Anno IV n° 65

In questo numero:

 

 

 

 

In copertina

BUFALE FASCISTE

Irene Barichello

Intervista a Francesco Filippi. “Questo libro è indirizzato quella parte di società che ha bisogno semplicemente di costruirsi un’opinione basata sui fatti e non su dibattiti violenti e spesso slegati dai fatti”. “Qualcuno dice che il 25 aprile è divisivo: certo! Divide infatti la democrazia da ciò che democrazia non è, l’antifascismo dal fascismo”

Editoriale

Il vero “contratto”? Si chiama Costituzione

Gianfranco Pagliarulo

La confusa e pericolosa prospettiva del regionalismo differenziato. L’abbandono finale del Mezzogiorno. Lo slogan “Prima di tutto gli italiani” che svanisce nelle antiche nebbie padane. I pericoli delle riforme costituzionali in corso sulla eccessiva riduzione del numero di parlamentari e sul referendum propositivo

 

Servizi

Approfondimenti

Ue, Italia e eterogenesi dei fini

Filippo Giuffrida

Grazie al presidente del Consiglio italiano c’è non solo una tedesca, una francese e un francofilo ai vertici dell’Ue, ma pure due socialisti: lo spagnolo Borrell, che rimpiazza la Mogherini nel ruolo di Alto Rappresentante per la politica estera, e l’italiano Sassoli

Cittadinanza attiva

Anpi: un esposto contro la galassia nera

Emilio Ricci

Un quadro inquietante di violenze, minacce e intimidazioni d’ogni genere da parte delle organizzazioni fasciste e naziste. Obiettivo: l’individuazione di condotte penalmente rilevanti

Cittadinanza attiva

La oscura deriva del servilismo

Ferdinando Pappalardo

Riflessioni a proposito del caso della professoressa palermitana Dell’Aira, sospesa dall’insegnamento per quindici giorni. Un’imposizione dall’alto o uno squallido caso di zelo conformistico?

 

Cittadinanza attiva

Cieli di Ustica, 27 giugno 1980

Daria Bonfietti

A 39 anni dall’abbattimento dell’aereo c’è ancora una mancanza di documentazione che ostacola il cammino della verità. Ma è una cosa è oramai assodata: il dc9 è stato abbattuto all’interno di un episodio di guerra aerea, guerra di fatto e non dichiarata

 

 

 

Approfondimenti – Anniversari

Compleanno Anpi: CONTRO L’«ORDINE DEL TRICOLORE»

Andrea Liparoto

75 anni dalla fondazione dell’Associazione. Dopo gli articoli su “la nascita”, “la prima festa”, “le donne”, “2006, l’anno della svolta”, ecco quello che avvenne nel 2009, quando si contrastò con successo l’ennesimo tentativo di mettere sullo stesso piano partigiani e repubblichini

Approfondimenti – Anniversari

Compleanno Anpi: TAMBRONI

Fulvio Cerofolini

I fatti del luglio 1960 a Genova e il ruolo dell’Anpi. Umberto Terracini incita alla lotta intransigente contro il congresso Msi a Genova. Giorno dopo giorno la protesta si allarga sempre più e coinvolge l’intera area ligure e la zona del basso Piemonte. Gli scontri del 30 giugno. Gli incidenti a Roma. Le stragi a Reggio Emilia e Catania

 

 

In primo piano

Interviste

L’orribile caso CSM

Giampiero Cazzato

Giovanni Maria Flick: “Erano semplici riunioni per discutere su chi poteva essere più adatto per un determinato ruolo, una determinata procura? Bene, allora perché non farle in modo trasparente, invitando tutti?”, “alcuni esponenti della magistratura, hanno offerto sul piatto d’argento argomenti a favore di chi vuole normalizzare e castrare la magistratura

Cittadinanza attiva

Quando ago e filo cambiano il mondo

Letizia Annamaria Dabramo

Non solo slogan e striscioni: le proteste insegnano che le lotte civili e politiche passano anche attraverso l’adozione di canoni estetici ben precisi

 

Email in primo piano

Non cambiano il vizio. E neppure il pelo

Mario Beiletti

Vecchi e nuovi fascisti, in una situazione storica del tutto diversa, tirano fuori lo stesso armamentario: violenze, apologia del regime, gagliardetti e manganelli. Mantenere alto lo stato di allerta

 

 

Fra Montesquieu e recessione morale

Francesco Provinciali

La corruzione si attenua nei Paesi dove la giustizia è autonoma e funziona fino ad essere indipendente e scevra da condizionamenti esterni

Servizi

Cittadinanza attiva

La strana destra italiana e i neofascisti

Valerio Strinati

A proposito di un editoriale di Michele Serra. Il controverso rapporto con la Costituzione. Berlusconi e il 25 aprile. Una corrente eversiva dall’andamento carsico. Il patto repubblicano e un progetto di cittadinanza attiva

 

Approfondimenti

Resistenza e politica in pianura

Guido Ceroni

La particolare esperienza del ravennate, la terra di Arrigo Boldrini. Il fondamentale rapporto con i lavoratori delle campagne. L’esperienza maturata nei CLN: unità e contraddizioni

 

 

 

Approfondimenti

La presunta invasione e la vera fuga degli italiani

Domenico Stimolo

I dati veri del fenomeno migratorio su scala europea smentiscono il clima d’eccezione sbandierato ogni giorno del Governo del bel Paese. E intanto vanno all’estero tanti ragazzi, in particolare (ma non solo) dal Mezzogiorno

Profili partigiani

Cammina il partigiano Jerwis

Annalisa Alessio

Willy, combattente per libertà, fucilato il 5 agosto 1944 a Villar Pellice, nel torinese; appeso “post mortem” al palo della luce della piazza

 

 

Terza pagina

Librarsi

L’oscura seduzione di Furtwängler

Giacomo Verri

Giuseppe Culicchia, “Il cuore e la tenebra”, Mondadori, marzo 2019, pp. 218, € 17

 

 

 

 

 

Pentagramma

La ballata di Teresa

Chiara Ferrari

Teresa Viarengo, incredibile magazzino della memoria e straordinaria interprete, scoperta a 73 anni dall’etnomusicologo Roberto Leydi. A lei si deve il recupero di un numero impressionante di canti, soprattutto ballate, tipici della sua terra, l’astigiano, e del Piemonte in generale. Cosa è la ballata e quali sono le sue misteriose ed antiche origini

 

Forme

I vuoti di memoria e le bottiglie del Quadraro

Mariangela Di Marco

“Qui s’era antifascisti pe’ natura, pe’ fame, pe’ solidarietà coi poveracci”. Una borgata della Resistenza romana, che ha avuto un numero di deportati secondo solo a quello del Ghetto ebraico, di cui la storia parla poco. L’arte la ricorda con un’istallazione di 400 metri quadri

Forme

“L’artista che dipinge quelle orribili opere”

 Francesca Gentili

Parole di Margaret Thatcher su Francis Bacon, che le rispose che ad essere orribili non erano le sue opere ma il mondo che i politici come lei avevano creato. L’amicizia con Lucian Freud

 

Librarsi

Un giusto pugno nello stomaco

Antonella De Biasi

Daša Drndić, traduzione di Ljiljana Avirovic, “Leica format”, La nave di Teseo editore, 2019, pp. 419, € 18,70

Red carpet

“Contro di noi non vinci”

Serena d’Arbela

Un film sulla battaglia della giornalista Federica Angeli contro mafia e criminalità. “A mano disarmata”, regia di Claudio Bonivento, con Claudia Gerini, Francesco Venditti, Mirko Frezza, Francesco Pannofino, Rodolfo Laganà, Italia, 2019

Bottoni – Librarsi

Bottoni n. 7

Irene Barichello

Leggere e rileggere

 

 

 

Librarsi

I sardi e la Resistenza. Memorie

Marco Sini

“La chiave dello zucchero”, Giacomo Mameli, Il Maestrale, 2019

 

 

 

 

Ultime da Patria

Cronache antifasciste

Grande, bella e partecipata

Emanuela Manco

Alla festa dell’Anpi provinciale di Monza e Brianza una raffica di dibattiti, incontri, musica, spettacoli. E (buona) cucina. Un modello positivo su scala nazionale

 

 

 

 

 

Cronache antifasciste

Donbass, Ucraina e nazifascisti

Silvio Marconi

Un viaggio nella regione attaccata dai militari di Kiev. La presenza di organizzazioni paramilitari ucraine eredi dei collaborazionisti di Hitler. L’incognita del nuovo presidente ucraino Zelensky

Cittadinanza attiva

“Chiediamo un vero Museo della Resistenza a Milano”

Redazione

Contro il progetto minimalista dello spazio all’interno della Casa della Memoria, un appello al sindaco sottoscritto da illustri personalità della cultura milanese, fra cui Liliana Segre, Ferruccio De Bortoli, Stefano Boeri, Salvatore Veca, Nando Dalla Chiesa, Armando Spataro, Stella Bolaffi, Ottavia Piccolo, Corrado Stajano, Noemi Di Segni, Salvatore Borsellino, Djana Pavlovic

Cittadinanza attiva

CasaPound omaggia lo squadrista

Andrea Liparoto

Il 16 giugno una delegazione alla tomba di Aurelio Padovani, comandante dello squadrismo campano e segretario del fascio di Napoli

Cittadinanza attiva

Graziani, il gerarca fascista

Redazione

Mausoleo di Affile: la sentenza della Corte d’Appello e le regioni della conferma della condanna. Respinti i motivi della difesa come “infondati e pertanto immeritevoli di accoglimento”. Il testo integrale

 

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BUFALE FASCISTE

Come e perché nasce questo libro?

Faccio parte di un’associazione che organizza viaggi di memoria che si chiama Deina e, nel costruire questi viaggi, ci troviamo spesso a confronto con il modo in cui i ragazzi apprendono, fruiscono e interpretano la storia: non lo fanno attraverso gli strumenti ritenuti “canonici” (libri e manuali di storia, per esempio), ma attraverso quello che è il grande canale di informazione di tutti noi, cioè il web e in particolare i social network. Noi di Deina, parlando con i tutor – ossia ragazzi che hanno partecipato al progetto e si offrono a loro volta per accompagnare altri coetanei in quell’esperienza, per esempio ad Auschwitz – abbiamo scoperto che le convinzioni, o comunque le notizie, che girano sul web circa il fascismo sono “sporcate” da una serie di bufale e invenzioni che raccontano una storia mai esistita. Quindi questo manuale nasce innanzitutto come una risposta veloce, una “cassetta degli attrezzi” ad uso soprattutto dei ragazzi per affrontare le bugie che circolano sul fascismo.

 Quanto scritto sul tuo libro gli storici lo conoscono già, gli antifascisti convinti non sono attraversati dal dubbio che Mussolini abbia fatto cose buone, invece i suoi “ammiratori” criticano questa pubblicazione anche senza leggerla. Ci si chiede allora a chi parli questo libro, quale sia il suo spazio.

Il libro si colloca in un contesto di “resistenza intellettuale antifascista”, nel senso che si vuole ribadire fisicamente – attraverso l’oggetto libro, appunto – che alcune cose sul fascismo non si possono proprio sostenere, per esempio riguardo la sua “bontà”; si vogliono precisare i confini storici della questione all’interno del discorso pubblico. In secondo luogo, la cosa importante – proprio partendo dall’origine di questo manuale – è comprendere dove vada a incidere: nei social, purtroppo, spesso girano delle notizie infondate da cui scaturisce un dibattito tra i commentatori più accesi che di solito degenera quasi subito in insulti. Però non bisogna dimenticare che gli attori di questo tipo di “battaglie da tastiera” sono tre: ci sono i protagonisti che si scannano dalle rispettive e immutabili posizioni, ma ci sono anche tanti osservatori che assistono in silenzio, senza intervenire, magari cercando di formarsi un’opinione. Questo libro è indirizzato a loro, più in generale è indirizzato quella parte di società che ha bisogno semplicemente di costruirsi un’opinione basata sui fatti e non su dibattiti violenti e spesso slegati dai fatti.

La storia la scrivono i vincitori, gli storici, pochi però la leggono, infatti pare che quella più ascoltata sia una storia non scritta, ma raccontata da quelli che amano definirsi “vinti”. Come mai è andata così? Cosa si sarebbe dovuto narrare per avere, oltre che una storia, anche una narrazione antifascista?

Innanzitutto non credo che la storia la scrivano i vincitori: la storia la scrivono tutti; invece le versioni della storia cui si dà ascolto (o meno) dipendono non solo dal mood dei vincitori, ma anche dalla sensibilità di ciascuno. La storia, diceva Gramsci, è una grande maestra, ma non ha alunni, e credo sia vero. In secondo luogo, la storia è un grande “supermercato di fatti”, in cui si può trovare tutto e il suo contrario: grandi storie di vincitori e grandi storie di sconfitti e, a seconda della sensibilità di ognuno e grazie all’ampliamento delle conoscenze di base e della ricerca scientifica, ci si può soffermare su episodi di ogni tipo. La storia dei “vinti” è stata portata in auge e sfruttata da giornalisti (non storici, è bene ricordarlo) che hanno voluto parlare di fatti storici utilizzandoli all’interno di un discorso pubblico.

Mi chiedi poi se sia mancato qualcosa – e cosa – nella narrativa del discorso pubblico resistenziale: ritengo esso sia stato fondamentale per costruire la nostra democrazia e la nostra Repubblica e abbia sottolineato la forza dei valori di libertà e di civiltà che la Repubblica nata dalla Resistenza porta con sé. Per anni questo è stato vero. È stata una narrazione pubblica molto ampia, bella e solida, ma non “totale”, ossia non era (e non è) condivisa dalla totalità della società. E forse è anche giusto che sia così; qualcuno dice che il 25 aprile è divisivo: certo! Divide infatti la democrazia da ciò che democrazia non è, l’antifascismo dal fascismo. Per decenni i valori della Resistenza non hanno fatto parte dell’intero corpus della nazione: il cosiddetto arco costituzionale – come lo chiamavano nella prima Repubblica – escludeva una parte certo minima, ma pur sempre presente nella società italiana, quella dei fascisti. Negli ultimi anni la crisi ha posto il modello di vita democratico di fronte a delle scelte critiche, appunto; alcuni hanno approfittato della crisi prevalentemente economica per parlare invece di una crisi del sistema di valori e quindi la gente, che durante le crisi si sente insicura, ha cominciato a credere che fosse utile barattare la propria libertà in cambio di una presunta sicurezza, sociale o economica; si è cominciato a pensare che la compressione dei diritti e delle libertà fosse una via per arrivare alla felicità. Il racconto della Resistenza, che riferiva proprio di diritti e libertà, è stato dunque scavalcato da un racconto di paura, o meglio da un “non racconto di speranza”: da oltre una decina d’anni il Paese è in balia dei raccontatori odio, non si è voluto o saputo narrare quella che poteva essere una storia – e un presente – condivisa.

Forse nella narrazione resistenziale sarebbe servito fare presto i conti anche con i “tipi un po’ storti”, per dirla con Calvino, per parare così i colpi dei detrattori della Resistenza che così tentano – pretestuosamente – di scardinarne l’intera portata.

Sono disposto a entrare nel merito di questa domanda sottolineando però una cosa: non sto al gioco di chi, parlando di qualche scheggia impazzita o di qualche analisi mancata o di qualche passaggio formale non ben strutturato, desideri portare allo sfascio tutto il movimento di Resistenza italiano. Questa operazione non ha validità storiografica e non può trovare spazio in una discussione seria dal punto di vista storico. Certo, ci sono stati episodi negativi nella Resistenza e non averli sempre e tutti indagati profondamente può dare adito a dubbi, ma solo se si è in mala fede: occorre infatti sempre ribadire che da una parte c’era chi aveva scelto di combattere per la libertà e dall’altra c’era chi aveva scelto di combattere per la prevaricazione; da un lato c’era chi deportava e massacrava e dall’altro chi tentava di impedire quelle deportazioni e quei massacri.

Da “il Grande dittatore”

Prima parlavi di un racconto di odio e di paura che toglie speranza nel futuro: forse qui si cela parte della risposta al perché molti giovani si dicano di estrema destra e al perché il racconto-bufala sul fascismo faccia presa su di loro.

La questione si sposta, secondo me, dallo storico al sociologico, forse perfino allo psicologico. Oggi siamo un Paese in cui si fatica a trovare “luoghi in cui sognare” – mi piace usare questa espressione: pensiamo all’Italia degli anni 50, che aveva un passato complesso con cui fare i conti (sebbene poi non li abbia mai fatti) e un presente di disperazione, poiché era uscita distrutta dalla guerra fascista, ma possedeva un futuro in cui sognare e proiettare le proprie speranze e prospettive di crescita, la propria voglia di riscatto, prosperità e felicità. Ecco quindi il boom economico e la certezza che le generazioni future sarebbero state meglio delle presenti: nessun uomo degli anni 50 dubitava del fatto che i propri figli sarebbero stati più ricchi e colti di lui, e lavorava per questo. Adesso, invece, abbiamo una società in cui il futuro, da un punto di vista economico-sociale, è ipotecato: l’Istat ci dice che questa che si sta affacciando sul mondo del lavoro sarà la prima generazione a stare peggio dei propri genitori, banalmente per una questione di impossibilità di crescere all’infinito (e questo dovrebbe anche portarci a riflettere sulla reale tenuta di un modello che pianifica una crescita di questo tipo, ma questo è un altro discorso), ma intanto abbiamo le abbiamo trasmesso dei valori che non si possono realizzare; d’altro canto il presente di queste nuove generazioni è compresso nell’attimo: il loro social network di riferimento, Instagram, permette di fare delle storie che durano 24 ore, la proiezione di sé e del mondo dura lo spazio di una giornata. Quale spazio-tempo resta allora ai giovani per sognare? Quale momento è concesso loro per pensare di stare meglio? Il passato. Quando “avevamo un impero” e si poteva “uscire di casa lasciando la porta aperta”… Che questo passato sia vero o falso non ha nessuna importanza ai fini del sogno, è comunque – sebbene nostalgica – una speranza che le cose vadano meglio. Questo ovviamente riporta in gioco la “mitopoiesi” della bontà fascista e per questo è ancora più importante oggi combatterla.

Da “Fascisti su Marte”

Uno degli strumenti per farlo può essere un libro come questo. Ma come è possibile passare da un libro scritto, con dati storici e documenti, a una narrazione antifascista? Come è possibile riportare su un territorio di confronto omogeneo delle parole che sono mere credenze e altre invece fondate sui fatti? Come smascherare la falsità della narrazione fascista e come invece rendere più accattivante una storia che si basa sul lavoro degli storici?

Una delle cose che gli storici, classe intellettuale cui anch’io appartengo, devono comprendere è che la storia è anche racconto e saper raccontare, quindi semplicemente bisogna ricominciare a scrivere bei libri, libri divulgativi che si leggano volentieri: “divulgazione” non deve più essere una parolaccia contrapposta ad “accademico”. Un esempio di nuove forme di racconto proviene dal movimento della Public History, in cui giovani storici cercano nuovi modi per raccontare il passato.

Nella domanda si usa l’aggettivo “accattivante”, che proviene dal gergo commerciale, ma che non è una brutta parola: deve indurci anzi a elaborare un modo migliore per portare dei messaggi positivi, per ricostruire una narrativa pubblica di questo tipo. Un’operazione simile potrebbe inserirsi in una vera e propria rivoluzione della storia, del modo di intenderla, proporla e percepirla da parte del pubblico. Si pensi a Il secolo breve di Hobsbawm: un bel libro che parla di Novecento; certo qualcuno dirà che c’è di meglio in giro ma se si arriva a leggerlo sotto l’ombrellone [il volume è un bestseller anche tra i non addetti ai lavori, ndr], significa che quel progetto storiografico ha vinto la sua sfida.

Abbiamo qualche fondata speranza di superare, o almeno ridurre, l’attuale narrazione fascista del passato? A tuo giudizio è un pericolo concreto, oggi, il neofascismo in Italia e in Europa?

Non credo alla parola “neo-fascismo”: il fascismo, dal mio punto di vista, essendo un modo di fare le cose, non è né “vetero” né “neo”: è un modo di approcciarsi al mondo. Nel momento in cui tu credi alla possibilità che un uomo della provvidenza privandoti dei tuoi diritti ti dia più felicità, nel momento in cui la democrazia decade in plebiscitarismo quella si ha una via fascista di risposta ai problemi.

Premesso questo, il pericolo che ritorni questa politica d’odio è evidente, ma è altrettanto evidente – la storia ce lo insegna – il modo più efficace di eradicare questo tipo di fenomeno: il fascismo si nutre di paura, perciò dovremmo concentrarci meno su personaggi improbabili che vestiti in modo improbabile fanno saluti improbabili in luoghi improbabili (ricordando che comunque l’apologia di fascismo è un reato da perseguire giuridicamente), e più sulle fonti delle paure. La paura del diverso viene eradicata dalla conoscenza del diverso, e non è un solo un ragionamento astratto. Pensiamo alla brutta vicenda di cronaca recente relativa al sequestro dei ragazzini sul bus nel milanese: quando si è scoperto che nella realtà di tutti i giorni la diversità percepita è invece del tutto “normale”, poiché i ragazzini-eroi sono studenti tali e quali a quelli italiani con in meno solo la cittadinanza, ecco che questo tipo di narrazione e racconto pubblico vince sulle politiche di paura divisiva. Basterebbe forse ricominciare a narrare momenti e movimenti di speranza.

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Non cambiano il vizio. E neppure il pelo

Il fascismo o meglio, il neo-fascismo, si sta rivelando sempre più consistente fra gli italiani (ma non solo). L’avanzata delle destre oggi riecheggia quella che si manifestò con la marcia su Roma? Ovviamente ogni paragone si presta a facili critiche: le più numerose riguardano il rifiuto del termine “fascista”. Oggi non si vedono in giro stivaloni, orbaci e manganelli; non siamo nelle condizioni economiche e psicologiche del 1920-’22; ci sono ancora molti spazi di democrazia, e dunque il paragone pare a tanti impossibile. E tuttavia…

Il 20 giugno scorso personale della Digos della Questura di Torino ha eseguito perquisizioni nella sede e nelle abitazioni di alcuni militanti di Forza Nuova Torino. I controlli riguardano anche la sede da poco inaugurata di Rebel firm, gruppo neofascista con simpatie neonazi, a Ivrea: sotto sequestro bandiere, libri, un busto del duce, manganelli e mazze con scritte “Dux Mussolini” e 25 scudi (con adesivi di Forza Nuova e Lotta studentesca) usati durante scontri di piazza e il cui utilizzo in base alle disposizioni del Decreto Sicurezza rappresenta un reato. Il coordinatore regionale di Fn, Luigi Cortese, è stato denunciato per apologia del fascismo. Segnalati anche quattro militanti neri.

Gli accertamenti della Digos sono partiti solo pochi giorni fa, a fine maggio 2019, quando in corso Unità d’Italia era stato esposto uno striscione che recitava: “Spezza le catene dell’usura, vota fascista, vota Forza Nuova”.

Dunque, la Digos ha perquisito queste sedi. Bene ha fatto, dimostrando alcune cose: in primis, che quanto l’Associazione dei partigiani andava dicendo da tempo sulla pericolosità di certe associazioni non erano affermazioni campate in aria; in secondo luogo, che le forze di polizia possono far bene il proprio lavoro, quando messe nelle condizioni di farlo, ed è quanto abbiamo sempre chiesto: sia data loro la possibilità di agire secondo Costituzione, senza trasformarsi in meri esecutori del ministro di turno.

Rebel firm, gruppo neofascista con simpatie neonaziste (da http://canavesenews.it/news/ivrea-la-questura-vieta-raduno-rebel-firm-lanpi-ragione-legge-vinto/)

Vorremmo però ritornare sul primo punto: le associazioni che si ispirano all’ideologia nazi-fascista, pur negandolo con vigliacca ipocrisia, sono esattamente quanto denunciamo da tempo: covi di fascisti. Che poi tali tristi movimenti siano definiti da alcuni “neofascisti” (e con ciò assolvendoli dalla colpa e dall’ispirazione originaria) non è in nessun modo una scusate, anzi, è peccato maggiore perché essi avrebbero ogni possibilità di conoscere la tragedia del Novecento, delle dittature, della guerra.

Se non lo fanno, se sono ciechi e sordi alla memoria storica, se, anzi, la negano, vanno condannati senza appello. Ripetiamo a codesti poveri ignoranti e a chi li muove, che il fascismo fu annullamento della democrazia, razzismo, xenofobia, con i suoi corollari di colonialismo e militarismo. Dal 1922 al 1943 il Parlamento venne esautorato, cancellati i sindacati e ogni libertà, messa la museruola alla stampa, usata la scuola come strumento di condizionamento di un’intera generazione. Alla magistratura si sostituirono i tribunali speciali. La condizione delle donne fece addirittura passi indietro, assimilandole a “fattrici” destinate a partorire tanti “soldati per la patria” (!) e poi la seconda guerra mondiale, passando per le inaudite atrocità dei massacri d’Etiopia, ed infine la caccia ad ebrei, rom, Testimoni di Geova, omosessuali, ad intere popolazioni dell’Est, deportati e bruciati nei forni. Ed ancora i due anni atroci che insanguinarono l’Italia, fino alla Liberazione.

Senza dimenticare che già prima, dal 1920, le squadracce fasciste distrussero sedi sindacali, di partiti e giornali, bloccarono con la violenza ogni inizio di struttura democratica a partire dai Comuni.

Il fascismo insegnò molto a Hitler (che prese il potere in Germania solo 11 anni dopo). Il nazifascismo fu violenza, disumanità allo stato puro. Fu l’idea di un uomo solo al comando, con una serie di slogan che toccavano la “pancia” del popolo. È sconcertante che oggi, ad un secolo dall’inizio di quei fatti, molti ne abbiano perso il ricordo e la paura.

Si fa fatica a riconoscere ed ammettere che v’è una pericolosa similitudine con l’oggi: un ministro che usa termini fascisti, abbraccia il fucile e bacia il rosario, nega accoglienza e pietà ad esseri umani bisognosi, smantella le strutture di solidarietà. Sappiamo tutti di chi si sta parlando, vero? Ancor più preoccupante il consenso che gli viene dato, mentre rispuntano le squadracce con i vecchi simboli.

Da tempo abbiamo messo in guardia dal risorgere delle più nefaste pulsioni razziste, xenofobe, antidemocratiche. Né vale ribattere, ingenuamente, che non si tratta della stessa situazione. Ci spiace, ma è esattamente lo stesso fascismo. Nei tanti interventi pubblici sostenemmo che il giorno, forse non lontano, in cui questi nuovi fascisti dovessero avere il potere, rendendo nullo il Parlamento, tutti noi, tutti i partiti, le associazioni, i movimenti avremmo finito di esistere. Un primo assaggio lo stiamo avendo già ora con la chiusura degli Sprar e l’accanimento contro i dissidenti.

È necessario arrestare questa deriva di destra. La domanda è sempre la stessa: negli anni 20 le forze di sinistra e moderate sarebbero state in grado di cogliere la pericolosità della situazione e di opporsi evitando un ventennio di dittatura? Se è pur vero che la storia non si fa con i se e con i ma, è altrettanto certo che essa è maestra di vita. E allora: siamo in grado, noi, oggi, di comprendere quando è il momento di dire BASTA? Sarà domani? Oggi? O l’abbiamo già superato senza capirlo?

Dire “basta”, con gli spazi di democrazia che fortunatamente esistono ancora, significa esattamente quanto fece l’Anpi ad Ivrea il 1° giugno scorso: organizzare una “mobilitazione vigilante” che non deve cessare. (link Patria)

Che ha avuto, per tornare ai fatti di questi giorni, il pregio di sollevare il coperchio di quel verminaio che infetta la democrazia del nostro Paese, giungendo a sporcare anche Ivrea. Dovremo mantenere alto lo stato di allerta, non concedere nessun spiraglio di azione e rappresentanza ai vecchi/nuovi squadristi, dichiararli fuorilegge (le leggi già ci sono: basta applicarle).

Nel frattempo, sarà utile un pressing verso le Istituzioni sul tema dell’antifascismo. Rinnoviamo per l’ennesima volta l’invito a cittadini, partiti, associazioni, movimenti, affinché ritornino ad aderire all’appello nazionale “Mai più fascismi”. Tante altre iniziative sono in programma. Con determinazione, serietà, tranquilla fermezza li batteremo, come già in passato.

Mario Beiletti, presidente Anpi Ivrea e Basso Canavese

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L’orribile caso CSM

Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte Costituzionale, già ministro della Giustizia. Foto Imagoeconomica

«Mi riesce davvero difficile credere che quelli che vengono spacciati come “momenti di libera espressione delle idee” si svolgessero la notte e negli alberghi», dice Giovanni Maria Flick, di fronte ad alcuni passaggi della memoria difensiva di Luca Palamara, il pm coinvolto nell’inchiesta di Perugia che ha terremotato il Consiglio superiore della magistratura. L’ex ministro della Giustizia e già presidente emerito della Consulta si rifà alla saggezza popolare: «Mia nonna diceva che chi ha la coscienza sporca si nasconde. Vorrei sbagliare ma è evidente che non si possono far passare incontri oscuri come dibattiti alla luce del sole». 

Professor Flick, ogni giorno che passa il quadro che emerge dall’affaire Csm si fa sempre più complicato e più torbido. Nella memoria difensiva Palamara sostiene di essere stato parte di un sistema e dei difetti di questo sistema di cui non può, dice, assumersi tutte le responsabilità. Come legge questo passaggio? Che cosa sta dicendo, che messaggio sta dando e a chi?

In linea di principio una affermazione di questo genere può essere fatta per tre diverse motivazioni. Prima motivazione: “facevano tutti così, perché non avrei dovuto farlo anche io?”. La seconda ragione ha, invece, il larvato significato di una minaccia: “state attenti che altrimenti dico che lo facevate anche voi”. La terza, infine, mi ricorda Craxi, quando in Parlamento disse che i soldi delle tangenti li prendevano tutti i partiti, anzi per la precisione che era necessario fare così. Sono tre atteggiamenti abbastanza diversi, che possono anche mescolarsi come un cocktail. Io non sono, ovviamente, in grado di dire quale fosse l’intenzione e non intendo entrare nello specifico della vicenda. Mi preme sottolineare soltanto che una tesi difensiva di questo tipo può avere le tre motivazioni che ho sommariamente esposto. Poi ognuno tragga le sue conclusioni.

Quella delle cene e degli incontri con la politica per indirizzare le scelte sulle nomine sembrerebbe essere una prassi consolidata nel tempo.

Il problema è che questa “prassi” è stata scoperta e quindi va accertata e, se ve ne sono gli estremi, va punita. Non tanto sotto il profilo penale, – io non so se vi sono dei reati, ci penseranno i magistrati ad accertarli – certamente va punita sul piano disciplinare. Erano semplici riunioni per discutere su chi poteva essere più adatto per un determinato ruolo, una determinata procura? Bene, allora perché non farle in modo trasparente, invitando tutti? Si sarebbe tolta quell’aura di conventicola, di non trasparenza che getta un’ombra pesante sulla vicenda. Senza contare che i momenti di libera espressione delle idee possono avere e hanno un grande valore quando si riferiscono a principi, ma quando si risolvono in un giudizio, tra pochi intimi, sulla capacità o meno delle persone – che peraltro non sono messe nella possibilità di difendersi – quando questa sedicente libertà è esercitata al fine di condizionare sia pure in modo indiretto le scelte di un organismo pubblico, beh, si va oltre la l’ammissibile e il tollerabile.

Il consigliere Csm Giuseppe Cascini. Foto Imagoeconomica

In un intervento durissimo al plenum del Csm il consigliere Giuseppe Cascini ha accostato questa vicenda allo scandalo della P2, la loggia massonica di Gelli che intendeva sovvertire le istituzioni democratiche di questo Paese. Condivide questo allarme?

Non vedo perché si debba sempre fare paralleli con il passato. Paralleli che rischiano per la loro natura di non essere calzanti. Evidentemente nella P2 c’erano un collegamento e una rete di particolare pericolosità, perché il vincolo della segretezza unito al vincolo della fedeltà al gruppo poteva portare a delle conseguenze – lo ha documentato bene la Commissione Anselmi – abbastanza problematiche. Ciò detto, non amo fare paragoni. Non c’è bisogno di evocare la P2 per dire quel che si pensa di questa vicenda inaccettabile e intollerabile che getta una macchia non solo sui responsabili, ma danneggia pesantemente la magistratura in generale. E quando un Paese perde la fiducia nella giustizia, così come quando perde la fiducia nel parlamento, allora la democrazia rischia il corto circuito.

Non teme che dietro le quinte di questa vicenda via sia anche chi intende regolare i conti con la magistratura? Che in nome del rifiuto delle commistioni politica-magistratura si stia andando proprio in una direzione che porta l’ordine giudiziario ad essere non più autonomo ma vassallo del potere politico?

Non so se questa vicenda possa essere stata strumentalizzata da qualcuno che vuol far pagare alla magistratura il suo attivismo e la sua supplenza. So però che la magistratura, o meglio, alcuni esponenti della magistratura, hanno offerto sul piatto d’argento argomenti a favore di chi vuole normalizzare e castrare la magistratura. Il danno che è stato arrecato non solo al Csm ma alla credibilità della magistratura è molto forte ed è per questo che non ci si può accontentare di apprezzare l’autosospensione di alcuni dei giudici coinvolti. E non vale nemmeno l’idea dell’autoriforma. Qui la riforma la deve fare la legge e per fare la legge bisogna che la politica la smetta di eludere e rinfacciarsi reciprocamente la colpa su ogni questione e decida che è necessario trovare un percorso comune per applicare e tutelare la Costituzione.

Da http://www.finoaprovacontraria.it/magistratura-democratica-inchiesta/

Qual è il suo giudizio sui magistrati che si “buttano” in politica?

Sostengo da tempo che la porta girevole tra la politica e la magistrature deve essere murata, chiusa a chiave, sigillata. Il magistrato che ha deciso di fare politica non deve rientrare in magistratura. La libertà costituzionale di fare politica è incompatibile con la libertà costituzionale di fare il magistrato. Sono due realtà diverse, due approcci diversi: la politica tende al bene comune anche al prezzo di eventuali compromessi, mentre la giustizia deve realizzare il diritto nei confronti del singolo attraverso l’osservanza della legge. Questo per dire che il passaggio dall’una all’altra parte o addirittura il rimanere a metà, sullo stipite della porta, è l’occasione più agevole per avere quelle deviazioni che si stanno squadernando davanti ai nostri occhi. Quando sono stato ministro, nel primo governo Prodi, ho cercato di mettere ordine negli incarichi: era diventata una abitudine quella della politica di conquistarsi il magistrato con la consulenza, la nomina politica. Prendere un magistrato come consulente poteva essere sempre interpretato come uno scudo, una protezione. Abbiamo avuto carriere in magistratura che sono diventate politiche, semi-politiche, para-politiche. Passare con disinvoltura dalla magistratura alla politica induce i cittadini a credere che l’attività svolta con indosso la toga non sia altro che una strada preparatoria per arrivare a compiere il salto in politica senza un periodo di decantazione sufficiente. È ora di mettere mano alla questione.

In questi giorni si levano da più parti proposte di riforma del Csm. Che risponde a chi chiede l’abolizione delle correnti?

Le correnti sono il terreno preparatorio di situazioni come quella che ha coinvolto il Csm. L’associazionismo è fondamentale anche per la magistratura e non si può certo negare l’esercizio di questo diritto ad associarsi, anche perché la storia della magistratura dimostra che l’associazionismo è servito a farla maturare, ad aprirla alla realtà sociale, ad evitare forme di autoreferenzialità. Il problema si ha quando la scelta associativa finisce per tradursi in correnti che facilmente possono degenerare. Io posso formare le correnti per diffondere meglio le idee e i principi; è facile però, purtroppo, passare da questo nobile scopo al decadimento dei costumi, a fare cioè delle correnti un mero strumento di potere per cercare, ad esempio, capi degli uffici che siano d’accordo con una cordata piuttosto che un’altra, che facciano far carriera non ai migliori ma agli amici, ai sodali.

L’antidoto allora qual è?

La prima cosa da fare per quel che riguarda il Csm è liberare le candidature dall’ipoteca correntizia che oggi fa sì che o sei portato da una corrente o non ce la fai a vincere. Per evitare questo si possono seguire tanti sistemi, come quello della nomina dei componenti delle authority per cui ciascuno può presentare il proprio curriculum. C’è poi un altro potente antidoto che va tenuto presente. Ci dimentichiamo troppo spesso in nome dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura che il costituente ha messo un grande ombrello costituzionale sull’ordinamento della magistratura, cioè la riserva di legge. Insomma, lo ripeto ancora, è tempo che i requisiti per candidarsi al Consiglio vengano fissati per legge in modo semplice, trasparente. Con gli strumenti tecnologici che abbiamo a disposizione, se si facessero collegi elettorali piccoli ogni magistrato potrebbe conoscere i candidati al Csm senza appoggiarsi alla corrente per sapere chi votare, e allo stesso modo il candidato avrebbe modo di far circolare il proprio nome molto più facilmente. È stato un grave errore trasferire sic et simpliciter questo potere alle correnti, che hanno finito per essere spesso e volentieri solo strumenti per giochi di potere.

Sorteggio? (da https://piemontevda.lnd.it/sorteggio-coppa-delegazione-vco/)

Come valuta la possibilità, di cui si è molto parlato in questi giorni, del sorteggio?

È una strada complicata e non solo perché la Costituzione non lo prevede ma anche perché non garantisce il risultato. Il sistema del sorteggio è stato utilizzato nei concorsi universitari e non mi pare che l’esito sia stato così brillante. E poi che vuole che le dica, allo slogan “uno vale uno” non ci credo, penso che in ogni incarico c’è un percorso professionale, di studio, di responsabilità che va valutato. Per questo occorrono le famose pagelle ai giudici che tutti ora chiedono e che quando le proposi furono rifiutate criticandomi aspramente.

 Lo scandalo Csm è emerso grazie ad un trojan nel telefonino di Palamara. Secondo lei è un metodo di intercettazione invasivo che merita una regolamentazione rigorosa?

Il trojan può essere una soluzione eccezionale da usare in condizioni eccezionali. Per definizione ogni intercettazione è una forma di lesione al diritto alla privacy. La nostra Costituzione prevede due pilastri per il pluralismo e la democrazia; il primo è la libertà di manifestare liberamente a tutti il proprio pensiero, con l’articolo 21 della Carta. Il secondo pilastro è la libertà e segretezza di poter comunicare il proprio pensiero a una o più persone soltanto, escludendo i terzi. Se l’intercettazione della comunicazione è indispensabile per le indagini, è ovvio che si deve poter intervenire, e infatti la Costituzione prevede limiti per legge sia alla libertà di comunicare sia al diritto alla privacy. L’uso del trojan che lavora sempre e trasmette tutto mi pare però molto rischioso. A mio avviso può essere utilizzato come strumento eccezionalissimo per continuare indagini già avviate, non per iniziarle ex novo, e solo nel caso di reati gravissimi, terrorismo e criminalità organizzata. Non può, insomma, essere esteso automaticamente alla corruzione. Questo approccio è conseguenza di quell’orientamento, che io non condivido, e cioè che vi sia una identità tra corruzione e criminalità organizzata. Sono due realtà che marciano parallele, c’è molto scambio tra l’una e l’altra, ma non si può certo dire che siano la stessa cosa.

Eppure lo “spazza corrotti” fa sua proprio queste tesi.

«Lo “spazza corrotti” mi pare stia diventando spesso e volentieri uno spazza diritti, che sottovaluta fortemente i diritti costituzionali. Il tema delle libertà è cruciale, riguarda tutti, è quello che fa la differenza fra uno stato di diritto e uno stato di polizia. Non dico che la trasparenza totale sia sbagliata o meno, dico che non è conforme al dettato costituzionale.

Un’ultima domanda sul ruolo del Capo dello Stato. Mattarella, nella sua veste di presidente del Csm, ha detto che «bisogna voltare pagina».

Voltare pagina non vuol dire dimenticare quello che c’era scritto nelle prime pagine i giorni precedenti. Vuol dire prendere consapevolezza degli errori commessi e delle modalità migliori per correggerli. Il Presidente della Repubblica come presidente del Csm è stato giustamente molto attivo. Non è solo una questione di moral suasion del Colle. È, nel Presidente, soprattutto il voler ricordare a tutti i principi fondamentali della Costituzione. Valori che si stanno pericolosamente perdendo per strada. Sia per responsabilità di alcuni magistrati sia, conseguentemente, per colpa di chi pensa di potersi vendicare approfittando della oggettiva debolezza in cui versa oggi la magistratura per trasformarla in un organo di dipendenza politica.

 Giampiero Cazzato, giornalista professionista, ha lavorato a Liberazione e alla Rinascita della Sinistra, ha collaborato anche col Venerdì di Repubblica

L’articolo L’orribile caso CSM proviene da Patria Indipendente.

Contro muri e barriere fra Italia e Slovenia

Si mobiliterà il 5 luglio, con una doppia iniziativa l’Anpi in Friuli Venezia Giulia con il sostegno dell’Anpi nazionale e regionale. I partigiani di Trieste, con l’adesione di quelli di Pordenone, in presidio, a partire dalle ore 18, al valico di Rabuiese, a Muggia. Un mobilitazione promossa insieme al Consiglio sindacale interregionale Friuli-Venezia Giulia-Slovenia (Cgil, Cisl e Uil e i corrispettivi sindacati sloveni), ai partiti di centro sinistra e all’associazionismo antifascista dei due Paesi “per riaffermare i valori dell’Europa, della libera circolazione, la pacifica convivenza dei popoli”.

Una protesta democratica nel giorno dell’arrivo di Salvini nel capoluogo per la firma di un accordo con l’Ungheria di Orban sul porto di Trieste e di due protocolli su “legalità e rimpatri”. Una risposta agli annunci del ministro dell’Interno e del presidente di Regione, Massimiliano Fedriga, di chiudere la rotta balcanica ai migranti, che peraltro sembrerebbero scegliere altre vie.

“Se le criticità non dovessero essere superate in breve tempo, il Friuli Venezia Giulia valuterà se richiedere al governo la sospensione di Schengen”, ha tuonato qualche tempo fa, il numero  uno dell’esecutivo locale, annunciando anche di voler costruire un muro da 243 chilometri per tutelare il confine est. E mercoledì scorso un vertice al Viminale ha stabilito “lo stop agli arrivi con aumento di uomini e mezzi e drastica diminuzione degli immigrati in accoglienza”  si legge nel comunicato del dicastero.

“Il valico di Rabuiese è un luogo simbolico. – spiega il presidente dell’Anpi triestina, Fabio Vallon – Lì 12 anni fa abbiamo salutato la fine dell’innaturale confine che divideva Trieste dal suo retroterra, si riunivano nuovamente gli italiani, gli sloveni e i croati che da sempre vivono in queste terre. Riproporre oggi muri e fili spinato – continua il presidente provinciale dei partigiani – oltre a sancire nei fatti la sconfitta delle politiche repressive nei confronti dei richiedenti asilo messe in pratica dal governo giallo verde, vuol dire far ritornare agli anni più bui del secolo scorso genti che vogliono vivere in pace”. Fu a Rabuiese infatti, che nel dicembre del 2007 si ritrovarono centinaia di autorità europee con il presidente della Commissione europea Manuel Barroso a salutare l’ingresso della Slovenia nell’area Schengen.

Gorizia, il punto di confine

Poi alle ore 20 sarà la volta di Gorizia, in piazza Transalpina. Un altro luogo emblematico: dove il presidente della Commissione europea Romano Prodi nella notte del 30 aprile 2004 si incontrò con il primo ministro sloveno.

“Per un No corale e transfrontaliero ai muri, passati, presenti e futuri – illustrano dalla città alle pendici delle Alpi Giulie i promotori, un ampio arco di associazioni, tra cui l’Anpi, partiti e sindacati di entrambi i Paesi –. Un No alle barriere che rinchiudono innanzitutto chi le erige; un No ai progetti che contraddicono con violenza quella stessa idea di Europa grazie alla quale è caduto il confine tra Gorizia e Nova Gorica e azzerano le prospettive sulle quali le comunità locali lavorano da ben prima che la Slovenia entrasse nell’Unione Europea”.

“Condivido totalmente e esprimo il mio pieno appoggio alle manifestazioni unitarie – dichiara la presidente nazionale dei partigiani, Carla Nespolo – a cui parteciperanno l’Anpi di Trieste e di Gorizia, al valico di Rabuiese presso Trieste e alla linea di confine di Gorizia, contro la dichiarata volontà di chiudere i confini e sospendere gli accordi di Schengen prospettata da Salvini e Fedriga. Tornare a parlare di muri e barriere su di un territorio che più di ogni altro ha sofferto terribili lacerazioni e inenarrabili drammi è incomprensibile e sbagliato. Lo è ancora di più alla luce del dichiarato intento di credere di risolvere così il problema dei richiedenti asilo. L’Europa che vogliamo non è quella del filo spinato, ma quella dei ponti e della vicinanza. Così si fa davvero l’interesse nazionale, che è quello della libera circolazione e della pacifica convivenza dei popoli delle terre di confine”.

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Il vaso (di Pandora) sta traboccando

Da https://miti-e-leggende-da-tutto-il-mondo.blogspot.com/2016/01/vaso-di-pandora.html

È come se i veleni stiano traboccando dal vaso. È come se dopo un terremoto stia emergendo dal sottosuolo un cuore di tenebra. È come se, cancellati secoli di storia, si stia tornando a un perverso stato di natura in cui l’unica regola legittima è l’aggressione dell’uno contro l’altro.

Mi riferisco al picco di imbarbarimento del “dibattito pubblico” (chiamiamolo per decenza così) che attraversa l’Italia a proposito di due persone: la tedesca Carola Rackete e l’italiana Alessandra Vella. Quest’ultima è il gip che, a norma di legge, ha liberato Carola. Su queste due signore si è scatenata una valanga di insulti, minacce, diffamazioni, volgarità di ogni specie, genere e tipo. Colpisce la quantità e la qualità. Si tratta di migliaia, credo decine di migliaia, di messaggi carichi di una violenza inusitata.

Certo, l’aggressione verbale c’è sempre stata, e quella mediatica c’è da quando c’è il web e ci sono i socialnetwork. E la “fase” dell’imbarbarimento del dibattito pubblico si avviò pressappoco con la nascita del primo governo Berlusconi. Fin da prima, a dire il vero, i segnali di questa china rovinosa erano apparsi in tv, nei talk show, ove le reciproche aggressioni progressivamente entravano a far parte dello spettacolo mediatico. Con Berlusconi – ma anche con alcuni governi successivi – il processo di decomposizione andò progressivamente avanti, travestito dal dichiarato superamento del “politicamente corretto”, che nel giro di qualche anno diventò licenza di insultare, diffamare ed aggredire. Un’altra pietra miliare è stato Grillo che, mescolando abilmente (presunta) comicità, iconoclastia verbale, sdoganamento del turpiloquio, politica e utopia, aprì la grande stagione del Vaffa. Da quella stagione nacque una forza politica, oggi ridimensionata ma alle ultime elezioni politiche maggioritaria, che, a fronte di una crisi del sistema tradizionale dei partiti, pretendeva di essere l’unica depositaria dell’onestà, della verità e della giustizia. In quella stagione, grazie anche alle crescenti “intemperanze” delle forze di estrema destra, si avviarono i sistematici e mediatici linciaggi, uno per tutti quello nei confronti dell’allora Presidente della Camera Laura Boldrini.

Il gip di Agrigento Alessandra Vella (http://comunicalo.it/2019/07/03/migranti-gip-agrigento-cancella-il-suo-profilo-facebook-oggi-al-lavoro-in-silenzio/)

Così si è avviato il tempo di Salvini e, con lui, si è superata di slancio la soglia critica della tenuta di una civile convivenza verbale. La crescita elettorale del partito dell’attuale ministro dell’Interno è stata ed è direttamente proporzionale all’istigazione al disprezzo, all’irrisione e all’odio nei confronti dell’altro, con quattro bersagli principali: i migranti, i rom, gli avversari della sua politica, il mondo dell’Unione Europea.

Si è arrivati a un oggi plumbeo e maleodorante, ove una parte minoritaria ma tutt’altro che irrilevante degli italiani adotta, o approva e rilancia, o comunque accetta, una forma di comunicazione pubblica fondata sulla denigrazione, l’irrisione e il dileggio dell’interlocutore nella polemica politica. Non è casuale che oggetto dell’aggressione selvaggia siano due donne, contro le quali si vomita il peggio della rancorosa invidia machista e della subcultura antifemminile da orinatoio.

La capitana Carola Rackete (da https://www.letteradonna.it/it/articoli/ fatti/2019/07/03/alessandra-vella-magistrato/28609/)

Come gli apprendisti stregoni, è stato aperto un vaso di Pandora che non si sa dove possa portare: le minacce di morte, di stupro e di ogni altra forma di violenza nei confronti di Carola Rackete e di Alessandra Vella hanno superato il livello di guardia. Non mi riferisco solo al codice penale, seppure non si possono chiudere gli occhi davanti alla gravità e alla reiterazione di palesi reati. Né mi riferisco solo all’azione di prevenzione e di repressione da parte delle forze dell’ordine. Giusto chiederla, sia chiaro. Ma a chi? Al ministro dell’Interno?

Da notizie dell’ultima ora, a proposito degli attacchi al gip di Agrigento, i consiglieri togati del Csm hanno approvato un documento di denuncia “di esponenti politici e delle istituzioni”: tra queste, “quella di stasera è una sentenza che non fa onore e non fa bene all’Italia”, e “tutto si risolve in una pacca sulla spalla e magari un bicchiere di vino con la signorina bianca, tedesca e ricca, un po’ annoiata”. E ancora: i togati mettono in risalto le frasi per cui “per la magistratura italiana ignorare le leggi e speronare una motovedetta della Guardia di Finanza non sono motivi sufficienti per andare in galera”, o “la vita di un finanziere vale meno della vita di un clandestino, è una bella responsabilità che questo giudice si è preso, e questo è follia, non è indipendenza della magistratura, è follia”, “il dramma è che ci sia un uomo di Stato, quali i giudici sono, che dà ragione alle Ong”, e infine, “avere liberato Carola Rackete è stata una scelta sconcertante. Si aggrediscono i militari italiani e la magistratura lascia correre”.

Come si vede, emerge un quadro devastato di tanta parte della politica italiana: un ministro che, sparando falsi, demagogie e disprezzo, attacca a cornate una sentenza, un magistrato e la magistratura nel suo insieme. Da ciò un distinto pericolo per un architrave della democrazia in Italia, e cioè la divisione dei poteri.

Ma oltre alla questione politico-costituzionale c’è la questione, per così dire, giuridico-sociale, cioè gli insulti e le minacce mediatiche (e non solo) alla persona del gip, del tutto simili a quelli profferiti contro Carola Rackete.

Si è superata una soglia, oltre la quale c’è solo l’aggressione fisica. In realtà per altri soggetti la soglia è stata superata da tempo: migranti, rom e oppositori politici sono nel mirino; non si contano le aggressioni e le violenze, quasi sempre (ma non sempre) ad opera di squadracce fascistoidi che, com’è noto, non si limitano a migranti, rom e oppositori, ma, ad abundantiam, comprendono ebrei, omosessuali e più in generale chiunque a loro appaia “altro” o “diverso”.

Sta di fatto che, nel caso delle due signore, c’è un rapporto diretto, immediato e sinergico fra gli attacchi del ministro e la valanga di minacce e insulti nei confronti di Carla Rackete e Alessandra Vella. A ciò – attenzione – corrisponde una divisione-contrapposizione “popolare”, perché chi difende le due signore diventa in automatico l’amico del nemico, e dunque il nemico. C’è il rischio – ripeto – che il clima trascenda con effetti pesantissimi per la tenuta della convivenza civile.

Bene hanno fatto i togati del Csm, ma non basta: c’è bisogno di una rivolta di civiltà e di democrazia; occorre che la società, le istituzioni, il mondo della cultura e dello spettacolo diano incontrovertibili segnali di ripulsa verso questa deriva di ferocia e di barbarie fascistoide. E occorre che questo avvenga al più presto.

L’articolo Il vaso (di Pandora) sta traboccando proviene da Patria Indipendente.