A teatro con le staffette

Sono le staffette partigiane Carla, Piera, Giannetta Manurio detta “Manditu” e soprattutto Olga Bozzo – che giovedì 25 aprile, alle 17, al teatro comunale di Sori riceverà un attestato di riconoscimento per il suo impegno nella Resistenza sorese –, le protagoniste dello spettacolo “Fuente della libertà”, testo di Ivano Malcotti, interviste e direzione artistica di Valeria Stagno, regia di Giorgio De Virgiliis, che andrà in scena in varie località del Levante genovese a cavallo della Festa della Liberazione. A dar loro la voce, in questa rassegna teatrale chiamata “Staffetta delle staffette”, almeno 150 donne si alterneranno sul palco, in una rievocazione della Resistenza tutta al femminile.

«Siamo partiti dalla constatazione che quando si parla di Resistenza lo si fa quasi sempre al maschile – spiega Malcotti –. Mentre il ruolo fondamentale delle staffette e delle partigiane, spesso giovanissime, è poco conosciuto». Il testo quindi si affianca e si ispira al libro Donne per la libertà. Resistenza a Sampierdarena di Massimo Bisca, presidente provinciale dell’Anpi di Genova. E contiene alcune informazioni venute alla luce solo di recente, come la vicenda di Olga Bozzo, nata a Teriasca l’8 agosto del 1934: “sei giorni dopo che Hitler si è autoproclamato Führer ed è diventato un dittatore terrificante per l’intera umanità”, come lei stessa precisa. Preferiva non ricordare, Olga, al pari di molti protagonisti di quegli anni difficili. Fino a quando una sera, sentendo in tv il Presidente Sergio Mattarella dire “chi sa, parli”, si decise a raccontare: di quando bambina di soli 11 anni, salvò la vita a una famiglia ebrea, di quando portava il cibo agli uomini sui monti, fingendo di andare a giocare, o strillava per annunciare i rastrellamenti.

Olga Bozzo, a sinistra della foto (da https://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2019/04/06/AEltb5tB-centocinquanta_narrare_partigiane.shtml)

In una conversazione immaginaria con le sue amiche staffette – compresa Giannetta, soprannominata Manditu perché così, in dialetto genovese (mi hanno detto), apriva spesso i suoi discorsi – Olga nello spettacolo rievoca quel tempo. Con accenti a volte ironici a volte tragici, soffermandosi spesso sulla quotidianità e lasciando quindi spazio all’aspetto umano di uomini e donne che, scegliendo da quale parte stare, si fecero eroi. Ed ecco la visita di Mussolini a Sori, la maestra fascista che voleva tutte le sue allieve vestite di nero e non permetteva alle mancine di scrivere con la mano sinistra, l’ingresso dell’Italia in guerra scoperto ascoltando Radio Londra. Poi le perquisizioni, gli arresti, le esecuzioni. Gli allarmi aerei per i voli dei vari Pippetto (gli aerei da bombardamento Alleati, ndr) e le corse nei rifugi, la fame. L’amore di Rudolf per la sua Rosetta, la diserzione, la morte. Tutto intervallato da brani musicali, fino alla chiusa: “la Resistenza, come ha detto la staffetta Angiolina Michelini “Emilia”, è un fatto morale, è un mosaico nel quale migliaia di persone, donne e uomini, hanno portato un pezzetto e tutti insieme hanno formato il grande disegno chiamato Resistenza e noi in quel grande disegno saremo per sempre ricordate come le fuente (fonti, N) della libertà”.

Lo spettacolo, prodotto con il contributo del Gruppo Città di Genova, che appartiene al filone del teatro di cittadinanza, una costola del teatro politico istantaneo, e coinvolge attrici non professioniste, va in scena venerdì 19 aprile alle 21 a Teatro San Giuseppe di Mignanego. Poi sabato 20 alle 17.30 nella Sala Polivalente di Recco, mercoledì 24 alle 10 alla Sala Don Bozzo a Bogliasco e alle 18 nella sede Anpi di Sestri Levante, dove a interpretare Olga sarà la sindaca Valentina Ghio. Poi giovedì 25 aprile alle 17 al teatro comunale di Sori, dove Bozzo riceverà la pergamena dalle mani del presidente provinciale Anpi Massimo Bisca, e alle 21 al teatro Massone di Pieve Ligure, infine il 10 maggio a Santa Margherita.

Lucia Compagnino

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Ricordo di Franco Balilli



A pochi giorni dal 25 aprile, ricorrenza simbolo della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo, è venuto a mancare, ai suoi cari e a tutta la città, Franco Balilli.
Insieme ad altri giovani fermani aderì al Nuovo Esercito Italiano e operò, a fianco delle truppe alleate del Generale Anders, lungo la Linea Gotica, contribuendo alla liberazione del nord delle Marche, di Ravenna, di Bologna e Padova. Di quel periodo ha sempre conservato un ricordo doloroso, ma anche umano e affettuoso verso i compagni morti in battaglia: il suo capitano Giorgi, il fermano Enzo Ficcadenti e il monturanese Gino Moretti.
Nel dopoguerra Franco non si sottrasse mai all’impegno civile per la democrazia e per una società più giusta e lo fece con le doti innate dell’ umiltà e della coerenza, ma anche con quella della tipica ironia popolare fermana. Chiunque l’abbia conosciuto ricorda la sua bontà e disponibilità all’aiuto e il rispetto per le idee di tutti, pur nella fermezza delle sue convinzioni ideali.
Per noi più giovani fu fonte di racconti ed episodi, trasferendoci il sapore di quegli anni difficili ed eroici. Fu anche però un maestro di umanità che non dice mai cosa dovresti essere, ma sempre incoraggia ognuno ad esprimere liberamente la propria personalità

ANPI Fermo

“Perché la vita è insieme”

Ancona. «Dicono che difendono gli italiani. Ma tutti vanno difesi. Dai poteri forti, dalle mafie, dai sistemi criminali. Rifiutiamo la logica del prima io, prima noi. La vita è insieme». Sono le parole del filosofo Roberto Mancini dell’università di Macerata a sancire la conclusione di una giornata all’insegna della pace, dell’accoglienza e della solidarietà. In più di duemila, forse tremila, provenienti da tutta la regione hanno sfilato, il 6 aprile scorso, dal Passetto al porto – da mare a mare – nella manifestazione “Marche plurali e accoglienti”. Una novantina fra associazioni, enti e organizzazioni chiamate a raccolta dall’Università della Pace contro il decreto immigrazione e sicurezza, ora convertito in legge. «Una manifestazione importante – ha sottolineato Daniele Fancello, presidente provinciale dell’Anpi – a ricordare che l’Italia è un Paese aperto. Noi dell’Anpi in particolare non dimentichiamo che nella guerra di Liberazione hanno operato partigiani di cinquanta nazioni diverse».

La marcia ha preso il via dal Monumento ai Caduti. Al suono di una miniatura della Campana di Pace di Rovereto, il corteo ha sfilato lungo la traiettoria principale della città passando sotto il Comune, attraversando piazza Cavour, piazza Roma, corso Garibaldi e raggiungendo infine le banchine del porto. Qui, a commemorazione dei tanti migranti morti in mare, sono stati lanciati fiori e accesi fumogeni da segnalazione.

Un serpentone colorato, allegro a tratti, accompagnato da musiche diffuse dalla cabina regia montata su un camioncino e inframezzato dagli interventi dei rappresentanti di sindacati, movimenti, associazioni. Tutti solidali con i migranti «a sottolineare – come ha spiegato Mario Busti presidente dell’Università della Pace – che le diversità non ci spaventano». L’appello diffuso nei giorni precedenti la manifestazione recitava: “Sui migranti l’Europa ha perso la coscienza, la memoria, l’umanità. Sono ignorate, o peggio rimosse dalle agende politiche, le ragioni che costringono le persone a migrare: fame, povertà, guerra, cambiamenti climatici, non equa distribuzione delle risorse del Pianeta”.

Nutrita la presenza di stranieri, moltissimi gli africani e i bengalesi. A loro l’onore di aprire il corteo con lo striscione giallo squillante delle “Marche plurali e accoglienti” con la “i” a formare uno svolazzo con i colori della pace. E tanti gli interventi e le testimonianze.

«Io – ha raccontato Ahalem Zanagui, giovane mediatrice culturale di origine tunisina – avevo 13 anni quando mi sono trasferita in Italia. I miei genitori dicevano che era per dare a me e a mia sorella un futuro migliore. Ma io ero arrabbiata con il mondo intero. Mi sono servite la tolleranza e la disponibilità degli altri. È l’accoglienza a farci sentire vicini».

E Musli Alievski, operaio e fondatore di Stay Human di origine Rom, ha detto: «La nostra comunità ha subito un vergognoso attacco nei giorni scorsi a Torre Maura, borgata a est di Roma. C’è chi cavalca la povertà fomentando la paura. Siamo qui, insieme ai fratelli migranti per una vita e un Paese migliore».

Dal suo canto Pierpaolo Pullini della Fiom ha sottolineato che «ovunque ci sono ingiustizie sociali e uomini in condizioni di debolezza, il sindacato deve esserci. Il nostro paradigma è basato sulla giustizia sociale, sul lavoro, sui diritti sanciti dalla Costituzione».

Attenzione agli «effetti devastanti dell’odio» è stato il richiamo anche di Paolo Pignocchi, vice presidente di Amnesty Italia. «Le Marche, seppur ferite, sono sempre state accoglienti. Ma attenzione – ha rimarcato – anche nel nostro territorio sono successi episodi con connotati razzisti preoccupanti. Fra gli altri l’omicidio di Emmanuel Chidi Namdi a Fermo, il 5 luglio del 2016, e la follia di Luca Traini a Macerata. Attenzione dunque agli effetti devastanti nelle nostre comunità dell’odio».

Nessun politico, nessuna bandiera di partito come richiesto “per evitare strumentalizzazioni”. Eppure Davide Sassoli, vicepresidente del Parlamento Europeo, in visita istituzionale ad Ancona, non è voluto mancare. «Contro la rabbia – ha detto a margine della manifestazione – scommettiamo sui valori della solidarietà. È necessario rimettere al centro i valori della Costituzione contro un governo che fa di tutto per allentare quel senso di umanità proprio della società italiana». Con lui, il presidente del Consiglio regionale Antonio Mastrovincenzo. «Novanta associazioni qui presenti – ha sottolineato – dimostrano un sentimento forte e condiviso. Le Marche accoglienti respingono con forza ogni forma di odio, razzismo e omofobia».

Pia Bacchielli, giornalista

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Cucchi. La svolta

Gli occhi di Ilaria e di Stefano

Ilaria Cucchi parla di quanto è avvenuto in questi giorni; nessuno restituirà Stefano né a lei né alla famiglia. Ma finalmente emerge, dopo anni di gigantesche menzogne, il profilo della verità; e quelle istituzioni, che troppo a lungo erano apparse ciniche e ostili, finalmente restituiscono dignità a loro stesse, riconoscono l’inaudito crimine, si schierano dalla parte della giustizia. L’unico che continua a far finta di non capire è il ministro dell’Interno.

La lettera del generale Nistri è stata una sorpresa?

“Ricevere la lettera del Generale Nistri, Comandante generale dell’Arma dei carabinieri, è stato per me estremamente emozionante. Hanno suonato alla porta come quando consegnarono a mia madre la comunicazione di nominare un perito di fiducia per presiedere all’autopsia di Stefano. Così abbiamo appreso della morte di mio fratello. Questa volta ho visto i quattro fogli scritti a mano e leggerne il contenuto mi ha commosso. Ma al di là dell’aspetto emotivo, la lettera ha rappresentato un qualcosa di enorme: il Comando generale dell’Arma dei carabinieri si è schierato per la prima volta, per la prima volta in questi 10 anni, al fianco della famiglia di Stefano Cucchi e soprattutto al fianco della verità.

Nistri ha scritto di ritenersi danneggiato, da uomo e da padre, al pari della famiglia di Stefano e di suo pugno scrive di ritenere doveroso il chiarimento di ogni singola responsabilità nella sede opportuna, l’aula di un tribunale. E che quanto accaduto abbia leso il lavoro quotidiano della maggioranza dei carabinieri. È ciò che ho sempre sostenuto in questi anni, ha riconosciuto il Comandante. Quella lettera è una svolta perché proprio in questi mesi stiamo assistendo all’emergere continuo di novità sui numerosi depistaggi e falsi compiuti da esponenti dell’Arma”.

Mesi fa aveva incontrato il generale Nistri, il colloquio non era andato secondo le sue aspettative.

Avevo definito uno “sproloquio” le parole pronunciate in quell’incontro, un’accusa ai militari che avevano deciso di rompere il muro di omertà sulla morte di Stefano. Evidentemente, però, quel confronto è stato importante.

Nella lettera si annuncia l’intenzione dell’Arma di costituirsi parte civile nel futuro processo per depistaggio, se saranno rinviati a giudizio gli otto ufficiali indagati.

Si costituirà parte civile anche il ministero della Difesa. Lo ha dichiarato il presidente del Consiglio Conte, a nome di tutto il governo. Prendo atto però che c’è ancora chi non vuol capire…

A chi si riferisce?

Nel giorno in cui è arrivato il messaggio di vicinanza e solidarietà da parte del Comando generale dell’Arma il nostro ministro dell’Interno Salvini ha voluto ripetere la solita frase, come fa ormai da anni, senza nemmeno porsi il problema di contestualizzare, senza neppure informarsi un po’ di più prima di esternare “comunque io sono dalla parte delle forze dell’ordine”. Chi rappresenta le forze dell’ordine, chi rappresenta l’Arma dei carabinieri è dalla parte della famiglia Cucchi, questo vorrei fosse chiaro. Anche, forse, per aver deciso – ma non avremmo saputo fare diversamente – di condurre una vera e propria battaglia di civiltà nel rispetto di tutti, nel rispetto di quelle stesse istituzioni che ci avevano prima tradito e poi voltato le spalle, nel rispetto di una giustizia che per troppo tempo è andata avanti con due pesi e due misure. E questo fin dall’udienza di convalida dell’arresto di Stefano, dunque quando mio fratello era ancora vivo, e così per anni e anni dopo la sua morte, fino all’arrivo alla Procura di Roma del dottor Giuseppe Pignatone e del dottor Giovanni Musarò. Da allora tutto è cambiato.

Cosa ha provato durante la ricostruzione in aula del carabiniere Francesco Tedesco, uno dei cinque imputati per omicidio preterintenzionale, su cosa accadde in caserma la notte del fermo di Stefano?

Abbiamo ascoltato in aula il racconto dell’uccisione di mio fratello, non mi vengono altri termini per definirla, l’ho ascoltata io e soprattutto, l’hanno ascoltata i miei genitori, seduti come sempre in fondo all’aula. Dal punto di vista emotivo, non è stato un momento facile. Eppure quelle cose le sapevamo da sempre, le sapevano tutti coloro che avevano deciso di approfondire questa storia, di guardare oltre ciò che si voleva far credere. Però ci sono voluti dieci anni per ascoltarle anche in un’aula di giustizia. Mentre ascoltavo Tedesco descrivere dettagliatamente quello che era accaduto quella notte, le spinte, i pugni, i calci in faccia, ricordavo la perizia del professor Arbarello, il consulente medico legale dell’allora pubblico ministero, e poi successivamente quella della dottoressa Cattaneo, nominata dalla Corte d’Assise. Ricordavo i disegnini della consulente, le simulazioni di quella “caduta accidentale”, i paroloni per descrivere, in un’aula di tribunale, come Stefano con un’unica caduta si sarebbe potuto procurare tutte quelle lezioni in più parti del corpo. Era un processo, fin dall’istante successivo la morte di Stefano, scritto a tavolino dai superiori di coloro che oggi sono sul banco degli imputati, gli stessi che avevano già, nero su bianco, le conclusioni della perizia del professor Albarello, addirittura prima che venisse nominato consulente nel primo processo. Grazie al cielo, oggi siamo in una fase diversa, questo momento può dare la possipossibilità di ricucire la ferita aperta tra lo Stato, le Istituzioni e i cittadini. I cittadini si sentono abbandonati dalle istituzioni, si riconoscono invece nella famiglia Cucchi, non solo per quello che è accaduto a Stefano ma soprattutto per ciò che la sua famiglia, una famiglia normale come tante, una famiglia perbene che ha consegnato alla Procura la droga trovata in casa, ha dovuto subire in questi lunghissimi anni, una famiglia che di fatto si è fatta carico di un ruolo che dovrebbe essere di uno Stato democratico.

Il carabiniere Francesco Tedesco (da https://tg24.sky.it/cronaca/2019/04/08/ stefano-cucchi-testimone-chiave-chiede-scusa.html)

Quando si terrà la prossima udienza?

Torneremo in aula il 16 aprile. Sarà nuovamente chiamato a deporre Tedesco mentre, da quanto so, gli altri imputati rilasceranno dichiarazioni spontanee, temo dunque ripeteranno quanto suggerito dai loro avvocati. Poi le difese porteranno alcuni testimoni, persone presenti nella caserma dove, secondo il racconto di Riccardo Casamassima, il maresciallo dei carabinieri che fece riaprire il caso tre anni fa, il collega Roberto Mandolini, imputato, disse che era “successo un casino”.

Il 18 aprile si apre inoltre un altro processo a piazzale Clodio, in seguito alla mia querela nei confronti di Gianni Tonelli (già segretario generale del Sap, uno dei maggiori sindacati di polizia, ora parlamentare, eletto nella Lega di Matteo Salvini, ndr). Il pm aveva chiesto l’archiviazione ma il giudice ha deciso per l’imputazione coatta.

Anche Tonelli l’ha querelata per una frase pronunciata durante una trasmissione televisiva, ora lei rischia un processo per diffamazione.

Non vedo l’ora di andare a processo. Ho tante cose ancora da dire in un’aula di tribunale.

Ilaria Cucchi e il sindaco Mimmo Lucano: eravate insieme a Torino per ricevere le tessere Anpi.

Il sindaco di Riace ha rivelato un grandissimo senso di umanità e intanto, finalmente, potrà tornare nel suo paese. Le nostre vicende processuali sono differenti, ma credo che abbia scaldato il suo cuore avere la vicinanza delle persone. È stato così anche per noi. Se è vero che siamo partiti dal nulla, niente si fa da soli. A volte si ha bisogno di eroi, ma, parlo per me, non sono un eroe. La nostra famiglia ha avuto accanto l’avvocato Fabio Anselmo, che ora è il mio compagno, il nostro perito, Vincenzo Fineschi, poi la Procura di Roma con Pignatone e Musarò, ma soprattutto le tante persone comuni. Da anni, quando cammino per strada in tanti si fermano, c’è chi mi abbraccia, chi mi ripete “vai avanti”. Io confido sul senso di responsabilità dei giudici. È necessario un segnale, le persone hanno bisogno di fidarsi pienamente delle Istituzioni, in uno Stato democratico, oggi più che mai in un momento tanto difficile e cupo.

L’articolo Cucchi. La svolta proviene da Patria Indipendente.

L’Aquila vola. Ancora più in alto

“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti”.

Questo pensiero attualissimo ed evocativo – scritto da Gramsci oltre 100 anni fa, nel 1917 – è stato scelto per aprire l’iniziativa “Non si smette mai di essere partigiani”, organizzata dall’Anpi dell’Aquila all’Auditorium del Parco: un momento di «memoria e d i impegno» hanno dichiarato il presidente provinciale, Fulvio Angelini, e il presidente della sezione cittadina, William Giordano, per ribadire che «non si smette mai di essere partigiane e partigiani».

L’incontro, affollatissimo, si è svolto a ridosso del decennale del terremoto del 2009 e ha voluto rappresentare una testimonianza di resistenza e di rinascita civile, culturale e sociale.

Dopo aver ascoltato le parole di Liliana Segre all’atto d’insediamento da senatrice della Repubblica, l’Anpi dell’Aquila ha consegnato le tessere 2019 dell’Associazione ad alcuni protagonisti della storia della Resistenza italiana che hanno reso onore alla città.

La platea

Ecco chi sono:

Giovanni Schippa, 95 anni, partigiano combattente col grado di sottotenente, già rettore e professore emerito dell’Università dell’Aquila, ex presidente della Fondazione Carispaq, Medaglia d’Oro del presidente della Repubblica per meriti nel campo della cultura e della scuola, Cavaliere di Gran Croce, autore di oltre cento libri e pubblicazioni scientifiche tutti dedicati alle problematiche della ricerca e della didattica universitaria.

Arnaldo Ettorre, 94 anni, per essersi schierato, negli anni dell’occupazione nazista, sempre dalla parte della lotta per la libertà, prima sottraendosi alla chiamata di leva e rischiando la deportazione nei lager e poi aggregandosi alla Brigata Majella (si arruolò con la matricola 1425) appena giunta in città per proseguire alla volta di Bologna. Ha vissuto questo ruolo di partigiano con orgoglio e discrezione. Già insignito con la “Medaglia della Liberazione”, dopo il sisma si è battuto per ripristinare al Palazzo di Giustizia dell’Aquila la targa in onore dei magistrati partigiani Pasquale Colagrande e Mario Tradardi che Arnaldo conobbe come suo comandante partigiano a Recanati nel novembre del ’44.

Umberto Cialente, che da poco ha compiuto 93 anni. Croce al merito di guerra per il conflitto 1940-1945, diploma Alexander d’onore di ‘Combattente per la Libertà d’Italia’, nonché papà dell’ex sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, commosso in platea. Subito dopo il 25 luglio, poco più che 17enne Umberto aderisce ai GAP col compito di rastrellare armi nelle caserme abbandonate della milizia e dell’esercito e nasconderle in un sotterraneo in via Roma, nei pressi dell’abitazione di Pierino Ventura. Quando cominciano i primi arresti, Umberto sfugge alla Gestapo e sale in montagna unendosi alla Banda della Duchessa. In uno scontro sui piani di Arcinazzo viene ferito da una baionetta alla spalla destra. Solo dopo 10 giorni riuscirà a ricevere le cure di un veterinario che lo ricucirà con ago e filo da materasso. Seguendo il fronte bellico continua a combattere risalendo sino alle Alpi Apuane, in Garfagnana, per tornare all’Aquila nel novembre 1944.

La famiglia Agnelli perché durante gli anni dell’occupazione tedesca dell’Aquila è stata di infaticabile supporto ed aiuto agli ex prigionieri alleati e slavi, agli esponenti della Resistenza aquilana, agli ebrei in fuga dai rastrellamenti. La loro cartolibreria in piazza Palazzo, gestita da Amalia Agnelli, era il centro e il motore per la riconquista della libertà dal fascismo. Gli Agnelli sono stati recentemente ricordati nell’inaugurazione del Giardino dei Giusti e delle Giuste che onora i protagonisti di quella “Resistenza umanitaria” che, insieme a quella armata, ha garantito la rete di protezione e salvezza per migliaia di persone.

Luciano Badia, in memoria del papà Mario, scomparso nel dicembre scorso a 89 anni, che si definiva “Partigiano” ancor prima di dire il suo nome: Mario Badia doveva essere il decimo dei Martiri aquilani, quel 23 settembre 1943, allorquando un gruppo di giovani partigiani fu catturato sulle montagne, a Collebrincioni; non vollero portarlo con loro, però: “statte a casa amico mio, perché sci troppo quatrano (giovane, nel dialetto locale)”, gli disse Giorgio Scimia.

Successivamente altre tessere sono state conferite a personalità e realtà del territorio che si battono quotidianamente in nome dell’antifascismo, della lotta al razzismo, della difesa del lavoro, della parità di genere e a difesa della Costituzione repubblicana, nata dalla Resistenza.

«Oggi come non mai i principi di solidarietà, umanità, giustizia sociale, uguaglianza e legalità sono messi a repentaglio da un vento reazionario, neofascista e spesso violento, da un clima di intolleranza e di odio – hanno sottolineato i presidenti Angelini e Giordano –. È un dovere di tutti gli antifascisti reagire a pulsioni antidemocratiche cercando di costruire quotidianamente, e con i gesti e le azioni di rispetto, tolleranza e difesa dei cittadini più deboli, una società differente fondata sui principi cardine della nostra Costituzione».

Ad ogni personalità o realtà associativa che ha ricevuto la tessera è dunque stato “dedicato” un articolo della Costituzione e una specifica motivazione.

Ai ragazzi di United L’Aquila, la squadra di calcio popolare antifascista e antirazzista che unisce richiedenti asilo e aquilani – più che una realtà sportiva, un vero e proprio progetto politico, nel senso più autentico del termine, legato al tessuto umano della città e strettamente interconnesso con il territorio – è stato associato l’articolo 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Questa la motivazione: “Per anni ci siamo rotti la testa a discutere teoricamente di differenze fra multiculturalismo, integrazione, assistenzialismo, sviluppo sostenibile. E mentre si costruiscono le gabbie teoriche, ci sono persone che semplicemente ‘hanno fatto cose’. E lo hanno fatto e lo fanno affrontando questi temi nella quotidianità e diffondendo semplicemente – nella vita di tutti quelli che hanno la fortuna di incrociarsi – questi temi importanti. Come ha fatto Mimmo Lucano a Riace e come hanno fatto questi ragazzi, che hanno avuto la voglia e la possibilità di condividere le proprie vite, le proprie esperienze e quindi ognuno le proprie culture per creare una bolla di vita comunitaria che non può che arricchire tutti coloro che ne sono felicemente contaminati”.

Lo stesso articolo della Carta costituzionale ha salutato il riconoscimento all’avvocata Simona Giannangeli, protagonista dell’impegno civile verso le donne e i più deboli, più volte vittima di gesti intimidatori che non ne hanno però mai fermato l’azione. Motivazione: “Da sempre dedita al contrasto alla violenza sulle donne, sia in veste professionale che attraverso l’impegno civile nell’associazionismo e nella politica. È stata co-fondatrice del centro antiviolenza che oggi presiede e dove svolge anche attività legale. Vittima più volte di gesti intimidatori e pur pagando un prezzo pesante non ha mai mollato. Resta e resterà resiliente. Ne valorizziamo la passione e la tenacia con cui ha affrontato il processo per il crollo della casa dello studente, per far emergere la verità e cercare giustizia”.

Ad Alberto Aleandri, che ha sempre onorato la memoria collettiva, protagonista di tutte le manifestazioni democratiche della società civile, baluardo contro il neofascismo strisciante di CasaPound è stato dedicato l’articolo 11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. La motivazione illustra: “Al compagno e amico Alberto Aleandri conferiamo la tessera perché ha sempre onorato la memoria di questa città, la nostra memoria collettiva mantenendo vivo e forte e resistente il ricordo di ciò che è stato. Attraverso la creazione di una grande biblioteca, di un archivio sulla resistenza e delle sue mostre ed esposizioni itineranti continua a permettere la trasmissione della storia, degli orrori della guerra e la conservazione della memoria dei protagonisti e degli eventi, testimonianza fulgida e valore di civiltà”.

L’istallazione “Mani che annegano nel Mediterraneo”

E ancora: a Teresa Nannarone, divenuta suo malgrado un esempio di resistenza per aver affisso alla finestra del suo ufficio affacciato su piazza Ovidio, a Sulmona, uno striscione di 4 metri con le parole del poeta latino “Empio è colui che non accoglie lo straniero”, in occasione del comizio elettorale di Matteo Salvini e che, per questo, è stata pesantemente insultata sui social, è stato associato l’articolo 10: “L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali. Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge. Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici”.

Ed ecco la motivazione: “Citando Ovidio nella terra d’origine e nella piazza a lui dedicata, Teresa non immaginava di diventare un piccolo, prezioso simbolo di resistenza civile. Eppure in questo tempo opaco e oscuro, anche un gesto apparentemente semplice e normale può diventare esemplare.

Per questo gesto e queste parole nobili è stata pubblicamente minacciata di stupro.

Affidiamo a lei e a tutti noi il coraggio di esporre e pronunciare sempre altre parole capaci di riaffermare la nostra umanità e di insinuarsi come un germe di solidarietà anche nelle anime più dubbiose”.

Una tessera è stata poi conferita ai lavoratori e alle lavoratrici del call-center ‘Ecare’ dell’Aquila, a ritirarla simbolicamente le Rsu aziendali, come testimonianza del valore centrale che il lavoro ha, o dovrebbe avere, nella nostra società: per loro, che hanno voluto ringraziare l’ex presidente vicario della Regione Abruzzo Giovanni Lolli – anch’egli in platea – per l’impegno profuso a tutela dei posti di lavoro, gli articoli 1, 4 e 35 della Costituzione. Motivazione: “Ai lavoratori e alle lavoratrici di Ecare – da sempre impegnati nella loro vertenza occupazionale – affidiamo una tessera onoraria a testimonianza del valore centrale che il lavoro ha nella nostra società. Un valore di dignità, di realizzazione, di servizio alla comunità. A voi affidiamo anche un messaggio: trasmettete questo valore unitamente a quelli della resistenza e della pratica quotidiana dei diritti e dei doveri costituzionali, siatene araldi nei luoghi di lavoro e nelle case, portate avanti con il vostro splendido esempio di tenacia e coraggio quanto noi oggi stiamo celebrando, quanto noi oggi stiamo celebrando anche grazie a voi”.

Al decano del giornalismo Amedeo Esposito, 70 anni di attività festeggiati a marzo, che fino ai giorni scorsi ha dedicato la sua professione e la sua cultura alla pratica quotidiana antifascista, firmando articoli molto critici su alcune scelte dell’amministrazione comunale – tra cui l’introduzione del “daspo urbano” per i migranti – è stato “dedicato” l’articolo 21: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. La motivazione spigava: “Testimone, cronista e narratore delle vicende nazionali e locali, ha dedicato la sua professione e la sua cultura alla pratica quotidiana antifascista, resistendo alle pressioni culturali avverse. Ne ricordiamo oggi gli ultimi esempi, quando ha reagito con forza dando voce a tutti noi, contro la repressione dell’arte libera e resistente, quando l’istallazione ‘Mani che annegano’, che aveva ravvivato la Fontana delle 99 Cannelle, fu rimossa con mezzi barbari e parole volgari da un rappresentante istituzionale di questa città e quando, ricordando con esempi nobili la tradizione di accoglienza dell’Aquila ha stigmatizzato il ‘daspo’ urbano che il Comune ha imposto agli extra-comunitari. Esposito ha saputo dar sempre voce al dissenso, all’indignazione e al coraggio di quante e quanti riconoscono alla libertà di opinione e all’impegno civile militante un valore di civiltà”.

Il riconoscimento è stato tributato anche a Giovanni Legnini, già sindaco di Roccamontepiano, parlamentare, sottosegretario e vice presidente del Csm, prima della candidatura alle recenti elezioni regionali a guida della coalizione di centrosinistra. A Legnini è stato associato l’articolo 104 della Costituzione: “La Magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere. Il Consiglio superiore della magistratura è presieduto dal Presidente della Repubblica. Ne fanno parte di diritto il primo presidente e il procuratore generale della Corte di cassazione”. La motivazione: “La sua ultima carica istituzionale è stata quella prestigiosissima di vice presidente del Csm. Originario della terra in cui nacque la Brigata Majella si è messo a disposizione della comunità con un progetto politico all’interno del quale è riuscito ad affermare con fermezza e chiarezza due concetti chiave: democrazia costituzionale e antifascismo. Nel clima difficilissimo nel quale ci siamo trovati a declinare le nostre idee controcorrente, da uomo di Stato ha proposto una interpretazione moderna dei temi cari a tutti noi, che si rifanno ai principi costituzionali della Repubblica italiana. Lo ha fatto richiamando la storia e la genesi della repubblica democratica dimostrando giorno dopo giorno che una carica istituzionale importante può ergersi a paladina di temi che con superficialità vengono liquidati come anacronistici, ma al contrario sono attuali, oggi più di sempre. Con orgoglio ha rivendicato che l’Abruzzo è la terra della Brigata Majella con le parole che hanno accompagnato l’istallazione artistica delle ‘Manine che emergono dal Mediterraneo’ alla Fontana delle 99 Cannelle, testimonianza di una società alla ricerca della solidarietà e della sua umanità”.

Infine, è stata riconosciuta l’importante attività svolta da Don Aldo Antonelli, presidente di Libera della provincia dell’Aquila, a cui è stato dedicato l’articolo 2: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. Motivazione: “Per la capacità e il coraggio di praticare un pensiero difforme.

Per la capacita di declinare la parola in parole tenendo insieme la dimensione politica, ecclesiale e civile, mettendo sempre al centro l’umanità. Un prete free-lance, come si autodefinisce, ma anche ‘parroco emerito appassionato della parola, vissuta e annunciata nella storia’ come lo definisce il teologo Carlo Molari”.

Una serata bella, nel senso pieno del termine, e commovente, quella organizzata dall’Anpi, una boccata d’aria fresca in una città che, purtroppo, negli ultimi tempi ha raccontato di sindaci sceriffi, norme anti-accattonaggio e di crociate anti immigrati sull’onda di un clima di intolleranza che spira nel Paese e che si sta facendo soffocante.

Comitato provinciale Anpi dell’Aquila


Altre foto dell’evento sono scaricabili sulla pagina Facebook dell’Anpi L’Aquila 

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Ettore, Achille e la Resistenza

Carla Nespolo con Tonina Laghi. Foto di Zino Tamburrino

Mentre la grande storia ricorda i Martiri delle Fosse Ardeatine – a Roma, 335 vittime di una rappresaglia nazista – rammentiamo che in quello stesso giorno, il 24 marzo 1944, la nostra città, per la prima volta, è colpita da un evento luttuoso di cui si macchiano i fascisti: cinque ragazzi renitenti alla leva della Rsi sono fucilati nella caserma di via della Ripa mentre altri dieci restano in attesa dell’esecuzione della pena capitale.

Le operaie della Mangelli, insieme a quelle della Battistini, Fumisti, Bondi, Forlanini, Becchi, Eridania ed altre, cui si uniscono donne forlivesi e delle campagne, si incamminano verso la caserma. Strappano la promessa di una grazia, e si recano in massa davanti al palazzo del governo, poco distante. Di fronte al rischio dello stop di fabbriche importanti, anche dal punto di vista bellico, e alla protesta delle donne, i dieci giovani hanno salva la vita. Prendono parte alla rivolta le partigiane Ida Valbonesi e Tonina Laghi, due delle coraggiose donne forlivesi che testimoniano, ancora oggi, quanto avvenne alla Ripa.

Da questi eventi è nato il “Progetto Ripa 2019”. La prima parte del progetto è partita con una serie di incontri per raccontare agli studenti cosa accadde nel ’44. A seguire è stato promosso un concorso per immagini e opere grafiche, suddiviso in due sezioni, uno per la cittadinanza e uno per gli studenti, che ha visto una cinquantina di elaborati. Poi, nucleo centrale del progetto, la realizzazione dello spettacolo teatrale “Armati mio cuore. La notte della memoria”. Il titolo della pièce riprende le parole pronunciate da Medea nella tragedia di Euripide, costruendo un ponte tra la guerra di Troia, epico archetipo di tutti i conflitti, e la Resistenza.

La scena. Foto di Zino Tamburrino

Lo spettacolo è andato in scena, per i cittadini, la sera di domenica 24 marzo, davanti a una sala gremita all’inverosimile e il giorno dopo, al mattino, per gli studenti delle scuole. Nel pomeriggio, a palazzo Romagnoli, si è inoltre tenuto un convegno, grandemente partecipato, sui fatti di via della Ripa, alla presenza della presidente nazionale dell’Anpi Carla Nespolo, del presidente provinciale dell’Associazione Miro Gori; di Maria Giorgini, neoeletta segretario generale della Cgil forlivese; di Roberta Mira, storica. L’incontro è stato da me coordinato, in qualità di presidente dell’Anpi forlivese. È intervenuta Mara Valdinosi, già parlamentare cesenate, che nel 1984, nel quarantennale dei fatti, ne fece una ricostruzione per Patria Indipendente.

Una delle più belle epigrafi sulla Resistenza la dedica il poeta Salvatore Quasimodo, ai partigiani di Valenza:

Questa pietra

ricorda i Partigiani di Valenza

e quelli che lottarono nella sua terra,

caduti in combattimento, fucilati, assassinati da tedeschi e gregari di provvisorie milizie italiane.

Il loro numero è grande.

Qui li contiamo uno per uno teneramente

chiamandoli con nomi giovani

per ogni tempo.

Non maledire, eterno straniero nella tua patria, e tu saluta, amico della libertà.

Il loro sangue è ancora fresco, silenzioso il suo frutto.

Gli eroi sono diventati uomini: fortuna

per la civiltà. Di questi uomini

non resti mai povera l’Italia.

Mi limito ad aggiungere una riga: E di queste donne, che misero il loro petto disarmato, di fronte all’invasore, per difendere i loro figli, non resti mai povera la mia città, Forlì.

La premiazione. Foto di Zino Tamburrino

I vincitori del concorso, per la sezione cittadinanza sono: Matteo Mazzacurati, 1° premio; Francesco Capacci, 2° premio; e Lorenzo Capacci, 3° premio. Ha ricevuto una menzione per l’opera meritoria Chiara Scarpellini. Per la sezione scuole, ha ricevuto il 1° premio Alice Bandini dell’Istituto Professionale Ruffilli; Riccardo Barchi, sempre dell’Istituto Professionale Ruffilli, si è aggiudicato il 2° premio; Irene Ravaioli e Sara Mazzani del Liceo Classico G.B. Morgagni hanno ricevuto il 3° premio. La menzione per opera meritoria è stata attribuita a Michel Versitano dell’Istituto Professionale Ruffilli; a Lucia Piacquadio, Angelica Signani, Vittoria Zangara, Alice Bombardi e Alessia Salvini del Liceo Classico G.B. Morgagni; a Giulia De Angelis del Liceo Artistico e Musicale.

Corale è stato l’apprezzamento per Armati mio cuore, la notte della memoria, andato in scena, il 24 marzo, al teatro Diego Fabbri di Forlì, voluto dall’Anpi e messo in scena da Malocchi & Profumi, con la collaborazione di “18 con lode”, Cambioscena, OGM e Qaos. Il testo dello spettacolo è ispirato a un’idea della compianta Maria Letizia Zuffa – la brava e appassionata artista, fondatrice della compagnia Malocchi&Profumi, scomparsa nel 2016 –, attualizzato da Nicola Donati, coadiuvato da Michela Gorini e Sabina Spazzoli, anche registe dello spettacolo.

Ha affascinato l’idea dell’incontro tra Resistenza e guerra di Troia, che diviene archetipo di tutte le guerre, perché nella scrittura omerica ne ha insiti tutti gli stilemi. Ecuba e Andromaca sono tutte le mogli e le madri del mondo, Ettore è il guerriero che sfida un nemico che non può vincere, Patroclo l’uomo che si sacrifica per una causa. Echi di una strada percorsa da uno dei film più belli sulla Resistenza, La notte di San Lorenzo dei fratelli Taviani, in cui fascisti e partigiani sono anch’essi eroi mitologici. Efficace la scenografia, che richiama Guernica di Picasso, spettacolari i costumi, che fondono, con un taglio raffinato, capi militari e richiami all’antico, maggiormente evidenziati da bianchi calzari; perfetta la scelta delle musiche, arricchita dalla presenza in scena di Mirko Catozzi alla fisarmonica, accompagnato dalle voci di Pier Paolo Sedioli e di Sebastian Irimescu. Gli attori, tutti bravi in un testo che li vede, come Giano bifronte, nel doppio ruolo arcaico e moderno. Un Giorgio Cervesi Ripa perfetto nel ruolo di Agamennone e Priamo, che evoca re Lear di shakespeariana memoria, quando chiede ad Achille, spiccando per presenza scenica, il corpo di Ettore, e offre una recitazione intensa e sontuosa. Surreale e delicata, quella di Calcante, che affascina per il distacco. Bravissime tutte le attrici: una dolcissima Andromaca, un’Ecuba, madre di tutte le madri, uscita dalle Troiane di Euripide, un’Elena non banale. Ma, soprattutto, riesce l’alchimia e lo spettacolo funziona, coinvolgendo lo spettatore nella discesa agli inferi di Ettore e dei cinque martiri di via Ripa, e nella reazione delle donne quando rifiutano il fato degli altri ragazzi che dovrebbero essere fucilati l’indomani. Applausi a scena aperta hanno coronano un lavoro che ha saputo mettere sapientemente insieme ogni figura professionale del teatro, con commozione collettiva di spettatori, autori e attori. Citiamo: in scena Mattia Anconelli, Sara Bandini, Sara Bucherini, Giorgio Cervesi Ripa, Chiara Gardini, Sebastian Irimescu, Francesco Lega, Luca Mancini, Olivia Molignoni, Michela Santandrea, Carmen Sassi, Caterina Sbrana, Apollonia Tolo, Alberto Zaffagnini. Il disegno luci è firmato da Giorgio Cervesi Ripa e Adler Ravaioli; le scene e i costumi sono di Stefano Camporesi; i movimenti scenici e le coreografie di Laura Vigna; il trucco è di Matilde Baroni e Laura Mazzotti; le acconciature da On Hair – Andrea Graziani e Alessandra Passoni. Uno spettacolo che merita di essere visto e che speriamo non si fermi qui.

Lodovico Zanetti, presidente Anpi Forlì

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