L’orribile caso CSM

Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte Costituzionale, già ministro della Giustizia. Foto Imagoeconomica

«Mi riesce davvero difficile credere che quelli che vengono spacciati come “momenti di libera espressione delle idee” si svolgessero la notte e negli alberghi», dice Giovanni Maria Flick, di fronte ad alcuni passaggi della memoria difensiva di Luca Palamara, il pm coinvolto nell’inchiesta di Perugia che ha terremotato il Consiglio superiore della magistratura. L’ex ministro della Giustizia e già presidente emerito della Consulta si rifà alla saggezza popolare: «Mia nonna diceva che chi ha la coscienza sporca si nasconde. Vorrei sbagliare ma è evidente che non si possono far passare incontri oscuri come dibattiti alla luce del sole». 

Professor Flick, ogni giorno che passa il quadro che emerge dall’affaire Csm si fa sempre più complicato e più torbido. Nella memoria difensiva Palamara sostiene di essere stato parte di un sistema e dei difetti di questo sistema di cui non può, dice, assumersi tutte le responsabilità. Come legge questo passaggio? Che cosa sta dicendo, che messaggio sta dando e a chi?

In linea di principio una affermazione di questo genere può essere fatta per tre diverse motivazioni. Prima motivazione: “facevano tutti così, perché non avrei dovuto farlo anche io?”. La seconda ragione ha, invece, il larvato significato di una minaccia: “state attenti che altrimenti dico che lo facevate anche voi”. La terza, infine, mi ricorda Craxi, quando in Parlamento disse che i soldi delle tangenti li prendevano tutti i partiti, anzi per la precisione che era necessario fare così. Sono tre atteggiamenti abbastanza diversi, che possono anche mescolarsi come un cocktail. Io non sono, ovviamente, in grado di dire quale fosse l’intenzione e non intendo entrare nello specifico della vicenda. Mi preme sottolineare soltanto che una tesi difensiva di questo tipo può avere le tre motivazioni che ho sommariamente esposto. Poi ognuno tragga le sue conclusioni.

Quella delle cene e degli incontri con la politica per indirizzare le scelte sulle nomine sembrerebbe essere una prassi consolidata nel tempo.

Il problema è che questa “prassi” è stata scoperta e quindi va accertata e, se ve ne sono gli estremi, va punita. Non tanto sotto il profilo penale, – io non so se vi sono dei reati, ci penseranno i magistrati ad accertarli – certamente va punita sul piano disciplinare. Erano semplici riunioni per discutere su chi poteva essere più adatto per un determinato ruolo, una determinata procura? Bene, allora perché non farle in modo trasparente, invitando tutti? Si sarebbe tolta quell’aura di conventicola, di non trasparenza che getta un’ombra pesante sulla vicenda. Senza contare che i momenti di libera espressione delle idee possono avere e hanno un grande valore quando si riferiscono a principi, ma quando si risolvono in un giudizio, tra pochi intimi, sulla capacità o meno delle persone – che peraltro non sono messe nella possibilità di difendersi – quando questa sedicente libertà è esercitata al fine di condizionare sia pure in modo indiretto le scelte di un organismo pubblico, beh, si va oltre la l’ammissibile e il tollerabile.

Il consigliere Csm Giuseppe Cascini. Foto Imagoeconomica

In un intervento durissimo al plenum del Csm il consigliere Giuseppe Cascini ha accostato questa vicenda allo scandalo della P2, la loggia massonica di Gelli che intendeva sovvertire le istituzioni democratiche di questo Paese. Condivide questo allarme?

Non vedo perché si debba sempre fare paralleli con il passato. Paralleli che rischiano per la loro natura di non essere calzanti. Evidentemente nella P2 c’erano un collegamento e una rete di particolare pericolosità, perché il vincolo della segretezza unito al vincolo della fedeltà al gruppo poteva portare a delle conseguenze – lo ha documentato bene la Commissione Anselmi – abbastanza problematiche. Ciò detto, non amo fare paragoni. Non c’è bisogno di evocare la P2 per dire quel che si pensa di questa vicenda inaccettabile e intollerabile che getta una macchia non solo sui responsabili, ma danneggia pesantemente la magistratura in generale. E quando un Paese perde la fiducia nella giustizia, così come quando perde la fiducia nel parlamento, allora la democrazia rischia il corto circuito.

Non teme che dietro le quinte di questa vicenda via sia anche chi intende regolare i conti con la magistratura? Che in nome del rifiuto delle commistioni politica-magistratura si stia andando proprio in una direzione che porta l’ordine giudiziario ad essere non più autonomo ma vassallo del potere politico?

Non so se questa vicenda possa essere stata strumentalizzata da qualcuno che vuol far pagare alla magistratura il suo attivismo e la sua supplenza. So però che la magistratura, o meglio, alcuni esponenti della magistratura, hanno offerto sul piatto d’argento argomenti a favore di chi vuole normalizzare e castrare la magistratura. Il danno che è stato arrecato non solo al Csm ma alla credibilità della magistratura è molto forte ed è per questo che non ci si può accontentare di apprezzare l’autosospensione di alcuni dei giudici coinvolti. E non vale nemmeno l’idea dell’autoriforma. Qui la riforma la deve fare la legge e per fare la legge bisogna che la politica la smetta di eludere e rinfacciarsi reciprocamente la colpa su ogni questione e decida che è necessario trovare un percorso comune per applicare e tutelare la Costituzione.

Da http://www.finoaprovacontraria.it/magistratura-democratica-inchiesta/

Qual è il suo giudizio sui magistrati che si “buttano” in politica?

Sostengo da tempo che la porta girevole tra la politica e la magistrature deve essere murata, chiusa a chiave, sigillata. Il magistrato che ha deciso di fare politica non deve rientrare in magistratura. La libertà costituzionale di fare politica è incompatibile con la libertà costituzionale di fare il magistrato. Sono due realtà diverse, due approcci diversi: la politica tende al bene comune anche al prezzo di eventuali compromessi, mentre la giustizia deve realizzare il diritto nei confronti del singolo attraverso l’osservanza della legge. Questo per dire che il passaggio dall’una all’altra parte o addirittura il rimanere a metà, sullo stipite della porta, è l’occasione più agevole per avere quelle deviazioni che si stanno squadernando davanti ai nostri occhi. Quando sono stato ministro, nel primo governo Prodi, ho cercato di mettere ordine negli incarichi: era diventata una abitudine quella della politica di conquistarsi il magistrato con la consulenza, la nomina politica. Prendere un magistrato come consulente poteva essere sempre interpretato come uno scudo, una protezione. Abbiamo avuto carriere in magistratura che sono diventate politiche, semi-politiche, para-politiche. Passare con disinvoltura dalla magistratura alla politica induce i cittadini a credere che l’attività svolta con indosso la toga non sia altro che una strada preparatoria per arrivare a compiere il salto in politica senza un periodo di decantazione sufficiente. È ora di mettere mano alla questione.

In questi giorni si levano da più parti proposte di riforma del Csm. Che risponde a chi chiede l’abolizione delle correnti?

Le correnti sono il terreno preparatorio di situazioni come quella che ha coinvolto il Csm. L’associazionismo è fondamentale anche per la magistratura e non si può certo negare l’esercizio di questo diritto ad associarsi, anche perché la storia della magistratura dimostra che l’associazionismo è servito a farla maturare, ad aprirla alla realtà sociale, ad evitare forme di autoreferenzialità. Il problema si ha quando la scelta associativa finisce per tradursi in correnti che facilmente possono degenerare. Io posso formare le correnti per diffondere meglio le idee e i principi; è facile però, purtroppo, passare da questo nobile scopo al decadimento dei costumi, a fare cioè delle correnti un mero strumento di potere per cercare, ad esempio, capi degli uffici che siano d’accordo con una cordata piuttosto che un’altra, che facciano far carriera non ai migliori ma agli amici, ai sodali.

L’antidoto allora qual è?

La prima cosa da fare per quel che riguarda il Csm è liberare le candidature dall’ipoteca correntizia che oggi fa sì che o sei portato da una corrente o non ce la fai a vincere. Per evitare questo si possono seguire tanti sistemi, come quello della nomina dei componenti delle authority per cui ciascuno può presentare il proprio curriculum. C’è poi un altro potente antidoto che va tenuto presente. Ci dimentichiamo troppo spesso in nome dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura che il costituente ha messo un grande ombrello costituzionale sull’ordinamento della magistratura, cioè la riserva di legge. Insomma, lo ripeto ancora, è tempo che i requisiti per candidarsi al Consiglio vengano fissati per legge in modo semplice, trasparente. Con gli strumenti tecnologici che abbiamo a disposizione, se si facessero collegi elettorali piccoli ogni magistrato potrebbe conoscere i candidati al Csm senza appoggiarsi alla corrente per sapere chi votare, e allo stesso modo il candidato avrebbe modo di far circolare il proprio nome molto più facilmente. È stato un grave errore trasferire sic et simpliciter questo potere alle correnti, che hanno finito per essere spesso e volentieri solo strumenti per giochi di potere.

Sorteggio? (da https://piemontevda.lnd.it/sorteggio-coppa-delegazione-vco/)

Come valuta la possibilità, di cui si è molto parlato in questi giorni, del sorteggio?

È una strada complicata e non solo perché la Costituzione non lo prevede ma anche perché non garantisce il risultato. Il sistema del sorteggio è stato utilizzato nei concorsi universitari e non mi pare che l’esito sia stato così brillante. E poi che vuole che le dica, allo slogan “uno vale uno” non ci credo, penso che in ogni incarico c’è un percorso professionale, di studio, di responsabilità che va valutato. Per questo occorrono le famose pagelle ai giudici che tutti ora chiedono e che quando le proposi furono rifiutate criticandomi aspramente.

 Lo scandalo Csm è emerso grazie ad un trojan nel telefonino di Palamara. Secondo lei è un metodo di intercettazione invasivo che merita una regolamentazione rigorosa?

Il trojan può essere una soluzione eccezionale da usare in condizioni eccezionali. Per definizione ogni intercettazione è una forma di lesione al diritto alla privacy. La nostra Costituzione prevede due pilastri per il pluralismo e la democrazia; il primo è la libertà di manifestare liberamente a tutti il proprio pensiero, con l’articolo 21 della Carta. Il secondo pilastro è la libertà e segretezza di poter comunicare il proprio pensiero a una o più persone soltanto, escludendo i terzi. Se l’intercettazione della comunicazione è indispensabile per le indagini, è ovvio che si deve poter intervenire, e infatti la Costituzione prevede limiti per legge sia alla libertà di comunicare sia al diritto alla privacy. L’uso del trojan che lavora sempre e trasmette tutto mi pare però molto rischioso. A mio avviso può essere utilizzato come strumento eccezionalissimo per continuare indagini già avviate, non per iniziarle ex novo, e solo nel caso di reati gravissimi, terrorismo e criminalità organizzata. Non può, insomma, essere esteso automaticamente alla corruzione. Questo approccio è conseguenza di quell’orientamento, che io non condivido, e cioè che vi sia una identità tra corruzione e criminalità organizzata. Sono due realtà che marciano parallele, c’è molto scambio tra l’una e l’altra, ma non si può certo dire che siano la stessa cosa.

Eppure lo “spazza corrotti” fa sua proprio queste tesi.

«Lo “spazza corrotti” mi pare stia diventando spesso e volentieri uno spazza diritti, che sottovaluta fortemente i diritti costituzionali. Il tema delle libertà è cruciale, riguarda tutti, è quello che fa la differenza fra uno stato di diritto e uno stato di polizia. Non dico che la trasparenza totale sia sbagliata o meno, dico che non è conforme al dettato costituzionale.

Un’ultima domanda sul ruolo del Capo dello Stato. Mattarella, nella sua veste di presidente del Csm, ha detto che «bisogna voltare pagina».

Voltare pagina non vuol dire dimenticare quello che c’era scritto nelle prime pagine i giorni precedenti. Vuol dire prendere consapevolezza degli errori commessi e delle modalità migliori per correggerli. Il Presidente della Repubblica come presidente del Csm è stato giustamente molto attivo. Non è solo una questione di moral suasion del Colle. È, nel Presidente, soprattutto il voler ricordare a tutti i principi fondamentali della Costituzione. Valori che si stanno pericolosamente perdendo per strada. Sia per responsabilità di alcuni magistrati sia, conseguentemente, per colpa di chi pensa di potersi vendicare approfittando della oggettiva debolezza in cui versa oggi la magistratura per trasformarla in un organo di dipendenza politica.

 Giampiero Cazzato, giornalista professionista, ha lavorato a Liberazione e alla Rinascita della Sinistra, ha collaborato anche col Venerdì di Repubblica

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Contro muri e barriere fra Italia e Slovenia

Si mobiliterà il 5 luglio, con una doppia iniziativa l’Anpi in Friuli Venezia Giulia con il sostegno dell’Anpi nazionale e regionale. I partigiani di Trieste, con l’adesione di quelli di Pordenone, in presidio, a partire dalle ore 18, al valico di Rabuiese, a Muggia. Un mobilitazione promossa insieme al Consiglio sindacale interregionale Friuli-Venezia Giulia-Slovenia (Cgil, Cisl e Uil e i corrispettivi sindacati sloveni), ai partiti di centro sinistra e all’associazionismo antifascista dei due Paesi “per riaffermare i valori dell’Europa, della libera circolazione, la pacifica convivenza dei popoli”.

Una protesta democratica nel giorno dell’arrivo di Salvini nel capoluogo per la firma di un accordo con l’Ungheria di Orban sul porto di Trieste e di due protocolli su “legalità e rimpatri”. Una risposta agli annunci del ministro dell’Interno e del presidente di Regione, Massimiliano Fedriga, di chiudere la rotta balcanica ai migranti, che peraltro sembrerebbero scegliere altre vie.

“Se le criticità non dovessero essere superate in breve tempo, il Friuli Venezia Giulia valuterà se richiedere al governo la sospensione di Schengen”, ha tuonato qualche tempo fa, il numero  uno dell’esecutivo locale, annunciando anche di voler costruire un muro da 243 chilometri per tutelare il confine est. E mercoledì scorso un vertice al Viminale ha stabilito “lo stop agli arrivi con aumento di uomini e mezzi e drastica diminuzione degli immigrati in accoglienza”  si legge nel comunicato del dicastero.

“Il valico di Rabuiese è un luogo simbolico. – spiega il presidente dell’Anpi triestina, Fabio Vallon – Lì 12 anni fa abbiamo salutato la fine dell’innaturale confine che divideva Trieste dal suo retroterra, si riunivano nuovamente gli italiani, gli sloveni e i croati che da sempre vivono in queste terre. Riproporre oggi muri e fili spinato – continua il presidente provinciale dei partigiani – oltre a sancire nei fatti la sconfitta delle politiche repressive nei confronti dei richiedenti asilo messe in pratica dal governo giallo verde, vuol dire far ritornare agli anni più bui del secolo scorso genti che vogliono vivere in pace”. Fu a Rabuiese infatti, che nel dicembre del 2007 si ritrovarono centinaia di autorità europee con il presidente della Commissione europea Manuel Barroso a salutare l’ingresso della Slovenia nell’area Schengen.

Gorizia, il punto di confine

Poi alle ore 20 sarà la volta di Gorizia, in piazza Transalpina. Un altro luogo emblematico: dove il presidente della Commissione europea Romano Prodi nella notte del 30 aprile 2004 si incontrò con il primo ministro sloveno.

“Per un No corale e transfrontaliero ai muri, passati, presenti e futuri – illustrano dalla città alle pendici delle Alpi Giulie i promotori, un ampio arco di associazioni, tra cui l’Anpi, partiti e sindacati di entrambi i Paesi –. Un No alle barriere che rinchiudono innanzitutto chi le erige; un No ai progetti che contraddicono con violenza quella stessa idea di Europa grazie alla quale è caduto il confine tra Gorizia e Nova Gorica e azzerano le prospettive sulle quali le comunità locali lavorano da ben prima che la Slovenia entrasse nell’Unione Europea”.

“Condivido totalmente e esprimo il mio pieno appoggio alle manifestazioni unitarie – dichiara la presidente nazionale dei partigiani, Carla Nespolo – a cui parteciperanno l’Anpi di Trieste e di Gorizia, al valico di Rabuiese presso Trieste e alla linea di confine di Gorizia, contro la dichiarata volontà di chiudere i confini e sospendere gli accordi di Schengen prospettata da Salvini e Fedriga. Tornare a parlare di muri e barriere su di un territorio che più di ogni altro ha sofferto terribili lacerazioni e inenarrabili drammi è incomprensibile e sbagliato. Lo è ancora di più alla luce del dichiarato intento di credere di risolvere così il problema dei richiedenti asilo. L’Europa che vogliamo non è quella del filo spinato, ma quella dei ponti e della vicinanza. Così si fa davvero l’interesse nazionale, che è quello della libera circolazione e della pacifica convivenza dei popoli delle terre di confine”.

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Il vaso (di Pandora) sta traboccando

Da https://miti-e-leggende-da-tutto-il-mondo.blogspot.com/2016/01/vaso-di-pandora.html

È come se i veleni stiano traboccando dal vaso. È come se dopo un terremoto stia emergendo dal sottosuolo un cuore di tenebra. È come se, cancellati secoli di storia, si stia tornando a un perverso stato di natura in cui l’unica regola legittima è l’aggressione dell’uno contro l’altro.

Mi riferisco al picco di imbarbarimento del “dibattito pubblico” (chiamiamolo per decenza così) che attraversa l’Italia a proposito di due persone: la tedesca Carola Rackete e l’italiana Alessandra Vella. Quest’ultima è il gip che, a norma di legge, ha liberato Carola. Su queste due signore si è scatenata una valanga di insulti, minacce, diffamazioni, volgarità di ogni specie, genere e tipo. Colpisce la quantità e la qualità. Si tratta di migliaia, credo decine di migliaia, di messaggi carichi di una violenza inusitata.

Certo, l’aggressione verbale c’è sempre stata, e quella mediatica c’è da quando c’è il web e ci sono i socialnetwork. E la “fase” dell’imbarbarimento del dibattito pubblico si avviò pressappoco con la nascita del primo governo Berlusconi. Fin da prima, a dire il vero, i segnali di questa china rovinosa erano apparsi in tv, nei talk show, ove le reciproche aggressioni progressivamente entravano a far parte dello spettacolo mediatico. Con Berlusconi – ma anche con alcuni governi successivi – il processo di decomposizione andò progressivamente avanti, travestito dal dichiarato superamento del “politicamente corretto”, che nel giro di qualche anno diventò licenza di insultare, diffamare ed aggredire. Un’altra pietra miliare è stato Grillo che, mescolando abilmente (presunta) comicità, iconoclastia verbale, sdoganamento del turpiloquio, politica e utopia, aprì la grande stagione del Vaffa. Da quella stagione nacque una forza politica, oggi ridimensionata ma alle ultime elezioni politiche maggioritaria, che, a fronte di una crisi del sistema tradizionale dei partiti, pretendeva di essere l’unica depositaria dell’onestà, della verità e della giustizia. In quella stagione, grazie anche alle crescenti “intemperanze” delle forze di estrema destra, si avviarono i sistematici e mediatici linciaggi, uno per tutti quello nei confronti dell’allora Presidente della Camera Laura Boldrini.

Il gip di Agrigento Alessandra Vella (http://comunicalo.it/2019/07/03/migranti-gip-agrigento-cancella-il-suo-profilo-facebook-oggi-al-lavoro-in-silenzio/)

Così si è avviato il tempo di Salvini e, con lui, si è superata di slancio la soglia critica della tenuta di una civile convivenza verbale. La crescita elettorale del partito dell’attuale ministro dell’Interno è stata ed è direttamente proporzionale all’istigazione al disprezzo, all’irrisione e all’odio nei confronti dell’altro, con quattro bersagli principali: i migranti, i rom, gli avversari della sua politica, il mondo dell’Unione Europea.

Si è arrivati a un oggi plumbeo e maleodorante, ove una parte minoritaria ma tutt’altro che irrilevante degli italiani adotta, o approva e rilancia, o comunque accetta, una forma di comunicazione pubblica fondata sulla denigrazione, l’irrisione e il dileggio dell’interlocutore nella polemica politica. Non è casuale che oggetto dell’aggressione selvaggia siano due donne, contro le quali si vomita il peggio della rancorosa invidia machista e della subcultura antifemminile da orinatoio.

La capitana Carola Rackete (da https://www.letteradonna.it/it/articoli/ fatti/2019/07/03/alessandra-vella-magistrato/28609/)

Come gli apprendisti stregoni, è stato aperto un vaso di Pandora che non si sa dove possa portare: le minacce di morte, di stupro e di ogni altra forma di violenza nei confronti di Carola Rackete e di Alessandra Vella hanno superato il livello di guardia. Non mi riferisco solo al codice penale, seppure non si possono chiudere gli occhi davanti alla gravità e alla reiterazione di palesi reati. Né mi riferisco solo all’azione di prevenzione e di repressione da parte delle forze dell’ordine. Giusto chiederla, sia chiaro. Ma a chi? Al ministro dell’Interno?

Da notizie dell’ultima ora, a proposito degli attacchi al gip di Agrigento, i consiglieri togati del Csm hanno approvato un documento di denuncia “di esponenti politici e delle istituzioni”: tra queste, “quella di stasera è una sentenza che non fa onore e non fa bene all’Italia”, e “tutto si risolve in una pacca sulla spalla e magari un bicchiere di vino con la signorina bianca, tedesca e ricca, un po’ annoiata”. E ancora: i togati mettono in risalto le frasi per cui “per la magistratura italiana ignorare le leggi e speronare una motovedetta della Guardia di Finanza non sono motivi sufficienti per andare in galera”, o “la vita di un finanziere vale meno della vita di un clandestino, è una bella responsabilità che questo giudice si è preso, e questo è follia, non è indipendenza della magistratura, è follia”, “il dramma è che ci sia un uomo di Stato, quali i giudici sono, che dà ragione alle Ong”, e infine, “avere liberato Carola Rackete è stata una scelta sconcertante. Si aggrediscono i militari italiani e la magistratura lascia correre”.

Come si vede, emerge un quadro devastato di tanta parte della politica italiana: un ministro che, sparando falsi, demagogie e disprezzo, attacca a cornate una sentenza, un magistrato e la magistratura nel suo insieme. Da ciò un distinto pericolo per un architrave della democrazia in Italia, e cioè la divisione dei poteri.

Ma oltre alla questione politico-costituzionale c’è la questione, per così dire, giuridico-sociale, cioè gli insulti e le minacce mediatiche (e non solo) alla persona del gip, del tutto simili a quelli profferiti contro Carola Rackete.

Si è superata una soglia, oltre la quale c’è solo l’aggressione fisica. In realtà per altri soggetti la soglia è stata superata da tempo: migranti, rom e oppositori politici sono nel mirino; non si contano le aggressioni e le violenze, quasi sempre (ma non sempre) ad opera di squadracce fascistoidi che, com’è noto, non si limitano a migranti, rom e oppositori, ma, ad abundantiam, comprendono ebrei, omosessuali e più in generale chiunque a loro appaia “altro” o “diverso”.

Sta di fatto che, nel caso delle due signore, c’è un rapporto diretto, immediato e sinergico fra gli attacchi del ministro e la valanga di minacce e insulti nei confronti di Carla Rackete e Alessandra Vella. A ciò – attenzione – corrisponde una divisione-contrapposizione “popolare”, perché chi difende le due signore diventa in automatico l’amico del nemico, e dunque il nemico. C’è il rischio – ripeto – che il clima trascenda con effetti pesantissimi per la tenuta della convivenza civile.

Bene hanno fatto i togati del Csm, ma non basta: c’è bisogno di una rivolta di civiltà e di democrazia; occorre che la società, le istituzioni, il mondo della cultura e dello spettacolo diano incontrovertibili segnali di ripulsa verso questa deriva di ferocia e di barbarie fascistoide. E occorre che questo avvenga al più presto.

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A Palermo con Carola

Carola Rackete (da https://www.huffingtonpost.it/entry/carola-rackete-al-corriere-temevo-suicidi-a-bordo-dovevo-entrare-in-porto_it_5d186c53e4b082e5536a89f1)

Sea Watch, “Salvare vite non è reato”, l’Anpi Palermo ci sarà alla mobilitazione per la capitana Carola Rackete. Oggi corteo e presidio nel capoluogo siciliano dalle ore 18 alle ore 22. Partenza da piazza Verdi-Teatro Massimo alle 18 e presidio davanti il porto dalle 20 alle 22. L’iniziativa è promossa con Legambiente Sicilia, Forum Antirazzista Palermo, Arci Sicilia, Mediterranea, sindacati confederali, partiti, altre associazioni e l’adesione anche del Comune di Palermo. Come si legge nell’appello della mobilitazione “Per sostenere la scelta inevitabile e umana della capitana, per chiedere il suo rilascio e il dissequestro delle navi Sea-Watch 3 e Mar Ionio di Mediterranea. Siamo con Carola Rackete e con l’equipaggio della Sea-Watch 3, senza se e senza ma. Hanno salvato da morte sicura 40 persone e assicurato che le loro precarie condizioni di salute non si aggravassero ulteriormente. E questo nel pieno rispetto della normativa internazionale e delle oggettive ragioni umanitarie, che non possono in nessun caso essere superate da decreti nazionali (e incostituzionali”.

E per oggi è attesa la decisione del gip del Tribunale di Agrigento, Alessandra Vella, sulla convalida dell’arresto della comandante olandese eseguito a Lampedusa dalla Guardia di Finanza. Ieri la giovane è stata interrogata per circa tre ore, e il 9 luglio è già previsto un nuovo interrogatorio.

Intanto sono le parole del procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio (tra i giudici che si stanno occupando della Sea Watch) davanti alla commissione Affari costituzionali del Senato e alla commissione Giustizia della Camera a dare appoggio alla solidarietà e a dare una lettura differente alle tante inchieste che vedono indagati esponenti delle Ong per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Per il pm “ridotti gli arrivi”, “insignificanti” quelli riferiti ai salvataggi delle Ong, “il maggior pericolo sono gli sbarchi fantasma”. E sul decreto sicurezza-bis: “Non c’era giustificato motivo di urgenza”. Anche perché “il principio di respingimento in Libia di gruppi di immigrati è vietato dal diritto internazionale”. Sul colpire coloro che fanno salvataggi in mare «ci sono profili di criticità con il diritto internazionale e diritto interno. È evidente – ha aggiunto Patronaggio – che il legislatore può fare quello che crede ma ciò non può prescindere da trattati internazionali e da quanto stabilito dalla Costituzione».

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Graziani, il gerarca fascista

Graziani e a destra il mausoleo

È stata resa nota la sentenza della Corte d’Appello di Roma che ha confermato la condanna del sindaco di Affile Ercole Viri e degli assessori Giampiero Frosoni e Lorenzo Peperoni (difesi, per la cronaca, anche dall’avvocato Ignazio Larussa) per la vicenda del monumento a Graziani.

Si ricorderà che l’Anpi si era costituita parte civile nel processo, nella persona dell’avvocato Emilio Ricci, vicepresidente nazionale dell’associazione dei partigiani.

Si legge nella sentenza fra l’altro: “Non solo Graziani materialmente e consapevolmente adottò – durante le campagne militari in Cirenaica e in Etiopia – (…) metodologie tipiche del regime mussoliniano, divenendo figura di spicco del medesimo, ma, anche quando tale regime era crollato, decise di rimanergli fedele e di accettare l’incarico, su proposta dell’ambasciatore tedesco Rahn, di divenire ministro della Difesa nazionale e Capo di Stato Maggiore per la Rsi”; “il generale aveva aderito non solo ai metodi, ma anche all’ideologia propria del fascismo, di cui rappresentò uno dei più importanti esponenti”. “Non vi è dubbio alcuno che le condotte ascritte agli imputati (…) siano dotate di un carattere esaltativo, e non meramente commemorativo, del personaggio Rodolfo Graziani e del momento storico che questi ha rappresentato”. Non si tratta solo di una verità storica, si aggiunge nella sentenza, ma anche “giudiziaria”, “dopo l’arresto del Tribunale Militare Territoriale di Roma del 1950”. In ultima analisi “questa Corte ritiene i motivi di appello avanzati da entrambe le difese infondati e pertanto immeritevoli di accoglimento”. Conclusione: “Viri, pena base 10 mesi di reclusione ed euro 150 di multa, aumentata per la continuazione ad anni 1 ed euro 180 di multa, ridotta per il rito a mesi 8 di reclusione ed euro 120 di multa; per Frosoni e Peperoni, pena base sette mesi di reclusione ed euro 110 di multa, aumentata per la continuazione a nove mesi ed euro 120 di multa, ridotta per il rito a mesi 6 ed euro 80 di multa”.

Mausoleo Affile. La sentenza della Corte d’Appello. Per leggere o scaricare il testo integrale della sentenza clicca qui

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Regionalismo differenziato: non piace

Le manifestazioni sindacali hanno sempre avuto – oltre ai contenuti naturalmente – un valore simbolico molto alto destinato a durare per lunghi periodi sollecitando al contempo riflessioni impegnative per sindacalisti, politici, sociologi, storici e studiosi in generale.

È rimasta certamente nell’immaginario collettivo la manifestazione sindacale del 1972 dei metalmeccanici uniti all’epoca nella Flm. Una giornata memorabile all’insegna del nord e sud uniti nella lotta. Erano anni di tensioni, di stragi e di bombe ai treni. Eppure la determinazione del mondo del lavoro, e dei loro sindacati, portò migliaia di persone a Reggio Calabria per rivendicare lavoro, democrazia e sviluppo economico.

Quarantasette anni sono passati da quella data ed ecco ancora una grande manifestazione unitaria del 22 giugno a Reggio Calabria. Oltre 25mila persone arrivate da tutta Italia hanno dato vita a un’altra giornata destinata a restare anch’essa nella storia. Tutto è cambiato. Nessuno avrebbe pensato di ritrovarsi dopo tanti anni a dover difendere l’unità della nazione. Il dato caratterizzante della manifestazione è stato proprio il rifiuto del regionalismo differenziato.

Questa proposta, spiegata con cognizione da tantissimi esperti, mette a rischio l’unità del Paese lasciando il Meridione d’Italia abbandonato a se stesso. Sembra esagerato eppure è così: la questione meridionale – più evocata che affrontata – è ancora qui, presente, con tutti i suoi drammi e la voglia di riscatto mai sopita.

Il 22 ottobre del 1972 è lontano. Cinquantamila lavoratrici e lavoratori di tutta Italia dissero no ai “boia chi molla”, al clientelismo alle false promesse di sviluppo. Il 22 giugno del 2019 non si potrà archiviarlo facilmente. Le rivendicazioni del movimento sindacale non sarà possibile ignorarle. Noi c’eravamo; l’Anpi della Calabria era nella bella e pacifica manifestazione. I volti dei tantissimi giovani, tantissimi lavoratori immigrati, tantissime donne non erano affatto rassegnati e sfiduciati. Esprimevano piuttosto una voglia di cambiamento che lascia ben sperare per il futuro.

Mario Vallone, coordinatore Anpi Calabria e componente del Comitato nazionale Anpi

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Il questore zelante e il reato immaginario

Un momento della grande manifestazione antifascista di Prato del marzo di quest’anno

Una denuncia presentata dal questore di Prato in persona, Alessio Cesareo, perché durante le celebrazioni del 25 aprile la piazza lo aveva contestato, e con lui il prefetto Rosalba Scialla, per aver autorizzato, il precedente 23 marzo, la manifestazione di Forza Nuova organizzata in occasione del centenario della nascita dei fasci di combattimento. Ma secondo la Procura i fischi e gli slogan scanditi durante la Festa della Liberazione non costituiscono affatto reato, sono state semplicemente “legittimo dissenso” e con questa motivazione ha chiesto l’archiviazione del fascicolo.

L’inchiesta era stata avviata dal telex “urgente” inviato dal rappresentante della pubblica sicurezza al ministero dell’Interno. Nell’informativa c’era un preciso resoconto delle frasi scandite che, ad avviso del questore, non sarebbero state “rispondenti alla solennità della manifestazione”, e si aggiungeva che i cori dei contestatori erano “consistiti nel chiedere le dimissioni del prefetto e nell’intonare alcuni canti tipici della lotta partigiana” (Bella Ciao!). Subito dopo la Procura aveva dovuto aprire un fascicolo contro ignoti, ipotizzando il reato di vilipendio della Repubblica e delle sue istituzioni, ma negli ultimi due mesi nessuno è stato indagato.

Il vice presidente nazionale dell’Anpi Gianfranco Pagliarulo interviene nella gremitissima piazza Santa Maria delle Carceri, il 23 marzo scorso, alla mobilitazione democratica di protesta contro l’iniziativa, autorizzata, di Forza Nuova

Ora dal procuratore capo Giuseppe Nicolosi e dal sostituto Gianpaolo Mocetti è arrivata la richiesta di archiviazione perché si è trattato di “legittimo dissenso” e non ci furono affatto “violenza e offese” nei confronti dei due rappresentanti delle istituzioni. Il sostituto procuratore Mocetti ha esaminato più volte le immagini raccolte dalla Digos, concludendo che proteste e cartelli (“Prefetto vai a casa”, “Prefetto noi non dimentichiamo!”) rappresentano dunque una critica, legittima, nei confronti dell’operato di questore e prefetto. I pm hanno inoltre documentato che gli slogan scanditi in piazza Santa Maria delle Carceri quali “Su queste strade se vorrai tornare ai nostri posti ci ritroverai, morti e vivi collo stesso impegno, popolo serrato intorno al monumento che si chiama ora e sempre Resistenza” si richiamavano alla celebre epigrafe Lo avrai, Camerata Kesserling composta da Piero Calamandrei. Una iscrizione famosa come la vicenda che portò alla sua realizzazione.

Albert Kesselring, comandante in capo delle forze armate di occupazione tedesche in Italia, nel dopoguerra era stato condannato a morte per la sua responsabilità in numerose stragi nazifasciste, le Fosse Ardeatine e Marzabotto. Pena presto commutata nel carcere a vita. Ma già nel 1952, in considerazione delle sue “gravissime” condizioni di salute, fu messo in libertà. Accolto come un eroe in Germania, il criminale di guerra ebbe pure l’impudenza di dichiarare pubblicamente che non aveva proprio nulla da rimproverarsi e che gli italiani avrebbero dovuto essergli grati per il suo comportamento durante i 18 mesi di occupazione, tanto da erigergli un monumento. L’iscrizione “Ad ignominia” era stata la risposta del noto giurista, poeta e padre costituente.

Nel sorriso della presidente del Comitato provinciale Anpi di Prato, Angela Riviello, la soddisfazione per la grande partecipazione promossa il 23 marzo scorso nella cittadina toscana da partigiani e antifascisti insieme  ad associazioni e partiti democratici del territorio. Accanto il vicepresidente nazionale dell’Anpi Gianfranco Pagliarulo

A Prato, il 23 marzo, la manifestazione di Forza Nuova, autorizzata, era stata un flop: appena 150 militanti da tutta Italia tra cui il leader nazionale Roberto Fiore. Al contempo invece erano stati migliaia gli antifascisti e partigiani a riempire piazza Santa Maria delle carceri per la mobilitazione democratica sia contro lo squallido presidio nero sia contro la decisione di questura e prefettura di autorizzarlo.

Dopo la denuncia della piazza che festeggiava il 25 aprile da parte del questore, l’Anpi Prato aveva diffuso una nota molto dura definendo la segnalazione penale “ridicola e intimidatoria” perché “se si denunciassero i fischi alle iniziative pubbliche tutte le procure sarebbero intasate di lavoro”. La Procura ha dato ragione ai partigiani. Adesso a pronunciarsi dovrà essere il giudice.

L’articolo Il questore zelante e il reato immaginario proviene da Patria Indipendente.

Orazione ufficiale di Marta Manzotti per il 75#Anniversario dell’Eccidio dei Martiri di Montecappone di Jesi

Buonasera a tutti, perdonate se mi trema la voce ma l’emozione di essere qua a parlare di questa ricorrenza … fa un certo … effetto!

Voglio innanzitutto porgere un saluto ai familiari e ai parenti di questi sette giovani, con la consapevolezza che nessun discorso potrà cancellare la violenza subita. Un saluto alle Autorità civili e militari, a tutte le Associazioni  e a tutti  coloro che con la loro presenza, oggi,  vogliono onorare il ricordo di questi giovani Partigiani morti per la Libertà.

Quando mi è stato proposto di essere l’oratrice, qui, oggi, in un giorno così importante mi sono chiesta “chi? Io?”  Però poi riflettendoci mi sono detta “Si, io. Qualcosa da dire ce l’ho!” Sono Marta Maria Manzotti, laureata in Filosofia a Macerata. Ora sono una volontaria del servizio civile e  curo il progetto dell’Arci servizio civile “ La memoria dalle storie locali all’educazione alla pace”, grazie al quale sono entrata in contatto con questa realtà. Dedico due righe a questo progetto che mi ha aperto tante porte da scoprire, tra cui questa appunto.

Trasformare la Memoria come forma di azione non violenta per educare il prossimo ai valori della Pace e solidarietà.  Questo è l’obiettivo.  Poniamo continua attenzione dedicando giornalmente tempo alla Ricerca sempre più approfondita su eventi che hanno coinvolto (e sconvolto ) pesantemente la nostra società. Mi riferisco alla terribile e disumana Soluzione finale del problema ebraico, ovvero la Shoa, e alla ribellione a quel regime nazifascista, ovvero, al movimento di Liberazione in Italia. Vogliamo far sì che la Memoria insieme alle celebrazioni annuali che la riguardano si trasformino in uno stile di vita concreto. In un modo di pensare non solo teorico ma pratico. TRASFORMANDO QUINDI L’EVENTO IN QUOTIDIANITà,  in qualcosa non di vecchio e di antiquato ma contemporaneo. E come ? Risvegliando la consapevolezza della nostra storia.  In questo momento stiamo somministrando questionari a giovani dai 18 ai 30 anni con l’intenzione non solo di valutare il grado di sensibilità e di percezione storica ma anche e soprattutto di generare in loro una riflessione interiore in un momento successivo.  È un progetto a rete che vede coinvolte più regioni e città quindi si è creato un spazio di ricerca e di confronto che riguarda la nazione intera. Il dialogo coinvolge in primis noi stessi con le materie, leggiamo, studiamo e questa conoscenza che ci entra dentro trasforma la nostra percezione, risveglia in noi la voglia di confrontarci con altri, secondo i valori del rispetto e dell’apertura mentale e della diversità  (per esempio noi volontari di questo progetto, provenienti da territori diversi, ci siamo incontrati tutti a Roma e insieme ci siamo potuti conoscere e confrontare). Infine c’è la volontà di espandere questo dialogo alla nazione intera. Stimolarla ad avviare un dialogo con il passato e ad avviare una trasformazione interiore . Perché possiamo cambiare il fuori, solo iniziando da noi stessi e dalle nostre radici. Questo è tutto quello che sto imparando in questo anno di Servizio civile universale e l’essere qui oggi, mi riempie il cuore. Nessuno mi obbligava a proseguire ma queste due realtà il Servizio Civile e l’ANPI hanno destato in me una fame di conoscenza e di approfondimento di questi argomenti, hanno fatto nascere in me tante riflessioni e tanti interrogativi.  Ho potuto partecipare il 24 Aprile alla Deposizione delle corone con il giro dei cippi, ed è stata un’esperienza emozionante e toccante, in cui, appunto, ho potuto toccare con mano e soprattutto con il cuore i luoghi della Memoria e respirare la volontà di ricordare coloro che sono morti ed hanno combattuto per la Libertà.

Fin da piccola ho sempre avuto una certa predisposizione per un mondo trasognante, spensierato dove alberi piante fiori uccellini e altre creature potessero respirare felici e io potessi correre, saltare in mezzo a loro. Li, in quel mondo, l’unico battito importante che avrebbe fatto vibrare tutto il corpo e l’anima sarebbe stato quello del cuore. E L’unica esplosione di luce sarebbe stata quella che avrebbe bagnato e inondato i miei occhi gioiosi di vita.  Una bella visione ,vero? Altro che spari e bombardamenti.

Sono cresciuta in queste campagne con i miei nonni, Zelinda e Armando Manzotti. Lui ha combattuto per la libertà e tanto, entrambi, mi hanno raccontato e insegnato. Mi ricordo ancora, quando ero piccola e passavo tutto il mio tempo in loro compagnia, di quando la sera (perché spesso dormivo da loro) mi veniva posta la fatidica domanda : “vuoi che ti racconta una storia Nonna o Nonno?” Naturalmente preferivo le storie di fanciulle, gattini … Mi ricordo che provavo ad ascoltare i racconti di Nonno ma mi rimandavano immagini troppo cruente e mi ricordo tutt’ora di quando sentivo i passi di nonno, di notte, per la casa, girare insonne e un certo odore di sigaretta cresceva nell’aria. Me lo ricordo agitarsi tra le coperte nel buio. A lui non bastava dire “no” e chiudere gli occhi per dimenticarsi di quelle immagini. Aperti o chiusi, i suoi occhi, le avevano assorbite e ora, le dovevano contenere .  Anche i partigiani Armando e Luigi Angeloni, Vincenzo Carbone, Francesco Cecchi, Calogero Graceffo, Alfredo Santinelli e Mario Saveri avrebbero preferito le storie della nonna e come me evitare storie violente che, invece, hanno dovuto non solo ascoltare e vedere ma … vivere.

20 Giugno 1944. << Stavo salendo le scale della mia abitazione>> Racconta nel suo libro “La storia attorno casa 1930-1948” Nello Verdolini  << quando dalla finestra spalancata vidi passare i ragazzi rastrellati, una ventina, tutti in fila uno dietro l’altro, in mezzo alla strada. Fra loro c’era anche Peppino d’Assunta >> ; << All’altezza dell’incrocio di Santa Caterina un altro ragazzo che stava ritornando a casa, Alfredo Santinelli, venne obbligato con le armi a seguire gli altri, ed egli andò in mezzo ai suoi amici quasi di buon grado. Nella via, passato il rastrellamento fascista, tutti ritornarono alle loro occupazioni. I genitori, i parenti dei ragazzi portati via pensavano che da un momento all’altro sarebbero stati rilasciati. Solamente Gigetto Tittarelli, il sarto, padre di Peppino, dopo un po’ inforcò la bicicletta e andò a vedere. Ritornò col figlio sulla canna della bicicletta. La gente gli andò attorno per sapere. Peppino, piccoletto, biondino, era bianco come un cencio. Si capiva che aveva avuto una gran paura. (Sembrava più piccolo di quello che era e lì per lì non disse un granchè, era come paralizzato)  A monosillabi disse che i fascisti li avevano fatti mettere tutti a ridosso di un muro, con il viso rivolto alla parete. Con minacce ed urla volevano sapere dove fossero i partigiani. Spararono alcune scariche di mitra, senza colpirli, facendo loro credere che li stavano fucilando.  Tutti in via Roma erano convinti che l’avventura per quei ragazzi si sarebbe risolta con una spaurita e che, così come era stato rilasciato Peppino, presto sarebbero stati rilasciati tutti gli altri. Non fu cosi!  A Monte Cappone si seppe poi, i ragazzi furono fatti sfilare davanti ad una porta, ad uno ad uno. Dentro al buio, c’era il comando fascista insieme alla ragazza che aveva detto di essere profuga e che era ospitata nell’appartamento di Elena. In effetti, essa era una delatrice di Fabriano in forze al comando fascio repubblicano di Jesi ed amante di un tenente dell’esercito della RSI. In base alle indicazioni di costei, i giovani vennero divisi in due gruppi: quello più numeroso, dopo essere stato intimidito e terrorizzato, venne mandato a casa. L’altro, di sette giovani, fu ritenuto composto da partigiani e trattenuto . >>

Si sa che i familiari di questi sette ragazzi cercarono di estrapolare informazioni, notizie da quelli liberati ma … erano fuggiti tutti.  Andarono a Montecappone ma i fascisti dissero loro che non c’era nessuno li. I contadini, pero, che abitavano li vicino .. avevano assistito alla crudeltà a cui quei poveri ragazzi erano stati sottoposti ma non ebbero cuore di dire nulla. Solo al mattino successivo, quando i fascisti se ne andarono sfilando per via Roma portando in processione i ritratti di Mussolini, i familiari ritornarono nello stesso posto e trovarono in un fossato i corpi martoriati dei loro ragazzi, martoriati da una ferocia disumana. Tanto che erano a stento riconoscibili.  Nello Verdolini conclude il racconto di questo triste e crudele episodio: << Avevano subìto il martirio, ma non diedero nessuna informazione, né rivelarono i nomi dei partigiani che bene conoscevano. Di fronte alle minacce, al terrore e alla morte più atroce non parlarono, non tradirono i loro compagni. Li ricordo tutti: Gigetto del cementista (Luigi Angeloni), 18 anni,mio amico d’infanzia; Armando, 25 anni,suo fratello; Alfredo Santinelli, 18 anni; Francesco Cecchi, 18 anni,che tante volte avevo sentito cantare con la sua bella e chiara voce “Bella ciao”; Mario Saveri, 23 anni; Enzo Carbone, calabrese e Calogero Grasceffo, siciliano, entrambi militari ventenni, che avevano trovato rifugio nella nostra città dopo l’8 settembre>>

Ho trovato storie davvero agghiaccianti sulla nostra città nel periodo prima della liberazione, un clima di terrore fatto da fascisti e tedeschi minacciosi che giravano per Jesi, un’ infinità di allarmi aerei ed incursioni violente. Le vorrei citare tutte ma il tempo è breve. I miei studi filosofici mi portano a riflettere sui fatti di quei giorni.

VIVERE. Cosa significa Vivere?  La realtà che sta al di fuori di noi  siamo poi cosi sicuri che sia cosi diversa dal sogno?  È bastato un singolo uomo a sognare un mondo in cui il razzismo e il totalitarismo predominassero per far si che diventasse un’orribile realtà.  Il sogno, dunque, può sfociare nella realtà e la realtà nella follia. Quando comprendiamo che la realtà non è quella che vediamo ma quella soprattutto che scegliamo di vedere o è la nostra cura, in quanto ci possiamo risvegliare ed essere più consapevoli, o, se non ci si accorge delle illusioni create, è l’origine di una malattia/nevrosi. Gli uomini, infatti, da sempre desiderano e rivolgono l’attenzione verso quello che vedono fuori di sé e che sentono di non avere. Percepiscono di non essere abbastanza, di essere difettosi, manchevoli di qualcosa e questa è l’origine della paura e della violenza. Le guerre, l’odio, l’invidia, la ricerca del potere … Le persone non si accorgono di essere uguali al prossimo, nella stessa condizione esistenziale sognante (si, “sognante” perché sono proprio i sogni che consapevolmente o non, ci muovono ogni giorno e ci condizionano), individui irrequieti in cerca di qualcosa che colmi il vuoto e l’insicurezza che esso genera … e non vedono che la ricchezza è nel condividere. È lo spazio che accoglie nuovi mondi: il sogno dell’altro. Apertura. Vi sto parlando tanto del sogno perché è da li che i nostri pensieri, la nostra vita, la nostra società e la nostra cultura hanno inizio. È per questo che per evitare di rifare gli stessi errori è importante imparare a sognare . è importante sognare con Responsabilità.

Questi uomini hanno davvero vissuto l’inferno, hanno combattuto per ribellarsi e non si sono arresi di fronte alla cecità e alla follia umane. Mi viene in mente “Noi non abbiamo certezza, abbiamo solo la speranza” , questa è una citazione del Filosofo Ernst Bloch, che, a mio parere, esprime l’animo di chi non si è arreso e ha continuato a coltivare la Speranza come espressione dell’istinto umano. Sempre secondo Bloch, infatti, “La Speranza è il più umano di tutti i moti dell’animo e accessibile solo agli uomini: al tempo stesso si riferisce all’orizzonte più ampio e più luminoso “ perché è proprio grazie a questo sentimento che anche nel buio più oscuro quale, paradossalmente può essere proprio il presente immediato, perché …  ci rendiamo conto che in realtà non c’è nulla di più oscuro di questo attimo, proprio questo, il presente, ora. I  partigiani lottavano nell’incognita di come sarebbe andata a finire ma il fuoco della ribellione e della Speranza li incoraggiava ad andare avanti, a non fermarsi . La Speranza creava in loro Luce e stimolo. I combattenti per la Resistenza hanno corso il rischio, hanno avuto fede nei loro ideali e nei loro sogni. Hanno seguito la voce della speranza che li animava al fine di poter cambiare quell’incubo in cui l’Italia era sprofondata. Ci hanno creduto, fino alla … Morte.

Quando leggo queste storie fatte di dolore, di violenza ma anche di ideali e alti valori mi viene spontaneo fare il paragone con la società attuale in cui sono cresciuta. Oggi abbiamo tutto. Non ci manca nulla eppure … sento che qualcosa di importante sta svanendo. L’autenticità. Siamo terrorizzati dal prossimo soprattutto se diverso, l’invidia e la voglia di essere migliori e più potenti dei nostri vicini ci sovrasta, apparire felici e spensierati e belli è un dovere per la sopravvivenza sociale. Ma dove è l’autenticità? Dove è la presa di coscienza di essere in un modo e non in un altro? Dobbiamo essere tutti simili e nella somiglianza essere migliori.Io dico che la bellezza e l’autenticità della diversità è ciò che ci rende simili. Ed è meraviglioso. Quei partigiani erano ognuno una personalità diversa, un fisico diverso ma non importava, quello che contava era il fuoco che scorreva nelle loro vene e alimentava il coraggio di ribellarsi alle mostruosità di una società che voleva tutti i cittadini succubi e schiavi di uno stesso pensiero claustrofobico privo di libertà di espressione e soprattutto privo di umanità. Essere Partigiani , come per definizione, è non cadere nell’oblio dell’indifferenza e spersonalizzazione. Essere partigiani è scegliere di essere in un modo e non in un altro. È SCEGLIERE, l’azione più importante che possiamo fare nelle nostre vite. L’essere che siamo e diventiamo è frutto di una nostra continua responsabilità quotidiana per cui prendiamo coraggio di dire NO a ciò che sentiamo essere un NO e dire con forza e ad alta voce ciò che è SI. Il bene e il male esistono ma io credo fermamente che, se si abbattono e superano tutti muri che abbiamo creato intorno ai nostri cuori attraverso convenzioni, nozioni non sentite, fredde, attraverso fobie e paure … io credo che i nostri cuori sappiano riconoscere ciò per cui vale la pena lottare . Come diceva Jaspers:  “L’esserci è il mio esserci”. La nostra esistenza ci appartiene e spetta a noi renderla memorabile esprimendo appieno la nostra autenticità e umanità. Perché ognuno di noi può fare la differenza. Sappiamo tutti, credo, quanto l’ansia, la depressione, le lamentele, la pigrizia, LA RABBIA siano contagiose. Ci facciamo da specchio quotidianamente e comunichiamo soprattutto senza parole ma con il tatto. A differenza di come la Realtà possa apparire frammentaria e di come l’altro possa apparirci appunto “altro” e le parole non sono che veicoli, il nostro essere sfiora quello di chi abbiamo affianco ed è la comunicazione più forte e vera: quella del nostro Essere che tocca un altro Essere, L’essere è qualcosa che si tocca, è qualcosa che è abbracciato da qualcosa di ulteriore. L’essere è quel qualcosa che ci tiene legati, in relazione. Diceva Campanella  << Non può sentirsi mai la cosa che non si tocca >> ,<< ogni senziente sente in quanto pate >> e se cominciamo oggi,tutti, a praticare l’autenticità e l’umanità, un piccolo mattone verso una storia migliore è posto.

Questi sette giovani partigiani hanno fatto una scelta. Hanno seguito il loro sogno di migliorare la realtà e di fare la differenza. Ci hanno creduto fino alla fine ma …

Muoiono solo le illusioni e le mode,

L’Autenticità è Eternità.  Per questo, siamo qui oggi. Perché i loro ideali sono VIVI e VIVA è la Resistenza.

Marta Maria Manzotti

20 Giugno 2019