Tre metri cubi sotto terra

“La buca”, film cortometraggio (durata 24’ 52”), regia di Valerio Montemurro, soggetto e sceneggiatura di Ivano Artioli, fotografia di Stefano De Pieri (A.I.C.), montaggio di Amalia Zeffiro, musiche originali di Fabio Soldi, con Lelia Serra, Eliseo Dalla Vecchia, Enrico Caravita, Carlo Garavini, Luca Marconi, Elio Ragno, Andrea Fantini, Guido Giuliani. Prodotto da Ivano Artioli con il sostegno del Comune di Alfonsine e del Museo della battaglia del Senio e il patrocinio di Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, Regione Emilia-Romagna, Provincia di Ravenna

 

È un progetto che viene da lontano il “piccolo film” fortemente voluto da Ivano Artioli, Presidente del Comitato Provinciale ANPI di Ravenna. Non solo perché ci riporta agli ultimi mesi d’inverno prima della Liberazione della Bassa Romagna dall’occupazione nazifascista, ma soprattutto perché è il risultato sedimentato nel tempo e nella memoria della testimonianza rievocata allo stesso Artioli oltre vent’anni fa da Arrigo Boldrini, il “Comandante Bulow” e storico Presidente dell’Associazione dei partigiani, e da Mario Cassani, partigiano anche lui e primo Sindaco di Alfonsine nel dopoguerra.

 

Elvira e Celso sono due contadini delle campagne attorno a Ravenna, non più giovani, non hanno figli, vivono e lavorano da soli i campi attorno alla loro casa.

Il soggetto di Ivano Artioli del cortometraggio “La buca” è stato pubblicato su “Patria Indipendente” cartaceo n° 3/2003, oggi consultabile on-line https://anpi.it/media/uploads/patria/2003/3/66_67_Artioli.pdf

I resistenti della zona pensano che quel posto sia perfetto per nascondere due disertori tedeschi. Ci vuol poco a convincerli: “Se avessi un figlio in guerra, vorrei che qualcuno lo aiutasse”, riflette Elvira (Lelia Serra); “Se avessi un figlio, sarebbe partigiano”, dice Celso (Eliseo Dalla Vecchia).

Tre metri cubi sotto terra, è questo il nascondiglio che Celso riesce a scavare nel suolo ghiacciato e duro di novembre, coperto con le assi, le foglie e il terriccio. Felix e Uwe – i due soldati scappati dalla guerra – devono starci dentro stesi, giorno e notte. Perché i nazisti sono appostati lì vicino e ogni tanto qualche ufficiale arriva al casolare per rubare il letto a Celso ed Elvira, che dormono in cucina sulle sedie. Però gli inglesi sono già in città e stanno per arrivare, li rassicura il partigiano Eugenio.

Una scena del film “La buca” con un intenso primo piano di Elvira, interpretata da Lelia Serra

Non andrà così: gli alleati “preferirono stare al caldo” e dovette passare tutto l’inverno ’44-’45. Nelle notti più tranquille i due rifugiati possono uscire, col naso nero dal freddo che respirano, sgranchirsi, riscaldarsi al fuoco e condividere il poco cibo che la coppia di contadini ha da spartire.

Elvira li osserva: Uwe è austriaco, sui quarant’anni, bracciante, pare senza anima, uno di quelli che se la cavano sempre; Felix no, è un ragazzo di città, timido e gentile, studia da ingegnere e la follia hitleriana lo ha gettato giovanissimo nel bel mezzo dell’inferno.

“Noi donne certe cose le sentiamo”, pensa Elvira. Una mattina Uwe sembra impazzito, è il 4 di febbraio. Sdraiato accanto a lui, Felix si è lasciato andare senza un lamento e senza una parola. Nella finzione come nella realtà: lo seppellì Celso in una fossa ancor più piccola, lunga e stretta. Uwe se la cavò ma nella buca non ci volle entrare più, i partigiani gli procurarono dei documenti falsi e lo infilarono come inserviente sordomuto all’ospedale di Alfonsine.

Il personaggio di Celso, interpretato da Eliseo Dalla Vecchia, in una scelsa del film cortometraggio“La buca”

Il film – premiato di recente al Festival dei corti della Regione Puglia – è stato girato alla Cà de Jèval, nel territorio di Alfonsine, location anche per L’Agnese va a morire di Giuliano Montaldo nell’ormai lontano 1976. Non solo per l’ambientazione, ma soprattutto per lo stile, ci troviamo però anche dalle parti del maestro Olmi.

I due anziani contadini fan tornare alla mente pure i coniugi disperati del romanzo Ognuno muore solo di Hans Fallada. Anch’essi protagonisti della loro personale, solitaria Resistenza civile e non armata alla guerra e al nazismo.

Come nella celebre parabola buddista del colibrì che porta una goccia d’acqua alla volta per spegnere l’incendio del bosco, anche Elvira e Celso possono dire: “Io ho fatto la mia parte”. Piccola, ma non è andata perduta. Grazie a questo piccolo grande film.

Daniele De Paolis

 

 

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Un appello ai candidati della Regione Liguria

Il presidente di Anpi Genova e coordinatore regionale dell’associazione, Massimo Bisca

Tra i mille impegni dell’ultima settimana di campagna elettorale, ai candidati e alle candidate alle elezioni per la Giunta e il Consiglio regionale della Liguria viene sollecitato un pronunciamento importante (se ancora non l’hanno fatto): firmare con il proprio nome l’appello all’antifascismo e alla fedeltà alla Costituzione lanciato dal Coordinamento Liguria di Anpi, che già in passato, in precedenti consultazioni elettorali, aveva chiesto ai candidati di esprimersi in tal senso. E prima che si aprano le urne, le risposte saranno rese note: perché i liguri conoscano le idee di chi andranno ad eleggere anche sotto questo, fondamentale, profilo.

Una frase semplice, ma densa di significato, quella da controfirmare e inviare alla mail elezioni2020@anpigenova.it:

“Mi riconosco nei valori antifascisti, nei diritti di libertà e democrazia espressi nella Carta Costituzionale. Mi impegno, qualunque sarà il mio ruolo politico nella futura Regione Liguria a difendere questi principi, a combattere intolleranza e razzismo sia in prima persona che promuovendo azioni in tal senso”.

L’appello è stato diffuso il 2 settembre scorso, sia attraverso i social che rivolgendosi direttamente ai candidati presidenti e alle loro liste; e all’inizio dell’ultima settimana dal voto, è stato rilanciato nuovamente, per raggiungere il maggior numero possibile di candidati. “Le risposte hanno iniziato ad arrivare da subito, sia direttamente alla mail che sotto forma di messaggi diretti ad Anpi, ma anche con pronunciamenti pubblici di molte candidate e candidati – conferma Massimo Bisca, presidente provinciale Anpi Genova e coordinatore Anpi Liguria – confidiamo che siano molte. E da tutte le parti politiche, anche dal centrodestra. Perché sui valori fondamentali non si possono avere esitazioni o, peggio, comportamenti inquietanti”.

Il riferimento va alle scelte di alcuni eletti di centrodestra in vari enti locali che, anche con la fascia tricolore – com’è avvenuto per un consigliere di Fratelli d’Italia del Comune di Genova – partecipino a commemorazioni dei caduti della RSI, ad esempio; o che, con scuse e motivazioni inesistenti, vengano ostacolate o cancellate cerimonie in memoria della Resistenza. Per non parlare di troppi silenzi intorno ad episodi di intolleranza, a tutti i livelli.

Non sono parole di maniera, si legge nell’appello, “di fronte ai rigurgiti neofascisti con eventi sempre più frequenti, alla crescita dell’odio e dell’intolleranza, e ai vari casi nei quali anche esponenti eletti nelle Istituzioni, ai diversi livelli, sembrano dimenticare che è grazie alla vittoria contro il fascismo se in Italia si è potuto vivere una vita politica libera e democratica per oltre settant’anni”.

In Liguria, attualmente governata dalla giunta di centrodestra guidata da Giovanni Toti – che corre per un secondo mandato – saranno presenti in totale dieci aspiranti presidenti, con le liste collegate. L’alleanza di centrosinistra – comprendente il Movimento Cinquestelle, unico caso tra le sette regioni dove si vota per le regionali in questa tornata – ha come candidato il giornalista Ferruccio Sansa, una coalizione moderata è rappresentata dal docente universitario Aristide Fausto Massardo, in corsa anche Alice Salvatore (“il Buonsenso”), Marika Cassimatis (“Base Costituzionale”), Giacomo Chiappori (Grande Liguria), Gaetano Russo (Popolo della Famiglia-Dc), Carlo Carpi (Lista Carpi), Davide Visigalli (Riconquistare l’Italia), Riccardo Benetti (Ora rispetto per tutti gli animali).

Il testo integrale dell’appello

Il 20 e il 21 settembre prossimi in Liguria, così come in altre sei regioni, si vota per il rinnovo del Consiglio Regionale e l’elezione del Presidente della Giunta.

L’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia-Anpi, già nelle più recenti consultazioni elettorali, ha chiesto ai candidati di sottoscrivere un proprio appello nel quale i candidati si riconoscano nei valori antifascisti e di difesa della Costituzione nata dalla Resistenza.

Non sono parole di maniera, di fronte ai rigurgiti neofascisti con eventi sempre più frequenti, alla crescita dell’odio e dell’intolleranza, e ai vari casi nei quali anche esponenti eletti nelle Istituzioni, ai diversi livelli, sembrano dimenticare che è grazie alla vittoria contro il fascismo se in Italia si è potuto vivere una vita politica libera e democratica per oltre settant’anni.

Le sezioni liguri di Anpi chiedono quindi ai candidati presidenti e consiglieri di sottoscrivere questo impegno:

“Mi riconosco nei valori antifascisti, nei diritti di libertà e democrazia espressi nella Carta Costituzionale. Mi impegno, qualunque sarà il mio ruolo politico nella futura Regione Liguria a difendere questi principi, a combattere intolleranza e razzismo sia in prima persona che promuovendo azioni in tal senso”.

Chiediamo a tutti i candidati di esprimersi: è necessario che le cittadine e i cittadini della Liguria conoscano anche questo profilo delle persone che andranno a scegliere e ad eleggere.

Le risposte dovranno essere inoltrate alla mail elezioni2020@anpigenova.it

Nei giorni precedenti la consultazione elettorale Anpi renderà note le risposte pervenute dai candidati.

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La bimba col pugno chiuso

Una biografia ricca di ideali, umani e politici, è quella di Giovanna Marturano. La sua intera famiglia, di origini cagliaritane, si distinse negli anni della lotta alla dittatura per la dedizione di suoi cinque componenti: la madre Antonietta Pintor e i quattro figli: Carlo, Sergio, Giovanna e Giuliana. Ed esemplare fu l’azione umana e politica di Giovanna (Roma 1912-2013), che, nel suo lungo percorso esistenziale (moriva all’età di 101 anni), percorreva una precisa azione antifascista, partigiana e femminista.

Giovanna si trasferisce con la famiglia nella Capitale poco prima della Marcia su Roma. Ha appena dieci anni ma dimenticherà la cupezza e la preoccupazione di quei giorni. Grazie “all’aria antifascista” che si respirava a casa, assimila le idee della madre (cugina di Giaime, Silvia e Luigi Pintor) e dei fratelli maggiori.

Scriverà nell’autobiografia “Memorie di una famiglia comune” (a cura di Annibale Cogliano): “ I miei fratelli prima, poi noi sorelle frequentammo tutti il liceo ginnasio Ennio Quirino Visconti, che allora era uno dei migliori licei, sia per il corpo insegnante che per l’ambiente antifascista”. Ma la sua passione è il disegno e così si trasferisce al liceo artistico. Intanto il fratello Carlo, nel 1929, ha aderito al Pci e la loro abitazione è diventata punto di riferimento della stampa clandestina. Il giovane verrà arrestato e condannato a una lunga detenzione (riparerà, da esule, in Urss).

Giovanna prosegue gli studi alla facoltà di Architettura, che però dovrà presto e a malincuore abbandonare, in seguito al trasferimento a Milano, dove per mantenersi, lavora prima come decoratrice e successivamente in uno studio fotografico. Si iscrive, anche lei, al partito: “Non avevo mai avuto il coraggio con i miei fratelli di chiedere l’iscrizione – ricordava – temendo che mi rinfacciassero la mia inettitudine. Presto conobbi altri compagni, in riunioni che si tenevano nei posti più disparati”.

Giovanna Marturano

La famiglia è “osservata speciale” dal regime: il secondogenito dei Marturano, Sergio, verrà arrestato e condannato a 14 anni di reclusione e pure lei finisce in carcere, uscendone dopo un mese. Pur minutissima nel fisico, è poco più alta di una bambina, viene schedata dalla polizia politica come “elemento sovversivo”.

Nel 1941, chiede alle autorità preposte il permesso di recarsi a Ventotene per sposarvi il confinato Pietro Grifone (conosciuto ai tempi del “Visconti”). La polizia tenterà inutilmente di impedire quello che sarebbe stato ricordato come “il matrimonio di Ventotene”. Nell’isola si trova anche la madre, condannata a 5 anni di confino: “La mamma, da lontano- scrive Giovanna Marturano- ci presenta i compagni Terracini, Secchia, Longo, Turchi, Di Vittorio, Roveda, Li Causi, con cui, nonostante la sorveglianza, abbiamo modo di scambiare qualche parola”.

Giovanna Marturano, con il fazzoletto Anpi al collo, durante le celebrazioni ufficiali del 25 aprile nel 2008

Tornata a Roma, Giovanna continua imperterrita a collaborare con il Pci, poi con l’occupazione nazifascista opera con le Brigate Garibaldi, al fianco del marito. Importante e significativo l’impegno di Giovanna tra la gente, nei quartieri popolari di Roma, con le donne soprattutto. È dirigente del Comitato di iniziativa femminile e nel ’44 contribuisce alla nascita dell’Udi. A guerra finita continua la sua militanza politica nel Pci, aiutando anche il coniuge nei suoi incarichi (Grifone si occupò in particolare della questione agraria, sarà anche eletto due volte deputato). Soprattutto però prosegue instancabile l’attività in favore dei diritti dei più deboli e delle donne.

Giovanna è stata insignita di Medaglia di Bronzo al Valore Militare, e poi le è stata conferita l’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana. Era iscritta all’Anpi di Roma di cui fu presidente onorario.

Oltre che nel volume autobiografico, la storia di Giovanna e dei suoi famigliari è stata raccontata nel libro “I compagni”, con prefazione di Giorgio Amendola (1972).

Anche un film-intervista, realizzato dalla Todomodo, ripercorre la sua vicenda con un titolo emblematico: “La bimba col pugno chiuso”.

«La nostra vita – affermava Giovanna –è stata talvolta dura e difficile, ma io non rimpiango nulla, se non forse che avrei voluto fare di più e meglio; ma con tutte le delusioni le amarezze e i dolori e le gioie, questa è stata la mia vita e io l’ho vissuta intensamente e con entusiasmo, soffrendo, amando e lottando». Maurizio Orrù, Comitato esecutivo nazionale Anppia

 

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Il 12 settembre 1943 il primo scontro contro gli occupanti tedeschi da parte di civili e militari di stanza ad AscoliPiceno

Quel 12 settembre 1943 ad Ascoli Piceno, il primo scontro contro l’esercito tedesco da parte di civili e militari italiani Già nella sera dell’11 settembre cominciarono a circolare in città voci confuse di reparti tedeschi in marcia lungo la Salaria e diretti da Rieti ad Ascoli. Si parlava, addirittura, di una divisione corazzata. I tedeschi […]

Il posto delle fragole (amare)

Foto Imagoeconomica

“e in tutto il paese le arance dorate pendono dal ramo tra il fogliame verde scuro degli alberi, e nascosti tra gli alberi i custodi armati di fucili sono autorizzati a sparare contro il primo straccione che si lasci tentare a staccare un frutto …” (cit. Steinbeck, Furore, America 1929)

No. Tranquilli. Questa è StraBerry, 15 chilometri dalle guglie del Duomo, piccolo mondo giovane, green e smart, creatura di un trentenne bocconiano blasonato che, acquisito “l’ok di mamma”, come precisa in una intervista, dei 60 ettari di famiglia siti nel Parco Sud Milano, ne dedica una porzione a coltura di fragole, ortaggi e piccoli frutti.

Guglielmo Stagno d’Alcontres in caschetto arancione al centro della foto tratta dal suo profilo fb

Magistralmente Straberry narra se stessa in rete, offre se stessa aperta anche la domenica per eventi, acquisti in loco, visite didattiche, feste di famiglie, giochi per bambini, nuotate nell’incredibile piscina di chicchi di grano.

E sorride, Straberry, con il sorriso del giovane bocconiano pluripremiato da Coldiretti per questa sua creatura, che, con i suoi colorati apecar, corre veloce per la consegna a domicilio perché sulle tavole non manchino le fragoline volanti, così come vengono chiamate, o le succose more che, da cibo di tutti, colte tra i rovi, trasmutano ora in ammiccante simbolo di status.

La magia del “posto delle fragole” finisce con il finire dell’estate.

La start-up, come alcune altre progettata e realizzata per indurre ad un bisogno e per imporsi, grazie a questo profittevole e spesso drogato bisogno, sull’ampiezza dei mercati, viene chiusa con accuse pesanti: caporalato e sfruttamento illecito della manodopera. Gli inquirenti avrebbero ravvisato anomalie nelle procedure di assunzione e di retribuzione dei lavoratori (4,50 euro l’ora, circa metà di quanto previsto dal contratto collettivo nazionale), gravi violazioni delle norme di impiego dei braccianti, qui obbligati a turni di oltre 9 ore, svolte in condizioni degradanti, ritmate dalle vessazioni pressanti e dai perentori incitamenti alla velocizzazione della raccolta da parte della vigilanza. Nessun rispetto, inoltre, delle norme anti covid 19.

Per chi scrive, “StraBerry” non è solo una azienda che chiude.

Straberry è il luogo fisico, vicino a noi, in cui la asimmetria tra la narrazione aziendale e la realtà delle cose si fa tanto potente da provocare lo schianto del meccanismo e il disvelamento del brutale mondo reale, nascosto sotto la poetica green del virtuale.

StraBerry: caporalato e sfruttamento dei braccianti alle porte di Milano (da https://milano.corriere.it/foto-gallery/cronaca/20_agosto_26/straberry-lavoro-campi-senza-tutele-45-euro-all-ora-22d9b4f0-e76c-11ea-a28c-2ebec2233fa4.shtml)

Straberry è il luogo fisico in cui la miscela tra sfruttamento e razzismo raggiunge il punto di saturazione, tanto da produrre una esplosione che, chiusi i cancelli dell’azienda (oggi in amministrazione controllata) ripropone nell’agenda della nostra riflessione il nodo dell’oscuro sogno padronale di onnipotenza, ben incarnato nelle bieche parole pronunciate al telefono dal giovane bocconiano blasonato e pluridecorato : “questo deve essere l’atteggiamento perché con loro devi lavorare in maniera tribale, come lavorano loro, tu devi fare il maschio dominante, è quello il concetto, io con loro sono il maschio dominante…è così…io sono il maschio dominante! Ed alla fine non cambia un cazzo che sono il datore di lavoro, perché se loro capiscono che tu hai gli stessi metodi che son quelli che funzionano (…) posso scrivere un libro, non è che li ho inventati io e sono orgoglioso, sono più orgoglioso di avere inventato StraBerry che avere questi metodi coercitivi, chiamiamoli così, nei loro confronti! Ma sono i metodi con i quali bisogna lavorare” (Corriere della Sera, 20 agosto 2020).

Una delle apecar di StraBerry

Non sappiamo se il padrone di StraBerry mostri ancora il sorriso delle sue note fotografie, ma sappiamo che la sua giovane creatura innovativa ha testato a Cassina de Pecchi una modalità di sfruttamento peggiore del peggiore arcaismo, aggiungendo ad essa l’umiliazione razzista e la induzione al terrore sui lavoratori.

Il giovane bocconiano e il suo staff, per il tramite del caporalato, sperimentano nel Parco Agricolo Milano la glaciale modalità della riduzione dell’uomo a merce e della trasmutazione di questa merce, composta di carne e di sangue, in spregiato anello della catena produttiva.

Niente di meno, niente di più della modalità individuata e praticata dalla nascente borghesia che, “spietatamente lacerati tutti i variopinti vincoli feudali che legavano l’uomo al suo superiore naturale” (cit. Il manifesto Karl Marx), e fattasi classe dirigente mette al centro del mondo, che va creando ad immagine e somiglianza di sé, lo sfruttamento aperto e spudorato.

In questo mondo ricreato ex novo, una classe sociale intera “si vende per vivere” (cit. Lavoro salariato e capitale, Karl Marx ) alla classe proprietaria di materie prime, macchine e mezzi e, in cambio di salario, produce merci e beni che troveranno sbocco su mercati che la classe proprietaria vuole sempre più infiniti, in un pianeta dove, più liberamente degli uomini, le merci possano viaggiare, e dove i capitali, più facilmente delle persone, possano trovare asilo e buona accoglienza.

Così, non diversamente da una azienda manifatturiera, di cui Engels mirabilmente descrisse le condizioni di vita (Le condizioni della classe lavoratrice inglese, 1845), StraBerry, parata dietro il volto green e innovativo, apre i propri cancelli nel solo interesse dei propri profitti.

E, non diversamente dal padrone di una antica azienda manifatturiera, in cui il filo per tessere è una merce come il corpo di chi lo tesse, con la sola differenza che l’uno si paga a metri e l’altro a ore, il padrone di StraBerry sogna un mondo in cui la merce umana possa impunemente essere succhiata a morte.

Sogna un mondo governato dal principio razziale bianco, plasmato dal proprio ego maschio e vincente, permeato da una vena di familismo amorale, molto italiano, che privilegia i propri legami parentali sulle regole statuali, irrorato dal persistente bipolarismo, molto italiano anche questo, verso lo Stato: utile finché da esso si possano trarre vantaggi, vetusto e fastidioso quando esso imponga una norma restrittiva dei propri interessi.

È il sogno dell’onnipotenza padronale, nella felice definizione di Angelo Tasca (cit. Nascita e avvento del fascismo).

È il sogno dell’onnipotenza padronale che, ripresa quota da decenni, ora dilaga e con una finezza lessicale, certo più apprezzabile del rozzo sbotto telefonico di Guglielmo Stagno d’Alcontres di Straberry, viene rilanciato da Carlo Bonomi, presidente di Confindustria nelle sue recenti dichiarazioni.

A StraBerry è intervenuto lo Stato, forte di una democrazia conquistata.

Ma per futuro a venire, quanto ancora lo Stato democratico potrà sui sogni che albergano nei cuori dei potenti?

Annalisa Alessio, vice presidente Comitato provinciale Anpi Pavia

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Cominciò anche dal Sud

3 settembre 1943, a Cassibile (Siracusa), l’Italia firma l’armistizio. La comunicazione pubblica al Paese arriverà solo 5 giorni dopo: l’8 settembre

L’8 settembre 1943 è un doloroso punto di cesura della nostra storia nazionale. S’interrompe la vicenda unitaria inaugurata dal Risorgimento e l’Italia torna a essere uno spazio fragile e subalterno, ospite della contesa delle grandi potenze del tempo. La Patria non muore, ma rischia seriamente di farlo, trascinata nel baratro della resa senza condizioni che sancisce l’epilogo della guerra in camicia nera.

Gran parte del merito dello scampato pericolo lo si deve alla Resistenza e all’antifascismo, una corposa minoranza che all’atto dell’armistizio prende il Paese nelle proprie mani e lo guida verso la democrazia e la Costituzione della Repubblica, non risparmiandosi nel mentre una sanguinosa guerra civile.

A dispetto di qualche lettura stereotipata e ormai superata dalla ricerca, questo percorso tormentato non tollera dualismi geografici: non c’è un Nord politicizzato e insorgente a fronte di un Mezzogiorno silente e disperato, capace al più di grandi esplosioni di collera sanfedista.

La linea Gustav e più a Sud la linea Viktor, detta anche linea del Volturno. I fronti difensivi fortificati approntati in Italia dalla Wehrmacht (mappa da Wikipedia)

Al contrario, tutto inizia proprio nel Sud, in particolare tra Salerno e Cassino, tra i luoghi di sbarco della Quinta Armata di Clark e la linea Gustav che si dipanava dal Garigliano a Ortona. È indubbio che questo primo capitolo resistenziale sia molto diverso da quello successivo, quando la lotta partigiana avrebbe assunto una piena maturità politica e militare, nel corso dei lunghi mesi dell’occupazione nazista e del collaborazionismo fascista che sfregiano il Centro-Nord. Non di meno, la diversità tra le due esperienze non equivale affatto a una assenza o addirittura alla diserzione (l’ennesima) dei meridionali nei confronti della storia nazionale.

È una diversità determinata dai tempi dell’occupazione, nel Sud assai più ristretti; dallo spazio coinvolto, estremamente più vasto nel Nord; dall’estrema concentrazione delle violenze e delle distruzioni avvenute nel Mezzogiorno, prima e dopo l’armistizio; perfino dal carattere dei protagonisti.

Uno dei bombardamenti sulla città di Messina

Il Mezzogiorno, infatti, arriva all’8 settembre con le sue principali città martoriate dagli incessanti raid aerei anglo-americani — Napoli e Messina, come è noto, sono i centri urbani italiani di gran lunga più bombardati nel corso della Seconda guerra mondiale (un centinaio di bombing a testa, contro i poco più di 50 di Torino) — poi sfigurate dalla furia tedesca in ritirata. Altro elemento peculiare è la maggiore libertà d’azione lasciata alle unità dell’esercito italiano stanziate nel Meridione. I tedeschi, infatti, non hanno né i mezzi né gli uomini per deportarle in massa nei lager, dovendo invece fronteggiare lo sbarco angloamericano nella piana del Sele del 9 settembre. Ci si limita a disarmare i reparti, in qualche caso a convincerli con la forza a desistere, lasciandoli sostanzialmente sbandare.

Molti soldati gettano la divisa, tentano la via di casa, si nascondono, prostrati dai tre lunghi anni di guerra fascista; tanti altri decidono invece di vendere cara la pelle e di resistere. È una decisione, quest’ultima, assunta in grande solitudine, senza una filiera di comando ufficiale che impartisca gli ordini e coordini la transizione.

La targa in memoria della battaglia di Porta San Paolo nella Roma abbandonata dal re e da Badoglio

Al contrario, il re e Badoglio fuggono dalla Capitale senza combattere, imitati da larga parte dei vertici militari, politici e burocratici. Quel tradimento collettivo delle élite è l’atto conclusivo di una storia, ma anche la premessa di un nuovo corso tutto da scrivere. Quell’atto di responsabilità individuale degli uomini con le stellette, la loro scelta di prendere parte, trasforma i soldati in resistenti e pone il primo punto fermo della rinascita.

Riassumendo, mentre il Centro-Nord è rapidamente occupato e neutralizzato dalla Wehrmacht — Carlo Gentile definisce l’operazione come l’ultima grande vittoria di Hitler nella Seconda guerra mondiale — il Sud insorge in armi, favorito da peculiari circostanze di tempo e di luogo. È una Resistenza fortemente segnata dalla fedeltà ai valori patriottici, proprio perché innescata da molti nuclei del Regio esercito, della Marina e delle forze dell’ordine che decidono di non arrendersi.

Il generale Gonzaga del Vodice e il colonnello Michele Ferraiolo

Tra coloro che non fuggono ci sono i comandanti delle unità costiere di Salerno (il generale Gonzaga del Vodice) e di Mondragone (il colonnello Ferraiolo), ambedue fucilati sul posto; i carabinieri di Salerno guidati dal capitano Jaconis; i soldati del 48° reggimento d’artiglieria a Nola, puniti con la decimazione degli ufficiali; i fanti di Bitetto; il 15° reggimento costiero a Barletta; la 209ª compagnia fotoelettricisti a Castello di Scilla; i bersaglieri del 306º Nucleo Anti-Paracadutisti in quel di Piedimonte Matese; gli uomini del capitano Piccoli a San Severo di Puglia; il presidio cittadino e i cantieri di Castellammare di Stabia (guidati dal colonnello Olivieri e dal capitano di Corvetta Baffigo); il generale Bellomo che salva Bari e il suo porto; gli ufficiali di stanza nelle caserme di Caserta (in particolare il tenente Perna) che conducono i propri uomini su monti circostanti, dando vita a un’importante banda collegata poi con gli azionisti di Pasquale Schiano; i tanti militari napoletani che impegnano in combattimento i tedeschi tra il 9 e il 13 settembre, coordinati in larga parte dal comandante del distretto militare, il colonnello Bedoni. L’elenco non è affatto esaustivo, ma sintetizza i termini di quella prima insurrezione post-armistiziale, soffocata a fatica dalla Wehrmacht, ma destinata a riesplodere sul finire del mese di settembre in coincidenza con le Quattro giornate di Napoli, quando l’inizio delle deportazioni in Germania spinge anche i civili nell’agone.

Una foto della più nota tra le insurrezioni popolari contro i tedeschi al Sud: le 4 giornate di Napoli

Il capoluogo campano è, allora, la prima città europea a liberarsi da sola dal nazismo, diventando un esempio, una matrice, un incitamento all’azione. Tutto, tranne che un affaire di lazzari e scugnizzi. Fare come a Napoli diventa un imperativo categorico e non più soltanto per gli uomini in divisa. La disperazione e le distruzioni fanno da detonatore e mobilitano un numero davvero significativo di civili: uomini e donne, laici ed ecclesiastici, monarchici e repubblicani, antifascisti d’antico conio e di più recente consapevolezza.

L’onda della rivolta segue la traiettoria della ritirata tedesca, interessando tutti i centri che vanno dalla cintura settentrionale di Napoli a Capua — passando per Acerra, Pomigliano, Casalnuovo, Orta, Aversa, il maddalonese, Marcianise, Caserta, Santa Maria Capua Vetere (dove la spinta alla liberazione dallo straniero s’intreccia fortemente con il tema della resa dei conti contro i fascisti locali) — assestandosi lungo la prima linea ritardatrice costruita sulle sponde del Volturno, la Victor, il 7 ottobre del 1943. Ma non sarebbero mancati ulteriori episodi di ribellione anche nell’area più a settentrione, tra il fiume e i confini della Campania, fino al Molise e all’Abruzzo.

12 settembre, Eccidio tedesco di civili di Barletta. Foto di propaganda di guerra nazista proveniente dal “Deutsches Bundesarchiv”, firmata “Benschel”

I documenti dell’intelligence statunitense ci raccontano di una costante preoccupazione rilevata tra i prigionieri tedeschi sottoposti a interrogatorio: tutti ammettono che tra la fine di settembre e i primi d’ottobre del 1943 cambia la loro percezione degli italiani; si accorgono che questi, se motivati, sanno combattere, resistono, sono pericolosi, fanno paura. Rischi destinati a crescere con il passare del tempo, soprattutto nel Centro-Nord della Penisola. Questa nuova consapevolezza provoca una sindrome dell’accerchiamento che porta la Wehrmacht (nel Sud non ci sono reparti delle SS) a una reazione sempre più radicale ai danni dei civili, con una crescita esponenziale delle stragi. Non a caso, è in questa porzione del Mezzogiorno che s’introduce il famigerato foglio d’ordini stragista concepito nel 1942 per la guerra contro l’Urss (il Merkblatt 69/1) — l’autorizzazione agli eccidi, come rimarca Klinkhammer — mentre la quasi totalità degli episodi stragisti che riguardano Terra di lavoro (l’attuale provincia di Caserta, allora vasta porzione settentrionale di quella di Napoli) si svolge tra l’ottobre e il novembre 1943, con qualche ulteriore vicenda luttuosa registrata in dicembre, quando il fronte si stabilizza nei fatti tra la Winter line e la Gustav.

Giovanni Cerchia, storico, Università del Molise

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8 settembre, settantasette anni fa

L’8 settembre, alle ore 17, 30 (le 18, 30 in Italia), dai microfoni di Radio Algeri, il generale statunitense Dwight Eisenhower comunicava l’armistizio firmato a Cassibile (Sicilia, territorio di Siracusa) il 3 settembre dai comandi dell’Esercito italiano. Poco più di un’ora dopo, alle 19, 42, il generale Badoglio, capo del governo del Regno dal 25 luglio, fece il suo annuncio da Roma.

Il giorno successivo, Badoglio assieme al re, alla regina e ad altre autorità, fuggirà a Pescara, lasciando la Capitale (e l’Italia) senza difesa.

Al contempo però prendeva avvio una guerra nuova, una guerra di Resistenza contro i nazifascisti. A combatterla furono i partigiani, prevalentemente di guerriglia, contro un nemico che condusse invece una vera e propria guerra di annientamento dei civili.

La Resistenza fu vissuta giorno dopo giorno, in montagna e in città, mentre i tedeschi risalivano la penisola, mentre nasceva l’effimera e cruenta repubblica di Salò, al servizio di Hitler, e mentre le truppe naziste occupavano l’alto litorale adriatico. Tutto terminò ben venti mesi dopo, il 25 aprile 1945, con la Liberazione.

Ma furono proprio quei lunghissimi, duri mesi, grazie al sacrificio di decine di migliaia di partigiani e partigiane, di centinaia di migliaia di militari deportati in Germania o uccisi dai tedeschi, come a Cefalonia e Corfù, a riscattare l’immagine del Paese e a consentire la ricostruzione, la Repubblica, la conquista della Costituzione.

Con l’8 settembre 1943 dunque nella confusione e nella disperazione di uno Stato – lo Stato fascista – che si dissolveva, non morì ma rinacque la Patria. Fra poco pubblicheremo un articolo dello storico Giovanni Cerchia, che prende le mosse dal territorio che per primo si trovò a fronteggiare i soldati tedeschi: il Meridione. L’Anpi fu tra quanti sollecitarono nuove ricerche per superare letture stereotipate dei fatti che non riuscivano a dare risposta alle domande che oggi pone la storia. Seguiteci.

L’articolo <font color=”red”>8 settembre</font>, settantasette anni fa proviene da Patria Indipendente.

A Fondi toccato il fondo

elezioni comunali 2020A Fondi, nel territorio di Latina, dove nella prossima tornata elettorale si voterà per il rinnovo del sindaco e del Consiglio comunale, l’Anpi locale denuncia un serio problema nella lista civica a sostegno del candidato di Fratelli d’Italia, Giulio Mastrobattista.

Se l’aspirante primo cittadino era già stato colto dai partigiani locali nell’atto di fare il saluto romano durante un incontro pubblico (“solo un fraintendimento”, la sua difesa) ora è l’affaire D’Amamo a tenere banco nel dibattito di uno dei principali centri del sud laziale.

Una delle immagini di se stesso che D’Adamo ha diffuso sui social
Una delle immagini di se stesso che D’Adamo ha diffuso sui social

Tutto è iniziato alcuni giorni fa quando l’Anpi di Fondi, in un comunicato diffuso su Facebook, ha denunciato la presenza del trentaduenne pizzaiolo Cristian D’Adamo, noto per essere un neofascista, in una delle liste a sostegno di Mastrobattista.

Addirittura nella sua biografia di Twitter, diffusa assieme al comunicato stampa di denuncia, D’Adamo si definisce “naziskin, negazionista, omofobo, xenofobo, antidemocratico, anticostituzionale, anticomunista e antisemita”. Ciò assieme a innumerevoli foto che lo ritraggono con il braccio teso tra fasci littori, busti di Mussolini e bandiere di Forza Nuova accostate a quelle della Lazio, la sua squadra del cuore.

Cristian D'Adamo su TwitterPer questo l’associazione dei partigiani ha chiesto immediatamente all’avvocato Mastrobattista di prendere le distanze dal suo candidato e di escluderlo dalle liste.

All’appello dell’Anpi si sono uniti immediatamente il presidente del Gay Center, Fabrizio Marrazzo, e il segretario del Partito democratico del Lazio, Bruno Astorre, che in due diverse note hanno definito “impresentabile” e un “insulto alla democrazia” la candidatura del D’Adamo. Persino l’associazione Lazio e Libertà APS, in un comunicato del direttivo, ha attaccato duramente il candidato per l’utilizzo improprio dello stemma della SS Lazio accanto ai simboli neofascisti e ha chiesto che venga indagato per apologia di fascismo ed estromesso dalla corsa elettorale.

Alla richiesta dell’Anpi di prendere posizione, Mastrobattista aveva risposto sul quotidiano La Repubblica affermando: “non conoscevo questa persona e abbiamo già lanciato l’hashtag #nessunovotid’adamo. Per quanto riguarda la candidatura dovrebbe rinunciare lui, ma stiamo verificando se lo stesso responsabile della lista sia legittimato ad estrometterlo. Intanto – aveva concluso – io e tutti i candidati stiamo appunto lanciando l’hashtag”.

Assieme a lui, a prendere le distanze dentro FdI c’era il senatore pontino Calandrini che assicurava di aver chiesto al candidato sindaco di estromettere D’Adamo dalla lista.

Silenzio invece dalla leader del partito Giorgia Meloni, che però ha rinunciato a partecipare il 2 settembre all’iniziativa promossa in favore di Mastrobattista. Ad annunciarlo lo stesso candidato sindaco di FdI con un video postato su Fb: “Mi assumo la responsabilità di avere candidato una persona che non doveva assolutamente essere candidata”, ha dichiarato correndo ai ripari. Poi si è scusato perché, pur avendo verificato certificato penale, carichi pendenti e casellario giudiziario di ogni candidato, non ha fatto altrettanto per quanto pubblicato sui social.

Intanto, in vista delle amministrative, crescono in tutto il Paese, nelle coalizioni di centrodestra, i casi simili a quello di D’Adamo sui quali l’Anpi sta attentamente vigilando.

Samuele Marcucci

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