Il Comandante Max e l’8 settembre

8 settembre 2019 in Protomoteca

La sala della Protomoteca, una delle più prestigiose del Campidoglio, gremita come solo nelle grandi occasioni per celebrare a Roma l’8 settembre e così l’inizio della Resistenza.

Massimo Rendina

Più di trecento persone ieri hanno partecipato all’iniziativa promossa da Roma Capitale e dal Comitato provinciale dell’Anpi: un grande concerto dedicato al compianto Massimo Rendina, il Comandante Max, Capo di Stato Maggiore della Prima Divisione Garibaldi, in Piemonte, e presidente dell’Anpi provinciale Roma, sua residenza di adozione, scomparso nel 2015. Un tributo a una personalità di spicco, per riassumere il contributo alla lotta di Liberazione di tutti le partigiane e i partigiani capitolini, qualcuno recentemente scomparso, come “la pasionaria” Tina Costa.

Se numerosi tra i presenti in sala indossavano al collo il fazzoletto dell’Associazione dei partigiani, colpiva la presenza di tantissime donne e giovani, di intere famiglie con i loro figli, adolescenti e bambini. Plasticamente a documentare un bisogno di impegno e di memoria antifascista della società civile.

A precedere l’esibizione musicale sono state le testimonianze dei partigiani Iole Mancini e Massimo Pradella e gli interventi dello storico Davide Conti, del presidente dell’Aned romano, Aldo Pavia, del vice presidente nazionale Anpi, Gianfranco Pagliarulo, introdotti dal presidente provinciale Anpi, Fabrizio De Sanctis.

Fabrizio De Sanctis, presidente Anpi Roma durante l’intervento

Illustrando il valore simbolico della giornata, nel 75° della Liberazione della Città, De Sanctis ha ricordato il riconoscimento, della Medaglia d’Oro al Valor Militare attribuito a Roma nel 2018 e ha rammentato come proprio nel primo giorno della Liberazione della caput mundi, il 4 giugno 1944, sul colle capitolino è nata l’Anpi. Il presidente provinciale Anpi si è poi soffermato sulla figura di Massimo Rendina, il Comandante Max, coraggioso combattente e maestro di democrazia. Nato a Venezia nel 1920, cattolico, lontano dalla retorica fascista comincia a scrivere per i giornali di Bologna, dove studiava.

Donne e giovani tra i tantissimi partecipanti all’iniziativa del pomeriggio dell’8 settembre 2019 in Campidoglio

Nel 1943, reduce dalla campagna di Russia, giornalista al Resto del Carlino, dove conobbe Enzo Biagi, alla notizia dell’armistizio fece la sua scelta, dichiarando ad alta voce in riunione di redazione la sua intenzione di non collaborare con fascisti e tedeschi, e prendendo subito la strada della montagna. Poi nel dopoguerra fu giornalista all’Unità e nel 1957 direttore del primo telegiornale RAI. Infaticabile testimone della Resistenza, Rendina operò tenacemente e ostinatamente per la trasmissione della memoria democratica: nel 2006, l’apertura a Roma della Casa della Memoria e della Storia rappresenta un risultato imitato in altri territori italiani.

Davide Conti, responsabile delle ricerche Roma Medaglia d’Oro, ha rammentato la battaglia che nel settembre 1943, a Porta San Paolo, combattuta spontaneamente da militari e civili, donne, giovani, operai insieme, in una Roma abbandonata a se stessa dai vertici istituzionali, politici e dell’esercito, dette il via alla lotta contro l’occupazione nazifascista del Paese. Citando Rosario Bentivegna, esponente dei Gap, i gruppi di azione patriottica, lo storico ha sottolineato che l’8 settembre non fu, come ancora sostengono alcuni, la morte della Patria ma la morte dell’idea fascista di patria.

Lo storico Davide Conti ha ripercorso le tappe dei nove mesi della Resistenza romana

Poi ha ripercorso i nove mesi di guerriglia urbana, in cui alle gloriose attività della lotta armata, vanno doverosamente aggiunte quelle della popolazione. «Marisa Musu, Medaglia d’Argento al VM, una quattro ragazze gappiste con Carla Capponi, Lucia Ottobrini e Maria Teresa Regard – ha detto Conti – ha sempre rivendicato il ruolo di combattente di tutta Roma». Rievocando il Comandante Max, lo storico ha spiegato che le divisioni garibaldine venivano numerate seguendo la data di formazione, dunque appartenere alla prima dà la misura della sua scelta.

Massimo Pradella, partigiano 95enne, già direttore dell’orchestra RAI ha fatto riflettere con una delle sue caratteristiche, la formidabile, intelligente e divertente ironia

La parola è poi passata a Massimo Pradella, 95 anni, già direttore dell’orchestra RAI, violinista e pianista, arruolatosi Volontario della Libertà nel neonato Esercito di Liberazione. «Il mio 8 settembre era cominciato ben prima, con l’approvazione delle leggi razziali – ha detto il maestro –. Avevo 14 anni, vivevo ad Ancona, il mio parroco aveva organizzato un concerto e su “La Voce Adriatica” comparve un articolo violento, in cui venivo definito “mezzo sangue” per parte di madre, di cognome Senigaglia. Continuava con accenti provocatori rivolti non solo a me ma agli ebrei in generale. La mia famiglia, preoccupata, si trasferì a Roma. Amo questa città anche perché mi ha salvato. E oggi nonostante gli echi nostalgici, i rigurgiti di quella cupa stagione, temo soprattutto gli indifferenti».

Pradella ha dimostrato la straordinaria intelligenza e autoironia, prendendo in giro la sua opera di testimonianza col racconto della visita di due direttori d’orchestra, uno molto pieno di sé, alla casa di Donizetti. Davanti alla targa in memoria, il direttore più tronfio e vanitoso chiede all’altro: chissà cosa scriveranno sulle nostre case quando non ci saremo più. Risposta: “Affittasi”.

Il presidente dell’Aned Roma, Aldo Pavia

Poi è stata la volta di Aldo Pavia che ha rimarcato la cesura rappresentata dalla Resistenza nella storia italiana. «Non è stata la conclusione del processo unitario risorgimentale, come si sostiene in alcune interpretazioni, ma un inizio senza precedenti. Protagonista una popolazione che pagò più di altre l’occupazione, Roma conobbe una fame nessun’altra città, nemmeno a Milano si soffrirono tanti stenti».

Grande commozione in sala per la testimonianza di Iole Mancini, 99 anni, vedova del partigiano Ernesto Borghesi. La partigiana ha raccontato con voce affaticata ma al contempo energica di quando, sposata da appena un mese, venne incarcerata a via Tasso, sede della Sicherheitspolizei e torturata dalle SS per proteggere il marito, evaso dal carcere Regina Coeli di Roma e ricercato dai nazisti.

All’alba del 4 giugno due camion arrivano all’ingresso della sede della Gestapo, Iole con altre compagne di prigionia viene caricata su uno degli automezzi che però si ruppe mentre l’altro partì.

Iole Mancini, 99 anni, partigiana imprigionata e torturata per due mesi a via Tasso

Poche ore dopo, l’arrivo degli Alleati. «Non è possibile dimenticare la felicità per la libertà di poter parlare, camminare, guardare le persone intorno. È la più bella conquista della nostra lotta, da valorizzare anche oggi ogni giorno». Scoprì di essere stata protetta dal destino, Iole quel 4 giugno ’44. I prigionieri saliti sull’altro camion, con loro anche il sindacalista Bruno Buozzi, vennero tutti assassinati a La Storta.

Il vicepresidente nazionale Anpi, Gianfranco Pagliarulo: “Se dovesse avvenire ancora, ce la faremo? Sì, se uniti come durante la Resistenza”

A concludere gli interventi, Gianfranco Pagliarulo, vicepresidente nazionale dell’Anpi. Dopo aver portato il saluto dell’Anpi nazionale, il dirigente nazionale dei partigiani si è soffermato sull’8 settembre e su una significativa coincidenza: quella data – ha fatto notare Pagliarulo – è anche «il giorno del proclama Badoglio, quando, scrive Beppe Fenoglio, “nemmeno l’ordine hanno saputo darci”, “resistere ai tedeschi – non sparare sui tedeschi – non lasciarsi disarmare dai tedeschi – uccidere i tedeschi – autodisarmarsi – non cedere le armi”, il giorno dello sbandamento, è in quel giorno che simbolicamente nasce la Resistenza».

Il vicepresidente Anpi Gianfranco Pagliarulo cita Primo Levi: “Come allora, staremo di sentinella perché nell’alba non ci sorprenda il nemico”

Un altro riferimento cronologico deve far riflettere: il 9 settembre, quando «il re, la regina, Badoglio e altre autorità dello Stato maggiore fuggono da Roma, segnando in modo irreversibile la credibilità e il destino della dinastia Savoia in Italia. Nello stesso giorno al largo dell’Asinara, attorno alle 16, viene ripetutamente colpito dai bombardieri tedeschi l’incrociatore “Roma” che affonda tragicamente. Periscono più di 1.300 uomini tra ufficiali, sottufficiali e marinai». Era una nuova guerra, senza quartiere, fra gli italiani e i nazifascisti, la guerra dei ragazzi e delle ragazze, come la definiva Massimo Rendina, riferendosi all’età media dei combattenti nella Resistenza. Pagliarulo, già componente della Commissione del Ministero della Difesa che ha conferito a Roma la massima decorazione al Valor Militare, ha letto alcuni passaggi della motivazione: “diede inizio alla Resistenza e alla guerra di Liberazione nazionale” e “per 271 giorni contrastò l’occupazione di un nemico sanguinario e oppressore con sofferenze durissime”.

Ha poi detto: «Oggi più che mai è da chiedersi: ne è valsa la pena? E oggi più che mai, davanti ai pericoli che corre quel sistema di libertà e di liberazioni, quell’idea di civiltà e di cultura, quel modo di guardare l’altro e di riconoscerlo in se stesso, che abbiamo chiamato democrazia, abbiamo il dovere civile e il coraggio esistenziale di dire: sì, ne è valsa la pena, ed ogni qual volta chiunque dovesse mettere sotto scacco quella idea, noi siamo pronti a difenderla, nel nome di quei ragazzi che presero le armi per inseguire un sogno di felicità comune». Ancora: «se dovesse avvenire, ce la faremo? E ancora, la risposta è sì».

Attenzione altissima in sala

Ad un’unica condizione, tuttavia, ha indicato il vicepresidente nazionale Anpi: «Solo se saremo uniti, così come ce la fecero allora, quando Massimo Rendina era un ragazzo, perché, è vero, c’erano tante brigate partigiane con tanti colori diversi, ma erano unite. Abbiamo occhi per vedere quello che sta avvenendo nel mondo che ci circonda e spesso ci soffoca; fascismi, razzismi, nazionalismi, sempre in forme particolari, territoriali, specifiche, cercano di tornare; e questo ribadisce l’assoluta modernità dell’antifascismo». Già, perché «l’antifascismo non è un’ideologia; è un’idea che accomuna, e che perciò, per sua natura chiama un grande fronte unitario, un’unità di popolo, di associazioni, di organizzazioni diverse e distinte, ma unite in questa battaglia collettiva. Ed infine unità di generazioni. Perché si possono usare le parole di Primo Levi nella sua poesia: “In piedi, vecchi: per noi non c’è congedo. Ritroviamoci”. “Come allora, staremo di sentinella perché nell’alba non ci sorprenda il nemico”. Ma anche quelle nella canzone di Italo Calvino: “Tutto il male avevamo di fronte, tutto il bene avevamo nel cuore, a vent’anni la vita è oltre il ponte, oltre il fuoco comincia l’amore”».

Il chitarrista e direttore d’orchestra, Angelo Colone

Poi ai discorsi sono subentrate le note del concerto dove ad esibirsi e a dirigere l’Ensamble keplero e la cantante lirica Laura Pugliese è stato Angelo Colone, chitarrista di spicco nel panorama musicale italiano, interprete di autori contemporanei. Un omaggio a Massimo Rendina che Colone ha personalmente conosciuto in occasione del lavoro di testimonianza nelle scuole del Comandante Max. Dopo il Preludio dalla Suite BWV997, di Johann Sebastian Bach; di Fratres, di Arvo Part; della Ballata dall’esilio, di Mario Castelnuovo Tedesco; i presenti hanno potuto ascoltare la Ballata partigiana per soprano, archi e chitarra, composizione di Alessandro Annunziata e parole di Massimo Rendina.

La soprano Laura Pugliese e l’Ensamble Keplero (violini, Leonardo Alessandrini e Leonardo Spinelli; viola, Lorenzo Rundo; violoncello, Marco Simonacci) durante l’esecuzione della Ballata partigiana, testo di Massimo Rendina

Quasi un testamento di memoria e un’invocazione-appello all’impegno democratico, attualissimo:

Fischia il vento/ e la nostra canzone/ venuta da lontano,/scarpe rotte/ eppur bisogna andar/ dalle steppe  gridavate/come noi/libertà. /Pensate/ sulle montagne, nelle città/ pronti a colpire e a morire/ per poterci tutti quanti/ chiamare fratelli/ dopo di noi/ e sempre/ mai più armi in pugno/ uno Sten calato dal cielo,/ un mitra strappato/ ai briganti neri./ Il bacio a un fiore/ come ultimo addio/ una parola scritta/ col sangue sul muro/ Cancellati i nomi,/ quelli veri nelle bottiglie/ sepolte nella terra/ consegnate alla fortuna/ per non sparire/ per sempre./ Fate cerchio intorno a noi/ nella preghiera mentre lontano/ muoiono innocenti/ come allora/ uccisi da altri/ briganti neri/ Dio fa che l’urlo/ di pace e libertà/ risuoni ancora/ non si perda nel vento.

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8 settembre 1943

Non era vero. La guerra continuava.

Con l’armistizio firmato a Cassibile il 3 settembre e reso noto l’8 si avviava una guerra nuova, quella contro i nazifascisti. Nel tardo pomeriggio dell’8 il maresciallo Badoglio, nominato capo del governo dopo il 25 luglio, leggeva alla radio queste parole: «Il governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza».

Il giorno successivo, assieme al re, alla regina e ad altre autorità, fuggiva a Pescara, lasciando la Capitale (e l’Italia) senza difesa. Nasce simbolicamente allora la Resistenza, mentre i tedeschi risalivano la penisola, mentre nasceva l’effimera e cruenta repubblica di Salò, al servizio di Hitler, e mentre le truppe naziste occupavano l’alto litorale adriatico. La una guerra terribile quella dei partigiani, una guerra prevalentemente di guerriglia contro un nemico che condusse invece una vera e propria guerra ai civili. Tutto terminò in Italia il 25 aprile 1945, la Liberazione.

Con l’8 settembre del 1943, intanto, nella confusione e nella disperazione di uno Stato – lo Stato fascista – che si dissolveva, si avviava la rinascita della Patria. Perché furono quei mesi, grazie al sacrificio di decine di migliaia di partigiani e partigiane, di centinaia di migliaia di militari deportati in Germania o uccisi dai tedeschi, come a Cefalonia, a riscattare l’immagine del Paese e a consentire la ricostruzione, la Repubblica, la conquista della Costituzione.

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Il mio 8 settembre e la Resistenza armata

Da http://www.cnj.it/PARTIGIANI/immagini/210983i.jpg

Nazzareno Ciofo, scomparso nel 2008, nei giorni dell’armistizio era militare della Divisione “Venezia” operante nei Balcani. La Divisione “Venezia” con la Divisione “Taurinense”, l’8 settembre ’43, rifiutando la resa a tedeschi e fascisti, costituirono la Divisione Italiana Partigiana “Garibaldi” che partecipò alla lotta di Liberazione nella ex Jugoslavia. Dei 22.000 uomini che costituivano le due divisioni, circa la metà caddero combattendo o vennero dichiarati “dispersi”. Nella ex Jugoslavia operarono con la Resistenza anche la Divisione Partigiana “Italia” e la Divisione “Garibaldi Natisone” e, oltre ad esse, altre venticinque circa brigate, per un totale di 40.000 uomini.

A distanza di tanti anni è ancora vivo in me il ricordo del momento storico dell’annuncio dell’armistizio. Ero a Berane, una cittadina del Montenegro, ed ero in forza alla 76ª Compagnia Artieri della Divisione di Fanteria “Venezia”, addetto al carro-officina del reparto.

Non mi lasciai prendere da facili ottimismi e mi resi subito conto della nuova situazione, soprattutto nei confronti della gente del luogo che chiaramente ci era ostile. Anche i tedeschi si fecero sentire con il lancio di manifestini di propaganda e con bombardamenti aerei. Una mattina, alle prime luci dell’alba, ci accorgemmo che il presidio di Berane era accerchiato da migliaia di Cetnici (nazionalisti montenegrini), che, senza ombra di dubbio, dimostravano chiaramente di volere le nostre armi per combattere contro i partigiani di Tito.

Non sono né uno scrittore né uno storico ma mi affido al ricordo con lo spirito di un garibaldino che dopo l’8 settembre fece parte della gloriosa Divisione partigiana «Garibaldi». Di quei drammatici giorni ricordo che insieme al Ten. Pelagalli, responsabile del carro-officina del reparto, dove io stesso prestavo la mia opera, ci prodigammo, facendo l’impossibile per riparare un grosso compressore abbandonato da chi sa quale ditta italiana nei pressi del nostro carro-officina. Portato a termine, con successo, il lavoro, ci unimmo ad altri genieri e col prezioso ausilio del compressore cominciammo subito a lavorare per il livellamento di un vasto campo allo scopo preciso di trasformarlo il più presto possibile in un campo dl aviazione di fortuna.

Infatti, come era stato previsto, ci fu di grande utilità, perché dopo un paio di giorni vi atterrò un aereo proveniente da Bari portando ordini e documenti diretti al Comando di Divisione. Purtroppo poco dopo piombò sul campo un caccia tedesco che lo mitragliò danneggiandolo, però solo leggermente.

Subito dopo il pilota del nostro aereo, il Ten. Pelagalli ed il sottoscritto andammo a constatare i danni subiti e poiché era stato danneggiato il condotto dell’alimentazione lo smontammo per ripararlo in officina. A lavoro ultimato, mentre ci accingevamo a rimontare il pezzo, altri due caccia tedeschi comparvero improvvisamente nel cielo accanendosi ancora sui nostro aereo, completando l’opera che avevano iniziato e distruggendolo completamente. Ci salvammo riparandoci dietro le ruote d’acciaio del compressore, che per nostra fortuna stava ancora ai bordi del campo, coprendoci dal mitragliamento degli aerei diretto anche verso di noi. Ricordo ancora gli ultimi giorni di permanenza a Berane, prima che la nostra unità prendesse la via delle montagne per iniziare la lotta contro il nazifascismo. Fu allora che presi l’iniziativa di costruire delle grosse bombe in lamiera di ferro, grazie ai mezzi reperiti nel carro-officina, all’aiuto dei miei compagni e soprattutto al tritolo che era in giacenza nella polveriera del reparto.

Nei combattimenti che seguirono, le usammo sia noi che i partigiani jugoslavi, ed ebbero successo anche contro mezzi di trasporto tedesco, per la potenza dirompente che sprigionavano.

Forse è interessante spiegare, anche sommariamente, le caratteristiche tecniche della bomba per comprendere l’innata capacità degli italiani a risolvere con pochi mezzi i più difficili problemi. Si immagini un cilindro costruito in lamiera di ferro dalle dimensioni di dodici centimetri di diametro e quindici di altezza, ripieno di tritolo nella parte inferiore e nell’altra metà di ferraglie di piccole dimensioni; il cilindro era predisposto alla sua sommità per l’innesto di una bomba a mano, di formato piccolo, come la “romanina”, e alla base per il fissaggio di un manico di legno molto solido che serviva per lanciarlo. Una volta scagliata sul bersaglio, l’esplosione della piccola bomba provocava a sua volta lo scoppio della grande, causando enormi danni su tutto ciò che colpiva.

Nel giorni successivi giunse l’ordine di lasciare il presidio di Berane per raggiungere altre mete attraverso le montagne del Montenegro, affrontando spesso aspri combattimenti contro i nazifascisti. Fu una lunga odissea.

Per me finì dopo circa un anno, il 2 settembre 1944, nei pressi di Gaska in Erzegovina, quando rimasi ferito ad una gamba da due pallottole esplosive per cui, dopo le prime cure fui trasportato in barella, dai miei compagni, per un lungo tragitto, sino al campo di aviazione da dove in aereo raggiunsi l’Italia.

(da Patria indipendente n. 14 del settembre 1982)

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Danzica, 1° settembre 1939

L’entrata di Hitler a Danzica (da https://s.inyourpocket.com/gallery/111427.jpg)

Ottanta anni fa, il 1° settembre 1939 la Germania nazista invadeva la Polonia. Il pretesto? Oggi si direbbe di stampo sovranista: ricongiungere la “città libera di Danzica” alla “madrepatria tedesca”. Cominciava la Seconda guerra mondiale. Voluta da Hitler e Mussolini, costò la morte di 60 milioni di persone, militari e civili, bombardamenti, stragi, devastazioni, l’atrocità dei lager di prigionia e l’orrore dei campi di sterminio.

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Il monumento a La Maddalena

Nell’arcipelago de La Maddalena un monumento in omaggio ai Caduti della Resistenza combattuta in Sardegna. A ben 76 anni di distanza, è la prima volta che una grande opera commemorativa ricorderà episodi della lotta a nazisti e fascisti finora rimasti nell’ombra. Fatti avvenuti nelle ore e nei giorni del settembre 1943 immediatamente successivi all’armistizio, mentre si difendeva Roma e a Cefalonia ci si rifiutava di giurare fedeltà a Mussolini e Hitler e di consegnare le armi. «L’opera – illustra Piero Cossu, vicepresidente nazionale dell’Anpi e presidente del Comitato provinciale dei partigiani di Sassari – nasce dalla volontà di rendere doverosa memoria ai soldati che scelsero di combattere e morire per la Patria. E non obbedendo agli ordini ricevuti dai loro diretti superiori, collaborazionisti, cercarono di impedire alle truppe della 90ª Divisione Panzergrenadier e a un reparto dei paracadutisti della Nembo di lasciare impunemente l’isola per andare a rafforzare le forze occupanti il Centro Nord dell’Italia». Un tributo che al contempo dunque rappresenta un ulteriore atto di accusa sulle responsabilità, nei venti mesi seguenti, delle future stragi di civili, esecuzioni sommarie di partigiani, torture, deportazione nei lager.

Il Monumento, progettato dall’architetto Almo Bramucci, maestoso per dimensioni e composto in cemento e ferro (stilizzato nella locandina), rappresenta sullo fondo il profilo del Molo Carbone, all’interno dell’arsenale militare (bombardato il 10 aprile 1943), in secondo piano la tragedia dell’affondamento della nave corazzata Roma e, davanti le sagome stilizzate di un gruppo di combattenti contro l’esercito hitleriano. Sarà inaugurato il 13 settembre a Moneta alla presenza delle massime autorità civili e militari con la banda dell’Esercito, il Picchetto d’Onore Interforze, rappresentanti dell’Unità Navale, e dei Comuni con i gonfaloni, associazioni d’arma, il comitato celebrativo “Capitano di Vascello MOVM Carlo Avegno” presieduto da Arturo Parisi, già ministro della Difesa, esponenti della società civile e delle sezioni Anpi sarde oltre che del vicepresidente nazionale dell’associazione di partigiani avv. Emilio Ricci. Per valutare l’importanza dell’evento basti pensare che officerà messa il vescovo di Gallura, monsignor Sebastiano Sanguinetti.

La pianta dell’arcipelago (da http://zloris.blogspot.com/2013/10/larcipelago-della-maddalena-islands-of.html)

«La Sardegna – continua Cossu – è l’unica regione del nostro Paese dalla quale i tedeschi andarono via senza quasi subire perdite, anzi implementarono gli effettivi perché a loro si reparti dei paracadutisti della Nembo. Italiani. E per questo assume maggiore valore il sacrificio di pochi ardimentosi militari, marinai e carabinieri che si ribellarono pagando con la vita la loro fedeltà alla Patria».

L’idea di un omaggio monumentale a quegli eroi è nata nel 2015 quando venne promosso un convegno sulla partecipazione dei meridionali alla Resistenza a cui partecipò l’attuale presidente emerito dei partigiani, Carlo Smuraglia. «Abbiamo lavorato tre anni per reperire i finanziamenti – racconta il presidente Cossu – ma siamo molto soddisfatti: la Regione Sardegna tramite la Fondazione Sardegna e il Banco omonimo ha stanziato i 20mila euro necessari per realizzare l’opera». Anche il taglio del nastro del Monumento sarà preceduto da un convegno: nel pomeriggio del 12 nel Salone Consiliare del Comune di La Maddalena, interverranno insigni storici ed esperti. Perché la cultura democratica intende continuare ad approfondire, esplorando la complessità delle vicende e le biografie di quei valorosi soldati.

Con l’8 settembre la Sardegna ebbe per una manciata di giorni un ruolo strategico dirimente per le future sorti del conflitto. La flotta militare italiana per sottrarsi alla cattura si è spostata dai porti di Genova e La Spezia, diretta all’arcipelago de La Maddalena, in quel frangente la base italiana più importante e più attrezzata e armata di tutto il Mediterraneo, per poi raggiungere Brindisi dove si sta rifugiando la famiglia reale.

La nave corazzata Roma, affondata il 9 settembre 1943

Il pomeriggio del 9 settembre, nel Golfo dell’Asinara, dopo il rifiuto di cedere ai tedeschi del numero uno della Marina militare italiana, l’ammiraglio Carlo Bergamini, l’intero convoglio militare con la corazzata Roma e due cacciatorpedinieri, viene bombardato e affondato. Tra le quasi 1.400 vittime c’è anche Bergamini.

In Sardegna da mesi è di stanza la 90ª Divisione Panzergrenadier, composta dai resti di alcuni reggimenti dell’Afrika Korps di Rommel, dai 15 ai 30 mila (una stima più precisa non c’è) perfettamente equipaggiati. I militari italiani sono sei volte di più, probabilmente 180 mila), ma sono malmessi e malnutriti. A questo punto il piano nazista prevede di trasferire dall’isola alla penisola, dopo aver attraversato la Corsica, la 90ª Panzergrenadier per destinarla alla nascente linea Gustav, il fronte fortificato eretto con lo scopo di ritardare l’avanzata degli Alleati e di tenerli impegnati affinché non possano rinforzare la pressione sugli altri scenari di guerra. Sul ponte Mannu del Tirso (Oristano) alcune batterie italiane danno battaglia provando a contrastare il progetto.

Intanto il XII battaglione e una batteria del 184º Artiglieria della Nembo di stanza in Campidano, a circa quaranta chilometri da Cagliari, decide di unirsi ai nazisti in ritirata verso la Corsica.

Si ammutinano e si dirigono verso nord. A Macomer uccidono il loro comandante, Giovanni Alberto Bechi Luserna, trascinandosi dietro il cadavere per chilometri per poi gettarlo in mare a Santa Teresa di Gallura.

Luogo chiave è ora La Maddalena. Il supremo comandante militare italiano in Sardegna, il generale Antonio Basso, interpreta in favore di tedeschi la Memoria op. 44 (il generico richiamo dei vertici nazionali delle Forze Armate a una opposizione  armata qualora i tedeschi avessero tentato di prendere possesso delle installazioni militari italiane e sopraffare le unità italiane). Lascia loro mano libera. «La vicenda è equivoca – dice il dirigente dell’associazione dei partigiani –. Basso appena una settimana prima dell’armistizio era stato insignito con croce di guerra da Hitler, non avrebbe mai fatto nulla contro le truppe del Terzo Reich. Si accordò».

Ma altri a livello individuale prendono l’iniziativa di combattere e il 13 settembre, nonostante l’inferiorità delle armi, riescono addirittura a fare 250 prigionieri tra i tedeschi. In 28 cadono per la dignità della Patria; dopo appena cinque ore i resistenti sono però costretti a cedere. «Si vuol far ancora far passare la tesi che la scelta di Basso evitò nuovi lutti in una Sardegna già provata dai bombardamenti, dalla miseria e dalle carestie. Ci sta, ma la storia va raccontata tutta».

Approdati in Corsica senza grossi danni, nazisti e fascisti dovettero affrontare nuovi combattimenti contro gli Alleati al cui fianco, in prima fila, ci furono soldati italiani che non avevano aderito alla Repubblica di Salò. In ben 600 persero la vita.

«Per ricordare la Liberazione della Corsica è stato eretto un monumento con una scritta in tre lingue, francese, corso e arabo. Nessuno ha ricordato il sacrificio italiano. Non solo. Gli italiani dopo la battaglia vennero addirittura disarmati», insiste Cossu.

“La situazione in Sardegna e in Corsica mostra quanto di poco aiuto ed inerti siano realmente gli italiani. In entrambi i porti essi disponevano della forza sufficiente per buttare a mare i tedeschi. Invece, apparentemente, non hanno fatto nulla, sebbene qua e là abbiano occupato un porto o due”, scriveva il generale americano Eisenhower al collega Marshall in un rapporto del 13 settembre 1943. «Non andò così, per questo realizzare il Monumento in memoria dei nostri Caduti è importante», commenta l’esponente dell’Anpi.

La storia non ammette ipotesi, ma di certo le scelte dei comandi locali di allora, compromessi con i nazisti, condizionarono i destini futuri. La Gustav, dove approdarono la 90ª Panzergrenadier e i fascisti della Nembo, venne sfondata dagli Alleati solo nel maggio ’44. «Se in Piemonte, dove combatterono molti militari originari della Sardegna, in Toscana, in Emilia Romagna si fosse fatta la stessa scelta di Basso, cosa sarebbe accaduto?». Ci lascia con questa domanda Piero Cossu, lieto che all’iniziativa del 12 e 13 settembre abbiano assicurato la partecipazione rappresentanti delle istituzioni locali governate da partiti politici di ogni schieramento. Anche del centrodestra, financo della Lega.

L’articolo Il monumento a La Maddalena proviene da Patria Indipendente.

La tragedia dei quattro partigiani

3 maggio 1808, Goya

L’agosto del 1944 è stato un mese particolarmente sfortunato per il partigianato racconigese, in un territorio del cuneese dove il Comune principale conta oggi meno di diecimila abitanti. Infatti quattro partigiani, in quegli assolati giorni di mezza estate, sono caduti sotto il piombo dei nazifascisti.

Ernesto Sismonda (Ernesto), 2 aprile 1926 – 22 agosto 1944

Ernesto Sismonda sale tra i partigiani della Valle Po a soli 18 anni, nel mese di maggio ’44, quando la sua classe di leva viene chiamata alle armi per la Rsi dai famigerati bandi Graziani.

Dopo poche settimane di addestramento, viene inquadrato nella 4ª Brigata Garibaldi “Cuneo”.

Subito dopo la metà di agosto (gli Alleati sono sbarcati oltralpe, nella vicina Provenza) comincia il grande rastrellamento tedesco. La Brigata sale la valle e, per sfuggire all’accerchiamento, attraverso passaggi in alta quota, si porta in Val Varaita e passa successivamente in Francia. Durante un combattimento, Ernesto muore. Probabilmente precipita in un dirupo perché il suo corpo non verrà mai ritrovato. È l’unico disperso tra i partigiani racconigesi.

Un destino particolarmente avverso si è accanito sulla sua povera madre: anche il fratello maggiore, Matteo, era risultato disperso nelle steppe di Russia durante la tragica ritirata.

Giuseppe Ferzero (Johnson), 24 maggio 1916 – 29 agosto 1944

Giuseppe Sapino (Kiri), 14 luglio 1927 – 29 agosto 1944

Renato Bonino (Valanga), 4 febbraio 1922- 29 agosto 1944

Strano destino quello di questi tre partigiani. A fine maggio ’44 partono assieme, e con loro ci sono molti altri giovani racconigesi che fortunatamente sono tornati, verso le colline della vicina Langa, tra Monforte, la Morra e Verduno. Tutti fanno parte della XIV Divisione Garibaldi “Capriolo” ma in due Brigate diverse: uno nella 179ª “Lamberti” e gli altri due nella 48ª “Di Nanni”.

Ferzero era il più anziano, aveva 28 anni, di lavoro faceva l’impiegato e, di fronte alla prospettiva del richiamo, aveva preferito prendere la strada delle colline anche perché all’epoca il C.L.N. racconigese indirizzava tutti verso le Langhe.

Sapino era il più giovane: aveva scelto di stare con i partigiani quando non aveva ancora 17 anni, seguendo alcuni amici della sua età o di qualche mese più vecchi di lui.

Bonino non era propriamente un racconigese, abitava a Torino, ma era sfollato a Cavallerleone, paese d’origine della famiglia. Era amico del gruppo di giovani racconigesi che si erano arruolati tra i partigiani e avevano raggiunto le colline delle Langhe.

Tutto fila liscio fino al mese di agosto. La parte delle Langhe tra Verduno e Monchiero è totalmente in mano ai partigiani, che siano i Garibaldini della XIV “Capriolo” o gli Autonomi della XII “Bra”. Ciò causa enormi difficoltà di comunicazione sia ai tedeschi sia soprattutto ai fascisti (militi della Muti, brigatisti della Brigata nera mobile “Ricciarelli”).

Si scatena perciò un terribile rastrellamento. Un gruppo di circa una trentina di partigiani tra garibaldini ed autonomi viene accerchiato e costretto ad arrendersi, con la promessa di aver salva la vita. Ovviamente la promessa dei fascisti non viene mantenuta e i partigiani vengono fucilati nei dintorni della Frazione Cerequio di La Morra. Kiri e Valanga sono tra questi, anche se Valanga, benché ferito, riesce ad allontanarsi e morirà più tardi dissanguato.

Johnson viene catturato poco dopo, orribilmente torturato e, trasportato verso Alba dai fascisti, colpito a morte e scaricato in un fosso sulla strada tra Verduno e Roddi.

Per la cronaca, i fascisti non riuscirono a proseguire oltre la Morra e dovettero ritirarsi: insomma, una vittoria dei partigiani, anche se pagata a caro prezzo.

Pierfranco Occelli, presidente sezione Anpi di Racconigi

L’articolo La tragedia dei quattro partigiani proviene da Patria Indipendente.

Mattarella: “La storia si può ripetere”

Il Presidente a Fivizzano. Foto Imagoeconomica

“Guardare con consapevolezza” agli orrori delle stragi nazifasciste, che “assegnano a noi tutti una grave responsabilità”, ha detto ieri, 25 agosto, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, commemorando insieme all’omologo della Repubblica federale di Germania, Frank Walter Steinmeier, il 75° anniversario della strage nazifascista di Fivizzano. E siccome “la storia ci insegna che, di fronte alla barbarie, interi secoli di civiltà possono venire annientati in un momento”, ha messo in guardia il Capo dello Stato italiano, “è nostro dovere impedire che si creino condizioni in cui questo possa riprodursi”. Ricordando le vittime dello scempio avvenuto tra il 24 e il 27 agosto 1944 nel piccolo borgo di Vinca e in altre frazioni ai piedi delle Alpi Apuane, Mattarella ha voluto sottolineare che “la nostra democrazia, i nostri valori di libertà, la spinta ideale che ha permesso all’Europa di risollevarsi e di riconciliarsi con se stessa, si fondano e si sviluppano proprio a partire dal sangue versato da innocenti, come avvenuto qui, e dal conseguente commosso grido dei padri fondatori dell’Europa: “mai più guerre, mai più lutti”. Un richiamo alla nascita della nuova Europa democratica “nella quale ostilità e sopraffazione fossero bandite”, dettata da una preoccupazione attuale: “la progressiva perdita di fiducia nei valori al centro della storia europea – il rispetto della vita, della dignità di ogni persona, della libertà individuale e collettiva – unitamente alla deformazione dell’idea di nazione, permise a regimi che avevano a spregio la democrazia di giungere a esercitare un potere assoluto”. E citando Primo Levi, il Presidente della Repubblica ha precisato: “È accaduto, quindi può accadere di nuovo”, perché “le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre”.

Il Presidente Sergio Mattarella e il Presidente della Repubblica Federale di Germania Frank-Walter Steinmeier a Fivizzano. Foto Imagoeconomica

I presidenti italiano e tedesco hanno depositato una corona ai Caduti davanti al Comune di Fivizzano (Massa Carrara) e scoperto una targa commemorativa nel paese al quale sono state riconosciute la Medaglia d’Oro al Merito Civile e la Medaglia d’Argento al Valor Militare per il contributo dell’attività partigiana e per il sacrificio della sua popolazione dal 1943 al 1945.

In quei giorni di agosto ’44 l’eccidio di Sant’Anna di Stazzema (Lucca) era già stato compiuto e nemmeno tre settimane dopo i nazifascisti avrebbero ucciso a Marzabotto (Bologna). Le vittime accertate nel territorio fivizzanese furono 173, tutti civili.

La lapide con i nomi di tutte le vittime (da https://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/ 8/83/Fivizzano_monumento_del_cimitero_di_vinca_3.jpg)

Un massacro eliminazionista con stupri, violenze sui bambini, donne incinte, anziani. Un rito ripetuto dell’orrore messo in atto dai militari tedeschi della Aufklärungs-Abteilung 16 (“Reparto esplorante 16”) comandato dal maggiore Walter Reder e da componenti della Brigata nera apuana. Avevano già ucciso le persone che si trovavano nel borgo di Vinca e tornarono nei giorni successivi per trucidare chi si era nascosto ed era poi rientrato a casa. Annientare era il loro imperativo per contrastare il movimento partigiano che sabotava ponti ferroviari e strade, rallentando i lavori di fortificazione della Linea Gotica, e tendeva imboscate alle truppe occupanti e ai collaborazionisti.

A Fivizzano, come in altri luoghi, la memoria della brutalità si trasmette di generazione in generazione. Il neodirettore de La Nazione, Agnese Pini, riporta sul suo giornale la testimonianza della nonna, sopravvissuta perché aveva lasciato il paese, e che aveva raccolto i ricordi di altri sopravvissuti: “parlava delle camionette naziste, del rumore delle ruote sul sentiero pieno di foglie di castagno, del teschio sull’elmetto dei soldati, dei pugnali dentro gli stivali, delle mimetiche, delle retine nere che coprivano il viso degli italiani della X Mas – li chiamavano i Maimorti – che accompagnavano i tedeschi e che si coprivano il viso per non farsi riconoscere. Diceva che uno di loro suonava l’organetto, e che l’organetto aveva suonato per tutto il tempo in cui era durata la strage, dall’alba alla sera, mentre i soldati stupravano, o seviziavano, o torturavano: c’era sempre quell’organetto, diceva, e non so come glielo avessero raccontato, come quei racconti fossero diventati così vividi in lei, quasi che sentisse ancora l’organetto nelle orecchie mentre ne parlava”.

Il crimine di guerra, come in altre occasioni, verrà solo pallidamente punito. Il generale Max Simon verrà condannato all’ergastolo e così il superiore Walter Reder sono condannati all’ergastolo dal Tribunale militare territoriale di Bologna per le stragi di Vinca e Marzabotto (Monte Sole) ma la condanna sarà interrotta nel 1980 e poi cancellata da amnistia nel 1985. Nel 2009 un nuovo procedimento del Tribunale militare di Roma sentenzierà l’ergastolo a carico di 9 militari tedeschi. I 64 membri della Brigata nera apuana guidata dal generale Biagioni vennero processati dal Tribunale di Perugia che espresse condanne severe (11 furono gli ergastoli comminati) ma destinate ad ammorbidirsi con l’amnistia.

La storia, è ovvio, mai si ripete esattamente. Tuttavia, è un fatto, il clima di odio e rancore che verso ogni diversità, verso ogni impegno solidale, che si coglie in questo nostro tempo non ha precedenti da molti e molti decenni.

E nei giorni complessi che sta vivendo il nostro Paese risuonano dunque come un ulteriore monito le parole scelte a Fivizzano dal Presidente della Repubblica Mattarella: “l’impegno al quale siamo chiamati è, insieme, personale e collettivo: che quel ‘mai più’ appartenga anche alle sfide dell’oggi. Che alle giovani generazioni venga consegnato un mondo in pace, dove l’odio e l’avversione fra i popoli siano banditi e a prevalere siano i valori del dialogo e del rispetto reciproco”.

L’articolo Mattarella: “La storia si può ripetere” proviene da Patria Indipendente.

Anno IV n. 66

In questo numero:

 

In copertina

FANTASMI (POST?)NAZISTI

Gianfranco Pagliarulo

Gianluca Savoini: chi è l’uomo-chiave del “russiangate”. Julius Evola e Maurizio Murelli. La rivista “Orion” e il “gruppo di Saluzzo”. L’Eurasia e l’“ideologo” oscurantista Aleksandr Dugin. La vicinanza con Salvini

 

L’editoriale

Buone vacanze! Un augurio di cuore e di cervello

Carla Nespolo

Al ritorno, avremo tutti molte cose da fare per contrastare la dilagante svolta a destra e per contribuire a rilanciare un’alternativa civile e sociale

 

 

Servizi

Interviste

Bologna, 2 agosto 1980, ore 10.25

Giampiero Cazzato

Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage: «Non ci sono misteri, ci sono segreti»; «la strategia della tensione è una ragnatela di collegamenti e rimandi»; «l’enorme distanza dai fatti consente di cogliere «l’immagine di tutta la foresta e non quella delle singole foglie»; l’inizio? «Portella della Ginestra»

Servizi

La frontiera delle brutalità

Mariangela Di Marco

Un reportage da Ventimiglia, cartina al tornasole delle politiche migratorie. Le violenze e le violazioni della polizia francese. Gli effetti del decreto Salvini. E i migranti che trascinano le loro suole «da una terra che ci odia ad un’altra che non ci vuole»

Servizi

Nazifascisti italiani: armi e mercenari

Guido Caldiron

La «pronunciata vitalità» e l’«attivismo di impronta marcatamente razzista e xenofoba» dei militanti della destra radicale. Le inquietanti scoperte delle recenti indagini. Il controverso rapporto con l’Ucraina

 

 

Cittadinanza attiva

“Camilleri sono!”

Ferdinando Pappalardo

Non solo uno straordinario “contastorie”, ma anche una figura esemplare per milizia etico-civile. Sfidando ostilità e incomprensioni ha rappresentato una delle poche eccezioni in un panorama culturale dominato dal conformismo. Un prezioso insegnamento per coloro che non si rassegnano alla marcia trionfale del populismo, in favore della democrazia, dei diritti inalienabili degli individui, della pace

Cittadinanza attiva

L’erede di Pirandello e Sciascia

Angelo Lauricella

Andrea Camilleri è l’uomo di oggi, il democratico che dopo avere interpretato “Conversazioni su Tiresia” confessa di pensare a un futuro felice

 

 

 

Librarsi

Valentina, metamorfosi di un’icona

Letizia Annamaria Dabramo

Dalla matita di Crepax un personaggio in cui convergono origini, esperienze lavorative, passioni e retroterra culturale dell’autore. Ambasciatrice di libertà, è eroina e, insieme antieroina. Una figura celebrata proprio nel suo essere volubile, nel suo evolversi, maturare, invecchiare

 

In Primo piano

Cinque uomini da salvare

Franca Olivagnoli

Una sorpresa per chi legge “Patria Indipendente”: un racconto inedito di Resistenza, presentato nel 1952 al premio letterario Prato promosso dall’Anpi locale. Un racconto bello ed emozionante

Video – Cittadinanza attiva

Il fascismo è stato sconfitto

I tre nuovi video dell’Anpi nazionale

Servizi

Cronache antifasciste

“Ricordo la liberazione di Firenze”

 Wladimiro Settimelli

Agosto 1944: la testimonianza del ex direttore di “Patria Indipendente” in uno splendido articolo del 2005

 

 

 

Cronache antifasciste

Sant’Anna di Stazzema, 12 agosto 1944

Patria Indipendente

Nell’estate del 1944 un piccolo paese in provincia di Lucca fu il luogo del massacro voluto e realizzato dall’esercito tedesco che oramai era prossimo alla sconfitta. La lettera di Ettore Salvatori, il testo dell’interrogatorio di Marino Curzi

 

 

 

Profili partigiani

I coniugi Giusti

Maurizio Orrù

La storia di Girolamo Sotgiu e di Bianca Ripepi, che impedirono la deportazione di tanti ebrei

 

 

 

Interviste

Zehra Doğan, “la mia matita contro l’oppressore”

Antonella De Biasi

A colloquio con la giornalista e artista curda che ha scontato quasi tre anni di carcere per un disegno di una città in guerra

 

Cronache antifasciste

Pastasciutta istituzionale

Natalia Marino

La tradizionale iniziativa antifascista del 25 luglio patrocinata a Fano dal Comune, dai sindaci di Pesaro e Urbino (con giunte di segno politico opposto) e dalla Provincia: un bel segnale di unità democratica. Paolini, presidente della Provincia: “A Sassuolo in Emilia Romagna hanno negato il patrocinio? Vuol dire che mangeranno in bianco, e noi col sugo buono”

 

Cronache antifasciste

Dalla festa alla strage delle Reggiane

Alcide Cervi

25 luglio 1943: “Maresciallo, rispondo io di tutta questa gente. Accomodatevi anche voi. – E i carabinieri si mettono a mangiare”. 28 luglio: “Fuoco! – un rumore che spacca l’aria, fumo e rosso, gli operai si buttano a terra, scappano dietro gli alberi”. “Erano nove i morti, nove operai che volevano la pace”

Terza pagina

Elzeviro

Già! Ma che significa “Resistenza”?

Marco Balzano e Irene Barichello

«La parola non è solamente l’antitesi dell’ignavia, ma indica da subito pericolo e clandestinità»

Librarsi

Morte accidentale di un anarchico

Valerio Strinati

Paolo Brogi, “Pinelli, l’innocente che cadde giù”, Castelvecchi, 2019, pp. 152, € 17,50

Librarsi

Razzismo made in Italy

Daniele De Paolis

Carlo Brusco, “La grande vergogna. L’Italia delle leggi razziali”, prefazione di Liliana Segre, in appendice “Il Manifesto della razza”, Edizioni Gruppo Abele, Torino, 2019, pp. 176, € 15,00

 

 

 

 

 

 

Red carpet

Van Gogh: “Vedo ciò che gli altri non vedono”

Serena d’Arbela

“Sulla soglia dell’eternità”, regia di Julian Schnabel, con Willem Dafoe, Rupert Friend, Oscar Isaac, Mathieu Amalric, Emmanuelle Seigner, Usa, 2018

 

 

 

 

 

 

Ultime da Patria

Profili partigiani

Una ragazza di nome Henny

Stefano Coletta

Il ruolo di una bella figura di partigiana nella Resistenza in Danimarca. Il lavoro clandestino per salvare le persone ebree. I viaggi della speranza in Svezia

Profili partigiani

Il partigiano della Folgore

Pierfranco Occelli

Leandro Savia si immolò il 4 agosto 1944 per salvare una contrada del Piemonte dalla furia degli occupanti nazifascisti. Il ricordo dell’Anpi di Racconigi, la cittadina dove “Lallo” operò e si sacrificò

 

 

Cronache antifasciste

Ad Aosta l’antifascismo è ora di casa

Redazione

In Consiglio comunale approvato a larghissima maggioranza un ordine del giorno sulla concessione di spazi pubblici solo a chi rispetta la Costituzione. Soddisfazione dell’Anpi locale: “Un atto necessario, fino a una manciata di anni fa almeno ci si vergognava nel dichiararsi fascisti, oggi non è più così”

Cronache antifasciste

Sgombero CasaPound: la Camera respinge l’ordine del giorno

Gianfranco Pagliarulo

La maggioranza vota contro la proposta di due parlamentari Pd, nonostante l’evidente illegalità dell’occupazione dello stabile. Particolarmente inopportune le premesse del documento bocciato

Cronache antifasciste

Venti rose rosse

Segreteria provinciale Anpi Bari

Nel 76° anniversario della strage di via Nicolò dell’Arca a Bari (28 luglio 1943) una toccante cerimonia in memoria dei caduti antifascisti, vittime della repressione monarchica

Cittadinanza attiva

Mangeranno i pesci

G.P.

Mister (e miss) Hide della porta accanto: su Facebook gli attacchi alle vittime dell’ultimo terrificante naufragio in Mediterraneo. La consapevole costruzione del “nemico” che per definizione non è pienamente umano. La straordinaria responsabilità del ministro dell’Interno per il selvaggio e permanente accanimento contro i migranti

 

 

 

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“Quando si tradisce la Costituzione, è il momento della resistenza”

6 Agosto 2019

Dichiarazione della Presidente nazionale ANPI, Carla Nespolo, sull’approvazione della “legge sicurezza bis”Il voto di ieri al Senato non è stato altro che un patto di potere stipulato sulla pelle dei più deboli e contro i fondamentali diritti democratici, come quello di manifestare e protestare. Un voto che allontana l’Italia dal consesso delle nazioni civili.
Sono rimaste inascoltate le voci di tanti cittadini, di associazioni ed istituzioni. Ma esse esistono. Ci siamo fatti sentire prima e ci faremo sentire anche ora. Invitiamo tutti a dar vita ad ogni forma possibile, pacifica ma ferma di protesta. Quando si tradisce la Costituzione, è il momento della resistenza.Carla Nespolo – Presidente nazionale ANPI6 agosto 2019

La montagna della vergogna

La scritta “ripulita” incisa sul costone di monte Penna (https://www.change.org/p/marco-bussetti-cancelliamo-la-scritta-dux-a-villa-santa-maria)

“Una mattina mi son svegliato… e aprendo la finestra ho visto quell’iscrizione sulla montagna di fronte. Non credevo ai miei occhi”. Così a Villa Santa Maria, 1.500 abitanti, nel territorio di Chieti, in tanti illustrano lo sgomento e la preoccupazione nati da una vicenda che ha fatto rievocare al piccolo paese i tempi del ventennio.

I fatti. Sabato scorso, a due giorni dall’anniversario della nascita di Mussolini, un intervento del Comune fa tornare alla luce la scritta “Dux” incisa nel 1940 da alcuni fedelissimi della dittatura per celebrare il 18° dell’era fascista. Secondo il riconfermato sindaco Giuseppe Finamore (che si definisce un moderato di centro), l’incisione semplicemente “è storia, è sempre stata là e se serve da attrattiva turistica va benissimo”. E non intende affatto ricoprirla: l’iscrizione fa parte di lavori portati avanti dal 2015 con fondi dell’amministrazione, spesa complessiva 50mila euro, per realizzare proprio su quel costone di monte Penna percorsi di arrampicata.

Eppure la storia e la memoria riportano ben altri eventi e la reazione dell’Anpi provinciale non si è fatta attendere: “Gravissima la scelta del sindaco di Villa Santa Maria di ripulire una scritta inneggiante al regime”. Prosegue l’Anpi: “È un invito ai reduci, ai sostenitori vecchi e nuovi dell’estrema destra? Il sindaco vuole far diventare il suo Comune un’attrazione per neofascisti? In quanto rappresentante istituzionale di un Comune della Repubblica antifascista gli chiediamo di non dimenticare i suoi concittadini che hanno onorato la sua comunità con la lotta antifascista a cui deve rispetto”.

Targa in memoria della Brigata Maiella al sacrario di Taranta Peligna (distante poco più di 30 km da Villa Santa Maria)

Tra loro, l’Anpi chietina ricorda “Alberto Sabatini ‘Pavia’, partigiano della Brigata Majella, che a 21 anni, il 3 febbraio del 1944, perse la vita nella Battaglia di Pizzoferrato, combattendo contro gli occupanti nazifascisti per riscattare l’onore e la dignità del popolo abruzzese e dell’Italia tutta”.

Intanto sul caso il deputato del Pd Camillo D’Alessandro ha presentato un’interrogazione parlamentare al ministro Salvini chiedendogli di intervenire per rimuovere “uno dei simboli fascisti inneggianti a Benito Mussolini, quale scelta consapevole di un paese democratico che non ammette il riemergere di simboli appartenenti a un passato che non hanno nulla di storico, né meritano di essere rievocati, da giustificare la scelta dell’amministrazione comunale di Villa Santa Maria”. Il deputato ha anche proposto al sindaco di trasformare la scritta in Pax, convinto che sarà capace di portare un turismo più qualificato e non greve come quello della cittadina emiliana.

Un’immagine di Villa Santa Maria, alle pendici del monte Penna (da http://www.villasantamaria.eu/hh/index.php)

I carabinieri nel frattempo hanno realizzato un sopralluogo e si tratta di capire se interverrà la magistratura (qualcuno a Villa Santa Maria sostiene che la vicenda sia molto simile a quella di Affile).

Numerosi residenti non sono restati con le mani in mano e si sono messi all’opera lanciando online una racconta firme indirizzata al ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti. Per sottoscrivere la petizione basta cliccare questo link: https://www.change.org/p/marco-bussetti-cancelliamo-la-scritta-dux-a-villa-santa-maria

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