In Polonia, “il vento reazionario si è trasformato in tempesta”

Il sindaco di Danzica, Pawel Adamowicz, assassinato durante un evento di beneficenzaL’omicidio di Pawel Adamowicz scuote i cittadini democratici non solo in Polonia ma in tutta Europa.

Il sindaco di Danzica, accoltellato domenica scorsa durante una serata di beneficenza e morto ieri dopo un lungo intervento chirurgico, era uno dei uomini più popolari del Paese; si spendeva per una città aperta e solidale, ed era tra i politici più in vista dell’opposizione al governo sovranista, conservatore ed euroscettico di Jaroslaw Kaczynski.

Negli ultimi anni, dopo aver militato in Solidarnosc, Adamowicz era divenuto un riferimento nella sua città e nel Paese, per le iniziative in sostegno dei diritti delle minoranze; della comunità Lgtb e dei migranti ai quali aveva aperto le porte cittadine, in diretto contrasto con l’esecutivo centrale.

Una manifestazione dei neonazisti polacchi (da https://www.ilpost.it/wp-content/uploads/2017/11/manifestazioni-polonia-indipendenza-18.jpg)

Per la presidente dei partigiani italiani, Carla Nespolo: «Il vento reazionario seminato dal governo polacco si è trasformato in tempesta con l’efferata aggressione a Pawel Adamowicz, sindaco di Danzica».

Si tratta di un «omicidio politico – continua la presidente nazionale Anpi – maturato nel clima di violenza alimentato in Polonia dalle forze di governo e dai gruppi neonazisti».

1939, Hitler entra a Danzica (dahttps://s.inyourpocket.com/gallery/111427.jpg)

Una morte che aggiunge «una nuova sanguinosa pagina nella storia di Danzica: città annessa al Reich nel 1939 dopo l’aggressione di Hitler alla Polonia».

L’assassinio non solo addolora ma è frutto grave del clima di odio che si sta diffondendo in Polonia, avvisa Nespolo.  A «conferma che l’attuale governo polacco è un drammatico problema per l’Unione Europea». E alla Ue, la presidente Anpi chiede «al più presto ulteriori e drastici provvedimenti per condannare un regime illiberale».

 

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È stato il vento

da http://www.reportageonline.it/wp-content/uploads/e%CC%80-stato-il-vento.jpg

Una giornata importante quella di sabato scorso, 12 gennaio, per la continuazione dell’esperienza di Riace, paese dell’accoglienza. Dopo le vicende degli ultimi mesi, sempre più forte si è fatta la convinzione di non disperdere il patrimonio di umanità, solidarietà, accoglienza e integrazione costruito in tanti anni di lavoro. Ora che le politiche del governo, con l’aggravante del decreto sicurezza, stanno mettendo a dura prova la possibilità di una buona accoglienza con la chiusura degli Sprar prima di tutto, è necessario trovare nuove forme e idee per andare avanti nel segno dell’umanità.

È quello che si propone il Comitato promotore della Fondazione “È stato il vento”, nome ispirato al ricordo della barca alla deriva portata dal vento sulle coste riacesi vent’anni fa. Alla conferenza stampa, oltre ai giornalisti, tante associazioni presenti tra cui l’Anpi, che da sempre segue e sostiene l’esperienza di Riace e, anche per questa nuova iniziativa, si è dichiarata pronta a collaborare e sostenere la Fondazione nei modi e nei tempi che verranno stabiliti. Insomma Riace, che non si è mai fermata, ha voglia di ripartire. Questo hanno affermato i soggetti promotori del comitato come Gianfranco Schiavone dell’Asgi, Associazione studi giuridici sull’immigrazione; il missionario comboniano Alex Zanotelli; Chiara Sasso della Rete dei comuni solidali; il magistrato Emilio Sirianni e il Presidente onorario del Comitato Giuseppe Lavorato, ex sindaco di Rosarno. Naturalmente in prima linea il sindaco sospeso Mimmo Lucano, con le sue parole pacate sempre piene di speranza e umanità; al contempo determinato a non arrendersi alle difficoltà in cui si trova. «È importante – ha detto Lucano – non far morire l’idea: Riace rimane la metafora della resistenza di chi non vuole riconoscersi in questa deriva di disumanità, odio e fascismo che pervade tutto il Paese».

Al momento nel borgo non ci sono più progetti, sono rimaste poche persone il cui sostegno è garantito dalla solidarietà concretizzatesi dall’estate scorsa ad oggi. L’obiettivo ambizioso della Fondazione è quello di rilanciare la Comunità sopperendo alla mancanza di contributi pubblici. Nessuno ha voluto minimizzare le difficoltà del progetto. Si devono ancora pagare tanti debiti, a partire da quelli degli anni passati, e recuperare i crediti bloccati dalla burocrazia. Riaprire le botteghe, il frantoio, la fattoria didattica e altre attività.

Non sarà facile, ma dall’entusiasmo dimostrato da tutti, Riace ancora una volta farà parlare della sua bella storia.

Mario Vallone, presidente Anpi Catanzaro

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La notte degli eroi normali

Gino Murgi, sindaco di Torre Melissa

«Lo rifarei mille e mille volte ancora. È stata una notte di sofferenza ma anche di grande umanità, di altruismo verso il prossimo». Non ha chiuso occhio dalla notte scorsa Gino Murgi, il sindaco di Torre Melissa che con i suoi concittadini ha salvato 51 giovani migranti curdi, ha soccorso le mamme che urlavano, i bambini piccolissimi imprigionati nella barca a vela incagliata sugli scogli sotto la pioggia con un mare agitato dalla tramontana. Nel pomeriggio quelle grida di aiuto risuonano ancora: «Sentire le urla è stato straziante, impossibile da dimenticare». I profughi che erano riusciti ad arrivare a riva cercavano di mettere in salvo i compagni di sventura. «Sono stato allertato alle 4 di notte e ho trovato tanti miei concittadini già all’opera, si erano gettati in mare, senza pensarci un istante». I soccorsi sono arrivati poco dopo. «Con i compaesani insieme ai carabinieri, ai villeggiati dell’albergo che si trova lì, ai volontari delle associazioni e della Croce Rossa, ci siamo dati da fare come potevamo». Dalle case hanno portato coperte e bevande calde, si è acceso il fuoco nella hall dell’hotel. «Fuori non si vedeva niente, faceva un freddo che ti tagliava le ossa, non credevo che i naufraghi fossero così tanti. Ho visto agenti dei carabinieri togliersi i giubbotti e darli ai quei poveri ragazzi; miei concittadini buttarsi tra le onde scure per salvare un giovane curdo che non riusciva a muoversi; liberare un neonato imprigionato nello scafo del barcone e sottrarre al mare un piccolo di tre anni e mezzo che piangeva”. Altri sono stati raggiunti con un pattino e strappati alla morte.

«Onore ai miei concittadini, ai carabinieri e ai volontari, onore alla mia terra – continua Murgi –. Quando si vivono momenti simili non si può dimenticare, non si può restare indifferenti, dobbiamo tendere la mano, aiutare e aiutare». Questa mattina il sindaco non è andato a riposare, si è invece è recato al Cara dove sono stati trasferiti i migranti. «Una struttura eccezionale, organizzatissima, dotata di ogni servizio e personale efficiente e molto molto solidale», spiega il sindaco Murgi. Che ne sarà di loro? «Immagino chiederanno asilo politico, certo il protocollo dovrà fare il suo corso…mi auguro tutto il bene del mondo per loro». Molti colleghi calabresi hanno chiamato Murgi offrendo sostegno: «Questa esperienza ha sensibilizzato ancor di più una Regione che da anni accoglie e integra. Dobbiamo e vogliamo restare umani».

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Filatelia e “gloriosa epopea coloniale”

Cosa c’entra la filatelia con il panegirico del colonialismo italiano? C’è una risposta sul catalogo “Collector Club” (II semestre 2018). Il catalogo è un veicolo che pubblicizza la vendita di collezioni di francobolli e di monete a prezzi scontati. E vi si trova di tutto: dai francobolli su David Bowie a quelli sui treni a quelli su Papa Wojtyla. Nulla di strano. Senonché a pagina 6, ove si presentano le collezioni della linea “Prestige” che “sono un’attenta selezione delle più significative proposte Bolaffi”, campeggia, corredato da una foto di Graziani con Badoglio, il titolo (tutto in maiuscolo) “La gloriosa epopea coloniale”, che è anche il nome della raccolta di francobolli. Sotto il titolo, la presentazione: “Il colonialismo italiano in Africa ha rappresentato una risorsa preziosa, incrementando il prestigio del Regno d’Italia agli occhi del mondo. Il desiderio di conquista ha anche arricchito il panorama filatelico con alcune delle emissioni più rare e ricercate”.

Risorsa preziosa? Prestigio agli occhi del mondo? Roba da far cadere le braccia. La storia del colonialismo italiano, in particolare in epoca fascista, è costellata da violenze ed eccidi efferati dalla Libia all’Etiopia, dall’uso di armi proibite (i gas tossici), dalla consapevole volontà di Benito Mussolini di utilizzare tali metodi, come confermato da decine di telegrammi a sua firma. Uno dei tanti (a Graziani) in data 8 luglio 1936: “Autorizzo ancora una volta V.E. a iniziare e condurre sistematicamente politica del terrore et dello sterminio contro i ribelli et le popolazioni complici stop. Senza la legge del taglione ad decuplo non si sana la piaga in tempo utile. Attendo conferma”. Ordine zelantemente applicato da Graziani in particolare in occasione del massacro del villaggio conventuale di Debra Libanos tra i giorni 21 e 29 maggio 1937, quando fu sterminata l’intera popolazione copta: diaconi, preti, disabili. La stima delle vittime va da 1500 a 2000 persone. Rodolfo Graziani in un memoriale così commentò la strage “Questo romano esempio di pronto inflessibile rigore è stato sicuramente opportuno e salutare. Esso ha ammonito i nemici, ha rinsaldato la fede ai vacillanti e ha legato maggiormente a noi i fedeli”.

In occasione dell’occupazione dell’Etiopia furono comminate al nostro Paese le sanzioni economiche da parte della Società delle Nazioni, col voto favorevole di 50 Stati e contrario solo dell’Ungheria, dell’Albania e dell’Austria oltre che, ovviamente, dell’Italia. Ecco il “prestigio del Regno d’Italia agli occhi del mondo” di cui si scrive sul catalogo.

Cosa ci sia di “glorioso” nel colonialismo italiano, dunque, va chiesto all’ignoto redattore del catalogo “Collector Club”. Ma più in generale è davvero bizzarro che persino in una pubblicazione di carattere filatelico, di cui si suppone sobrietà e obiettività in particolare su temi di carattere storico così importanti e delicati, spuntino toni apologetici nei confronti delle imprese più buie e sanguinarie di cui disgraziatamente è stato protagonista il nostro Paese in epoca fascista (e non solo).

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Mostrare i denti, ma sorridendo

Col consueto stile violento e vigliacco, fatto di tanti contro pochi o di incursioni da topi d’appartamento, nella notte tra il 19 e il 20 dicembre scorso, i fascisti hanno sfondato, rotto e imbrattato lo spazio Catai a Padova, firmandosi con la sola croce che il loro analfabetismo civico consente: quella uncinata e quella celtica.

Lo spazio Catai è sede di un’associazione di promozione sociale e, da un anno, anche di Potere al Popolo; ospita aule studio gratuite, sportelli di supporto legale per lavoratori o migranti, corsi di lingua, incontri culturali, assemblee, discussioni. Luoghi, insomma, in cui si prova a rispondere a bisogni concreti, ci si prende cura dei problemi e dei diritti di tutti, si sta insieme e ci si fa forza.

L’aggressione al Catai è solo l’ultima di simili nefandezze, ricordiamo l’aggressione squadrista del settembre scorso al corteo antirazzista di Bari, le svastiche sul cartello della scuola Anna Frank di Pesaro, la distruzione della targa in memoria di Matteotti nel gennaio 2017 e purtroppo molte altre ancora. Sempre più numerose.

«I fascisti stanno alzando la testa, legittimati da un governo e da un clima politico che riprende e amplifica le loro parole d’ordine», afferma Luca Lendaro, presidente dell’associazione e membro del coordinamento nazionale di Potere al Popolo. «Ad essere sotto attacco non è mai la singola persona o il singolo spazio. Sono tutte e tutti coloro che provano a unirsi e a lottare contro le ingiustizie, le discriminazioni, le disuguaglianze: contro gli effetti di dieci anni di crisi che hanno portato più povertà e meno diritti, a politiche repressive e antipopolari in cui i governi di ogni colore politico si sono trovati d’accordo».

Ma già il giorno seguente all’aggressione, un numeroso gruppo di persone che si riconoscono nei diritti sanciti dalla nostra Costituzione e nell’antifascismo, si è incontrato alla sede del collettivo Catai per dimostrare solidarietà e vicinanza: da lì è poi partito un corteo che ha attraversato il centro di Padova. Più di 40 le associazioni che hanno aderito a questo appello contro l’odio fascista, dall’Anpi a “Non una di meno”, dagli studenti ai sindacati; numerosi gli interventi a microfono aperto di condanna al rigurgito nero che striscia sempre più spavaldo nelle nostre città, con la complicità di un governo ammiccante che fa della paura il proprio instrumentum regni.

La manifestazione solidale «è stata animata da tante persone ed esperienze che tessono legami solidali, costruiscono comunità e aiutano a rompere il giogo dell’indifferenza e della passività, chiedendo insieme e unite quella giustizia che viene troppo spesso negata», dicono i membri del collettivo Catai e di Potere al Popolo Padova, che hanno anche sporto immediatamente denuncia per l’accaduto. Alla città si chiede di non restare indifferente e alle istituzioni di prendere una posizione netta (il sindaco di Padova, Giordani, ha subito esecrato su Fb l’aggressione).

Ritirarsi nella paura è darla vinta ai violenti, occorre invece reagire con forza e allegria insieme, per far capire a chi è abituato solo a digrignarli che anche sorridere può essere un modo per mostrare i denti.

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Una mostra sulla mostruosità

Da https://www.abilitychannel.tv/aktion-t4-leugenetica-nazista/

Sarà a Milano, a partire dal 7 gennaio e fino al 16 febbraio nei locali del Palazzo di Giustizia, la mostra “Schedati, perseguitati, sterminati. Malati psichici e disabili durante il nazionalsocialismo”, un’esposizione itinerante, visitabile gratuitamente, realizzata dalla Società italiana di Psichiatria in collaborazione con il Network europeo per la ricerca e la formazione in psichiatria e psicodinamicità e, nel capoluogo lombardo, dall’Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere (Onda). La mostra è partita nel gennaio 2014 nel Parlamento tedesco a Berlino e, significativa fin dal titolo, dopo alcune soste in diverse città europee (Vienna, Londra, Osaka) e italiane (Roma, tra le altre) con oltre 340 mila fruitori, ha fatto tappa nel mese di novembre anche alla Cittadella dei Musei di Cagliari, con il patrocinio dell’Università e dell’Azienda ospedaliero-universitaria di Cagliari.

I malati mentali e psichici rappresentavano un grave peso durante il nazismo che, tra il 1933 e il 1939, decise di sterilizzare 400mila persone contro la loro volontà. La mostra contiene 50 pannelli fotografici di persone comuni che avevano “la colpa” di essere affetti da problemi psichiatrici. Nell’autunno del 1939, per ordine di Hitler, veniva perseguito un feroce e sistematico programma contro quanti erano marchiati da “inferiorità mentale” perché portatori di “difetti genetici”: l’Aktion T4, nome convenzionale del “Programma nazista di eutanasia”. T4 è l’indirizzo, via e numero civico, di Berlino dove era situato il quartier generale dell’ente pubblico per la salute e l’assistenza sociale. Il piano di eugenetica razziale perseguito dal nazismo è stato una delle più feroci e indicibili forme di eliminazione fisica al fine di preservare la purezza del popolo tedesco.

Il mondo della psichiatria ha dunque partecipato in modo concreto alla eliminazione fisica di tantissime persone, voluto e realizzato dal disegno dell’eugenetica nazista.

Da https://www.abilitychannel.tv/aktion-t4-leugenetica-nazista/

«La nostra mostra – ha affermato Bernardo Carpiniello, past- president della Società italiana di Psichiatria e organizzatore dell’esposizione – può e deve essere un’occasione per meditare soprattutto sul presente, perché i segnali di una “febbre” che sta salendo nel mondo ci sono tutti e credere che quanto è accaduto non possa tornare è un’illusione. Il senso di solidarietà sociale si è perso ed è forte il desiderio di un uomo solo al comando che possa scacciare le tante paure che oggi ci attanagliano. Ma tutto questo è un pericolo per le nostre società, perché dimentichiamo spesso, quanto sia veloce il passaggio da una democrazia a una democrazia limitata».

Neppure il regime fascista è stato esente da provvedimenti simili a quelli perseguiti dai nazisti. In Italia l’approvazione del Codice penale del 1930 (noto come codice Rocco, dal nome del suo principale estensore, il guardasigilli del Governo Mussolini Alfredo Rocco) introdusse specifici reati in materia di controllo delle malattie psichiatriche, come l’omessa denuncia degli alienati e l’iscrizione dei ricoverati nel Casellario giudiziario. Questi strumenti giuridici sono stati utilizzati dal fascismo nostrano per la repressione del dissenso politico e sociale. Infatti l’apparato del controllo sociale, composto da confidenti, agenti e spie contribuiva a dare l’immagine dello squilibrio mentale e delle intenzione pericolose degli schedati politici antifascisti.

Un’altra modalità di internamento degli antifascisti, se accusati di un determinato reato, era il ricovero coatto in ospedale psichiatrico, perché considerati incapaci di intendere e di volere. E tanti furono i casi di internamento di antifascisti italiani negli istituti psichiatrici giudiziari.

Continua Carpiniello: «C’è sempre il pericolo che queste situazioni possano ripetersi. Il problema di oggi si chiama “stigma”. Vuol dire marchio. Se uno ha il marchio di persona affetta da disturbo mentale grave non trova lavoro, spesso non trova casa in affitto. Bisogna combattere i pregiudizi».

Il regime fascista ha utilizzato il pretesto della pazzia per colpire anche le “donne ribelli” o meglio per circoscrivere la “devianza femminile”. Ma questo è un altro discorso….

Maurizio Orrù, giornalista, segretario regionale Anppia Sardegna

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AUGURI!!!

da http://www.savonanews.it/fileadmin/archivio/ savonanews/fuochi_tricolori.jpg

Tutta la Redazione di Patria augura alle lettrici e ai lettori Buone Feste. Le news quotidiane del giornale, e la tradizionale versione quindicinale, torneranno col nuovo anno. Continueremo a raccontare l’impegno antifascista dell’Anpi e di tantissimi cittadini di quell’Italia democratica che non dimentica il sacrificio dei partigiani per affermare i valori senza tempo né stagioni della lotta di Liberazione, sanciti nella nostra Costituzione, nata dalla Resistenza. Auguri a tutte e a tutti!!!!!!

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Con i giovani del ’43 sui luoghi della Brigata Unificata Ippolito Nievo

Eravamo ragazzi – Sentieri di coraggio” è il docufilm di Alessandra Montico e David Da Ros, l’ultimo finora prodotto dall’Anpi di Pordenone, testimonianza che continua e perfeziona il progetto della locale Associazione dei partigiani, presentato dal presidente Loris Parpinel, di raccontare, in modo originale, la storia della Resistenza al nazifascismo. I protagonisti erano allora tutti ragazzi partigiani, e 73 anni dopo sono ritornati sui luoghi della loro giovinezza, dove vissero la stagione della Resistenza al nazifascismo rischiando la vita, vedendo cadere i loro compagni, battendosi contro la guerra, per essere uomini liberi fra persone democratiche.

I partigiani protagonisti del docufilm sono stati ricevuti, lo scorso 5 febbraio, nella precedente legislatura, al Senato della Repubblica, con il presidente dell’Anpi provinciale Loris Parpinel e il senatore Lodovico Sonego, per la proiezione del dvd.

Foto di gruppo al Senato per la presentazione del docufilm

I luoghi della fascia Pedemontana, dalla foresta del Cansiglio al Piancavallo, alla Valcellina e a Barcis, oltre ai ricordi, rinnovano nei personaggi motivazioni e ideali che li spinsero a scegliere la vita partigiana. Ritornando in quei posti Angelo Carnelutto ridiventa “Clark”, Giovanni Facchin sente ancora di essere “Toni”. Entrambi raccontano, con gli episodi che li riguardano, la perdita dolorosa, irrimediabile, del loro comandante Pietro Maset “Maso”, caduto sul Col Suc il 9 aprile 1945 e insignito alla memoria della Medaglia d’Oro al Valor Militare. Ruggero Benvenuto, non ha mai smesso di essere “Biella”, come Dino Candusso è sempre stato “Athos”. Sui sentieri che anni prima percorsero con molto coraggio e la consapevolezza del ruolo che stavano svolgendo, coinvolgono e affascinano. Lo spettatore, guardando il documentario si immedesima in loro con empatia, condividendo pensieri e idealità che li sostenevano nell’affrontare privazioni e rinunce, certi di farlo anche per gli altri, visto che tutti alla fine avrebbero vissuto in libertà.

I protagonisti del film. Al centro il presidente provinciale Anpi Pordenone Loris Pampinel

Non meno importante dei loro racconti è la rivisitazione dei territori in cui furono partigiani. I ricordi affiorano proprio percorrendo fisicamente quei “sentieri di coraggio” che portano ai luoghi delle battaglie come nelle baite dove trovavano riparo, qualcuna oggi ridotta a rudere. La narrazione unisce le singole testimonianze inserendole con maestria cinematografica nelle storie della Brigata Unificata Ippolito Nievo che comprendeva Garibaldini e Osovani, come pure della divisione garibaldina Nino Nannetti del Cansiglio. Quest’ultima, grazie alla presenza della missione alleata del maggiore inglese, alpinista estremo, Harold William Tilman riceveva i lanci fra le doline del Col dei ‘Scios’.

I due giovani autori del documentario-testimonianza durante la presentazione a Palazzo Madama. Accanto a loro, il presidente Anpi Pordenone

Quel paesaggio e gli altri, filmati anche dall’alto con riprese aeree, fanno emergere i racconti dei “ragazzi” partigiani. Essenziale in questo contesto diventa la funzione maieutica dei registi Alessandra Montico e David De Ros, sorretta dalle musiche di Giovanni Floreani e dagli interventi degli storici che, scena dopo scena, hanno fatto uscire le testimonianze e costruito il docufilm dei “ragazzi” della Resistenza. Oggi sono ancora partigiani e coinvolgono spettatori di ogni età, reclamando per il presente quei loro valori sempre attuali, contenuti sì, nella Costituzione della Repubblica Italiana, ma quasi tutti da realizzare nella loro interezza.

Sigfrido Cescut, vicepresidente Comitato provinciale Anpi Pordenone


Per avere copia dvd del docufilm “Eravamo ragazzi – Sentieri di coraggio” dei registi Alessandra Montico e David Da Ros, contatta l’Anpi di Pordenone. Questi i recapiti:

Anpi Pordenone, Via Molinari, 35/A – 33170 Pordenone tel. 0434 522484 – lunedì, mercoledì e venerdì pomeriggio

e-mail: anpipn.tribuno@gmail.com – cell vicepresidente Anpi Pordenone, Sigfrido Cescut 334 7421365

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