Perché chi ama la Patria è antifascista

Il monumento a Cefalonia che ricorda la strage nazifascista del 1943

La strage nazista di Cefafonia fu la tragedia di un’esplosione d’odio tra alleati diventati improvvisamente nemici in un luogo ameno nel quale nessuno avrebbe mai potuto immaginare che potesse accadere. Questo è vero perché quell’isola dal dolce paesaggio, distesa nel mare Jonio, era stata una specie di oasi di pacifica convivenza per italiani e tedeschi fino alla sera dell’8 settembre, quando l’amicizia tra le parti cominciò a convertirsi in odio. I militari italiani (la divisione “Acqui” e alcuni corpi della marina, dei carabinieri e della guardia di finanza), da camerati sarebbero diventati nemici, accusati di un presunto “tradimento” (di nient’altro, invero, che della loro decisione di non consegnarsi passivamente al nemico e di non disattendere i pur ambigui ordini del governo Badoglio diramati insieme all’annuncio dell’armistizio). Dopo sette giorni di duro ed eroico combattimento, il 22 settembre, le truppe italiane ‒ sopraffatte soprattutto dalla preminente aviazione tedesca, isolate da un fantomatico Comando supremo e prive di rifornimenti, ignorate dagli anglo-americani ‒ furono costrette alla resa. Sui sopravvissuti, ovvero sui militari ormai ridotti alla condizione di prigionieri di guerra, imperversò, implacabile, assecondando gli ordini di Hitler, una criminale

furia “punitiva” teutonica, in spregio ai codici del diritto internazionale e dell’onore militare.

La tragedia trasformò in un inferno quello che appena pochi giorni prima era stato il luogo di una felice convivenza di “camerati” tra loro differenziabili soltanto per i colori delle divise, un po’ impigriti dal fatto stesso di trovarsi in una piccola isola distante dalla guerra guerreggiata, in un mite clima di quieta quotidianità che avrebbe potuto essere quello ben rappresentato in un film di Gabriele Salvatores, Mediterraneo, premiato con l’Oscar anche se, forse, ormai caduto nell’oblio. Lì, soltanto qualche giorno prima, sarebbe stato ben difficile evidenziare – ammesso che ci fossero – sentimenti ed idee diversi da quelli che la formazione ricevuta e l’esperienza vissuta nei due rispettivi ed alleati regimi, il fascista e il nazista, avevano introiettato nelle menti dei militari di entrambe le parti.

Cefalonia, la bellissima spiaggia di Myrtos

È impossibile sapere quanti, sulle basi di quella formazione, tra gli italiani (compreso il loro comandante, il generale Antonio Gandin) potessero dirsi propriamente fascisti e quanti, tra i tedeschi, propriamente nazisti. Ma è certo che persino il riconoscersi come “fascisti” era diventato di colpo, e tragicamente, incompatibile con il riconoscersi alleati dei “nazisti”. Il conflitto era esploso nei termini di un’improvvisa ed elementare incompatibilità delle due “patrie”. E, nel caso degli italiani, l’idea di patria, data la sua fallace fondazione fascista, era entrata in contraddizione con se stessa. Si avvertiva l’impossibilità di essere dei “patrioti” continuando, nel contempo, ad ubbidire al fascismo, così come invece pretendevano i tedeschi ponendo, in concreto, il loro drastico aut-aut: “scegliete di passare dalla nostra parte , oppure affrontateci in combattimento da nemici”. Alla fine, bastò semplicemente aver salvato l’onore dell’essere “italiani” per subire il fuoco dei plotoni di esecuzione tedeschi, in una serie di sistematiche azioni criminali, con un bilancio di morti enorme, stimato in oltre 10.000 vittime (di cui 390 ufficiali e 9500 soldati).

Cefalonia 1943. Soldati italiani poco prima dello scontro con i tedeschi

Quei fatti sono arcinoti nelle loro cause e approfonditamente perlustrati nella loro dinamica militare dalla storiografia, per quanto sia ancora un problema soltanto parzialmente risolto quello della loro piena e “legittima” inclusione nella storia dell’antifascismo e della loro più corretta interpretazione nel quadro delle vicende della Resistenza e della guerra di Liberazione.

Alla risoluzione di questo problema offre un contributo decisivo il recente libro di Marco De Paolis ed Isabella Insolvibile (Cefalonia- Il processo, la storia, i documenti, edito da Viella, nella collana “I processi per crimini di guerra tedeschi in Italia”, diretta dal medesimo De Paolis e da Paolo Pezzino, per l’Istituto nazionale Ferruccio Parri). Il processo di cui lì si parla è quello, conclusosi con una condanna all’ergastolo in contumacia, a carico di un infame e poco pentito ex caporale di Kippnheim, l’arzillo ultranovantenne Alfred Stork, (nella vita civile del dopoguerra un oscuro portinaio) che era stato tra i fucilatori della “Casetta rossa”, la località dell’isola dove erano stati vilmente trucidati almeno 317 ufficiali.

L’Anpi-Palermo “Comandante Barbato” ‒ condividendo l’iniziativa del professore Antonio Scaglione (vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura Militare) di presentare il libro nel corso di un convegno organizzato ad hoc nella sede della “Società di storia patria”, lo scorso 26 ottobre ‒ ha contribuito a fare emergere nuovi elementi di corretta interpretazione storica da un dibattito già pervenuto ad importanti risultati nel Convegno di Napoli promosso e animato dall’allora presidente dell’Anpi, ora presidente emerito, Carlo Smuraglia, nel gennaio 2015; un dibattito, sempre più criticamente consapevole dell’esigenza di rileggere anche dal Sud il processo resistenziale-antifascista per coglierne l’unitarietà di indivisibile fenomeno nazionale.

Il sottoscritto autore di questo articolo ha avuto l’onere di essere il presentatore ufficiale svolgendovi la “relazione storica”, cui ha fatto seguito quella del co-autore del libro, dottor Marco De Paolis (Procuratore militare della Repubblica a Roma), in un intenso e assai partecipato pomeriggio di riflessione inaugurato dagli interventi del prof. Gianni Puglisi (già rettore dello Iulm di Milano e presidente della Società siciliana di Storia Patria) e del citato prof. Antonio Scaglione e poi concluso dal vice presidente nazionale Anpi Ottavio Terranova.

Questione dominante della “relazione storica”, al di là del bilancio storiografico della memoria sui fatti bene approntato nel libro da Isabella Insolvibile, è stata quella di una disamina critica dei fattori che hanno reso tardivo e non sempre scontato (almeno fino al determinante intervento risolutivo, il 1° marzo 2001, del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi) il riconoscimento del valore originario e fondante che i tragici fatti di Cefalonia assumono per la lotta guerreggiata antifascista, come per altri versi è accaduto anche per quanto riguarda la valutazione delle Quattro giornate di Napoli (27-30 settembre 1943).

Il fatto è che il processo resistenziale è stato a lungo interpretato soprattutto con una dominante considerazione dei suoi sviluppi ufficiali nella “guerra di Liberazione”, dopo la togliattiana “svolta di Salerno” del marzo 1944, sotto la guida dei partiti antifascisti: in tale interpretazione il valore “resistenziale” delle azioni di lotta è stato a lungo ancorato, fondamentalmente, alle visuali antifasciste dei partiti e alle loro proposte per la democrazia da ricostruire, subendone gli inevitabili condizionamenti ideologici. Non era facile coglierlo laddove tali azioni fossero insorte come pura opposizione all’arroganza, alla violenza e alla barbarie nazifasciste, in termini di elementare civismo e patriottismo, nonché di rivolta esistenziale. E, questo, ancor meno per Cefalonia, dove i soldati italiani, come si è già ricordato sopra, avevano deciso (a seguito di un informale “referendum” indetto tra le truppe dal generale Gandin) di affrontare i tedeschi in combattimento piuttosto che accettare l’umiliazione di “cedere le armi”, senza che nel loro comportamento, nel loro “orgoglio patriottico”, fosse individuabile una qualche evidente vocazione antifascista. Anzi ‒ giova ancora ripetere e sottolineare ‒ nel caso specifico quella scelta apparteneva ad una gioventù in armi che si era formata nel fascismo e che nell’immediato non pareva possedere, in genere, ben riconoscibili risorse culturali e idealità alternative per distanziarsene.

In quella situazione drammatica nella quale il crollo del fallimentare Stato del regno sabaudo verificatosi l’8 settembre (la sconfitta e la resa senza condizioni, il disonore del governo Badoglio, l’indecorosa fuga del re e dei comandi militari da Roma, la consegna della flotta agli ex nemici, lo sfacelo dell’amministrazione pubblica, il “tutti a casa” dell’esercito in rotta) aveva distrutto la “patria” della retorica enfatizzata dal fascismo, per le quiete ed isolate truppe dislocate a Cefalonia fu lo stesso patriottismo, sotto la spinta dell’onore militare da difendere, a diventare oggettivamente antifascismo.

Come riuscire ‒ ci si è chiesti nel prosieguo della “relazione storica” ‒ a far consistere in tale spinta patriottica, di per sé a-ideologica, il valore neo-risorgimentale antifascista del sacrificio della divisione “Acqui” quando il concetto stesso di “patria”, reso deforme dall’appropriazione indebita operatane dal fascismo, aveva subito un così evidente svilimento da renderne almeno diffidenti i partiti della rinascente democrazia antifascista? Lo si è appena detto sopra: era difficile, molto difficile sanare la frattura, superare gli effetti dell’“inimicizia”, che il fascismo aveva provocato tra una falsante, sciagurata e retorica idea di patria e l’idea di democrazia. Ci sarebbe voluto del tempo, al di là delle lacerazioni morali del corso stesso della guerra di Liberazione, per ristabilire e riconoscere una sintonia tra patriottismo e antifascismo; e, in proposito, fu merito assai precoce dell’Anpi l’avere aperto la strada giusta, con la significativa, e in un certo senso “coraggiosa”, decisione di chiamare Patria Indipendente il suo ufficiale organo di stampa.

Strage di Cefalonia. Il ritorno in Italia delle salme

Intanto, per molti anni, il lutto dei pochi sopravvissuti a quella tragedia restò, per così dire, un lutto privato, estraniato dalla coscienza pubblica, non rielaborato dalla “memoria collettiva” in formazione nella repubblica democratica del dopoguerra. E a tale estraniamento, aggravandolo, corrispose la lunga impunità concessa ai responsabili della strage, ai criminali nazisti, per un intrecciato gioco di opportunità omertose e di fattori di realpolitik della magistratura tedesca e di quella italiana, alimentato da poco nobili intenti di reciproca autoassoluzione per le responsabilità condivise, nonché giustificato politicamente dalla comune preoccupazione anticomunista nel clima della “guerra fredda”.

Così il processo contro l’ex caporale Stork, dopo uno squallido percorso di occultamenti e di colpevoli omissioni, ovvero di “giustizia negata”, è stato l’unico istruito per i fatti di Cefalonia e conclusosi con un’esemplare sentenza di condanna, ma di un aguzzino ormai ultranovantenne. E, affinché venisse istruito, c’è voluta la casuale scoperta, nel 1995, da parte di un giornalista, di quell’“armadio della vergogna” nel quale erano stati archiviati ed occultati i fascicoli relativi ai crimini militari nazisti. E si sono resi necessari, per addivenire ad un atto di giustizia, il senso alto della giustizia e l’indefesso impegno professionale di un magistrato del livello di Marco De Paolis. Il libro di cui egli è co-autore raccoglie i preziosi materiali giudiziari prodottisi nel corso del suo tenace e meritorio lavoro e costituisce un approdo per la storiografia alla ricerca della verità. In esso, e nell’importante relazione svolta a Palermo, De Paolis ha ricostruito sia la dinamica di quel suo lavoro, sia l’intero corso di un’indecente vicenda che costituisce “l’ambito entro il quale la parola giustizia sembra proprio che manifesti meglio che in qualsiasi altro contesto la propria sostanziale inadeguatezza”. Un’inadeguatezza alla quale può porre rimedio ‒ come ha ben sottolineato Ottavio Terranova nell’intervento conclusivo del Convegno, riassumendone il senso e i risultati e richiamando particolarmente alcune esemplari testimonianze antifasciste meridionali da quelle sacrificali rese anche a Cefalonia a tutte le altre nel corso della guerra di Liberazione ‒ una memoria storica resa attiva per il presente e per il futuro, ben al di là, appunto, della stessa “giustizia” tardiva ed ormai quasi impossibile dei tribunali: la memoria che continua ancora a dettare la sua “lezione civile” contro la barbarie nazifascista e contro il pericolo di vederla riprodursi in altre, inedite forme.

Prof. Giuseppe Carlo Marino, storico, Presidente onorario dell’Anpi Palermo

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Oggi, 9 novembre 1938: la notte dei cristalli

Gli antefatti

La Kristallnacht, «notte dei cristalli», fu un feroce pogrom nel novembre del 1938 che coinvolse tutte le comunità ebraiche tedesche, sue vittime dirette ed immediate. La filiera organizzativa era chiara. Ad istigarlo fu il ministro della propaganda Joseph Goebbels ma a realizzarlo furono soprattutto le milizie paramilitari delle SA, in ciò attivamente aiutate da alcuni cittadini tedeschi. Il consenso era diffuso, tra le élite così come nella società. La motivazione occasionale, addotta come scusa, era lo «sdegno» e la «rabbia» per il ferimento, e poi la morte, di un funzionario diplomatico tedesco impiegato a Parigi, Ernst Eduard vom Rath, per mano di un giovanissimo rifugiato polacco, di origini ebraiche, Herschel Grünspan. Si trattava per l’appunto di un pretesto, che fu addotto per dare corso ad un’inenarrabile ondata di violenze contro gli ebrei tedeschi.

Da http://www.focusonisrael.org/2009/11/09/notte-dei-cristalli/

I fatti

Nella notte tra il 9 e il 10 novembre 1938 il pogrom antisemitico, organizzato da una parte del regime hitleriano contro gli ebrei tedeschi, raggiunse il suo culmine. Si trattava di una finta sollevazione popolare, in realtà organizzata, diretta e fomentata da esponenti del partito nazista, dalle milizie armate in camicia bruna, dalla «gioventù hitleriana» e coordinata dal collerico ministro della propaganda Joseph Goebbels, regista principale delle violenze. Già il 7 novembre, nei territori della Germania e dell’Austria, quest’ultima da pochi mesi annessa al Reich tedesco, così come di quella parte della Cecoslovacchia che stava cadendo sotto il tallone nazista, erano iniziate manifestazioni antiebraiche, culminate in atti violenti fino all’omicidio di civili indifesi. Ad esse si erano accompagnati assalti e poi incendi ai danni delle sinagoghe, dei luoghi di riunione, dei commerci e delle abitazioni ove risiedevano cittadini ebrei. In un cupo crescendo, nelle ore e nei due giorni successivi si arrivò ad una escalation di violenze fino ad allora ancora senza pari. Nella mattinata del 10 novembre, l’intero territorio di lingua tedesca dell’Europa centrale sottoposto alla signoria nazista risultava essere stato attraversato come da una scossa tellurica, con non meno di 400 cittadini ebrei assassinati. Le vittime, calcolando anche quelle dei giorni immediatamente successivi, avrebbero poi raggiunto una cifra complessiva variabile tra i 1.300 e i 1.500 individui, nella quasi totalità maschi. Alla tragedia umana si accompagnavano le distruzioni materiali. Più di 1.400 luoghi di culto ebraici furono saccheggiati, devastati e poi in buona parte bruciati. La medesima sorte toccò ad una grande parte dei cimiteri e agli esercizi commerciali, in una sorta di sabba del vandalismo di Stato.

Da https://it.wikipedia.org/wiki/Notte_dei_cristalli#/ media/File:The_day_after_Kristallnacht.jpg

La notte dei cristalli infranti

L’uso convenzionale dell’espressione Kristallnacht o Reichskristallnacht ma anche Reichspogromnacht («notte del pogrom del Reich») o Novemberpogrom, più comunemente intesa e tradotta come «notte dei cristalli», nacque in quei giorni tra gli stessi nazisti per definire – in termini di massimo scherno per le vittime – l’insieme delle violenze, attraverso il richiamo all’immagine della miriade di vetri e cristalli distrutti dalla furia dei manifestanti, durante le infinite le aggressioni. Nei giorni immediatamente successivi al 9 novembre (data che indicava anche la sconfitta della Germania guglielmina nella Prima guerra mondiale, nel 1918, quando il Kaiser Guglielmo II abdicò, fuggendo in Olanda mentre veniva proclamata la Repubblica) le milizie di partito, coadiuvate della polizia tedesca, si adoperarono per arrestare arbitrariamente almeno 30mila cittadini ebrei, con il duplice obiettivo di intimidire la comunità ebraica, radicalizzando le violenze, ed estorcerne una parte dei beni. Un ricatto che effettivamente riuscì. Degli arrestati, poi deportati nei campi di concentramento, soprattutto nei lager di Sachsenhausen, Dachau e Buchenwald, 700 di essi vi perì, mentre ad una parte restante fu restituita temporaneamente la libertà, a patto che si impegnassero ad abbandonare la Germania. Nel complesso, durante le violenze “popolari”, la polizia non intervenne, limitandosi a vigilare a distanza i luoghi in cui si consumavano i tumulti, affinché, tra quanti non vi partecipavano, non si registrassero feriti. I vigili del fuoco, a loro volta, furono invitati a circoscrivere gli incendi, evitando che si estendessero ai fabbricati e agli edifici “ariani” limitrofi.

Adolf Hitler

I tragici risultati

Non vi furono processi a carico dei vandali e degli assassini se non nei casi, piuttosto rari, di alcune violenze sessuali ai danni delle vittime di sesso femminile. Il capo di imputazione, in questo caso, non era costituito dallo stupro ma dall’«attentato alla purezza della razza» che gli aggressori avevano compiuti ai danni della “nazione ariana”. Le comunità ebraiche tedesche furono obbligate a risarcire il controvalore economico dei danni arrecatigli dagli aggressori, dovendo rimborsare quello stesso Stato tedesco che aveva fomentato le violenze. Al pari della surreale condizione di una persona scippata che deve pagare lo scippatore dei beni che questi gli ha sottratto. Benché la responsabilità politica e morale delle inaudite violenze e degli assassini ricadesse interamente sull’intero regime, una parte dei suoi esponenti non fu direttamente coinvolta nella loro esecuzione, esprimendo semmai disapprovazione non verso gli atti criminali in sé ma per il modo – ovvero il saccheggio indiscriminato – con il quale si erano consumati e conclusi. Nella dinamica dei fatti, così come tra le pieghe della storia, è poi emerso il conflitto di potere che si consumò in quei giorni tra Goebbels, da una parte, ed altri esponenti del regime nazista, come Heinrich Himmler, comandante delle SS e delle polizie tedesche, o Hermann Göring, potente capo dell’aviazione e diretto fiduciario di Hitler. Ancora una volta, l’oggetto del contendere non era la criminosità degli atti ma il fatto, in questo caso, che a prendere l’iniziativa fosse stato un singolo ministro, accusato dai suoi omologhi di bramosia di potere, causando danni sì agli ebrei ma, di riflesso, anche notevoli disagi al resto dei tedeschi. Di Goebbels si disse quindi da parte di costoro che fosse stato un «irresponsabile». La dimensione, a tratti quasi catastrofica, del saccheggio era evidente. Una parte delle élite nazionalsocialiste temeva che ciò avrebbe causato danno al prestigio germanico dinanzi agli occhi del mondo. Come dire: violenze sì, ma non sulle pubbliche piazze. Da subito la Germania dovette confrontarsi con i contraccolpi economici del pogrom, che si rivelarono decisamente seri, essendo stati colpiti gangli vitali delle sue attività, soprattutto di quelle commerciali. Questo, benché sarebbero state le stesse vittime a pagare il conto dei danni subiti, fu un fatto in parte sancito già il 12 novembre 1938, con una conferenza presieduta da Göring, il quale esordì affermando rabbiosamente: «ne ho abbastanza di queste manifestazioni. Non è agli ebrei che fanno torto, ma a me, perché io sono l’autorità responsabile del coordinamento dell’economia tedesca. Se oggi si distrugge un negozio ebreo, se si getta la mercanzia sulla strada, la compagnia di assicurazioni pagherà i danni e l’ebreo non avrà perso niente […] È insensato saccheggiare tutti i magazzini ebrei e bruciarli, perché in seguito una compagnia di assicurazione tedesca sia chiamata a regolare il conto. E si bruciano i prodotti di cui si ha disperatamente bisogno, intere partite di vestiario e altro ancora, e tutto quanto di cui abbiamo necessità. Potrei anche dar fuoco alle materie prime quando ancora non sono state trasformate in prodotti!».

Il “regista” della notte dei cristalli Joseph Goebbels (da https://it.wikiquote.org/wiki/ Joseph_Goebbels)

Il bilancio politico

Nel complesso, la partecipazione della popolazione tedesca al pogrom fu molto contenuta se non assente, benché il tutto fosse poi presentato come una spontanea manifestazione antiebraica. Ma l’opinione pubblica si rivelò sostanzialmente assenziente rispetto a quei misfatti, non manifestando alcuna opposizione di fatto. Lasciò che le cose avvenissero. In una miscela di risentimento (contro gli ebrei, visti ora come un pericoloso corpo estraneo rispetto alla “nazione razziale” germanica), di compiaciuto asservimento (alle direttive e alle istigazioni provenienti dagli apparati di regime), di falsa rispettabilità (qualcosa del tipo: “se ce la prendiamo con gli ebrei una ragione ci sarà pure”). Il nazismo si era già sufficientemente radicato in Germania ed era visto da molti tedeschi come un regime duro e spietato ma motivato da fini più che condivisibili; soprattutto, indirizzato a restituire al paese l’«onore», la potenza e la forza perduti con la fine della Prima guerra mondiale. Di sé dava l’idea che avrebbe comunque tutelato gli interessi nazionali. In cinque anni, dalla sua ascesa al potere e dalla trasformazione del suo cancellierato in dittatura, Hitler aveva enormemente consolidato la credibilità personale, e del suo sistema di potere, agli occhi di molti tedeschi. Per proseguire nel suo programma politico doveva però indicare, in misura sempre più spasmodica e radicalizzata, dei nemici, interni ed esterni, contro i quali adoperarsi. Passando, laddove possibile, alla violenza e quindi alle vie di fatto. L’intenzione di arrivare ad una guerra europea era già stata espressa, d’altro canto, da Hitler medesimo ai vertici delle forze armate germaniche. Era solo una questione di tempo, necessitando un’organizzazione non solo militare ma anche civile e sociale adeguata all’obiettivo di scardinare i già traballanti equilibri europei. Su questo, in fondo, molti tedeschi si sarebbero rivelati consenzienti. Così come con l’idea di una «guerra tra concezioni del mondo», un conflitto ideologico tra il bene (la Germania «ariana») e il male (il «giudaismo internazionale», al quale erano attribuite le peggiori nequizie). La «notte dei cristalli», tra il 9 e il 10 novembre, si inseriva in questo processo di feroce progressione verso la catastrofe europea.

Quel che resta del 1938

Il 1938 fu nel suo complesso, per l’ebraismo ma anche per l’Europa ancora libera, un anno tragico, segnando definitivamente la fine delle ultime, residue speranze di un assestamento dell’antisemitismo di Stato dei nazisti su posizioni non troppo estremistiche. Gli ebrei tedeschi, e quelli dei Paesi che sarebbero stati conquistati di lì a non molto dalle truppe tedesche, venivano non solo discriminati ed emarginati ma perseguitati in maniera sempre più aperta e radicale. Quello stesso anno era stato contrassegnato dall’avvio di una lunga politica di espansione territoriale della Germania: l’annessione dell’Austria, l’inizio dello smembramento della Cecoslovacchia, il ripetersi delle pretese naziste su altri territori europei, rivendicati poiché abitati anche da persone di lingua tedesca. La campagna isterica contro gli ebrei si inseriva in questo quadro di patologica enfatizzazione del diritto della “nuova Germania”, tale poiché unità razzista, di stabilire una progressiva, indiscutibile signoria sul Continente. Stavano per smottare i vecchi equilibri geopolitici sanciti dagli accordi di pace del primo dopoguerra e stavano per cadere, con essi, anche i diritti dei popoli.

Claudio Vercelli, storico, Università cattolica del Sacro Cuore

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A scuola (media) con CasaPound

Da https://www.itismarzotto.it/esperienze-eventi/fascismo/lascuo1.jpg

L’aula magna di una scuola media, frequentata dunque da alunni poco più che bambini, affittata a CasaPound. Succede a Carcare, nel territorio di Savona, dove il Comune ha deciso di concedere ai fascisti del terzo millennio il locale più prestigioso di un istituto comprensivo statale per lo svolgimento di una conferenza dal titolo “Il meccanismo dell’Euro e i suoi effetti negativi sulle comunità locali”. All’iniziativa, in calendario la sera del prossimo 9 novembre, sono attesi tra gli altri il responsabile provinciale di CP e pure un ex candidato del partito alle ultime elezioni politiche.

A ribellarsi è il Comitato provinciale Anpi insieme alle locali Acli, la Cgil, l’Aned, ‘l’Arci e l’Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea: “La scuola è il luogo pubblico per antonomasia – affermano – ed è inaccettabile che chi si ispira al nazifascismo vi trovi spazio per propagandare le proprie idee che riteniamo in antitesi con i valori democratici sanciti dalla Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza”.

Secondo il sindaco Christian De Vecchi, a guida di una lista civica appoggiata dal centrodestra, è invece tutto in regola: “Questa amministrazione, apartitica – ha dichiarato il primo cittadino di Carcare – non pone veti a nessuno, purché operi nel rispetto delle regole e della legalità. Credo continua il numero uno del Comune – che limitare la libertà di espressione sia un concetto di natura fascista, non certo il contrario”.

Peccato che in questo caso, sottolineano Anpi e associazioni democratiche “si tratti di concedere uno spazio pubblico a un movimento che, come dimostrato da moltissimi episodi in tutta Italia, propone idee che vanno oltre il perimetro delle regole costituzionali, repubblicane e di convivenza civile” e propongono “come unica risposta a tutti i problemi la guerra verso chi è più debole ed in difficoltà: in primis i migranti e gli stranieri”.

I partigiani ricordano che “nell’ultimo periodo moltissime amministrazioni comunali italiane, di tutti i ‘colori’ politici ma fermamente democratiche (non ultimi i Comuni di Parma e di Genova), hanno deciso di non mettere a disposizione spazi pubblici a movimenti o associazioni che manifestano ideologie xenofobe, razziste ed omofobe e che si ispirano, direttamente o indirettamente, al fascismo e al nazismo”.

Un’immagine di Carcare (Savona)

La richiesta all’Amministrazione è di revocare la concessione dell’aula magna e di dotarsi di una norma che vieti la concessione di luoghi pubblici a movimenti che ancora oggi si riconoscono nell’ideologia nazifascista. Infine l’Anpi savonese, auspica che “simili episodi siano utili per coalizzare tutte le realtà democratiche ed antifasciste in una grande mobilitazione nazionale per richiedere al governo e al Parlamento italiani il recepimento nel nostro ordinamento giuridico della risoluzione del Parlamento europeo del 25 ottobre 2018”.

Nel documento richiamato si invitano espressamente tutti gli Stati membri ad adottare ulteriori misure per prevenire, condannare e contrastare la retorica dell’odio e i reati generati dall’odio e a contrastare la diffusione del razzismo, del fascismo e della xenofobia”, esortando “a contrastare le organizzazioni che incitano all’odio e alla violenza negli spazi pubblici e a vietare di fatto i gruppi neofascisti e neonazisti e qualsiasi altra fondazione o associazione che esalta e glorifica il nazismo e il fascismo”.

Chissà se “l’apartitico” sindaco De Vecchi lo ha almeno letto.

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Marea antifascista, CasaPound kaputt

Moltissimi sono scesi in piazza per la prima volta, altri non lo facevano da tempo. La risposta democratica di Trieste, città Medaglia d’Oro al Valor Militare per la Resistenza, è andata ben oltre la volontà di dire No a CasaPound che l’aveva scelta, con un raduno nazionale, per “festeggiare la vittoria” nella Prima guerra mondiale.

Il presidente del Comitato provinciale Anpi Fabio Vallon non nasconde soddisfazione e orgoglio per la riuscita della manifestazione che, nel corteo “Liberiamoci dai fascismi. Osmobodimo se Fašizmov”, ha visto sfilare 7.000 persone, un numero superiore ogni reale attesa. Neppure la questura si aspettava tanta gente (le stime ufficiali riferiscono 5.000). Un risultato storico per Trieste, a memoria d’uomo. «Abbiamo lavorato tantissimo e siamo molto contenti, nella consapevolezza di aver fatto qualcosa di giusto e di bello per l’intera città e, crediamo, anche per tutta l’Italia. Ringrazio tutte e tutti». Alla mobilitazione hanno partecipato giovani e anziani, lavoratori e pensionati, intere famiglie con bambini piccoli, nonostante l’invito “a rimanere a casa” del Comune. C’erano tutte le Anpi del Friuli Venezia Giulia e tante anche dal Veneto, tutte le associazioni e i partiti democratici all’iniziativa promossa dall’Associazione dei partigiani con Cgil, Acli, rete antifascista. «Abbiamo vinto, ha vinto la democrazia”, aggiunge il presidente Vallon riferendosi al flop dei neofascisti (in 2000, nonostante fossero giunti da tutta Italia). «Trieste e il Nord-Est hanno dimostrato quanto sono vivi i valori di unità, civiltà e democrazia della Resistenza. Ci auguriamo sia stata un’esperienza utile non solo per la nostra multietnica, strana e complicata città». Un nuovo punto di partenza, dunque, per proseguire nell’impegno quotidiano. «La storia della lotta di Liberazione ci ha insegnato che bisogna lavorare per l’unità delle forze antifasciste, puntando sui punti in comune, nel rispetto delle diversità di pensiero e tradizione democratica. Con questo spirito unitario andremo avanti nel contrastare i nemici del vivere civile e della democrazia, chi era in piazza sabato 3 novembre sono gli amici del vivere giusto e dei valori sanciti nella Costituzione, i valori fondanti della Repubblica Italiana».

La prefetta Anna Paola Porzio ha telefonato personalmente al presidente Anpi Trieste esprimendo il suo compiacimento per la pacifica manifestazione e ringraziando per il lavoro svolto.

La partigiana Lidia Menenapace alla manifestazione triestina (la seconda nella foto da sinistra). Selfie di Enrica Berti dell’Anpi Castello Sette Martiri (VE)

La chiusura della manifestazione è stata affidata alla partigiana Lidia Menapace, del Comitato nazionale Anpi, applaudita anche durante il percorso. «Ha detto di essersi divertita tantissimo», riferisce Vallon. Il giorno dopo in città per il centenario della fine della Grande guerra c’è stata la visita del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che nel suo discorso è tornato a indicare la via dell’Europa e del rispetto dei diritti umani e alle minoranze: “La Costituzione Italiana, nata dalla Resistenza, ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie; privilegia la pace, la collaborazione internazionale, il rispetto dei diritti umani e delle minoranze” ha detto il Capo dello Stato, sollecitando i giovani a esercitare la memoria attiva. Parole che per per l’Anpi rappresentano l’impegno quotidiano e uno delle ragion d’essere del sodalizio.

Vallon il 4 novembre era in Croazia, per la sezione Anpi Muggia. Ogni anno italiani, sloveni e croati insieme celebrano la battaglia di Kucibreg, dove dal 4 al 25 novembre 1944, nei combattimenti contro i nazifascisti, cadde quasi per intero il battaglione partigiano muggesano “Alma Vivoda” della Divisione Garibaldi Natisone, l’unico che operava in Istria, composto soprattutto da operai di Muggia: morirono nei cruentissimo scontri oppure deportati nei campi di prigionia. «È una commemorazione bellissima che racconta dell’impegno comune per la pace e la convivenza tra popoli: i discorsi ufficiali sono tenuti a turno mentre la bandiera dell’Unione Europea sventola a quella italiana, slovena e croata». Qualche mese fa, ad Aquileia, alla presenza della Presidente nazionale Anpi Carla Nespolo è stato siglato un accordo di collaborazione con gli antifascisti sloveni. «Ora stiamo lavorando per un protocollo simile con la Saba, l’equivalente dell’Anpi in Croazia, vorremmo sottoscriverlo per dicembre», anticipa Vallon. «In quei luoghi, partendo dalla lotta di Liberazione dal nazifascismo – conclude il presidente dell’Anpi di Trieste – ribadiamo che i valori di fratellanza ed uguaglianza condivisi da secoli dalle genti di tre Paesi, sono alla base della nostra Europa democratica».

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La Resistenza e la sua luce

Pier Paolo Pasolini – Foto di Deborah Beer – Archivio Cinemazero Images, Fondo Gideon Bachmann (da https://i0.wp.com/www.themammothreflex.com/wp-content/uploads/2015/10/Pasolini-davanti-alla-torre-di-Chia-Foto-di-Deborah-Beer.jpg?resize=1024%2C682&ssl=1)

La mattina del 2 novembre 1975, a Ostia, il litorale di Roma, il corpo massacrato di PPP venne ritrovato in una stradina sterrata dell’Idroscalo. A riconoscerlo fu l’amico e attore Ninetto Davoli. Per l’omicidio fu condannato Pino Pelosi, di diciassette anni, ma quella morte – i reali esecutori e i mandanti – è ancora tra i grandi misteri italiani. Nel 2016 è stata istituita una commissione parlamentare di inchiesta.

Sulla Resistenza, nel settembre 1968, Pasolini in un’intervista così disse: «Nel ’44-’45 e nel ’68, sia pure parzialmente, il popolo italiano ha saputo cosa vuol dire – magari solo a livello pragmatico – cosa siano autogestione e decentramento, e ha vissuto, con violenza, una pretesa, sia pure indefinita, di democrazia reale (…)».

La poesia La Resistenza e sua luce venne pubblicata nella raccolta La religione del mio tempo, edita da Garzanti nel 1961 e ora in P.P.Pasolini, Tutte le poesie, a cura di W.Siti, vol. I, “Meridiani” Mondadori, Milano 2003, pp. 944-947

 

Così giunsi ai giorni della Resistenza

senza saperne nulla se non lo stile:

fu stile tutta luce, memorabile coscienza

di sole. Non poté mai sfiorire,

neanche per un istante, neanche quando

l’Europa tremò nella più morta vigilia.

Fuggimmo con le masserizie su un carro

da Casarsa a un villaggio perduto

tra rogge e viti: ed era pura luce.

Mio fratello partì, in un mattino muto

di marzo, su un treno, clandestino,

la pistola in un libro: ed era pura luce.

Visse a lungo sui monti, che albeggiavano

quasi paradisiaci nel tetro azzurrino

del piano friulano: ed era pura luce.

Nella soffitta del casolare mia madre

guardava sempre perdutamente quei monti,

già conscia del destino: ed era pura luce.

Coi pochi contadini intorno

vivevo una gloriosa vita di perseguitato

dagli atroci editti: ed era pura luce.

Venne il giorno della morte

e della libertà, il mondo martoriato

si riconobbe nuovo nella luce…

Quella luce era speranza di giustizia:

non sapevo quale: la Giustizia.

La luce è sempre uguale ad altra luce.

Poi variò: da luce diventò incerta alba,

un’alba che cresceva, si allargava

sopra i campi friulani, sulle rogge.

Illuminava i braccianti che lottavano.

Così l’alba nascente fu una luce

fuori dall’eternità dello stile.

Nella storia la giustizia fu coscienza

d’una umana divisione di ricchezza,

e la speranza ebbe nuova luce.

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