaccolata-sit in di lunedì sera, 10 dicembre, davanti al luogo dell’atto ignominioso

“L’Anpi di Roma chiede alle autorità e alle Istituzioni che una volta per tutte si agisca secondo le leggi vigenti nei confronti degli autori di questi misfatti, nei confronti di tutte le organizzazioni di stampo fascista e razzista e che si rimuova la abusiva memoria di coloro che agirono fiancheggiando i nazisti nell’abominio del razzismo e che alcuni vorrebbero essere a nome di vie e di piazze, come ad esempio tal vile Giorgio Almirante, razzista mai pentito della prim’ora”.

Intanto la sindaca Virginia Raggi ha annunciato di voler ripristinare velocemente le venti pietre d’inciampo trafugate disponendo il pagamento dei lavori necessari per realizzarne di nuove e posizionarle al loro posto.

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CRESCE COL TESSERAMENTO

Il 17 e 18 novembre l’Anpi è scesa in oltre 100 piazze d’Italia per allargare le fila dell’umanità e fare memoria attiva. Nelle sue giornate nazionali del tesseramento ha così incontrato centinaia e centinaia di cittadine e cittadine per stimolare partecipazione e senso di responsabilità di fronte a una stagione che vede il tentativo di ribaltare i valori che fondano la convivenza civile attraverso una scatenata e gridata sottocultura della ruspa. Una stagione mossa da chi vende giornalmente alle persone la menzogna dell’allarme sicurezza, individuando nell’impura razza migrante il nemico del benessere e dell’integrità fisica del Paese.

Ecco, l’Anpi ha scelto – in adesione alla sua storia e alla sua missione statutaria – di opporsi con gli strumenti della conoscenza, dell’informazione e della solidarietà attiva. E le giornate del tesseramento sono state una tappa importante di questo percorso. Così da Palermo ad Aosta giovani dirigenti e partigiani insieme hanno lavorato per dare continuità all’antico e sempre vibrante sogno della piena attuazione della Costituzione.

A Bolzano l’eterna ragazza Lidia Menapace ha intrattenuto i partecipanti con racconti e riflessioni segnate, al solito, da una preziosa ed efficace capacità persuasiva. A Vicenza la staffetta partigiana Teresa Peghin Wally e a Monserrato, in provincia di Cagliari, il partigiano combattente Piero Spiga non hanno lasciato un momento il gazebo in piazza. Tanti giovani ad ascoltare, molti così attenti e curiosi da tesserarsi per la prima volta o da rinnovare l’iscrizione. Un dato rilevante che fa ben sperare sulla possibilità per la nostra Associazione di poter continuare a svolgere il suo dovere anche con modalità comunicative all’altezza dei tempi.

I giovani, dunque. Ne abbiamo tra i nostri dirigenti. E a Empoli, Pisa, Aprilia (Latina), Bovisio Masciago (Milano), Rimini, Bagnacavallo (Ravenna), per citare solo alcuni tra Comitati provinciali e Sezioni, hanno costruito e gestito due giornate di bella, contagiosa e decisamente resistente creatività. A Empoli si è dato luogo a iniziative molto intense che hanno visto come protagonisti don Massimo Biancalani, coraggioso sacerdote di Vicofaro che ha fatto dell’accoglienza ai migranti un’inossidabile e vivace ragione di vita, e la nostra presidente nazionale Carla Nespolo. Tantissimi i partecipanti.

A Bagnacavallo, un “bagno” di musica, memorie, convivialità. Scrive Silvia Pergola: “Penso a domenica 18 novembre. All’Anpi di Bagnacavallo e alla sua gente, la mia gente. Penso alla voglia di raccontarsi di Mariagrazia; all’abnegazione di Anna; al dolce sorriso di Cristina; al sarcasmo fantastico di Luciano; all’instancabile attività di Giancarlo che dispensa complimenti e fazzoletti rossi; all’aria birichina di Davide; a Marcella e Chiara che hanno spadellato e impiattato sotto l’occhio attento di Paolo; a Cristina che è venuta da Bologna per conoscere la “mia ballotta”; ad Amadou che dalla Costa d’Avorio si è messo a disposizione con gioia chiedendo gli spiegassi cos’è l’Anpi e si è incantato davanti ai racconti e alle foto dell’incredibile viaggio in bicicletta di Mirko; al suono struggente del violino di Fabio che suona Bella ciao; alla voce calda e avvolgente di Luca che con il suo apostrofo rosso commuove e fa sognare il ritorno di un nuovo Berlinguer; all’indomita Valentina che dispensa sorrisi, abbracci e scatti fotografici ad ognuno.

Lo stare insieme di queste persone che rinunciano a una parte “dell’io” a favore “del noi”, incarna la concreta possibilità di fare la differenza; uniti attorno a un ideale si produce accoglienza, umanità, energia, integrazione. Si allontanano la paura, l’arroganza, l’opportunismo dell’ultima ora in cui si rinnega la propria storia”. Un tenero e fedele ritratto dell’essenza della nostra Associazione.

A Torino, nella Sala concerti del Conservatorio statale, si è svolta l’iniziativa centrale nella quale Carla Nespolo ha consegnato la tessera ad honorem dell’Anpi a Ilaria Cucchi, Domenico Lucano e Ugo Nespolo.

Tre appassionati combattenti per l’umanità e i diritti, visibilmente emozionati per la calorosissima accoglienza del folto pubblico. «Sono onorata di ricevere questo riconoscimento dall’Anpi – ha esordito nel suo intervento Ilaria Cucchi –. Continuerò la mia battaglia di giustizia per Stefano, ma anche per tutti gli ultimi senza diritti».

Torino, 17.11.2018, uno scatto dell’iniziativa delle consegna delle tessere ad honorem dell’Anpi. Da sinistra: Mimmo Lucano, Ugo Nespolo e Ilaria Cucchi

Il Sindaco di Riace si è espresso con la consueta, naturalissima e preoccupata chiarezza: «Questo Governo ci indica la strada della barbarie e della disumanizzazione –. Stiamo correndo il grave pericolo di una società autoritaria. Dobbiamo essere uniti, non dobbiamo frammentarci. Sui diritti umani occorre un’unica voce e forte». Ugo Nespolo, dal canto suo, ha fatto una interessantissima lezione di memoria con un sentitissimo appello finale: «Sul fascismo voglio citare il pensiero di Umberto Eco: “Mussolini non aveva una filosofia ma solo retorica, una liturgia militare. Una sgangheratezza politica unica. Ecco, pensate a oggi. All’ottusità di oggi. Il nostro dovere di intellettuali è smascherare il fascismo, sempre”».

La presidente nazionale Anpi, Carla Nespolo, durante l’intervento a Torino

Nelle sue conclusioni la Presidente nazionale Anpi Carla Nespolo ha invitato tutti a non rassegnarsi: «Oggi siamo in una fase difficile. Ma se guardiamo le partigiane e i partigiani seduti qui davanti sappiamo che ne abbiamo viste di più gravi. C’è un punto di vista democratico, di pace e accoglienza che non può essere sconfitto. La Costituzione non può essere sconfitta. Le ruspe non sono il nostro mondo. Non devono essere il mondo. Andiamo avanti, tutti insieme».

Due giornate, insomma, il 17 e 18 novembre scorsi, che costituiscono una tappa brillante del percorso di crescita dell’Anpi. Da mesi, grazie ad una quotidiana presenza operativa nei territori e a un intenso lavoro informativo registriamo molte adesioni, in particolare di persone smarrite, distanti dalla militanza politica e sociale, in cerca di un luogo dove poter indirizzare la propria volontà di ridare respiro ad un Paese preda di menzogne e barbarie. Una buona notizia, che ci permetterà di continuare ad essere, non per vanto ma per realtà, una risorsa di memoria civile e normalità democratica.


Vi proponiamo i video con gli interventi di Ilaria Cucchi, Mimmo Lucano, Ugo Nespolo e quello della presidente nazionale Anpi, Carla Nespolo. Ed anche una galleria di immagini prese in tutta Italia nelle giornate del tesseramento.




Ed ecco la galleria di foto sulle giornate del tesseramento con scatti e bellissimi volantini realizzati dalle Anpi























 

 

 

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Millennials, il futuro è l’Anpi. In nome della Costituzione

Partigiani di ieri. Bologna, 1945.

Hanno dai 20 ai 25 anni, in comune la necessità di sentirsi protagonisti responsabili del loro tempo. Non hanno perso la fiducia nella “bella politica” ma non si riconoscono più in movimenti e partiti. Cosa vogliono? Costruire una società a misura di donne e uomini, capace di includere e rispondere alle sfide democratiche di oggi.  Quanto hanno scritto racconta molto delle nuove generazioni e delle ragioni per cui l’Anpi è il punto di riferimento di chi vuol pensare e agire e sceglie di farlo operando nella grande famiglia antifascista .

 

«Ho creduto mio dovere civico, in un momento in cui vi è chi cerca di far morire una seconda volta questi morti, di contribuire per quanto posso a diffonderne il ricordo».

Vogliamo iniziare con le parole di Calamandrei questo nostro contributo, frutto di un lavoro a più mani di alcuni (più o meno) giovani iscritti all’associazione che condividono sensibilità e preoccupazioni forse dovute a una comune appartenenza generazionale. Ancora una volta è la Storia a ricordarci che non bisogna dare nulla per scontato; in questi ultimi anni abbiamo assistito a una progressiva inversione di rotta su valori essenziali come uguaglianza e libertà dell’essere umano, rispetto reciproco e cooperazione verso un mondo unito e migliore, ideali che sono alla base dei principi costituzionali italiani.

Piero Calamandrei in uno dei ritratti fotografici più noti

Ci siamo quindi chiesti quale sia il senso della nostra adesione all’Anpi nello scenario italiano e internazionale contemporaneo. In un contesto dove non solo i partiti stentano ma la politica come idea di partecipazione e confronto sembra abbia ormai ceduto il passo a forme più autoritarie e personalistiche di governo delle masse, crediamo che debba essere recuperato il valore della militanza e della politica, anche non partitica, nel suo senso più alto. La forza dell’Anpi sta nel suo essere associazione e pensiamo che, davanti a forze governative che mettono in discussione radicale l’impianto valoriale della Costituzione, debba prendere corpo un disegno politico e ideale che recuperi l’importanza della politica come fondamento della convivenza civile. L’attuazione di questo impegno deve a nostro giudizio passare dalla teoria e dalla pratica, potenziando cioè le competenze critiche di elaborazione politica da un lato e sviluppando le abilità pratico-organizzative dall’altro.

Se, come recita lo Statuto, uno dei compiti dell’Anpi è quello di «concorrere alla piena attuazione, nelle leggi e nel costume, della Costituzione Italiana» crediamo che il nostro lavoro sia quello di diffondere i valori antifascisti all’interno di una società molto articolata e complessa. Per farlo abbiamo però bisogno di entrambe le competenze, che portino e riportino contenuto a un dibattito politico che vediamo sterile e che non sa più porre le basi strutturali perché il confronto fra le posizioni possa avere luogo.

Pensiamo che utilizzare allo stesso momento le braccia e la testa non sia solamente una questione di volontà ma soprattutto di necessità, di cui l’Anpi deve farsi carico. Negli ultimi mesi abbiamo assistito a un forte aumento di tesserati alla nostra Associazione, persone di tutte le età che vedono nell’Anpi quello spazio politico in cui riconoscersi come antifascisti e portatori di un reale pensiero democratico che deve diventare azione politica, nel suo senso più alto. Abbiamo la necessità di pensare e raccontare un’Italia e un’Europa diverse da quelle che ci vengono proposte e che realizzino il mandato costituzionale italiano. Quindi, perché ci iscriviamo all’Anpi?

Giovani dell’Anpi di Bologna, i partigiani di oggi

Crediamo che la risposta sia: perché vogliamo riprendere in mano quel programma politico per il paese che è la Costituzione e vogliamo lavorare affinché si realizzi. Perché pensiamo che ci sia bisogno di riprendere a parlare di diritti, di emancipazione femminile e di genere, di lavoro, di scuola e sanità pubblica, di rifiuto della guerra, di accoglienza, di libertà religiosa e di laicità, e che questa discussione debba avvenire su un piano laico e precedente a quello del confronto tra le forze politiche.

Questo ci aspettiamo dalla nostra iscrizione all’Anpi e su questo siamo disposti a impegnarci sempre di più, per vedere finalmente quell’umanità al potere che raccoglie fondi per i bambini di Lodi, si schiera a fianco del modello di Riace e si ritrova nella Marcia per la Pace.

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Bertolucci, il Maestro del Novecento

Bertolucci al Teatro Petruzzelli, 28 aprile 2018, foto di Daniele Notaristefano

Pubblichiamo in esclusiva per Patria Indipendente il ricordo del grande regista da parte del presidente del Centro Sperimentale di Cinematografia.

 

È stato l’enfant prodige del cinema italiano e, credo, anche della cultura italiana. Aveva solo poco più di 20 anni, Bernardo Bertolucci, quando vinse il Premio Viareggio per la poesia con la raccolta di versi In cerca del mistero. E a quel tempo il “Viareggio” era davvero un premio importante, era l’“altro” premio insieme allo “Strega”. Certo, Bernardo nasceva bene, culturalmente parlando. Era il figlio di uno dei nostri poeti più illustri, Attilio Bertolucci, del quale cominciava a ripercorrere le orme: anche suo padre aveva vinto il Premio Viareggio, e per ben due volte. E in casa il giovane poeta s’era ritrovato a frequentare alcune delle maggiori personalità della cultura del tempo. Fra gli altri Alberto Moravia, Dacia Maraini, Cesare Garboli, Elsa Morante, Enzo Siciliano e – incontro fatale – Pier Paolo Pasolini. «Il mio primo incontro con Pasolini, amico di mio padre, fu a 14 anni – ha ricordato Bertolucci nella lezione di cinema che tenne il 28 aprile scorso al Teatro Petruzzelli di Bari in occasione del Bif&st, il Bari International Film Festival –. Una domenica sentii suonare alla porta di casa, a Roma; andai ad aprire, lui si presentò ma io lo lasciai lì davanti, chiudendo nuovamente la porta. Dissi a mio padre che c’era un tale che chiedeva di lui, che aveva un’aria strana, quasi da ladro, e che si chiamava Pasolini. E mio padre: “Ma come, è un grande poeta! Fallo entrare subito!”. Qualche anno dopo Pier Paolo scrisse la poesia A un ragazzo, in cui parlava del fratello partigiano, partito con un libro di Montale e una pistola nella valigia. La poesia finisce con due versi che recitano: “Ah, ciò che tu vuoi sapere, giovinetto, finirà non chiesto, si perderà non detto”. Quei versi racchiudevano qualcosa di molto doloroso per lui. Passarono degli anni e un giorno mi propose di fargli da aiuto regista. Gli dissi che non ero mai stato su un set, e lui: “Se è per questo, neanch’io!”. Ricordo che fu molto bello preparare Accattone, fare i sopralluoghi nelle borgate che Pier Paolo conosceva bene. Abitavamo vicini e ogni giorno salivo sulla sua Giulietta e andavamo sul set. Era molto scherzoso e a volte mi raccontava pezzi di sogni che faceva. Vidi nascere altri suoi film. Diversamente da me, non aveva fra i suoi modelli i registi della Nouvelle Vague, ma i primi piani de La passione di Giovanna d’Arco di Dreyer. Ricordo ancora l’emozione del giorno in cui mise la macchina da presa sulle ruote per una carrellata: fu qualcosa di estraneo al suo stile, perché lui diceva di volersi ispirare ai Primitivi toscani, alle feste dei Santi, che per lui erano le feste dei barboni, degli accattoni».

Il teatro Petruzzelli di Bari

Pasolini non l’aveva solo voluto come assistente nel proprio film di debutto, Accattone (1961), ma scriverà il soggetto e la sceneggiatura del film di debutto di Bernardo, La commare secca (1962). Bertolucci aveva 21 anni, che è poi l’età minima in cui gli allievi vengono ammessi a frequentare i corsi di regia alla Scuola Nazionale di Cinema del Centro Sperimentale di Cinematografia. Nessuna scuola di cinema, dunque, ma una rapida gavetta per il giovanissimo letterato, regista e sceneggiatore, una gavetta che lo porterà un paio d’anni dopo, quando di anni ne avrà 23, a realizzare il suo secondo film, Prima della rivoluzione (1964), ispirato alla stendhaliana Certosa di Parma (città natale di Bernardo), che fin dal titolo anticipa quel che avverrà di lì a poco: Partner, il suo terzo film, anch’esso di ispirazione letteraria (Il sosia di Dostoevskij) e godardiana (La cinese, 1967, ma soprattutto Fino all’ultimo respiro, 1960, film-manifesto della Nouvelle Vague), viene realizzato in pieno Sessantotto, con matura consapevolezza del tempo storico-politico in atto. «Io allora avevo già 27 anni, non ero un 18enne nel fiume della protesta – ha ricordato Bertolucci –. Osservavo dall’esterno ma mi piaceva molto assistere a quello che stava succedendo in Italia e in Francia. Credo che se c’è stato Ultimo tango a Parigi è anche grazie al Sessantotto, un momento di grande apertura, qualcosa di straordinariamente fresco che mi ha permesso di andare lontano nella libertà di fare film. In quel momento c’era infatti quasi un bisogno fisiologico di svecchiare, di allontanarsi da un cinema monologante, una sorta di autoconfessione personale, per passare a uno più aperto al pubblico, più dialogante, come fu appunto per Ultimo tango a Parigi. Il ’68 è stato la straordinaria elaborazione collettiva di un sogno: quello di cambiare il mondo, dell’immaginazione al potere, del ‘proibito proibire’».

Felice Laudadio

Prima della rivoluzione e Partner sono film sperimentali sui quali lo stesso Bertolucci esprimerà più tardi una serie di riserve ma che serviranno al giovane autore per impadronirsi dei mezzi espressivi e delle tecniche della narrazione cinematografica che di lì a poco gli consentiranno di realizzare uno dopo l’altro i suoi primi capolavori: i meravigliosi Strategia del ragno (1970), mirabilmente ispirato a un racconto di Jorge Luis Borges, e Il conformista (anch’esso del 1970), dal romanzo di Moravia, studiato nelle università americane di cinema come “film di testo”. “Un’esperienza sontuosa, emotivamente piena”, scrisse Pauline Kael, la prestigiosa critica cinematografica del New Yorker.  Pressoché tutti i film finora da lui realizzati verranno selezionati dai festival più prestigiosi: Venezia e Cannes.

Nessun festival internazionale, invece, per l’opera che segna l’affermazione a livello mondiale del trentunenne regista: Ultimo tango a Parigi. Il 14 ottobre del 1972 il film venne proiettato per la prima volta al Lincoln Center di New York. Pauline Kael profetizzò che l’opera avrebbe rappresentatoper la storia del cinema “una pietra miliare”, ciò che La Sagra della Primavera di Stravinskij aveva rappresentato per la storia della musica. Ma quel film segnò anche l’esplodere di uno scandalo giudiziario che in Italia non avrà più eguali.

Un fotogramma dell’Ultimo tango a Parigi

A fine dicembre 1972 Ultimo tango fu sequestrato per “esasperato pansessualismo fine a se stesso”. Il 2 febbraio 1973 si ebbe una sentenza d’assoluzione in primo grado che permise che il film venisse dissequestrato e proiettato nelle sale italiane e internazionali. Ma una prima condanna a qualche mese di carcere per il produttore Alberto Grimaldi, per Bernardo e per Marlon Brando sopraggiunse nel secondo processo d’appello il 20 novembre 1974. Infine, il 29 gennaio 1976, una definitiva sentenza della Corte di Cassazione condannò la pellicola alla distruzione, e addirittura al rogo. Bertolucci si industriò per bruciare provocatoriamente la sua copia personale del film sotto la statua di Giordano Bruno in Campo dei Fiori. Soltanto nel 1987 arrivò la sentenza di dissequestro e di proscioglimento per tutti gli imputati perché il reato non sussisteva. «Fu un’esperienza surreale. Alle elezioni del ’76 – ha raccontato il regista – non ricevetti il certificato elettorale. Pensai a un disguido burocratico per cui andai all’anagrafe elettorale a richiedere il documento; l’impiegato cercò il mio nome su una sorta di librone e venne fuori che mi era stato tolto il diritto di voto in conseguenza della condanna. Mi sentii per la prima volta profondamente ferito e umiliato. Oggi per fortuna nel nostro Paese questo tipo di censura non esiste più». Nel frattempo il film aveva battuto, anche grazie alla stupidità della censura, il record degli incassi di tutti i tempi: a fine sfruttamento Ultimo tango fece registrare la più alta cifra mai incassata da un film italiano: 150 miliardi di lire (adeguata alla rivalutazione). Ma non per questo la tv italiana ha mai ancora proiettato l’edizione integrale non censurata del film.

Jean-Paul Belmondo

È questa una delle ragioni per cui chi scrive ha deciso, quale presidente del Centro Sperimentale di Cinematografia che governa la Cineteca Nazionale insieme alla Scuola Nazionale di Cinema, di procedere al (pur costoso) restauro integrale in 4K dell’opera di Bertolucci, restauro curato dal Premio Oscar Vittorio Storaro per la fotografia e dal grande tecnico del suono Federico Savina per la colonna sonora e presentato in anteprima mondiale il 28 aprile scorso al Bif&st che ha conferito al regista, per mano di un altro Premio Oscar, Giuseppe Tornatore, il prestigioso Premio Fellini. In quella occasione Bernardo ha narrato all’immenso pubblico che affollava il Teatro Petruzzelli per la sua Lezione di cinema qualche retroscena legato al film. «All’inizio, per la parte del protagonista, avevo pensato a Jean-Paul Belmondo, ma dopo aver letto la sceneggiatura mi cacciò dal suo ufficio dicendomi che non aveva alcuna intenzione di girare un porno, tale essendogli sembrato a causa delle scene di sesso previste dal copione. Decisi quindi di rivolgermi a Jean-Louis Trintignant che però rifiutò ammettendo con molto rammarico di non riuscire a stare nudo davanti alla macchina da presa. Fu quindi la volta di Delon a cui invece l’idea del film piacque al punto da volerlo coprodurre. Era evidente che intendeva acquisire un suo controllo, ma stavolta fui io a declinare la proposta, volendo preservare la mia libertà creativa. Così una sera, mentre ero a cena con amici a Piazza Navona, qualcuno suggerì il nome di Brando. Riuscii a far venire Brando a Parigi all’hotel Raphael, dove era solito andare Rossellini [“Non si può vivere senza Rossellini”, ha sempre amato dire BB, NdR]. Gli raccontai la storia del film in un minuto e mezzo e in un inglese improbabile, mentre lui in silenzio guardava in basso senza mai alzare gli occhi. Poi mi disse che stava cercando di capire quando avrei finito di agitare il mio piede per il nervosismo! Mi chiese quindi di vedere Il conformista, il mio film reduce da un grande successo internazionale e, terminata la visione, si alzò sorridendo e mi invitò ad andare qualche giorno a Los Angeles, dove avremmo parlato più a fondo della sceneggiatura, prima di passare alla realizzazione. Fu la mia prima volta in quella che, più che una città, mi sembrò un immenso parcheggio, ma ne rimasi subito affascinato. Arrivato a Los Angeles, mi trovavo al Beverly Hills Hotel in preda al jet lag, quando Brando mi chiamò per avvisarmi che sarebbe passato a prendermi entro mezz’ora. Così fu: ci dirigemmo a casa sua, a Mulholland Drive, per una strada sterrata lungo la quale ricordo che incontrammo una femmina di coyote con i suoi cuccioli. Sono andato da lui tutti i giorni per un mese e abbiamo parlato di tutto – dell’eternità, della vita, della morte – tranne che del film, segno che non c’era alcun pregiudizio da parte sua». E accettò di interpretarlo.

Anche per l’incredibile vicenda giudiziaria e soprattutto per i suoi giganteschi incassi al botteghino, Ultimo tango a Parigi ha comunque contribuito a determinare la fama internazionale di Bertolucci e ad aprirgli le porte di Hollywood. E infatti nel 1976 egli può girare il costosissimo e lunghissimo Novecento con grandi nomi del cinema italiano e internazionale fra i quali Robert De Niro, Burt Lancaster, Gérard Depardieu, Donald Sutherland, Sterling Hayden: grandiosa e potente epopea che racconta cinquant’anni di storia padana, di lotta di classe, di fascismo e antifascismo, di lotta partigiana di Liberazione. Film destinato anch’esso a suscitare non solo ottimi incassi in Italia ma anche accese polemiche politiche fra i dirigenti del Pci, partito al quale Bernardo aveva aderito e dal quale ritenne di doversi allontanare, ma senza alcuna diatriba.

A questo capolavoro del cinema contemporaneo faranno seguito due film considerati ingiustamente minori, anche se effettivamente non all’altezza delle opere precedenti: La luna (1979), che narra un ambiguo e difficile rapporto fra una madre (Jill Clayburgh) e il suo figlio adolescente, e La tragedia di un uomo ridicolo (1981), con Laura Morante e Ugo Tognazzi che otterrà a Cannes il premio per il miglior attore.

Il definitivo trionfo internazionale arriva nel 1987 quando Bertolucci conquista ben nove Oscar, fra i quali quello per la migliore regia (unico regista italiano), con un film straordinario, epocale, inimitabile qual è L’ultimo imperatore. Il film fu un grande successo a livello mondiale e permise a Bernardo di approfondire ulteriormente i suoi interessi e le antiche curiosità per il mondo dell’estremo Oriente con la realizzazione, nel 1993, dopo Il tè nel deserto del 1990 tratto dal celebre romanzo di Paul Bowles, di un altro kolossal d’autore, il discusso Piccolo Buddha, con Bridget Fonda e Keanu Reeves.

Nel frattempo Bertolucci comincerà ad avvertire i primi sintomi di quella grave forma di patologia che lo costringerà negli ultimi anni, progressivamente, prima al bastone, poi al deambulatore e infine alla carrozzella. Ma questa condizione fisica non gli impedirà di realizzare, l’uno dopo l’altro, altri quattro film, produttivamente meno impegnativi ma non per questo meno importanti: Io ballo da sola (1996), il prezioso L’assedio (1998), scritto, come altri suoi film, con sua moglie, la sofisticata e intensa regista e sceneggiatrice Clare Peploe, The Dreamers (2003) e infine, ormai obbligato alla carrozzella, Io e te (2012, dal romanzo di Niccolò Ammaniti), quattro opere intimistiche e in qualche modo “private”.

Con Bernardo Bertolucci scompare uno dei più grandi e importanti autori della storia del cinema di tutti i tempi. Un geniale regista, un coraggioso produttore, un intellettuale di rara eleganza, sagacia, cultura, ironia e spirito d’osservazione. E un militante politico e coltissimo che nei suoi ultimi mesi di vita dichiarava, senza giri di parole, la propria angosciosa consapevolezza della disastrosa situazione politica che il nostro Paese sta vivendo.

Felice Laudadio, presidente del Centro Sperimentale di Cinematografia, giornalista professionista, critico di cinema e televisione, produttore e sceneggiatore, manager culturale, ideatore e direttore di manifestazioni e festival cinematografici

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