La Resistenza, Bernardo Bertolucci e un inedito

È un gioiellino “I miei primi 25 aprile”, TJ idee 2016. Un libro illustrato dedicato ai bambini delle elementari scritto da Bernardo Bertolucci e dai partigiani Ibes Pioli “Rina” e Renato Romagnoli “Italiano”. I disegni, come anche gli altri della collana dedicata dalla casa editrice alle feste civili (la Liberazione, il Primo maggio, il 2 giugno, l’8 marzo) sono di Tommi, giovane artista bolognese.

Bertolucci, come tutti gli autori, offrì i suoi ricordi e scrisse il volumetto senza alcun compenso. Il progetto è stato condiviso con l’Anpi Emilia Romagna e l’Ismli che mise a disposizione la consulenza storica di Claudio Silingardi.

“I miei primi 25 aprile” venne distribuito gratuitamente in 100.000 copie (un record assoluto) da Coop Alleanza 3.0 in tutta Italia. Nacque tutto da una lettera, ci racconta Jaia Pasquini, direttrice Tj Idee.

Il libro “I miei primi 25 aprile” è immediatamente disponibile in tutte le librerie online (Amazon, Ibs, ecc) oppure può essere richiesto direttamente alla casa editrice: tutti i contatti a www.tjidee.it (Ndr)

 

Bernardo Bertolucci donò per il libro “I miei primi 25 aprile” anche alcuni versi autografi del padre Attilio. uno dei più grandi poeti del Novecento

21 ottobre 2015

Gentilissimo Maestro,

(…)

Il 25 aprile. La Resistenza, la Liberazione, i Partigiani. Non crediamo siano solo pezzi di storia del nostro Paese che ne permeano ancora la vita, non foss’altro perché siamo una democrazia, abbiamo una costituzione, etc….

La Resistenza, la Liberazione, i Partigiani sono anche, e forse oggi dopo più di 70 anni sarebbe bello fossero soprattutto emozione e sentimento condiviso.

Per tentare di renderli tali, riteniamo sia utile ripartire dai più piccoli. Per farlo in modo da riuscire ad essere efficaci in questo tentativo riteniamo si debba tener conto di due cose: quelli delle scuole elementari di oggi sono i primi bambini i cui nonni sono nati dopo il fascismo, la guerra, la liberazione. La seconda cosa, che dalla prima deriva, è che questo significa che il racconto cessa di essere per loro una storia e diventa qualcosa di più astratto e quindi non così facile da capire. E da interessarli.

In più, in nessun ciclo, e tanto meno alla scuola primaria, si arriva davvero alla Seconda Guerra Mondiale, per cui la conoscenza di ciò che è accaduto ieri è affidata ad iniziative estemporanee e alla sensibilità dei singoli insegnanti.

Alla luce di queste considerazioni chiediamo la Sua disponibilità ad aiutarci a pensare a qualcosa che riesca a “parlare” della Resistenza, del suo significato e dei suoi protagonisti ai bambini perché è proprio ora che il filo della trasmissione diretta si sta esaurendo, che il rischio di perdere il contatto con ciò che è stato e il suo valore è più forte.

Una delle pagine de “I miei primi 25 aprile”

È chiaro che non si possono raccontare ai piccoli solo fatti, per i quali chiederemo aiuto a due Partigiani e a uno storico, oltre che ai libri, naturalmente. In troppo pochi ne verrebbero interessati e sarebbero recettivi. Riteniamo, invece, vadano individuate delle chiavi che i bambini già maneggino, assumendosi la responsabilità e il rischio di fare qualche astrazione e attualizzazione. A noi piacerebbe, e per questo abbiamo pensato a Lei avendo in mente il Suo Novecento, anche ad una chiave emotiva, romantica, che accompagni e colori i fatti e la storia.

A cosa resiste un bambino? Per cosa parteggia una bambina? Cosa significa per loro essere liberi?”

È con questa mail che contattammo Bernardo Bertolucci. Quando gli chiedemmo un aiuto per raccontare, in un libro illustrato, ai bambini di oggi cosa siano stati e cosa ora significhino e rappresentino, il 25 aprile e la Resistenza, nessuno di noi conosceva Bernardo Bertolucci. O meglio: lui non conosceva nessuno di noi. Né qualcuno intercedette. Semplicemente gli scrivemmo una mail e lui, solo 5 giorni dopo averla ricevuta, con questa mail che in parte ho riportato, rispose così:

26 ottobre 2015

“Cara Jaia,

la ringrazio per la sua bellissima lettera, coinvolgente, toccante.

Ho cominciato a sentire parlare dei Partigiani e della Resistenza quando avevo 7/8 anni, nel ’48, ’49, e di partigiani ce n’erano intorno ancora tanti, ancora giovani, ancora battaglieri, ancora pieni di racconti picareschi.

A me bambino sembravano tutti eroi eppure li si incontrava magari al bar o magari qualcuno di loro veniva a trovare mio padre a Baccanelli, dove abitavamo, a 5 km da Parma, per parlare di letteratura e anche di poesia.

Tra di loro c’era anche chi era uscito da poco dalle prigioni fasciste in cui gli avevano rubato anche dieci anni della sua giovinezza.

Come vede per me è un tema ancora caldo, ma non so come poterla aiutare praticamente. forse vorrebbe lei incontrarmi con alcune domande e partire da lì?”

Bernardo Bertolucci

Un’altra pagina de “I miei primi 25 aprile” scritto da Bernardo Bertolucci per la casa editrice TJ idee

Ovviamente ho voluto incontrare Bertolucci e, ovviamente, la stampa di questa risposta l’ho incorniciata il giorno stesso in cui l’ho ricevuta.

E così è cominciato il lavoro insieme per “I miei primi 25 aprile”, con i suoi racconti, aneddoti personali di ricordi di bambino, e con le correzioni, pagina per pagina, riga per riga, del testo. E anche questo dà la misura dell’impegno e della convinzione con cui ha partecipato a un piccolo progetto per bambini sulla Resistenza e il 25 aprile, un artista con l’unico Oscar per la regia vinto da un italiano in bacheca e la stella incastonata sulla Walk of Fame di Los Angeles.

Jaia Pasquini, direttrice TJ idee

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La guerra è finita, crepate in pace

Militari italiani catturati durante la disfatta di Caporetto reclusi in un campo di prigionia a Cividale del Friuli (Archivio Corbis – da http://www.scenaillustrata.com/public/spip.php?page=anteprimastampa&id_article=4198)

Su seicentomila soldati italiani internati nel 1918 nei campi di concentramento austriaci e tedeschi, (Mauthausen e Theresienstadt, Rastadt, Wittenberg, per citarne alcuni, nomi impressi nella memoria collettiva), centomila non fecero ritorno alle loro case, morirono letteralmente di fame perché i nostri capi di governo, Sonnino e Orlando in testa, rispettivamente presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, si rifiutarono di inviare gli aiuti alimentari necessari al loro sostentamento.

Alla base di questa ecatombe, ignorata dalla stragrande maggioranza degli italiani e portata alla luce solo nel 2000 da Giovanna Procacci, [Soldati e prigionieri italiani nella Grande guerra, Bollati Boringhieri], ci furono dunque precise responsabilità politiche.

Le condizioni dei prigionieri italiani erano spaventose, i soldati erano denutriti, molti di loro arrivarono a pesare in media 42 kg, si ammalavano di tubercolosi o di tifo petecchiale o morivano di freddo perché gli indumenti erano inadatti per quelle rigide temperature invernali.

Si legga questa lettera sfuggita alla censura militare e spedita il 24 febbraio 1917 dal campo di Mauthausen (Austria) a Roma:

“[…] qui mia cara moglie ci fanno morire di freddo e di fame, come anche per i pidocchi. Da mangiare ci danno una pagnotta ogni otto soldati, che dobbiamo dividerci, toccando appena cento grammi di pane per ognuno che si mangia in sei bocconi. Riceviamo un’aringa per uno la sera con tre o quattro pezzetti di patate o carote ed un mescolo di acqua calda; ecco tutto il rancio che ci passano giornalmente; questo serve per sostenerci, dato che non ci reggiamo più in piedi per la gran fame. I nostri panni sono stracciati e moriamo di freddo con la neve e siamo costretti a dormire per terra con dei grossi pidocchi mai visti sulle mie carni”.

Per attenuare la fame i prigionieri bevevano grandi quantità di acqua, ingoiavano erba, terra, pezzetti di legno e carta, anche sassi, per raccattare qualche avanzo delle cucine di campo si gettavano in pieno inverno nei canali di scolo col rischio di contrarre la dissenteria o la polmonite. I nostri prigionieri si trovavano dunque in condizioni disumane, condizioni note al nostro ceto politico che si oppose risolutamente all’invio di aiuti che venivano sollecitati da più parti e che erano stati autorizzati dalle stesse Austria e Germania, incapaci di far fronte alla forte domanda di pane, indumenti e medicine visto il numero esorbitante di prigionieri.

Un’ulteriore conferma di questa spaventosa situazione ci giunge dalla testimonianza dell’ufficiale Carlo Salsa, autore del famoso memoriale “Trincee”, dal campo di Theresienstadt, ov’era anch’egli prigioniero dopo la rotta di Caporetto: “Al campo della truppa, i nostri soldati vengono lasciati morire di fame come per una distruzione sistematica: nessun aiuto giunge dalla patria che sembra aver rinnegato questi combattenti sfortunati, caduti in prigionia durante le prime eroiche offensive del Carso per quella fatalità che solo chi non ha vissuto la realtà della guerra può rifiutarsi di comprendere […] Pare che un sordo rancore incomba su questi soldati: mentre i prigionieri francesi, inglesi, perfino russi vengono forniti di viveri direttamente dai loro governi, i nostri sono abbandonati”.

Il disinteresse del governo italiano per i suoi prigionieri fu aspramente criticato all’estero assumendo i contorni di uno scandalo internazionale, nessun Paese belligerante si comportava alla stessa maniera dell’Italia; francesi e inglesi, ad esempio, avevano organizzato un servizio per i loro prigionieri per il quale ogni soldato riceveva due chili di pane la settimana. La Francia, nostra alleata, si era offerta di inviare grano e farine anche ai nostri prigionieri in Germania, se lo Stato italiano si fosse impegnato a pagarne l’importo. La risposta fu negativa. Pressioni sul nostro governo vennero fatte anche dalla Croce Rossa Internazionale, per tutta risposta le fu intimato, espressamente da Sonnino, di cessare l’invio di pane ai prigionieri “continuando invece a consentire tale invio si effettui da parte delle famiglie e dei Comitati”. Affidandosi al solo aiuto delle famiglie, Sonnino non teneva conto di due fattori: il primo, che un terzo dei prigionieri italiani non riceveva alcun tipo di soccorso dalle famiglie perché poverissime; il secondo, che la distribuzione dei pacchi individuali inviati dagli enti caritatevoli, da semplici cittadini solidali e dalle famiglie che se lo potevano permettere era del tutto disorganizzata e priva di ogni controllo, i pacchi difficilmente giungevano a destinazione perché venivano manomessi o trafugati durante il trasporto o peggio ancora i viveri si guastavano perché i treni restavano fermi alla dogana per giorni interi.

Anche in Italia l’opinione pubblica informata dei fatti cominciava a protestare ed alcuni esponenti politici investirono il governo di una serie di interrogazioni parlamentari. Ma il governo era ormai arroccato su posizioni di rifiuto assoluto di invio dei soccorsi, giustificandosi col fatto che il mantenimento dei prigionieri spettava allo Stato che li aveva resi prigionieri, come stabilivano gli accordi internazionali. La convenzione dell’Aja del 1907, in effetti, prevedeva che l’assistenza dei prigionieri spettasse al governo ospitante, tuttavia il quadro storico era radicalmente mutato e le norme della convenzione si rivelarono immediatamente inadeguate a risolvere un problema di quella portata. Quelle norme erano state pensate per guerre limitate e di breve durata, e conseguentemente anche i periodi di prigionia sarebbero stati brevi, e non per una guerra di massa come la Prima guerra mondiale che aveva mobilitato milioni di uomini. Con le cifre impressionanti di decine di migliaia di prigionieri fin dalle prime battaglie del ’14 (45.000 russi fatti prigionieri dai tedeschi a Tannesberg e 85.000 austriaci catturati dai russi nella battaglia di Leopoli) risultava impossibile rispettare l’accordo; i governi erano oggettivamente incapaci di mantenere sul proprio territorio centinaia di migliaia di prigionieri (si pensi che in Germania alla fine del 1916 ce n’erano ben 1.750.000!). Il problema dell’assistenza ai prigionieri s’impose quindi a tutti i Paesi belligeranti, pertanto alcuni di essi, come la Francia e la Gran Bretagna, si convinsero di attuare un piano di aiuto diretto ai propri soldati, inviando a proprie spese viveri, medicine e vestiario, per tutelare la sopravvivenza dei propri uomini. L’Italia invece si ostinò a non prendere in carico la sorte dei suoi prigionieri, adducendo motivazioni a questo punto pretestuose e determinando perciò la morte di centomila prigionieri.

Prigionieri italiani a Cividale (da http://www.scenaillustrata.com/public/spip.php?page=imgpage&id_document=8900)

Furono dunque i governi nemici colpevoli di questa immane crudeltà come sempre hanno sostenuto i nostri governanti o sono stati proprio questi ultimi responsabili della loro morte? Non ha dubbi la storica Procacci secondo la quale “la morte in massa dei soldati prigionieri fu provocata, e addirittura voluta, dal governo italiano, e soprattutto dal Comando Supremo”.

Colpisce la precisazione della Procacci, notoriamente prudente nei suoi giudizi, circa la deliberata volontà del ceto politico e militare di lasciar crepare di fame i nostri soldati.

E qui si aprono alcune ipotesi agghiaccianti: l’immagine dei prigionieri italiani malati e sofferenti sino allo stremo veniva brandita dal nostro Comando Supremo per spaventare i nostri soldati impegnati al fronte e dissuaderli da eventuali tentativi di arrendevolezza al nemico. Essi dovevano preferire il piombo delle mitragliatrici nemiche piuttosto che finire prigioniero in un lager austriaco o tedesco.

L’altra ragione ancora più raccapricciante che spiegherebbe il rifiuto del governo italiano di prestare soccorso ai nostri prigionieri è che essi, in particolare dopo la rotta di Caporetto (300.000 prigionieri) furono tutti considerati disertori, soldati che si erano consegnati volontariamente al nemico per non continuare a combattere. In realtà, la percentuale dei soldati che commisero il reato di diserzione, passando al nemico, fu minima. Il Comando Supremo arriva addirittura a diffondere voci calunniose presso le famiglie dei soldati prigionieri, come possiamo dedurre da questa lettera del 21 agosto 1917 di un padre al proprio figlio internato a Mauthausen. Il giovane non figura negli elenchi dei disertori: “Tu mi chiedi il mangiare, ma a un vigliacco come te non mando nulla; se non ti fucilano quelle canaglie d’austriaci ti fucileranno in Italia. Tu sei un farabutto un traditore; ti dovresti ammazzare da te. Viva sempre l’Italia, morte all’Austria e a tutte le canaglie tedesche: mascalzoni. […] Non scriver più che ci fai un piacere”.

Prigionieri italiani in Austria con le divise di prigionieri morti anche di altre nazionalità (da http://www.scenaillustrata.com/public/spip.php?page=imgpage&id_document=8896)

L’equazione prigioniero-disertore autorizzava lo Stato italiano a non sentirsi moralmente responsabile della vita dei suoi uomini che potevano al contrario essere messi pubblicamente alla gogna. Così non fu preso alcun provvedimento e i soccorsi furono affidati all’assistenza privata. Solo alla fine della guerra il governo italiano decise di inviare in via sperimentale soccorsi alimentari ai prigionieri. Ma era troppo tardi, migliaia e migliaia di prigionieri erano già morti nei campi.

In conclusione, la questione umanitaria venne deliberatamente ignorata dalle nostre autorità civili e militari con pretesti e motivazioni false. Un atteggiamento che ha condannato a morte centomila soldati italiani che avevano combattuto per la patria. Dalle “città dei morenti”, come venivano chiamati i lager austriaci e tedeschi, si leva sommessa la voce di chi oggi chiede verità e giustizia.

Salvatore Pugliese, ricercatore universitario a Paris X-Nanterre

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INVITO Informazione e comunicazione_Una giornata per la democrazia

Buongiorno,
l’ANPI Marche, d’intesa con l’Assemblea legislativa e la Regione Marche, nell’ambito delle “Attività della Regione Marche per l’affermazione dei valori della resistenza, dell’antifascismo e dei principi della Costituzione Repubblicana” di cui alla l.r. 15/13 ha deciso di promuove per il 1° dicembre 2018 una giornata di riflessioni  sul tema informazione e democrazia.
Nella giornata si svolgeranno due eventi.
Il primo, la mattina, dalle ore 9 alle ore 11,  rivolto agli studenti, sarà dedicato specificamente alla comunicazione social (vedi allegato), vedrà la partecipazione, insieme a quella del Presidente provinciale dell’ANPI di Ancona, Daniele Fancello, del Magnifico Rettore UNIVPM, Sauro Longhi, del Presidente dell’Assemblea legislativa delle Marche, Antonio Mastrovincenzo, di Luca Conti, giornalista e docente di Web marketing dell’Università Milano-Bicocca, sarà ospitato nell’Aula magna dell’Istituto secondario superiore Galileo Galilei, via Salvador Allende Gussens, Ancona.  
Il secondo, con la partecipazione del coordinatore regionale ANPI, Lorenzo Marconi, del Presidente della regione Marche,  Luca Ceriscioli, di Luca Mariani, giornalista parlamentare AGI e scrittore, Luca Conti,  giornalista e docente di Web marketing dell’Università Milano-Bicocca, Franco Elisei, Presidente dell’Ordine dei giornalisti delle Marche, Alessandra Massi, responsabile ANSA Marche, sarà introdotto da una breve comunicazione di Guido Lorenzetti, della Federazione internazionale dei Resistenti, sulla stampa clandestina. la tavola rotonda affronterà il tema “Articolo 21 della Costituzione: informazione e democrazia”, e si svolgerà alle 16,30 al Ridotto del Teatro delle Muse, piazza della Repubblica, Ancona.
Riteniamo che tali iniziative siano di pregnante attualità  anche alla luce degli innumerevoli attacchi a cui da tempo è sottoposta la libertà di stampa e di informazione, simboli emblematici della crescente sofferenza del nostro sistema democratico.
Certo della vostra attenzione e partecipazione vi invio cari saluti

Le partigiane di ieri e le lotte di oggi

«Saremo in piazza, donne e uomini insieme – ha detto Carla Nespolo, presidente nazionale Anpi, annunciando l’adesione dell’Associazione alla manifestazione nazionale promossa per oggi da “Non una di meno” – per difendere, in continuità con le lotte sociali che le nostre partigiane hanno portato avanti anche dopo la Resistenza, le conquiste ed i valori propri di uno stato democratico, aperto e avanzato, per costruire relazioni e solidarietà diffusa e respingere, con forza, l’assalto all’autodeterminazione della donna, la paura e l’odio».

Patria, alla vigilia della giornata internazionale contro la violenza di genere, vi ripropone, una poesia di Alda Merini e un’intervista dello scorso anno alla partigiana Marisa Ombra, vice presidente nazionale dell’Anpi, pubblicata lo scorso anno ma sempre attualissima. 

Alda Marini (da la gazzetta del mezzogiorno.it)

SPAZIO (in “Vuoto d’amore”, 1991)

Spazio spazio io voglio, tanto spazio

per dolcissima muovermi ferita;

voglio spazio per cantare crescere

errare e saltare il fosso

della divina sapienza.

Spazio datemi spazio

ch’io lanci un urlo inumano,

quell’urlo di silenzio negli anni

che ho toccato con mano.

Ed ecco un estratto dell’intervista alla partigiana Marisa Ombra, vice presidente dell’Anpi nazionale, già dirigente dell’Udi. Ombra racconta a Monica Emmanuelli il progetto e il volume “Noi, compagne di combattimento… I Gruppi di difesa della donna, 1943-1945”, nato da un’idea del Coordinamento donne dell’Anpi e sostenuto dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri in occasione del 70° anniversario della Resistenza e della guerra di Liberazione.

Marisa Ombra (da http://www.repstatic.it/video/photo/ 2017/03/31/376479/376479-thumb-full- partigianamarisaombra300317.jpg)

Marisa Ombra, presentando in anteprima il progetto al convegno tenutosi a Torino al Teatro Carignano, il 14 novembre 2015, aveva ricordato la prima riunione dei Gdd dell’Astigiano a cui partecipò nel 1944 in veste di giovane staffetta di Agliano: «Eravamo riunite intorno a un tavolo, in una calda cucina contadina, una ventina di donne. Immaginiamole per un istante: cresciute nel fascismo, conoscevano poche parole all’infuori di quelle che si pronunciavano in famiglia: credere, obbedire, combattere. Quelle che stavano scritte sui muri delle case. Non ricordo cosa dissi. Ricordo, invece, come fosse ieri, l’atmosfera di attenzione, quasi di rivelazione, che aleggiava in quella cucina: come l’attesa di un nuovo mondo che sarebbe stato svelato».

La nascita dei Gruppi di difesa della donna significa molte cose. Prima di tutto una rottura epocale: la prima volta delle donne in guerra. Partecipazione diretta mai avvenuta prima. Il Comitato di Liberazione Nazionale, organo di direzione della Resistenza, le accomuna ai partigiani ed esse stesse si presentano come «compagne di combattimento». Un fatto che modifica l’idea stessa di Resistenza, quel tipo di Resistenza tramandata dalla storiografia fino ai primi anni Settanta, in cui si racconta unicamente di un pugno di ragazzi che, armi in mano – anche se poche – combattevano in condizioni terribili – due inverni freddissimi – contro uno dei più attrezzati eserciti del mondo. L’organizzazione dei Gruppi di difesa della donna, invece, può essere considerata uno tra gli eventi che ha mobilitato buona parte dell’Italia. Per questo è importante studiarne i documenti e ricostruire le biografie delle sue attiviste, spesso rimaste anonime.

La lotta di liberazione delle donne ha caratteristiche peculiari? Quali?

Le donne sono state l’anima di questa mobilitazione: una sorta di fronte interno che toglieva terreno agli occupanti, che si muoveva alle loro spalle. Le donne provvedevano a nutrire i partigiani, a vestirli, li avvertivano della presenza dei tedeschi, procuravano loro le armi, attraversavano posti di blocco, diventavano staffette, ma non solo, facevano i turni di guardia, prendevano esse stesse le armi e sparavano quando era necessario.

Parri nel novembre del 1945 disse che senza le donne non ci sarebbe stata la Resistenza. Si tratta di un’affermazione importante, purtroppo trascurata per molti anni dalla storiografia ufficiale.

La partecipazione delle donne alla Resistenza cambiò anche il loro ruolo nella famiglia e nella società?

Certo. Le donne vennero trasformate dalla Resistenza: passarono dalla condizione di madri che avevano come unico compito quello di fare figli per la patria – per mandarli in guerra –, alla scoperta di doti fino ad allora inespresse: il coraggio, l’inventiva, la capacità di fare tutto ciò che avevano visto fare solo ai ragazzi. Questo fatto può essere interpretato come l’ingresso delle donne nel mondo come soggettività, come titolari di diritti, come cittadine. Si tratta dell’inizio di una lunga e lenta battaglia, innanzitutto per scoprire in quanti e infiniti modi erano state da sempre discriminate ed andare contro queste discriminazioni per far emergere quella parte di sé rimasta latente e soprattutto per prendere coscienza di ciò che potevano essere e diventare, cioè partecipando attivamente alla crescita del proprio Paese.

 

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ANNO IV n. 56

Anno IV, n. 56. In questo numero: 

La copertina

Interviste

Un’Anpi bellissima e una Presidente da un anno

Gianfranco Pagliarulo

Parla Carla Nespolo: “In questo momento di tempesta mi chiedo cosa possiamo fare per unire, creare solidarietà, comunanza di interessi, comune sentire”, “dobbiamo capire la realtà nel suo farsi vita quotidiana”

L’editoriale

Le cento piazze del tesseramento Anpi

Andrea Liparoto

Il 17 novembre Ilaria Cucchi, Domenico Lucano e Ugo Nespolo a Torino per la tessera ad honorem. Iniziative da Palermo ad Aosta per incontrare i cittadini, fare memoria attiva, tracciare percorsi di partecipazione concreta e unità

 

 

Servizi

Interviste

Affamati di umanità

Natalia Marino

Parla Mimmo Lucano, “sindaco sospeso” di Riace: una straordinaria testimonianza di umanità, di accoglienza, di resistenza. Ma anche di sicurezza, perché la strada che sta percorrendo il ministro dell’Interno porterà solo a moltiplicare gli irregolari e l’emarginazione

 

Cittadinanza attiva

Tessere Anpi: un’autobiografia

Redazione

Pubblichiamo una ricerca, a cura di Gabriella Cerulli, sugli artisti che hanno illustrato le tessere Anpi dalle origini ad oggi, e una gallery di tutte le tessere dal 1947/1948

 Itinerari della Resistenza

Kobariška republika, la prima repubblica partigiana

Luciano Marcolini Provenza

È la Repubblica di Caporetto, istituita il 10 settembre 1943 e durò fino all’offensiva tedesca dei primi di novembre del 1943. Per ben 52 giorni il territorio liberato (circa 1.400 chilometri quadrati) popolato da circa 55mila abitanti si organizzò come uno Stato

Servizi

Mussolini il criminale e i Balcani

Davide Conti

Un programma razzista, liberticida e dittatoriale fin dagli anni 20. Le sanguinarie imprese del fascismo in Jugoslavia, Albania, Grecia. Il duce: “Quando l’etnia non va d’accordo con la geografia, è l’etnia che deve muoversi; gli scambi di popolazioni e l’esodo di parti di esse sono provvidenziali perché portano a far coincidere i confini politici con quelli razziali”

Servizi

Quando emigravamo prima del 1861

Antonella Rita Roscilli

Ambulanti emiliani e lucchesi a Napoli, Genova, Trieste, Barcellona, Londra, Parigi, Berlino, Pietroburgo, Malta, Tunisi e Corfù. In Francia e in Svizzera italiani al lavoro nella costruzione di strade, ponti e ferrovie: manovalanza a basso prezzo e senza diritti. Le storie drammatiche dei bambini. Il caso della Norvegia

Cittadinanza attiva

Il razzista Nicola Pende

Pasquale Martino

A Bari un convegno su uno dei più autorevoli fra i dieci firmatari del “manifesto della razza” del 1938. Un caso esemplare di scienza posta al servizio di un regime violento e a giustificazione di una pratica di discriminazione che ha avuto tragiche conseguenze

 

 

 

Servizi

 “Entourage”, il social network dei senzatetto

Giovanni Baldini

Una rete sociale fatta da tre tipi di attori: comuni cittadini, volontari specializzati e persone che vivono un periodo più o meno lungo di difficoltà e marginali

Interviste

Il caso Moro e la rivoluzione mancata

Irene Barichello

Intervista a Francesco Gerardi, protagonista dello spettacolo “La ferita nascosta – come ho conosciuto Moro, i suoi assassini e quella foto lì”. A quarant’anni dalla morte dello statista, un lavoro che condensa due anni di ricerca

 

Cittadinanza attiva

Le case della memoria partigiana

Redazione

A Milano il 30 novembre e il 1° dicembre un convegno promosso dall’Anpi e dall’Istituto Nazionale Ferruccio Parri sui musei della Resistenza in Europa

Cronache antifasciste

I cento anni del matematico partigiano

Fabrizio de Sanctis

Grande festa il 7 novembre alla Casa della Memoria di Roma per il compleanno “secolare” di Mario Fiorentini, il partigiano più decorato d’Italia, alla presenza di Carla Nespolo, di gran parte del gruppo dirigente nazionale dell’Anpi, di personalità del mondo della cultura, di tanti partigiani

Cittadinanza attiva

Stella cadente

Ermete Fiaccadori

Con il volume “Compagno mitra” di Gianfranco Stella continua l’azione di falsificazione della verità storica e di denigrazione della Resistenza

 

 

Cittadinanza attiva

“Razzismi italiani 1938-2018”: il convegno a Trieste

Redazione

Il 17 novembre una riflessione sulle forme di razzismo di ieri e di oggi promossa dall’Anpi Friuli Venezia Giulia.

Interverranno Paolo Pezzino, Andrea Zannini, Tullia Catalan, Borut Klabjan, Joanna Sondel-Cedarmas, Dijana Pavlovic, Sebastiano Secci. Concluderà Alessandro Pollio Salimbeni. Svolta il 10 novembre a Borgo San Lorenzo iniziativa sulle leggi razziali

Terza pagina

Librarsi

Fascismo e falso buon senso

Laurana Lajolo

Michela Murgia, Istruzioni per diventare fascista, Torino, Einaudi, 2018, pag. 112, 12 euro

 

 

 

Librarsi

Fedele alla linea (disegnata): Andrea Pazienza e il 1977

Letizia Annamaria Dabramo

Le sue opere figlie di un contesto storico dotato di un’eccentricità difficile da ritrovare nei decenni a venire. Sapersi riconoscere come esseri umani, imperfetti e soli, sopraffatti dai propri dolori privati anche nella folla rumorosa di un corteo

Interviste

Il traduttore di Kent Haruf

Giacomo Verri

Intervista a Fabio Cremonesi, la voce italiana dell’autore statunitense.

“Haruf è un paradosso: appartiene a pieno diritto a una grande tradizione di letteratura ‘extraurbana’ o addirittura ‘rurale’, però Haruf, sia per carattere, sia per scelte tematiche, è un autore molto appartato; non si ha mai la sensazione di un autore che insegue le mode e il successo è arrivato molto tardi nella sua vita”

Servizi

Una (lacunosa) memoria

Gian Luca Nicoletta

Ciò che si conosce della Seconda guerra mondiale fra nuove generazioni, media e impegno in una ricerca promossa da ASC con un progetto di Servizio Civile Nazionale

 

Red carpet

La democrazia in America

Serena d’Arbela

Farhenheit 11/9 – Film Documentario – USA 2018) – Regia di Michael Moore

 

Ultime da Patria

Vicenza, come ti rimuovo l’ignominia nazifascista. L’Anpi: «inaccettabile»

Redazione

Nei manifesti per l’anniversario dei “Dieci Martiri” la giunta cittadina, che ha in simpatia i neofascisti di Forza Nuova e CasaPound, sostituisce  le parole “eccidio nazifascista” e “Resistenza”

Ruspe per i migranti del Baobab

Natalia Marino

È successo a Roma, presso la stazione Tiburtina. Parlano Anita Carriero dell’associazione Medici per i diritti umani e Roberto Viviani, volontario del presidio: «Sono quasi tutti i ragazzi in regola col permesso di soggiorno, ma una volta rilasciati dalla Questura saranno in strada, senza una tenda», «con il nuovo decreto sicurezza e l’abolizione della protezione umanitaria e i mancati rinnovi delle protezioni accordate in passato si creerà un’illegalità generalizzata, implementando degrado e situazioni esplosive»

Perché chi ama la Patria è antifascista

Giuseppe Carlo Marino

Una lezione innovativa e molto attuale dallo studio della strage nazista di Cefalonia del settembre ’43 e dei mancati processi ai responsabili. La Resistenza come indivisibile fenomeno nazionale grazie al contributo del Sud. Se ne è parlato a Palermo in un convegno promosso dall’Anpi e dalla Società di storia patria presentando il libro di Marco De Paolis, procuratore militare della Repubblica, e della storica Isabella Insolvibile

9 novembre 1938: la notte dei cristalli

Claudio Vercelli

Un violentissimo pogrom contro gli ebrei tedeschi. Joseph Goebbels regista principale. Circa 400 morti. Sull’intero territorio di lingua tedesca dell’Europa centrale, nei giorni successivi la terribile contabilità sfiora le 1.500 vittime. È l’anno dell’avvio di una lunga politica di espansione territoriale della Germania

“Apologia del fascismo a Predappio”, l’ANPI nazionale denuncia

Redazione

Il testo della denuncia-querela presentato dalla Presidente nazionale ANPI, Carla Nespolo, alla Procura di Forlì per i fatti accaduti a Predappio lo scorso 28 ottobre durante la manifestazione fascista

Marea antifascista, CasaPound kaputt

Natalia Marino

Trieste: flop neofascista e settemila in piazza per i partigiani e la democrazia. Parla il presidente Anpi provinciale: “La città e il Nord-Est hanno dimostrato quanto sono vivi i valori di unità, civiltà e democrazia della Resistenza con una straordinaria manifestazione”

 

 

 

L’email

Quelle reni che non furono spezzate

Annalisa Alessio

“Il 28 ottobre (oggi festa nazionale greca) del 1940, sotto una pioggia diluviante, l’Italia fascista iniziava l’offensiva contro la Grecia”

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Mussolini il criminale e i Balcani

Il fascismo non aspettò di certo la metà degli anni trenta (ovvero l’occupazione dell’Etiopia del 1936 e le leggi razziali del 1938) per manifestare il proprio intrinseco e costituente carattere razzista, liberticida e dittatoriale. Mussolini esplicitò fin dalle origini il suo «programma criminale» impegnando se stesso e poi il regime da lui guidato al mantenimento delle «promesse» lungo l’intero arco temporale del ventennio fascista, conformando la struttura identitaria della dittatura italiana a quelle linee programmatiche.

In questo articolo, in una misura necessariamente sintetica, indicheremo alcuni esempi della corrispondenza tra la verbale propaganda razzista del fascismo delle origini e le sue fattuali conseguenze una volta instaurata la dittatura sulle popolazioni civili dei Balcani.

Jugoslavia

Una particolare attenzione venne riservata dalle camice nere alla regione dei Balcani, destinata a divenire il principale campo di battaglia dell’imperialismo fascista in Europa.

Lo squadrismo riuscì a presentarsi fin dall’inizio degli anni 20 come elemento di sintesi delle istanze antislave (sul piano nazionalista) e anticomuniste (sul piano politico-sociale) dando rappresentanza a settori non marginali della società civile italiana che andavano dalla piccola e media borghesia alla proprietà terriera fino ai militari.

In questo quadro di embrionale manifestazione del fascismo Mussolini, a proposito della regione di confine con la Jugoslavia, poteva già scrivere nel 1920 sul «Popolo d’Italia»: «In altre plaghe d’Italia i fasci di combattimento sono appena una promessa, nella Venezia-Giulia sono l’elemento preponderante e dominante della situazione politica».

Il fascismo triestino ed istriano accanto alla lotta contro il sovversivismo sociale nelle terre della Venezia-Giulia sperimentò quel fascismo di frontiera che tra il 1920 ed il 1922 intensificò la propria azione violenta in tutta la regione sotto la guida di Francesco Giunta, a Trieste, e di Luigi Bilucaglia. All’attivismo anti-operaio promosso durante gli scioperi, in particolare a Pola, si associò una politica di provocazione e scontro con i gruppi croati fin dall’estate del 1920.

Il consenso ed il consolidamento politico dello squadrismo si manifestò quando Mussolini espresse le linee politiche anti-socialiste ed anti-slave del programma del fascismo nel suo intervento del 22 settembre 1920 a Pola: «Di fronte ad una razza come la slava, inferiore e barbara non si deve seguire la politica che da lo zuccherino, ma quella del bastone […] i confini dell’Italia devono essere: il Brennero, il Nevoso e le Dinariche […] io credo che si possano più facilmente sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani» .[1]

Nel pieno della guerra di aggressione alla Jugoslavia e della pianificazione del controllo territoriale delle regioni balcaniche occupate, Mussolini, il 31 luglio 1942 a Gorizia, indicò ai generali Ugo Cavallero, Mario Roatta e Vittorio Ambrosio la linea di condotta che le truppe italiane avrebbero dovuto seguire:

«Sono convinto che al terrore dei partigiani si deve rispondere col ferro e col fuoco. Deve cessare il luogo comune che dipinge gli italiani come sentimentali incapaci di essere duri quando occorre […] come avete detto è cominciato un nuovo ciclo che fa vedere gli italiani come gente disposta a tutto […] questa popolazione non ci amerà mai […] il ritmo delle operazioni deve essere sollecitato […] l’aviazione ha qui un compito abbastanza importante.

Questo territorio deve essere considerato territorio di esperienza. Non vi preoccupate del disagio della popolazione, lo ha voluto! Ne sconti le conseguenze, così come non mi preoccupo dell’università che sarà un focolaio contro di noi. Non sarei alieno dal trasferimento di masse di popolazione». [2]

Il campo di concentramento nell’isola di Arbe. Foto tratta dal libro di Giuseppe Piemontese: “Ventinove mesi di occupazione nella provincia di Lubiana. Considerazioni e documenti” , (Lubiana 1946). (da http://www.diecifebbraio.info/wp-content/uploads/2012/01/29-8.jpg)

Queste direttive politiche furono tradotte in termini operativi dai vertici del regio esercito rispetto al modus operandi delle truppe italiane impiegate nella controguerriglia anti-partigiana e nella repressione della popolazione civile.

Nel quadro di questa logica consequenziale i comandi militari dell’esercito mostrarono la propria corrispondenza agli ordini del duce attraverso la realizzazione di operazioni come quelle effettuate nella cittadina di Podhum attaccata il 12 luglio 1942 (91 uomini tra i 16 ed i 64 anni fucilati sul posto e altre 800 persone deportate) o nei villaggi di Zamet e nella zona di Danilovgrad che vennero rastrellati e rasi al suolo nell’agosto 1942 con l’approvazione di Mussolini.

Cicli operativi di questo tipo rientravano nella strategia di sostituzione della popolazione finalizzata ad uniformare confini politici e razziali nell’ambito del più generale progetto di snazionalizzazione:

«Il Duce ha approvato le modalità esecutive delle operazioni […]; abbiamo adottato il provvedimento successivo di sgomberare tutti gli uomini validi ad Arbe. Non importa se nell’interrogatorio si ha la sensazione di persone innocue […] quindi sgombero TOTALITARIO […] resta inteso che il provvedimento dell’internamento non elimina il provvedimento di fucilare tutti gli elementi colpevoli o sospetti di attività comunista.  Non limitarsi negli internamenti.  Le autorità superiori non sono aliene dall’internare tutti gli sloveni e mettere al loro posto gli italiani (famiglie dei caduti e dei feriti italiani). In altre parole far coincidere i confini razziali con quelli politici». [3]

Foto tratta dal libro di Giuseppe Piemontese: “Ventinove mesi di occupazione nella provincia di Lubiana. Considerazioni e documenti”, (Lubiana 1946). (da http://www.diecifebbraio.info/wp-content/uploads/2012/01/29-15.jpg)

D’altro canto la declinazione fascista di confini territoriali e confini razziali era stata sin dall’inizio della guerra una delle chiavi di lettura della misura imperialista del regime.

Mussolini il 10 giugno 1940 in un discorso tenuto alla Camera dei Fasci e delle Corporazioni aveva affermato: «Noi avremmo potuto, volendo, spingere i nostri confini dai Velibiti alle Alpi albanesi ma avremmo, a mio avviso, commesso un errore […]; avremmo portato entro le nostre frontiere parecchie centinaia di migliaia di elementi allogeni, naturalmente ostili […]; gli Stati che si caricano di troppi elementi alloglotti hanno una vita travagliata […]; bisogna adottare verso di essi un trattamento speciale […]; quando l’etnia non va d’accordo con la geografia, è l’etnia che deve muoversi; gli scambi di popolazioni e l’esodo di parti di esse sono provvidenziali perché portano a far coincidere i confini politici con quelli razziali». [4]

Di fronte alla Resistenza jugoslava ed alla rivolta antifascista nella regione del Montenegro Mussolini cercò di ripristinare l’ordine fascista sul territorio inviandovi il generale di Corpo d’Armata Alessandro Pirzio Biroli che diverrà governatore del Montenegro e che al termine della guerra sarà iscritto nelle liste delle Nazioni Unite dei «presunti» criminali di guerra italiani in ragione delle misure di repressione operate contro la popolazione civile jugoslava:

«Recatevi a Cettigne per dirigere sul posto operazioni di questa che ormai è una guerra ed insieme ai poteri militari assumete quelli civili. F. to Mussolini». [5]

Al termine della guerra i danni complessivi denunciati dalla Jugoslavia alla Conferenza per le riparazioni di Parigi ammontarono a 9 miliardi e 145 milioni di dollari di danni materiali e 1.706.000 morti, pari al 10,8% della popolazione totale. Di questi, la stragrande maggioranza era rappresentata da vittime civili giacché, secondo le stime ufficiali jugoslave le perdite tra i combattenti inquadrati nelle formazioni partigiane E.P.L. e D.P.J. ammontarono complessivamente a 306.000 uomini. Queste cifre vennero integrate dai dati dei reduci dei campi di concentramento in Jugoslavia e Italia, dalla distruzione del 25% degli abitati e dai danni arrecati dagli occupanti ai rami dell’industria, dell’agricoltura dei trasporti e delle materie prime.

L’Italia a conclusione dei trattati di Parigi venne condannata a pagare alla Jugoslavia, a titolo di riparazione, 125 milioni di dollari. [6]

Albania

Nella riunione del 13 aprile 1939 del Gran Consiglio del Fascismo Mussolini affermò: «L’Albania è la Boemia dei Balcani, chi ha in mano l’Albania ha in mano la regione balcanica. L’Albania è una costante geografica dell’Italia. Ci assicura il controllo dell’Adriatico […] nell’Adriatico non entra più nessuno […] abbiamo allargato le sbarre del carcere del Mediterraneo». [7]

Il 7 aprile 1939 l’Albania venne occupata dalle truppe militari del regio esercito.

Nel corso della guerra la Resistenza albanese rappresentò il principale elemento politico di contrasto all’invasore fascista e per questo le misure di repressione territoriale assunsero un carattere uniforme a quello presente nel resto dei alcani occupati.

Il 14 luglio 1943 venne realizzata, dal regio esercito, un imponente operazione militare antipartigiana nei villaggi intorno a Mallakasha ed al termine di quattro giorni di combattimento, in cui vennero usati artiglieria pesante ed aviazione, tutti gli 80 villaggi della zona vennero rasi al suolo causando la morte di centinaia di civili.

Al termine della guerra l’eccidio di Mallakasha venne simbolicamente ricordato dalle autorità albanesi come la “Marzabotto albanese” ponendo in relazione i brutali metodi dell’occupazione tedesca in Italia e quelli fascisti in Albania.

Grecia

Nella riunione del 15 ottobre 1940 tenutasi a Palazzo Venezia Mussolini, Galeazzo Ciano, Pietro Badoglio, Mario Roatta, Soddu, Francesco Jacomoni e Visconti Prasca discussero della strategia che l’Italia avrebbe dovuto adottare per invadere la Grecia. Nei suoi interventi Mussolini non lasciò adito a dubbi sull’azione da intraprendere: «Lo scopo di questa riunione è quello di definire le modalità dell’azione – nel suo carattere generale – che ho deciso di iniziare contro la Grecia […] questa è un’azione che ho maturato lungamente da mesi e mesi; prima della nostra partecipazione alla guerra ed anche prima dell’inizio de conflitto[…] Fissata la data si tratta di sapere come diamo la parvenza della fatalità di questa nostra operazione. Una giustificazione di carattere generale è che la Grecia è alleata dei nostri nemici […] ma poi ci vuole l’incidente per il quale si possa dire che noi entriamo per mettere l’ordine. Se questo incidente lo fate sorgere è bene, se non lo determinate è lo stesso. […] è per dare un pò di fumo. Tuttavia è bene se potete fare in modo che ci sia l’appiglio all’accensione della miccia. […] Nessuno crederà a questa fatalità, ma per una giustificazione di carattere metafisico si potrà dire che era necessario venire ad una conclusione». [8]

A seguito delle attività provocatorie e terroristiche sostenute dal governo fascista, Mussolini spedì nelle prime ore del 28 ottobre 1940 l’ultimatum al governo di Metaxas nel quale si fece riferimento ai falsi attacchi subiti dall’Albania lungo la zona di confine che l’Italia aveva delimitato con la Grecia: «Il Governo italiano […] deve ricordare al governo greco l’azione provocatrice svolta verso la Nazione albanese con la politica terroristica da esso adottata nei riguardi della popolazione della Ciamuria e con i persistenti tentativi di creare disordini oltre le sue frontiere. […] Tutto questo non può essere dall’Italia ulteriormente tollerato […] il Governo italiano è venuto pertanto nella determinazione di chiedere al Governo greco, come garanzia della neutralità della Grecia e come garanzia di sicurezza per l’Italia, la facoltà di occupare con le proprie forze armate […] alcuni punti strategici in territorio greco […]; ove le truppe italiane dovessero incontrare resistenze, tali resistenze saranno piegate con le armi e il governo greco si assumerebbe la responsabilità delle conseguenze che ne deriverebbero». [9]

29 novembre 1944, liberazione dell’Albania (da https://www.infoaut.org/storia-di-classe/29-novembre-1944-liberazione-dellalbania)

Nel corso del conflitto le difficoltà operative incontrate dal regio esercito spinsero all’utilizzo massiccio dell’aviazione per fiaccare l’opposizione delle truppe greche e per colpire gravemente la popolazione civile. Mussolini affermò perentorio ai suoi generali: «In questo periodo di sosta occorre che l’aviazione faccia quello che non possono fare gli altri. Questi bombardamenti incessanti dovranno: a) dimostrare alle popolazioni greche che il concorso dell’aviazione inglese è insufficiente o nulla; b) disorganizzare la vita civile della Grecia, seminando il panico dovunque. Quindi voi dovete scegliere – chilometro quadrato per chilometro quadrato – la Grecia da bombardare». [10]

Al termine del conflitto venne stilato un bilancio dei danni arrecati dagli occupanti alla Grecia in termini di vite umane, disarticolazione di settori strategici dell’economia nazionale e di distruzione dei villaggi e delle città che avevano subito bombardamenti, rastrellamenti e incendi da parte delle truppe nazifasciste.

I dati pubblicati nel 1946 nella relazione «Les sacrificies de la Grèce pendant la guèrre 1940-1945» (verificati dall’agenzia delle Nazioni Unite «United Nation Relief and Rehabilitation Administration (UNRRA)» e dalla Croce Rossa) certificarono: «Il primo anno dell’occupazione (1941-1942) fu incontestabilmente il più doloroso per il popolo greco […]; molti paesi europei furono conquistati dall’Asse e videro le loro popolazioni in balia delle privazioni e delle sofferenze. Tuttavia nessun popolo ha sofferto quanto il popolo greco a seguito delle privazioni e della fame. […] Gli uomini, le donne e soprattutto i bambini che la fame aveva ridotto allo stato di scheletri vagavano per delle ore intere per le strade […] Tutte le mattine la polizia si occupava di sgomberare dalle strade decine, alle volte centinaia, di cadaveri.

Di tutti i paesi conquistati la Grecia è quella che conta proporzionalmente la più grande quantità di ostaggi e vittime delle persecuzioni e di esecuzioni. Prova inconfutabile della partecipazione unanime del popolo greco alla resistenza nazionale. […] Tremilasettecento (3.700) villaggi e città furono in tutto distrutti, una parte a seguito di bombardamenti, saccheggi ed incendi. A seguito di queste distruzioni 1.200.000 persone, cioè 1/6 della popolazione totale del paese si trovano senza riparo. 88.000 famiglie contadine nelle macerie delle loro abitazioni, 30.000 famiglie contadine vivono in case semidistrutte, 510.000 famiglie urbane sono miseramente alloggiate. […] L’armata dei partigiani ingaggiò nelle montagne dei duri combattimenti di cui il prezzo fu pesante. Con le rappresaglie gli occupanti massacrarono più di 40.000 persone, per lo più donne e bambini, e incendiarono 3.000 villaggi». [11]

L’uccisione di circa 150 tra patrioti e civili greci nella zona del villaggio di Domenikon, in Grecia, effettuata dal Regio esercito italiano durante l’invasione della Grecia. Militari italiani camminano tra i cadaveri di civili greci giustiziati nel massacro (da https://it.wikipedia.org/wiki/ Strage_di_Domenikon#/media/File:DOMENIKO-1943.jpg)

Secondo i dati forniti dal rapporto i morti in totale durante l’occupazione della Grecia ammonterebbero ad un totale di 620.000 persone: 360.000 morti a causa della fame; 30.000 morti a causa della guerra; 7.000 vittime dei bombardamenti; 43.000 persone uccise da esecuzioni operate da tedeschi (35.000) ed italiani (8.000); 25.000 persone uccise da esecuzioni operate dai bulgari; 60.000 morti tra la popolazione giovanile; 45.000 morti tra gli ostaggi ed i prigionieri dei nazifascisti; 50.000 morti tra le file della resistenza greca.

Oltre 190.000 persone risultano perseguitate ed imprigionate dalle truppe occupanti: 100.000 da parte tedesca; 35.000 da parte italiana; 50.000 da parte bulgara; 5.000 da parte delle milizie albanesi inquadrate, addestrate e comandate dall’esercito italiano.

Le deportazioni dei prigionieri fuori dal territorio greco raggiunsero la cifra di 88.000: 40.000 eseguite dai tedeschi; 18.000 dagli italiani; 30.000 dai bulgari. [12]

Dall’Italia all’Africa, dai Balcani alla Russia le promesse criminali di Mussolini erano state mantenute. Fu la Resistenza a farsi carico di chiederne conto al dittatore e ai suoi gerarchi.

Davide Conti, Curatore per l’Archivio Storico del Senato della Repubblica del riordino dei fondi «Rosario Bentivegna»; «Carla Capponi»; «Mario Fiorentini-Lucia Ottobrini»


 

[1]            T.Sala-S. Bon Gherardi, L’Istria tra le due guerre, Bollati Boringhieri, Torino, p.30.

[2]           U.Cavallero, Diario, edizioni Ciarrapico, 1984, Cassino, p. 443.

[3]           Verbale 2 agosto 1942 della riunione di Kocevje indetta dal generale Mario Robotti, in «Quaderni della Resistenza», Anpi Friuli-Venezia Giulia, n.10, Udine 2003, pp. 30-31.

[4]           «Il Piccolo di Trieste» 11 giugno 1941.

[5]            Archivio Storico Ministero Affari Esteri (Asmae), Gabinetto del Ministro e della Segreteria Generale 1923-1943, serie V, busta 2, AP 49, Montenegro, telegramma n.20983 del luglio 1941 di Mussolini al generale Pirzio Biroli.

[6]           Cifre della Commissione jugoslava presentate nella Conferenza per le riparazioni di guerra tenutasi a Parigi nel 1945, in J. Marjanovic,Guerra popolare e rivoluzione il Jugoslavia 1941-1945, Ediz. Avanti! Milano 1962 pp. 153-154.

[7]           Verbale riunione Gran Consiglio del Fascismo 13 marzo 1939, in E. Misefari, La Resistenza degli albanesi all’imperialismo italiano, Ediz. Cultura popolare, Milano 1976.

[8]           Ufficio Storico Stato Maggiore dell’Esercito (USSME), documenti del Tomo II, «La Campagna di Grecia», verbale riunione di Roma 15 ottobre 1940, documento n.52, pp. 159-163.

[9]             Ussme, ibidem, nota del governo italiano al governo greco presentata dal Ministro Grazzi al Presidente del consiglio ellenico alle ore 3 antimeridiane del 28 ottobre 1940, documento n. 65, pp. 184-185.

[10]          Ussme, ibidem, verbale riunione tenuta di Roma del 10 novembre 1940, documento n.99, p. 314.

[11]          «Les Sacrificies de la Grèce pedant la guèrre 1940-1945», Edition de la Ligue «La Paix par la Justice», Atene 1946.

[12]          Ibidem.

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UN’ANPI BELLISSIMA E UNA PRESIDENTE DA UN ANNO

Carla Nespolo, Presidente nazionale dell’Anpi

Il 3 novembre 2017 il Comitato Nazionale dell’Anpi eleggeva all’unanimità Carla Nespolo all’incarico più alto. Erano due prime volte. La prima volta di un non partigiano. La prima volta di una donna. Carla Nespolo succedeva a Carlo Smuraglia, eletto nella stessa circostanza Presidente Emerito e protagonista di una importantissima stagione dell’associazione, caratterizzata sia dall’apertura ai non partigiani, e perciò all’afflusso di nuove generazioni, sia dall’impegno referendario conclusosi il 4 dicembre 2016. Un anno di presidenza, dunque, nel pieno di profondissimi e rapidissimi cambiamenti dell’assetto politico e sociale del Paese.

Carla Nespolo, Presidente nazionale dell’Anpi esattamente da un anno…

Naturalmente la vita dell’Anpi non è stata per me una completa novità, poiché dal 2006 sono membro del Comitato Nazionale ed ho comunque partecipato da molti anni alla vita dell’associazione, sia a livello provinciale che nazionale. Certo, lo sguardo del Presidente è più ravvicinato per quanto riguarda la situazione in tutto il Paese e devo dire che la nostra associazione è solida, ben presente su tutto il territorio nazionale e ricca d’idee e di iniziative, sia per quanto riguarda la conservazione e trasmissione della memoria, che per quanto riguarda il rispetto e l’attuazione della Costituzione.

Tutto questo va a merito della tante persone, donne e uomini, che ogni giorno, con totale disinteresse e passione, s’impegnano a vivere e a far vivere i nostri valori antifascisti. Le volontarie e i volontari dell’Anpi: un patrimonio prezioso di moralità, conoscenza e passione civile, che fa bene non solo all’Anpi, ma alla stessa la democrazia del nostro Paese. Essere la loro Presidente per me è un onore.

Mi guida, nel mio quotidiano impegno, l’insegnamento dei precedenti, straordinari presidenti partigiani: Boldrini, Casali, Ricci e Smuraglia. Con quest’ultimo, attuale Presidente Emerito dell’Anpi, ho un dialogo ed un confronto quasi quotidiano. Egli è, per tutti noi, una presenza sicura e costante. Il mio ufficio è quello che era un tempo del tanto rimpianto vice presidente vicario Luciano Guerzoni. Non dimentico mai che, se oggi l’Anpi può vantare una presenza in tutte le province italiane, molto è merito suo e anche a lui va il mio pensiero grato.

Forse può sembrare rituale ciò che dico, ma chi mi conosce sa che dico la verità. Non mi sarei mai sentita di accettare questo importante incarico di prima presidente non partigiana, se non avessi saputo di poter contare su di un gruppo dirigente nazionale capace, unito e di alta moralità. A loro tutti va la mia personale gratitudine. Alle donne ed agli uomini del nostro piccolo ma efficientissimo staff tecnico, un “grazie” quotidiano, per la pazienza con cui mi supportano.

Un altro momento di vero orgoglio e gioia è la presenza, nei nostri gruppi dirigenti, di tante donne. Lo riconosco, a volte esagero, ma quando le incontro, nei miei numerosi viaggi in Italia, sono le prime che incontro e che abbraccio. Per solidarietà di genere, certamente, ma anche perché sono spesso le figlie e le nipoti di quelle partigiane che tanto hanno dato alla causa della Resistenza e tanto poco hanno ricevuto.

Hai trovato nell’Anpi criticità? E quali?

Fai bene a pormi questa domanda. Non saremmo umani, se non avessimo problemi, generali e specifici.

La nostra prima preoccupazione è quella di far capire a tutti che l’Anpi non è e mai diventerà un partito politico. Lo dico con molto rispetto per la forma partito, ma il nostro compito è un altro. È quello che ci hanno insegnato i partigiani: costruire la più ampia unità tra tutti coloro che credono nei valori dell’antifascismo e della Costituzione; ed essere un pungolo ed una sentinella nei confronti di tutti coloro che vogliono stravolgere o annullare il ruolo delle istituzioni democratiche nel nostro Paese. E oggi sono tanti.

A volte le criticità sono anche di natura locale. Ma siamo saggi abbastanza per risolverle con il dialogo ed il rispetto reciproco. In alcuni rarissimi casi esse si sono trasformate anche in polemiche pubbliche. Su questo punto mi sento di essere inflessibile. E non per l’antico detto che “i panni si lavano in famiglia” ma perché le polemiche sono sterili, mentre il dialogo e il confronto sono sempre proficui. E le nostre porte sono sempre aperte all’ascolto, come dirò.

Ti trovi al timone in un momento di tempesta. Che fare?

Sì, davvero una tempesta. Da un lato ha preso piede nel nostro Paese una forte adesione alla politica di estrema destra, mentre si moltiplicano le iniziative esplicitamente neofasciste. Analoghi fenomeni stanno avvenendo su scala europea, per cui, a ragione, qualcuno ha parlato di una vera e propria “tempesta culturale” che sta cambiando il punto di vista di milioni di persone nell’intero occidente ed anche oltre, basti pensare al recente voto che ha consegnato la presidenza del Brasile ad una persona francamente impresentabile. Dall’altro assistiamo in Italia alla tumultuosa crescita di un movimento unitario ampio, diffuso ed eterogeneo, di contrasto contro ogni fascismo e razzismo e per la difesa e l’attuazione della Costituzione. Siamo perciò davanti ad una situazione davvero nuova, perché il consenso ai populismi – in particolare a quello di estrema destra – non è mai stato così forte nella storia del Paese. Ma è nuova anche perché, per la prima volta dal dopoguerra, il grande movimento democratico che è in pieno sviluppo non ha un chiaro riferimento, una sponda, nella politica.

Da ciò derivano molte conseguenze: la prima è mantenere alto il profilo unitario della nostra azione; la seconda è, ove possibile, rafforzare le iniziative di protesta ma dar vita anche ad iniziative di proposta, nel limiti delle competenze e delle possibilità di un’associazione o di una rete di associazioni; la terza è quella di svolgere una funzione di stimolo alla forma più efficace e più larga di unità, e cioè l’unità popolare. Penso all’emigrazione; l’attuale governo sta operando perché cresca il contrasto fra i poveri (gli italiani in miseria o emarginati) e i più poveri (tanti migranti). Io mi chiedo e chiedo cosa possiamo fare invece per unire, per creare solidarietà, comunanza di interessi, comune sentire. Penso per esempio alla sicurezza: col decreto Salvini aumenteranno i clandestini e vi sarà perciò meno sicurezza, e cioè esattamente il contrario di ciò che promette il ministro; la via dell’integrazione è la vera e unica via per rendere più sicura la vita quotidiana nel nostro Paese. Possiamo, per esempio, provare a unire su questo terreno? Ma poi penso anche ai temi del lavoro, ancora per esempio, o del welfare, o dei diritti e delle conquiste delle donne. Questi sono temi su cui siamo impegnati a costruire nel Paese una grande mobilitazione unitaria.

Arrigo Boldrini, Bulow

Se in astratto tu avessi la possibilità di parlare a quattr’occhi con ciascuna e ciascuno degli iscritti oggi, cosa diresti?

Francamente in primo luogo lo ascolterei, come ho già detto. Credo che l’ascolto debba essere la più importante dote ed anche il primo dovere di un gruppo dirigente. Non si tratta solo di una questione di rispetto; si tratta di capire la realtà nel suo farsi vita quotidiana. E chi me lo può dire meglio se non un giovane, una donna, un disoccupato, un pensionato iscritto all’Anpi? Poi penso che gli direi cos’è a mio avviso l’Anpi oggi. Non è solo una comunità numerosissima per numero di iscritti e presenza sul territorio. È anche una straordinaria e particolare comunità nata dai partigiani, che si ispira ai loro valori – i valori della Resistenza – che mai come oggi, dalla nascita dell’Anpi, sono messi in discussione, violati e traditi: penso all’eguaglianza, alla solidarietà, all’eguale dignità, ai diritti, alla libertà reale. Quando proponiamo il nostro felicissimo slogan “l’umanità al potere” intendiamo proprio questo: un modello di società che non prefiguriamo ideologicamente, perché non è il nostro compito, ma che esigiamo si fondi su quei valori e che perciò ponga al centro la vita delle persone di oggi e di domani, a partire dalle storie delle vite di ieri, e cioè dalla memoria. Ecco perché l’Anpi non è solo una comunità grande. È anche una grande comunità.

Possiamo dire francamente: l’Anpi è bellissima?

Sì, diciamolo insieme, e incarniamo queste parole in una grande e ricca campagna di tesseramento 2019. In questi tempi di iper personalizzazione della politica, la nostra pratica di lavoro collettivo – lo dico con orgoglio ma senza presunzione – l’Anpi può essere un esempio per tanti.  Nei primi anni di scuola tutti abbiamo studiato i pronomi personali. Ricordi? Singolare: io, tu, egli-ella; plurale: noi, voi, essi-esse. Ecco, l’Anpi è bellissima anche perché di questi pronomi ne declina uno solo: noi.

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Ruspe per i migranti del Baobab

Da https://roma.repubblica.it/cronaca/2018/11/13/ foto/roma_sgomberato_il_presidio_umanitario_di_ baobab_experience_in_piazzale_maslax-211535294/1/ ?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P4-S1.8-T1#5

«Questa mattina sono arrivati blindati della polizia e le ruspe, ora l’area è recintata, non si può accedervi, hanno buttato giù baracche e tende, l’insediamento per essere distrutto completamente, cancellato. Circa 140 persone sono state portare in questura per essere identificate». A parlare è Anita Carriero, responsabile dell’unità mobile di Medu, l’associazione Medici per i diritti umani, che da tempo assiste i migranti del centro Baobab Experience, a Roma, nei pressi della stazione Tiburtina.

Lo sgombero cominciato alle 7 di stamani era nell’aria, ma non si sapeva quando sarebbe avvenuto. Roberto Viviani, attivista di Baobab experience, si è recato all’ufficio immigrazione della questura, nella speranza che si riesca a ricollocare qualcuno dei migranti: «Riteniamo che l’ordine sia partito da questura e prefettura, non c’è mai preavviso in questi casi. Ora le persone stanno uscendo dal commissariato alla spicciolata. Erano già tutti identificati e tutti in regola per di più. Il nuovo fotosegnalamento è uno spreco di tempo, un lavoro inutile, pratiche fatte rifatte. Avevamo avviato un percorso con il Comune, ma quanto accaduto oggi a Roma dimostra che le istituzioni locali, democraticamente elette, non gestiscono la questione sociale».

Spiega Anita Carriero di Medu: «La scorsa settimana, insieme alle altre associazioni attive al presidio, ad un tavolo con l’assessorato del Comune di Roma avevamo segnalato circa 140 persone vulnerabili e fragili dal punto di vista sanitario. Ci è stata data la disponibilità ad ospitarne 120, un grosso numero, certo, ma finora ad avere ricevuto sostegno sono solo in 65».

Chi sono gli sgomberati? «Sono migranti forzati che vivono in Italia da tempo  – dice Carriero –;  hanno quasi tutti un permesso di soggiorno per motivi umanitari oppure sono rifugiati titolari di una protezione internazionale e richiedenti asilo. Parliamo dunque di persone in regola, almeno è così per oltre il 60 per cento di loro. Sono giovani tra i 18 e i 30 anni provenienti dall’Africa occidentale, Gambia, Mali e dell’Africa sub sahariana, sudanesi, somali, qualche eritreo, questi ultimi però, i cosiddetti transitanti, coloro che sono solo di passaggio, sono molti meno rispetto al passato».

In seguito a precedenti sgomberi, a fine 2016, i migranti sostenuti dal centro Baobab in via Cupa, nei pressi dell’Università La Sapienza di Roma, hanno trovato riparo vicino alla stazione Tiburtina, in una tendopoli. «Chi ci viveva fino ad oggi non aveva alternative – precisa la responsabile di Medu –, proveniva dai Cas, i centri prefettizi, ma avendo concluso l’iter della richiesta di asilo – si tratta del 70% – sono stati abbandonati alla strada; gli altri sono migranti provenienti dai centri Spar, gestiti dai Comuni, persone che ne hanno già usufruito oppure che non sono riuscite ad accedervi pur avendovi diritto. Per di più in molti si sono visti revocare il diritto all’accoglienza, con gli avvocati che tutelano i migranti ci siamo accorti che le valutazioni sono spesso arbitrarie, non ci sono criteri univoci». Adesso  cosa accadrà?

Da https://roma.repubblica.it/cronaca/2018/11/13/foto/roma _sgomberato_il_presidio_umanitario_di_baobab_experience _in_piazzale_maslax-211535294/1/? ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P4-S1.8-T1Dunque ora che accadrà?

«Temiamo il peggio – risponde Anita Carriero –. Il Comune di Roma ha accettato di ospitare un numero molto elevato, va detto, però i posti si esauriranno in pochissimo tempo, mentre altri migranti continueranno ad arrivare. Molto spesso giungono da altre località italiane. Dallo scorso anno gli sbarchi sono calati in maniera considerevole, i Paesi del Nord hanno sigillato le frontiere e chi vive nei campi di fortuna è dunque in regola. Inoltre con il decreto sicurezza gli Spar, già pochi, potranno accogliere solo rifugiati. Nel presidio di Baobab viveva anche una coppia italiana, persone povere, semplicemente».

Il futuro non potrà che essere peggiore, per tutti, non solo per i migranti, prevede la responsabile dell’unità mobile di Medu : «Questa sera i ragazzi rilasciati dalla Questura saranno in strada, senza una tenda, ma certamente torneranno vicino al campo sgomberato, in questo caso la stazione Tiburtina di Roma. Come è stato in passato, le ruspe non possono risolvere nulla. Le persone si trasferiscono da un’altra parte, peggiorando la loro vita e anche quella dei quartieri dove sorgono gli insediamenti, è un danno per l’intera collettività».

Il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha commentato lo sgombero con un tweet. “Zone franche, senza Stato e legalità, non sono più tollerate. L’avevamo promesso, lo stiamo facendo. E non è finita qui. Dalle parole ai fatti”, ha scritto.

«Sul web in moltissimi inneggiano ai rimpatri – dice Viviani di Baobab experience – ma  non sanno neppure che chi ha un titolo per restare in italia, come tutti i ragazzi di Baobab, non può essere rimpatriato . Inoltre il nostro Paese ha accordi bilaterali solo con 4 nazioni e ne funzionano a mala pena un paio. Il decreto Salvini non porta soluzione alcuna, e non è una questione né di destra, né di centro né di sinistra; porterà solo caos, dando facoltà a qualcuno di giocare col caos. Di fatto, oltre cento ragazzi dovranno passare la notte in strada, senza neppure l’assistenza che potevamo garantire noi. Per la città può essere un vantaggio? Ci vuol poco a capire che non sarà così».

Da https://roma.repubblica.it/cronaca/2018/11/13/ foto/roma_sgomberato_il_presidio_umanitario_ di_baobab_experience_in_piazzale_maslax-211535294/1/? ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P4-S1.8-T1#5

Anche per Anita Carriero di Medu la realtà presenterà il conto: «Senza essere in regola i migranti non potranno più fare neanche piccoli lavoretti per sostentarsi, e nemmeno integrarsi, naturalmente. L’umanità è calpestata inutilmente. Negli anni abbiamo seguito tanti sgomberi e non è una novità che senza soluzioni adeguate e strutturali gli insediamenti abusivi tenderanno ad aumentare. Cancellato un campo abusivo ne nascerà un altro poco distante. Con il nuovo decreto sicurezza e l’abolizione della protezione umanitaria e i mancati rinnovi delle protezioni accordate in passato si creerà un’illegalità generalizzata, implementando degrado e situazioni esplosive».

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