L’uomo che parlava troppo

Che i social networks abbiano prodotto una radicale trasformazione delle forme della comunicazione politica, è cosa risaputa. Sarebbe però un errore ritenere che la natura del mezzo determini in assoluto la qualità del messaggio; una funzione di rilievo è ancora assolta dall’armamentario della retorica. Una retorica che però si prefigge non di persuadere attraverso il ragionamento, ma di convincere facendo leva sulle passioni. Un caso di scuola è costituito da Matteo Salvini, che sfrutta sapientemente i social (da Twitter a Facebook, da Whatsapp a YouTube) ma se la sbroglia egregiamente anche nei salotti televisivi, e che perciò viene considerato un maestro della comunicazione politica.

La retorica di Matteo Salvini è, insieme, elementare e raffinata, nonché del tutto coerente con l’ideologia populista che la motiva. Il primo obiettivo è infatti quello di offrire di sé l’immagine di una persona comune (stavo per scrivere di un “uomo qualunque”), alla mano, che ama stare in mezzo alla gente. A questo serve la raffica di selfies in cui si ritrae mentre gioca con i figli sulla spiaggia, mentre passeggia tra la folla, mentre mangia la pizza seduto a una lunga tavolata, mentre degusta prodotti tipici, e via fotografando. Sfera pubblica e sfera privata si sovrappongono nel profilo di un leader che vuole essere scambiato per “uno di noi”, e che perciò non si vergogna di confessare alcune debolezze: nel video postato su Facebook durante l’ultima campagna elettorale per le politiche, e presto divenuto virale, il capo della Lega si accende una sigaretta e si scusa per essere ricaduto nel vizio del fumo. Al medesimo scopo è rivolto il modo di parlare. Salvini adopera la lingua dell’uso quotidiano, un lessico colloquiale qua e là infarcito di termini e frasi gergali in parte derivati dal vocabolario tipico della stagione bossiana (“strafregarsene”, “rompersi le palle”, “nisba”, “senza arte né parte”, “è finita la pacchia”), di metafore e similitudini banali (“non giochiamo al Monopoli”, con riferimento alla consapevolezza della necessità di tenere in ordine i conti pubblici; oppure: “i confini d’Italia sono come la porta di casa nostra”). E se nell’eloquio torrenziale fa capolino qualche anglismo (bisogna pur fare qualche concessione allo slang imperante), si tratta sempre di parole abusate, e quindi di immediata comprensione (per esempio, spread). Infine, Salvini predilige il discorso paratattico, con rare subordinate: in tal modo gli riesce di trasformare le proposizioni in slogan, con sicuro effetto propagandistico.

Salvini all’ambasciata Usa (https://www.blitzquotidiano.it/blitztv/salvini-hamburger-ambasciata-usa-2901422/)

La comunicazione politica del leader leghista è dunque improntata alla regola della semplificazione; e non perché sia povera di idee, o diffidi dell’intelligenza (e del livello culturale) dei destinatari, ma perché intende rispondere a una domanda di rassicurazione. Quanto più la realtà si mostra intricata, persino indecifrabile, tanto più tendiamo inconsciamente a semplificarla, a interpretarla secondo un comodo schema binario, manicheo (buoni e cattivi, amici e nemici, ecc.); ne ricaviamo la confortante sensazione di conoscerla, e dunque di essere in grado di padroneggiarla. L’astuzia di Salvini (ma sarebbe più esatto dire: dei suoi spin doctors) consiste nel cavalcare cinicamente le paure generate dalla diffusa percezione di vivere in un mondo governato da meccanismi impenetrabili e perciò ostile, lasciando al contempo intendere che questa percezione è il frutto di una falsa, ingannevole rappresentazione delle cose ordita dai “poteri forti”, che i problemi sono meno complessi di quanto appaiano, che la loro soluzione è facile: basterebbe respingere i migranti, lasciare mano libera alle forze dell’ordine, abbassare le tasse, ribellarsi ai diktat dell’Europa. In tal modo il discorso del capo leghista legittima la rabbia contro le élites e ammannisce al popolo un miracolistico placebo.

Ma l’uomo “normale” non dimentica di essere un capo, cui si richiedono molti pregi e pure tanti sacrifici. Eccolo allora esibire ‒ in pose rodomontesche ‒ la sua ferrea volontà, peraltro giustificata dal mandato imperativo ricevuto dagli elettori, di proteggere i “confini” e la “sicurezza” degli italiani: perché «le frontiere, tutte le frontiere, sono sacre. Non si discutono: si difendono». Sicché, a seguito dell’imputazione per l’incidente della «Diciotti», proclama: “Vogliono processarmi o arrestarmi? Facciano pure, sanno dove trovarmi”. Poco c’è mancato che aggiungesse: «Se mi assolvete, mi fate un piacere; se mi condannate, mi fate un onore»; con l’implicito corollario: «Noi tireremo diritto». Ed eccolo, ancora, lamentarsi dello scarso tempo che può dedicare agli affetti familiari; e poi annunciare con fierezza ‒ nel video prima citato ‒ che rimarrà a lavorare nella sede del partito almeno fino alle tre di notte (postulando dagli eventuali passanti in transito per via Bellerio la stessa ammirazione provata tempo addietro dai romani che attraversavano piazza Venezia alle ore piccole, alla vista di una finestra illuminata nello storico palazzo). Per inciso: non tutto è di nuovo conio in questa prosopopea; c’è parecchio di Berlusconi, e non soltanto.

Da http://www.datamanager.it/2017/11/stress-linguaggio-usiamo-rivelatore/

Vi sono figure ricorrenti nella retorica di Salvini: a cominciare dall’enumerazione, ossia dalla elencazione di termini talvolta coordinati per affinità, talaltra accumulati disordinatamente. I migranti sono “delinquenti”, “stupratori”, “terroristi”, “approfittatori”, “mantenuti”, e chi più ne ha più ne metta; le Ong sono qualificate come “taxisti del mare”, come congreghe di “amici” e “telefonisti degli scafisti” (dei “mercanti di carne umana”). All’enumerazione si accompagna la figura dell’iperbole (un espediente, si noti per inciso, di solito utilizzato per l’“invenzione del nemico”): le dimensioni dei flussi migratori vengono ingigantite al fine di creare allarmismo, di farli apparire come un’“invasione” che reca una minaccia mortale alla nostra identità; viene gonfiato il numero dei nostri connazionali che versano in una condizione di povertà assoluta per santificare la crociata contro gli immigrati. Nell’oratoria di Salvini abbonda poi l’improperio (l’ingiuria, l’insulto), talvolta rafforzato dalla furbesca associazione con la figura dell’antifrasi (un’affermazione che significa l’opposto di ciò che dice). Un esempio per tutti: nel video in precedenza citato, Salvini apostrofa Laura Boldrini come “amica”, “tifosa”, “cuginetta” degli immigrati clandestini, per professare subito dopo “rispetto” per la veste istituzionale che ricopre (all’epoca, quella di Presidente della Camera). Sembrerebbe una conversione al bon ton, e invece è una insolenza al quadrato: non si può avere deferenza verso chi sacrifica i diritti dei suoi connazionali alle pretese dello straniero, soprattutto se riveste responsabilità così alte.

2015: a cena con il gruppo dirigente di CasaPound. Si vede a sinistra davanti Simone Di Stefano e sempre a sinistra in fondo il barbuto Gianluca Iannone (da https://www.nextquotidiano.it/matteo-salvini-cena-casapound/)

Un’altra figura retorica che compare frequentemente nel discorso pubblico di Salvini è quella dell’antonomasia, in cui convenzionalmente un personaggio viene evocato a simboleggiare un carattere, una virtù o un vizio. Di questo tropo il “capitano” fornisce una stravagante versione: il nome proprio designa una linea politica e/o un orientamento culturale, per giunta connotandoli eticamente. Così il leader della Lega si propone come l’emblema del sovranismo, il paladino che sfida le autorità di Bruxelles e chiude i porti alle navi che trasportano i migranti raccolti in mare (se gli raccontassero che i “clandestini” arrivano sulle nostre coste anche alla spicciolata, con natanti di fortuna, di sicuro ordinerebbe che «non appena questa gente tenterà di sbarcare, sia congelata su questa linea che i marinai chiamano del bagnasciuga»); insomma, come un campione del bene. Di contro ci sono le incarnazioni del male: Letta, Monti, Renzi e Gentiloni, mercenari pagati dalla finanza internazionale, dai governi tedesco e francese, dall’euroburocrazia per danneggiare gli interessi degli italiani; Roberto Saviano e Gad Lerner, tipiche espressioni del giornalismo “stupido” o “ipocrita”, in entrambi i casi “complice” di coloro che attentano alla sicurezza, al lavoro, alla integrità etnica del nostro popolo. Il risultato è un imbarbarimento del dibattito politico; non si illustrano le proprie idee, non si contestano civilmente le ragioni altrui, si effigiano idoli da esporre alla gogna.

Conviene chiudere qui la sommaria rassegna, anche se ci sarebbe ancora molto da segnalare. Con una postilla: la retorica è una tecnica, e in quanto tale ‒ come insegnavano già i sofisti dell’antica Grecia ‒ può essere messa al servizio di una causa giusta e nobile, oppure iniqua e malvagia. E v’è da essere certi che Socrate, pure lui un sofista, avrebbe deprecato che l’arte dell’argomentazione fosse impiegata per mentire, per eccitare i peggiori istinti e le pulsioni più torbide, per negare la dignità dell’essere umano.

Dimenticavo: per coloro che non ne abbiano riconosciuto la fonte, le citazioni in corsivo sono di Benito Mussolini.

Ferdinando Pappalardo, già docente presso l’Università degli Studi di Bari, già parlamentare, presidente dell’Anpi provinciale di Bari, membro del Comitato nazionale Anpi

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Trieste: corteo CasaPound, l’Anpi in piazza

Si auspicava che il rappresentante del Viminale non concedesse l’autorizzazione alla formazione neofascista, dopo le prese di posizione del sindaco Dipiazza e del presidente di Regione Fedriga, esponente di destra il primo, leghista l’altro. Invece secondo il prefetto Annapaola Porzio “fin che siamo in democrazia non si può decidere chi può sfilare o meno”. Dunque via libera, il 3 novembre, al corteo nazionale delle tartarughe frecciate nonostante, da quanto si apprende, il raduno non si terrà in centro ma in periferia: ragioni di sicurezza dettati dai preparativi per la visita del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, atteso il giorno successivo in occasione della Festa dell’Unità nazionale e Giornata delle Forze armate e della chiusura ufficiale delle celebrazioni nel centenario della Grande guerra.

La decisione del prefetto di accordare Trieste ai “nipotini del duce” è uno schiaffo per la città Medaglia d’oro della Resistenza, la città della Risiera di San Sabba che ha appena celebrato l’80° delle ignobili leggi razziali.

La Risiera di San Sabba oggi

L’Anpi triestina, ha subito reagito. Come già aveva fatto non appena si era saputo dell’adunata nera, convocata – via facebook – per festeggiare il centenario della vittoria nel primo conflitto mondiale. I partigiani avevano scritto alle Autorità competenti per chiedere il divieto. Ad esprimere un’immediata fortissima contrarietà ai neofascisti era stata anche la Chiesa con Monsignor Ettore Malnati. Fortissima la vicinanza della società civile, delle associazioni, dei sindacati e dei semplici cittadini, tanto da ottenere appunto la presa di distanza dei rappresentanti di Comune e Regione.

Ora dal presidente dei partigiani Fabio Vallon arriva un appello per promuovere, in contemporanea, il 3 novembre “una manifestazione antifascista per riaffermare i valori della Costituzione”.

Ecco il testo integrale:

“Tante, tantissime voci, laiche e religiose, si sono alzate a Trieste in questi giorni contro la provocatoria manifestazione dei fascisti del terzo millennio di CasaPound, oltraggio alla città Medaglia d’oro della Resistenza. A fronte della concreta possibilità che la manifestazione possa effettivamente svolgersi, è giunto il momento di una grande unità antifascista e di mobilitazione popolare contro i fascismi e i razzismi, come 73 anni fa. Non è questo il tempo di aspettare, non è questo il tempo di eccessivi distinguo, non è questo il tempo di privilegiare interessi particolari di consenso, di rendita di posizione o di rappresentanza. Non è questo il tempo degli indifferenti.

Chiediamo ai cittadini e alle cittadine democratiche di Trieste, a tutte le forze politiche, economiche, culturali, sindacali e religiose della nostra città che si riconoscono nei valori dell’antifascismo e della Costituzione italiana di partecipare ad una grande, pacifica, inclusiva manifestazione per dire no all’odio, alla paura, alla violenza ed alla discriminazione, e per dire un forte sì alla solidarietà, al rispetto dell’altro e per riscoprire il valore ed il senso delle nobili parole fratellanza e pace, che sono alla base della democrazia e dell’antifascismo”.

«Le adesioni stanno già arrivando – anticipa Vallon -. I cittadini sono indignati e preoccupati. Ricordano ancora le migliaia di estremisti giunti a Gorizia tre anni fa per “festeggiare” l’ingresso dell’Italia nella Prima guerra. Per di più, in un capoluogo di 200mila abitanti come il nostro, centro storico e periferia sono praticamente contigui e c’è dunque molto timore».

Chi volesse aderire all’iniziativa democratica può scrivere alla mail anpivzpi@gmail.com.

Due giorni fa la seduta del Consiglio comunale in cui si dovevano discutere mozioni sul corteo neofascista si è tenuta sotto l’occhio vigile di una decina di militanti di CasaPound. Non sembra proprio un buon inizio.

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Varese: fascisti rubano la targa Perlasca

Da https://milano.repubblica.it/cronaca/ 2018/09/25/news/varese_rubata_dal_giardino_dei_giusti_ la_targa_di_giorgio_perlasca-207299211/

Otto anni fa la imbrattarono con vernice nera, ieri l’hanno trafugata. La targa dedicata a Giorgio Perlasca, lo Schindler italiano al “Giardino dei Giusti” di Varese in viale Aguggiari, non c’è più. Il sindaco Davide Galimberti ha commentato: “Un gesto vigliacco che ripropone la necessità di una difesa costante della memoria e dei valori democratici”. Poi puntando il dito sulle possibili responsabilità del furto ha detto: “Colpire la memoria di colui che si adoperò per salvare migliaia di persone da uno sterminio su basi razziali e farlo nell’ottantesimo anniversario dall’introduzione delle leggi razziali fasciste evidenzia la base ideologica di chi ha compiuto questo atto”.

Il prefetto Perlasca nella Seconda guerra mondiale fingendosi diplomatico spagnolo, salvò a Budapest oltre 5mila ebrei. Israele gli ha tributato il titolo di ‘Giusto tra le nazioni’ e il suo nome è iscritto nel memoriale dello Yad Vashem di Gerusalemme.

A condannare la ruberia anche il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia: “Un insulto inaccettabile alla storia e alla memoria di una persona giusta che, in silenzio e con grande coraggio, ha salvato migliaia di persone dalla persecuzione razziale del nazifascismo”.

Giorgio Perlasca (da https://it.wikipedia.org/wiki/ Giorgio_Perlasca#/media/File:Giorgio_Perlasca2.jpg)

“Un gesto ignobile” per tutti gli iscritti Anpi di Varese, a cui dà voce la presidente del Comitato provinciale, Ester Maria De Tomasi. La targa è una delle tappe del percorso della Resistenza promosso da anni dall’Associazione in occasione delle celebrazioni dell’ottobre di sangue varesino.

“Stiamo vivendo un tempo terribile, mala tempora currunt, perché tutto viene sdoganato e concesso. Dobbiamo riappropriarci dell’educazione civica, politica e sociale ormai perduta, lo dimostrano i proclami e le urla di tanti rappresentanti istituzionali”, aggiunge De Tomasi –. L’Anpi per fortuna è un’isola felice perché i cittadini ci riconoscono un ruolo importante, di coscienza critica al di sopra delle parti”. Lo conferma l’aumento degli iscritti anche a Varese: agli oltre 2500 già tesserati, tra i quali anche il sindaco Galimberti, si sono aggiunte nuove adesioni in occasione della recente festa provinciale tra fine agosto e gli inizi di settembre. Figlia di un militare che, tornato dalla campagna in Russia divenne partigiano e fu deportato a Mauthausen, De Tomasi continua: “Auspico che gli autori del furto non abbiano consapevolezza della gravità del loro gesto perché altrimenti vorrebbe dire che ogni Olocausto, da quello razziale a quello politico, non ha lasciato alcun monito al presente”.

Per la zona che è stata a lungo feudo indiscusso dell’organizzazione neonazista Do.Ra. è un momento silente. Dopo le perquisizioni alla sede della comunità dei Dodici Raggi e l’avvio dei processi di cui si attende la sentenza è però CasaPound a presiedere le strade con banchetti e gazebo in cui coopta anche persone di colore. “La foto di Salvini con esponenti delle tartarughe frecciate preoccupa molto. Dove arriveremo se le istituzioni della Repubblica appoggiano i gruppi di estrema destra?” conclude De Tomasi.

Fitto intanto il programma dei partigiani: il 30 settembre partiranno le iniziative per commemorare ‘L’ottobre di sangue varesino”, quando nell’autunno ’44 decine e decine di giovanissimi combattenti della libertà vennero arrestati, deportati o uccisi. A Luino si ricorderanno i Martiri della Gera, il 14 di ottobre una serie di appuntamenti metteranno a confronto generazioni adulte e studenti liceali e universitari oltre a convegni e presentazioni di libri.  Infine a novembre con il Comitato delle onoranze dei Caduti del San Martino si ricorderà il primo glorioso grande scontro tra truppe nazifasciste e partigiani.

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Savona: oltraggio ai partigiani

Insieme per reagire  a un atto vandalico che ha voluto insultare la memoria democratica di Savona, città Medaglia d’Oro della Resistenza e dove la società civile ultimamente si è più volte mobilitata per affermare i valori dell’antifascismo e per rispondere al razzismo e all’odio dilagante.

Forse la notte del 13 settembre scorso o forse il giorno precedente è stata distrutta la lapide in ricordo del “Natale di Sangue del 1943”, quando il 27 di quel mese sette patrioti furono condannati a morte, senza processo, e fucilati dalla milizia fascista al Forte della Madonna degli Angeli per rappresaglia a un’azione compiuta il giorno 23 contro nazisti e i fascisti riuniti nella Trattoria della Stazione, luogo abituale di ritrovo di tedeschi e collaborazionisti.

«La lastra di marmo – spiega il presidente del Comitato provinciale Anpi Samuele Rago, che ha denunciato l’oltraggio – era stata rinnovata appena pochi mesi fa e ora è stata fatta a pezzi da mano non ignota. Un atto chiaramente fascista e in qualche modo annunciato». Strane coincidenze infatti.

La foto postata con l’immagine della lapide integra

Il 12 settembre, si scopre in seguito, viene postata sulla pagina Facebook “partigiani con le mani rosso sangue 2” la foto della lapide integra, nei commenti si legge “la parola traditore è nel posto sbagliato”. Poco tempo dopo un’altra foto, questa volta con l’immagine di una lastra scempiata, arriva alla redazione di un giornale online. Non si capisce bene cosa rappresenti, però. E si chiedono lumi al presidente dell’Anpi Savona. Rago riconosce la lapide dedicata ai martiri del ’43 e si rivolge alla polizia, un sopralluogo conferma l’oltraggio. Ieri sulla pagina che inneggia al fascismo un nuovo post con foto: la lapide è stata “rielaborata” e invece dei nomi dei patrioti ne compaiono altri.

La foto della lapide “ritoccata” con altri nomi

Intanto dopo la denuncia dell’Anpi che ha affisso dei manifesti in tutta la città, il 14 settembre i partigiani, la Cgil, i partiti le altre associazioni democratiche si sono incontrati nel locale Istituto Storico della Resistenza per concordare stabilire tutti insieme «la risposta, ferma e democratica a chi viola la memoria di coloro che hanno dato la vita per la libertà di tutti». La lapide sarà restaurata e apposta nuovamente e poi il 27 ottobre si terrà una manifestazione con corteo tra le strade di Savona.

Continua Rago: «Abbiamo chiesto una ferma condanna del fatto da parte delle Istituzioni, a partire dall’amministrazione comunale, perché questo vile gesto non colpisce solo una parte politica, ma tutti i cittadini che si riconoscono nei principi della Costituzione repubblicana e che le istituzioni sono chiamare a rappresentare e tutelare».

Il sindaco Ilaria Caprioglio, eletta con il centrodestra, ha risposto su Facebook e con parole chiare: “A nome dell’amministrazione comunale, condanno fermamente questo gesto inaccettabile e ingiustificabile: non una semplice “bravata” da ragazzi, ma un insulto alla nostra città e alla sua memoria. Auspichiamo che i responsabili di questo atto vergognoso possano essere identificati in breve tempo e puniti, magari risarcendo di tasca propria i danni arrecati”. E ha concluso: “Accolgo con piacere l’invito a scoprire la lapide restaurata”.

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IL GIORNO DELL’INFAMIA Speciale antologia leggi razziali

Una novità di Patria Indipendente: un numero speciale antologico sulle leggi razziali e sul razzismo oggi in occasione dell’anniversario dell’annuncio dell’approvazione delle famigerate norme il 18 settembre 1938. Questo numero speciale (un pdf ) può essere scaricato o letto cliccando qui:

Patria Indipendente SPECIALE ANTOLOGIA LEGGI RAZZIALI settembre 2018

Buona lettura

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Garofani rossi alla Risiera di San Sabba

Giornata delle emozioni. E non poteva essere altrimenti alla Risiera di San Sabba. Ottant’anni dopo l’annuncio della promulgazione delle leggi razziali, avvenuto a Trieste da parte di Benito Mussolini in persona, l’Anpi Friuli Venezia Giulia ha voluto ricordare quel giorno, il giorno dell’infamia, nel luogo ove questa infamia si è fatta carne, sangue e morte.

Fabio Vallon, presidente provinciale dell’Anpi di Trieste, ha sottolineato le ragioni dell’iniziativa ed ha letto il messaggio pervenuto dalla senatrice Liliana Segre: “Care amiche e cari amici dell’Anpi del Friuli Venezia Giulia – scrive la senatrice – condivido e apprezzo la vostra scelta di ricordare con una breve cerimonia, presso un luogo-simbolo come la Risiera di San Sabba, il discorso con cui Mussolini il 18 settembre 1938 volle annunciare proprio a Trieste l’avvenuta promulgazione delle leggi razziste. Io ricordo quei giorni. Avevo otto anni, ascoltai la notizia della promulgazione dei decreti che stabilivano “la necessità assoluta e urgente di dettare disposizioni per la difesa della razza nella scuola fascista”. Per me fu un trauma realizzare che ero stata “espulsa” dalla scuola. Perché? Che cosa avevo fatto? Che sistema è mai quello in cui una “legge” può stabilire una cosa del genere?

La senatrice Luciana Segre

Seguirono anni di umiliazioni continue. Poi arrivò la guerra. Il 25 luglio 1943 per un istante ci illudemmo che il fascismo fosse finalmente caduto e che anche la guerra stesse per finire, ma la parentesi delle speranze si chiuse con l’8 settembre, con l’occupazione tedesca, con il Nord ridotto alla repubblica-fantoccio di Salò. La vostra regione venne addirittura strappata all’Italia per essere integrata direttamente nel Reich nazista. Tutto questo ci ricorda – continua il messaggio di Liliana Segre – che il fascismo, oltre che un regime sanguinario e totalitario, fu anche tradimento. Tradimento dell’Italia, della sua integrità territoriale, della vita del suo popolo, della sua tradizione di cultura e di civiltà. Se a Trieste poté esserci l’unico lager nazista dotato di forno crematorio in territorio italiano, quello appunto della risiera di San Sabba, fu proprio in ragione di quel tradimento fascista, cioè del fatto che un pezzo importante del territorio nazionale fosse stato consegnato alla giurisdizione diretta dei tedeschi. E devo anche dire che per noi ebrei italiani perseguitati, depredati e costretti nei campi di sterminio, ha sempre rappresentato uno shock verificare sulla nostra pelle che tra i più zelanti nostri aguzzini vi erano proprio i collaborazionisti italiani, servi dei nazisti. Finalmente dopo l’inferno di Auschwitz venne nel 1945 la liberazione nostra dal Lager e dell’Italia dall’invasore nazifascista.

La Risiera di San Sabba

Nel 1948 ci furono poi due grandi eventi epocali: l’entrata in vigore della nostra Costituzione repubblicana, democratica e antifascista e la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani; fatti che sancirono anche formalmente la fine degli anni peggiori dei regimi totalitari.

Oggi a ottanta anni dalle leggi razziali e a settanta dalla Costituzione e dalla Dichiarazione universale – si conclude così il messaggio – non dobbiamo stancarci di operare per costruire una memoria collettiva salda e civile, indispensabile a contrastare quell’ignavia e quell’indifferenza che sempre sono dietro le pagine più nere dell’umanità”.

Dopo un breve saluto dell’assessore del Comune di Trieste Carlo Grilli è intervenuto il coordinatore regionale dell’Anpi Dino Spanghero che ha letto il messaggio della presidente nazionale dell’Ucei Noemi Di Segni e poi quello della presidente nazionale dell’Anpi Carla Nespolo.

Noemi Di Segni, presidente nazionale dell’Ucei

“Nell’ottantesimo anno dall’emanazione delle leggi antiebraiche – ha scritto Noemi Di Segni – di cui oggi viene celebrata memoria a Trieste, città nella quale furono con orgoglio proclamate da Benito Mussolini, inevitabilmente si insinua il dubbio su questi lunghi decenni da allora trascorsi. Il ’38 rappresenta uno spartiacque legale tra l’essere e non essere più cittadini italiani di pari diritto. Il tradimento dello Stato rappresentato dalle sue massime istituzioni rispetto ad una popolazione che ha sempre vissuto come parte del contesto sociale e culturale di riferimento. L’annuncio del varo delle leggi, l’orgoglio e la convinta ragionevolezza delle stessi fu chiaro in quel 18 settembre ma ancor più devastante l’inno che dalla piazza riecheggio quell’annuncio. Una piazza che gremita attribuiva un senso alle folli parole, rinunciando ad ogni vaglio di umana ragionevolezza, neppure la benevolenza. E le grida che invocavano quell’ingiustizia come gesto di assoluta correttezza e doverosità. Le mura della Risiera di San Saba dove oggi vi siete radunati, hanno visto quel che alle leggi è stata la risposta. Dall’annientamento dell’anima a quello fisico, con obbedienza al supremo ordine, con rinuncia ad ogni autonomo giudizio di moralità, con indifferenza.

Oggi ponete un fiore in ricordo di chi assieme a noi prega un antico monito: sceglierai la vita.

Per scegliere la vita, che nessuno potrà mai vivere per noi al posto nostro e che ovvia non è, occorre oggi con coraggio dire che questo è avvenuto che questa è verità. Per scegliere la vita è necessario che i siano i nostri giovani a sapere e conoscere. Per scegliere la vita è necessario che la piazza si riempia di nuovo e che risuoni un forte no ad ogni forma di odio, no a chi dimentica la Resistenza e la Liberazione, no ad ogni forma di promessa purezza, no a chi rinuncia al sogno di solidarietà europea, no a chi antepone il conflitto e la pena. Nel ricordo di tutti coloro che a seguito delle leggi patirono isolamento e smarrimento, di tutti coloro che con la complicità del silenzio regnante sono stati deportati e sterminati, di chi sacrificò la vita per donarci la libertà, oggi unisce la preghiera per la vita. Grazie per il dono di ascolto, di partecipazione e di speranza”.

Carla Nespolo, presidente nazionale dell’Anpi

È stata poi la volta della lettura del messaggio di Carla Nespolo: “Oggi, 18 settembre, è un triste anniversario, quello dell’annuncio delle leggi razziali. Vi ringrazio del gesto simbolico di cui siete protagonisti nel luogo dove furono scientificamente sterminati dalla follia nazista migliaia di innocenti; il vostro gesto deve rinnovare la condanna, ma deve anche sollecitare l’allarme. Dalla Liberazione in poi l’Italia e l’Europa hanno ritrovato la via della pace e del progresso economico e sociale, e la città di Trieste è tornata ad essere un ponte fra storie, culture, lingue e popoli diversi. Ma oggi, sia pure in altre forme, sta tornato nel nostro Paese e in parte del continente il vento mortale del razzismo e della discriminazione. Ricordo che allora, nel 1938, si avviò l’infernale meccanismo che prima negò i diritti civili e sociali, e poi negò il diritto alla vita. Oggi, con voi, rinnoviamo l’impegno solenne che l’intero popolo italiano ha contratto con la sua Costituzione, che recita: ‘Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali’”.

Proprio alle parole di Carla Nespolo si è collegato Dino Spanghero, sottolineando che davanti al vento razzista che spira oggi c’è certo bisogno di ricordare, ma specialmente di conoscere, capire e contestualizzare. “Col 18 settembre 1938 noi rammentiamo una data simbolica – ha aggiunto – ma il razzismo è nato prima e non è morto; non è bastata la catastrofe della seconda guerra, né il riscatto della Resistenza, né l’attuazione della Costituzione. Da ciò le ragioni del nostro impegno antirazzista che si rinnova davanti alle notizie spesso tragiche che si succedono quotidianamente”.

Nei brevi interventi che si sono succeduti non è mancato il saluto in sloveno di Stanka Hrovatin, già presidente dell’Anpi di Trieste e già vicepresidente nazionale dell’Anpi, e la riflessione di un partecipante all’iniziativa che ha ricordato che la Risiera è stata utilizzata sia come forno crematorio per gli ebrei, sia come prigione e luogo di fucilazione per partigiani italiani e sloveni.

E proprio sulle urne con le ceneri delle tante vittime è stato deposto un mazzo di garofani con la scritta “Anpi Friuli Venezia Giulia”.

A conclusione si è svolta una conferenza stampa al circolo della stampa, ove si è annunciato un convegno proprio sul tema delle leggi razziali e del nuovo razzismo; si svolgerà il 17 novembre, anniversario della pubblicazione del regio decreto di entrata in vigore delle leggi razziali.

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Raid razzista a Milano

Una delle aule scempiate della scuola

Svastiche a corredo di scritte omofobe, per di più sgrammaticate, e frasi inneggianti a Salvini e alla Lega, le hanno lasciate sono state lasciate sui muri della Scuola Cultura Popolare, in via Bramantino. periferia nord di Milano. Nell’istituto da cinque anni, la cooperativa sociale don Milani aiuta, con un importante supporto didattico, tanti ragazzi stranieri e italiani. I teppisti vi sono entrati nella notte tra venerdì e sabato.

Una delle scritte

A denunciare l’accaduto su Facebook è stata l’associazione “Sentinelli di Milano“, che nella mattinata di domenica si era messa a lavoro, assieme a famiglie di volontari che gestiscono la scuola, per ripulire le pareti delle aule, in vista della ripresa – oggi – delle attività.

Ad esprimere immediatamente sdegno per il fatto e la solidarietà dell’Anpi alla Bramantino, è stato il presidente del Comitato provinciale milanese, Roberto Cenati che ha voluto ricordare e far sue le parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della ricorrenza della presentazione del manifesto della “razza”, precursore delle famigerate leggi antisemite del 1938:“Il veleno del razzismo continua a insinuarsi nelle fratture della società e in quelle tra i popoli – aveva detto il Capo dello Stato – . Crea barriere e allarga le divisioni. Compito di ogni civiltà è evitare che si rigeneri”. Sulla vicenda è intervenuto anche il sindaco Giuseppe Sala, che con un post sulla sua pagina Fb ha scritto “Attaccare una scuola che punta sull’integrazione significa voler ostacolare il futuro del nostro Paese. Non possiamo più tollerare gesti come questo: da milanesi continuiamo a credere in una città aperta, solidale e profondamente democratica”.

Una delle scritte pro Salvini

Ultimo a bollare l’accaduto è stato Salvini, ma solo dopo essere stato incalzato più volte sul raid razzista: “Collegare questi comportamenti al lavoro di buon senso, rigore e sicurezza che sto portando avanti è follia”, ha però aggiunto. Per concludere: “Non vorrei che la sinistra urlante faccia la stessa figura di quando mi ha accusato per le uova tirate alla nostra atleta, l’azzurra Daisy Osakue e poi si è scoperto che erano dei ragazzi cretini alcuni genitori dei quali erano del Pd”. Parlava da vicepremier e ministro della Repubblica o da leader della Lega?

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Addio Killby, soldato benefattore.

https://www.ilrestodelcarlino.it/fermo/cronaca/james-keith-killby-1.4170882

Fermo, 13 settembre 2018 – James Keith Killby ricordava più di tutto la fame e la paura, poi l’euforia della libertà e il sollievo dell’aiuto ricevuto, l’abbraccio di una terra marchigiana che in quegli anni tutto toglieva ma che sapeva anche restituire tutto. Se n’è andato a 102 anni l’ex soldato inglese che nelle Marche, a Servigliano, aveva conosciuto la prigionia, la sofferenza, la paura di morire e poi il sapore dolce dell’aria buona e della generosità. Salvato dalle Marche e nelle Marche, ha donato gli studi a 800 marchigiani, per 30 anni.