Anno IV n. 63

In questo numero:

 

 

 

 

In copertina

APPELLO AI POPOLI EUROPEI

Patria Indipendente

Le associazioni antifasciste europee e i sindacati per sconfiggere nazionalismi, razzismi, fascismi e nazismi. Il testo e le adesioni

 

L’editoriale

Un voto europeo contro il razzismo e il fascismo

Carla Nespolo, Cornelia Kerth

Due editoriali: scrive la Presidente nazionale dell’Anpi e la Presidente della Vvn-Bda (Associazione dei perseguitati del regime nazista – Associazione degli antifascisti)

Servizi

Cittadinanza attiva

A Budapest insieme per un voto antifascista

Filippo Giuffrida

In Piazza della Libertà nella capitale ungherese i rappresentanti di associazioni partigiane di vari Paesi lanciano un appello per contrastare razzismi, fascismi, nazionalismi alle prossime elezioni della Ue

Cronache antifasciste

25 Aprile, nessuno escluso

A.L.

Milano, Roma, Torino, Napoli, Marzabotto, Verona, e via via punteggiando tutta l’Italia di iniziative, feste, cortei, manifestazioni. Carla Nespolo: “C’è un Paese che vuole rimettersi in cammino e non ha più intenzione di accettare arroganze, prevaricazioni, atteggiamenti lesivi della civiltà democratica e dell’umanità”

Servizi

Milano, la risposta dei settantamila

Roberto Cenati

Il 25 aprile un grande corteo unitario con una fortissima presenza giovanile

Servizi

L’eccezionale 25 Aprile di Palermo

Giuseppe Carlo Marino

Ridicolizzato il tentativo di Salvini di “oscurare” la festa. La crassa ignoranza del ministro sulla natura profonda del fenomeno mafioso. La dichiarazione del sindaco “per la democrazia e la libertà di tutti”

Servizi

Partigiani a Roma

Fabrizio De Sanctis

Grande folla a Porta San Paolo. L’intervento di Aldo Tortorella. Presenti partigiani, staffette e gappisti

Cittadinanza attiva

“Donne e uomini liberi e fieri”

Redazione

“Non chinare la testa di fronte a chi, con la violenza, con il terrorismo, con il fanatismo religioso, vorrebbe farci tornare a epoche oscure, imponendoci un destino di asservimento, di terrore e di odio”

 

Interviste

Boris Pahor, “un triestino che ha vissuto il fascismo”

Antonella De Biasi

Colloquio con l’autore di Necropoli. Quasi 106 anni, di lingua slovena, partigiano, deportato, scrittore, è una delle figure più autorevoli e rappresentative del dramma delle terre di confine nel ventennio e delle violenze della dittatura

Servizi

L’Italia e i terrapiattisti della politica

Gianfranco Pagliarulo

Il ministro dell’Interno, i rom e gli insulti e le minacce di CasaPound. Il mantra su ordine, legalità e disciplina, lo stesso di tutti i regimi autoritari del 900. I rischi di stato d’eccezione permanente. I contrasti fra le forze di governo. C’è l’Italia della paura, ma c’è anche l’Italia del coraggio. Alle elezioni europee un voto ragionato per le forze antifasciste

Cittadinanza attiva

Lo strano caso del Salone del Libro

Andrea Liparoto

Come si è sventata la presenza di un apologeta di Mussolini. L’equivoco della fiera battaglia a tutela della presunta “libertà di opinione”. La debolezza di una parte del mondo degli intellettuali. Il ruolo decisivo dell’Anpi

Librarsi – Interviste

“O montagna per noi tu sei sacra…”

Giacomo Verri

“Cima Grappa. Architetture della memoria”, ZeL edizioni, pp. 156, € 25

Librarsi- Interviste

Fascismo: una moda?

Mariangela Di Marco

“Lettere a una dodicenne sul fascismo di ieri e di oggi” di Daniele Aristarco, Einaudi Ragazzi, 2019, 112 pagine, 10 euro

 

 

 

 

Interviste-Librarsi

Il fascismo dalle mani sporche

Irene Barichello

Un’intervista a Marco Palla. “Il fascismo dalle mani sporche. Dittatura, corruzione, affarismo”, a cura di Paolo Giovannini, Marco Palla, Editori Laterza, 2019, versione ebook euro 12,99, versione a stampa pp. 272, euro 22,00

Terza Pagina

Pentagramma

Canzoni di fango e di trincea

Carlo Pestelli

Franco Castelli, Emilio Jona, Alberto Lovatto, “Al rombo del cannon. Grande guerra e canto popolare”, Neri Pozza editore, pp. 832+due CD, € 60

Forme

Street art: il grido delle periferie

Letizia Annamaria Dabramo

Vedere ciò che ci si rifiuta di vedere. Presente in particolare in Italia del sud e a Roma. Operare per una cooperazione fra arte e istituzioni

Librarsi

Tutto su mio padre (della Gestapo)

Antonella De Biasi

Martin Pollack, “Il morto nel bunker. Indagine su mio padre”, Keller editore, Rovereto (Tn), 2018, pp. 262, € 18

Pentagramma

Nina Simone: l’arte, il genio e la rivolta

Chiara Ferrari

La straordinaria vita della grande cantante nera nell’America razzista. Un repertorio vastissimo, da Gershwin a Charles Aznavour a Brecht e Kurt Weill. L’impegno nella lotta per la liberazione del suo popolo dalla discriminazione. Il tema della violenza. L’incontro con Miriam Makeba. Il VietNam

 

 

Librarsi

Il fascismo, il coraggio, una famiglia

Francesco Rampichini

“La bella Resistenza – L’antifascismo raccontato ai ragazzi”, Biagio Goldstein Bolocan, Illustrazioni di Matteo Berton, Feltrinelli, 2019

Librarsi

Un rivoluzionario: il mito e la storia

Valerio Strinati

“Che Guevara chi? Dicono di lui”, a cura di Lelio La Porta, Ed. Bordeaux, 2018, pp.181, 13,30 euro

Forme

La colomba vola ancora

Francesca Gentili

A Parigi, al primo Congresso mondiale per la pace, il manifesto con la colomba di Picasso. Lo stesso simbolo nel Libro della Genesi e nelle culture extrabibliche. L’artista: “Sì, io ho coscienza d’aver sempre lottato, con la mia pittura, da vero rivoluzionario”

Red carpet

Quando la resistenza ha la forza di un seme

Serena d’Arbela

“Le invisibili” di Louis Julien Petit con Audrey Lamy, Corinne Masiero, Noémie Lvovsky, Déborah Lukumuena, Sarah Suco, Francia, 2018

 

 

In primo piano

Approfondimenti

Gramsci e il principio educativo

Lelio La Porta

Lo studio è un lavoro, afferma Gramsci; la scuola va considerata un lavoro, le ore a scuola sono ore di lavoro senza doverle alternare con altre attività che, automaticamente, verrebbero a privare il lavoro della scuola di quello che esso è nella realtà: appunto, lavoro

L’email

Come ti smonto un Veneziani

Patrizia Reso

Punto per punto, una confutazione dei sette motivi, pubblicati su di un quotidiano, per cui l’intellettuale di estrema destra non festeggia il 25 aprile

Ultime da Patria

Cittadinanza attiva

La Liberazione dimenticata

Enzo Proverbio

9 maggio 1945, anniversario della vittoria in Europa contro il nazifascismo. La manifestazione a Milano al Sacrario dei Partigiani sovietici combattenti nel CVL e al Campo della Gloria. Novità: l’intervento di Mario Vanni, Capo di Gabinetto del Sindaco di Milano, che pubblichiamo integralmente

Approfondimenti

La sommossa di Birkenau

 Stefano Coletta

La storia di Franceska Mann, ebrea. Davanti alla camera a gas, decide di sfidare il destino e di trascinare con sé anche due dei suoi aguzzini. Scoppia la rivolta delle deportate. Sopraffatta, viene fucilata con le sue compagne

Approfondimenti

Estate 1939, si prepara la guerra

Fausto Vighi

Continua la cronologia degli avvenimenti che si susseguirono nel corso dell’anno fino alla vigilia dell’inizio del secondo conflitto mondiale

 

Approfondimenti

Cassino: le tre sconfitte e la distruzione dell’Abbazia

Massimo Coltrinari

1944: le battaglie, gli errori degli Alleati, l’incapacità dei comandanti, l’inutile bombardamento del luogo sacro rispettato dai tedeschi quale territorio neutrale

Approfondimenti

La quarta battaglia di Cassino e l’obiettivo Roma

Massimo Coltrinari

La «linea Hitler» e la «linea Cesare». L’attacco polacco. Le atroci violenze subite dagli abitanti delle zone di Monte Maio e di Monte Petrella dai soldati marocchini. L’arrivo degli americani a Roma

Profili partigiani

Clemente Ferrario, rosso un fiore…

Annalisa Alessio

Un convegno su di un intellettuale, comunista, avvocato, partigiano dell’Oltrepò

 

 

Il quotidiano

Cittadinanza attiva

Contro la chiusura di Radio Radicale

Redazione

Un appello di 188 costituzionalisti e studiosi del diritto a difesa dell’emittente e a difesa della democrazia

 

Cronache antifasciste

Tar Piemonte: No al gazebo di CasaPound, non ha ripudiato il fascismo

Redazione

I giudici hanno dato ragione al Comune di Rivoli (TO) che nella dichiarazione obbligatoria, oltre al rispetto dei valori della Costituzione, chiedeva l’esplicito rifiuto di fascismo e nazismo. Un pronunciamento che farà giurisprudenza

Cittadinanza attiva

Neofascismi, mai più aggressioni nere in Puglia

Nicola Signorile

Su impulso dell’Anpi istituito un Osservatorio. Chiuse le indagini per il raid a Bari contro manifestanti anti Salvini: ventotto militanti di CasaPound dovranno rispondere di riorganizzazione del disciolto partito fascista e di manifestazione fascista, e dieci di loro di lesioni aggravate. La Cassazione conferma il sequestro della sede delle tartarughe frecciate

Cittadinanza attiva

In piazza a Forlì contro i nostalgici del Balconcino

Gianfranco Miro Gori

Qualche giorno fa il ministro dell’Interno, in veste di segretario della Lega, rivolgendosi alle persone presenti in piazza, era uscito sul balcone dal quale parlava Mussolini

 

 

Cittadinanza attiva

Prima della prima Festa

Redazione

Una bella iniziativa in nome della Repubblica partigiana della Carnia. Subito il conto alla rovescia in musica. Il 18 maggio nel pordenonese, a Maniago, un concerto, rigorosamente a ingresso libero, del Coro Popolare della Resistenza di Udine e del Barski oktet di Lusevera, in attesa della Festa organizzata il 2 giugno a Tramonti di Sotto

Cronache antifasciste

Scene da un matrimonio (antifascista)

Redazione

Avviene a Montignoso. Gli sposi: «antifascisti ancor prima che cittadini». Il rito celebrato davanti alla sede dell’Anpi, nel territorio di Massa Carrara, da Albertosi, presidente della locale sezione per «ricordare ai giovani il valore della libertà». Il sindaco Gianni Lorenzetti: «Un gesto che dona speranza»

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La Liberazione dimenticata

Il 74° anniversario della vittoria nella Guerra di Liberazione antifascista in Europa è stato celebrato anche quest’anno con la consueta manifestazione che a Milano si svolge presso il Sacrario dei Partigiani sovietici combattenti nel Corpo Volontari della Libertà e, successivamente, al Campo della Gloria dove riposano i partigiani milanesi e le vittime antifasciste della repressione e della deportazione nei campi di concentramento di operai in sciopero e dei dissidenti politici del regime.

La novità di quest’anno è rappresentata dalla partecipazione, per la prima volta dopo anni di assenza, delle istituzioni cittadine e regionali che sono sfilate con noi in corteo e che hanno preso la parola attraverso i rappresentanti del Sindaco di Milano Sala e della Regione Lombardia, con interventi applauditissimi per valore e contenuti espressi (vedi, in basso, l’intervento di Mario Vanni, Capo di Gabinetto del Sindaco).

Presenti, come sempre e come sempre apprezzati il Console Generale della Federazione Russa di Milano Alexander Nurizade, il Console Onorario Armeno Pietro Kuciukian e il compagno Presidente dell’Anpi provinciale Roberto Cenati che ha concluso la manifestazione ricordando i motivi di fondo che ci inducono ogni anno a ricordare il 9 maggio: “Questo campo ci impone il dovere di ricordare quale è stato il prezzo durissimo di sangue e sofferenze pagato dai giovani partigiani europei per ridare la libertà a tutti noi e costruire un mondo migliore. Ricordare per noi è un dovere soprattutto di questi tempi in cui la tentazione di cancellare il passato, comprese le infamie del nazifascismo, è ricorrente”; e più avanti: “Saremo sempre infinitamente grati e riconoscenti a tutto il popolo sovietico per questo suo determinante contributo alla sconfitta del nazifascismo. Ma un ulteriore motivo di gratitudine e di riconoscenza ci lega al popolo russo. Esso è rappresentato dal contributo degli oltre cinquemila soldati sovietici poco più che ventenni che si unirono alle formazioni partigiane e parteciparono alla Resistenza italiana” ed infine un monito: “Sono passati settantaquattro anni dalla sconfitta del nazifascismo, ma l’Europa sta attraversando un momento delicatissimo della sua storia. Assistiamo al manifestarsi di pericolosi focolai di guerra in varie parti del mondo, e nel cuore stesso del vecchio continente, al preoccupante rifiorire di ideologie e formazioni neonaziste che minacciano proprio quei valori della pace, dell’antifascismo, della solidarietà che hanno animato la Resistenza europea che fu guerra alla guerra per un mondo finalmente restituito alla pace. La pace è il bene più prezioso donatoci dalla Resistenza e mai come oggi è in serio pericolo. Sta a noi batterci per la pace e contrastare il pericoloso ripresentarsi di ideologie neofasciste e neonaziste sconfitte dalla resistenza europea”.

Grande la partecipazione di pubblico e in particolare di cittadini russi presenti nella nostra città che,  come ogni anno, arricchiscono la manifestazione in ricordo di quella che loro chiamano “la grande Guerra Patriottica” con cori, foto di familiari caduti, coreografia di costumi militari sovietici e  abbondanza di fiori:  segno tangibile di una profonda cultura nutrita di memoria ancora viva delle  sofferenze e dei lutti sopportati dai popoli oppressi dai regimi fascismi operanti in Europa.

Da questa manifestazione milanese che possiamo chiamare “brezza primaverile” che nasce da un cimitero possiamo misurare le grandi potenzialità politiche e culturali della importante data storica per lo più dimenticata; mentre meriterebbe da noi cittadini europei di essere ricordata con una “burrasca” di iniziative, manifestazioni politiche e culturali così come avviene per la data della Liberazione del nostro Paese, il 25 Aprile o per la stessa data del 9 maggio per il popolo russo meritoriamente mobilitato laggiù per l’occasione.

Mario Vanni, Capo di Gabinetto del Sindaco di Milano

“È per me un privilegio e un onore portare il saluto di Milano, dell’Amministrazione Civica e del Sindaco Giuseppe Sala alle celebrazioni per il 74mo Anniversario della Vittoria della Grande Guerra Patriottica. Il saluto di Milano si estende oggi a tutti i russi residenti a Milano: una comunità viva, che offre alla città un contributo culturale e civile di prim’ordine e che partecipa con tutte le comunità straniere a fare di Milano una città di pace, una città aperta al mondo.

Se Milano oggi è così, se oggi tutti noi riconosciamo in Milano un modello di convivenza pacifica, se ci riconosciamo in un progetto di crescita aperto alle culture del mondo, lo dobbiamo anche – e, forse, soprattutto – a chi diede la vita nel corso del secolo scorso per la nostra libertà.

Lo dobbiamo, come Paese, anche ai tanti cittadini stranieri che presero le armi contro le dittature rischiando la vita e in tanti casi offrendola come pegno di libertà per il popolo italiano e per i popoli d’Europa. Quello che oggi siamo lo dobbiamo a chi ha offerto la propria vita in sacrificio per noi.

Il 22 Giugno 1941 il regime nazista attaccò l’Unione Sovietica con lo scopo di estendere il dominio della propria dittatura su tutta l’Europa e il continente. Iniziava uno scontro decisivo tra le forze dell’oppressione e quelle della libertà. L’Unione Sovietica pagò con oltre 20 milioni di vittime e 5 milioni di prigionieri nei lager tedeschi, moli dei quali lasciati morire di freddo e di fame. A Leningrado, oggi San Pietroburgo, un assedio di 900 lunghissimi giorni uccise decine di migliaia di donne, di bambini e di anziani. Ma il popolo sovietico e le sue forze armate non si arresero. A Stalingrado l’avanzata delle forze armate di Hitler – che fino a quel momento apparivano invincibili – fu fermata dall’Armata rossa, nel gelo dell’inverno e a costo di un numero incredibile di vite umane, in una battaglia che divenne leggendaria e la cui notizia alimentò il vigore delle Resistenze in tutta Europa. È triste ma doveroso ricordare che l’Italia di Mussolini decise di partecipare a quella guerra insieme alla Germania nazista. Ma è anche giusto ricordare le storie dei tanti militari italiani, alpini in particolare, spesso contadini e gente di montagna, inviati dal fascismo a combattere a decine di migliaia di chilometri da casa, impreparati e mal equipaggiati, contro un Paese che non avrebbero neppure saputo localizzare sulla carta geografica. E ancora ricordiamo le storie dei tanti militari – ne cito uno per tutti, Nuto Revelli – cresciuti nella propaganda fascista ma che proprio durante la ritirata di Russia conobbero la ferocia dei tedeschi e compresero chi fosse il vero nemico da combattere. Tornati in Italia, dopo lunghi mesi di estenuante cammino, divennero, sulle nostre montagne, organizzatori e comandanti militari di gloriose divisioni partigiane, che diedero filo da torcere ai tedeschi e ai fascisti, sovente proprio al fianco di soldati russi fuggiti dalla prigionia nazista. Dopo l’8 Settembre, furono infatti oltre 5mila i soldati sovietici che, fuggiti dai campi di prigionia, si unirono alla lotta partigiana spesso con il sacrificio della vita. A quattro di loro: Fedor Poletaev, Kristofor Musolishvili, Nikolai Bujanov, Danil Avdeev è stata conferita dal nostro Paese la Medaglia d’oro al valor Militare.

I partigiani sovietici furono protagonisti, assieme a quelli italiani, di scelte e gesti di autentico, luminoso eroismo. Kristofor Musolishvili, per citare una tra le centinaia di storie gloriose di quegli amanti della libertà, era entrato in contatto con i partigiani italiani dopo una fuga di massa da un campo di concentramento nazista con un carico di armi e munizioni. Nell’ultimo combattimento della sua vita, prima di darsi la morte per non cadere nelle mani del nemico, nelle campagne del novarese riuscì ad abbattere più di 70 soldati nazisti e repubblichini. Era il dicembre del 1944. Era nato in una povera famiglia di contadini, in un villaggio sperduto fra i monti della Georgia. Morì in Italia, accanto ai partigiani italiani, a poche decine di chilometri da qui, per la libertà di tutti noi. La medaglia d’oro gli fu conferita dal presidente Sagarat nel 1970.

I racconti dei testimoni ci aiutano a capire di che pasta erano fatti questi uomini, che noi oggi onoriamo assieme a tutti i caduti sovietici, che riposano in questo Campo del Cimitero Maggiore.

Per troppi anni sul loro straordinario contributo alla nostra libertà è caduto il silenzio per timore di affermare un legame con il successivo regime sovietico. Oggi, soprattutto in una Milano che ha ritrovato la volontà di costruire una memoria forte e condivisa, è tempo di far conoscere la loro straordinaria generosità e il loro incredibile valore.

Oggi è dovere di tutti noi lavorare per la pace e la solidarietà tra i popoli. Noi tutti milanesi, italiani e cittadini stranieri che vivono e lavorano a Milano, rinnoviamo insieme alle rappresentanze consolari, a 74 anni dalla fine del conflitto mondiale, un impegno profondo personale e collettivo in questa direzione. Ne abbiamo bisogno. L’Europa ha bisogno di memoria, ha bisogno di città di pace, dove la convivenza tra le culture alimenta il dinamismo culturale e la pace a favore di tutto il continente. Per questo siamo qui: per sottolineare l’amicizia con quella che i combattenti di ieri chiamavano la Grande Madre Russia, per onorarne i caduti e per aprire nuovi orizzonti per noi e per chi verrà dopo di noi”.

A cura di Enzo Proverbio, fotografie di Luca Candiotto

L’articolo La Liberazione dimenticata proviene da Patria Indipendente.

Gramsci e il principio educativo

Nel periodo compreso fra novembre del 2018 e marzo del 2019, grazie alla collaborazione fra il gruppo scuola dell’Anpi Roma, coordinato da Gabriella Pandinu, la International Gramsci Society-Italia, Proteo Fare Sapere, nelle persone di Antonino Titone, presidente di Proteo Fare Sapere Roma e Lazio, e Gennaro Lopez, e la Flc Cgil Roma e Lazio, nella persona del segretario generale Eugenio Ghignoni, è stato realizzato il corso di formazione per docenti intitolato “Antonio Gramsci e il principio educativo”. Soprattutto grazie alla sensibilità di Antonino Titone è stata offerta la possibilità di seguire il corso anche a studentesse e studenti universitari per un totale di 51 iscritte/i e una media di 30 frequentanti per lezione.

Una nota del Miur (allora era ministra Valeria Fedeli) del 4 maggio 2017 recitava: “A ottant’anni dalla morte di Antonio Gramsci si invitano le scuole a riflettere sulla sua figura e sul suo pensiero, utili per comprendere la complessità del presente che viviamo e le sue radici storiche, per promuovere occasioni di studio, ricerca e approfondimento”. Questa nota, seppur diffusa doverosamente nelle nostre scuole, non ha sortito alcun effetto, nel senso che di Gramsci nessuno, ad eccezione di docenti particolarmente sensibili ed attente/i, ha parlato. Eppure, al di là delle solite forzature politico-ideologiche sul fondatore del Pcd’I e, quindi, sul comunista Gramsci, buoni motivi di carattere culturale per parlarne ce n’erano.

Infatti la diffusione del pensiero di Gramsci è forse, tra i grandi italiani, superata soltanto da Dante. Basterebbe fossero ricordate le parole di Eric J. Hobsbawm, il grande storico scomparso nel 2012, il quale faceva presente che “l’elenco degli autori di tutto il mondo le cui opere sono più frequentemente citate nella letteratura internazionale di arte e di umanità contiene pochi nomi di italiani, di cui soltanto cinque nati dopo il XVI secolo. In questo elenco non è compreso né Vico né Machiavelli, mentre invece è citato Antonio Gramsci. Essere citati non significa ancora garanzia di conoscenza e neppure di comprensione per l’autore in questione, tuttavia è pur sempre indizio di una presenza intellettuale” [1].

Essere citato non è, quindi, sufficiente per affermare la notorietà di un qualsiasi autore. E questo vale di certo per Gramsci, anche se per lui si pone la questione del perché sia quasi uno sconosciuto nelle nostre scuole, ossia in quelle italiane, e in genere nel nostro Paese. Eppure quale studente non vorrebbe avere un insegnante come Gramsci e quale insegnante non vorrebbe avere uno studente come Gramsci?

Scriveva Rabbi A. Vussun (XII secolo): “Molti ci insegnano qualche cosa qualche volta, sono pochi quelli che qualche volta ci insegnano cose importanti, ma sono pochissimi quelli che ci insegnano cose importanti per tutta la vita: e questi sono i nostri Maestri, a cui va il nostro amore” [2].

I Maestri, al dunque, sono quelli che invitano al rigore e alla disciplina interiore, a non essere trascurati e a seguire un metodo che non faccia dire a ciò che leggiamo quello che noi vorremmo ci fosse scritto; il Maestro è quello che ci invita a metterci nei panni degli avversari tenendo presente, però, che se ne potrebbe anche provare disgusto e desiderare essere ingiusti per non svenire per eccesso di disponibilità; il Maestro è quello che educa tenendo nel giusto conto le contraddizioni e quel grumo inesauribile di razionale e irrazionale che è l’essere umano. Il Maestro è colui/colei che, davanti ad un insuccesso dell’allievo/a, lo/la incoraggia affinché

“continui a studiare in tutti i modi; potrà perdere qualche anno, per dannata ipotesi, come tempo materiale in una certa carriera scolastica, ma non li perderà del tutto se migliorerà ogni giorno la sua cultura, la sua preparazione generale, se allargherà l’orizzonte delle sue cognizioni e dei suoi interessi intellettuali” [3].

Insomma, motivi per affrontare un discorso di carattere educativo-pedagogico su Gramsci esistevano, anche piuttosto seri. Questo ha messo in moto una volontà collettiva tutta tesa a realizzare un corso di formazione sulle tematiche gramsciane più legate al mondo della scuola e ai problemi dell’apprendimento. Il risultato è stato eccezionalmente positivo sia dal punto di vista della partecipazione numerica sia dal punto di vista della partecipazione intesa come coinvolgimento nell’ottica dell’individuazione delle forme più adatte per inserire Gramsci nelle programmazioni delle nostre scuole.

Resta senza risposta la domanda di fondo: perché è necessario introdurre Gramsci nelle nostre scuole? Si legga questo passo dei Quaderni del carcere opportunamente richiamato nella circolare ministeriale del maggio scorso: “Occorre persuadere molta gente che anche lo studio è un mestiere, e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio, oltre che intellettuale, anche muscolare-nervoso: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza. La partecipazione di più larghe masse alla scuola media porta con sé la tendenza a rallentare la disciplina dello studio, a domandare «facilitazioni». Molti pensano addirittura che le difficoltà siano artificiose, perché sono abituati a considerare lavoro e fatica solo il lavoro manuale” (Q12, 2, 1549 [4]).

Lo studio è un lavoro, afferma Gramsci; la scuola va considerata un lavoro, le ore a scuola sono ore di lavoro senza doverle alternare con altre attività che, automaticamente, verrebbero a privare il lavoro della scuola di quello che esso è nella realtà: appunto, lavoro. Nella scuola di oggi, a differenza di quanto accadeva nella scuola riformata gentiliana, divisiva per principio [5], il lavoro è nell’aula, sia essa di un istituto tecnico sia essa di un liceo classico; in entrambi i casi, il lavoro che si svolge parte da un identico principio educativo esprimibile così:

“Io credo che una delle cose più difficili alla tua età è quella di star seduto dinanzi a un tavolino per mettere in ordine i propri pensieri (o per pensare addirittura) e per scriverli con un certo garbo; questo è un apprentissaggio talvolta più difficile di quello di un operaio che vuole acquistare una qualifica professionale, e deve incominciare proprio alla tua età”. [6]

Cosa si fa per stare seduto tanto tempo e per mettere in funzione i propri pensieri? Si studia disinteressatamente e questo è il motivo principale che pone la necessità di inserire Gramsci nei programmi delle scuole. Gramsci-studio-lavoro vanno insieme e possono preparare una generazione di cittadine e cittadini di nuovo profilo, sottratte/i al senso comune corrente e capaci di proporre un nuovo senso comune dell’inclusione, della discussione, del confronto e della democrazia.

Quindi esiste un elemento di coercizione, secondo Gramsci, nel processo educativo. Il nesso dialettico che Gramsci pone fra spontaneità e imposizione, fra libertà e coercizione risulta il problema centrale, ossia la coercizione su chi deve imparare non è un fatto di pura e semplice imposizione bensì deve presentarsi come la progressiva sollecitazione alla maturazione che non può darsi in modo spontaneo in quanto il discente deve essere reso capace di libertà, deve essere guidato, proprio dal punto di vista dell’«egemonia corazzata di coercizione» (Q6, 88, 764), lungo la strada che conduce alla libertà [7].

“Perciò si può dire che nella scuola il nesso istruzione-educazione può solo essere rappresentato dal lavoro vivente del maestro, in quanto il maestro è consapevole dei contrasti tra il tipo di società e di cultura che egli rappresenta e il tipo di società e di cultura rappresentato dagli allievi ed è consapevole del suo compito che consiste nell’accelerare e nel disciplinare la formazione del fanciullo conforme al tipo superiore in lotta col tipo inferiore (ivi, 1542)”.

Gramsci da ragazzo

Gramsci, perciò, pone al centro del circuito docente-discente il ruolo dirigente del primo che, nella sua posizione, deve assicurare la centralità dell’obiettivo dell’apprendimento non nel valore pratico-professionale delle nozioni acquisite bensì nella proposta di uno studio che “appariva disinteressato, perché l’interesse era lo sviluppo interiore della personalità (ivi, 1543-4)” [8].

Educare ergo istruire, ossia portare a compimento l’impresa di porre le premesse di una formazione che, in modo spontaneo e non indotto, avendo la storia come riferimento, consenta l’apprendimento di quelle nozioni concrete che, uniche, riescono anche ad istruire; ossia fare in modo che il discente si getti nella storia al fine di acquisire “una intuizione storicistica del mondo e della vita, che diventa una seconda natura, quasi una spontaneità, perché non pedantescamente inculcata per «volontà» estrinsecamente educativa (…) In questo periodo infatti lo studio o la parte maggiore dello studio deve essere (o apparire ai discenti) disinteressato, non avere cioè scopi pratici immediati o troppo immediati, deve essere formativo, anche se «istruttivo», cioè ricco di nozioni concrete (ivi, 1546)”.

Se lo studio «deve essere (o apparire ai discenti) disinteressato», come scrive Gramsci, c’è bisogno di chi, partendo dalla considerazione che lo studio è per lui stesso disinteressato (terminus a quo), lo faccia conseguentemente apparire disinteressato, cioè della figura che svolga la funzione di dirigere, di prendere l’iniziativa al fine di realizzare un percorso che sia, al contempo, educativo e istruttivo, cioè formativo: si tratta del docente che, quindi, assume la funzione dirigente.

Ma quali caratteristiche dovrà avere la scuola del futuro? Il problema della scuola. Postilla, pubblicato su “L’Ordine Nuovo” del 21 giugno del 1919 [9] è una riflessione sull’organizzazione della scuola del futuro (infatti, Gramsci inizia l’articolo scrivendo della scuola in Russia, dove era avvenuta la Rivoluzione del 1917) in Italia. Certamente il punto di vista di Gramsci è fortemente condizionato dall’entusiasmo per i fatti russi; ciò non toglie, però, che molte delle sue considerazioni sulla scuola, sul disinteresse dello Stato nei suoi confronti, su cosa si insegni e perché, fanno venire alla mente un’attualità in cui si vive; senza contare che le domande che Gramsci pone alla fine del suo articolo non hanno trovato risposta ancora oggi [10].

L’attualità, inoltre, impone una riflessione particolare (credo che sarà uno dei temi per il prossimo corso) sull’insegnamento della storia. Sappiamo come l’attuale ministro dell’Istruzione abbia affrontato la questione: l’esclusione, di fatto, della storia dalle prove scritte dell’esame di Stato. Le sue risposte pretestuose e prive di consistenza intorno al fatto che pochissimi fra candidate e candidati affrontavano il tema storico, così come l’aver spalmato la storia su altre tracce, lasciano il tempo che trovano e meritano una risposta di alto profilo che lo stesso Gramsci propone: “Carissimo Delio, mi sento un po’ stanco e non posso scriverti molto. Tu scrivimi sempre e di tutto ciò che ti interessa nella scuola. Io penso che la storia ti piace, come piaceva a me quando avevo la tua età, perché riguarda gli uomini viventi e tutto ciò che riguarda gli uomini, quanti più uomini è possibile, tutti gli uomini del mondo in quanto si uniscono tra loro in società e lavorano e lottano e migliorano se stessi non può non piacerti più di ogni altra cosa. Ma è così? Ti abbraccio. Antonio” [11].

Ovviamente dovremmo rivolgere la domanda finale al Ministro e rimanere in attesa di risposta.

Chi ha frequentato il corso di formazione si è trovato, quindi, davanti ad un modo dell’apprendimento abbastanza desueto e, comunque, innovativo. E forse proprio l’ulteriore esigenza di meglio comprendere gli aspetti metodologici della proposta educativo-pedagogica di Gramsci ha posto la necessità di riprendere il discorso con il prossimo anno scolastico.

Lelio La Porta, docente nei licei, membro della International Gramsci Society, collaboratore di Critica marxista, saggista


Programma del corso

1) 12 novembre 2018: Introduzione del prof. Antonino Titone, Presidente di “Proteo Fare Sapere” di Roma e Lazio; Un Gramsci per le nostre scuole (Lelio La Porta-International Gramsci society, docente di Filosofia e Storia) 15-18 Libreria Todo modo, via Bellegra, 46;

2) 22 novembre 2018: Giornalismo e pedagogia all’epoca dell’Ordine Nuovo (Guido Liguori-International Gramsci society, Università della Calabria) 15-18 Libreria Todo modo, via Bellegra, 46;

3) 13 dicembre 2018: Gramsci, gli intellettuali e la cultura proletaria. Dai Consigli di fabbrica all’esperienza russa (Noemi Ghetti-International Gramsci Society, storica e saggista) 15-18 Casa della Memoria, via S. Francesco di Sales;

4) 18 gennaio 2019: Gramsci dirigente politico e la sua idea di scuola (Alexander Höbel – Università Federico II Napoli) 15-18 Casa della Memoria, via S. Francesco di Sales;

5) 14 febbraio 2019: Gramsci in carcere fra le “Lettere” e i “Quaderni”: il principio educativo nelle “Lettere dal carcere” (Chiara Meta-Dipartimento di Scienze della Formazione, Università Roma III) 15-18 Casa della Memoria, via S. Francesco di Sales;

6) 28 febbraio 2019: Gramsci in carcere fra le “Lettere” e i “Quaderni”: il principio educativo nei “Quaderni del carcere” (Raul Mordenti-Università di Roma Tor Vergata) 15-18 Casa della Memoria, via S. Francesco di Sales;

7) 7 marzo 2019: Incontro conclusivo con approfondimenti, richieste di chiarimento e consegna degli attestati di partecipazione. Interviene Lorenzo Capitani (docente di Filosofia e Storia): “Pasolini lettore di Gramsci”. 15-17 Casa della Memoria, via S. Francesco di Sales.


Durante il corso sono stati segnalati i testi:

Antonio Gramsci, Lettere dal carcere, a cura di Antonio A. Santucci, Sellerio

I Quaderni del carcere di Antonio Gramsci. Un’antologia, a cura di L. La Porta e G. Prestipino, Carocci

Antonio Gramsci, Come alla volontà piace. Scritti sulla Rivoluzione russa, a cura di G. Liguori, Castelvecchi

Antonio Gramsci, Un Gramsci per le nostre scuole. Antologia, a cura di L. La Porta, Editori Riuniti

Gramsci chi?, a cura di L. La Porta, Bordeaux

L’altra educazione. Antonio Gramsci e il Quaderno 12, a cura di C. Meta, Edizioni Conoscenza

  1. Mordenti, Gli occhi di Gramsci, Red Star Press
  2. Ghetti, La cartolina di Gramsci, Donzelli
  3. Baldacci, Oltre la subalternità. Praxis e educazione in Gramsci, Carocci
  4. Broccoli, Antonio Gramsci e l’educazione come egemonia, La Nuova Italia
  5. A. Manacorda, Il principio educativo in Gramsci. Americanismo e conformismo, Armando
  6. Urbani, Egemonia e pedagogia nel pensiero di A. Gramsci(introduzione a A. Gramsci, La formazione dell’uomo, Editori Riuniti)
  7. d’Orsi, Gramsci. Una nuova biografia, Feltrinelli

https://quadernidelcarcere.wordpress.com/su-gramsci/ in questo sito si trova il saggio di Mordenti sui “Quaderni” per la “Letteratura italiana” Einaudi diretta da Asor Rosa.

Una rapida bio-bibliografia introduttiva e semplicissima è nel sito di Raul Mordenti: http://raulmordenti.it/wp-content/uploads/2012/03/seminariogramsci.pdf

Anche il libro più politico e complesso di Mordenti, “Gramsci e la rivoluzione necessaria” (Roma, Editori Riuniti 2011), è leggibile a: http://raulmordenti.it/wp-content/uploads/2012/03/Gramsci.pdf

[1] E. J. Hobsbawm, Per capire le classi subalterne in Rinascita-Il Contemporaneo, “Gramsci nel mondo”, 28 febbraio 1987. Eric John Ernest Hobsbawm (1917-2012) è stato uno storico e scrittore britannico. Nato in una famiglia ebraica di origini austriache, studioso di formazione marxista, Hobsbawm ha dedicato molte delle proprie ricerche alla classe operaia inglese e al proletariato internazionale. Fra le sue opere è molto famosa Il secolo breve (Rizzoli, Milano 1995). La fonte dell’informazione fornita da Hobsbawm è Eugene Garfield, Current Comments, The 250 Most-Cited Authors in the Arts & Humanities Citation Index, 1976-1983. La ricerca è datata 1° dicembre del 1986. Se qualcuno provasse a intraprenderne un’altra, sicuramente Gramsci confermerebbe la sua posizione vista la mole impressionante di studi e di ricerche a lui dedicati nel mondo intero e testimoniati dalla Bibliografia gramsciana. Per conoscenza universale, gli altri quattro italiani fra i 250 autori dal XVI secolo più citati secondo l’Indice delle citazioni della letteratura mondiale di arte ed umanità sono Giorgio Vasari, Giuseppe Verdi, Benedetto Croce ed Umberto Eco.

[2] Questa citazione compare nella quarta di copertina di un volume fuori commercio di Giuseppe Prestipino, Frammenti di vita ingiusta, Edizioni Punto Rosso, Milano 2012.

[3] A. Gramsci, Lettere dal carcere, a cura di Antonio A. Santucci, Sellerio, Palermo 1996, p.701; d’ora in avanti LC.

[4] A. Gramsci, Quaderni del carcere, edizione critica a cura di V. Gerratana, Einaudi, Torino 1975; si cita da questa edizione indicando il Quaderno, il numero della nota e quello della pagina.

[5] “Sul piano dei contenuti e dei metodi la riforma accentua la forbice del sistema dualistico fra la scuola disinteressata per eccellenza e classicamente formativa (ginnasio-liceo) e gli studi preparatori a mestieri e ad attività secondarie (scuole tecniche e professionali). Questi ultimi non danno agli allievi che li frequentano alcuna possibilità di mobilità e di passaggio ad altri campi e settori di studio; si tratta di indirizzi scolastici chiusi al loro interno, che funzionano come canne d’organo, e finalizzati all’acquisizione di nozioni pratiche per i vari mestieri. L’istruzione classica, invece, serve a preparare i quadri dirigenti del Paese e ad essa viene posta una particolare attenzione, che si concentra sull’insegnamento del latino e del greco e, poi, della filosofia e della storia delle tradizioni e della passata grandezza” Sarracini-Corbi, Storia della scuola e delle istituzioni educative (1830-1999). La cultura della formazione, Liguori, Napoli 2001, p. 65.

[6] LC, pp. 776-777. Lettera al figlio Delio del 16 giugno 1936.

[7] La moderna pedagogia usa, a proposito del nesso di apparente coazione che si stabilisce fra docente e discente, l’ossimoro “autorità liberatrice” all’interno del quale il nesso autorità-libertà è posto solo nel caso in cui entrambi i soggetti si pongano nell’ottica di dare forma a delle possibilità attraverso l’uso della parola. In questa ottica l’autorità può anche essere potere ma soltanto se riesce a rendere l’altro consapevole delle proprie possibilità e, quindi, lo renda libero di esprimersi e manifestarsi nel suo proprio essere.

[8] Qui ed ora il tempo al passato usato da Gramsci va considerato al presente perché lo studio disinteressato è il soggetto-oggetto di quanto si sta scrivendo e proponendo. Quindi la citazione va letta nel modo seguente: lo studio “appare disinteressato, perché l’interesse è lo sviluppo interiore della personalità”. Questa posizione è di certo minoritaria eppure della necessità di andare oltre il semplice utilitarismo come obiettivo della scienza dell’educazione e di quella sua articolazione che è la didattica si sente la necessità; “(…) ogni sapere deve essere utile, ogni insegnamento deve servire a qualcosa…” (M. Benasayag, G. Schmit, L’epoca delle passioni tristi, Feltrinelli, Milano 2013, p. 44) è la spina dorsale dell’attività odierna nelle scuole. Così, però, non si trasforma, non si forma; ci si intristisce e si rimane schiavi dell’utilitarismo.

[9] A. Gramsci, L’Ordine Nuovo 1919-1920, a cura di V. Gerratana e A. A. Santucci, Einaudi, Torino 1987, pp. 98-100.

[10] «Nello Stato dei Consigli, la scuola rappresenterà una delle più importanti ed essenziali attività pubbliche. Diciamo anzi: allo sviluppo e alla buona riuscita della scuola comunista è legato lo sviluppo dello Stato comunista, l’avvento di una democrazia in cui sia assorbita la dittatura del proletariato. La generazione odierna si educherà alla pratica della disciplina sociale necessaria per attuare la società comunista, coi comizi, con la partecipazione diretta alla deliberazione e all’amministrazione dello Stato socialista. La scuola dovrà allevare le generazioni nuove, quelle che godranno il frutto dei nostri sacrifici e dei nostri sforzi, quelle che conosceranno, dopo il periodo transitorio delle dittature proletarie nazionali, la pienezza di vita e di sviluppo della democrazia comunista internazionale. Come attuerà questo suo compito la scuola comunista? Come dovrà essere organizzata la funzione educativa dello Stato nel sistema generale dei Consigli? Quale compito amministrativo dovrà essere svolto dai Sindacatí dei maestri e dei professori? Le Università e i Politecnici come verranno trasformati e coordinati all’attività generale di cultura? Cambiata la costituzione e mutati i principi fondamentali del diritto, quale figura dovrà avere la facoltà di legge? E le biblioteche, e i musei, e le gallerie quale fine dovranno avere? La nostra rassegna conta tra gli abbonati e tra i lettori, una forte schiera di giovani studenti, di artisti, di professori, di maestri che hanno la capacità e la preparazione per impostare criticamente questi problemi e tentarne la soluzione. Facciamo appello alla loro volontà buona, al desiderio che essi sentono vivo di collaborare utilmente all’avvento dell’ordine nuovo comunista».

[11] LC, pp. 807-808.

L’articolo Gramsci e il principio educativo proviene da Patria Indipendente.

In piazza a Forlì contro i nostalgici del Balconcino

Un momento del presidio

Sabato 11 maggio, alle 11 del mattino, le associazioni democratiche e antifasciste di Forlì e più in generale della provincia di Forlì-Cesena si sono date appuntamento nella piazza centrale della città, dedicata a Aurelio Saffi: forlivese, mazziniano, combattente per il Risorgimento e, tra le altre cose, triumviro della Repubblica Romana del 1849. Nella medesima piazza sorge il sacrario delle vittime e dei martiri della seconda guerra mondiale: testimonianza imperitura della Resistenza che vi lascia un altro tragico e luminoso ricordo: quattro partigiani, Adriano Casadei, Silvio Corbari (comandante del battaglione omonimo del quale condivideva la guida col testé citato Casadei), Arturo Spazzoli e Iris Versari, sorpresi dai tedeschi, a seguito della delazione di una spia italiana, furono uccisi (a onor del vero Versari, ferita, attese impavida l’arrivo dei nemici, fulminò il primo, quindi si suicidò), i loro corpi poi esposti dai nazifascisti, appesi a quattro lampioni di quella piazza. Uno dei tanti episodi della strategia del terrore voluta da Kesserling, che insanguinò i territori lungo la linea Gotica e l’Italia più in generale.

L’intervento di Emilio Ricci, vicepresidente nazionale Anpi, accanto il presidente Anpi Forlì-Cesena, Gianfranco Miro Gori

Forlì, non lo si dimentichi, è a pochi chilometri da Predappio, città natale di Mussolini, ed è il luogo dell’apprendistato politico, socialista, del futuro dittatore che, quando vi tornava – dopo il suo clamoroso cambio di casacca, divenuto capo del governo –, parlava dal balcone principale del palazzo comunale che s’affaccia proprio su piazza Saffi.

Da queste premesse risulta di una chiarezza cristallina la ragione per cui abbia destato scalpore e ferme proteste il gesto del ministro dell’Interno, a Forlì in veste di segretario della Lega in piena campagna elettorale. Che è uscito sul suddetto famigerato balcone, rivolgendosi alle sette/ottocento persone presenti in piazza.

Un gesto che una città di salde tradizioni democratiche e antifasciste non poteva lasciar passare sotto silenzio.

Così dodici associazioni della città e della provincia (in rigoroso ordine alfabetico: Ami, Anpi, Arci, Associazione Luciano Lama, Barcobaleno, Cgil, Fondazione Lewin, Città aperta, Istituto storico della Resistenza, Libera, Udi, Udu) hanno lanciato un appello al quale hanno aderito altre venti associazioni, al fine di raccogliersi in piazza Saffi davanti al sacrario per affermare che il rancore, l’odio e la paura non passeranno e affermare i valori democratici antifascisti della Costituzione.

Dopo il saluto del sindaco Davide Drei, che ha messo in risalto la tradizione democratica e l’importante ruolo di Forlì nella Resistenza, alcuni interventi di rappresentanti delle associazioni forlivesi hanno sollecitato un’idea di memoria rivolta al presente e al futuro, nonché la necessità della mobilitazione per la difesa dei diritti universali e la centralità dell’educazione a partire da quella storica.

Ha concluso Emilio Ricci, vicepresidente nazionale dell’Anpi, tracciando il quadro della congiuntura attuale e sottolineando come sia necessaria un’ampia mobilitazione contro le politiche discriminatorie del governo (leggi decreto sicurezza in essere e quello proposto) e la difesa dei diritti. Ha altresì, sul piano storico, messo in evidenza l’ambiguità del concetto di guerra civile e la fatale capziosità di frasi come “Mussolini ha fatto anche cose buone” che tendono a sfumare i crimini del fascismo e del dittatore.

Gianfranco Miro Gori, presidente del comitato provinciale Anpi Forlì-Cesena

L’articolo In piazza a Forlì contro i nostalgici del Balconcino proviene da Patria Indipendente.

9 maggio 1945

Berlino, 30 aprile 1945. Bandiera rossa sul Reichstag, una delle fotografie che hanno fatto la storia

Il 9 maggio di 74 anni fa, con la resa incondizionata della Germania nazista alle forze alleate, finiva in Europa la seconda guerra mondiale. La capitolazione era stata siglata a Berlino intorno alle 2,15 della notte ma la notizia venne diffusa la mattina successiva.

Si concludevano così sei anni del conflitto bellico più grande e sanguinoso che il vecchio continente avesse conosciuto, festeggiati anche dai combattenti della Resistenza che sfilarono in molte città italiane.

Parma, 9 maggio 1945. Le brigate partigiane festeggiano la fine della guerra in Europa

L’atto era stato preceduto dalla resa militare firmata il 7 maggio a Reims, in Francia, e venne ripetuto nella capitale tedesca alla presenza di una delegazione dell’Unione Sovietica.

Proprio Berlino era stata teatro dell’ultima grande offensiva in territorio europeo: l’Armata Rossa aveva dovuto lottare per ben sei giorni durante i quali Hitler, che aveva deciso di rimanere nella capitale accerchiata cercando di organizzare l’ultima reazione, il 30 aprile si era tolto tolse la vita per non cadere in mano nemica.

Berlino. Il negoziatore tedesco, il generale Alfred Jodl, firma la resa della Germania nazista

Il bilancio della guerra sarà il più tragico che si ricordi a memoria d’uomo: si calcolano più di 70 milioni di morti di cui almeno 25 milioni dell’Unione Sovietica. Di questi, solo una parte sono morti in battaglia: milioni e milioni di donne, uomini e bambini sono massacrati nelle città, nei campi di sterminio, nelle rappresaglie.

L’articolo 9 maggio 1945 proviene da Patria Indipendente.

Neofascismi, mai più aggressioni nere in Puglia

Bari, firma dell’intesa sull’istituzione dell’Osservatorio

Nasce a Bari l’Osservatorio regionale sui neofascismi: il 2 maggio scorso nell’aula “Gaetano Contento” della facoltà di Giurisprudenza la Regione Puglia e il Coordinamento Regionale Antifascista hanno sottoscritto il Protocollo di intesa che lo istituisce.

Compito dell’Osservatorio è il “costante monitoraggio, su tutto il territorio regionale, degli episodi, delle iniziative, delle attività di singoli o di gruppi organizzati che rivelino ispirazione o caratteri fascisti, razzisti, xenofobi”.

Hanno firmato il protocollo il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, il coordinatore regionale dell’Anpi, Ferdinando Pappalardo, e i responsabili regionali di Act, Arci, Cgil, Libera, Rete della Conoscenza e Unione degli Studenti.

L’Osservatorio sarà impegnato a “contrastare – si legge nel Protocollo – ogni manifestazione di apologia del fascismo, nonché di propaganda e discriminazione razziale” e solleciterà le istituzioni locali “a predisporre adeguate misure per prevenire e contrastare la diffusione di tali fenomeni, anche attraverso l’adozione di appositi regolamenti”.

L’Osservatorio prende forma per l’impulso dell’Anpi e delle organizzazioni antifasciste all’azione di denuncia delle provocazioni e delle violenze che vedono protagonisti affiliati a formazioni dell’estrema destra. A margine della firma del Protocollo, il presidente della Puglia, Emiliano, ha annunciato che la Regione sarà parte civile nel processo a carico di esponenti di CasaPound, dopo l’aggressione subita lo scorso settembre a Bari da militanti antifascisti al termine di una manifestazione di protesta contro il ministro Salvini. Poche ore fa si è appresa la notizia della conclusione dell’inchiesta avviata dal sostituto procuratore della Repubblica di Bari Roberto Rossi: ai ventotto indagati dell’estrema destra è contestata l’accusa di riorganizzazione del disciolto partito fascista e di manifestazione fascista e dieci di loro dovranno rispondere anche di lesioni personali aggravate. Nei giorni scorsi, inoltre la Corte di Cassazione ha confermato i sigilli alla sede barese delle tartarughe frecciate disposti dal gip Marco Galesi su richiesta della Procura.

Particolare attenzione sarà dedicata dall’Osservatorio al mondo della scuola con un programma annuale di iniziative per “diffondere la conoscenza storica del fascismo e per educare ai valori di libertà, democrazia, uguaglianza e solidarietà che sono alla base della Costituzione”. La Regione Puglia si impegna a promuovere anche viaggi di istruzione sui luoghi della Resistenza, a partire dalla rete di gemellaggi stretti fra le sedi Anpi.

Nicola Signorile, componente del Comitato provinciale Anpi Bari

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Tar Piemonte: stop a CasaPound, non ha ripudiato il fascismo

Pubblichiamo un contributo per Patria Indipendente di Franco Dessì, sindaco di Rivoli, città metropolitana di Torino, sull’importante esito del ricorso in tribunale della formazione di estrema destra contro il Comune

 

Prima di arrivare all’esito della sentenza, ecco gli antefatti. Il 30 novembre 2017, il Consiglio comunale di Rivoli discuteva una mozione presentata da tre giovani consiglieri del Partito democratico; questa mozione impegnava la giunta comunale “a non concedere spazio o suolo pubblico a coloro i quali non garantiscano di rispettare i valori sanciti dalla Costituzione, professando e/o praticando comportamenti fascisti, razzisti e omofobi” e “subordinando la concessione di suolo pubblico, spazi e sale di proprietà del Comune a una dichiarazione esplicita di rispetto dei valori antifascisti”.

La mozione veniva approvata all’unanimità dei consiglieri presenti; da rilevare che, ad oggi, la “Lega di Salvini” e “Fratelli d’Italia” non hanno una rappresentanza in Consiglio comunale.

Successivamente la giunta dava mandato agli uffici comunali di far sottoscrivere ai richiedenti l’occupazione di suolo o spazio pubblico una dichiarazione del seguente tenore:

Il sottoscritto dichiara di ripudiare il fascismo ed il nazismo e di aderire ai valori dell’antifascismo posti a base della Costituzione Repubblicana ovvero i valori di libertà, di democrazia, di eguaglianza, di pace, di giustizia sociale e di rispetto di ogni diritto umano, affermatisi nel nostro Paese dopo una ventennale opposizione democratica alla dittatura fascista e dopo i venti mesi della lotta di liberazione dal nazifascismo”.

CasaPound, nel dicembre 2018, richiedeva di occupare spazi pubblici per attività di propaganda politica, rifiutandosi però di sottoscrivere integralmente la “dichiarazione”. Naturalmente i nostri uffici negavano l’autorizzazione; da qui nasce il ricorso al Tar dell’organizzazione di estrema destra.

Franco Dessì, sindaco di Rivoli

Lo scorso 18 Aprile il TAR Piemonte emetteva una sentenza, con cui respingeva il ricorso, ritenendo legittimo il comportamento dell’Amministrazione comunale di Rivoli.

Da precisare che la richiesta di occupare il suolo pubblico interessava un luogo molto evocativo della Resistenza rivolese: via Piol, dedicata a un padre e a quattro fratelli Caduti nella lotta di Liberazione; questo aspetto è stato fatto rilevare molto opportunamente dall’avvocatura comunale e ripreso nel testo della sentenza.

In buona sostanza, il TAR Piemonte ha ritenuto legittimo, da parte dell’Amministrazione comunale, richiedere l’adesione ai valori dell’antifascismo, che hanno originato i valori costituzionali: ovvero non è possibile aderire ai valori costituzionali senza aderire esplicitamente ai valori dell’antifascismo, come opportunisticamente pretendeva di fare CasaPound.

Peraltro, questo pronunciamento del TAR Piemonte presenta un importante risvolto; mentre per analoghe situazioni aperte sul territorio nazionale (Pavia, Siena, Torino, Brescia, ecc) i Tribunali Amministrativi si sono espressi attraverso ordinanze, nel caso di Rivoli siamo in presenza di una sentenza, che crea un importante precedente giuridico nel contrasto alla pericolosa “onda nera”, che sta progressivamente montando nel Paese e che non ci può lasciare indifferenti come amministratori di comunità locali democratiche e antifasciste.

In tal senso fanno ben sperare le richieste degli atti della sentenza – in particolare della memoria difensiva redatta dall’avv. Giovanna Gambino, responsabile della nostra avvocatura – da parte di molti Comuni.

Franco Dessì, sindaco della Città di Rivoli


Per leggere o scaricare il testo della sentenza del TAR-Piemonte-Torino-sez.-II clicca qui

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