Fascisti sepolcrali a Milano

Sansepolcristi, i fascisti della prima ora

Il 23 marzo prossimo CasaPound, i cui militanti si definiscono fascisti del terzo millennio, vorrebbe celebrare una data nefasta, non soltanto per il nostro Paese: il centenario della nascita dei fasci di combattimento avvenuta a Milano in piazza San Sepolcro il 23 marzo 1919. Nella situazione determinatasi dopo la fine della Prima guerra mondiale, caratterizzata da un profondo malessere dei ceti popolari animati da grandi speranze di riscatto, Mussolini assunse inizialmente un atteggiamento profondamente contraddittorio: si dichiarò aristocratico e democratico, conservatore e progressista, reazionario e rivoluzionario, legalitario e illegalitario. CasaPound vorrebbe resuscitare l’immagine di questo primo fascismo sansepolcrista e fintamente antiborghese. In realtà l’iniziale ambiguità del fascismo non servì a nascondere la sua vera natura, connotata da volontà di dominio e di conquista, esaltazione della violenza, retorica bellicistica, sopraffazione e autoritarismo, supremazia razziale.

Lo slogan copyright CasaPound

A distanza di cento anni da quella infausta data e di 74 anni dalla sconfitta del nazifascismo siamo ancora in presenza di movimenti neofascisti e neonazisti che si contrappongono ai principi della nostra Carta costituzionale e alle leggi Scelba e Mancino. Milano e la Lombardia sono da tempo al centro di queste costanti e continue provocazioni. Nella notte tra giovedì e venerdì 8 febbraio, a Milano, una mano di vernice bianca ha coperto il murale dedicato a Franca Rame, dipinto sul palazzo che ospita il liceo Agnesi. Accanto è comparsa una croce celtica. A Cologno Monzese un consigliere comunale di Fratelli d’Italia aveva preannunciato l’intenzione, peraltro rientrata, anche a seguito della presa di posizione dell’Anpi provinciale, di intitolare una piazza a Giorgio Almirante. L’iniziativa di CasaPound sta girando da tempo sui social. C’è la data del 23 marzo, ci sono i nomi dei gruppi musicali che parteciperanno all’evento, ma non c’è ancora il luogo che, probabilmente, verrà comunicato a militanti e simpatizzanti solo alla vigilia. Nell’annuncio ci si limita a una indicazione che rimanda a Milano e ai Comuni della Città metropolitana. Se il 23 marzo 1919 furono meno di trecento (tra interventisti, ex combattenti e futuristi) quanti presero parte al battesimo ufficiale dei fasci di combattimento nella sala dell’Alleanza industriale in piazza San Sepolcro, all’evento del prossimo 23 marzo è prevista la partecipazione di almeno duemila neofascisti. Sulla locandina spiccano i nomi dei gruppi che saliranno sul palco: sono band espressione del circuito nazirock. Ad aprire la scaletta gli ZetaZeroAlfa, ovvero la band di CasaPound. In linea con il fascismo diciannovista nelle canzoni degli ZZA si parifica il socialismo al capitalismo, ritenendoli figli della modernità che viene rifiutata in blocco, in nome di quella tradizione che altro non è se non il peggior oscurantismo feudale che per secoli ammorbò l’Europa. I brani degli ZZA si ispirano al nonsense futurista di quegli anni, rivisitato al presente e in chiave violenta. Come nel testo di “Nel dubbio mena”. “No, non stare in pena! Nel dubbio mena e vedrai vivrai di più”. Oltre alla band di CasaPound il 23 marzo si esibiranno gli SPQR che nella loro canzone “Fino alla fine” chiudono con il ritornello “Io non tremo, pronto a morire fino alla fine: RSI!” Nel pezzo “Belli come la vita, neri come la morte” gli SPQR strillano: “L’insegna nera splende ancora. Testa di morto, pugnale in bocca”.

Ci siamo appellati, in questi giorni, al sindaco di Milano e alle amministrazioni comunali della Città metropolitana perché non concedano spazi ad organizzazioni che, con le loro preannunciate iniziative, arrecherebbero un gravissimo sfregio alla nostra città che, anche nei momenti più bui della repressione fascista seppe resistere, e a chi ha sacrificato la propria vita per la libertà di tutti noi.

Roberto Cenati, presidente provinciale Anpi di Milano

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Splendida Madre della Resistenza

La Resistenza è stata celebrata dall’arte urbana in un’opera di Ex Voto. Un poster apparve a Roma per il 70º anniversario della Liberazione dell’Italia dal fascismo e fu rimosso per “offesa alla morale religiosa”. Modificata, l’opera ha seguito il suo naturale ciclo di vita lasciandosi smembrare dalle intemperie.

La Splendida Madre della Resistenza è un’istallazione cartacea che rivisita in chiave politica la Maternità di Gino Severini, protagonista del Futurismo e firmatario del suo Manifesto del 1909. Ha dimorato su un muro di Porta San Paolo a Roma, fulcro delle celebrazioni del 25 aprile – l’antifascismo su cui si impianta la Costituzione italiana –  che qui si svolgono dal 1945.

A scortare la Madre, i ritratti di due protagonisti dell’antifascismo: Argo Secondari e Guido Picelli, entrambi tra i fondatori degli Arditi del popolo, primo movimento armato antifascista.

Secondari, anarchico e core romano degli Arditi del popolo, come riporta l’iscrizione, finì i suoi giorni internato in un manicomio di Rieti. Picelli, deputato socialista, viene qui ricordato per la barricata umana contro le orde fasciste della sua Parma: nel 1922 un battaglione di fascisti volle punire la città del suo antifascismo. Picelli fu lì con i suoi arditi, circa 300 persone male armate di varia estrazione politica (anarchici, socialisti, comunisti, popolari e repubblicani). L’intera popolazione fu mobilitata, donne comprese. La battaglia durò dall’1 al 6 agosto, quando i fascisti si ritirarono, dimostrando che il fascismo – volendo – si poteva fermare.

«Sono riferimenti, neanche tanto velati, all’anarchia. Genericamente spacciata come sinonimo di disordine e confusione ma che in realtà è l’unica pratica possibile contro ogni forma di costrizione imposta dal potere» chiosa Ex Voto, autore del trittico.

Da Divina a Splendida. La Divina Madre della Resistenza – titolo iniziale dell’allegoria – recava dietro il suo capo un’aureola. Divina. Aureola. L’associazione alla tradizione cristiana è subito fatta. Sacrilega, oscena. Viene così bollata da un comitato cittadino. E prontamente rimossa. Ma l’artista non ci sta. Non è una Madonna. Spiega l’equivoco in un lungo post sulla sua pagina social indirizzato al comitato censore: «il poster è improntato sul ruolo svolto da tutte quelle Donne italiane, Madri e Partigiane che sono riuscite attraverso il nutrimento del loro prezioso latte – la cultura della Resistenza al fascismo – a crescere le generazioni di Antifascisti che sono seguite a quelle che combatterono allora, contro la brutalità e l’odio, prerogative di quel regime», parafrasando nutrimi della tua essenza, la didascalia posta al di sotto della composizione figurativa. Gli contestano anche l’uso diffuso del colore rosso, associabile agli inferi. E allora Ex Voto apporta delle modifiche. «Sul basco, che è sempre stato verde, la Stella – che per me, e nel linguaggio dei simboli, rappresenta il concetto d’Idea – non è più Rossa – come il sangue che siamo disposti a versare per difendere e promulgare quell’Idea – ora è Tricolore: come quella che c’era sui baschi dei Partigiani e proprio come la bandiera del nostro bel Paese che in quel sangue – quello dei Partigiani, sia chiaro – è, costituzionalmente, piantata» si legge ancora nel messaggio. «Ho riportato il colore del fondo della composizione figurativa a quella originale di Severini, dove per lui il verde rappresentava la forza della tranquillità, e dove per me invece il colore rosso semplicemente rappresentava le fiamme dell’inferno della guerra. Ho sostituito – continua l’autore – la parola divina – anche se è un banale aggettivo – al più semplice splendida».

Ma le critiche e i pregiudizi sono effimeri, proprio come la street art che non ha l’ambizione di rimanere per sempre. Quel che conta è il messaggio che vuole veicolare. «L’auspicio è quello di proteggere le memorie e i valori rappresentati in questa immagine – dice l’autore. Il passato è parte integrante di quel che siamo oggi. Dimenticarlo è come rinnegare noi stessi e ciò che siamo divenuti come umanità oltre che come aggregato sociale». Certo, una richiesta di protezione della memoria collettiva, ma anche una denuncia al capezzale di un’Italia anemica di religione civile, un’Italia che difetta «di quell’insieme di narrazioni storiche, figure esemplari, occasioni celebrative, riti di memoria, miti, simboli che riescono a radicare le istituzioni non solo nella società ma anche nelle menti e nei cuori dei singoli individui» scrive lo storico Giovanni De Luna in Una politica senza religione (Einaudi 2013). Una religione laica il cui obiettivo è la costruzione di uno spazio pubblico e di cittadinanza che cozza con il dispregio imperante dell’uomo qualunque, sbeffeggiato da tante commedie cinematografiche, attaccato ai piccoli piaceri, alle minute soddisfazioni della vita quotidiana, agli interessi familiari e del tutto indifferente alle ragioni della collettività. Libertà è partecipazione, cantava Giorgio Gaber.

Splendida Madre della Resistenza nutrici della tua essenza.

Mariangela Di Marco

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Il confine italo-sloveno. Analisi e riflessioni

Le vicende del confine italo-sloveno: un tema complesso, con alle spalle una lunga e sofferta storia. Su queste vicende l’ANPI ha pubblicato nel 2016, in forma di libretto, un lungo documento, frutto di un lavoro di squadra a sua volta preceduto da un seminario tematico svoltosi tempo prima a Milano. Potete leggerlo o scaricarlo (è in formato pdf).

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A testa bassa contro Anpi e partigiani

Dal sito “Crimini di guerra italiani perpetrati contro gli sloveni”: Ufficiali italiani si fanno fotografare vicino al filo spinato con il quale le autorità occupatrici italiane avevano circondato la capitale della Slovenia, Ljubljana, trasformandola in un immenso campo di prigionia. Migliaia di persone verranno deportate nelle decine di campi di concentramento italiani, da Rab a Gonars, da Visco a Monigo, Renicci ed altri. Moriranno migliaia di civili sloveni e croati, soprattutto bambini, donne e vecchi, colpevoli solamente di non essere italiani. Nel campo di Rab il tasso di mortalità medio risulterà essere superiore a quello del campo di concentramento nazista di Buchenwald.

Le bordate del ministro dell’Interno Salvini contro i contributi dello Stato destinati all’Anpi; la proposta di sciogliere l’Associazione dei partigiani avanzata dall’assessore veneto all’Istruzione Elena Donazzan (eletta alla Regione con Forza Italia); ultima un’interrogazione di Fratelli d’Italia al ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, a firma del deputato Federico Mollicone, del collega di partito Walter Rizzetto e di Guido Germano Pettarin, deputato di FI, per chiedere di abolire le pensioni ai combattenti partigiani “complici dei partigiani titini”, e alle famiglie beneficiate dalla reversibilità.

Insomma, guarda caso, secondo tanta parte del centro-destra il “nemico” dell’Italia è l’Anpi. Anche all’ultima provocazione, con la forza della verità dei fatti e del ragionamento, ha replicato la presidente nazionale Anpi, Carla Nespolo: «Una richiesta di straordinaria meschinità, perché condotta contro persone che hanno più di 90 anni. Stiamo assistendo a un volgare tentativo di rovesciamento della storia, per far dimenticare l’operato annessionista e razzista del fascismo e di Mussolini, condotto assieme all’alleato nazista, con aggressione della Jugoslavia, che nulla aveva fatto contro l’Italia». Già perché, continua Nespolo, «I 40.000 soldati italiani che, dopo l’8 settembre ’43, scelsero di combattere da partigiani a fianco della Resistenza Jugoslava e 20.000 morirono in questa guerra di Liberazione internazionale, riscattarono l’onore dell’Italia dalla vergogna del fascismo».

Carla Nespolo ha poi concluso: «Se lo ricordi anche il Presidente del Parlamento Europeo, se non vuole contribuire ad accentuare l’isolamento italiano in Europa, come dimostrano, in queste ore, le reazioni indignate dei governi di Slovenia e Croazia». Il riferimento è alle parole pronunciate da Antonio Tajani che, in occasione delle celebrazioni del Giorno del Ricordo alla foiba di Basovizza, in provincia di Trieste, al temine del suo discorso, aveva esclamato: “Viva Trieste, viva l’Istria italiana, viva la Dalmazia italiana, viva gli esuli italiani, viva gli eredi degli esuli italiani”, e ancora: “evviva coloro che difendono i valori della nostra Patria”. Risultato: il presidente sloveno Borut Pahor ha scritto al Presidente Mattarella definendo “inaccettabili” le dichiarazioni di “alti rappresentanti della Repubblica Italiana” che considerano gli eventi legati alle foibe come “una forma di pulizia etnica”. E la stessa ferma condanna è arrivata dal premier croato Plenkovic e dai deputati croati a Strasburgo: dichiarazioni che “contengono elementi di rivendicazioni territoriali e di revisionismo storico”. Così, il Presidente del Parlamento Europeo ha dovuto fare, in parte, marcia indietro e in seduta plenaria dell’Assise ha detto: “Mi riferivo agli esuli istriani e dalmati di lingua italiana, ai loro figli e nipoti, molti dei quali presenti alla cerimonia”.

Un tema indubbiamente complesso, quello delle vicende del confine italo-sloveno, con alle spalle una lunga e sofferta storia. L’Anpi a quella pagina di storia dedicò nel 2016, in forma di libretto e in pdf, un lungo documento, frutto di un lavoro di squadra, a sua volta preceduto da un seminario tematico svoltosi a Milano. Suggeriamo, sommessamente, a tutti di leggerlo.

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La scelta delle donne

“Non dimenticare mai che una crisi politica, economica o religiosa sarà sufficiente per mettere in discussione i diritti delle donne. Questi diritti non saranno mai acquisiti. Dovrai rimanere vigile per tutta la vita”. Questa frase di Simone de Beauvoir rappresenta appieno il motivo per cui l’Anpi Monza e Brianza  ha deciso di dedicare al lungo cammino, non ancora concluso, delle donne verso la parità il ciclo di quattro serate “I dialoghi della storia. Dalla Resistenza al ’68: le donne raccontano”, al Teatro binario 7 (ex luogo di tortura fascista). Pur consapevoli che quattro incontri non saranno sufficienti per raccontare tale percorso, possono però rappresentare uno spunto di riflessione.

I diritti che noi oggi diamo per scontati sono il frutto di lotte di donne e uomini straordinariamente coraggiosi. Uomini e donne sì, perché i diritti delle donne sono diritti della società intera.

Tutte le conquiste sociali non sono mai date per sempre, costantemente vediamo attacchi alla Costituzione, ai diritti umani universali, alla libertà delle donne. Forse conoscendo la storia, riusciremo a capire quanto la conquista di tali diritti sia costata in termini di scelte e di sacrifici a quegli uomini e a quelle donne coraggiose. Forse così noi oggi riusciremo a esser degni delle loro lotte, a preservare quelle conquiste e a proseguire il cammino.

Ci siamo domandati quale fu la forza propulsiva che spinse le donne a combattere contro il nazifascismo e anche contro le tradizioni familiari e le convenzioni sociali. Si può parlare di amore verso se stesse, verso il proprio Paese e verso l’umanità intera.

Nel primo incontro tenutosi il 16 gennaio dal titolo “Per riaffermare la nostra vitalità in faccia alla distruzione. La forza e l’amore delle donne tra guerra e dopoguerra” con la professoressa Silvia Cassamagnaghi, docente di storia contemporanea dell’Università di Milano e autrice di diverse pubblicazioni, ci si è soffermati sulla vita delle donne durante il fascismo e la seconda guerra mondiale e su quanto in alcune di loro si sviluppò, unitamente al desiderio di liberarsi dai nazifascisti, anche quello di conquistare una nuova collocazione nella società e nella famiglia. Si parlerà di solidarietà e di amore verso il proprio Paese e verso la vita, che spinse a porre fine alle atrocità della guerra.

Dopo l’annuncio dell’armistizio, le donne per prime diedero un aiuto ai soldati in fuga e agli antifascisti che si organizzavano. Questo impulso iniziale divenne poi una scelta, una presa di coscienza, tra ciò che era giusto e ciò che era sbagliato. Prendere parte. La partecipazione delle donne alla Resistenza fu la prima dichiarazione di cittadinanza: la soggettività femminile che entrò finalmente nella società, una società fino ad allora prettamente maschile.

Quindi sì, fu anche una scelta di cuore ma fu soprattutto una scelta consapevole, perché se scoperte mentre svolgevano i loro compiti da partigiane in città, in campagna o in montagna, ricevevano lo stesso trattamento riservato agli uomini.

Onorina Brambilla Pesce mi disse: «Le donne erano più volontarie degli uomini. Noi non scappavamo dall’esercito, non ci dovevamo nascondere per non tornare al fronte o esser portate in Germania. Se fossimo rimaste nelle nostre case ad aspettare che qualcuno facesse finire la guerra, nessuno ci avrebbe detto o fatto nulla. Per questo l’azione delle donne è stata molto importante, era spinta da un forte desiderio di cambiare le cose, un desiderio di pace, di un mondo migliore, democratico, libero».

Si può certamente affermare che se le donne non avessero avuto un ruolo così importante nella Resistenza, sarebbe stato difficile ottenere, a guerra finita, il diritto di voto e di essere votate.

Il diritto di voto alle donne fu il risultato di un lungo percorso, che dagli inizi del ’900 ebbe momenti di accelerazione e di frenata. Furono le donne dei Gruppi di Difesa della Donna –organizzazione nata nel novembre del 1943 a Milano ad opera di alcune signore appartenenti ai partiti del CLN, aperta a tutte le donne di ogni ceto sociale, di ogni fede politica e religiosa, che avessero il desiderio di partecipare alla liberazione dell’Italia e lottare contemporaneamente per la propria emancipazione – a chiedere ostinatamente che le donne ottenessero al termine del conflitto il diritto di votare e di esser votate. Di questo e delle 21 donne elette all’Assemblea costituente parleremo con Debora Migliucci, direttrice dell’Archivio del lavoro Cgil di Milano, durante il secondo incontro, il 13 febbraio, dal titolo “Senza distinzione di sesso: le Costituenti e l’emancipazione delle donne”.

Per capire l’importanza del ruolo di queste donne nella scrittura della Carta costituzionale, va considerato il clima del tempo. Un clima in cui c’era la speranza di costruire qualcosa dopo l’orrore della guerra. Le madri costituenti erano guidate da un estremo realismo, conoscevano i bisogni concreti dei cittadini ed erano consapevoli dell’importanza del loro ruolo per tutte le donne, soprattutto per coloro che sarebbero nate in futuro.

Si batterono per l’uguaglianza tra i sessi nel campo lavorativo e in quello familiare. Avevano chiaro quanti e quali fossero i limiti che la legge da una parte e la società dall’altra imponevano alle donne. Avevano la possibilità di creare le nuove regole dello Stato pensando al futuro e grazie a un grande lavoro di collaborazione, l’Assemblea produsse una Costituzione estremamente innovativa in generale, ma in particolare per la condizione femminile. In essa vengono affermati i principi di uguaglianza tra uomo e donna nella famiglia, nel lavoro e nella società. Principi che sono scritti sulla Carta, ma che poi bisognava mettere in pratica.

Nel terzo incontro, il 13 marzo, dal titolo “Storia di Franca Viola e del suo NO al matrimonio riparatore”, con Chiara Boscaro, Sara Urban e Alessia Gennari, racconteremo la scelta di Franca Viola, una ragazza siciliana di 17 anni che nel 1966 rifiutò di sposare il suo rapitore sfidando arcaiche tradizioni e dando vita a una vera e propria rivoluzione nel diritto italiano. Il No di Franca, in un’Italia in fermento, divenne un simbolo nazionale.

Il 10 aprile, l’ultimo appuntamento sarà dedicato alla presentazione del libro, scritto a più mani, dal titolo “Donne nel sessantotto. Storie di eresie”. Sarà presente Claudia Galimberti, una delle autrici, che ci racconterà la storia di alcune donne che hanno partecipato, come militanti e non, a quel particolare momento storico che fu il Sessantotto e che portò a una grande trasformazione della società.

Nessuna conquista è il frutto della lotta di singoli individui o di un unico genere, al contrario la storia insegna che solo camminando avanti, passo dopo passo, gli uni accanto agli altri, si possono ottenere enormi risultati.

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UN BANCHETTO IN PIAZZA A FANO

Carissim*

Vi ricordo l’appuntamento provinciale di sabato 09 febbraio in piazza XX settembre a Fano dalle ore 15,30 alle 18,00.  Il banchetto, come deciso nell’ ultimo direttivo, è stato organizzato per ribadire l’impegno dell’ ANPI antifascista alla commemorazione storica ed esatta di un evento come le “foibe”.  In questo giorno del ricordo, strumentalizzato, oggi come non mai dalle destre sdoganate  dall’ attuale governo, è nostro dovere scendere in piazza  pacificamente per ricordare con coerenza e fermezza la Resistenza del nostro paese. Vi ricordo che è stata scelta la piazza di Fano, in quanto Casa Pound e Forza Nuova hanno indetto nella città la loro maggiore manifestazione provinciale per la Giornata del Ricordo.

Vi invitiamo a partecipare

ANPI PROVINCIALE  Pesaro e Urbino

Una casa per vivere e convivere

La tendopoli di San Ferdinando (da http://www.cn24tv.it/news/167972/incendio-tendopoli-di-san-ferdinando-cgil-tragedia-annunciata-e-senza-fine.html)

Come avviene per tanti altri fatti che riguardano la Calabria, i riflettori si accendono durante le emergenze. Nel caso della tendopoli di San Ferdinando l’interesse dei media si è acceso nei mesi scorsi per le morti violente o tragiche di alcuni migranti. Carbonizzati tra le fatiscenti baracche come la 26enne nigeriana Becky Moses e Surawa Jaiht di 18 anni del Gambia. Oppure uccisi a fucilate come Soumaila Sacko mentre rovistava nelle lamiere abbandonate in una discarica.

Gli impegni solenni delle istituzioni, le frasi fatte sulle vergognose condizioni – quasi indescrivibili a parole – in cui vivono centinaia di essere umani, durano sino al giorno dei funerali. Poi questa gente ritorna nel cono d’ombra nel quale vive da anni. Emarginati, sfruttati, schiavizzati.

Per cercare di rompere questa disattenzione consolidata un gruppo di persone, sindaci, associazioni (tra cui l’Anpi) e sindacati si sono ritrovati nella sala del Consiglio comunale di San Ferdinando per discutere sulla creazione di un comitato che si occupi, prima di ogni altra cosa, del disagio abitativo. La base di partenza è lo studio dell’urbanista Alberto Ziparo dell’Università di Firenze, il quale ha spiegato come sia umanamente inaccettabile vedere migranti in queste condizioni quando in Italia vi sono oltre otto milioni e mezzo di case disabitate o sottoutilizzate. In Calabria il 40% del patrimonio residenziale è vuoto. In tante zone dell’entroterra lo spopolamento è inarrestabile. Nella sola zona della piana di Gioia Tauro (dove si trova la tendopoli) sono censiti trentamila vani non utilizzati. È quindi importante la sfida lanciata dal costituendo comitato.

L’esperienza di Riace rimane quella a cui guardare quando si parla di accoglienza diffusa e riutilizzo di case abbandonate. Lo hanno ribadito ancora Mimmo Lucano e Alex Zanotelli. Una sfida non facile perché si tratta da un lato di non suscitare contrapposizioni con la popolazione locale e dall’altra di pensare a un modello integrato di convivenza fatto non solo di abitazioni ma di trasporti, scuole, sanità. Dovranno essere tanti i protagonisti di questa scommessa di civiltà, a cominciare dalla Regione e poi il Governo; gli amministratori di tanti comuni, il mondo sindacale, la Chiesa. Servono investimenti, disponibilità economica, sociale e umana. Non si tratta in questo caso di dare una sistemazione di facciata per calmare le acque. La strada tracciata è quella di un impegno vero, basato sulla continuità degli interventi. In questi ultimi anni troppe volte abbiamo assistito ai proclami del giorno dopo le tragedie. Non servono più abiti usati e collette provvisorie per ridare dignità ai migranti. L’obiettivo da perseguire senza ripensamenti deve essere la chiusura del ghetto di San Ferdinando, un luogo di morte e dolore. Questa è la direzione indicata nell’affollato incontro dell’1 febbraio. Anche in questo caso l’Anpi ha scelto da quale parte stare.

 Mario Vallone, presidente del Comitato provinciale Anpi Catanzaro, membro del Comitato nazionale Anpi

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Eventi mese di febbraio 2019

Prosegue incessante l’attività dell’ANPI in provincia di Ancona.Sono già numerosi gli appuntamenti in calendario dopo il grande successo degli eventi organizzati in occasione della settimana della giornata della memoria. 
  • Sabato 2 febbraio ore 11.00 ALBACINA 75°anniversario assalto al treno di Albacina 

https://www.facebook.com/events/461829077685732/

  • Mercoledì 6 febbraio ore 9.30 OSTRA 75°Anniversario dell’Eccidio dei Partigiani Brutti, Galassi e Maggini a Ostra   

  • Venerdi 8 Febbraio ore 15.30 ANCONA 75 anni dopo Gino Tommasi  il Comandante Annibale. Memoria e futuro.

https://www.facebook.com/events/615855915509748/

  • Sabato 16 Febbraio ore 21.00 MOIE “Canto la libertà”
Hanno preso avvio le Conferenze di organizzazione delle nostre sezioni; la CONFERENZA DI ORGANIZZAZIONE PROVINCIALE si svolgerà DOMENICA 31 MARZO 2019 . Al più presto verrà comunicata la località dove si farla. 


La scomparsa di Luciana Pecchioli

Luciana Pecchioli

Alcuni giorni fa è mancata Luciana Pecchioli, staffetta partigiana, comunista, insegnante, fondatrice del Cidi assieme a Bice Chiaromonte e a Tullio De Mauro. Da parlamentare ho condiviso con lei tanti anni di impegno per riformare la scuola, per l’elevazione dell’obbligo scolastico, per arricchire di esperienza e cultura il lavoro prezioso degli insegnanti.

Ne ricordo con affetto e rimpianto la competenza, il rigore, la generosità verso studenti e insegnanti. I nostri confronti sinceri e fermi sono fra i ricordi più belli della mia attività istituzionale. Ai figli Laura e Vanni e alla famiglia tutta, al Cidi, ai suoi tanti alunni, rivolgo le più sentite condoglianze.

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